Una giungla inestricabile: il Comune di Roma getta la spugna sull’Ici non pagato dalla Chiesa

“Adista”
n. 5, 8 febbraio 2020

Luca Kocci

Il Comune di Roma finisce sotto inchiesta da parte della Corte dei Conti per danno erariale. Il motivo? Il mancato recupero dell’Ici e dell’Imu non versato da parte degli enti ecclesiastici proprietari di immobili utilizzati anche a fini commerciali, come ex conventi trasformati in alberghi o in case vacanza.

Quello del pagamento dell’Imu da parte degli enti ecclesiastici è stato uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale del Movimento 5 stelle nel 2016 («recupereremo duecento milioni di euro l’anno», dicevano i pentastellati con un tono imperativo che ricordava l’improvvido «li fermeremo sul bagnasciuga» di Mussolini rivolto agli americani sbarcati in Sicilia nel luglio del 1943), quando Virginia Raggi conquistò la poltrona di sindaca di Roma. E che enti ecclesiastici e non profit debbano pagare gli arretrati di Ici ed Imu lo stabiliscono alcune sentenze dell’Europa (dopo i ricorsi dei Radicali), l’ultima delle quali della Corte di Giustizia Ue nel novembre 2018 (v. Adista Notizie nn. 39/18 e 24/19).

È stato proprio dopo questa ultima sentenza, che i tecnici del Campidoglio si sono messi al lavoro. Ma pochi giorni fa hanno gettato la spugna, confessando – come rivela Il Messaggero sulla base di alcuni documenti interni dei tecnici capitolini – di non avere idea di «quanti e quali» siano gli immobili a cui chiedere l’imposta. Troppo «difficile » addentrarsi in un labirinto di beni, spesso schermati da proprietari «che non hanno un collegamento formale con la Chiesa », come quelli «di proprietà dei prelati». Una resa incondizionata. Alla radice di tutto, c’è l’esenzione dal pagamento dell’Ici sugli immobili della Chiesa stabilita fin da subito, nel lontano 1992. A metà anni ‘90 il Comune dell’Aquila avviò un contenzioso con l’Istituto delle suore zelatrici del Sacro Cuore, chiedendo il pagamento dell’Ici per alcuni edifici usati come casa di cura per anziani e pensionato per studentesse universitarie. Dopo una lunga battaglia legale, la Cassazione stabilì che l’attività delle suore non era né di culto, né benefica – come prevedeva la legge – ma commerciale: anziani e studentesse pagavano l’ospitalità, quindi l’Ici andava versato. A quel punto ci fu l’intervento “provvidenziale” del governo Berlusconi, che nel 2005 modificò la legge: esentati dall’Ici tutti gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano anche attività commerciali purché «connesse a finalità di culto». Un condono tombale. L’anno successivo il governo Prodi ridusse parzialmente l’esenzione, limitandola agli immobili che non avessero «esclusivamente» natura commerciale, ovvero non tutti ma quasi. Quindi Monti, nel 2012, cancellò l’Ici e introdusse l’Imu, prevedendo l’esenzione solo per gli immobili nei quali si svolge «in modo esclusivo un’attività non commerciale» oppure «limitata alla sola frazione di unità nella quale si svolga l’attività di natura non commerciale». Quindi separando gli spazi in cui venivano svolte attività sociali e di culto da quelli destinati ad attività commerciali: esenti i primi, paganti i secondi.

Sembrava la soluzione. Invece si aprirono nuovi problemi, perché molti Comuni confessarono l’impossibilità di calcolare le superfici impiegate per le attività commerciali negli anni precedenti e rinunciarono a chiedere gli arretrati. E nuovi contenzioni. Fino agli interventi dell’Europa, che spiegò che le «difficoltà organizzative» dell’Italia non potevano determinare un colpo di spugna sul passato.

Quelle «difficoltà organizzative» che adesso mette di nuovo avanti il Campidoglio, affermando addirittura di non essere in grado di censire i beni appartenenti agli enti ecclesiastici.

Quanti sono? Alcune stime ufficiose parlano di «diecimila immobili», una parte dei quali di proprietà dell’Apsa (Amministrazione patrimonio sede apostolica) che, secondo quanto afferma il suo presidente, mons. Nunzio Galantino, versa al Comune di Roma nove milioni di euro annui di Imu. Tutti gli altri sono divisi fra molteplici proprietari – diocesi, istituti religiosi, confraternite – di cui non è agevolissimo svelare l’identità.

Gli unici dati certi sono quelli di un mini-censimento del radicale Riccardo Magi che, spulciando il sito web del dipartimento turismo del Campidoglio, ha registrato 300 immobili di proprietà ecclesiastica utilizzati a fini commerciali. E, incrociando i dati fiscali in possesso degli stessi uffici capitolini, ha scoperto che 233 risultano irregolari con il pagamento delle imposte locali.


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