Non sono le armi a garantire sicurezza: la lezione del virus spiegata dai pacifisti

“Adista”
n. 12, 28 marzo 2020

Luca Kocci

C’è un’evidenza da sempre denunciata dai movimenti contro la guerra ed ora fatta esplodere dalla diffusione del Coronavirus: l’Italia spende molto, anzi troppo, per armamenti e soldati, e poco, anzi troppo poco, per ospedali e presidii sanitari. Il sovraffollamento, in diversi casi un vero e proprio collasso, dei reparti di terapia intensiva e delle strutture ospedaliere in generale è sì dovuto al gran numero di persone positive al Covid-19 e bisognose di ricovero; ma anche alla strutturale inefficienza del sistema sanitario, che negli ultimi decenni ha conosciuto molti tagli e pochi investimenti, a fronte, invece, di una spesa militare e per nuovi sistemi d’arma – basti pensare ai miliardi di euro per l’acquisto dei cacciabombardieri F35 – sempre solida e cospicua. Per cui, forse, l’emergenza non sarebbe stata tale se ci fossero stati ospedali, posti letto e sufficiente personale in grado di far fronte al gran numero dei contagiati senza stremare l’intero sistema, con inevitabili conseguenze per tutte e tutti.

«Già subito dopo la Seconda guerra mondiale il nascente movimento pacifista chiedeva “Ospedali e scuole, non cannoni”, come ricordava Aldo Capitini alla prima Marcia italiana per la pace e la fratellanza tra i popoli», spiega Mao Valpiana il 17 marzo, presidente del Movimento nonviolento. «Dopo 60 anni – prosegue – ci accorgiamo che quel semplice slogan non era un sogno utopistico generico, ma una realistica necessità politica: oggi ci troviamo con ospedali insufficienti e scuole chiuse, mentre spendiamo troppo per le armi ». Allora, conclude Valpiana, «la drammatica situazione causata dal Covid-19 deve farci riflettere e ripensare alle nostre priorità, al concetto di difesa, al valore del lavoro e della salute pubblica, al ruolo dello Stato e dell’economia al servizio del bene comune, con una visione europea ed internazionale, costruendo giustizia sociale, equità, democrazia, pieno accesso ai diritti umani universali, quali condizioni imprescindibili per ottenere sicurezza, benessere e pace».

Posizione analoga quella espressa il 17 marzo nel comunicato congiunto di Rete italiana per il Disarmo e Rete della Pace. «L’Italia e il mondo intero stanno affrontando la gravissima emergenza sanitaria derivante dalla pandemia di coronavirus Covid-19, forse la più grande crisi di salute pubblica (e non solo) del dopoguerra per i Paesi ricchi ed industrializzati », si legge nel documento delle due reti. «Non possiamo però dimenticare – prosegue il comunicato congiunto – che l’impatto di questa epidemia è reso ancora più devastante dal continuo e recente indebolimento del Sistema sanitario nazionale a fronte di una ininterrotta crescita di fondi e impegno a favore delle spese militari e dell’industria degli armamenti».

Certo, spiegano Rete Disarmo e Rete per la Pace, «non siamo cosi sprovveduti da pensare che tutti i problemi sanitari dell’Italia si possano risolvere con una riduzione della spesa militare, ma è del tutto evidente che una parte della soluzione potrebbe risiedere proprio nel trasferimento di risorse dal campo degli eserciti e delle armi a quello del Sistema sanitario e delle cure mediche, tenendo conto che le tendenze degli ultimi anni dimostrano una strada diametralmente opposta».

Infatti, la spesa sanitaria ha subìto una contrazione complessiva rispetto al Pil, calando da oltre il 7% a circa il 6,5% previsto dal 2020 in poi, invece la spesa militare ha visto un balzo avanti negli ultimi 15 anni, passando dall’1,25% rispetto al Pil del 2006 fino all’oltre 1,40% raggiunto negli ultimi anni. Ovvero, al di là dei punti percentuale, 25-26 miliardi di euro ogni anno – cioè esattamente l’importo del cosiddetto decreto “Cura Italia” – spesi per le 36 missioni militari all’estero, per l’acquisto di nuovi armamenti (cacciabombardieri F35, fregate Fremm, portaerei Trieste, per citare solo i programmi più onerosi) e per il mantenimento della gigantesca macchina militare. Contestualmente nel settore sanitario sono stati tagliati oltre 43mila posti di lavoro e in dieci anni si è avuto un definanziamento complessivo di 37 miliardi e con numero di posti letto per 1.000 abitanti negli ospedali sceso a 3,2 nel 2017 (la media europea è 5).

«Le drammatiche notizie delle ultime settimane dimostrano come non siano le armi e gli strumenti militari a garantire davvero la nostra sicurezza, promossa e realizzata invece da tutte quelle iniziative che salvaguardano la salute, il lavoro, l’ambiente», si legge nel documento di Rete Disarmo e Rete per la Pace, che chiedono di «ridurre le spese militari ed utilizzare tali fondi per rafforzare la sanità, per l’educazione, per sostenere il rilancio della ricerca e degli investimenti per una economia sostenibile in grado di coniugare equità, salute, tutela del territorio ed occupazione ». Di «puntare alla riconversione produttiva delle industrie a produzione bellica verso il settore civile che consentirebbe, inoltre, di utilizzare migliaia di tecnici altamente qualificati per migliorare la qualità della vita (verso l’economia verde e la lotta al cambiamento climatico), non per creare armi sempre più sofisticate e mortali». E di «rilanciare proposte e pratiche di vera difesa costituzionale dei valori fondanti la nostra Repubblica, come le iniziative a sostegno della Difesa civile non armata e nonviolenta». Che è anche decisamente meno onerosa di quella militare e armata.

Solo un altro mondo è possibile

«Questa pandemia deve portare a rivedere il nostro modo di vivere, di relazionarci, di saper costruire il futuro», scrive mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura e presidente di Pax Christi. «Oggi che viviamo questa faticosa solidarietà, siamo invitati a stare più attenti agli altri. Questo ci fa capire quanto sia ancora stupido, folle, pensare ad un mondo che costruisca il suo futuro intorno alla paura dell’altro. All’idea di difendersi dagli altri, che ci sono nemici dappertutto per cui la strada è quella di armarsi, sottraendo risorse per la scuola, la sanità, la giustizia sociale». In queste settimane, prosegue il presidente di Pax Christi, abbiamo constatato che in Italia «mancano i posti letto, gli ospedali dedicati a certe patologie, i posti in terapia intensiva, i respiratori, le mascherine. Mi chiedo: non è perché da diversi anni si sono abbattuti tagli considerevoli sulla sanità? Mai però una coraggiosa messa in discussione sulle spese militari! Siamo chiamati ad una vera e propria rivoluzione pacifica, nel senso della pace, in questo mondo. L’Italia spende per la Difesa circa 68 milioni al giorno! Ma stando alle richieste degli Usa e della Nato noi dovremmo spendere ancora di più, per arrivare forse a 100 milioni al giorno? E proprio in questi giorni è in atto questa enorme esercitazione militare Usa/Nato “Defender Europe 20”. Quanto costerà? E chi pagherà? Per non parlare degli F35 e di altre spese folli. Quanti posti letto potremmo realizzare con un solo giorno di spese militari? E quanti respiratori potremmo comperare con un solo F35? O con un solo casco del pilota, che costa 400mila euro?».

Conclude mons. Ricchiuti: «Ogni evento, anche questo dolorosissimo che stiamo vivendo e non sappiamo ancora per quanto tempo, ci deve ricordare che un mondo altro è possibile. È Possibile! Ma ci vuole coraggio, ci vuole speranza. Ci vuole quella visione di Isaia, “Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci”».


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