Storie d’amore e di libertà: suore e preti omosessuali si raccontano

“Adista”
n. 42, 7 dicembre 2019

Luca Kocci

Consacrati, religiosi, religiose ed omosessuali. Sono le storie contenute in Amori consacrati. Testimonianze di suore, frati e preti omosessuali in Italia (Gabrielli editori, pp. 244, 16€, in vendita anche presso Adista, tel. 06/6868692; abbonamenti@ adista.it; http://www.adista.it), curato da don Franco Barbero (grazie anche a Progetto Gionata, portale su fede e omosessualità: http://www.gionata.org), uno dei primi preti ad occuparsi, già negli anni ‘60, delle persone omosessuali credenti, dimesso dallo stato clericale da papa Wojtyla nel 2003, tuttora attivo nelle comunità di base. Sono storie di amore e di libertà, ma anche di sofferenza, rinuncia e senso di colpa.

Sette uomini e sei donne raccontano la loro vita di omosessuali e religiosi: una condizione condannata dalla Chiesa cattolica (secondo il Catechismo, l’omosessualità è una «inclinazione oggettivamente disordinata») con cui tutte e tutti, in modi e con scelte diverse, hanno fatto i conti, giungendo alla fine a vivere questa “doppia appartenenza” in piena libertà e pace interiore davanti a Dio, perché, spiega don Giuseppe, uno dei testimoni del libro, «l’esperienza di fede è sempre oltre l’istituzione».

Abbiamo approfondito i contenuti del libro e il tema dell’omosessualità nella Chiesa cattolica in un’intervista a due voci con Barbero e con una dei curatori del volume che, essendo tuttora impegnata in una struttura ecclesiastica, ha scelto di restare anonima.

Nel libro sono raccontate storie di amore e di libertà, ma anche di sofferenza, rinuncia e senso di colpa…

C’è suor Maria che dopo venti anni di convento ha il coraggio di rigiocarsi la vita ed esce per vivere con la sua compagna dopo anni di relazione clandestina. Don Elia che dice del suo grande amore, oggi morto: «con lui fare l’amore era veramente pregare». Suor Rossana mandata dalla superiora dallo psichiatra perché ha confessato di essere attratta dalle donne e di essersi innamorata. Frate Raimondo che esce dall’Ordine perché pensa che Dio lo chiami ad essere felice e non vuole nascondersi dietro le mura protettive di un monastero. E tante altre. Ogni storia è una storia d’amore e quindi di libertà e di rinuncia, come qualsiasi amore che è libertà e rinuncia.

Cosa vi ha particolarmente colpito?

Ci ha colpito il fatto che l’amore impedito libera una forza dirompente che è l’essenza stessa di ogni vero amore. Quasi tutti gli intervistati inizialmente hanno proibito a se stessi di amare, autonegandosi di vivere l’amore perché la struttura lo proibisce, la Chiesa cattolica in questo caso, ma anche la famiglia o la società. Ma la forza dell’amore che bussa alla porta e chiede di uscire libero ha vinto. Questo colpisce: persone capaci di oltrepassare la regola per vivere veramente, senza nascondersi a se stessi.

Mi ha colpito don Giuseppe, prete da 20 anni, quando mi ha detto: «Se uno si abitua troppo a fare sesso, rischia poi di non saper più fare l’amore»; e Francesca ex-suora che vive ormai con la sua compagna ma che per anni era in cerca di integrità umana per non essere solo un vestito, solo un ruolo. Il libro è un occasione per chiunque si sia mai fatto delle domande sulla sessualità, sull’unità della persona umana, sulla norma, sulle istituzioni, sul rapporto con l’autorità di poter leggere delle riflessioni profonde su questi temi.

Don Elia dice che spesso viene accusato di ipocrisia, dal momento che resta «in un sistema che non accetta l’omosessualità». Perché molti preti, religiosi e religiose decidono di rimanere nella Chiesa, talvolta vivendo una doppia vita, e non rinunciano alla consacrazione religiosa?

Perché sperano di cambiare la Chiesa da dentro. Sono diventati preti o religiosi o suore perché si sono innamorati di Dio e vogliono aiutare gli altri. Tutti hanno dato la vita per un ideale. Quelli che decidono, in coscienza, di stare dentro e vivere relazioni amorose cercano di cambiare l’istituzione – fatta di uomini e donne – da dentro, ad esempio predicando il valore della diversità e la tolleranza. Non giudicando dal pulpito. Includendo e non escludendo. Facendo prediche che partono dal vissuto, non dalla teoria. Anche dal vissuto amoroso, dalle ferite e dalle gioie d’amore.

Hanno fatto un cammino interiore tale da essere coscienti di se stessi, in primo luogo dei bisogni affettivi, per essere più completi. Molti preti e suore invece vivono veramente la doppia vita. Non essendo coscienti di sé si sdoppiano: di giorno in abito, di sera nudi in sauna.

Hanno più difficoltà le donne o gli uomini?

Le donne. Per loro è più difficile lasciare il convento, perché escono letteralmente in mutande. Da anni indossano esclusivamente l’abito e non hanno neanche più vestiti civili nell’armadio. Per non parlare dei soldi. Inoltre per le donne è difficile anche poter vivere una relazione stando in convento: hanno meno libertà di movimento degli uomini, devono dare una giustificazione anche solo per fare un passo fuori dalle mura. Gli uomini invece sono più liberi di muoversi come vogliono, quindi hanno maggiori possibilità di sviluppare relazioni affettive fuori dalla canonica o dal convento.

Chi opta per la doppia vita, costringe anche il proprio compagno o la propria compagna a nascondersi: non è una forma di ingiustizia?

L’amore non costringe. Se il compagno o la compagna è pronto a vivere la storia d’amore nella clandestinità è scelta sua. Vorrà dire che è un amore incondizionato! Dice: in qualsiasi condizione tu sia, noi siamo, io ci sto. Alcuni compagni e alcune compagne hanno avuto la pazienza e il coraggio di aspettare, far crescere la storia d’amore, metterla alla dura prova del percorso interiore e poi, finalmente, dell’uscita. Altre storie sono andate diversamente: il consacrato dopo anni ha scelto di rimanere dentro e ha messo fine alla storia o il compagno/la compagna si è stancato ed è andato via.

Racconta Amadeo, ex prete «uscito per fedeltà al Vangelo e per una questione di coerenza con me stesso»: «In seminario non ho nascosto niente, i superiori sapevano della mia omosessualità. Dall’inizio mi è stato detto: “Chiudiamo gli occhi, ma non esagerare”. Dopo l’ordinazione mi si ribadiva solo di non fare scandalo». Quanto è forte l’ipocrisia da parte dell’istituzione ecclesiastica che preferisce chiudere gli occhi piuttosto che mettersi in discussione?

Chiudere gli occhi e lasciar fare è l’attitudine generale di cui frati e preti testimoniano. Invece tutte le suore che hanno confessato la propria omosessualità sono state inviate dallo psicologo o dallo psichiatra, altre private degli incarichi, messe al bando dalla comunità, ridotte al silenzio. Da quasi tutte le testimonianze emergono vescovi, superiori e superiore incapaci di ascoltare le persone, figuriamoci di mettersi in discussione!

Nonostante le parole di papa Francesco («chi sono io per giudicare un gay?»), sulla questione omosessualità la Chiesa cattolica sembra immobile. Che ne pensate? Succederà qualcosa o bisognerà attendere ancora centinaia di anni?

La società in generale ci ha messo molto tempo per riconoscere una serie di diritti civili alle persone omosessuali. Prima cambia la società, prima cambierà la Chiesa. Ogni istituzione è lenta. Poi però, quando il divario tra realtà e teoria diventa palese, deve cambiare. Noi abbiamo provato a dare voce a chi nella Chiesa non può parlare, senza semplificazioni, senza scandalismo, senza profezia. Speriamo che possa contribuire ad aprire il dibattito.

 


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