Fede e pandemia /2. Vito Mancuso: riscoprire l’interiorità, oltre il ritualismo

“Adista”
n. 16, 25 aprile 2020

Luca Kocci

Celebrare la fede nel tempo della pandemia da coronavirus (v.qui) è anche il tema che abbiamo discusso con Vito Mancuso, filosofo e teologo, già docente di Teologia moderna e contemporanea presso la Facoltà di Filosofia dell’Università San Raffaele di Milano e di Storia delle dottrine Teologiche presso l’Università degli Studi di Padova, autore di numerosi volumi di grande successo di pubblico, l’ultimo dei quali, edito da Garzanti, è La forza di essere migliori.

Mancuso, ormai da oltre un mese assistiamo a celebrazioni eucaristiche senza la partecipazione dei fedeli. Ha senso celebrare la messa senza popolo?

In realtà ci sono preti che dicono messa da soli regolarmente. Certo diventa un’altra cosa. Si trasforma in una preghiera individuale del celebrante che, secondo la teologia cattolica, può diventare un grande momento di intercessione per tutti coloro che vorrebbero partecipare ma non possono farlo. Ripeto è un’altra cosa rispetto ai banchetti rituali intorno ai quali è nata la comunità cristiana: i credenti si riunivano, mangiavano insieme e facevano memoria di Cristo morto e risorto. Viene meno la dimensione comunitaria. Però chi sono io per dire che non abbia senso? Per un prete ha senso celebrare anche senza popolo: una presenza solitaria di fronte al mistero, come è stata in fondo, per secoli, la messa tridentina. Anzi si può recuperare il valore di quella tradizione, che per secoli ha generato una pietà eucaristica religiosa, con il prete che non era immediatamente al cospetto del popolo, ma era al cospetto di Dio. Per cui non c’è bisogno di recitare le parole perché qualcuno le capisca, non c’è bisogno di fare gesti teatrali, non c’è bisogno di essere pedagogo di nessuno, devo essere pedagogo di me stesso. Quindi per molti preti può essere anche un momento di conversione. Io credo che se riuscissimo a capire che ha valore sia la celebrazione eucaristica con i fedeli, sia la messa senza popolo, recuperando il valore che possono trasmettere entrambe le impostazioni, faremmo un passo in avanti.

Questo vale per il prete. Ma i fedeli che non possono partecipare al banchetto eucaristico, quali forme di celebrazione o di preghiera possono riscoprire?

Il valore della Parola. O anche il silenzio. L’esperienza religiosa, non solo quella cristiana ma quella umana, contempla da sempre una dimensione comunitaria. Non c’è nessuna religione che non abbia nel proprio codice genetico la dimensione comunitaria. Ma non c’è religione che non abbia anche la dimensione individuale. Ci sono forme varie di presenza, di celebrazione comunitaria, di riti, ma anche insegnamenti che invitano a raccogliersi in se stessi. È quello che dice Gesù nel capitolo 6 del Vangelo di Matteo: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà». Questo segreto, questa cripta, è la nostra interiorità. La connessione con Dio è lo spirito, e questo attiene alla solitudine. Fare silenzio di fronte al cielo, di fronte ad una pianta, ad una pietra, ad una nuvola, diventa una forma di celebrazione dell’esserci.

E le celebrazioni comunitarie nelle case, come del resto faceva il popolo di Israele in esilio, oppure le comunità cristiane prima dell’èra costantiniana?

Sarebbe bellissimo. La Chiesa cattolica dovrebbe incoraggiare queste forme di celebrazione. Molti già lo fanno quotidianamente, si raccolgono insieme, leggono una pagina di Vangelo, spezzano il pane vero. Certo il monopolio clericale quando sente queste cose reagisce in maniera aggressiva e reprime sul nascere queste forme di celebrazione, perché appunto viene meno il monopolio. Ma secondo me quella che abbiamo davanti è un’occasione propizia per riscoprire queste forme.

Del resto è la dimensione e la pratica di numerose comunità sparse in molte parti del mondo, dove non è possibile celebrare la messa quotidiana…

Esattamente. Penso all’Amazzonia, o ai cristiani hanno vissuto in regimi totalitari comunisti dove non si poteva celebrare l’eucaristia. In fondo qual è la finalità ultima del rito? Forse quella di riempire le chiese? Di fare una bella processione? Di cantare tutti insieme? Secondo me la finalità ultima del rito è quella di riempire l’anima del singolo individuo di spirito, così da essere davvero in comunione con il divino. Un divino che si può pensare come Signore Gesù, come Spirito, ma anche in altri modi e in altre forme. La cartina di tornasole che fa capire se l’esperimento è riuscito oppure no è l’anima del singolo, non la bella celebrazione collettiva. Quello è ritualismo, il rito per se stesso. I riti sono un grande momento, un laboratorio dove avvengono delle cose. Ma la reazione chimica che deve avvenire è la trasformazione dell’anima del singolo, della coscienza, dell’interiorità che entra in comunione con il divino. Dovremmo ricordarcene anche quando torneremo a celebrare insieme, affinché ci sia profonda spiritualità e non vuoto formalismo.

Quindi questo è un momento propizio?

Può esserlo. Questo tempo, Cronos, se lo si interpreta bene, può diventare un Kairos, un momento propizio. Certo può diventare anche un momento sfavorevole. Le situazioni limite sono così: ti possono distruggere o ti possono elevare, a seconda di come si vivono, di come si interpretano.

A proposito del celebrare senza popolo, che impressione hai avuto dell’immagine di papa Francesco solo in piazza San Pietro? Un’icona potentissima della spiritualità di questo tempo. Una manifestazione dell’impotenza del divino e della religione, come è stato per la Shoah. Scoprirsi impotenti, soli, vuoti, desolati. Io credo che questa sia la via di accesso. Lo cantava anche Leonard Cohen: “C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce”. La ferita profonda può diventare feritoia da cui entra la luce.


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