Fede e pandemia /1. P. Alberto Maggi: Dio è nella parola, non nella messa in streaming

“Adista”
n. 16, 25 aprile 2020

Luca Kocci

Preti che celebrano l’eucaristia da soli, nelle chiese vuote, ripresi da una webcam che trasmette in streaming il rito. E fedeli che guardano la messa in televisione o sullo schermo di un computer o di uno smartphone, come spettatori di un film o di una serie su Netflix. È l’esperienza religiosa al tempo del coronavirus, da quando cioè, per decreto della Presidenza del Consiglio dei ministri – ma Vaticano e Conferenza episcopale italiana si sono attenute alle restrizioni senza protestare –, in tutta Italia sono state vietate messe, funerali e altre celebrazioni liturgiche con la partecipazione dei fedeli.

Si celebra nel tempio, ma senza il popolo, perché il popolo non può più andare a pregare in un tempio. Un’immagine è diventata icona di questo tempo: papa Francesco che prega da solo, al centro di una piazza San Pietro deserta, oppure che celebra la veglia e la messa di Pasqua nella basilica vuota. È il rovesciamento della natura profonda della fede cristiana, ma anche di altre esperienze religiose e spirituali, fondate su una dimensione comunitaria che ora è inevitabilmente assente.

Ne abbiamo parlato con p. Alberto Maggi, direttore del Centro studi biblici “Giovanni Vannucci” di Montefano (Mc) e straordinario lettore e divulgatore della Scrittura, sempre «interpretata al servizio della giustizia, mai del potere», come dice egli stesso; e con il teologo Vito Mancuso (v. qui).

Padre Alberto, cosa pensi della sospensione delle messe e delle altre celebrazioni in questo periodo?

Qui a Montefano abbiamo chiuso la chiesa prima ancora che arrivasse il decreto della Presidenza del consiglio dei ministri. Se ci sono luoghi veicolo di infezioni, questi sono proprio le chiese, perché la gente tocca, bacia, sbaciucchia… Io combatto quotidianamente con persone che dicono: “Ma io ho fede”. Ed io rispondo che il virus non va a vedere chi ha fede e chi no. Quindi le chiese vanno chiuse, è necessario chiuderle.

Ti sembra una circostanza negativa?

No, anzi, la ritengo positiva. Si è insistito troppo sull’incontro con il Signore dentro la chiesa, e questo ha fatto sì che poi, uscendo, ci si dimentica di Dio. Il Signore non è presente soltanto dentro una chiesa, ci aspetta soprattutto fuori, quando ci mettiamo a servizio degli altri. Lì c’è la presenza di Dio.

Però non si può celebrare l’eucaristia…

È vero, e l’eucaristia è il momento centrale della vita della comunità cristiana. Ma in molte aree geografiche del mondo, pensiamo all’Amazzonia, alcune comunità se vedono il prete e celebrano la messa una volta l’anno è un miracolo! Forse per questo sono meno cristiani? Questa chiusura forzata e questo digiuno eucaristico ci fanno riscoprire la presenza di Gesù anche nella Parola. Noi qui a Monrtefano abbiamo chiuso la chiesa e abbiamo annullato tutti gli incontri e le celebrazioni. Ma attraverso il nostro canale su Youtube, leggiamo e commentiamo il Vangelo del giorno e abbiamo un seguito incredibile da parte delle persone. Allora questo tempo ci può aiutare a riscoprire la presenza di Dio anche nella Parola.

Non celebrate la messa da trasmettere in streaming?

No. La messa in streaming proprio non la capisco, non può essere celebrata in streaming, la messa ha bisogno delle persone presenti. È come se mi prepari un bel dolce e poi lo mangi solo tu. Noi facciamo la lettura della Parola, ma la messa ci siamo sempre rifiutati di farla. Meglio altre celebrazioni, come appunto quelle della Parola. Dio si fa pane e diventa nutrimento per gli altri. Ma questo pane non è soltanto nell’eucaristia, è anche nella Parola. È ugualmente pane. È presenza di Dio. E ci aiuta a farci pane per gli altri. Per farci pane, dobbiamo ricevere questo pane. Se adesso non è possibile la celebrazione eucaristica, facciamo la celebrazione della Parola. E la Parola ci nutre. Poi quando tutto questo sarà finito, allora torneremo a celebrare con una gioia ancora più grande.

Si può celebrare anche nelle case, come del resto facevano le prime comunità cristiane?

Sarebbe auspicabile, ma è la cosa più difficile, perché le persone non sono state abituate: pensano che c’è il prete, che è il prete che celebra, e celebra in chiesa. Invece se ci sono famiglie dove i genitori si fanno carico di spezzare il pane, di proclamare la Parola, di leggere il Vangelo, lì c’è la presenza del Signore. Bisogna usare la fantasia, perché, ripeto, la presenza del Signore non è soltanto dentro una chiesa.

Più facile a dirsi che a farsi…

Il problema non sono i laici. Il problema sono i preti, che sono cresciuti, educati e abitua- ti al rito, per cui senza il rito si sentono persi, smarriti, vanno fuori di testa, non sanno più cosa inventarsi. Forse solo in alcune comunità, penso per esempio alle Comunità di Base, si fa questo, ma normalmente non succede. Del resto il verbo maggiormente ricorrente nelle liturgie pasquali è “andare”, l’annuncio di Gesù risorto non è restate qui e adorate, ma “andate”: avete fatto l’esperienza che la vita è più forte della morte, ora andate a comunicarlo agli altri. Il Signore accompagna i discepoli, ma sono loro ad andare, rafforzandoli con la sua presenza. Allora, nonostante le restrizioni, questa che abbiamo appena vissuto, può diventare una Pasqua dinamica, che non si esaurisce nei riti, una Pasqua dell’andare verso gli altri.

Non potrebbe essere un’occasione anche per i preti per modificare le loro abitudini?

«Che si converta un prete è una cosa quasi impossibile. Sai quando un prete si converte? Quando si innamora. Solo allora capisce che c’è un’altra dimensione della vita. Del resto sono stati educati in seminario, che è una fabbrica atroce di funzionari del sacro, che cambia il cervello. Dicono gli psichiatri che sono tre gli ambiti in cui il cervello viene modificato: i seminari, le caserme e le sette. Per cambiare ci vuole uno shock. E saranno i laici a convertire i preti. Pietro era convinto di dover convertire il centurione Cornelio, invece è stato Cornelio, un pagano, che ha convertito Pietro. Un pagano ha fatto scoprire a Pietro che doveva essere cristiano. Fin quando i preti divideranno fra puri e impuri, ammessi e non ammessi, non avranno mai capito il messaggio di Gesù. Quando invece capiranno che agli occhi di Dio non c’è nessuna persona esclusa o rifiutata, allora l’annuncio pasquale brillerà. Ma ti ripeto: questo momento non è tutto negativo, può essere una opportunità di crescita, non sprechiamolo».


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