Al Macrico un parco pubblico. La richiesta di mons. Nogaro e dei casertani al comune e alla Chiesa

“Adista”
n. 2, 18 gennaio 2020

Luca Kocci

L’area ex Macrico di Caserta diventi un «polmone verde» per tutta la città, non una «letale metastasi edilizia». I cittadini e le associazioni casertane – animati dal comitato Macrico Verde – rilanciano la battaglia per destinare a parco pubblico l’area di 33 ettari nel cuore di Caserta (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati), nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come piazza d’armi e poi alle Forze armate italiane che la trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, attiva fino al 1994 quando rientrò nella disponibilità dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc), che in questi decenni ha a più riprese tentato di venderlo al miglior offerente per fare cassa.

In prima fila per la difesa e la restituzione ai cittadini del Macrico, come vent’anni fa – quando fece il suo primo intervento pubblico durante la celebrazione del Te Deum del 31 dicembre 2000 («Meno beni ha la Chiesa, più bene sta, non permetterò nessun tipo di speculazione», v. Adista Notizie n. 9/01) –, c’è ancora l’ex vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che lo scorso 3 gennaio ha ospitato nella propria abitazione la conferenza stampa durante la quale è stata presentata la petizione popolare per chiedere al Comune di Caserta di attribuire al Macrico la classificazione di «zona omogenea F2 – Verde pubblico», ovvero la totale e completa inedificabilità. Accanto a Nogaro, una serie di associazioni locali: la fondazione Don Giuseppe Diana, Pax Christi, l’Agesci, Casa Rut delle suore orsoline (che lavorano con le donne vittime di tratta e schiavitù a scopo sessuale), Casa Zaccheo dei padri sacramentini, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani e poi l’Arci, Italia Nostra, Legambiente, il Wwf e altre ancora. Tutti a chiedere la destinazione F2, l’unica che, si legge nella petizione, «qualificherebbe l’area come “territorio inedificabile destinato alla realizzazione di giardini pubblici coi relativi arredi fissi richiesti per la loro più completa fruizione da parte dei bambini, degli adulti e delle persone anziane”, vietando inoltre “la edificazione di nuove costruzioni anche di carattere provvisorio che eccedono in volume i 18 metri cubi” ed infine garantendo un “indice di piantumazione minimo di 300 alberi per ettaro”». Insomma un vero e proprio bosco urbano, per una città assetata di verde (inadempiente rispetto ai minimi stabiliti dalla legge) e assediata da cave, cementifici e rifiuti tossici della «terra dei fuochi». «Abbiamo intenzione di dare finalmente voce ai casertani», spiega Maria Carmela Caiola, portavoce del comitato Macrico Verde. «Il nostro obiettivo è quello di presentare questa petizione con almeno diecimila firme per convincere questa amministrazione che il Macrico non è terra di conquista per gli speculatori e che l’unica soluzione giusta, oltretutto a costo zero, è quella di destinare l’area a parco pubblico».

Dalla parte del comitato sembra esserci anche il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, il quale, tramite un messaggio letto durante la conferenza stampa dalla senatrice cinquestelle Vilma Moronese, presidente della commissione Ambiente di Palazzo Madama, ha auspicato una rapida soluzione della questione con l’assegnazione della destinazione urbanistica F2.

Meno convinto pare invece il sindaco di Caserta, Carlo Marino (ora del Partito democratico, qualche anno fa di Forza Italia), che ha dichiarato di «non essere un sostenitore del Macrico interamente verde» e che nell’area vorrebbe costruire un scuola. Per il comitato, un «cavallo di Troia» con il quale avviare la cementificazione invece di realizzare il parco.

Comunque ora con la petizione, che sicuramente raggiungerà l’obiettivo delle diecimila firme visto il grande consenso di cui da sempre gode la proposta di un Macrico verde a disposizione dei casertani, il Comune dovrà prendere una posizione netta e dire o sì o no al progetto. Così come dovrà farlo l’Idsc, proprietario dell’area, che anni fa l’aveva messa in vendita a quaranta milioni di euro (con il placet della Conferenza episcopale italiana, che ha l’ultima parola per importi così elevati) e che ha più volte presentato ricorsi amministrativi contro i vincoli della Sovrintendenza che hanno reso parzialmente inedificabile e che da sempre si è schierata contro le proposte di destinazione urbanistica F2, che inevitabilmente farebbe perdere valore all’area, non rendendola più appetibile per eventuali acquirenti privati.

Lo scontro intorno all’ex-Macrico, verde di prati e alberi o grigio di cemento e asfalto, comincia nel 1994, quando appunto l’Idsc di Caserta vince una causa e rientra in possesso dell’area di 324.533 metri quadrati – tre quarti dei quali coperti da alberi e prati – situata nel centro di Caserta, quindi appetibile a molti. Ma il vescovo Nogaro si mette di traverso e ne blocca la vendita (gli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, articolazione periferica dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, hanno personalità giuridica autonoma, sono pertanto indipendenti dal vescovo, a cui però devono chiedere l’autorizzazione alla vendita per cifre superiori ai 250mila euro, e alla Cei per cifre oltre il milione). È sulla scia di quel Te Deum che si costituisce il comitato Area ex Macrico (poi comitato Macrico Verde) che, negli anni, si batte per salvare il terreno dai numerosi tentativi di vendita ai costruttori e per farne uno spazio pubblico verde a disposizione di tutta la città (v. Adista Notizie nn. 9, 11, 13, 15, 43, 51, 63, 73 e 87/07; 65/08). Fino a quando, nel 2008, riesce ad ottenere il vincolo parziale da parte della Soprintendenza, contro cui – andato frattanto in pensione Nogaro – l’Idsc fa ricorso, prima al Tar e poi al Consiglio di Stato, che alla fine conferma il vincolo (v. Adista Notizie nn. 8/12 e 45/18).

«La Chiesa restituisca alla città» il Macrico «come bene comune indivisibile», per essere coerente con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «la giustificazione della proprietà privata non ha mai negato la destinazione universale dei beni della terra», scriveva il comitato Macrico Verde, sei anni fa, a papa Francesco, in visita a Caserta (v. Adista Notizie n. 29/14). «Non chiediamo che la Chiesa doni nulla ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti». Sarà la volta buona?


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: