Soldi alle scuole cattoliche. La Cei la spunta di nuovo

“Adista”
n. 21, 30 maggio 2020

Luca Kocci

Il risultato finale e una media matematica quasi perfetta: il governo inizialmente aveva stanziato 65 milioni di euro a sostegno delle scuole paritarie (fra cui molte cattoliche) per il mancato pagamento delle rette da parte di molte famiglie a causa dell’emergenza Covid-19; le scuole paritarie ne chiedevano pero 230; alla fine il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha messo mano al portafoglio (non il suo, ma quello dello Stato) e, con l’ultima versione del «decreto Rilancio» – firmato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella –, ne ha tirati fuori altri 70, a cui vanno aggiunti 15 milioni del Fondo nazionale per il Sistema integrato di educazione e di istruzione, per un totale di 150 milioni di euro.

Per arrivare alla cifra complessiva, scuole cattoliche e Conferenza episcopale italiana hanno pero dovuto sbraitare non poco.

La Cei era partita per tempo. Gia il 16 aprile, in occasione della riunione del Consiglio episcopale permanente, aveva chiesto finanziamenti straordinari per le scuole cattoliche che, a causa della sospensione delle attività didattiche dal 5 marzo, non avevano più incassato le rette da parte di molte famiglie. E importante, si leggeva nel comunicato del parlamentino dei vescovi, «non sottovalutare la preoccupazione circa la tenuta del sistema delle scuole paritarie. Se gia ieri erano in difficoltà sul piano della sostenibilità economica, oggi, con le famiglie che hanno smesso di pagare le rette a fronte di un servizio chiuso dalle disposizioni conseguenti all’emergenza sanitaria, rischiano di non aver più la forza di riaprire» (v. Adista Notizie n. 17/20). Qualche giorno fa, il 18 maggio – quando lo stanziamento governativo era ancora fermo a 65 milioni –, era stata la stessa Presidenza della Cei a intervenire, rilanciando «la forte preoccupazione espressa in queste settimane da genitori, alunni e docenti delle scuole paritarie, a fronte di una situazione economica che ne sta ponendo a rischio la stessa sopravvivenza. Le paritarie – proseguiva la nota della Cei – svolgono un servizio pubblico, caratterizzato da un progetto educativo e da un programma formativo perseguiti con dedizione e professionalità. Si tratta di un passo dal valore innanzitutto culturale, rispetto al quale si chiede al governo e al Parlamento di impegnarsi ulteriormente per assicurare a tutte le famiglie la possibilità di una libera scelta educativa, esigenza essenziale in un quadro democratico. Tra l’altro, le scuole paritarie permettono al bilancio dello Stato un risparmio annuale di circa 7.000 euro ad alunno: indebolirle significherebbe dover affrontare come collettività un aggravio di diversi miliardi di euro». Chiediamo quindi, concludevano i vescovi, «che non si continuino a fare sperequazioni di trattamento, riconoscendo il valore costituito dalla rete delle paritarie». Dove, per «sperequazioni di trattamento», si intendeva il miliardo e mezzo di euro previsto per le scuole statali!

Un comunicato subito rilanciato alla Conferenza  episcopale piemontese, presieduta dal vescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, che forse farebbe meglio a occuparsi di ben altre questioni (v. Adista Notizie nn. 17, 18 e 20/20). «Anche nelle nostre Diocesi piemontesi sono migliaia i bambini, i ragazzi e gli adolescenti che frequentano questi istituti, con alle spalle famiglie che hanno fatto una scelta educativa ben precisa, e che ora rischiano di non poter riprendere il prossimo anno scolastico per mancanza di adeguato sostegno da parte del decreto rilancio – spiegano i vescovi del Piemonte –. A livello nazionale vogliamo far sentire una voce autorevole, e a livello locale vorremmo vi raggiungesse la nostra voce di pastori, vicini al proprio gregge, in questo momento di difficoltà e di lotta, di una battaglia per la presenza e per la liberta educativa».

Ma non ci sono solo i vescovi. Sono state le stesse scuole cattoliche che il 19 e 20 maggio hanno scioperato, interrompendo per due giorni le attività di «didattica a distanza». Uno sciopero per dire che «per questo governo siamo invisibili» e «che senza aiuti si chiude». Ma forse, fra le righe, anche uno sciopero della didattica contro le famiglie morose che non pagano le rette

Tanto “rumore”… per vincere

Una protesta totalmente coperta e anzi rilanciata dalle presidenze nazionali dell’Usmi (Unione superiori maggiori d’Italia) e della Cism (Conferenza italiana superiori maggiori) che, in una nota congiunta, manifestano «tutto il disagio e la difficoltà che scuole pubbliche paritarie cattoliche fanno dinanzi alla fatica di tante famiglie a pagare le rette, all’indebitamento di tanti Istituti che non ce la fanno più a pagare gli stipendi dei docenti e del personale amministrativo. Ora tocca alla politica, ma noi vogliamo e possiamo sostenerla». Lo sciopero della didattica a distanza, scrivono Usmi e Cism, intende essere un «rumore educativo ed educato, che parta dalle nostre scuole ma che coinvolga i genitori dei 900mila allievi delle scuole paritarie, i sette milioni di allievi delle scuole statali, i docenti, il personale della scuola italiana, gli amici, i cittadini facendo nostro l’appello del presidente della Repubblica: ognuno di noi può e deve fare la propria parte per la liberazione dell’Italia oggi». E un «rumore costruttivo, che obblighi i nostri parlamentari, che saranno impegnati nella discussione degli emendamenti nell’aula parlamentare, a non lasciare indietro nessuno perché o l’Italia riparte dalla scuola, da questo grembo dove si entra bambini e si esce cittadini di uno Stato democratico, o non ripartirà. O sarà disposta a fare i conti che c’e qualcosa che viene prima dei programmi, degli esami, del distanziamento sociale, che e quel di più della relazione educativa che può rendere adulto un ragazzo, o non ripartirà. La scuola deve tornare a far rumore, perché e l’impresa più grande di un Paese democratico, l’investimento migliore sul futuro, la grammatica più efficace di ogni integrazione culturale». Messaggio recepito: fondi aumentati.

Pagate gente, pagate!

In ogni caso gli istituti scolastici cattolici non si sono astenuti dal ricordare alle famiglie morose la necessita di pagare. «La retta base e sempre dovuta indipendentemente dalla frequentazione della scuola da parte del bambino», si legge, per esempio, nella lettera di sollecito inviata ai genitori degli alunni della scuola dell’infanzia paritaria “Gesu Divin Maestro” di Roma, firmata dal gestore e legale rappresentante don Mario Laurenti. «E il fatto che ne sia consentito un pagamento rateale – puntualizza – minimamente incide sulla dovutezza (sic!) dell’intero importo annuale. E per tale motivo essa e dovuta anche in questo periodo di sospensione dell’attività didattica». Unica concessione, uno sconto per i mesi di aprile, maggio e giugno (non marzo pero, anche se le attività didattiche in presenza sono sospese dal 5 marzo): 350 euro invece di 460 al mese per i bambini del nido di un anno; 300 euro invece di 400 per i bambini del nido di due anni; 200 euro invece di 350 per i bambini della materna di 3-5 anni.

 


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