Pedofilia nella Chiesa: la mezza svolta. Intervista a Zanardi, della Rete l’Abuso

“Adista”
n. 45, 28 dicembre 2019

Luca Kocci

Sulla decisione di papa Francesco di abolire il segreto pontificio sui casi di violenza, abuso sessuale sui minori e pedopornografia, Adista ha chiesto un’opinione a Francesco Zanardi, presidente della Rete l’Abuso (la più importante associazione italiana di vittime di preti pedofili) ed egli stesso, ad undici anni, abusato dal parroco savonese don Nello Giraudo, giudicato colpevole dal tribunale, anche se diversi reati sono caduti in prescrizione grazie alle complici omissioni del suo vescovo che lo ha protetto per anni.

Francesco Zanardi, qual è la sua opinione sul provvedimento del papa che abolisce il segreto pontificio sui casi di violenza e abuso sessuale sui minori?

«Accogliamo positivamente questa decisione, fra l’altro chiesta a gran voce durante l’incontro avvenuto lo scorso febbraio in Vaticano, quando le associazioni delle vittime dei preti pedofili, come L’Abuso, Eca Global e Snap, si incontrarono per più di due ore con i rappresentanti vaticani, tra cui padre Hans Zollner, Charles Scicluna e padre Federico Lombardi. Nello scorso mese di maggio avevamo pesantemente criticato il motu proprio Vos Estis Lux Mundi (l’ultimo documento pontificio sulla pedofilia del clero, ndr), perché era blindato dalle varie clausole che si appellavano al segreto pontificio, rendendo il documento, a nostro avviso, peggiore dei precedenti. Ora questo ostacolo effettivamente è stato superato, quindi lo consideriamo un fatto positivo. Si tratta di un primo passo concreto. È ancora insufficiente, ma un buon punto di partenza tangibile».

Sarà efficace?

«Lo verificheremo presto, a proposito di un caso che stiamo seguendo con la Rete l’Abuso. La Procura di Roma ha inviato in Vaticano una rogatoria per acquisire gli atti del fascicolo di don Gabriele Martinelli sugli abusi nel preseminario San Pio X, il collegio dei chierichetti del papa. Vedremo subito se la norma funziona…».

Resta il fatto che il Vaticano e le diocesi consegnano i documenti solo se qualche magistrato glieli chiede, ma non sono obbligati a farlo…

«È vero. Questo è ancora un passaggio mancante. Ma di chi è la mancanza? Non solo della Santa Sede, ma anche dello Stato italiano, che non si è mai preoccupato del problema, lasciando l’intera gestione alla Chiesa. In Svizzera e in Francia, per esempio, l’obbligo della denuncia lo ha inserito lo Stato. In Italia no. Nel nostro Paese, come lamenta a gran voce anche il Comitato per la tutela dell’infanzia delle Nazioni Unite, non solo non esiste questo obbligo, ma le lacune sono gravissime, a partire dal fatto che in tutti questi anni i governi non abbiano mai avviato, come invece è accaduto in molti altri Stati, una commissione di inchiesta che almeno quantificasse l’entità del fenomeno».

Quali misure mancano ancora per un efficace contrasto alla pedofilia del clero?

«Appunto innanzitutto l’obbligo della denuncia dei preti pedofili alle autorità civili del Paese dove i crimini sono stati commessi: un vescovo o un superiore religioso, appena abbia notizia di un prete pedofilo nella sua diocesi o nella sua congregazione, deve essere obbligato a denunciarlo immediatamente alla magistratura. Il processo canonico si basa sul sesto comandamento, “non commettere atti impuri”, quindi giudica il peccato, l’offesa a Dio. Ma non considera il crimine subìto dalla vittima. Di questo, del reato, si deve occupare la magistratura, che condanna il colpevole e risarcisce la vittima».

E poi?

«E poi l’impegno a prendersi cura delle vittime in maniera concreta».

Cosa significa prendersi cura delle vittime?

«Significa per esempio intervenire presto con degli indennizzi adeguati. Voglio ricordare che stiamo parlando di uomini e donne che vivono delle vite sfasciate a causa delle violenze subite, che soffrono di gravi problematiche psicosomatiche, che hanno la necessità di fare lunghissimi percorsi di cura e riabilitazione, che non riescono a trovare un lavoro perché distrutti dai traumi. Vanno aiutati a rialzarsi e a vivere».

Tuttavia si tratta di misure che intervengono dopo che abusi e violenze sono state commesse e agiscono poco sulla prevenzione…

«È vero. Ma l’obbligo di denuncia potrebbe avere anche una funzione preventiva. Mi spiego. Noi chiediamo, e lo abbiamo fatto anche in Parlamento, un certificato antipedofilia anche per i preti, per esempio per un nuovo parroco che arriva o viene trasferito in una parrocchia. Il certificato antipedofilia si produce al casellario giudiziario. Ma se non vi è denuncia, perché non è obbligatoria, il certificato viene rilasciato tranquillamente, perché nulla risulta agli atti. Con l’obbligo di denuncia, invece, questo non sarebbe più possibile. Sarebbe la chiusura del cerchio. La chiusura del cerchio della giustizia, che non può essere amministrata solo dalla Chiesa. La Chiesa può occuparsi del peccato morale, ma non deve occuparsi dei reati».


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