Bergoglio “contromano” con la fedele invadente

“il manifesto”
2 gennaio 2020

Luca Kocci

L’anno di papa Francesco finisce e comincia nel nome delle donne, sebbene con gesti e parole di segno opposto.

La sera del 31 dicembre, in piazza San Pietro, schiaffeggia sulle mani una fedele che lo aveva strattonato con troppo entusiasmo. La mattina del primo gennaio, nell’omelia durante la messa in basilica, condanna la violenza sulle donne.

Il primo episodio accade dopo la celebrazione del Te Deum di fine anno. Il papa esce sulla piazza per salutare i fedeli, e una donna, dietro le transenne, evidentemente per trattenerlo durante il passaggio, lo arpiona e lo tira verso di sé. Francesco tenta di liberarsi dalla presa ma, non riuscendoci, colpisce la donna sulle mani, le grida qualcosa e se ne va contrariato. La notte porta consiglio, i sensi di colpa lavorano (anche perché sui social le battute impazzano: «Sta mano po’ esse fero e po’ esse piuma signo’, oggi è stata fero», citando Mario Brega in un celebre film con Carlo Verdone) e così, all’Angelus del primo dell’anno, arrivano le pubbliche scuse: «Tante volte perdiamo la pazienza; anch’io, e chiedo scusa per il cattivo esempio di ieri», dice Francesco dalla finestra del Palazzo apostolico rivolgendosi ai fedeli in piazza.

Poco prima, la messa in basilica, nel calendario liturgico cattolico dedicata alla solennità di Maria madre di Dio, con l’omelia sulle donne, che «sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo», dice il pontefice. «Da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità», prosegue Bergoglio. «Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato». Facendo poi un implicito riferimento alla questione delle migrazioni, aggiunge: «Ci sono madri, che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».

Il primo gennaio è anche la Giornata mondiale della pace, voluta da papa Paolo VI nel 1968. In piazza San Pietro, infatti, ad ascoltare l’Angelus, ci sono anche i partecipanti alla tradizionale marcia della pace promossa dalla Comunità di Sant’Egidio sul tema «Pace su tutte le terre» (e nella nottata del 31 dicembre Pax Christi ha marciato a Cagliari, poco distante dalla Rwm di Domusnovas, dove si producono le bombe che da anni l’Arabia Saudita utilizza per la guerra in Yemen).

È immediato il collegamento fra donne e pace. «Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna», dice Francesco. «E se vogliamo un mondo migliore, che sia casa di pace e non cortile di guerra, ci stia a cuore la dignità di ogni donna», la quale è «donatrice e mediatrice di pace e va pienamente associata ai processi decisionali. Perché quando le donne possono trasmettere i loro doni, il mondo si ritrova più unito e più in pace».

Certo, quello delle donne resta un argomento scivoloso per la Chiesa cattolica. E quella partecipazione «ai processi decisionali» è quasi del tutto assente in una Chiesa romana che continua a restare fortemente maschile e maschilista.

Una Chiesa-fortezza che nemmeno l’ultimo Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia dello scorso mese di ottobre, che pure ha mostrato importanti aperture nei confronti della possibilità di ammettere al sacerdozio uomini sposati, è riuscito ad intaccare.


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