Cappellani militari: pronta una nuova legge. Ma è come quella vecchia

“Adista”
n. 9, 7 marzo 2020

Luca Kocci

Arriverà nelle prossime settimane in Parlamento il disegno di legge del governo in materia di «assistenza spirituale alle Forze armate», ovvero sui cappellani militari.

L’annuncio arriva da Palazzo Chigi, dove il Consiglio dei Ministri, nella seduta dello scorso 13 febbraio, ha approvato, su proposta dei ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Luigi Di Maio e della Difesa Lorenzo Guerini, il disegno di legge che ratifica l’intesa tra la Repubblica italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze Armate, risalente al febbraio 2018.

Il testo del ddl, informa l’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, «individua le funzioni svolte dai cappellani a favore dei militari cattolici e delle rispettive famiglie, nonché i mezzi e gli strumenti che sono messi a loro disposizione per l’assolvimento delle funzioni stesse; delinea, inoltre, lo stato giuridico dei cappellani come figura autonoma rispetto all’organizzazione militare, stabilendo che hanno piena libertà di esercizio del loro ministero e che risiedono in una delle sedi di servizio loro assegnate, ma accedono ai gradi militari per assimilazione, senza che questo comporti identificazione con la struttura e l’organizzazione militare. Si evidenzia, inoltre, che: il cappellano non può esercitare poteri di comando o direzione e avere poteri di amministrazione nell’ambito delle Forze armate; non porta armi e indossa, di regola, l’abito ecclesiastico proprio, salvo situazioni speciali nelle quali sia necessario indossare la divisa».

Analogo comunicato stampa da parte del Ministero della Difesa, che sottolinea come il ddl sia volto «a valorizzare le funzioni svolte dai cappellani a favore dei militari e delle rispettive famiglie, attualizzando sia il loro status sia la disciplina del loro servizio, alla luce dell’evoluzione storica, politica e normativa. I cappellani militari verranno quindi caratterizzati più nettamente per le loro funzioni pastorali, con piena libertà di esercizio del relativo ministero, che per la militarità, tanto che di regola indosseranno l’abito ecclesiastico e non più l’uniforme, salvo situazioni speciali. Inoltre il provvedimento consentirà significativi risparmi, sia per effetto della contrazione dell’organico dalle attuali 204 unità a 162, con eliminazione di gran parte delle qualifiche apicali, sia per una ricalibrazione in senso riduttivo della retribuzione, compresa l’eliminazione dei compensi per lavoro straordinario».

Una finta

Una svolta all’orizzonte? Per niente. E, al di là dell’invito ad indossare di più la talare e il clergyman e meno la divisa e la mimetica, tutto resta come prima, o quasi: i cappellani militari rimangono preti-soldati con i gradi – l’aspetto maggiormente contestato da Pax Christi, dalle Comunità di Base e da Noi Siamo Chiesa, che da anni portano avanti una battaglia per la smilitarizzazione dei cappellani militari – e vengono pagati dallo Stato, in quanto militari a tutti gli effetti. E appare risibile la sottolineatura che i cappellani «accedono ai gradi militari per assimilazione, senza che questo comporti identificazione con la struttura e l’organizzazione militare»: se hanno i gradi, fanno automaticamente parte della struttura militare, per non farne parte dovrebbero essere completamente smilitarizzati. Ed è assolutamente superflua l’evidenziazione che «il cappellano non può esercitare poteri di comando o direzione e avere poteri di amministrazione nell’ambito delle Forze armate », dal momento che anche ora il cappellano militare graduato, a cominciare dal più alto il grado, il vescovo ordinario-generale di Corpo d’armata, non partecipa all’elaborazione delle strategie militari, che ovviamente spettano solo ai comandi generali. Il disegno di legge dovrebbe recepire pienamente – il condizionale è d’obbligo perché, alle nostre richieste di poter leggere il testo del ddl approvato, l’ufficio stampa del Ministero della Difesa non ha nemmeno risposto lo «schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa Sede» sottoscritto nel 2018 dopo tre anni di lavoro da parte della Commissione bilaterale Italia-Santa Sede. «L’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiegava allora Palazzo Chigi. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie».

L’unica buona notizia sembra essere la riduzione del numero dei cappellani militari: dagli attuali 204 a 162. Ma il risparmio, in teoria del 20%, potrebbe essere già stato “mangiato” dagli aumenti stipendiali dovuti al riordino delle carriere, e la spesa annua a carico dello Stato potrebbe continuare ad aggirarsi attorno ai 9-10 milioni di euro. Al momento, infatti, in base alle tabelle ministeriali, i cappellani militari vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126mila euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di Corpo d’armata); 104mila per il vicario generale (generale di divisione); 58mila per il primo cappellano capo (maggiore); 48mila per il cappellano (capitano); 43mila per il cappellano addetto (tenente). Appare quindi priva di fondamento l’indicazione del quotidiano della Conferenza episcopale italiana, Avvenire (15 febbraio) – a meno che l’autore dell’articolo, Mimmo Muolo, non abbia visionato il ddl –, secondo cui sarebbe prevista l’«esclusione dei cappellani dai gradi più alti, da colonnello in su» e il «contenimento degli sipendi».

«I 5 Stelle avevano fatto una battaglia per togliere gradi e soldi ai cappellani militari», spiega ad Adista Luca Marco Comellini, segretario generale del Sindacato dei militari. «Oggi se ne sono completamente dimenticati, perché evidentemente per loro è più importante conservare una poltrona. Il Sindacato dei militari, consapevole del ruolo di assistenza spirituale ai militari di religione cattolica e alle loro famiglie svolto dai cappellani militari, rivolge al governo la raccomandazione che il capitolo di oltre 9 milioni di euro, destinato a finanziare i cappellani quale componente delle Forze armate nazionali, non gravi sul bilancio dello Stato, non venga sottratto alle imposte versate dalle nostre famiglie, ma sia a totale carico della Santa Sede, sottolineando anche come sia necessario estendere il servizio di assistenza spirituale alle altre confessioni religiose riconosciute dallo Stato».


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: