Don Sacco: basta frecce tricolori, sanno di guerra

“il manifesto”
2 giugno 2020

Luca Kocci

Oggi è la festa della Repubblica. Non c’è la parata militare, ma ci sono le Frecce tricolori che da una settimana svolazzano nei cieli d’Italia. Don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, proprio non si riesce a celebrare la Repubblica senza armi?

È stato detto che ci «abbracciano»… In sé le Frecce non fanno nulla di male, anche se si spendono soldi che invece potrebbero essere usati meglio. Il problema è culturale: le Frecce sdoganano l’idea della guerra non come una cosa brutta, che ammazza e dilania i corpi, ma di una guerra tecnologica, elegante, che dà prestigio.

 

A proposito di guerra tecnologica: non molto distante dalla tua parrocchia a Cesara (Vb) c’è Cameri (No), dove si producono gli F35…

Le Frecce tricolori in un certo senso sono funzionali agli F35, perché implicitamente «sponsorizzano» l’alta tecnologia militare. Nei mesi scorsi, quando molte fabbriche erano chiuse per la pandemia, a Cameri si è continuato a lavorare per produrre i cacciabombardieri, con la scusa del rispetto dei tempi di consegna e con il ricatto di mettere a rischio i posti di lavoro. Nel mio territorio ci sono molte industrie di rubinetti, servono per dare acqua, non per trasportare bombe. Quelle però sono state chiuse. Eppure anche lì erano in gioco posti di lavoro non meno importanti.

 

Le spese militari continuano ad essere ingenti: nel 2019 si è registrato l’aumento più consistente dalla fine della guerra fredda, l’Italia è al dodicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa di 26,8 miliardi di dollari (dati Sipri). A cosa servono tutte queste armi?

Servono soprattutto a chi le produce e a chi le vende. Intorno alle armi ci sono molte bugie e troppi interessi. C’è una lobby fortissima. Io ricordo sempre che padre Zanotelli trent’anni fa fu cacciato da Nigrizia, mensile dei comboniani, per la sue denunce del traffico armi, contro «Spadolini piazzista d’armi», dal titolo di un suo editoriale. Oggi le cose non sono migliorate, anzi…

 

Dalla relazione del governo al Parlamento sull’export di armi italiane, risulta che ne vendiamo due terzi armi a Paesi extra Ue ed extra Nato…

Le vendiamo all’Egitto, al regime di Al Sisi, che non rispetta i diritti umani, pensiamo a Giulio Regeni. Vendiamo bombe, prodotte in Sardegna, all’Arabia Saudita, che da anni bombarda lo Yemen. Vendiamo armi alla Turchia. Che altro c’è da aggiungere? Gli interessi sono immensi, spesso la politica tace o è succube di questa logica, tranne rare eccezioni. Eppure oggi è la festa di una Repubblica fondata su una Costituzione che afferma che «l’Italia ripudia la guerra».

 

Cosa ha pensato dei mezzi militari che portavano via le bare dei morti di Covid?

Una tragedia enorme, con migliaia di morti. Ma il rischio è che nell’immaginario comune passi l’idea che l’esercito sia l’unica forza capace di intervenire nell’emergenza. Poi però, una volta terminata, torna a preparare la guerra. Per questo dico che dovremmo investire su corpi civili di pace, perché non siamo in guerra.


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