«Scandalizza la tiepidezza con cui la Chiesa non si ribella alla mafia». Intervista ad Augusto Cavadi

“Adista”
n. 4, 1 febbraio 2020

Luca Kocci

«L’appartenenza a Cosa nostra (come a qualsiasi altra organizzazione criminale in Occidente) è incompatibile con il Vangelo, ma non con quella versione edulcorata, burocratizzata, del Vangelo che è diventata nei secoli la pratica cattolica». Con questa considerazione Augusto Cavadi, curatore del libro Il Vangelo e la lupara (v.qui), inquadra, nell’intervista che riportiamo di seguito, l’avverarsi del fenomeno collusivo che ha impedito, per un tempo incredibile e inopportuno, la presa di coscienza della criminalità della mafia e la conseguente condanna.

Il Vangelo e la lupara dovrebbero essere incompatibili, l’uno la negazione dell’altro. Eppure scrivi che «la stragrande maggioranza dei mafiosi si professa cattolica, tiene molto a sposarsi secondo il rito cattolico, a battezzare e cresimare i figli, a lasciare il mondo con un solenne funerale in chiesa…». Quali sono le ragioni di questo volersi dire, e soprattutto volere apparire, cattolici?

Se adottiamo come sinonimi il messaggio evangelico e la professione cattolica, non sciogliamo la contraddizione. Il mio punto di vista è che l’appartenenza a Cosa nostra (come a qualsiasi altra organizzazione criminale in Occidente) è incompatibile con il Vangelo, ma non con quella versione edulcorata, burocratizzata, del Vangelo che è diventata nei secoli la pratica cattolica. Con il linguaggio di Karl Barth, ma anche di teologi cattolici dei nostri giorni come Alberto Maggi, si potrebbe dire che la mafia è incompatibile con la fede ma compatibilissima con la religione. Quando un mafioso dice di essere cattolico, spesso non mente: nessuno, al catechismo o nelle omelie domenicali, gli ha spiegato che il guscio delle tradizioni, dei riti, delle norme non è il gheriglio della sequela di Gesù, predicatore povero e compassionevole verso i disgraziati. Come la maggior parte dei cattolici (almeno in Italia) è sinceramente convinto che accettare dei dogmi, per quanto astrusi, e frequentare abitualmente le liturgie, per quanto noiose, sia l’essenziale; mentre cercare nel silenzio la comunione col Mistero e servire gli impoveriti della storia sia un optional per chi avverte vocazioni straordinarie.

Forse all’aspetto propriamente teologico si accompagna un problema ecclesiologico: il cattolico medio, dunque anche il mafioso, vede che l’atteggiamento più diffuso tra vescovi e preti non è stato, e non è, di rifiuto netto e clamoroso delle organizzazioni mafiose…

Come la maggior parte degli italiani, anche meridionali, i cattolici non sono né con la mafia né contro la mafia. Sono, o per meglio dire si illudono di essere, neutrali. C’è una valenza militare, terroristica, della mafia che suscita facilmente ripugnanza e condanna. Ma sappiamo che la mafia è anche, e soprattutto, un soggetto politico e economico: da questo punto di vista il mondo cattolico è molto meno allergico. Secondo i periodi storici ritiene che essa non sia il male assoluto e che anzi possa servire da argine a mali peggiori: per esempio da diga contro il comunismo, durante la guerra fredda del XX secolo, o contro le nuove etiche ritenute permissive e eversive dei costumi tradizionali, oggi. Se un partito, o un intero schieramento politico, promette di difendere “Dio, Patria, Famiglia”, pur di fargli vincere le elezioni gli si perdonano tante pecche: a cominciare dai rapporti ambigui con la criminalità organizzata. Lo si è visto per un cinquantennio con la Democrazia Cristiana, poi per un ventennio con il berlusconismo e già i segnali ci sono tutti perché si rinunzi ad esigere dalla Lega di Salvini un atteggiamento di netto rifiuto delle connivenze mafiose.

Non ti sembra però che dal cardinale arcivescovo di Palermo Ernesto Ruffini, che negli anni ‘50-‘60 diceva che la mafia era un’invenzione dei comunisti, a papa Francesco sia cambiato qualcosa a livello strutturale?

«In un certo senso è cambiato tutto, in un altro senso non è cambiato nulla. Certo, che i papi (da Giovanni Paolo II a Francesco, passando per lo stesso Benedetto XVI) urlino la propria condanna della logica mafiosa e delle sue organizzazioni è una vera e propria rivoluzione. Ma affinché queste dichiarazioni solenni si traducano in atteggiamenti pratici, scelte pastorali, gesti concreti nei quartieri difficili delle città e nei piccoli comuni di provincia sarebbe necessario un grande movimento di rinnovamento culturale e etico di cui, onestamente, non vedo tracce. Già la Curia romana, anche in esponenti di primo piano, prova a bloccare ogni minimo tentativo del papa di andare alla sostanza spirituale delle questioni: come si può sperare che questi tentativi si moltiplichino con successo nelle “periferie del mondo” dove il contrasto non è fra Chiesa e mafia in astratto, ma fra preti e laici impegnati nel territorio, da un lato, e mafiosi e para-mafiosi radicati nello stesso territorio, dall’altra?

Possiamo aspettarci svolte decisive?

Direi che, dal punto di vista puramente umano, non prevedo svolte significative nei prossimi decenni. Ma la storia insegna che talvolta l’improbabile accade. A proposito del nostro tema, l’improbabile sarebbe lo zampillare dal basso della piramide ecclesiale – direi meglio: dalla sua base – di una primavera mistica talmente autentica da abbracciare anche l’impegno politico. Solo questa rinascita spirituale profonda potrebbe dare a tanti battezzati, laici e preti, il coraggio di rischiare il martirio. Paolo Borsellino, Rosario Livatino, Giuseppe Puglisi, Giuseppe Diana – mi limito ai nomi di alcuni cattolici notoriamente praticanti – hanno dato l’esempio: ma senza una vita di studio, di riflessione, di serietà professionale e pastorale, di rigore etico… non avrebbero certo resistito sino alla morte, e alla morte in croce. Qui a Palermo, invece di sperimentare modalità di imitazione creativa dell’esistenza di presbiteri come don Puglisi, si sono portate in giro per le parrocchie le sue reliquie: non c’è da essere tentati dallo scoraggiamento?

Perché, secondo te, la connivenza fra pezzi di clero e laicato cattolico, da un lato, e frange consistenti di cosche mafiose, dall’altro, ha funzionato e continua a funzionare?

Semplificando, direi perché la mafia chiede favori alla Chiesa e la Chiesa favori alla mafia. La mafia ha bisogno della Chiesa per darsi un apparato simbolico-ideologico di cui è priva e per darsi un prestigio sociale che potrebbe scemare. Ciò non mi scandalizza: è il mestiere del mafioso rubare ciò che gli serve, strumentalizzare parassitariamente le ricchezze non solo economiche ma anche culturali che gli servono. A scandalizzarmi è la tiepidezza con cui la Chiesa – diciamo adesso, per fortuna, alcuni pezzi di Chiesa – reagisce; e non si ribella. Ho già notato, prima, come la Chiesa chieda alla mafia e agli amici dei mafiosi schierati nelle istituzioni un sostegno per difendere il “gregge” dai nemici ideologici, veri o presunti. Se poi, oltre a difendere i “valori non negoziabili” cari al cardinal Ruini, il sistema politico-mafioso garantisce privilegi fiscali, sovvenzioni, canali clientelari di assunzione nelle strutture statali, meglio ancora! A livello più quotidiano, mi risulta che ancor oggi ci sono preti che ricorrono ai boss per farsi restituire la cassetta delle elemosine o i gioielli della Madonna trafugati. Insomma, forse più per ignoranza che per malafede, ancora troppi cattolici vedono nelle cosche mafiose una garanzia di “ordine” che lo Stato in alcuni casi non vuole offrire perché democratico e in altri casi non sa offrire perché disorganizzato.

La «scomunica» ai mafiosi di papa Francesco è stato un atto importante?

Una cosa è condannare i mafiosi in generale, un’altra cosa per il parroco di provincia negare al boss del quartiere il diritto di fare da padrino alla cresima di un nipote. Le scomuniche mi lasciano tiepido. Se apro un bar, e lo vedo frequentato da brutta gente, prima di preoccuparmi su come estrometterla farei bene a chiedermi che cosa la attrae. Per esempio potrei scoprire che è meglio togliere le slot machine o che il mio cassiere vende droga sottobanco. Fuor di metafora, le comunità cristiane farebbero bene a chiedersi che cosa in esse attira tanto i mafiosi: potrebbero scoprire che sono ancora centri di potere, di scambi di favori, di clientele elettorali, di occasioni di profitto.

Diventare «Chiesa povera e dei poveri», come sognava Giovanni XXIII?

Sì. La Chiesa per liberarsi definitivamente dall’abbraccio con i mafiosi dovrebbe essere «povera e dei poveri», senza potere e con il minimo di denaro necessario a sopravvivere. La mafia chiede alle Chiese soprattutto coperture simbolico-ideologiche e legittimazione sociale: solo tornando alla radicalità rivoluzionaria del Vangelo esse potranno negargliele.


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