Il calvario dei detenuti. È la Via Crucis secondo Bergoglio

“il manifesto”
11 aprile 2020

Luca Kocci

«Il carcere continua a seppellire uomini vivi» ma «tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità».

Sono due frasi lette ieri sera, durante la Via Crucis del venerdì santo presieduta da papa Francesco a San Pietro.

Si parla di persone detenute e di carcere, perché quest’anno le meditazioni per le quattordici stazioni della Via Crucis – rito cattolico che ripercorre gli ultimi momenti della vita di Gesù raccontata dai Vangeli, dalla condanna a morte alla sepoltura dopo la crocefissione – sono state affidate a detenuti e loro famigliari, volontari e personale della Casa di reclusione “Due Palazzi” di Padova, in cui sono recluse circa seicento persone: cinque detenuti, la figlia di un ergastolano, la madre di una persona detenuta, un’educatrice, una catechista e un frate volontari in carcere, un magistrato di sorveglianza, un agente di polizia penitenziaria, i genitori di una ragazza uccisa e anche un prete accusato di pedofilia e poi assolto.

Quello del carcere e delle condizioni di vita dei detenuti, del resti, è un tema più volte affrontato da Francesco durante il pontificato: dalla messa del giovedì santo con la lavanda dei piedi a dodici giovani detenuti nel carcere minorile romano di Casal del Marmo il 28 marzo 2013, due settimane dopo l’elezione al soglio pontificio; a diversi interventi pubblici, l’ultimo durante la messa mattutina a Santa Marta, pochi giorni fa, nel quale ha denunciato «il problema del sovraffollamento nelle carceri», soprattutto in questi tempi di pandemia, con il rischio «che finisca in una calamità grave».

Lo scenario della Via Crucis di ieri sera è quello già visto la scorsa settimana, durante la preghiera solitaria del papa: non la tradizione scenografia del Colosseo pieni di fedeli stipati dietro le transenne di via dei Fori imperiali; ma piazza San Pietro illuminata dalle fiaccole e vuota, tranne le dieci persone (cinque del “Due Palazzi” e cinque della Direzione sanità e igiene del Vaticano) che si avvicendano a portare la croce; e il pontefice  che presiede il rito, il cui punto forte è costituito proprio dalle meditazioni dei detenuti e dalle preghiere che le accompagnano.

A cominciare dalla prima, in cui – ed è già accaduto altre volte – è implicitamente ribadito il no all’ergastolo, giudicato una pena di morte differita. La meditazione è di un ergastolano, in carcere da 29 anni, che ha scontato anche diversi anni al 41-bis per reati di mafia, insieme al padre, morto in carcere. «Tante volte, nei tribunali e nei giornali, rimbomba quel “Crocifiggilo, crocifiggilo!”» gridato dalla folla a Pilato, ma «io somiglio più a Barabba che a Cristo», scrive il detenuto. «In quella non-vita ho sempre cercato qualcosa che fosse vita». Segue una preghiera: per «coloro che sono condannati a morte e per quanti ancora vogliono sostituirsi al tuo supremo giudizio».

Tocca ad un altro detenuto, alla quinta stazione: «Sono entrato in carcere» e «da allora sono diventato un randagio per la città: ho perso il mio nome, mi chiamano con quello del reato di cui la giustizia mi accusa, non sono più io il padrone della mia vita. Sto invecchiando in carcere: sogno di tornare un giorno a fidarmi dell’uomo».

«Vedo entrare in carcere l’uomo privato di tutto», risuona la meditazione per la decima stazione di un’educatrice del “Due Palazzi. «Viene spogliato di ogni dignità a causa delle colpe commesse, di ogni rispetto nei confronti di sé e degli altri. Ogni giorno mi accorgo che la sua autonomia viene meno dietro le sbarre: ha bisogno di me anche per scrivere una lettera. Sono queste le creature sospese che mi vengono affidate».

«Passando da una cella all’altra vedo la morte che vi abita dentro. Il carcere continua a seppellire uomini vivi: sono storie che non vuole più nessuno», scrive un frate volontario in carcere. E nella meditazione di un magistrato di sorveglianza risuona un’autocritica, personale ma soprattutto del sistema: «Una vera giustizia è possibile solo attraverso la misericordia che non inchioda per sempre l’uomo in croce». Altri dubbi sul quel «fine pena mai» pronunciato in tante aule giudiziarie. Prosegue la meditazione del magistrato: «È necessario imparare a riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa. Così facendo, a volte si riesce ad intravedere un orizzonte che può infondere speranza alle persone condannate e, una volta espiata la pena, riconsegnarle alla società, invitando gli uomini a riaccoglierli dopo averli un tempo, magari, respinti. Perché tutti, anche da condannati, siamo figli della stessa umanità».

Oggi giornata di «silenzio liturgico» in Vaticano e nella Chiesa. Domani messa di Pasqua e benedizione Urbi et Orbi in una piazza San Pietro che resterà vuota.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: