«È ora che la Chiesa cattolica chieda scusa alle donne»

“il manifesto”
31 maggio 2020

Luca Kocci

Le gerarchie della Chiesa cattolica porgano le loro «scuse» alle donne per le «violazioni gravi» compiute nei loro confronti.

Lo chiedono oltre 170 donne (ma la raccolta firme è ancora aperta) che hanno scritto una «lettera aperta» alle gerarchie ecclesiastiche. E l’hanno inviata al presidente della Conferenza episcopale italiane, cardinale Gualtiero Bassetti. Fra loro c’è la biblista e teologa francese Anne Soupa, già presidente della Conferenza delle battezzate e dei battezzati, che qualche giorno fa si è provocatoriamente candidata a vescovo di Lione («tutto mi rende legittima, ma ora tutto me lo impedisce»). Ci sono religiose, come la teologa domenicana Antonietta Potente e la missionaria comboniana Elisa Kidané. C’è la pastora valdese Daniela Di Carlo, donne credenti in altre religioni. E ci sono tante donne, molte impegnate nelle comunità di base, nelle associazioni femminili, nel Segretariato delle attività ecumeniche (Sae) e nell’ Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne.

«È alla questione della presenza delle donne nella Chiesa che vogliamo riferirci», si legge nella lettera aperta. «Non è affatto una richiesta di spartizione di potere, di cooptazione all’interno del sistema clericale attuale, ma è, invece, la questione dell’assunzione nei fatti della centralità delle relazioni, cui rinvia l’enunciato fondativo: Maschio e femmina li creò».

Non si tratta quindi di rivendicare spazi di potere in una struttura avariata. Ma di ristabilire l’equità e la giustizia nella Chiesa, a partire dalle relazioni di genere, che «sono da molto tempo malate, perché intrise di stereotipi ingessanti a proposito delle donne: visioni svilenti, che ne deformano l’immagine negandole integrità». Da qui deriva «il disvalore del femminile». E «non ci si risponda – prosegue la lettera – che la Chiesa venera Maria, la quale sarebbe superiore a tutti gli apostoli, e quindi con essa venera tutte le donne; perché è la persona incarnata che va rispettata, le donne in carne e ossa, non la loro trasfigurazione immaginaria».

L’obiettivo è anche di trasformare una struttura maschilista e verticistica in quel «discepolato di uguali» di cui parla la teologa Elisabeth Schüssler-Fiorenza, perché il messaggio evangelico «è testimonianza di libertà per donne e uomini», non di gerarchie e disuguaglianze.

L’elenco delle «violazioni gravi di cui il clero maschile si è macchiato (con la complicità a volte di donne consacrate) nei confronti del sesso femminile» è lungo. «Ha escluso per secoli la donna dal riconoscimento di essere immagine di Dio, poiché l’imago Dei era attributo esclusivamente riservato all’uomo». Ha strutturato «una visione culturale della donna che ha gravemente nuociuto alle relazioni tra uomini e donne, legittimando con il carisma del sacro i rapporti di dominio e sottomissione che caratterizzano le culture patriarcali». Ha spesso «usato e sfruttato il lavoro delle donne consacrate come lavoro schiavo, senza riconoscimento economico e sociale». Ha commesso – sebbene non sia possibile determinarne quantità e qualità, perché molto è tenuto segreto – «abusi spirituali, di coscienza e sessuali». Ha contribuito, «con la demonizzazione del corpo femminile e la costruzione dell’immagine della “donna tentatrice”, a legittimare la visione per cui sono le donne le responsabili degli atteggiamenti molesti e abusanti dei maschi». Ha controllato «la sessualità e il corpo femminile, ignorando la sfera del desiderio sessuale femminile e mai mettendo in discussione le forme autoreferenziali e non interattive della sessualità maschile». Non ha preso radicali distanze nei confronti «del consumo della pornografia e della prostituzione, attraverso una messa in discussione profonda della sessualità maschile». Non ha ancora intrapreso «una seria riforma della liturgia, del linguaggio pastorale e catechetico, che riconosca la soggettività delle donne». Non ha corretto «traduzioni dei testi sacri intrise di pregiudizio patriarcale». Infine «perpetua una visione squilibrata del rapporto uomo/donna attraverso l’esclusione delle donne non solo dai ministeri, ma anche da tutte le sedi decisionali all’interno della Chiesa».

Nel corso della sua storia, sebbene assolvendo la struttura ecclesiastica, qualche rara volta i pontefici hanno chiesto perdono per le colpe commesse da «alcuni uomini di Chiesa»: per la condanna di Galileo e per gli errori del tribunale dell’Inquisizione (Giovanni Paolo II), per gli abusi sui minori commessi dai preti pedofili (Francesco). Ora, conclude la lettera, è venuto il momento di chiedere perdono anche alle donne: «Sarebbe un primo passo, soprattutto se non fosse una semplice dichiarazione di principio, ma si accompagnasse ad atti concreti».


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