Intrigo di lusso all’ombra del Cupolone

“il manifesto”
7 giugno 2020

Luca Kocci

C’è il broker (Gianluigi Torzi) che prima avrebbe aiutato la segreteria di Stato vaticana a concludere un affare milionario e poi l’avrebbe ricattata, e per questo motivo venerdì scorso è stato arrestato per ordine del tribunale pontificio. C’è il monsignore di Curia (Alberto Perlasca) a cui sono stati sequestrati i conti in Svizzera. C’è l’Obolo di San Pietro – le offerte per i poveri che arrivano al papa da tutto ilmondo – utilizzato come bancomat per alcune speculazioni immobiliari a Londra. Ci sono funzionari vaticani (Fabrizio Tirabassi) e faccendieri italiani (Raffaele Mincione) indagati per peculato. E ci sono le immancabili banche svizzere, dove sono depositati conti che devono restare riservati. Tutti coinvolti in un’inchiesta, condotta dalla magistratura vaticana, che sta scuotendo la Santa sede.

Papa Francesco per il momento tace, anche se qualche accenno potrebbe farlo oggi all’Angelus da piazza San Pietro o domani alla messa a Santa Marta. Certo è che, nonostante da qualche anno in Vaticano sia in corso un’operazione pulizia e trasparenza, alcuni angoli dei sacri palazzi, dove si gestiscono decine di milioni di euro, continuano ad essere centrali del malaffare.

Al centro dell’indagine, avviata diversi anni fa, c’è un palazzo di inizio ‘900 situato in Sloane Avenue, una zona di lusso nel cuore di Londra, e un investimento di oltre trecento milioni di dollari da parte della Santa sede.

La storia comincia quando Raffele Mincione, un finanziere d’assalto con buone entrature in Vaticano, propone alla segreteria di Stato (allora guidata dal cardinal Tarcisio Bertone e dal sostituto per gli Affari generali monsignor Angelo Becciu) l’acquisto del 45% del palazzo londinese, che egli stesso aveva comprato due anni prima mediante il fondo Athena, di sua proprietà, per realizzare una grande speculazione immobiliare: trasformare quello che era un immobile commerciale (un deposito di Harrods di 17mila metri quadri) in una cinquantina di appartamenti di lusso da vendere almeno al doppio del capitale investito. Il Vaticano accetta e anzi raddoppia. Il vescovo venezuelano Edgar Peña Parra, che Francesco nell’estate 2018 ha nominato sostituto per gli Affari generali al posto di Becciu, infatti acquista da Mincione il restante 55% del palazzo londinese, che quindi diventa interamente di proprietà vaticana. Non più però per realizzare appartamenti di lusso, ma uffici, in base ad una nuova licenza edilizia ottenuta dalle autorità cittadine.

Oltretevere scatta l’indagine interna. Infatti quando Peña Parra chiede allo Ior 150 milioni di euro per non meglio precisate ragioni istituzionali (in realtà per estinguere il mutuo sul palazzo londinese), il direttore generale della banca, Gian Franco Mammì, non sborsa un centesimo e invia una segnalazione al promotore di giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano (il pubblico ministero vaticano). Viene alla luce che, per portare a termine l’affare, la Segreteria di Stato avrebbe attinto ai fondi dell’Obolo di San Pietro, affidandosi ad un altro finanziere d’assalto con base a Londra, Gianluigi Torzi, nuovo gestore per conto del Vaticano del palazzo in Sloane Avenue con la sua società Gutt Sa. E che l’Aif, l’autorità di controllo finanziario del Vaticano, avrebbe chiuso un occhio e dato il via libera all’operazione.

Per questo motivo, ad ottobre 2019, il direttore dell’Aif, Tommaso Di Ruzza, viene sospeso cautelativamente dal proprio incarico, che poi non gli sarà più rinnovato. Così come vengono sospesi e trasferiti altrove quattro funzionari della Segreteria di Stato vaticana, fra cui un prelato. In seguito alla diffusione della notizia dei provvedimenti, pochi giorni dopo arrivano anche le dimissioni del comandante della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani, una cui disposizione di servizio che doveva restare riservata, con tanto di foto segnaletiche degli indagati sospesi e allontanati dai sacri palazzi, viene pubblicata dall’Espresso. Una fuga di notizie che lo stesso papa Francesco bollò come «peccato mortale, lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza».

In questi giorni la svolta nelle indagini, che però presentano ancora molti lati oscuri da chiarire.

Torzi – informa la sala stampa della Santa sede – viene arrestato per ordine della magistratura vaticana con le accuse di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione. Allo stato è detenuto in appositi locali presso la caserma del corpo della Gendarmeria». Avrebbe preteso dal Vaticano una cifra di 15 milioni di euro prima per completare l’acquisto del palazzo londinese di proprietà di Mincione e poi come sorta di buonuscita per liberare e lasciare l’intero edificio nella disponibilità della Santa sede.

Con Torzi, sono indagati per peculato monsignor Alberto Perlasca (responsabile degli investimenti della Segreteria di Stato), Fabrizio Tirabassi (funzionario della segreteria di Stato) e il finanziere Raffaele Mincione: avrebbero utilizzato illecitamente il denaro della Santa sede, in particolare anche le offerte dell’Obolo di San Pietro.

Una vicenda ancora molto contorta, di cui nelle prossime settimane, forse, si saprà di più. Quello che emerge con una certa nettezza è il groviglio di affari e corruzione che si consuma all’ombra del Cupolone.


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