Giochi preziosi: l’ombra lunga del palazzo di Londra sulle finanze vaticane

“Adista”
n. 24, 20 giugno 2020

Luca Kocci

In Segreteria di Stato qualcuno voleva fare un affare milionario usando i soldi dell’Obolo di San Pietro (le offerte al papa per i poveri) e affidandosi al finanziere specializzato in operazioni speculative al limite della legalità. Ma il finanziere li ha incastrati. Pare essere questa la morale della vicenda del palazzo londinese acquistato dalla Santa Sede con un investimento di oltre trecento milioni di dollari al centro di un’inchiesta della magistratura vaticana che sta mettendo sottosopra Oltretevere.

I protagonisti ci sono tutti: il broker (Gianluigi Torzi) che prima avrebbe aiutato la Segreteria di Stato vaticana a concludere un affare milionario e poi l’avrebbe ricattata, e per questo motivo lo scorso 5 giugno è stato arrestato per ordine del tribunale pontificio. C’è il monsignore di Curia (Alberto Perlasca) a cui sono stati sequestrati i conti in Svizzera. Ci sono funzionari vaticani (Fabrizio Tirabassi, Enrico Crasso, mons. Mauro Carlino) e faccendieri italiani (Raffaele Mincione). E ci sono le immancabili banche svizzere, dove sono depositati conti che devono restare riservati.

Genesi della vicenda

La storia comincia quando Mincione, finanziere d’assalto con buone entrature in Vaticano, propone alla Segreteria di Stato (allora guidata dal card. Tarcisio Bertone e dal sostituto per gli Affari generali Angelo Becciu) di acquistare il 45% di un palazzo di inizio ‘900 – che egli stesso aveva comprato due anni prima mediante il fondo lussemburghese Athena, di sua proprietà – situato in Sloane Avenue, una zona di lusso nel cuore di Londra, per realizzare una grande speculazione immobiliare: trasformare quello che era un immobile commerciale (un deposito di Harrods di 17mila metri quadri) in una cinquantina di appartamenti di lusso da vendere almeno al doppio del capitale investito.

Il Vaticano accetta e anzi raddoppia. Il vescovo venezuelano Edgar Peña Parra, che papa Francesco nell’estate 2018 ha nominato sostituto per gli Affari generali al posto di Becciu, decide di uscire dal fondo lussemburghese e di acquistare da Mincione il restante 55% del palazzo londinese, che quindi diventa interamente di proprietà vaticana. Non più però per realizzare appartamenti di lusso, ma uffici, in base ad una nuova licenza edilizia ottenuta dalle autorità cittadine.

Lo Ior non sgancia

Intanto, però, la Santa Sede avvia un’indagine interna. Infatti quando Peña Parra chiede allo Ior 150 milioni di euro per non meglio precisate ragioni istituzionali (in realtà per estinguere il mutuo sul palazzo londinese), il direttore generale della banca, Gian Franco Mammì, non sborsa un centesimo e invia una segnalazione al promotore di giustizia del Tribunale, Gian Piero Milano, una sorta di pubblico ministero vaticano. Anche l’Ufficio del revisore generale allerta il Tribunale pontificio, che così avvia un’inchiesta penale.

La parte dell’Obolo

Viene alla luce che, per portare a termine l’affare, la Segreteria di Stato avrebbe attinto ai fondi dell’Obolo di San Pietro (i cui fondi, come Adista scrive da anni – senza però essere mai entrata in possesso delle carte riservate che lo provano, dal momento che non esistono bilanci pubblici dell’Obolo –, sarebbero stati utilizzati non solo per le opere di carità ma anche per operazioni immobiliari e finanziarie) e si sarebbe affidata ad un altro finanziere d’assalto con base a Londra, Gianluigi Torzi, il quale avrebbe convinto Mincione a cedere l’intero palazzo, gestito poi dallo stesso Torzi, per conto del Vaticano, con la sua società Gutt Sa (anche con base in Lussemburgo).

L’Aif, ovvero l’autorità di controllo finanziaria del Vaticano, pur al corrente dell’operazione, avrebbe chiuso un occhio e dato il via libera. È per questo che, all’inizio di ottobre, essendo indagati, vengono sospesi «cautelativamente » dal servizio – e successivamente rimossi o destinati ad altro incarico – il direttore dell’Aif Tommaso Di Ruzza, mons. Mauro Carlino, neo-capo dell’ufficio informazione e documentazione della Segreteria di Stato (e per anni segretario personale di Becciu), due minutanti degli uffici della Segreteria di Stato Vincenzo Mauriello (protocollo) e Fabrizio Tirabassi (amministrazione), e un’addetta all’amministrazione, Caterina Sansone. In seguito alla diffusione della notizia dei provvedimenti, pochi giorni dopo arrivano anche le dimissioni del comandante della Gendarmeria vaticana, Domenico Giani, una cui disposizione di servizio che doveva restare riservata, con tanto di foto segnaletiche degli indagati sospesi e allontanati dai sacri palazzi, viene pubblicata dall’Espresso. Una fuga di notizie che lo stesso papa Francesco bollò come «peccato mortale, lesivo della dignità delle persone e del principio della presunzione di innocenza».

Nei giorni scorsi la svolta nelle indagini, che però presentano ancora molti lati oscuri da chiarire.

Sono indagati per peculato monsignor Perlasca (responsabile degli investimenti della Segreteria di Stato) e Mincione: avrebbero utilizzato illecitamente il denaro della Santa Sede, in particolare anche le offerte dell’Obolo di San Pietro.

L’arresto

Ma soprattutto Torzi – come informa una nota della sala stampa della Santa sede – viene arrestato per ordine della magistratura vaticana con le accuse di «estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione. Allo stato, è detenuto in appositi locali presso la caserma del corpo della Gendarmeria ». Avrebbe preteso dal Vaticano una cifra di 15 milioni di euro prima per completare l’acquisto del palazzo londinese di proprietà di Mincione e poi come sorta di buonuscita per liberare e lasciare l’intero edificio nella disponibilità della Santa Sede.

In realtà, i passaggi sono più complicati, e coinvolgono i funzionari della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, Crasso e Carlino, da chiarire se vittime o complici di Torzi. Viene dunque sottoscritto un accordo con il quale Gutt Sa (Torzi) acquista da Mincione il 55% del palazzo; la Segreteria di Stato, quindi, acquista trentamila azioni della Gutt Sa al valore simbolico di un euro; frattanto però Torzi modifica il capitale sociale di Gutt Sa, introducendo accanto alle trentamila azioni (senza diritto di voto) altre mille azioni (con diritto di voto) che detiene egli stesso e grazie alle quali continua ad avere il pieno controllo sull’immobile. E che poi avrebbe ceduto per 15 milioni di euro, appunto il prezzo dell’estorsione secondo i magistrati vaticani, ottenuti grazie alla mediazione – o alla complicità? – di Tirabassi, Crasso e Carlino.

Un “malinteso”?

«Riteniamo che questo provvedimento sia il frutto di un grosso malinteso determinato da dichiarazioni interessate che possono aver fuorviato una corretta interpretazione della vicenda da parte degli inquirenti», dichiarano gli avvocati di Torzi, Ambra Giovene e Marco Franco. «Non v’è dubbio infatti che Gianluigi Torzi ha consentito alla Segreteria di Stato vaticana di recuperare un prestigioso immobile londinese il cui ingente valore rischiava di essere disperso e successivamente ha evitato che lo stesso potesse prendere vie poco chiare. Torzi non ha mai avuto intenzione di agire contro gli interessi della Santa sede e sin dall’inizio di questa inchiesta, attraverso i suoi difensori, ha manifestato costante disponibilità verso gli inquirenti per la ricostruzione dei fatti producendo decine di documenti, memorie. Siamo sicuri che la posizione di Gianluigi Torzi verrà presto chiarita con riconoscimento della sua estraneità dagli addebiti contestati». Come si vede, una vicenda ancora molto intricata, di cui nelle prossime settimane, forse, si saprà di più. Quello che emerge con chiarezza, al di là della responsabilità da accertare dei singoli, è che, nonostante da qualche anno in Vaticano sia in corso un’operazione pulizia e trasparenza, alcuni angoli dei sacri palazzi, dove si gestiscono decine di milioni di euro, continuano ad essere centrali del malaffare.


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