Archive for agosto 2017

Parolin: «Una violenza inaccetabile»

27 agosto 2017

“il manifesto”
27 agosto 2017

Luca Kocci

Le immagini dello sgombero dei migranti dallo stabile di via Curtatone e poi da piazza Indipendenza a Roma «non possono che provocare sconcerto e dolore, soprattutto per la violenza che si è manifestata, una violenza che non è accettabile da nessuna parte». È quello che pensa il segretario di Stato vaticano cardinale Pietro Parolin – il più stretto collaboratore di papa Francesco –, interpellato a margine del Meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, dove ieri è intervenuto sul tema “L’abbraccio della Chiesa all’uomo contemporaneo”.

A Roma, precisa il cardinale, «c’era la possibilità di fare le cose bene, secondo le regole. Ora ci sarà l’impegno a trovare delle abitazioni alternative per queste persone. Penso che se c’è buona volontà le soluzioni si trovano, senza arrivare a manifestazioni così spiacevoli». Certo, «ci si poteva pensare prima», risponde ad una domanda, «perché soluzioni non mancano».

Se nel dialogo estemporaneo con i giornalisti Parolin cammina sul filo dell’equilibrio, durante il suo intervento all’interno dei padiglioni della kermesse ciellina il cardinale è più netto.

«Una parte non piccola del dibattito civile e politico di questo periodo si è concentrata sul come difenderci dal migrante», dice il segretario di Stato vaticano. «Per la politica è doveroso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata. È doveroso stabilire un progetto che eviti disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra chi accoglie. È giusto coinvolgere l’Europa, e non solo. È lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti, che richiederà comunque decenni prima di dare frutto». Ma, aggiunge rivolgendosi alla platea di Cl, «non dimentichiamo che queste donne, uomini e bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono». «Eppure –  conclude, bacchettando i “cattolici della domenica” – anche noi cristiani continuiamo a ragionare secondo una divisione che è antropologicamente e teologicamente drammatica, che passa da un “loro” come “non noi” e un “noi” come “non loro”», mentre «abbiamo bisogno di ricomprendere senza superficialità il tema della diversità, della sua ricchezza, in un quadro di conoscenza e rispetto reciproci».

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Il vescovo contro Forza nuova: «Ha superato i limiti»

26 agosto 2017

“il manifesto”
26 agosto 2017

Luca Kocci

I neofascisti di Forza nuova annunciano che domenica assisteranno alla messa di don Massimo Biancalani – il parroco di Vicofaro (Pistoia) che ospita giovani immigrati in parrocchia – «per vigilare sulla sua cattolicità», ma il vescovo li rimette in riga: «Si stanno oltrepassando i limiti, la messa non può essere profanata da iniziative irresponsabili». E per dare il segnale che la Curia sta con don Biancalani, comunica che il vicario generale della diocesi concelebrerà la messa insieme al parroco attaccato dai fascisti.

La vicenda esplode nei giorni di Ferragosto, quando don Biancalani pubblica sul proprio profilo facebook le fotografie di una giornata in piscina insieme ai ragazzi africani accolti in parrocchia, attirando migliaia di insulti razzisti e omofobi, fra cui quelli del segretario della Lega Matteo Salvini. «Sono convinto che a generare queste reazioni siano state le foto dei ragazzi migranti sorridenti e felici», spiegava al manifesto don Biancalani.

Nei giorni successivi i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette degli immigrati, e le tensioni non si placano. All’alba di giovedì, all’indomani della pubblicazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante nel quale appoggia lo Ius soli, davanti al vescovado di Pistoia compare uno striscione anonimo: «Bergoglio facile fare lo Ius con i soli degli altri», evidentemente ispirato dal «facile fare il frocio con il culo degli altri». Lo stile che mescola volgarità, omofobia e razzismo rimanda al tipico lessico del sottobosco neofascista. Il giorno dopo arrivano i manifesti di Forza nuova («Ci schiereremo sempre e comunque a difesa del popolo italiano, che don Biancalani, parroco razzista anti-italiano, odia oltre ogni misura») e l’annuncio, da parte del coordinatore di Fn Toscana Leonardo Cabras e del segretario di Fn Pistoia Claudio Cardillo, che domenica «i militanti forzanovisti» andranno a messa a Vicofaro «per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani».

Il vescovo, mons. Fausto Tardelli – che è tutt’altro che un «cattocomunista» – non può tacere: «Da quello che leggo si vorrebbe profanare l’Eucaristia con l’assurda motivazione di andare a controllare l’operato di un prete addirittura mentre celebra un Sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta», scrive in una nota, in cui annuncia anche la presenza del proprio vicario a messa accanto a don Biancalani. Se fosse andato direttamente il vescovo, il messaggio sarebbe stato più efficace, ma anche l’invio del vicario generale della diocesi è un chiaro segnale di sostegno al parroco.

Segnale che però viene travisato dai principali quotidiani italiani nelle loro edizioni online di ieri mattina. «Pistoia, la resa del vescovo dopo le “minacce” di Forza nuova: don Biancalani domenica non dirà messa», comincia Repubblica. Si supera Il fatto quotidiano: «Pistoia, niente messa per il prete dei migranti. Forza nuova minaccia, il vescovo lo sostituisce». Tanto da costringere la Curia ad una piccata puntualizzazione: «Di fronte alle assurde e strumentali polemiche scatenate dall’articolo del quotidiano la Repubblica che travisano completamente il senso delle parole e delle azioni di mons. Tardelli, si precisa che il vicario generale è stato inviato a concelebrare con don Biancalani, non a sostituirlo». E i quotidiani a precipitose e maldestre rettifiche.

Il sostegno del vescovo sembra aver avuto effetto. I neofascisti di Casa Pound annunciano che loro a messa non ci saranno. Da Forza nuova non arrivano repliche, ma pare che anche i forzanovisti invece di andare a messa faranno una marcetta al mare. Il sindaco di centro destra di Pistoia si barcamena, il Pd solidarizza mentre Minniti a Roma dà l’ordine di manganellare donne e bambini a piazza Indipendenza. Ieri sera, in parrocchia, una partecipata assemblea ha ribadito il sostegno a don Biancalani. E domenica, dentro e fuori la chiesa, saranno in tanti a manifestare la propria vicinanza al parroco.

I valdesi: «Sì alla benedizione liturgica delle coppie gay»

26 agosto 2017

“il manifesto”
26 agosto 2017

Luca Kocci

Semaforo verde alla benedizione liturgica delle coppie omosessuali, via libera alla riflessione su eutanasia e suicidio assistito.

Il Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi, concluso ieri a Torre Pellice (To) dopo sei giorni di confronto fra 180 deputati e deputate (90 laici, 90 pastori) di cui quasi la metà donne, ha affrontato numerosi argomenti (migrazioni, povertà, dialogo ecumenico, fondamentalismo), ma è sui temi delle «famiglie plurali» e del fine vita che sono state prese le decisioni più importanti.

Nella tarda serata di giovedì è stato approvato grande maggioranza il documento Famiglie, matrimonio, coppie, genitorialità con cui si estende all’intera Chiesa metodista e valdese la benedizione liturgica (il matrimonio non è riconosciuto come sacramento) delle coppie «unite civilmente», comprese quelle omosessuali. In realtà è già dal 2010 che in alcune comunità locali si celebrano le benedizioni delle coppie omosessuali. Proprio allora si decise di avviare una riflessione dell’intera Chiesa per giungere alla redazione di un documento condiviso che, dopo un lungo dibattito sia in centro che in periferia – la questione era controversa anche fra metodisti e valdesi –, adesso è stato approvato. D’ora in poi tutte le coppie già legate da un’unione civile – questa la novità introdotta nel documento dopo l’approvazione della legge Cirinnà del maggio 2016 – potranno ricevere la benedizione liturgica della propria unione, purché, ovviamente, almeno un componente appartenga alla Chiesa metodista o valdese. «Con questo atto, metodisti e valdesi riconoscono la pluralità di modelli di comunione di vita e di famiglia presenti nella società, sottolineano la necessità della loro accoglienza e del loro accompagnamento, nonché il proprio impegno nella società a favore dell’ulteriore ampliamento dei diritti su questi temi», spiega Paola Schellenbaum, membro della Commissione che ha prodotto il testo. «È un documento che si adatta ai cambiamenti della società ed è passibile di ulteriori miglioramenti, ma abbiamo dato il giro di boa, siamo in una fase che ci consente un riconoscimento di tutte le famiglie, del tessuto affettivo e sociale delle persone», aggiunge il pastore Eugenio Bernardini, riconfermato dal Sinodo moderatore della Tavola valdese.

Al Sinodo è stato presentato un altro documento importante, sui temi del fine-vita, elaborato insieme anche ai battisti: “È la fine, per me l’inizio della vita”. Eutanasia e suicidio assistito: una prospettiva protestante (il titolo è ricavato dalle ultime parole del teologo Dietrich Bonhoeffer pronunciate prima di essere impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg nell’aprile 1945). «Riteniamo che la scelta della morte volontaria possa essere ammissibile in particolari situazioni, seppure solo come caso limite», si legge nel documento, che non apre in maniera indiscriminata all’eutanasia e al suicidio assistito, ma li ritiene praticabili, anche per un cristiano, soprattutto se le cure palliative – che vanno «estese» e «potenziate», proprio per ridurre il ricorso all’eutanasia – si dimostrano poco efficaci. Il documento verrà ora inviato alle singole Chiese locali per la discussione prima di essere restituito al Sinodo per la sua eventuale approvazione il prossimo anno o negli anni successivi. Un iter – lo stesso seguito per il documento sulle «famiglie plurali» – che può apparire lungo e farraginoso, ma che è la conseguenza della “democrazia” che vige nelle Chiese metodiste e valdesi.

Accolto anche un documento sui «fenomeni migratori» nel quale si critica la «criminalizzazione dell’attraversamento delle frontiere» e si sostengono e si rilanciano i «corridoi umanitari», un progetto che le Chiese evangeliche portano avanti da anni, insieme alla Comunità di Sant’Egidio, anche grazie ai fondi dell’otto per mille. I prossimi arrivi sono previsti il 29-30 agosto a Fiumicino. E sullo Ius soli, il Sinodo ha approvato un ordine del giorno in cui auspica che «il Parlamento proceda ad una rapida approvazione di una legge».

A proposito di otto per mille, la Chiesa metodista e valdese registra una flessione per il secondo anno consecutivo, dopo anni di crescita: i contribuenti che, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2014, hanno scelto i valdesi scendono a 514.628 (in ogni caso un numero di gran lunga superiore ai circa 30mila fedeli in Italia), quasi 50mila in meno del 2013, quando erano 562mila, e i fondi passano da 37 a 34 milioni di euro. Che, una scelta riconfermata dal Sinodo, verranno impiegati non per il culto ma per progetti sociali, assistenziali e sanitari, in Italia (60%) e all’estero (40%).

Pastore, diacone, vescove nella Chiesa della Riforma

25 agosto 2017

“il manifesto”
25 agosto 2017

Luca Kocci

Chiese ad elevata parità di genere. Sono quella valdese e metodista – la principale delle Chiese cristiane non cattoliche presenti in Italia – e nel complesso quelle sorte dalla Riforma protestante, nelle quali le donne ricoprono ruoli e funzioni identiche a quelle degli uomini. Ne parliamo con Letizia Tomassone, pastora valdese a Firenze e docente di Studi femministi e di genere alla Facoltà valdese di teologia di Roma, in questi giorni impegnata nei lavori del Sinodo delle Chiese metodiste e valdesi a Torre Pellice.

«In effetti la presenza di donne “ordinate”, pastore e diacone ma talora anche vescove e presidenti di Chiese nazionali, è molto estesa e visibile nelle Chiese della Riforma», spiega Tomassone. «Nella Chiesa valdese e metodista si può contare poco meno del 40 per cento di donne ministro. Tuttavia, seppure ricoprendo la stessa funzione, donne e uomini non sono “uguali”: si cerca di dare spazio alla “differenza” nello svolgimento del ministero senza che questo crei discriminazione».

 

In altre Chiese cristiane, penso alla cattolica e alle Chiese ortodosse, questa parità non esiste. Eppure sono tutte ugualmente fondate sulla Bibbia e su Cristo. Come è possibile?

«La concezione del ministero nelle Chiese della Riforma non è sacrale, non si tratta di un sacerdozio, né il ministro deve svolgere una mediazione maschile – in quanto Cristo era un maschio – o paterna – in rappresentanza del Dio padre – verso la comunità. I ministri di culto sono parte della comunità dei credenti e del ministero che appartiene a tutte e a tutti e svolgono una funzione al servizio della comunità e centrata intorno alla predicazione della Parola».

 

Quello del posto delle donne nelle Chiese è un elemento di divisione con la Chiesa cattolica e con le altre Chiese. Potrà essere superato?

«La questione si pone a più livelli. La Chiesa cattolica ci riconosce come pastore delle nostre Chiese e condivide momenti di confronto teologico e biblico in cui siano coinvolte pastore protestanti. Tuttavia, non aprendo con altrettanta fiducia alle donne nelle proprie fila, il dialogo è sempre difficile e diseguale. Più complicato ancora con i vari Patriarcati ortodossi o con buona parte delle Chiese pentecostali che non accettano il ministero femminile, e dunque non accolgono le pastore protestanti in occasione di incontri ecumenici. Il cammino è ancora lungo ma, per il forte impegno delle teologhe cattoliche nella propria Chiesa, ci saranno sicuramente degli sviluppi positivi».

 

Parliamo di donne e teologia. Nella ricerca biblica e teologica, nelle facoltà, che spazio assumono le donne?

«Io faccio parte del Coordinamento delle teologhe italiane che raccoglie molte teologhe cattoliche e protestanti che fanno ricerca e insegnano anche nelle Facoltà pontificie. La Facoltà valdese di Teologia ha un corso curricolare sulle teologie femministe».

 

Quindi anche in questo ambito donne e uomini hanno un ruolo paritario?

«No. Per ora la presenza di donne teologhe e docenti è marginale, seppure significativa per la qualità e quantità di pubblicazioni».

 

Quali filoni di genere studia e approfondisce la ricerca teologica?

«I temi trattati seguono le tracce delle teologie femministe già sviluppate in altri Paesi, a livello ecumenico quindi, perché i percorsi di donne protestanti e cattoliche nel mondo occidentale sono intrecciati: una “ermeneutica del sospetto”, che rintraccia presenza femminile nonostante silenzi e reticenze dei testi biblici; l’esperienza di vita delle donne che diventa lente per comprendere i testi e la fede; la resistenza contro ogni riduzione al silenzio, contro la violenza e il patriarcato così a lungo legittimato dalla religione cristiana. Il lavoro è prima di tutto biblico, ma c’è un gran fermento di ricerca anche sulla storia delle donne e sulle forme di Chiesa. Inoltre c’è una riflessione comune sulle identità femminili postcoloniali, con molte donne del mondo protestante africano o cattolico dell’America latina. Questo ci aiuta a fare i conti con la nostra religione anche nei termini di una critica al suo retaggio di colonialismo di donne bianche e occidentali».

 

Che tipo di lavoro portano avanti le reti ecumeniche ed interreligiose di donne?

«In Italia ci sono reti interreligiose con donne ebree e musulmane che conducono battaglie per la giustizia e la pace insieme a noi. Ascoltarci reciprocamente ci aiuta ogni volta a scoprire insieme la grande ricchezza che ogni tradizione porta con sé e ci rafforza per resistere alle oppressioni religiose, alle interpretazioni restrittive degli scritti fondativi. Esistono poi reti internazionali di donne impegnate per fare delle fedi strumenti di pace e di riconciliazione, come per esempio le teologie di donne nell’Islam che perorano una giustizia di genere nella Jihad».

 

Negli ultimi anni le Chiese valdesi e metodiste si sono impegnate sulla questione della violenza di genere, impiegando anche parte dei fondi dell’otto per mille. Quali programmi sono stati portati avanti? Perché è importante che le Chiese e le religioni si impegnino su questo fronte?

«In marzo sono state consegnate alla presidente della Camera, Laura Boldrini, più di 5mila firme di donne e di uomini che si impegnano contro la violenza di genere. Le Chiese protestanti sono sempre state attente ai diritti delle persone, e la battaglia sui temi della violenza contro le donne riguarda i diritti umani. È importante che in questo cammino siano coinvolti gli uomini, in una presa di coscienza della propria identità maschile, che deve superare gli stereotipi dell’aggressività e recuperare il senso della reciprocità nella relazione e della capacità di tenerezza. Si lavora a molti livelli, con proposte di letture bibliche e un calendario di “sedici giorni contro la violenza”, un’iniziativa mondiale adottata dalle Chiese protestanti italiane – ogni anno dal 25 novembre al 10 dicembre –, con sportelli di aiuto e qualche casa rifugio per donne in difficoltà, promuovendo dibattiti e pubblicazioni che aiutino a superare la cultura cristiana maschilista e patriarcale».

 

Cittadini dalla nascita. Bergoglio chiede diritti e accoglienza

22 agosto 2017

“il manifesto”
22 agosto 2017

Luca Kocci

Sì allo Ius soli, no ai centri di detenzione per gli immigrati irregolari. Il messaggio di papa Francesco per la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (14 gennaio 2018), diffuso ieri dalla sala stampa vaticana, sembra un vero e proprio programma politico sulla questione delle migrazioni che, per restare al nostro Paese – ma il messaggio è rivolto a tutti gli Stati, non solo all’Italia –, è agli antipodi dalle ricette razziste dei fascio-leghisti alla Salvini e dei populisti a 5 stelle, ma anche molto distante dalle proposte securitarie del Partito democratico di governo area Minniti, recentemente benedette dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana, solitamente più attenta agli equilibri e ai rapporti di forza e di potere interni che alla profezia evangelica.

«Nel rispetto del diritto universale ad una nazionalità, questa va riconosciuta e opportunamente certificata a tutti i bambini e le bambine al momento della nascita», si legge nel messaggio del papa che approva lo Ius soli. E boccia i Cie e gli altri centri di reclusione per i “clandestini”: «In nome della dignità fondamentale di ogni persona, occorre sforzarsi di preferire soluzioni alternative alla detenzione per coloro che entrano nel territorio nazionale senza essere autorizzati».

«Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi» è l’incipit (tratto dal libro biblico del Levitico) del messaggio di Francesco che ricorda come la «preoccupazione per la triste situazione di tanti migranti e rifugiati che fuggono dalle guerre, dalle persecuzioni, dai disastri naturali e dalla povertà» – un «segno dei tempi» – ha caratterizzato il proprio pontificato fin dall’inizio, con la visita a Lampedusa l’8 luglio 2013, quattro mesi dopo l’elezione.

Quattro i verbi chiave, che danno il titolo al messaggio: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.

«Accogliere – si legge – significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei Paesi di destinazione», tramite l’incremento e la semplificazione della «concessione di visti umanitari e per il ricongiungimento familiare», «programmi di sponsorship privata e comunitaria» e «corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili» (un progetto, quello dei «corridoi umanitari», che da tempo portano avanti la Comunità di sant’Egidio e la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia). «Non sono una idonea soluzione le espulsioni collettive e arbitrarie di migranti e rifugiati, soprattutto quando esse vengono eseguite verso Paesi che non possono garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali», prosegue il papa, il quale afferma un principio che suonerà quanto mai impopolare in tempi di ansie da terrorismo: «anteporre sempre la sicurezza personale a quella nazionale».

Poi «proteggere» i «diritti e la dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio».Una protezione che, scrive il papa, «comincia in patria» – ma che è ben diversa dal ritornello «aiutarli a casa loro» –, fornendo «informazioni certe e certificate prima della partenza» e prevenendo le «pratiche di reclutamento illegale»; e prosegue «in terra d’immigrazione, assicurando ai migranti un’adeguata assistenza consolare, il diritto di conservare sempre con sé i documenti di identità personale, un equo accesso alla giustizia, la possibilità di aprire conti bancari personali, la garanzia di una minima sussistenza vitale», «la libertà di movimento nel paese d’accoglienza, la possibilità di lavorare e l’accesso ai mezzi di telecomunicazione». Sono da proteggere in particolare i «minori migranti» ai quali, fra l’altro, «va assicurato l’accesso regolare all’istruzione primaria e secondaria», «la permanenza regolare al compimento della maggiore età e la possibilità di continuare degli studi». Una sorta di Ius culturae.

Infine «promuovere» (la libertà religiosa, la formazione, l’inserimento socio-lavorativo) e «integrare». «L’integrazione – aggiunge il pontefice – non è un’assimilazione, che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale», ma un processo di «conoscenza reciproca» e di costruzione di società e culture «multiformi». Un processo che, conclude Francesco, «può essere accelerato attraverso l’offerta di cittadinanza slegata da requisiti economici e linguistici e di percorsi di regolarizzazione straordinaria per migranti che possano vantare una lunga permanenza nel Paese».

Il sorriso dei rifugiati in piscina scatena l’onda razzista. Insulti a don Biancalani

22 agosto 2017

“il manifesto”
22 agosto 2017

Luca Kocci

Ricoperto di insulti razzisti ma anche circondato da messaggi di solidarietà e di sostegno a causa di un post su Facebook e di qualche fotografia che mostra alcuni giovani richiedenti asilo ospitati in parrocchia durante una giornata di relax in piscina.

È quello che è capitato a don Massimo Biancalani, parroco a Vicofaro, periferia di Pistoia, docente di religione in un liceo della città, prete “di frontiera” da anni impegnato con i migranti e nel sociale.

«E oggi… piscina!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!», il messaggio di don Biancalani, che parafrasa don Milani nella lettera ai cappellani militari: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Sotto dieci foto dei ragazzi – giovanissimi richiedenti asilo provenienti da Senegal, Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Ciad e Costa d’Avorio – sorridenti in piscina.

Arrivano le prime reazioni positive e i primi commenti razzisti («Un ettolitro di acido muriatico in piscina»), fascisti («E gli italiani muoiono di fame… Viva il Dux») e sessisti («Ti piace la mazza nera»). Poi, immancabile, si scatena il leader leghista Matteo Salvini: «Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto», scrive su Twitter, dando la stura a migliaia di commenti che insultano gli immigrati e attaccano don Biancalani, il quale non può nemmeno replicare perché il suo profilo Facebook – ma non i commenti degli utenti – viene bloccato per 24 ore. «Alcune foto di ragazzi africani in piscina sono un problema per Fb? – scrive il parroco – L’impegno per l’accoglienza, la solidarietà, l’antirazzismo non fanno parte degli standard di comunicazione di Facebook? Intanto si è lasciato che, per un giorno intero, mi si insultasse e diffamasse senza che avessi la possibilità di controbattere». C’è anche chi passa alle vie di fatto: l’altro ieri i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette dei ragazzi ospitati a Vicofaro.

Aumenta la solidarietà a don Biancalani su Facebook, arriva qualche condanna dal mondo politico (Vannino Chiti stigmatizza il «vergognoso attacco» di Salvini» e gli «atti di vandalismo contro i migranti») e dalle istituzioni («Non ci troviamo d’accordo con le idee di don Biancalani, ma nessun tipo di attacco violento e razzista può essere tollerato», dichiara Alessandro Tomasi, sindaco di centrodestra di Pistoia). Oggi a Vicofaro ci sarà il vescovo, che si dice «non disposto a permettere che un sacerdote della sua diocesi venga attaccato e insultato».

«Sono convinto che a generare queste reazioni siano state le foto dei ragazzi migranti sorridenti e felici», dice al manifesto don Biancalani. Ma un sorriso seppellirà i fascisti e i razzisti.

Il papa benedice in lettera la «famiglia omosessuale»

13 agosto 2017

“il manifesto”
13 agosto 2017

Luca Kocci

«I pellegrini gay e lesbiche salutano papa Francesco». È lo striscione che questa mattina, durante il tradizionale Angelus del papa della domenica a mezzogiorno a San Pietro, un gruppo di omosessuali cattolici aderenti alla rete nazionale “Cammini di Speranza” e al Progetto Giovani Lgbti esporrà in piazza, al termine di un pellegrinaggio di due settimane lungo la Via Francigena, da Siena a Roma.

Quasi venti anni fa, il 13 gennaio 1998, durante il pontificato di Wojtyla, Alfredo Ormando si diede fuoco in piazza San Pietro, morendo in ospedale dieci giorni dopo, per protestare contro l’atteggiamento discriminatorio della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Oggi, sempre che la gendarmeria vaticana o le forze dell’ordine italiane non intervengano a rimuovere lo striscione, invece gay e lesbiche «salutano» papa Francesco, per «esprimere vicinanza ad un pontefice di cui vogliamo incoraggiare il cammino riformatore», spiega Andrea Rubera, portavoce di Cammini di Speranza. «La nostra non vuole essere una provocazione – aggiunge – ma un sostegno e un invito alla Chiesa ad allargare quelle frontiere affinché possano trovare cittadinanza tutte le persone, nelle condizioni di vita in cui si trovano e che hanno scelto».

Certo è che, nonostante alcune parole pronunciate da papa Francesco durante il suo pontificato («chi sono io per giudicare un gay?»), la questione nei sacri palazzi è ancora un tabù. Come dimostra “l’incidente” che si è verificato nei giorni scorsi fra le stanze della Segreteria di Stato, reso noto in Italia dall’agenzia Adista. Una coppia omosessuale brasiliana, Toni Reis e David Harrad, sposati sei anni fa a Curitiba dopo 27 anni di convivenza, decidono di far battezzare i tre figli che hanno adottato. Quindi scrivono a papa Francesco per raccontare la loro storia, e a luglio ricevono una riposta dal pontefice, firmata da mons. Paolo Borgia, assessore agli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana. «Papa Francesco», si legge nella lettera, «porge a voi le sue congratulazioni, invocando per la vostra famiglia l’abbondanza delle grazie divine, affinché viviate costantemente e felicemente la condizione di cristiani, come buoni figli di Dio e della Chiesa, e inviandovi una augurale benedizione apostolica».

«È un grande progresso per un’istituzione che durante l’Inquisizione bruciava i gay e ora ci invia una lettera ufficiale congratulandosi con la nostra famiglia», dichiara Reis alla stampa brasiliana. Ma quando la notizia giunge in Italia, a due passi dal cupolone, lo scorso 9 agosto arriva la precisazione della sala stampa vaticana, firmata dalla vicedirettrice Paloma García Ovejero: «La lettera del papa è una risposta molto generale a una delle migliaia di lettere che riceve ogni giorno a cui non può rispondere in modo personalizzato. È il suo modo di ringraziare le persone». Quindi la lettera c’è, la benedizione papale pure e anche il termine «famiglia» utilizzato per la prima volta per definire una coppia omosessuale. Ma o il clamore mediatico ha allarmato gli zelanti burocrati vaticani che hanno tentato di aggiustare il tiro, oppure è l’ammissione che le lettere inviate al papa nemmeno vengono lette.

Vescovi di Chiesa e di governo: «Le Ong rispettino la legge»

11 agosto 2017

“il manifesto”
11 agosto 2017

Luca Kocci

Nel dibattito di questi giorni sul tema dei migranti che approdano sulle coste italiane dopo aver attraversato il Mediterraneo anche grazie al soccorso delle navi delle organizzazioni non governative, le parole pronunciate ieri dal nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinal Bassetti, appaiono come un sostegno nemmeno troppo implicito alla “linea dura” del governo, incarnata dal ministro dell’Interno Minniti, e un sostanziale via libera al codice di condotta imposto dal Viminale alle ong.

Sì all’accoglienza ma nel «rispetto della legge» e senza dare l’impressione «di collaborare con i trafficanti di carne umana», sono state le parole pronunciate ieri da Bassetti durante l’omelia per la festa di San Lorenzo, patrono di Perugia, diocesi di cui il cardinale ha mantenuto la guida, pur essendo stato nominato a maggio – su indicazione dei vescovi italiani – da papa Francesco alla presidenza della Cei, come successore del cardinal Bagnasco.

Frasi pacate, di apparente buon senso, che però, contestualizzate, sembrano totalmente allineate a quelle del governo Gentiloni e dei ministri Minniti e Alfano, che a loro volta si sforzano di non lasciare la bandiera della “legalità” – l’ipocrita espressione per giustificare la lotta ai migranti – nelle mani di Salvini e Di Maio.

«Altro motivo di angoscia per me pastore della Chiesa, ma anche cittadino consapevole della necessità della ricerca del bene comune per il suo Paese, è la situazione che riguarda i migranti e i rifugiati», le parole pronunciate ieri da Bassetti. «Questa sfida – ha proseguito il cardinale presidente della Cei – va affrontata con una profonda consapevolezza, grande coraggio e immensa carità», «che però non bisogna mai disgiungere dalla dimensione della responsabilità. Responsabilità verso chi soffre e chi fugge; responsabilità verso chi accoglie e porge la mano». È questo lo «snodo decisivo», secondo Bassetti: «Ribadisco ancora oggi, di fronte alla “piaga aberrante” della tratta di esseri umani, come l’ha definita papa Francesco, il più netto rifiuto ad ogni “forma di schiavitù moderna”. Ma rivendico, con altrettanto vigore, la necessità di un’etica della responsabilità e del rispetto della legge. Proprio per difendere l’interesse del più debole, non possiamo correre il rischio, neanche per una pura idealità che si trasforma drammaticamente in ingenuità, di fornire il pretesto, anche se falso, di collaborare con i trafficanti di carne umana. Dobbiamo promuovere, come ci insegna il Papa quotidianamente, la cultura dell’accoglienza e dell’incontro che si contrappone a quella dell’indifferenza e dello scarto. Ma dobbiamo farlo con grande senso di responsabilità verso tutti».

È un cambiamento di linea della Chiesa italiana, negli ultimi anni sempre sostanzialmente compatta, in consonanza con papa Francesco, nella difesa dei migranti? Probabilmente no. Ma la testimonianza evidente, nel caso qualcuno avesse ancora dei dubbi, che le posizioni sono diversificate. Solo pochi giorni fa Marco Tarquinio, direttore di Avvenire (quotidiano della Cei), scriveva in un editoriale che «non si possono commissariare le organizzazioni umanitarie con uomini armati a bordo» e difendeva con forza l’operazione Mare Nostrum, che «ha salvato l’anima all’Europa». E il responsabile immigrazione della Caritas italiana, Oliviero Forti, spiegava che «al di là dei codici, c’è in gioco la vita umana, la nostra preoccupazione maggiore».

Da questo punto di vista, il nuovo presidente della Cei non ha rappresentato una scelta di “rottura” rispetto alla presidenza Bagnasco, caratterizzandosi semmai per un profilo più pastorale e meno politico, ma sempre attento a muoversi con cautela, tenendo conto degli equilibri e dei rapporti di forza, questi sì politici, che si andranno a definire fino alle elezioni. Ed è sempre meglio non restare troppo scoperti, né a destra né a manca.