Parte il testamento biologico. La Toscana capofila nella raccolta delle Dat

“Adista”
n. 1, 11 gennaio 2020

Luca Kocci

Sarà la Toscana la prima regione italiana a raccogliere le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ovvero il testamento biologico: le volontà di ogni persona sulle cure che si desiderano evitare alla fine della vita.

Lo annuncia l’assessora alla Salute della Regione Toscana, Stefania Saccardi: entro fine gennaio sarà operativa la banca dati regionale per raccogliere le Dat, che poi verranno riversate in quella nazionale, il cui iter è stato finalmente sbloccato dal Ministero. Era l’atto che ancora mancava per rendere pienamente operativa la legge 219 del 22 dicembre 2017 (“Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”), quella appunto sul testamento biologico.

«Ci sono state delle lacune normative – spiegava qualche settimana fa all’edizione fiorentina di Repubblica (15/12) Andrea Belardinelli, direttore del settore Sanità digitale e innovazione della Regione –. Le Dat dovevano andare nel fascicolo sanitario elettronico nazionale, ma la normativa approvata nel 2015 non lo prevedeva e questo è stato un primo intoppo». Poi è intervenuto il Garante della privacy e il Consiglio di Stato. Ma adesso gli ultimi ostacoli sembrano superati e il registro regionale potrà partire.

Le Dat potranno essere raccolte dai Comuni, dagli studi dei notai o dalle Asl. «Abbiamo già fatto corsi di formazione al personale – spiega l’assessora Saccardi –, le Asl si sono organizzate anche per allestire gli sportelli che oltre ai normali servizi si occuperanno di raccogliere le Dat». E così entro la fine di gennaio si potranno raccogliere le prime e archiviare nella banca dati quelle già consegnate ma che giacevano nei cassetti. Verranno comunicate ai medici ospedalieri che così indirizzeranno le cure secondo la volontà dei pazienti. Ma saranno accessibili anche ai cittadini, tramite identificazione con il Sistema pubblico di identità digitale (Spid) che garantisce la sicurezza dell’accesso, cosicché potranno modificarle in qualsiasi momento. Perché nella vita si può sempre cambiare idea.

Contro la legge sulla Dat si è sempre schierata la Conferenza episcopale italiana. L’ultima volta lo scorso 11 settembre, con un duro intervento del suo presidente, il card. Gualtiero Bassetti, durante un incontro promosso dal tavolo Famiglia e Vita (che riunisce l’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici, l’Associazione medici cattolici italiani, il Forum delle famiglie, il Forum sociosanitario, il Movimento per la vita e l’Associazione scienza e vita).

In quell’occasione Bassetti, che aveva esordito con un perentorio «vivere è un dovere, anche per chi è malato e sofferente», aveva chiesto al Parlamento di modificare le norme sul testamento biologico, che «rappresentano il punto di partenza di una legge favorevole al suicidio assistito e all’eutanasia».

La legge, aveva aggiunto Bassetti, andrebbe modificata «laddove comprende la nutrizione e l’idratazione assistite nel novero dei trattamenti sanitari, che in quanto tali possono essere sospesi; così, andrebbero chiarite le circostanze che la legge stabilisce per la sedazione profonda e dovrebbe essere introdotta la possibilità di esercitare l’obiezione di coscienza alla norma. Andrebbe, infine, rafforzato il ricorso alle cure palliative, la cui importanza è cruciale nell’offrire il necessario sollievo alla sofferenza del malato».

Ma se questo non dovesse essere fatto e se addirittura venissero consentite eutanasia e suicidio assistito, si aprirebbe «un’autentica voragine dal punto di vista legislativo, ponendosi in contrasto con la stessa Costituzione italiana, secondo la quale “la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Ci si avvierebbe lungo un pericoloso «piano inclinato » per cui «diverrebbe sempre più normale il togliersi la vita, e ciò potrebbe avvenire di fatto per qualunque ragione e, per di più, con l’avvallo e il supporto delle strutture sanitarie dello Stato», e «indurrebbe a selezionare, mediante la formulazione di appositi parametri sanciti dallo Stato, chi debba essere ancora curato e chi non ne abbia il diritto»


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