Vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta: “chiudete le fabbriche che producono armi”

“Adista”
n. 15, 18 aprile 2020

Luca Kocci

«Sì al lavoro per la pace, no al lavoro per la guerra». Nel dibattito fabbriche aperte-fabbriche chiuse durante l’emergenza Covid-19, scendono in campo di vescovi di Piemonte e Valle d’Aosta che dicono sì all’apertura delle fabbriche che lavorano per la pace e la giustizia, no a quelle che producono armi, come i cacciabombardieri F35 assemblati a Cameri (No), in uno stabilimento che è rimasto sempre aperto, anche nei giorni peggiori della pandemia.

«Ci fa specie che in questo tempo di giuste limitazioni per contrastare la diffusione dell’epidemia, tra le poche attività lavorative ritenute necessarie ci sia anche quella della fabbricazione e commercializzazione delle armi», affermano i vescovi piemontesi e valdostani, con una nota della Commissione pastorale sociale e lavoro della Conferenza episcopale delle due regioni del nord-ovest, presieduta dal vescovo di Vercelli, mons. Marco Arnolfo. «Vogliamo accogliere e rilanciare – si legge nel documento – l’appello del segretario generale dell’Onu, ripreso da papa Francesco, nell’Angelus di domenica 29 marzo, per un “cessate il fuoco globale e immediato in tutti gli angoli del mondo, fermando ogni forma di ostilità bellica, favorendo la creazione di corridoi per l’aiuto umanitario, l’apertura alla diplomazia, l’attenzione a chi si trova in situazione di più grande vulnerabilità. L’impegno congiunto contro la pandemia possa portare tutti a riconoscere il nostro bisogno di rafforzare i legami fraterni come membri dell’unica famiglia umana. In particolare, susciti nei responsabili delle Nazioni e nelle altre parti in causa un rinnovato impegno al superamento delle rivalità. I conflitti non si risolvono attraverso la guerra”».

E, insieme a Pax Christi, prosegue la Commissione episcopale di Piemonte e Valle d’Aosta, vogliamo rilanciare «un appello accorato per dire no alla produzione delle armi. Soprattutto in questo tempo dove servono strumenti e attrezzature per la vita e non per la morte. E ci riferiamo in modo particolare alla produzione degli F35, che vengono assemblati nel nostro territorio piemontese, a Cameri». Citano il discorso di papa Francesco a Bari, lo scorso 23 febbraio: «La guerra, che orienta le risorse all’acquisto di armi e allo sforzo militare, distogliendole dalle funzioni vitali di una società, quali il sostegno alle famiglie, alla sanità e all’istruzione, è contraria alla ragione, secondo l’insegnamento di san Giovanni XXIII. In altre parole, essa è una follia, perché è folle distruggere case, ponti, fabbriche, ospedali, uccidere persone e annientare risorse anziché costruire relazioni umane ed economiche. Tanti Paesi parlano di pace e poi vendono le armi ai Paesi che sono in guerra. Questo si chiama la grande ipocrisia».

Di fronte a questa «ipocrisia», affermano i vescovi piemontesi e valdostani, «noi non vogliamo tacere». E «diciamo no a lavori per la guerra, no alla produzione e allestimento degli F35, costosissimo progetto di aerei che possono trasportare bombe nucleari. Quanti posti letto si potrebbero ottenere con il costo anche di un solo aereo? Di ben altro lavoro hanno bisogno le nostre famiglie, il nostro territorio e il mondo intero. Un lavoro che produca vita buona e non morte! Quanto lavoro nell’agricoltura sostenibile, quante piccole imprese importanti per il nostro territorio si potrebbero sostenere con il costo di un solo aereo? Chiediamo alle Comunità Cristiane di implorare dal Dio della vita la cessazione di questa pandemia e il dono dello Spirito per perseguire, insieme a tutte le persone di buona volontà, una nuova economia, più rispettosa della vita e dell’ambiente, dove tutti siano artigiani di pace». Pochi giorni prima, un analogo appello era stato lanciato da Pax Christi e dal mensile Mosaico di pace, insieme al Movimento dei Focolari e a Banca Etica. «A fronte di un impegno diffuso e sofferto e del costo economico che tante aziende dovranno pagare nei prossimi mesi – si legge nel documento – constatiamo che l’industria incivile delle armi potrà invece continuare a lavorare anche in questo momento drammatico». L’indice è nuovamente puntato – ma non potrebbe essere altrimenti vista l’enormità della contraddizione – contro la produzione degli F35 a Cameri. «Perché accanirsi in questa direzione? – chiedono –. Quali interessi ci sono dietro a questo progetto? Con i soldi di un solo F35 (circa 150 milioni di euro) quanti respiratori si potrebbero acquistare? Sappiamo di alcune industrie che stanno tentando di riconvertire almeno in parte la loro produzione. Questa è la strada da percorrere. Mentre lodiamo e sosteniamo il lavoro di medici e infermieri, mentre chiediamo soccorso ad altri Paesi che ci stanno sostenendo con l’invio di medici, prodotti di protezione medica, specialisti, mentre chiediamo ai cittadini di vivere nell’incertezza e nell’apprensione per il proprio lavoro, consentiamo alle fabbriche di armi di continuare a lavorare senza sosta». Quindi l’appello finale: al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, al quale chiedono «di spiegare perché, in un momento così delicato per la storia italiana, sia consentita la produzione di armi»; ai parlamentari italiani «che hanno dimostrato attenzione ai temi dell’economia civile, perché facciano sentire la loro voce»; infine «ai prefetti e ai sindaci dei Comuni coinvolti dalla produzione di armi» perché tutelino «il diritto alla salute dei lavoratori e delle loro famiglie».


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