Bose, ombre vaticane sulla comunità di frontiera

“il manifesto”
30 maggio 2020

Luca Kocci

Enzo Bianchi lascerà la comunità di Bose per ordine del Vaticano.

È questa l’unica notizia certa – a meno di improbabili riconciliazioni – che arriva dal monastero fondato dopo la fine del Concilio Vaticano II dallo stesso Enzo Bianchi. Tutto il resto, ovvero i termini e le ragioni reali dello scontro in atto e soprattutto la vera partita ecclesiale che attorno a Bose si sta giocando, è avvolto da una nebbia fitta, prodotta in Vaticano.

La Santa sede ha emanato un provvedimento di estrema severità: l’ordine di allontanamento dalla comunità del fondatore e, insieme a lui, di due monaci e una monaca. Ma non ha spiegato, nemmeno ai diretti interessati – perlomeno così dichiara Bianchi –, i cosa, i come e i perché, lasciando tutto in un’indeterminatezza che dà sfogo alle illazioni più disparate e alimenta un dibattito costruito su ipotesi.

La storia comincia nel dicembre del 1965, nel pieno della stagione del rinnovamento conciliare, quando Enzo Bianchi, 23enne studente di economia a Torino – che già a casa sua aveva raccolto un gruppo di giovani cattolici, valdesi e battisti –, si trasferisce in una cascina a Bose, piccola frazione semiabbandonata sulle colline di Ivrea, per dare vita ad una comunità ispirata alla tradizione più genuina del monachesimo occidentale.

Preso viene raggiunto da altri giovani. Nasce così la comunità monastica di Bose: uomini e donne, chierici e laici (lo stesso Bianchi non è prete, come del resto non lo erano Benedetto da Norcia, a cui Bose si ispira, e Francesco d’Assisi), cattolici e non cattolici che vivono un’esperienza di monachesimo tradizionale ma “di frontiera”, tanto che il vescovo di Biella proibisce le celebrazioni liturgiche pubbliche per la presenza di troppi non cattolici (sarà il cardinale Pellegrino, vescovo di Torino, a far rimuovere l’interdetto).

Negli anni la comunità si trasforma in crocevia della ricerca spirituale di molti e punto di riferimento dell’ecumenismo, guardando soprattutto a Oriente. E Bianchi diventa un personaggio pubblico, stimato dai pontefici e molto presente sui media, anche quelli laici.

Anche Bose però viene investita da quella dinamica che spesso si verifica nelle comunità nate attorno ad un capo carismatico. Una prima visita apostolica (un’ispezione) è disposta dal Vaticano nel 2014. Al termine, gli “ispettori” – un abate belga e una abbadessa francese – lodano le qualità ecumeniche della comunità, ma raccomandano anche che la guida del monastero sia esercitata in maniera «non autoritaria ma trasparente e sinodale».

È l’avvio della transizione che si compie nel 2017, quando Bianchi lascia la direzione al monaco Luciano Manicardi, abbandona il ruolo di «priore» e conserva quello di «fondatore», restando a Bose.

Il passaggio di responsabilità, benché concordato, non funziona, e nel dicembre 2019 arriva un’altra ispezione della Santa sede, sollecitata dagli stessi monaci. Al termine della quale i tre “ispettori” (l’abate benedettino-sublacense-cassinese Guillermo León Arboleda Tamayo, il canossiano Amedeo Cencini, consultore della Congregazione vaticana per gli istituti di vita consacrata, e l’abbadessa Anne-Emmanuelle Devêche, già presente nella visita del 2014) consegnano la loro relazione alla Santa sede. E il 13 maggio, sotto forma di un «decreto singolare» (cioè inappellabile) firmato dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin e approvato da papa Francesco, arriva la sentenza: Bianchi, insieme a due monaci e una monaca,  deve lasciare la comunità e trasferirsi altrove.

Perché? A causa di «una situazione tesa e problematica nella nostra comunità per quanto riguarda l’esercizio dell’autorità del fondatore, la gestione del governo e il clima fraterno», spiega un comunicato del monastero di Bose. La situazione sarebbe precipitata, aggiungono i monaci, in seguito al «rifiuto dei provvedimenti da parte di alcuni destinatari», cosa che «ha determinato una situazione di confusione e disagio ulteriori».

Bianchi cioè, nonostante le dimissioni, avrebbe continuato a fare il “priore-ombra”, insieme al suo “cerchio magico”. Un’accusa che però il fondatore respinge: «Mai ho contestato con parole e fatti l’autorità del legittimo priore, Luciano Manicardi», peraltro «mio collaboratore stretto per più di vent’anni e vicepriore della comunità». E chiede: «La Santa sede ci aiuti e, se abbiamo fatto qualcosa che contrasta la comunione, ci venga detto».

È chiaro che la storia è incompleta. Problemi nell’esercizio dell’autorità non giustificano il severo provvedimento vaticano: se fosse solo questo, andrebbe chiusa la metà dei conventi e buona parte dei dicasteri della Curia romana. C’è dell’altro, che non viene detto. Rivelazioni “indicibili”? Possibile, ma poco probabile, alla luce della storia della comunità. Più facile che su Bose si stia giocando una partita importante, che riguarda gli assetti della Chiesa cattolica: esperienza anomala che va ricondotta ad un più rigido controllo romano? E in questo caso Francesco non sarebbe tanto la vittima (colpire Bose per colpire il papa), quanto il killer. Del resto che, soprattutto dopo il Sinodo sull’Amazzonia, il percorso di riforma ecclesiale si sia impantanato è un dato di fatto.

Fra tanti dubbi, una conferma: la totale opacità vaticana. L’unica azione chiarificatrice da parte della Santa sede sarebbe la trasparenza. Ma forse è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago.


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