Archive for ottobre 2017

Basta armi nucleari. Tra Kim e Trump ci si mette il papa

31 ottobre 2017

“il manifesto”
31 ottobre 2017

Luca Kocci

Mentre la tensione fra Corea del nord e Stati Uniti resta alta, e Kim Jong-un e Donald Trump paventano il ricorso all’atomica, la Santa sede organizza in Vaticano per il 10-11 novembre un convegno internazionale dal titolo “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” a cui parteciperanno 11 premi Nobel per la pace (fra cui Beatrice Fihn, direttrice dell’Ican, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), i vertici di Onu, Nato e gli ambasciatori di molti Stati, fra cui gli Usa.

«Ma è falso parlare di una mediazione da parte della Santa sede» fra Nord Corea e Stati Uniti, precisa il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke. Del resto la preparazione dell’iniziativa da parte del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale era cominciata ben prima dell’aumento della temperatura fra Pyongyang e Washington ed aveva l’intenzione di sostenere l’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (lo scorso 7 luglio con il voto di 122 Paesi), del Trattato sul divieto delle armi nucleari.

Un accordo per la cui firma papa Francesco si era speso direttamente, scrivendo a Elayne Whyte Gómez, che guidava i negoziati. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza in questo mondo multipolare del XXI secolo, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scriveva Francesco. Le preoccupazioni aumentano «quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio», senza considerare «lo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano». Pertanto, concludeva il papa, «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario».

Quello per il disarmo è un terreno sul quale l’impegno di Francesco è stato sempre netto, senza le contraddizioni che si notano in altri campi. Sabato scorso, all’apertura della Settimana sociale dei cattolici, a Cagliari sul tema del lavoro, ha puntato il dito contro quei «lavori che nutrono le guerre con la costruzione di armi», incassando il sostegno del presidente di Pax Christi, mons. Ricchiuti, che ha ricordato «le fabbriche che proprio qui in Sardegna producono bombe che poi l’Italia vende tranquillamente all’Arabia Saudita impegnata da anni a bombardare lo Yemen. I lavoratori sono in una sorta di ricatto, proprio per la mancanza di lavoro».

Proprio sul fronte italiano, ci sono due iniziative nate dal mondo cattolico di base.

La prima del movimento Noi Siamo Chiesa che ha promosso una lettera aperta al card. Bassetti, presidente della Cei, perché i vescovi – sempre in prima linea sui “valori non negoziabili” – incoraggino i cattolici alla mobilitazione affinché l’Italia firmi il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Onu (il nostro Paese non l’ha votato, allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici, i grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, il Parlamento ne ha discusso «in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse la sua posizione»).

La seconda da parte dei delegati della diocesi di Iglesias alla Settimana sociale (dove ha sede il Comitato riconversione Rwm, la fabbrica che vende le bombe all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen) che in una petizione pubblica chiedono al premier Gentiloni, in questi giorni in visita anche in Arabia, che «si adoperi per fermare immediatamente l’invio di quegli ordigni» e «per la riconversione della fabbrica a produzioni civili, con piena salvaguardia dell’occupazione».

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Allontanato dal catechismo perché disabile? Il caso in una parrocchia di Bari

30 ottobre 2017

“Adista”
n. 37, 28 ottobre 2017

Luca Kocci

Un bambino disabile viene allontanato dal catechismo e dalla messa domenicale perché è affetto da un lieve difetto cognitivo e da un deficit comportamentale, fa confusione, e quindi disturba gli altri bambini. Succede a Bari, nella parrocchia di Santa Croce. Ma il parroco, don Vito Marziliano, si difende: si è trattato di un equivoco.

La cronaca, che traiamo volutamente da Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale, racconta la vicenda in cui si confrontano, o scontrano, due versioni contrastanti. «Il racconto della donna è circostanziato», si legge su Avvenire (14/10). «Per due volte, la seconda in compagnia di un’amica, avrebbe chiesto al parroco di iscrivere il figlio di 10 anni, disabile, al catechismo e di poter seguire la Messa. Ricevendo altrettanti rifiuti perché “la presenza del piccolo non avrebbe permesso agli altri bambini di seguire la celebrazione in quanto il parroco non ha esperienza con questi soggetti”. La donna non molla: “Ho sempre assicurato che il bambino avrebbe avuto sempre l’assistenza di un’educatrice”. Poi il sacerdote le avrebbe chiesto se l’educatrice sarebbe riuscita a far capire al figlio il messaggio cristiano e se tra le necessità del bambino ci fossero quelle di alzare la voce o di alzarsi spesso. “Perché in questo caso sarebbe stato difficile farlo partecipare anche alla Messa”. Il racconto della donna continua: “Don Vito mi ha detto che dopo tanti anni è finalmente riuscito a costruire un numeroso gruppo di bambini: la presenza di mio figlio durante la funzione domenicale li avrebbe disturbati”. La notizia fa il giro della comunità. La mamma incalza: “A chi ha chiesto spiegazioni su questo atteggiamento, è stato risposto che la parrocchia non è una scuola di calcetto. Io voglio solo che su certi temi sia fatta informazione”».

La replica della parrocchia arriva per iscritto: «È noto il rinnovato impegno che la nostra comunità parrocchiale profonde nell’attenzione e nella cura per la preparazione dei bambini ai sacramenti, con la partecipazione e la collaborazione delle famiglie», scrive il parroco. «Nel caso concreto si è data piena adesione alla richiesta di preparazione del piccolo, pur essendo appartenente ad altra parrocchia, e nessuno ha voluto respingerlo o negargli i Sacramenti: appreso della particolare disabilità di cui questi è portatore, ci si è limitati (doverosamente, anche e soprattutto nell’interesse del minore) a richiedere una particolare collaborazione alla famiglia, chiedendo anche di fornire delle linee guida comportamentali da tenere in caso di manifestazioni acute (linee che soltanto la famiglia può fornire): lo spirito di tale richiesta è stato probabilmente equivocato».

Equivoco o meno, certo è che qualcosa è accaduto e che la mamma del bambino disabile in un modo o nell’altro non si è sentita pienamente accolta dal parroco.

Sulla vicenda ha scritto una appassionata e immaginifica lettera aperta Saverio Tommasi, videomaker, giornalista e scrittore fiorentino. «Se Dio c’è, caro don Vito, io non penso che ti fulminerà. Anzi, quando morirai ti porterà in Paradiso perché Lui è Dio e perdona tutti», scrive Tommasi. «Se Dio c’è, caro don Vito, ti farà sedere su una nuvola un po’ distante dagli altri, che siano lontani sì, ma abbastanza vicini perché tu possa pensare “perché io me ne devo stare qui da solo su una nuvola”. Se Dio c’è, caro don Vito, la nuvola su cui ti avrà fatto sedere sarà gonfia di pioggia, così che tu stando seduto ti bagni il culo e ti venga un raffreddore forte forte forte che tanto sei già morto, cosa vuoi che possa succederti peggio di così. Se Dio c’è, caro don Vito, con l’umido che prenderai ti farai degli starnuti così grandi che ogni volta che farai “etciù”, circa tre volte al minuto, ti usciranno duecentocinquanta grammi di moccio dal naso e tu non avrai nessun fazzoletto in tasca, e allora lo chiederai a Dio, che ne avrà una dozzina perché lui è Dio e ha tutto, che ti guarderà e ti dirà: “Bisogna vedere, caro don Vito, ci ho messo tanto a creare un gruppo affiatato qui in Paradiso, tutti senza raffreddore, non vorrei che dandoti questo fazzoletto tu portassi il raffreddore agli altri, poi la situazione diventerebbe ingestibile, non è per cattiveria” che è più o meno quello che tu hai risposto alla mamma di Giacomino quando lei voleva iscriverlo a catechismo»

Un giorno, prosegue la lettera in forma di storia, in Paradiso arriverà anche Giacomino (il nome di fantasia scelto da Tommasi per il bambino disabile, n.d.r.) e si avvicinerà a don Vito: «“Ehi, don, fa umido da queste parti. A star qui il raffreddore non ti passerà mai, vieni di là con noi”. E tu don Vito ti vergognerai così tanto che vorrai scavarti una buca su una nuvola per seppellirti da risorto», «seguirai Giacomino», «passerai davanti a Dio, che ti darà uno scappellotto fra capo e collo assestato al millimetro, perché Dio quando fa le cose le fa precise, «tu lo guarderai e gli dirai: “Ma come, proprio Lei, signor Dio”. E Lui, sorridendo: “Non sai da quant’era che aspettavo questo momento”. Poi Giacomino ti porterà insieme agli altri, te li presenterà, ometterà la storia indegna che gli hai fatto vivere sulla Terra, e diventerete amici».

La Chiesa italiana si mobiliti per il disarmo nucleare. Cattolici scrivono al card. Bassetti

23 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

La Conferenza episcopale italiana chiami i cattolici alla mobilitazione in favore del Trattato sul divieto delle armi nucleari approvato a luglio dall’Assemblea generale dell’Onu (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/17). Lo chiedono decine di cattolici – molti laici ma anche diversi preti e religiosi – che hanno firmato una lettera indirizzata al card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, promossa dal movimento Noi Siamo Chiesa, su una «una questione che interpella nel profondo la nostra coscienza cristiana».

«Sull’umanità tutta, dopo Hiroshima e Nagasaki, incombe il rischio della catastrofe nucleare», si legge nella lettera. Un rischio mai superato, che anzi sta progressivamente generando «assuefazione, passività, e, quasi, dimenticanza». Eppure, «pur non divenendo movimenti di massa, combattive iniziative di contrasto sono continuate in tutto il mondo negli anni, soprattutto da parte di organizzazioni pacifiste e della società civile», a cui si sono uniti anche molti Stati – quelli liberi da armi nucleari – per «pretendere quello che il buonsenso e la ragionevolezza chiedono, cioè la cancellazione dalla storia dell’umanità di questo incubo». Ma la marcia dell’umanità, prosegue la lettera, va in un’altra direzione: «La progressiva riduzione e successiva eliminazione delle armi nucleari, pur prevista dall’art. 6 del Trattato di non proliferazione del 1968, non è quasi mai iniziata. Al contrario, dopo una ben modesta riduzione negli anni ‘90, assistiamo ora a una modernizzazione di queste armi che aumenta la loro potenza nel contesto di un aggravamento continuo delle tensioni di ogni tipo nelle relazioni internazionali».

Il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio 2017 con il voto favorevole di 122 Paesi è allora un’importante novità, che potrebbe rilanciare la battaglia anti-atomiche. Prevede infatti l’avvio di «trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare» e vieta la «minaccia d’uso» delle armi atomiche, bocciando così la logica della deterrenza, cioè l’equilibrio del terrore». Ma perché sia giuridicamente vincolante ha bisogno della ratifica di almeno 50 Stati. L’Italia – che detiene armi nucleari, benché di proprietà Usa, nella basi di Ghedi (Bs) e Aviano (Pn) –, denuncia la lettera a Bassetti, non l’ha votato, «senza dare spiegazioni di qualche minima credibilità», ma evidentemente allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici. I grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, e il Parlamento ne ha discusso, «con inaccettabile ritardo, alla fine di luglio in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse veramente la sua posizione».

«La logica e il potere delle strutture militari fanno ogni resistenza a questo Trattato», che invece – si legge nella lettera – ha incassato il sostegno convinto di papa Francesco, il quale, fra l’altro, ha scritto alla presidente della Conferenza Onu in cui si è discusso del Trattato, Elayne Whyte Gòmez: «Mi auguro che questo Trattato – ha affermato il papa – possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata». E poi, il 26 luglio, Giornata mondiale dell’Onu per il disarmo nucleare, ha ribadito su twitter: «Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte».

Anche per questo, Noi Siamo Chiesa ha promosso la lettera a Bassetti: «A partire dalla nostra fede – si legge –, ci sentiamo coinvolti in una questione che attiene al senso stesso della nostra civiltà. Che fare? Abbiamo pensato che le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostri movimenti debbano diventare più consapevoli e poi mobilitarsi perché il nostro Paese non sia più assente. Si tratta di una mobilitazione che può essere condivisa da tutti nel nostro mondo cattolico, può contribuire molto a creare una nuova generale consapevolezza dell’opinione pubblica, coinvolgendo credenti e non credenti e superando gli schieramenti politici. L’obiettivo concreto e immediato è quello di ottenere che la nostra Repubblica, quella dell’articolo11 della Costituzione, partecipi a questo tentativo sulla strada della pace, anzitutto aderendo al Trattato e diventando anche, in tal modo, punto di riferimento per altri paesi in una condizione analoga alla nostra di oggi». Quindi l’appello finale al presidente della Cei: « Caro card. Bassetti, da lei e dai vescovi speriamo e attendiamo un contributo decisivo per un vero movimento d’opinione nel senso che abbiamo proposto. Lo chiede la nostra coscienza che si ispira all’Evangelo».

Don Lorenzo Milani: la parola e la storia

19 ottobre 2017

19 ottobre 2017*

Luca Kocci

Buonasera a tutte e a tutti i partecipanti, alla parrocchia di San Saturnino e a don Marco che ci ospitano, a Nadia Neri e Sergio Tanzarella, che dopo presenterò più ampiamente.

Ci troviamo qui per confrontarci e per ricordare quella figura straordinaria di prete e maestro che è stato don Lorenzo Milani, nel cinquantesimo anniversario della sua morte (26 giugno 1967).

Ripropongo alcuni passaggi essenziali della sua vita e della sua azione pastorale e sociale, anche se molti in sala li avranno ben presenti.

Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 in una famiglia della ricca borghesia fiorentina, laica (la madre, di origine ebraica, non è praticante) e colta, che annovera al suo interno importanti intellettuali in diversi campi. A vent’anni si converte al cattolicesimo (apparentemente in maniera abbastanza improvvisa, anche se un recente libro della nipote di don Milani, Valeria Milani Comparetti, Carezzarsi con le parole. Don Milani e suo padre, Conoscenza edizioni, che indaga i rapporti con il padre, evidenzia un rapporto meno distante di quello che si pensava con la religione) e diventa prete. Un prete che da subito si sforza di vivere il Vangelo in modo radicale. Prima accanto e insieme ai giovani operai di Calenzano (borgo tessile nei pressi di Firenze), dove fa il viceparroco e avvia una scuola serale appunto per i giovani operai che non avevano possibilità di leggere, studiare…. Ci sono i primi scontri con la Curia, non per motivi dottrinali – l’ortodossia di Milani non sarà mai messa in discussione – ma politici: siamo negli anni (1948-1953) dello scontro Dc-Pci, don Milani non è comunista, anzi ne prende le distanze (aprendo però le porte ai giovani operai, anche se comunisti), ma nemmeno si allinea ciecamente e supinamente alle direttive per il voto alla Democrazia Cristiana che giungevano dalla Curia di Firenze soprattutto in occasione delle elezioni del 1953.

E così, nel dicembre 1954, viene mandato a Barbiana, un piccolo borgo, anzi un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello: una parrocchia destinata alla chiusura, dove sarebbe dovuto andare un prete da Vicchio solo per celebrare la messa domenicale, ma che viene tenuta aperta proprio per isolarvi don Milani, giovane prete di 30 anni. A Barbiana, come a Calenzano, don Milani mette in piedi una scuola, la scuola di Barbiana, per i piccoli contadini e pastori del monte Giovi. Un’esperienza dirompente, che denuncia il classismo della scuola italiana degli anni ’50 e ’60 (non c’era ancora la scuola media unica), che fornisce ai suoi allievi – bambini e adolescenti cacciati dalla scuola statale – gli strumenti culturali e critici per essere «cittadini sovrani» e che nel 1967 produrrà quel testo straordinario che è Lettera a una professoressa, stravolto da una falsa lettura sessantottina che la trasforma nel vessillo del “sei politico” – dando la stura, nei decenni successivi, alle numerose accuse a don Milani di essere uno dei responsabili dello sfacelo della scuola pubblica –, ignorando profondamente l’idea di scuola di Milani, fortemente critico nei confronti della scuola di classe di quel tempo ma sostenitore di una scuola rigorosa e austera (come era quella di Barbiana), ma per tutti e tutte.

Muore nel 1967, per un linfoma che lo dilaniava da anni. «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrive nel suo “testamento”.

Abbiamo scelto come titolo di questo incontro “Don Lorenzo Milani: la parola e la storia” perché la parola e la storia sono due possibili chiavi di lettura del ministero e dell’azione di don Milani.

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non sono, gli impoveriti, una categoria generica e astorica, ma persone concrete: «Non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio», scrive a Nadia Neri. E sono i giovani operai di Calenzano e i giovanissimi montanari del Mugello.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Passo a presentare Nadia Neri, che alla fine del 1965, quando era giovane studentessa di Filosofia a Napoli – oggi Nadia è una psicoanalista e psicoterapeuta – scrisse una lettera a don Milani. Una lettera che deve aver “bucato”, perché provoca questa straordinaria risposta di don Milani, malato e sofferente, prossimo alla morte. La leggiamo tutta, perché ne vale la pena, dal testo originale, che Nadia conserva e che mi ha donato in fotocopia, anni fa, quando la cercai e andai a trovarla

 

Barbiana, 7 gennaio 1966

Cara Nadia,

da qualche tempo ho rinunciato a rispondere alla posta e ho incaricato i ragazzi di farlo per me. Arriva troppa posta e troppe visite e io sto piuttosto male. Le forze che mi restano preferisco spenderle per i miei figlioli che per i figlioli degli altri. Oggi però la Carla (14 anni), arrivata alla tua lettera e dopo averti risposto lei con la lettera che ti accludo, mi ha avvertito che ti meriteresti una risposta migliore.

Ti dispiacerà che io faccia leggere la posta ai ragazzi, ma dovresti pensare che a loro fa bene. Sono poveri figlioli di montagna dai 12 ai 16 anni. E poi te l’ho già detto, io vivo per loro, tutti gli altri son solo strumenti per far funzionare la nostra scuola. Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola.

So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.

Nei partiti di sinistra bisogna militare solo perché è un dovere, ma le persone istruite non ci devono stare. Li hanno appestati. I poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d’espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere.

E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio.

Naturalmente bisogna fare ben altro di quel che fa la scuola di Stato con le sue 600 ore scarse. E allora chi non può fare come me deve fare solo doposcuola il pomeriggio, le domeniche e l’estate e portare i figli dei poveri al pieno tempo come l’hanno i figli dei ricchi.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono  se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene.Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quel che volevo dirti.

Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi, tuo

Lorenzo Milani

 

A Nadia chiedo due cose: di raccontarci la vicenda di questa lettera e di parlarci della lettera ai cappellani militari e della lettera ai giudici di don Milani, che sono poi il motivo che la spinsero a scrivere a un prete lontano, che nemmeno conosceva

Ricordo la vicenda: nel febbraio 1965 un gruppo di cappellani militari in congedo della Toscana attacca gli obiettori di coscienza al servizio militare («I cappellani militari in congedo della regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che,estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»; don Milani legge sulla Nazione di Firenze il comunicato – a Barbiana si leggeva tutti i giorni il quotidiano – e risponde ai cappellani militari; la sua lettera viene pubblicata da Rinascita, periodico del Pci; un gruppo di ex combattenti denuncia Milani, che viene processato; non può andare al processo, perché malato, ma scrive una lettera di “autodifesa” ai giudici; assolto in primo grado, condannato in secondo, se non fosse morto prima; questi testi sono raccolti e pubblicati da Sergio Tanzarella in un libro edito dal Pozzo di Giacobbe che è disponibile in sala)

 

Sergio Tanzarella, docente alla Gregoriana di Roma e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, lettore e studioso di Milani da 30 anni,  è uno dei quattro curatori dei due volumi editi da Mondadori, nella collana dei Meridiani, di Tutte le opere di Lorenzo Milani, in particolare della Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, e del secondo volume, insieme ad Anna Carfora, che contiene l’intero epistolario di don Milani: 1.100 lettere, di cui circa cento, per la prima volta messo insieme e su cui è stata compiuta un’opera di “restauro” filologico, oltre che critico, per riportare alla loro versione originaria testi che negli anni sono stati pubblicati in maniera incompleta, frammentaria, lacunosa, quando non volutamente manipolata.

Ringraziamo Sergio per il suo lavoro, che ci consente di leggere don Milani in maniera corretta ed integrale, perché molti, anche in tempi recenti, parlano di Milani senza averlo letto: la lettura sessantottina di Lettera a una professoressa, la prima mistificazione; l’ultima quella di Walter Siti che scrive un romanzo in cui si narra la storia di un prete pedofilo (Bruciare tutto) e lo dedica a don Milani («All’ombra ferita e forte di don Milani»), adombrando la presunta omosessualità – o peggio pedofilia – di Milani sulla base di alcune frasi estrapolate dalle lettere («che se un rischio corre per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!»). Operazione furbesca o cialtronesca che sia, rivela l’ignoranza del lessico e del linguaggio paradossale e urticante di don Milani, per attribuirgli un significato letterale (come Siti confessa poi a Repubblica: «Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio»): una colpa grave che denota o profonda ignoranza – nel senso che ignora lo stile linguistico dell’autore – o malafede mercantile.

*Introduzione all’incontro su don Lorenzo Milani, 19 ottobre alla parrocchia di San Saturnino martire a Roma con Nadia Neri. Audio completo (Nadia Neri dal minuto 18, Sergio Tanzarella dal minuto 40): http://www.mediafire.com/file/hhsw95g55a30649/171019_roma_dmilani_lapatolaelastoria.MP3

 

«Un patto mondiale sulle migrazioni per battere la fame»

17 ottobre 2017

“il manifesto”
17 ottobre 2017

Luca Kocci

La fame non è una «malattia inguaribile» generata da un destino avverso, ma la conseguenza di «conflitti e cambiamenti climatici».

Papa Francesco, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, nell’anniversario della fondazione della Fao (16 ottobre 1945), si reca alla sede romana dell’agenzia Onu per la nutrizione e l’agricoltura, propone la sua analisi (guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e cambiamenti climatici cause della fame e delle migrazioni) e detta la sua ricetta per combattere la malnutrizione: «l’amore che ispira la giustizia» e che dovrebbe essere trasformato in azioni concrete dagli organismi internazionali.

Un discorso che mette a fuoco le cause e che poi propone soluzioni tanto condivisibili quanto generiche. Del resto Francesco parla da pontefice e fa appello alle coscienze.

L’analisi individua le ragioni della fame e delle migrazioni: i «conflitti e i cambiamenti climatici». «Come si possono superare i conflitti?», si chiede papa Francesco. Impegnandosi «per un disarmo graduale e sistematico» e fermando la «funesta piaga del traffico delle armi»: a che serve «denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?».

«Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze», aggiunge Francesco. L’Accordo di Parigi sul clima affronta il problema, ma «alcuni si stanno allontanando». Al presidente Usa Trump saranno fischiate le orecchie. «Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto», prosegue il papa, che auspica «un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi». «Guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile».

L’invito è a «cambiare rotta». Non con le ricette maltusiane («diminuire il numero delle bocche da sfamare» «è una falsa soluzione se si pensa ai modelli di consumo che sprecano tante risorse»), ovviamente irricevibili per la dottrina sociale della Chiesa, ma con un’equa distribuzione delle risorse. Anche se, precisa Francesco, «ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo».

Interviene allora il comandamento evangelico dell’amore, «principio di umanità nel linguaggio delle

relazioni internazionali». «La pietà – aggiunge il papa – si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia». Declinato concretamente significa contribuire a che «ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare», «pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo» (fermando il land grabbing) per «non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario», e quindi emigra dove vede «una speranza di vita», senza che nessuna «barriera» possa fermarlo.

Un mistero la paternità della giornata per “Giovanni XXIII patrono dell’esercito”. E anche un flop

16 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

San Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano, così perlomeno è stato acclamato nella messa alla chiesa dell’Aracoeli (alle spalle di piazza Venezia e del Vittoriano, a Roma), presieduta dall’ordinario militare-generale di corpo di armata, mons. Santo Marcianò, nel giorno della memoria liturgica di papa Roncalli, l’11 ottobre. Ma la presenza a piazza San Pietro di migliaia di soldati in divisa per l’udienza generale di papa Francesco – annunciata nelle settimane precedenti dall’Ordinariato militare – non c’è stata. Anzi dalla sala stampa della Santa sede dicono che in Vaticano non ne sapevano nulla.

Si sia trattato di una risposta diplomatica per celare l’annullamento di un evento che aveva destato perplessità e proteste da parte di molti o di un dietrofront da parte dei vertici dell’Esercito resta avvolto dalla nebbia. Certo è che l’udienza non c’è stata, e che in piazza, tranne quelle impegnate nella gestione dell’ordine pubblico, non si è vista nemmeno una divisa. Interpellata da Adista, la vice direttrice della Sala stampa della Santa sede, Paloma García Ovejero fa sapere che «non è stata mai prevista una udienza; forse era una proposta, forse una petizione, forse una promessa, oppure si trattava di un saluto, ma non era in agenda». Mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare-generale di divisione – che, intervistato da Adista ad inizio settembre, aveva annunciato l’evento (v. Adista Notizie n. 32/17) –, invece è irreperibile dall’11 ottobre. E fonti interne alle Forze armate confermano che i comandanti delle caserme dell’Esercito, soprattutto quelle di Roma e Lazio, erano stati invitati dai superiori a dare la massima disponibilità di uomini e mezzi per partecipare alla grande adunata in piazza San Pietro ma che poi è stata innestata la marcia indietro. «È evidente che il vertice dell’Esercito e l’Ordinariato, dopo le polemiche dei giorni scorsi, hanno preferito evitare di alimentarne altre dando vita all’ennesimo spreco di denaro pubblico», commenta su Agenparl Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e forze di polizia, che aggiunge, sul filo dell’ironia: «La rinuncia alla pacifica invasione del Vaticano dal punto di vista economico (spese per i mezzi di trasporto e indennità per il personale) rappresenta sicuramente un piccolo ma significativo gesto di buona volontà nel mare magnum degli sprechi della Difesa e inaspettatamente dimostra, anche ai più scettici, che quando i generali vogliono, possono e sanno far risparmiare i contribuenti».

Comunque sia andata, in Vaticano, pur confermando il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti del card. Robert Sarah che stabilisce «San Giovanni XXIII patrono presso Dio dell’Esercito italiano», hanno mantenuto un profilo basso, segno evidente dell’imbarazzo per una scelta contestata anche da molti vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17). Papa Francesco, nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza in piazza San Pietro, si è limitato a ricordare «San Giovanni XXIII, di cui oggi ricorre la memoria liturgica», senza fare alcun cenno al nuovo patronato. E poi ha affidato un tweet a @Pontifex: «Come san Giovanni XXIII, che ricordiamo oggi, diamo testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio e della sua misericordia». La Conferenza episcopale, con il segretario generale, mons. Nunzio Galantino, pur riconoscendo la legittimità della decisione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti («Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII»), ha fatto intendere di non essere stata nemmeno interpellata: «La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione» (v. Adista Notizie n. 35/17).

Al contrario crescono i consensi sull’appello di Pax Christi critico nei confronti di papa Giovanni patrono dell’Esercito. Ai quattordici vescovi che già l’avevano sottoscritto, se ne sono aggiunti altri tre: mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta), mons. Francesco Savino (vescovo di Cassano allo Jonio) e mons. Antonio De Luca (vescovo di Teggiano Policastro). Appello che però non ha avuto alcuna risposta e a cui Pax Christi sta cercando di capire se come dare seguito

Il Papa buono, un santo in mimetica: ancora polemiche su Giovanni XXIII patrono dell’esercito

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

La pietra tombale su una presunta contrarietà della Conferenza episcopale italiana alla proclamazione di Giovanni XXIII patrono dell’esercito italiano l’ha messa definitivamente mons. Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario generale. «Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII», ha risposto Galantino ad una domanda che gli era stata posta durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Cei, lo scorso 28 settembre.

 

Mons. Galantino: Giovanni XXIII patrono dell’esercito, qual è il problema?

«La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione», ha specificato Galantino – come del resto aveva già detto in precedenza il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 32/17) –, precisando però che, durante il Consiglio permanente, «ne abbiamo discusso» con gli altri vescovi, «confermando l’apprezzamento del lavoro che i militari svolgono in Italia», ad esempio nel ruolo svolto nell’operazione “Strade Sicure”, «nella quale riescono a far allentare il senso di paura della gente. In Italia buona parte dei militari sono impegnati in questo». Da parte della Chiesa, ha ribadito il segretario generale della Cei, «non c’è nessun atteggiamento di disprezzo, anzi, sicuramente c’è apprezzamento nei confronti dell’Esercito italiano per tutto quello che sta facendo: sono uomini, donne, papà di famiglia, ragazze che stanno lì perché ci credono e devono darsi da campare». Le perplessità di Pax Christi, che ha scritto una lettera aperta al card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore del decreto che proclama papa Roncalli patrono dell’esercito, firmata anche da quattordici vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17), vengono liquidate con una frase dal segretario generale della Cei: «Non penso che una raccolta firme possa portare indietro l’orologio».

 

Santità in punta di codice

Nulla di fatto anche sul versante canonico. Lo storico Alberto Melloni aveva ipotizzato che il decreto fosse «nullo» perché non era arrivata in Vaticano la richiesta della Cei di proclamare papa Giovanni patrono dell’Esercito italiano, e «i patroni – scriveva Melloni sulla Repubblica (25/9) – li chiedono le conferenze episcopali, devono passare nelle commissioni, nel Consiglio permanente e nella Assemblea generale», una Congregazione vaticana «non può deliberare in materia senza (e tanto meno contro) il parere dei vescovi. Nemmeno invocando i poteri delegatigli dal pontefice, fra i quali non è incluso quello di gabbare i vescovi». E lo stesso aveva fatto Pierluigi Consorti, docente di Diritto canonico all’Università di Pisa, sostenendo, in un articolo pubblicato sul suo blog, la «incompetenza» dell’Ordinariato militare a richiedere alla Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti la proclamazione di Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano. «Essendo l’Esercito italiano un corpo certamente di livello nazionale, e non locale, sarebbe stato doveroso da parte sua investire della questione la Conferenza episcopale nazionale», scrive Consorti. Ma, prosegue, «la Chiesa militare non è nuova ad una certa autoreferenzialità interna all’Amministrazione della Difesa, che la rende nella sostanza un corpo separato sia dalle Chiese locali sia da quella nazionale, benché senz’altro equiparata ad una diocesi locale e come tale parte della Conferenza episcopale nazionale. La storia anche recente la vede spesso protagonista di accordi a livello interno che escludono ogni collaborazione con la Conferenza episcopale, costretta a prendere atto a cose fatte di scelte che sarebbe più opportuno condividere con la Chiesa locale. Questo modo di procedere conferma una sua perdurante tentazione a configurarsi illegittimamente come soggetto immediatamente soggetto alla Santa sede e non come parte del più largo popolo di Dio che è chiamata a servire nella piena comunione con le altre Chiese locali (e non voglio nemmeno pensare che l’Ordinariato militare abbia consapevolmente seguito una strada sbagliata per aggirare il possibile ostacolo potenzialmente frapposto dagli altri vescovi italiani). In ogni caso la Congregazione vaticana non avrebbe dovuto assecondare questo iter. Avrebbe dovuto rispettare le Norme, avviare una consultazione con i soggetti interessati per verificare l’opportunità della scelta comunicata e avrebbe anche dovuto accertare la competenza dell’Ordinario militare. Sembra impossibile che anche una Congregazione vaticana ignori il diritto canonico fino al punto di sottoscrivere un atto privo di forma certa, parzialmente immotivato e alla fine inefficace».

Ma le argomentazioni sono state contestate da un altro canonista, don Giuseppe Praticò, cancelliere della diocesi di Reggio Calabria-Bova, molto vicino all’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, nativo di Reggio Calabria. «La Chiesa Ordinariato militare è a tutti gli effetti una Chiesa particolare», «è una porzione del popolo di Dio non costituita da un territorio ma da persone, volti e anime, che forma l’immagine della Chiesa universale e ne ha la completezza in quanto ne possiede tutte le proprietà essenziali e tutti gli elementi costitutivi», scrive Praticò su Settimana, il periodico online dei dehoniani. Quindi «l’ordinario militare è l’unico competente “senza se e senza ma”, in virtù della sua potestà di giurisdizione». Pertanto «il decreto di conferma emanato dalla Congregazione con prot. n. 267/17 del 17 giugno 2017, nella sua formulazione e articolazione, rispetta tutti gli elementi previsti per la sua legittimità e per la sua validità. Ad un attento esame, non si riscontra, infatti, alcun errore formale o procedurale che possa renderlo passibile di inefficacia». Ed infine «è errato affermare e sostenere, senza alcun fondamento giuridico, che, trattandosi di esercito italiano, l’approvazione del patronato di san Giovanni XXIII spettasse di giurisdizione alla Conferenza episcopale italiana e non all’ordinario militare per l’Italia. Non basta, infatti, l’aggettivo qualificativo “italiano” a stabilire che la giurisdizione sia della Cei, poiché, in forza della sua particolare natura, l’Ordinariato militare è una peculiare circoscrizione ecclesiastica assimilata alle diocesi in cui la potestà del vescovo non è territoriale ma personale. Pertanto, mons. Marcianò è l’autorità ecclesiastica che poteva e doveva eleggere e approvare san Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano, presentando successivamente formale richiesta per il decreto confermativo della Congregazione romana, senza alcun altro ulteriore intervento della Conferenza episcopale nazionale. Di conseguenza, la Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti ha agito secundum legem e non contra legem».

La santità ridotta a formalismi giuridici. Non resta ora che attendere l’11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando il “papa buono” sarà proclamato patrono dell’Esercito italiano a san Pietro, davanti a settemila militari, che potranno così acclamare il loro santo in mimetica

Il papa sbarca sul quotidiano comunista: “il manifesto” pubblica i discorsi ai movimenti popolari

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

I tre Incontri mondiali dei movimenti popolari con papa Francesco (del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016) diventano un libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie (Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore di Adista, pp. 176, euro 12) e che dal 5 ottobre, per due settimane, esce in abbinamento con il manifesto.

A spiegare il senso dell’operazione – che ha creato più scompiglio a sinistra, fra i lettori del manifesto, che a destra – è Luciana Castellina, fra i fondatori del «quotidiano comunista». «Le parole del papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo», scriveva il giorno prima dell’uscita del libro. «Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica. Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subìre». Quindi, prosegue Castellina – che richiama il Concilio Vaticano II («una straordinaria porta spalancata su un pensiero cristiano fino ad allora per i più inimmaginabile. Colpì anche noi comunisti che del Vaticano, e non senza ragioni, eravamo abituati a sospettare») e la Teologia della liberazione –, «se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per  strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori». E Norma Rangeri, direttrice del manifesto, intervistata (5/10) dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: «A noi spiazzare piace. Nasciamo con questo spirito, per la nostra critica ai regimi dell’Est che ci portò fuori dal Pci. Questi tre discorsi ci sono parsi quasi come un’enciclica, una nuova Rerum Novarum, riguardo al rapporto fra etica e politica». «Con questo – prosegue – non è che vogliamo “sposare” la Chiesa, ci sono ancora tanti aspetti che ci dividono, sul piano dei diritti civili, della morale».

Che quei tre incontri – di cui Adista ha dato ampio conto (v. Adista Notizie nn. 38 e 39/14 e Adista Documenti n. 40/14; Adista Notizie n. 26/15;  Adista Notizie n. 40/16; Adista Documenti n. 41/16 ) – siano stati particolarmente significativi è un dato di fatto. I rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali riconducibili alla vasta area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle fabbriche recuperate, dall’Alleanza globale dei riciclatori a Via Campesina, dai metallurgici della United Steelworkers al Centro sociale Leoncavallo – hanno oltrepassato le mura leonine e si sono ritrovati nel cuore del Vaticano (nell’aula vecchia del Sinodo la prima volta e nell’aula Paolo VI la terza) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da papa Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro). «Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», furono i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito.

Come talvolta succede, la verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Francesco che con essi – insieme anche alla esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e all’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, valorizzando soprattutto il protagonismo dei movimenti popolari; ma non hanno costituito la fondazione di una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della Liberazione, che anzi ha contribuito a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

A questo scopo, il volume pubblicato da Ponte alle Grazie è di grande utilità. Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari (contestualizzati e analizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, i grandi nodi del lavoro, della casa, della pace e dei cambiamenti climatici il primo, la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, le migrazioni, la politica, con un forte appello ai movimenti popolari a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

Con questi incontri è stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de Trabajadores de la Economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem Terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ad agosto 2016 diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa, in un’ottica di “affrancamento” da parte dei movimeni) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata nella postfazione, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

No all’estradizione del prete pedofilo

13 ottobre 2017

“il manifesto”
13 ottobre 2017

Luca Kocci

La “tolleranza zero” di papa Francesco contro la pedofilia del clero inciampa sull’immunità diplomatica. Non verrà estradato in Canada monsignor Carlo Alberto Capella, funzionario della nunziatura apostolica di Washington (l’ambasciata vaticana in Usa), nei confronti del quale le autorità canadesi hanno emesso un ordine di arresto per il reato – che sarebbe stato commesso in Canada – di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

Il direttore della sala stampa della Santa sede, Greg Burke, puntualizza che ancora «non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada». Ma l’agenzia Ansa riferisce di aver appreso «da fonti qualificate» che, quando giungerà, il Vaticano la respingerà, opponendo l’immunità diplomatica di cui gode il funzionario di Oltretevere.

Il caso è venuto alla luce questa estate. Il 21 agosto il Dipartimento di Stato Usa ha notificato alla Santa sede l’ipotesi di violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di mons. Capella, chiedendo contestualmente al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica. Richiesta respinta dalla Santa sede, che invece ha immediatamente richiamato a Roma il proprio funzionario e affidato le indagini al promotore di giustizia del tribunale vaticano (una sorta di pm), Gian Piero Milano. Subito dopo si è mossa anche la polizia canadese.

L’inchiesta vaticana «richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata», precisa Burke. Se rinviato a giudizio, Capella – che ora risiede in un appartamento nel Collegio dei penitenzieri, lo stesso di mons. Wesolowski, nunzio a Santo Domingo, morto di infarto pochi giorni prima che in Vaticano cominciasse il suo processo per pedofilia – verrebbe processato dentro le mura leonine e non nello Stato in cui ha commesso il reato. E questo, in molti casi, resta il punto debole della sbandierata fermezza vaticana contro la pedofilia.

 

Anche 14 vescovi nell’appello al card. Sarah: Giovanni XXIII sia patrono della nonviolenza

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Come può Giovanni XXIII, il papa della Pacem in Terris, «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?». Vi chiediamo di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Quattordici vescovi e molte personalità del mondo cattolico chiedono alla Santa sede di annullare il decreto con il quale l’ultraconservatore card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha stabilito papa Giovanni come santo patrono dell’Esercito italiano (v. Adista notizie n. 32/17).

L’iniziativa è di Pax Christi che, dopo aver manifestato a caldo con il suo presidente mons. Giovanni Ricchiuti una forte contrarietà alla decisione vaticana («Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»), promuove ora una lettera aperta indirizzata al card. Sarah e al presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, raccoglie l’adesione di ben quattordici vescovi: oltre a Ricchiuti (vescovo di Altamura) hanno firmato mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale e internazionale di Pax Christi), mons. Kevin Dowling, (vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-presidente di Pax Christi International), mons. Antonio J. Ledesma (arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, presidente di Pax Christi Filippine), mons. Tommaso Valentinetti (arcivescovo di Pescara Penne, già presidente nazionale di Pax Christi), mons. Domenico Mogavero (vescovo di Mazara del Vallo, Tp), mons. Calogero Marino (vescovo di Savona), mons. Giorgio Biguzzi (vescovo emerito di Makeni, Sierra Leone), mons. Francesco Alfano (arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia), mons. Antonio Napolioni (vescovo di Cremona), mons. Marco Arnolfo (arcivescovo di Vercelli), mons. Francesco Ravinale (vescovo di Asti), mons. Domenico Cornacchia (vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi), mons. Roberto Filippini (vescovo di Pescia). E poi autorevoli personalità del mondo cattolico: Rosalba Poli e Andrea Goller (responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia), Cristina Simonelli (presidente del Coordinamento teologhe italiane), p. Mario Menin (direttore di Missione Oggi), p. Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia), p. Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), suor Paola Moggi (direttrice di Combonifem), p. Giovanni Munari (superiore provinciale dei Missionari comboniani in Italia), don Tonio Dell’Olio (presidente Pro Civitate Christiana), la Comunità monastica di Bose, Gianni Novello (fraternità di Romena), lo storico Alberto Melloni, il magistrato Nicola Colaianni, don Giuseppe Ruggeri, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, don Giovanni Nicolini, don Pierluigi di Piazza, don Giacomo Panizza, don Bruno Bignami (presidente della Fondazione don Primo Mazzolari e postulatore della causa di canonizzazione del parroco di Bozzolo) e altri ancora.

«Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII, papa, quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”», si legge nella lettera aperta. «Siamo infatti convinti che la vita e le opere del santo papa non possano essere associate alle Forze armate. Come può proprio lui, il papa della Pacem in Terris, il papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si chiedono i firmatari della lettera al card. Sarah. «È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la crisi dei missili a Cuba».

Non sono questi i patroni che servono, si legge nella lettera. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Noi riteniamo – proseguono i firmatari – che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione. Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è “alienum a ratione”, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti».

Alla luce di tutto ciò, concludono i sottoscrittori della lettera, «ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Piuttosto la figura e l’esempio di papa Roncalli siano «proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi bianchi, Corpi civili di pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo».

La protesta del mondo cattolico cresce quindi, in vista del prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. Adista apprende che il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che dovrebbe presiedere l’eucaristia, probabilmente non ci sarà. Un indizio di una frenata da parte della Santa sede? Forse. Intanto in molti sperano che lo stesso papa Francesco, o qualcun altro in Vaticano, ordini il dietrofront