Il contributo della Chiesa cattolica al commercio delle armi

“Adista”
n. 22, 6 giugno 2020

Luca Kocci

Le fabbriche producono armi, che poi vendono all’estero (anche a Paesi in guerra, v. Adista Notizie n. 21/20). Per compiere queste operazioni coinvolgono alcune banche, che spostano e anticipano soldi, incassando cospicui compensi. Molti enti ecclesiastici si appoggiano tranquillamente alle «banche armate», vi depositano e affidano loro i soldi – magari donati dai fedeli – che quindi vengono utilizzati anche per il commercio delle armi. E il cerchio si chiude.

La relazione del governo sull’export italiano di armamenti nel 2019, finalmente consegnata al Parlamento e pubblicata in versione integrale (due volumi di qualche migliaio di pagine ciascuno), quindi anche con l’elenco delle operazioni bancarie delle aziende armiere, fotografa una situazione già nota, ma da molti ignorata. Anche perché, si sa, il denaro è «lo sterco del diavolo», ma siccome pecunia non olet, va bene anche affidarsi ad una «banca armata», se può garantire uno zero virgola di interessi in più, e pazienza se papa Francesco ripete in continuazione che è il commercio delle armi a determinare le guerre.

Ai primi due posti della classifica delle «banche armate» si confermano Unicredit (Unicredit Spa + Unicredit factoring), con «importi segnalati» dal ministero dell’Economia e delle Finanze pari a un miliardo e 751 milioni di euro, e Deutsche Bank, con 793 milioni. Le cifre sarebbero decisamente più alte (quasi cinque miliardi e mezzo per Unicredit e un miliardo per Deutsche) se si tenesse conto anche degli «importi accessori segnalati»; ma il Mef, che non spiega bene la differenza fra le due voci, precisa che «gli importi attribuiti ai singoli intermediari nella colonna “importi accessori segnalati” ricomprendono anche operazioni di finanziamento gestite in pool e di gestione di garanzie con periodicità infrannuale. La lettura acritica di tali dati può pertanto fornire un quadro non aderente alla realtà operativa del settore».

Al terzo posto c’è Barclays Bank (244 milioni). Al quarto e quinto altre due banche italiane, dopo Unicredit: Banca popolare di Sondrio (189 milioni) e Intesa San Paolo, con 143 milioni (considerando anche gli «importi accessori segnalati», Intesa salirebbe al terzo posto, con 998 milioni). A seguire, per completare la top ten delle «banche armate », Commerzbank (121 milioni), Credit Agricole (111 milioni), Banca nazionale del lavoro (98 milioni), Bnp Paribas Italia (76 milioni) e Banco Bpm (59 milioni).

Le “banche armate” in uso

Veniamo agli enti ecclesiastici che hanno scelto le «banche armate» come propri istituti di riferimento. A cominciare dalla Conferenza episcopale italiana che, per incassare le erogazioni liberali e le offerte deducibili per il sostentamento del clero, si appoggia a sette diversi conti bancari, quattro dei quali aperti presso altrettante «banche armate»: Unicredit, Intesa San Paolo, Banca nazionale del lavoro e Bpm.

Indossano l’elmetto anche alcune dei principali atenei pontifici, quindi direttamente legati alla Santa Sede. Hanno scelto come tesorerie – ovvero gli istituti di credito presso cui gli studenti pagano le tasse universitarie – proprio le «banche armate»: Gregoriana (gesuiti) e Santa Croce (Opus Dei) si appoggiano ad Unicredit, la Lateranense – dove peraltro è da poco attivo il corso di laurea in Scienze della pace – invece a Banca popolare di Sondrio. Infine la sanità vaticana: anch’essa si affida alle «banche armate». Il Policlinico “Agostino Gemelli” – intitolato a quello che fu il consulente di Cadorna durante la prima guerra mondiale e il principale teorico dell’obbedienza cieca e rassegnata dei soldati ai propri superiori – ha scelto Unicredit.

Il Bambino Gesù invece ha optato per Intesa San Paolo che – riferiva una nota della banca al momento della sottoscrizione dell’accordo, nel 2018 – fino almeno al giugno 2021 sarà «il referente per l’erogazione dei servizi bancari e finanziari del Bambino Gesù, nell’ambito di una partnership che si svilupperà anche attraverso l’installazione di una ramificata struttura di punti operativi e la sottoscrizione di una specifica convenzione per prodotti e servizi a condizioni agevolate ai circa 3mila dipendenti e collaboratori dell’ospedale pediatrico tra medici, infermieri, ricercatori, tecnici ospedalieri e impiegati». E Mariella Enoc, presidente del Bambino Gesù ma anche vicepresidente di Fondazione Cariplo (uno dei principali azionisti proprio di Intesa): «Siamo contenti di intraprendere questa nuova avventura con una realtà autorevole e tradizionalmente attenta alla dimensione sociale come il gruppo Intesa San Paolo». Quinta «banca armata» italiana.


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