Noi Siamo Chiesa: Milano e Roma, nomine episcopali nel segno della continuità

“Adista”
n. 27, 22 luglio 2017

Luca Kocci

«Delusione» per la nomina di mons. Mario Delpini a nuovo arcivescovo di Milano (il 7 luglio), successore del card. Angelo Scola. La esprime Noi Siamo Chiesa – il cui coordinatore nazionale, Vittorio Bellavite, risiede proprio nella diocesi di Milano – in una nota in cui il movimento riformatore si rammarica per il «ricambio profondo» che non c’è stato.

«Questa volta – si legge nel comunicato del movimento – papa Francesco  ha scelto l’ordinaria amministrazione con la nomina di mons. Mario  Delpini ad arcivescovo di Milano. Ci permettiamo di dissentire dalla sua decisione. Avevamo chiesto un vescovo di svolta, non siamo stati ascoltati come tanti altri che, in diocesi, speravano che, dall’esterno, arrivasse un soffio nuovo, necessario nella situazione attuale della cattolicità ambrosiana».

Già vicario generale del card. Scola, prima ancora docente e poi rettore del Seminario ambrosiano, vescovo ausiliario (del card. Dionigi Tettamanzi) e, dal 2012, vicario di Scola, quella di Delpini può essere pacificamente interpretata come una nomina nel segno della continuità. Così come quella, qualche settimana prima, il 26 maggio, di mons. Angelo De Donatis a vicario del papa per la diocesi di Roma (e successore del card. Agostino Vallini), un curriculum piuttosto interno ai “sacri palazzi” (direttore dell’Ufficio clero del Vicariato di Roma, direttore spirituale al Seminario romano, parroco di una chiesa del centro storico, dal 2015 vescovo ausiliare incaricato per la formazione permanente del clero) che è stato preferito a vescovi “di frontiera”, come mons. Paolo Lojudice, per molti anni parroco di periferia a Tor Bella Monaca, prima di essere nominato, anche lui nel 2015, vescovo ausiliare per il settore sud della diocesi di Roma.

Scelte che non sono sfuggite ad Andrea Tornielli, vaticanista di punta di Vatican insider (il portale di informazione religiosa del gruppo La Stampa – Il secolo XIX), piuttosto critico nei confronti dei critici delle nomine pontificie, etichettati come «sedicenti bergogliani», con implicito ma chiaro riferimento a quelle aree del cattolicesimo progressista e conciliare – a cominciare dal movimento Noi Siamo Chiesa – che, sebbene fredde nei confronti delle gerarchie e dell’istituzione ecclesiastica, sostengono il profilo riformatore di papa Francesco. «C’è chi ha visto in queste scelte, interne e dai profili meno roboanti – scrive Tornielli –, un cambio di passo rispetto a quanto avvenuto negli anni precedenti, ad esempio con le significative nomine dei vescovi di Padova, Bologna e Palermo, caratterizzate da scelte più profilate di outsider. Secondo tale interpretazione, nei casi di Roma e Milano il pontefice avrebbe optato per soluzioni più ordinarie: quasi un ripiegamento. In particolare proprio la scelta di Milano è sembrata deludere qualche sedicente “bergogliano” che auspicava una nomina di rottura con il passato per meglio marcare la sintonia con “la Chiesa di Francesco”, come se davvero potesse esistere una “Chiesa di Francesco” invece dell’unica Chiesa di Cristo».

Tornando a Milano, preso atto della nomina di Delpini, Noi Siamo Chiesa evidenzia alcuni punti che ritiene «necessari» per la diocesi, a cominciare da una «ripresa, senza ambiguità e senza troppi silenzi, delle caratteristiche del magistero del card. Martini, che non sono scomparse ma che si sono molto appannate negli ultimi quindici anni. In particolare sottolineiamo: Parola di Dio al centro di tutta la vita ecclesiale, ecumenismo non di facciata, rapporto sereno e positivo con la cultura laica, impegno generalizzato a favore degli “ultimi”, posizione di ricerca sui nuovi problemi etici, lontana dalle ricorrenti campagne promosse o avvallate dalla Conferenza episcopale italiana». E poi «contrasto esplicito e generalizzato nei confronti delle tendenze presenti nella cultura e nella società fondate sui valori mondani del denaro e dell’immagine, sulla volontà,  di stampo  leghista, di esclusione dello straniero e del diverso, sulla disaffezione dalla politica». Quindi «apertura a tutte le realtà laicali, comprese quelle fuori dal coro del conformismo ecclesiastico, perché diano un contributo, non subalterno, ai diversi problemi della diocesi, in particolare alla soluzione di quelli derivanti dalla mancanza di clero».

«Auspichiamo vivamente – prosegue la nota – che mons. Delpini, con questa maggiore responsabilità, sappia prescindere, almeno in parte, dal suo passato tutto interno al mondo ecclesiastico milanese e a ruoli non direttamente pastorali e diventare espressione di discontinuità. Se si andrà in questa direzione riceverà consensi da tanti che aspettano che il Concilio Vaticano II e il suo spirito siano il vero punto di riferimento per un generale rinnovamento ecclesiale».

Infine una proposta che, se assunta dal nuovo arcivescovo, potrebbe costituire un modello di sinodalità, da esportare anche in altre diocesi. «All’inizio di questo nuovo episcopato – chiede Noi Siamo Chiesa – si organizzi subito per un necessario periodo di tempo (per esempio tre mesi) una consultazione collettiva e generalizzata (comprensiva di tutti i soggetti ecclesiali, clero, laici uomini e donne, religiosi, che siano anche in ascolto, quando necessario, delle altre confessioni cristiane e della stessa cultura laica) per individuare i principali problemi pastorali della diocesi e per indicare  proposte concrete, almeno iniziali e  provvisorie,  perché essi siano affrontati  al meglio. Il nuovo vescovo si faccia guidare e guidi questo possibile nuovo momento straordinario di riflessione prima di iniziare il suo episcopato».

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