La crisi del pontificato di Francesco. Un’analisi di Massimo Faggioli

“Adista”
n. 17, 2 maggio 2020

Luca Kocci

Le «importantissime intuizioni spirituali» di papa Francesco rischiano di disperdersi, perché non sono ancora state tradotte e inserite in un quadro di riforme istituzionali e strutturali. E il pontificato di Bergoglio di essere una grande occasione mancata per la Chiesa cattolica.

È la conclusione della puntuale analisi dello storico e teologo Massimo Faggioli, docente nel dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University di Filadelfia (Usa), il quale, in un lungo articolo in due puntate pubblicato sulla Croix International (14 e 15/4), disegna quella che sembra essere una vera e propria crisi del settimo anno del pontificato di Francesco, incanalato in una fase declinante, a meno che lo stesso Bergoglio non sarà in grado di avviare presto un’inversione di tendenza.

La diagnosi appare assai significativa per due ulteriori motivi: non è pubblicata su uno dei media della galassia conservatrice ostile a Francesco, ma sul più autorevole quotidiano cattolico francese, nella sua versione internazionale; e non arriva da un oppositore del papa argentino, bensì da uno studioso che ha guardato sempre con attenzione e simpatia al pontificato di Bergoglio, come ammette egli stesso in coda all’articolo. «Queste preoccupazioni e riflessioni sono quelle di un laico cattolico la cui vita è stata profondamente trasformata da papa Francesco, in molti modi», scrive Faggioli, nella traduzione italiana dell’articolo curata da Finesettimana (www.finesettimana.org). «Ma sento il dovere, in filiale devozione al papa, di aiutare la mia Chiesa a capire l’urgente bisogno di riforma. Uno dei teologi preferiti di Francesco, Yves Congar, nel suo memorabile libro Vera e falsa riforma della Chiesa indicava quattro atteggiamenti necessari per la riforma: obbedienza, pazienza, comunione e moderazione. Ma nella stessa sezione del libro ricordava ai leader della Chiesa la loro responsabilità di essere non troppo pazienti».

Meriti e limiti del pontificato

Dopo aver riconosciuto i grandi meriti di Francesco (la liberazione dell’insegnamento morale cattolico «dalla sua camicia di forza ideologica», la riabilitazione di teologi costretti al silenzio da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’attenzione ai problemi socioeconomici), Faggioli elenca quelli che sono i due nodi che sembrano aver determinato un arretramento del suo progetto riformatore – il ruolo del prete e delle donne – e le cause che hanno bloccato la progressività del pontificato: lo stile di governo, la pressione delle opposizione interne, i limiti teologici di Francesco.

Lo stile di governo si sintetizza in un sostanziale «non intervento» sulle questioni più spinose, che «ha prodotto alcuni effetti collaterali negativi», come il rilancio del tradizionalismo liturgico. Infatti, scrive Faggioli, «non solo ha permesso che la scelta tradizionalista continuasse, ma non ha fatto nulla per impedire agli importanti uffici ed officiali del Vaticano di incoraggiarla», cosa che «ha peggiorato la situazione, specialmente per alcune chiese locali» (v. Adista Notizie, nn. 13, 15 e 16/20).

Gli oppositori interni che hanno contribuito al rallentamento del processo riformatore non sono «estremisti» o «figure marginali » come l’ex nunzio apostolico negli Usa Carlo Maria Viganò (il quale non deve aver gradito la citazione, dal momento che, intervistato da Aldo Maria Valli per il proprio blog, ha parlato di «un certo Massimo Faggioli, altéro nel nome e sgrammaticato nel cognome »), ma pezzi da novanta della Curia romana: l’ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Gerhard Müller; il prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti, card. Robert Sarah; e lo stesso papa emerito Benedetto XVI, coinvolto da Sarah nel libro contro l’allentamento della norma canonica dell’obbligo celibato per i presbiteri, pubblicato proprio mentre Francesco si apprestava a pubblicare l’esortazione apostolica post Sinodo amazzonico che aveva discusso proprio di quella questione, proponendo l’ordinazione presbiterale di diaconi sposati e con famiglia (v. Adista Notizie, nn. 3 e 6/20). Infine «i limiti della teologia di Francesco quando parla di clericalismo e di donne».

Le riforme mancate: donne e preti

«Fino ad ora – spiega Faggioli – la maggior parte delle persone credeva che il papa argentino, indipendentemente dal suo modo di esprimersi derivante dall’uso di una seconda lingua o di espressioni particolari, fosse fondamentalmente aperto a cambiamenti disciplinari e a sviluppi compatibili con una comprensione organica della tradizione. Ma dopo l’ultimo anno, con Querida Amazonia e la decisione della nuova commissione sul diaconato femminile, alcuni si chiedono se il pontificato di Francesco sia giunto al limite delle possibili riforme».

Due, secondo Faggioli, sono i punti che dimostrano la battuta d’arresto, se non un vero e proprio arretramento, del processo riformatore.

Il primo riguarda il ruolo delle donne nella Chiesa, a partire dalla questione diaconato femminile. «Al termine dei suoi lavori – scrive Faggioli –, la prima commissione sul diaconato femminile ha steso una relazione finale. Che però non è mai stata resa pubblica. Ci si chiede a buon diritto il perché. In una Chiesa sinodale è giusto aspettarsi una certa dose di trasparenza. La formazione di una seconda commissione è stata annunciata l’8 aprile. Nessuno, tra i sette uomini e le cinque donne che compongono questo gruppo, proviene dal sud del mondo. Questo è molto difficile da capire e perfino impossibile da giustificare, specialmente per un papa che ha fatto tanto per la crescita della comprensione della dimensione globale della Chiesa cattolica. Papa Francesco dice che è necessario ascoltare tutte le parti prima di prendere una decisione. E questo è assolutamente giusto. Purtroppo, è difficile ritenere che questa seconda commissione rappresenti differenti visioni».

E la seconda è la già richiamata questione dell’allentamento dell’obbligo del celibato ecclesiastico, richiesta dalla maggioranza dei partecipanti al Sinodo speciale dei vescovi dell’Amazzonia, ma respinta da Francesco.

Non c’è cambiamento senza riforme

«Papa Francesco è stato molto più efficace nel decostruire un paradigma ecclesiastico e teologico culturalmente e storicamente limitato che nel costruirne uno nuovo», «ma quando si è trattato di riforme strutturali nella Chiesa, l’ottantatreenne papa appare come uomo di parole profetiche più che di concrete decisioni, parole che favoriscono una conversione personale piuttosto che un cambiamento istituzionale», argomenta Faggioli. «Per quanto Francesco sia forte nell’offrire intuizioni spirituali che cambiano la vita a livello di conversione individuale e collettiva, il problema del cambiamento strutturale da un punto di vista sistematico ed ecclesiologico non è stato mai realmente impostato (neppure alla luce della tragedia della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica). La visione trasformatrice di Francesco è un dono dello Spirito Santo quando parla di argomenti sociali, economici, ambientali (vedi specialmente la Laudato si’), e in termini di ecclesiologia della famiglia», «ma poi sembra bloccarsi quando si tratta di strutture ecclesiastiche di peccato, e quando si tratta di sviluppo dottrinale riguardante i ministeri. Il fatto è che anche la “conversione pastorale” richiede qualche “conversione ecclesiastica strutturale”. Ma Francesco non vuole andare in quella direzione, almeno non ancora». E «l’ecclesiologia del popolo di Dio necessita di cambiamenti di struttura. Se questi cambiamenti non vengono anche dall’alto, l’ecclesiologia del popolo di Dio non va da nessuna parte».

Conclude Faggioli. «Francesco ha ragione: è il momento di porsi obiettivi a lungo termine. Durante gli ultimi sette anni ha messo a fuoco dei modi di raggiungere i fedeli non mediati da canali curiali. Cambiamenti epocali come quelli che ci sta chiedendo di fare, ovviamente, hanno bisogno di tempo. Non c’è dubbio che, senza profondi cambiamenti spirituali e culturali, ogni cambiamento esterno sarà di breve durata o, peggio, deludente. Anche qui, bisogna giocare sul lungo termine. Il problema è che, senza decisioni su temi istituzionali e strutturali (e in particolare su donne e ministeri), in alcune Chiese semplicemente potrebbe non esserci un lungo termine. Papa Francesco ha cambiato profondamente la vita di tantissime persone, e sta rendendo la Chiesa cattolica più evangelica. Questo è dovuto in gran parte alla sua impareggiabile abilità di offrire una lettura spirituale delle situazioni esistenziali. Ma anche questo cambiamento ha bisogno di cambiamenti strutturali. Lui e i vescovi non dovrebbero screditare o respingere le richieste di riforma istituzionale ritenendole tecnocratiche o elitarie», perché «la Chiesa è istituzione».


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