Dom Franzoni, fuori le mura con la bussola del Vangelo

“il manifesto”
14 luglio 2017

Luca Kocci

«Un cattolico marginale». Così si era definito egli stesso, nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa (da Rubbettino). Giovanni Franzoni, monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano, per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di allora, è morto ieri a Roma a quasi 89 anni di età, che avrebbe compiuto il prossimo 8 novembre.

Nato a Varna, in Bulgaria, nel 1928, entra presto nell’ordine benedettino. Nel 1955 viene ordinato prete e subito dopo inviato all’abbazia benedettina di Farfa. Nel 1964 la prima svolta: viene trasferito a Roma come abate della basilica di San Paolo fuori le mura. Da abate di San Paolo – una dignità che di fatto lo equiparava ad un vescovo – acquisisce il diritto a partecipare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II (a 36 anni era il più giovane padre conciliare italiano), dove sostiene i principi della collegialità e della sinodalità, guardati con preoccupazione dai settori ecclesiali conservatori.

Intanto si lascia provocare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolare come era allora San Paolo. Inizia a prendere forma una comunità “orizzontale”, fatta anche di laici, donne e uomini, che vuole vivere il Vangelo nella storia: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i digiuni per la pace fra India e Pakistan, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, l’attenzione agli emarginati – in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – le lotte degli operai licenziati della Crespi, una fabbrica di infissi vicina alla basilica. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Una testimonianza e una azione pastorale che non passano inosservate. Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano: irruzioni violente in basilica, scritte minacciose sui muri del quartiere («Franzoni al rogo», «Franzoni Giuda»). I gerarchi ecclesiastici sorvegliano la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni canoniche. Fino al 1973, quando un giovane, durante la messa in basilica, legge una preghiera contro lo Ior. Il confine è stato oltrepassato. Franzoni è costretto alle dimissioni da abate di San Paolo. Prima però, pensando all’imminente Giubileo del 1975, pubblica la lettera pastorale La terra è di Dio. La terra è di Dio e quindi non può essere usata come strumento di dominio, spiegava Franzoni nella sua lettera, che diventa anche un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economici, all’ombra della Democrazia Cristiana.

Fuori dal tempio – la basilica di San Paolo – nasce la comunità cristiana di base di San Paolo e inizia un’altra storia che prosegue ancora oggi, seguendo una “stella polare”: desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza.

Frattanto Franzoni viene sospeso a divinis perché nel 1974 si schiera a favore del divorzio. E poi, nel 1976, quando dichiara che alle elezioni voterà per il Pci, viene dimesso dallo stato clericale. L’istituzione ecclesiastica chiede «di sacrificare le proprie scelte politiche perché pregiudicanti l’adesione a Cristo», ma «l’adesione a Cristo non pone questa pregiudiziale», scriveva Franzoni a don Macchi, segretario di Paolo VI. Poi ci sono il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ‘80 e ’90, quando Franzoni, tornato laico, si sposa (nel 1990) con Yukiko, giapponese, insegnante di sostegno, in Italia per tradurre e studiare Gramsci insieme a Mario Alighiero Manacorda.

Il resto è storia di ieri. L’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, il referendum sulla legge 40 contro l’ordine di astensionismo arrivato dal cardinal Ruini, il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso, le attività con i profughi afghani, le battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione delle donne nella Chiesa e nella società.

La definizione di «cattolico marginale», allora assume un doppio significato: è stato messo ai margini dalla Chiesa di Roma ma ha vissuto sempre accanto agli emarginati dal sistema.

 

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