Archive for febbraio 2018

Cappellani militari abili e arruolati. Intesa Italia-Santa Sede sui preti soldato

26 febbraio 2018

“Adista”
n. 7, 24 febbraio 2018

Luca Kocci

Qualche cappellano militare in meno, ma tutti arruolati, ovvero con i gradi e gli stipendi dei soldati delle Forze armate, pagati dallo Stato.

L’auspicio della smilitarizzazione – come da anni chiedono Pax Christi, le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa – va a farsi benedire. Il Consiglio dei ministri, nella riunione dell’8 febbraio, ha infatti approvato lo «schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate». È il risultato dei lavori, iniziati nel 2015, della Commissione paritetica bilaterale Italia-Santa sede per la riforma dell’intero sistema dei preti-soldato.

Sul tavolo, in teoria, avrebbe dovuto esserci anche l’ipotesi della smilitarizzazione dei cappellani, come qualche anno fa fece intendere mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, il quale, ospite alla trasmissione radiofonica di Radio Radicale “Cittadini in divisa” condotta da Luca Marco Comellini (segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e delle Forze di polizia), aveva dichiarato: «Ai cappellani militari i gradi non servono e non interessano. Ci interessa solo avere la garanzia e gli strumenti per poter continuare ad esercitare il ministero pastorale di assistenza spirituale alle donne e agli uomini delle Forze armate» (v. Adista Notizie n. 4/14). Salvo poi, qualche mese dopo, essere smentito dal suo superiore, l’ordinario militare, mons. Santo Marcianò, che sulle colonne di Famiglia Cristiana scrisse: «La realtà militare può essere capita bene solo “dal di dentro”. Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato», un «segno di condivisione» (v. Adista Notizie n. 41/14). E infatti Frigerio, richiamato all’ordine, cambiò posizione, illustrando i lavori in corso della Commissione bilaterale Italia-Santa sede: «Abbiamo ritenuto di conservare i gradi ma come ufficiali subordinati confrontandoci con le esperienze degli altri Paesi della Nato. I cappellani non sono militari puri ma nemmeno estranei al mondo militare. Il concetto chiave è quello dell’assimilazione. Nelle Forze armate ci sono ad esempio i medici che fanno i medici e hanno la deontologia e la scienza come riferimento, analogamente i cappellani sono nelle Forze armate in maniera peculiare» (v. Adista Notizie n. 23/16).

Così infatti così è stato. «L’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiega la nota di Palazzo Chigi che annuncia il raggiungimento dell’accordo sullo schema di Intesa. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie». Quindi resta tutto: gradi e stipendi. Unica novità sembra essere la riduzione di circa 40 unità del numero dei cappellani, che passa dagli attuali 204 a 162, con un risparmio per lo Stato di 2-3 milioni di euro (ma non è detto che nel lungo iter che l’Intesa dovrà percorrere per diventare legge non rientrino dalla finestra come cappellani di complemento, spiega ad Adista Comellini).

In ogni caso per il 2018 e il 2019 vale quanto già stabilito dalla legge di bilancio per il triennio 2017-2019: lo Stato spenderà poco meno di dieci milioni di euro l’anno per il mantenimento di circa duecento preti sodato (v. Adista n. 3/16). I quali, in base alle tabelle ministeriali dopo il “riordino delle carriere”, vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126.576 euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di corpo d’armata); 103.956 per il vicario generale (generale di divisione); 85.848 per il terzo cappellano capo (colonnello); 62.995 per il secondo cappellano capo (tenente colonnello); 58.326 per il primo cappellano capo (maggiore); 48.810 per il cappellano capo (capitano); 43.621 per il cappellano addetto (tenente).

«Per risparmiare sarebbe stato sufficiente equiparare i cappellani militari a quelli della Polizia di Stato, che percepiscono uno stipendio medio di 1.350 euro al mese», dice Luca Marco Comellini. «Con l’approvazione di questo schema di Intesa, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha, ancora una volta, dimostrato la sua personale debolezza e quella delle Istituzioni italiane di fronte alle pretese dell’Ordinario militare e dei suoi sodali con le stellette».

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Cappellani si’, militari no. Pax Christi e Noi Siamo Chiesa contestano l’Intesa

26 febbraio 2018

“Adista”
n. 7, 24 febbraio 2018

Luca Kocci

C’è insoddisfazione, se non aperta critica, da parte delle associazioni e dei movimenti che da sempre si battono per la smilitarizzazione dei cappellani militari (Pax Christi, Noi Siamo Chiesa, le comunità cristiane di base) verso lo schema di Intesa tra Italia e Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate (v. notizia precedente)

«Per ora le scarsissime notizie al riguardo non depongono a favore  di un buon risultato a proposito della smilitarizzazione dei cappellani», scrive in una nota Pax Christi, che da oltre vent’anni (Convegno della Chiesa italiana a Palermo del 1995) sostiene la proposta dello sganciamento dei cappellani militari dalla struttura delle Forze armate, perché «l’annuncio evangelico è inconciliabile non solo con la guerra ma anche con la stessa appartenenza ad una struttura come quella militare, ancora più nella situazione attuale, in cui non esiste più un esercito di leva ma solo di professionisti» (v. Adista Notizie nn. 81/95, 67/97, 81/100, 49 e 81/06, 46/12; 18, 26 e 41/13; 8 e 41/14; 18/17).

L’Intesa deve completare il suo iter legislativo, quindi Pax Christi spera ancora in qualche cambiamento. «Pax Christi – si legge nella nota – si augura che ci sia ancora possibilità di modificare questa Intesa il cui contenuto sarà sottoposto alla firma delle due parti, Stato e Santa Sede, e dovrà essere recepito con apposito disegno di legge. Rinnova la sua disponibilità a riflettere insieme e a contribuire alla definitiva stesura dell’intesa in modo limpido e sinodale, anche per evitare si ripeta quanto è successo con la nomina di papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano» (v. Adista Notizie nn. 32, 34 e 35/17). « A 25 anni dalla sua morte, ricordiamo le parole di don Tonino Bello, che intervistato da Panorama il 28 giugno 1992 sui cappellani militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ed ecclesiale. Per lui, e per noi, è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri”, osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no ”».

Molto critico il movimento Noi Siamo Chiesa – che comunque prosegue a ritenere papa Francesco estraneo all’accordo –, per cui con questo schema di Intesa il sistema dei cappellani viene «rilanciato e consolidato». Commenta il coordinatore nazionale, Vittorio Bellavite: «Da decenni è aperta nel mondo cattolico italiano la questione dell’opportunità o della necessità dei cappellani militari. I motivi di questa riflessione critica sono facili da spiegare: aldilà della buona volontà dei singoli il sistema dei cappellani militari, con l’inquadramento, le retribuzioni, i gradi gerarchici e la presenze sul campo che esso prevede,  fa dei cappellani una parte integrante delle nostre Forze armate. Ciò significa che essi non possono separare (e non separano) le loro posizioni dalle scelte che, di volta in volta, sono fatte dal governo e dai comandi militari. Ciò ha comportato, negli ultimi trenta anni, partecipare a interventi  cosiddetti “umanitari” o di “liberazione” o altro (Kosovo, Iraq, Afghanistan, Libia, ora Niger) e a logiche di spesa militare e di riarmo che sono censurabili sul piano etico e quasi sempre contrarie all’articolo11 della Costituzione». Preosgue Noi Siamo Chiesa: «L’avvallo che di fatto la presenza dei cappellani dà alle azioni delle Forze armate italiane è in diretto contrasto con la linea della nonviolenza e con gli inviti a una politica di pace  che papa Francesco quotidianamente propone ai credenti e a tutti gli uomini e a tutti i governanti di buona volontà. Questa cultura antievangelica porta poi a posizioni aberranti come quella del card. Ruini che, ai funerali dei caduti di Nassiriya, ha detto che essi “stavano compiendo una grande e nobile missione” e che “i nostri caduti hanno accettato di rischiare la vita per servire la nostra nazione e per portare nel mondo la pace”. Avrebbe dovuto dire che erano povere sfortunate vittime di una guerra d’aggressione. È questa una logica mistificatrice non molto diversa da quella che ha portato, con un colpo di mano, ad ottenere dalla burocrazia del Vaticano che papa Giovanni fosse dichiarato patrono dell’esercito. Da decenni i cristiani che si ispirano all’Evangelo per il loro impegno per la pace hanno chiesto ai vescovi italiani che l’assistenza spirituale al personale militare fosse devoluto alla pastorale ordinaria e che il sistema dei cappellani fosse soppresso. Il governo, non dotato  di grande sensibilità laica e facendosi scudo del nuovo Concordato Craxi-Casaroli , ha concluso  una trattativa  di cui non facciamo fatica a intuire i contenuti. È questo il nuovo corso di Bassetti e di Galantino? A meno che non abbiano avuto la notizia da una agenzia di stampa (ovvero Adista, n.d.r.) come per la nomina di papa Giovanni a patrono dell’esercito italiano».

Anche su quest’ultimo punto – ovvero papa Giovanni XXIII patrono dell’esercito – c’è da segnalare una notizia. Lo scorso 15 febbraio il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha presieduto nella basilica vaticana una solenne celebrazione eucaristica in onore di san Giovanni XXIII, patrono dell’esercito italiano. Riferisce la cronaca dell’Osservatore Romano: «Hanno concelebrato l’ordinario militare per l’Italia, arcivescovo Santo Marcianò, e numerosi cappellani. Tra i moltissimi uomini e donne in uniforme che hanno partecipato al pellegrinaggio sulla tomba del pontefice della Pacem in terris, i capi di stato maggiore dell’esercito e della difesa. Al rito erano presenti anche alcuni familiari di Roncalli. Al termine della messa il segretario di Stato ha raggiunto il vicino altare dove sono conservate le spoglie del papa e le ha incensate». Potrebbe trattarsi di una sorta di “riparazione” per la contestatissima messa che si sarebbe dovuta svolgere a san Pietro lo scorso 11 ottobre, festa liturgica di san Giovanni XXIII, ma che poi non si svolse più (v. Adista Notizie n. 36/17), sostituita da una più sobria celebrazione eucaristica alla chiesa dell’Aracoeli, alle spalle di piazza Venezia, a Roma

Don Milani e suo padre: carezzarsi con le parole

26 febbraio 2018

24 febbraio 2018*

Luca Kocci

Parecchi di noi erano alla manifestazione antifascista e antirazzista dell’Anpi che si sta svolgendo in questi minuti qui a Roma. Allora, prima di cominciare, voglio leggere due brevi considerazioni, molto note, di don Lorenzo Milani, che non c’entrano nulla con il libro di cui parliamo oggi, ma che ci mettono in collegamento ideale con quanto sta accadendo fuori di qui:

«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto». (Lettera ai cappellani militari)

«Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». (Lettera ai giudici)

 

Il libro di Valeria Milani Comparetti (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole. Testimonianze inedite dagli archivi di famiglia, Edizioni Conoscenza, Roma 2017) è molto importante, perché prima di questo libro sembrava quasi che don Lorenzo Milani fosse “orfano” di padre.

Le biografie e gli studi, anche quelli più avvertiti e documentati, si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Il libro di Valeria colma ora questa lacuna. Ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, il padre di don Milani, e in questo modo compie tre operazioni:

  • rivela alcuni episodi inediti o poco noti della vita del futuro priore di Barbiana
  • smonta alcuni luoghi comuni che riguardano don Milani
  • mette a fuoco l’importanza del padre, Albano, in ordine a due elementi in particolare: la religione (e quindi la conversione al cattolicesimo di Milani); l’interesse per la parola, la lingua, le lingue, così centrali nella azione pastorale e sociale di Milani

 

Episodi inediti o poco noti

  • Nel luglio 1944 il fronte passava in Toscana, a Montespertoli, e la tenuta Milani di Gigliola era stata occupata dai tedeschi che risalivano verso nord, quindi veniva attaccata dagli alleati inglesi e indiani. Lorenzo, chiuso il seminario, dopo aver riaccompagnato la sorella Elena da Gigliola a Firenze, torna a Gigliola per aiutare il padre Albano e rischia di morire sotto una bomba che colpisce la casa, la sua stanza. Lo racconta Albano, in una lettera alla moglie Alice, del 24 luglio 1944: «[…] si sentono avvicinarsi sempre più vicine a Gigliola alcune esplosioni di granate […]. Ci affrettiamo a scendere verso la cantina; ma non abbiamo la chiave e ci fermiamo con l’Ida in cucina. Mentre Lorenzo appare in alto dalla scala che scende in cantina per raggiungerci, si sente una forte esplosione e il rumore di tegole che cascano sul piano della cantina presso gli olmi. Esplodono ancora granate nei pressi. Quando sembra che il fuoco rallenti passiamo al rifugio dove troviamo la famiglia di fattoria che ci riferisce come Gigliola abbia ricevuto due colpi: uno quello che abbiamo sentito mentre Lorenzo, proveniente dalla sua cameretta, dove era salito a mettere un po’ d’ordine fra i libri, scendeva per raggiungerci, è stata l’esplosione di un proiettile di cannone inglese sul tetto appunto della sua cameretta. Se veniva un minuto prima Lorenzo sarebbe morto».
  • I soldati indiani saccheggiano la pieve di San Pietro in Mercato a Montespertoli. Lorenzo denuncia il fatto agli inglesi che, colti sul fatto gli indiani, vorrebbero fucilarli, e poi li salva intercedendo per loro presso gli stessi inglesi. Lo racconta di nuovo Albano, in una lettera ad Alice, del 28 luglio 1944: «Durante la notte gli indiani avevano saccheggiato ancora più vandalicamente la Pieve rimasta tutta a loro disposizione. Lorenzo è andato dal comando inglese che ha saputo trovarsi presso il De Saint Seigny. Gli ufficiali lo hanno accolto molto gentilmente e subito un maggiore ha dato ordine ad un subalterno di accompagnare Lorenzo alla Pieve. Questo ha colto gli indiani in flagrante saccheggio e voleva ucciderli sul posto, ma Lorenzo è interceduto dicendo che come cristiano e come chierico non poteva sopportare il pensiero di avere sulla coscienza la morte di questi uomini in conseguenza di un intervento la lui provocato. L’inglese fa aderito alla richiesta di Lorenzo […]».

 

Luoghi comuni smontati

  • Le biografie e gli studi hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili di molti intellettuali fiorentini (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista, antenato illustre ma che toccò marginalmente la vita di Milani, essendo morto nel 1927, quando Lorenzo non aveva ancora 4 anni

Invece il padre Albano ha avuto un ruolo molto importante, che poi vedremo

  • Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

In realtà, benché quella dei Milani fosse una famiglia di non credenti, Albano era interessato al tema religioso, e in qualche modo si era confrontato con il figlio, più sensibile della moglie Alice e degli altri due figli (Adriano ed Elena) al tema

 

Ruolo del padre

  • A cominciare dalla questione religiosa. Il padre sicuramente non è stato l’artefice della conversione del figlio – sarebbe arbitrario affermarlo, e infatti Valeria non lo fa – ma sicuramente è stato una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio». Per esempio scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.
  • E poi la parola, secondo me l’aspetto decisamente più importante: a casa si faceva il gioco delle etimologie («Quando si doveva “stare buoni” si giocava con il dizionario etimologico: uno dei giocatori sceglieva una parola, gli altri giocatori dovevano trovarne sia il significato che l’etimolgia») → una operazione, quella di “smontare” le parole per comprenderle a fondo che don Milani compirà quotidianamente, soprattutto a Barbiana; insegna a leggere e a scrivere a Lorenzo (dal “libro del bebè” compilato da Alice Weiss: «Nel marzo del 1928 ha imparato col babbo in poche settimane a scrivere a macchina, ora scrive correttamente e abbastanza rapidamente e sa leggere anche lo stampatello. Colpisce la chiarezza e la logica della sua parola»); dattiloscrive i suoi testi, li fa leggere a famigliari ed amici per avere suggerimenti, integrazioni ecc. → pratica che seguirà sempre anche don Milani, fino alla “scrittura collettiva” con cui verrà redatta Lettera a una professoressa; infine altre cose che riguardano in generale la famiglia Milani (ricca e borghese): casa piena di libri, di vari argomenti e in diverse lingue; intellettuali che frequentano casa Milani e con i quali i figli imparano a conversare, con curiosità e senza vergogna
    (→ Milani educa i ragazzi di Calenzano e Barbiana a non avere soggezione
    → Milani invita intellettuali a Calenzano e Barbiana per “sfruttarli” per i ragazzi)

Tutto questo fa sì che la parola e la lingua si carichino anche di un valore affettivo (legami che nascono e si mantengono con la parola) e diventino il principale strumento di emancipazione e liberazione per i propri allievi di Calenzano e soprattutto di Barbiana

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. È un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, , un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

*Relazione all’incontro di presentazione del libro di Valeria Milani Comparetti, Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole. Testimonianze inedite dagli archivi di famiglia, Edizioni Conoscenza, Roma 2017 presso la Comunità cristiana di base di San Paolo e il Cipax, 24 febbraio 2018

Elezioni 2018: sostenibilità e coesione sociale temi chiave per “Aggiornamenti sociali”

21 febbraio 2018

“Adista”
n. 6, 17 febbraio 2018

Luca Kocci

 

«Votare “per realtà” è meno attraente che votare “per entusiasmo”», ma è questo ciò che devono fare gli «elettori maturi».

L’editoriale di p. Giacomo Costa, direttore del mensile dei gesuiti del Centro san Fedele di Milano, aggiornamenti sociali (febbraio 2018), più che una “indicazione di voto” in vista delle elezioni politiche del prossimo 4 marzo (per esempio a favore delle “larghe intese”, come hanno fatto il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, e i gesuiti di Civiltà cattolica, v. Adista Notizie nn. 4 e 5/18; anche se anche lui immagina questo come esito più probabile) propone un percorso che intreccia «emozioni, sentimenti» e ragione. La conclusione è l’invito ad un itinerario di discernimento che tenga «saldamente i piedi per terra senza rinunciare alla passione per il nostro Paese e mettere in gioco tutte le proprie risorse, razionali ed emotive». Considerando alcuni elementi fondamentali dei programmi delle diverse forze politiche: la «sostenibilità», la «coesione sociale» la valorizzazione delle «differenze». E, al contrario, prendendo le distanze «dalla seduzione di un leader forte, capace di risolvere ogni problema, o di un partito a cui affidare una sorta di delega in bianco onnicomprensiva».

Il percorso tracciato da p. Costa è complesso. Innanzitutto bisogna fare i conti con le emozioni e i sentimenti che avvolgono gli elettori rispetto alla politica – «indifferenza», «confusione ed incertezza», «tanta rabbia e tanto disgusto», «delusione» – senza tuttavia perdere la «speranza». Quindi guardare con attenzione al passato. «L’Italia che arrivava alle elezioni del 2013 si stava avvitando in una spirale di paralisi, con la crisi del governo Berlusconi e il ricorso a quello “tecnico” di Mario Monti», si legge nell’editoriale di aggiornamenti sociali. «Le infinite proposte di riforme mai realizzate segnalavano una paralisi istituzionale, mentre anche il sistema economico appariva bloccato, incapace di innovarsi a difesa della propria competitività. I risultati delle elezioni furono uno choc: il Paese si ritrovò senza quella maggioranza parlamentare a cui era abituato. Il governo delle larghe intese di Enrico Letta, che vedeva fianco a fianco gli schieramenti che si erano avversati nei vent’anni precedenti, così come la rielezione del presidente Napolitano, 87enne, furono una sorta di ultima spiaggia: un aiuto per uscire dall’impasse, ma innegabilmente anche icone dello stallo del Paese». In questo frangente si sono affacciate prepotentemente alla ribalta due opzioni che, per motivi speculari, p. Costa boccia: il «grillismo» e la «rottamazione» renziana, proprio perché “figlie” del leaderismo e della delega in bianco.

«L’Italia di oggi – prosegue – non è quella di cinque anni fa, non solo per una timida ripresa economica», ma anche perché dei «processi di riforma sono stati effettivamente avviati in tanti ambiti: Jobs act, Buona scuola, stabilizzazione dei precari in alcuni settori pubblici, ammortizzatori sociali e contrasto alla povertà, riforma del Terzo settore e delle banche popolari, collegato ambientale, interventi nel delicato e controverso campo dei diritti civili e della bioetica, ecc. Non tutti hanno portato i frutti sperati e non tutti sono condivisibili», «molti altri non sono riusciti a concludere il loro iter», a cominciare dalla «riforma della cittadinanza (il cosiddetto ius soli)», tuttavia « alcune cose sono cambiate anche grazie alla politica, e oggi è più difficile affermare che questa non serve a niente o non conta più niente».

E allora, dal momento che la politica «serve», bisogna abbandonare tentazioni astensionistiche (anche se, riconosce p. Costa, «è una opzione da non ridicolizzare né demonizzare, e non è sempre sinonimo di rinuncia e disimpegno») e «rivolgere lo sguardo al futuro», andando «al di là delle urgenze urlate della campagna elettorale (peraltro poche e spesso stantie), uscendo dalle secche di una politica di breve o brevissimo termine, per identificare alcuni elementi di questo “orizzonte d’attesa”». Uno su tutti: la «sostenibilità», non solo dal punto di vista ambientale (comunque molto importante per il mensile dei gesuiti, che già da qualche anno si sono fatti promotori di una rete di centri per l’etica ambientale, v. Adista Notizie n. 26/14) ma anche economico e sociale, valorizzando la risorsa immigrazione, unica a poter rianimare un «declino demografico» che sembra irreversibile e che in breve tempo potrebbe trascinare verso il baratro il welfare e l’intera economia («non riusciamo neppure a immaginare – scrive p. Costa – che cosa accadrà quando [i 50enni di oggi] si ritireranno in massa dal lavoro e saranno interamente “a carico” di un numero di giovani assai più ridotto. Lo stress per il sistema sanitario e di welfare è assicurato, mentre pensioni meno generose limiteranno le possibilità di sostenere l’economia con i consumi».

«L’avvenire non potrà che essere comune e la sua costruzione passa dal confronto tra le molte differenze che abitano il Paese», conclude l’editoriale di aggiornamenti sociali. «Il richiamo del “prima noi”, se non addirittura “prima io”, è potente, e non solo per i politici; infatti lo riconosciamo in tanti comportamenti generalizzati, a partire dell’evasione fiscale. Si tratta di pretese sempre più spesso “sdoganate” e dichiarate legittime, che ci conducono nella direzione opposta a quella della coesione e della “amicizia sociale”. Quanti e quali partiti e candidati resistono ad assecondare o addirittura ad alimentare questa tendenza? Invece quello di cui abbiamo bisogno è costruire spazi di dialogo e di mediazione, recuperare la capacità di articolare differenze e pluralità: pare saggio allora scegliere una classe politica almeno potenzialmente capace di accompagnare questo percorso. A urne chiuse, la nuova legge elettorale obbligherà probabilmente gli eletti a trovare accordi e mediazioni: è bene che cooperiamo scegliendo persone capaci di farlo».

“Argomenti 2000”, per una grammatica della democrazia e dell’equità

21 febbraio 2018

“Adista”
n. 6, 17 febbraio 2018

Luca Kocci

Contrastare il populismo, rilanciare il ruolo dei partiti e del metodo democratico.

È decisamente “fuori moda”, in tempi di antipolitica dilagante e di massiccio astensionismo, il “Manifesto” promosso dall’associazione Argomenti 2000 (animata da Ernesto Preziosi, attualmente deputato del Partito democratico, già vice-presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana dal 1995 al 2006), in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, ispirato ai valori della «cultura cattolico-democratica». «Non si tratta di un atto nostalgico, né della riproposizione di modelli e paradigmi che, per quanto fondamentali, appartengono ad altri passaggi della storia», si precisa nel Manifesto. «Vogliamo piuttosto porci, forti di una tradizione che ci ha consegnato metodo e valori importanti, all’interno della vicenda attuale raccogliendo le sfide che ci stanno davanti».

La «crisi democratica» è «profonda», spiega il Manifesto di Argomenti 2000 (che si può firmare inviando la propria adesione all’indirizzo: info.cerses@gmail.com). «La vasta disaffezione che alimenta  il  non  voto  è  solo  uno  dei  segnali  della  crisi.  Tra  questi,  anche  il  consenso  sempre  più esteso per forze politiche che mettono in discussione la cultura dei diritti, proponendo riferimenti ideologici  di  carattere  identitario  e  nazionalista,  come  anche  la  sfiducia  nelle  capacità  delle democrazie di governare un quadro complesso e in rapido mutamento. La  percezione politica e culturale è sull’immediatezza, sganciata da qualsiasi  prospettiva  temporale  di  medio  e  lungo periodo.  In questo clima si accentua  la sensazione di vivere  in uno stato di perenne  emergenza, nel quale a dominare sono i toni populisti, i temi della sicurezza, e le temute “invasioni” di migranti, letto tutto in una logica di paura».

Proprio per questo il populismo va «contrastato rilanciando il  ruolo  dei  partiti»  e nella convinzione «che  la democrazia sia un “metodo” di  decisione fondato  sulla  discussione pubblica  e  libera,  sulla  maturazione  di  una  consapevolezza  collettiva  e  sulla  costruzione  del consenso,  ma  che  non  possa  fare  a  meno  della  rappresentanza». Ai dirigenti del Movimento 5 Stelle probabilmente “fischieranno le orecchie”: «A  chi  trova  che  tale  metodo  sia inefficace  rispetto  alla  velocità  richiesta  oggi – si puntualizza nel Manifesto –, ribadiamo  che  si  tratta  del solo processo  politico, alternativo agli autoritarismi, capace di elaborare visioni di lungo periodo, che guardano lontano e assumono la responsabilità delle generazioni a venire».

Nel merito, sono cinque le «urgenze» a cui, secondo Argomenti 2000, il prossimo Parlamento dovrà dare delle risposte, a cominciare dalla «dignità delle istituzioni della nostra democrazia repubblicana»: occorre «sostenere  la  definizione  di  una  prassi  parlamentare  capace  di  interpretare  le  istanze complesse  del  Paese; affermare  un  equilibrio  rispettoso  fra  le  funzioni  e  le  prerogative  di Parlamento e governo; far crescere, attraverso la prassi politica, l’idea che le istituzioni rappresentative  sono  riflesso  e  stimolo  di  una  democrazia  che  si  intende  come  pubblica discussione  nella  quale  matura  una  scelta». Poi «lo sviluppo come crescita integrale», elaborando «un  pensiero  sul  lavoro  e  sulla  logica  degli  investimenti» e pensando «in  termini  di sviluppo più che di crescita, secondo una logica integrale e ambientale». Quindi la costruzione di una «società equa»: in particolare «sostenere processi di equità nel tessuto sociale e operare attraverso la leva fiscale e la tutela dei diritti; lavorare    sui    migranti    con    una    politica dell’integrazione e non solo dell’accoglienza; affrontare lo iato fra generazioni con un’opera di  governo  che  in  ogni  scelta  consideri  prioritarie  le  esigenze  dei  giovani;  salvaguardare  il diritto alla salute aggiornando senza distruggerlo il Servizio sanitario nazionale». In politica estera, «l’appartenenza europea e il ruolo del Paese nel quadro globale», difendendo «uno spazio culturale e politico che costituisce, sia per i popoli europei, sia per gli equilibri internazionali, garanzia di sicurezza, di dialogo e di pace». Infine l’educazione: «Serve un nuovo punto di vista con cui guardare alla scuola e all’educazione lavorando  sul modello di trasmissione dei saperi e sulla sua finalità che è la crescita intellettuale, civile e morale delle cittadine e dei cittadini di domani. Educare non significa spiegare com’è il mondo,  informare,  ma  dare  una  grammatica  per  leggere  la  realtà  e  la  massa,  spesso indistinta, di informazioni che soprattutto i giovani ricevono e “subiscono” senza la forza di elaborarle».

Tutto come prima: i cappellani militari li paga lo Stato

11 febbraio 2018

“il manifesto”
11 febbraio 2018

Luca Kocci

Cappellani militari abili, arruolati e ben pagati. Ovviamente dallo Stato.

Il Consiglio dei ministri, nella riunione dell’8 febbraio, ha infatti approvato lo «schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate». È il risultato dei lavori, iniziati nel 2015, della Commissione bilaterale Italia-Santa sede che avrebbe dovuto presentare una proposta di riforma dell’intero sistema dei preti-soldato. Si era addirittura ventilata l’ipotesi, dopo alcune dichiarazioni a mezzo stampa dei vertici dell’Ordinariato militare (l’arcivescovo castrense, mons. Marcianò, e il suo vicario, mons. Frigerio), di una possibile smilitarizzazione dei cappellani militari che, essendo inquadrati nella gerarchia delle Forze armate, hanno i gradi e un lauto stipendio statale, soprattutto gli ufficiali. Come invece ampiamente prevedibile – le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre affermato di non voler rinunciare né alle stellette né al denaro pubblico – tutto resta come prima. Quelle dei più alti in grado della gerarchia clerical-militare erano parole al vento, o fumo negli occhi. E il premier Gentiloni ha preferito genuflettersi – come del resto i suoi predecessori – di fronte all’ordinario militare-generale di corpo d’armata.

Risultato: non cambia nulla, o quasi. «L’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiega Palazzo Chigi. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie». Unica buona notizia sembra la riduzione del numero dei cappellani: dagli attuali 204 a 162. Ma non è detto che nel lungo iter che l’Intesa dovrà percorrere (Santa sede, Chiesa italiana, Parlamento) non rientrino dalla finestra, come cappellani fuori ruolo.

In ogni caso per il 2018 e il 2019 vale quanto già stabilito dalla legge di bilancio per il triennio 2017-2019: lo Stato spenderà poco meno di dieci milioni di euro l’anno per il mantenimento dei preti sodato. I quali, in base alle tabelle ministeriali, vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126mila euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di corpo d’armata); 104mila per il vicario generale (generale di divisione); 58mila per il primo cappellano capo (maggiore); 48mila per il cappellano (capitano); 43mila per il cappellano addetto (tenente).

«Per risparmiare sarebbe stato sufficiente equiparare i cappellani militari a quelli della Polizia di Stato, che percepiscono uno stipendio medio di 1.350 euro al mese», dice Luca Marco Comellini (segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e delle Forze di polizia, della “galassia” radicale). «Volevamo abolirlo, invece il sistema viene rilanciato e consolidato», commenta Vittorio Bellavite di Noi Siamo Chiesa.

Le associazioni cattoliche ai partiti: «Basta con l’emergenza migranti»

10 febbraio 2018

“il manifesto”
10 febbraio 2018

Luca Kocci

Abrogazione del reato di clandestinità, semplificazione delle modalità di ingresso in Italia superando la divisione fra chi fugge dalla guerra o dalla povertà, cittadinanza, diritto di voto alle elezioni amministrative.

Sono alcune delle proposte sulla questione migrazioni rivolte ai partiti in vista delle politiche del prossimo 4 marzo da un cartello di associazioni, istituti missionari e movimenti cattolici, da quelli tradizionalmente più attivi nel sociale (Centro Astalli, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comunità di sant’Egidio, Pax Christi) ad altri decisamente più istituzionali (Acli, Azione cattolica, Fuci, Focolari), oltre alla Federazione delle Chiese evangeliche. Segno che il tema migranti sta diventando uno spartiacque sia per i vescovi (card. Bassetti, presidente Cei: «Bisogna reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia») che per l’associazionismo cattolico-democratico. Anche se resta un blocco numericamente significativo ed elettoralmente pesante di clerico-moderati – o meglio clerico-fascisti – che apprezza, in nome delle “radici cristiane” dell’Italia, le posizioni xenofobe e razziste della destra di Salvini e Meloni, quando non di Forza nuova e Casa Pound.

Le proposte «per una nuova agenda sulle migrazioni in Italia» sono sette. Si comincia da una nuova «legge sulla cittadinanza», perché «troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento». Serve un «nuovo quadro giuridico per accogliere quanti arrivano nel nostro Paese senza costringerli a chiedere asilo», quindi includendo anche i «migranti economici»: riattivazione dei «canali ordinari di ingresso», ripristinando il vecchio «decreto flussi», introducendo il «permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione», la «attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri» e il «sistema dello sponsor». Occorre poi «regolarizzazione gli stranieri radicati», ovvero coloro che hanno un lavoro o legami familiari comprovati o che abbiano svolto «un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione». Bisogna «abrogare al più presto» il reato di immigrazione clandestina, «che è ingiusto, inefficace e controproducente». E consentire «l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno di lungo periodo». Poi «riunificare nello Sprar l’intero sistema» di accoglienza, perché torni «sotto un effettivo controllo pubblico», aumentando «in maniera sostanziale e rapida il numero di posti totali». Infine le «buone pratiche»: siamo «sommersi da casi di cattiva accoglienza», denunciano le associazioni, ma «c’è anche un’altra faccia dell’accoglienza dei migranti, meno esposta e ben più positiva» che «va raccontata il più possibile» perché sia «replicata».

Si tratta di una questione di «giustizia sociale». I partiti devono dire come intendono affrontarla. E i cittadini decidere da che parte stare.

“Civiltà Cattolica” verso le elezioni: grande coalizione e Gentiloni premier

9 febbraio 2018

“Adista”
n. 5, 10 febbraio 2018

Luca Kocci

Dopo la Conferenza episcopale italiana con il suo presidente card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 4/18), anche i gesuiti di Civiltà Cattolica, ad un mese dalle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, spingono per le larghe intese, e magari per un Gentiloni bis che possa proseguire il lavoro svolto dal suo governo.

La preferenza – esplicita quella per una grande coalizione dei moderati Pd-Forza Italia, implicita quella per Gentiloni premier – emerge dall’ampio focus di p. Francesco Occhetta (“Alla vigilia delle elezioni politiche in Italia. Tra radici e futuro”), pubblicato sul quaderno n. 23 (3-17 febbraio 2018) del quindicinale dei gesuiti diretto da p. Antonio Spadaro, le cui bozze, prima di andare in stampa, vengono lette e talvolta corrette dalla Segreteria di Stato vaticana.

Il punto di partenza è la Costituzione italiana, i cui principi «continuano a nutrire e a custodire la democrazia italiana», «un dono di cui a volte [il popolo italiano] fatica a percepire e a ricordare il costo», «il faro nelle notti della Repubblica». Ed è proprio sulla base dei valori costituzionali che p. Occhetta, notista politico di Civiltà Cattolica, richiama «alcuni criteri per esprimere un voto responsabile».

Prima di tutto «l’attenzione ai programmi dei partiti per scegliere quelli che costruiscono invece di demolire, che vanno oltre gli slogan elettorali e al di là di singoli temi della campagna elettorale». I programmi, scrive Occhetta, «non sono neutri rispetto ai valori», vanno privilegiati quelli che «rimuovano le disuguaglianze nei grandi temi nell’agenda pubblica, come il lavoro, la giustizia, l’integrazione, la costruzione dell’Europa, la gestione dell’innovazione tecnologica, la green economy, la vita di una società povera di figli».

Poi la scelta del candidato, basata non sullo «storytelling» ma l’«affidabilità» e l’«esperienza amministrativa», perché «per amministrare occorrono non solo onestà ma competenze specifiche». Il grido «onestà onestà» elevato in ogni piazza dai militanti del Movimento 5 cinque stelle è liquidato in due righe. Ma l’attacco più duro ai penta stellati arriva quando p. Occhetta suggerisce di valutare con attenzione la «cultura costituzionale dei partiti e dei loro leader». Il riferimento è al fatto che il parlamentare eletto deve essere libero di agire «senza vincolo di mandato», come del resto prevede la Costituzione all’articolo 67. Quindi «se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare». L’attacco al partito-movimento guidato da Luigi Di Maio è preciso. «Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi – è qui il bersaglio sembra essere piuttosto la destra identitaria di Giorgia Meloni e Matteo Salvini –, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta».

L’invito è a «valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali», sgombrando il campo da «tre illusioni ottiche» della campagna elettorale. «La prima è credere che il centro-destra sia coalizzato e unito; la seconda è pensare che il M5S sia omogeneo e compatto; la terza è che la sinistra sia moderna dopo la frammentazione interna e la re-introduzione del sistema proporzionale. Il M5S – prosegue Occhetta – potrebbe governare con chiunque lo appoggi, anche con Salvini o Grasso, che su questo punto ha preso le distanze dalla Boldrini. Il centro-destra potrebbe governare da solo, molto sbilanciato sulle forze politiche di destra coordinate dalla Meloni e Salvini, che ha preso le distanze da Maroni, la persona della Lega più titolata a governare». Quindi «l’ultima possibilità è quella di una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea».

Fatte le larghe intese, a chi la guida del governo? «I leader dei partiti come Renzi, Berlusconi e quelli delle forze centriste diventerebbero i garanti, ma non i protagonisti, di un’operazione politica più larga». Quindi un leader nuovo. O uno vecchio, come per esempio l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Civiltà Cattolica non lo propone esplicitamente, ma lo lascia intendere abbastanza chiaramente: «L’ultimo atto della legislatura – scrive Occhetta – è il governo guidato da Paolo Gentiloni, che chiude il suo mandato con 65.000 occupati in più a novembre 2017, un dato che uguaglia il record di occupati del 1977, e dopo aver realizzato il reddito d’inclusione, l’equilibrio dei conti pubblici (con la manovra di primavera), la difficile gestione dell’immigrazione e il G7 con il rilancio del progetto europeo. Ma ancora molto rimane da fare».

Regione Sicilia: anche i vescovi contro gli “stipendi d’oro”

9 febbraio 2018

“Adista”
n. 5, 10 febbraio 2018

Luca Kocci

I vescovi siciliani contro gli «stipendi d’oro» della Regione Sicilia.

La polemica contro la decadenza, dal primo gennaio 2018 (come del resto per il Senato della Repubblica, a cui sono agganciati gli stipendi siciliani), del tetto massimo di 240mila euro annui per i salari di assessori regionali, deputati dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) e grandi burocrati della Regione – rivendicata con forza dal presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché (Forza Italia) – era partita da don Cosimo Scordato e dalla Comunità di san Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo (v. Adista Notizie n. 1/18). Ora viene fatta propria dai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica dell’isola, ovvero la Conferenza episcopale siciliana che, al termine della propria sessione invernale – presieduta  da  mons.  Salvatore  Gristina, arcivescovo  di  Catania –, nel comunicato finale ufficiale, ha fatto esplicito riferimento alla questione stipendi. «I vescovi – si legge nella nota –,  attenti  ascoltatori  del  grido  dei  poveri, manifestano convinta condivisione alla denuncia di quanti, anche presbiteri, hanno evidenziato la distanza tra il sentire della nostra gente e le prospettive di chi è interessato a  salvaguardare i privilegi economici di pochi burocrati, a discapito di chi non ha un livello di vita dignitoso». Concetto rinforzato dal vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero: «La gente è stanca di sapere che ci sono fasce elitarie e privilegiate che guadagnano in un anno quanto fasce più povere non arrivano a guadagnare in una vita».

Poche righe, ma emanate da una voce autorevole – quella della Conferenza episcopale sicula – che rilanciano quanto già denunciato da don Scordato. «Caro onorevole Miccichè, abbiamo apprezzato il discorso pronunziato nel giorno del suo insediamento a presidente dell’Assemblea regionale, soprattutto condividiamo con lei il desiderio di una Sicilia bellissima, per sviluppo e trasparenza», scriveva don Scordato nella sua lettera aperta diffusa immediatamente prima di Natale. «Ma ci risulta fortemente imbarazzante il passaggio nel quale lei afferma: “Sono assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti, ma da tempo il mondo ha dichiarato fallito il marxismo: non tutti gli stipendi possono essere uguali, non tutto il lavoro è uguale”; sottintendendo che va data rilevanza a meriti e responsabilità diversi. Avremmo preferito focalizzare l’attenzione sui bisogni e i diritti fondamentali di tutti i siciliani, senza dare precedenza a quelli acquisiti dal personale regionale». «Cosa possiamo rispondere – chiedeva don  Scordato – a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600 e 800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di mille euro (o spesso anche di meno!); ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100mila ai 400mila euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa».

I conti che evidenziano la sperequazione li ha fatti Gian Antonio Stella insieme a Giacinto Pipitone (Corriere della Sera, 24/1). «Se un dipendente della White House (Casa bianca, la residenza ufficiale del presidente Usa, n.d.r.) guadagna mediamente 89.000 dollari l’anno (72.497 euro al cambio di oggi) cioè solo il 35% in più del reddito d’un americano medio, il suo collega all’Assemblea regionale siciliana di euro ne incassa in media 146.500. Che come dicevamo non soltanto è il doppio di quanto Donald Trump paghi mediamente i suoi collaboratori ma il decuplo del reddito pro capite (14.174) di un siciliano delle province più povere come Enna o Agrigento. Il decuplo!». E ancora: «Ridotto da decine di prepensionamenti e pensionamenti a 180 dipendenti di ruolo, il personale del Palazzo dei Normanni, pesa sul bilancio dell’Ars per 26.370.000 euro. Poco meno di quanto pesino su quello della Casa Bianca le 377 persone che mandano avanti quello che è considerato il palazzo del potere per eccellenza: 30.628.312 euro».

Il papa e il sultano: la guerra divide, Gerusalemme unisce

6 febbraio 2018

“il manifesto”
6 febbraio 2018

Luca Kocci

Uniti su Gerusalemme, divisi su tutto il resto.

Può essere sintetizzato così l’incontro che si è svolto ieri mattina in Vaticano fra papa Francesco e Recep Tayyip Erdoğan. Un’udienza fortemente voluta dal presidente turco (l’ultima visita di un capo di Stato risale a 59 anni fa, con papa Giovanni XXIII), che ha avviato i primi contatti con la Santa sede all’indomani della decisione del presidente Usa Donald Trump di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola di fatto come capitale di Israele. Erdogan sapeva di essere in sintonia con il pontefice sulla questione Gerusalemme e sul suo status internazionale, in netta opposizione a Trump, e su questo ha cercato una sponda Oltretevere. Anche per tentare di nascondere altri temi, sui quali, invece, la distanza fra Santa sede e Repubblica turca è ampia.

L’apice delle tensioni fra Francesco ed Ankara si toccò nell’aprile 2015, centenario del genocidio degli Armeni perpetrato dagli ottomani, quando il papa chiamò il «Metz Yeghern» (il «Grande Male»), «il primo genocidio del XX secolo». Immediate le reazioni turche: Erdogan fece convocare il nunzio apostolico per una protesta formale ed espresse «forte irritazione» per le parole del papa. Ma Santa sede e Turchia sono lontani anche su altre questioni, in parte affrontate nel colloquio di ieri: la guerra, i migranti, i diritti umani.

La tensione era emersa già nei giorni precedenti l’arrivo di Erdogan. Domenica, a Torino, alcuni esponenti dei centri sociali hanno interrotto per pochi minuti la messa in una parrocchia, srotolando uno striscione davanti l’altare («Erdogan ha le mani sporche di sangue») e leggendo un breve testo: «Il papa e le più alte cariche dello Stato italiano incontreranno Erdogan, dittatore della Turchia, che da 15 giorni ha lanciato ad Afrin, nella Siria del nord, l’operazione “Ramoscello d’ulivo”: il simbolo di pace dei cristiani per coprire una grande operazione militare con bombardamenti e un importante dispiegamento di forze di terra». E a piazza San Pietro, poco prima dell’Angelus, le forze dell’ordine hanno bloccato cinque cittadini curdi che volevano entrare in piazza con bandiere e striscioni.

L’incontro di ieri è stato blindatissimo. E il comunicato della sala stampa della Santa sede più laconico e asettico del solito. Segno della volontà, da parte dell’entourage del papa, di tenere un profilo basso, per non enfatizzare un’udienza “scomoda” e per non alimentare nuove tensioni con la Turchia, in nome della realpolitik vaticana.

Alla vigilia dell’incontro, due appelli – uno di Articolo 21 ed altre associazioni e un altro di vari esponenti della sinistra (Nicola Fratoianni, Luca Casarini, Gianfranco Bettin e altri) – avevano chiesto al pontefice di «affrontare in modo franco la questione del rispetto dei diritti umani» e di «richiamare Erdogan affinché cessi la campagna militare intrapresa contro i curdi in Siria e interrompa la spirale repressiva e di terrore intrapresa nel suo Paese».

Francesco qualche appunto ad Erdogan l’ha fatto, sebbene per trovarlo bisogna leggere fra le righe del comunicato della Santa sede, cogliendo quello non c’è scritto: «Nel corso dei cordiali colloqui», si legge, «si è parlato della situazione del Paese, della condizione della comunità cattolica, dell’impegno di accoglienza dei numerosi profughi e delle sfide ad esso collegate. Ci si è poi soffermati sulla situazione in Medio Oriente, con particolare riferimento allo statuto di Gerusalemme, evidenziando la necessità di promuovere la pace e la stabilità nella Regione attraverso il dialogo e il negoziato, nel rispetto dei diritti umani e della legalità internazionale». Più chiaro il messaggio contenuto nei doni di Francesco ad Erdogan: un medaglione che raffigura «un angelo della pace che strangola il demone della guerra, simbolo di un mondo basato sulla pace e la giustizia». Insieme all’enciclica Laudato si’ e al messaggio per la Giornata della pace, dedicato alla nonviolenza.

Traduzione: siamo d’accordo sul fatto che Gerusalemme mantenga uno status internazionale, ma non sul resto, ovvero sulla gestione della questione migranti, sul rispetto dei diritti umani e sulla guerra contro i curdi in Siria.