Il delitto della discriminazione razziale: vescovi statunitensi “in ginocchio”

“Adista”
n. 25, 27 giugno 2020

Luca Kocci

Se il presidente Usa Donald Trump brandisce la Bibbia per benedire la repressione delle forze dell’ordine nei confronti dei manifestanti del movimento “Black live matters” (Blm), nato dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente della polizia di Minneapolis (che, il 25 maggio, lo ha soffocato tendendolo schiacciato a terra con un ginocchio), e incassa l’apprezzamento dell’ex nunzio mons. Carlo Maria Viganò («dietro gli atti vandalici e le violenze si nascondono ancora una volta coloro che, nella dissoluzione dell’ordine sociale, sperano di costruire un mondo senza libertà»), vescovi e cattolici statunitensi, pur condannando le violenze in cui sono degenerate alcune proteste, scendono in piazza con i manifestanti.

È stata «un’uccisione brutale e insensata, un peccato che grida giustizia al cielo», ha dichiarato mons. José H. Gomez, vescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza episcopale Usa, il quale ha aggiunto di comprendere «la frustrazione e la rabbia» degli afroamericani che «ancora oggi subiscono umiliazioni, trattamenti che degradano la loro dignità e discriminazioni a causa della loro razza e del colore della loro pelle». «Il razzismo è stato tollerato troppo a lungo», ha proseguito, «dobbiamo andare alla radice dell’ingiustizia razziale che ancora infetta tante aree della società americana», anche se la violenza a cui si è assistito in questi giorni non porta da nessuna parte ed è anzi «autodistruttiva». «Non dobbiamo permettere che sia detto che George Floyd è morto invano – ha concluso –. Dobbiamo onorare il suo sacrificio eliminando il razzismo e l’odio dai nostri cuori e rinnovare il nostro impegno per realizzare la sacrosanta promessa della nostra nazione di essere una comunità che garantisce la vita, la libertà e l’uguaglianza a tutti».

8 minuti e 46 secondi in ginocchio

Ma sono molti i vescovi statunitensi che hanno condannato la violenza delle forze dell’ordine contro gli afroamericani. In una dichiarazione firmata dai presidenti di sette commissioni della Conferenza episcopale Usa, i vescovi si sono dichiarati solidali con le comunità nere del Paese: il razzismo «non è una cosa del passato, ma un pericolo reale e attuale che deve essere affrontato con decisione».

Mons. Mark Joseph Seitz, vescovo di El Pa so (Texas), insieme a dodici preti, il primo giugno, si è inginocchiato in silenzio per 8 minuti e 46 secondi (il tempo in cui Floyd è rimasto bloccato a terra dal poliziotto), con una rosa bianca e il cartello con la scritta “Black lives matter”, per protestare contro la brutalità della polizia americana. «Raccogliermi in preghiera è solo un modo molto piccolo per partecipare a ciò che tanti stanno mettendo in atto nelle loro proteste pacifiche», ha spiegato Seitz, il quale due giorni dopo ha ricevuto una telefonata di sostegno da parte di papa Francesco (che a sua volta ha ricordato Floyd e condannato il razzismo durante l’udienza generale del 3 giugno: «Non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione e pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana. Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che “la violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista. Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”. Oggi mi unisco alla Chiesa di Saint Paul e Minneapolis, e di tutti gli Stati Uniti, nel pregare per il riposo dell’anima di George Floyd e di tutti gli altri che hanno perso la vita a causa del peccato di razzismo»). «Brutali uccisioni come quella di George Floyd non dovrebbero mai più accadere – ha proseguito Seitz –. Ovunque ci sia una mancanza di rispetto per gli esseri umani, dove c’è un giudizio basato sul colore della loro pelle, bisogna intervenire affinché questo non avvenga mai più. Che una discriminazione così grave avvenga nelle forze dell’ordine, negli affari, nel governo, in ogni aspetto della nostra società, questo deve cambiare».

Per tornare a respirare

Sulla violenza di alcune manifestazioni è intervenuto Bob Shine, presidente del Consiglio nazionale di Pax Christi Usa: «Non si dovrebbe giudicare ciò che sta accadendo in alcune delle proteste, ma ciò che è successo alle persone di colore in questo Paese più e più volte. Il nostro obiettivo, e qui parlo in modo particolare ai bianchi come me, è fare tutto il possibile per impedire che questi crimini si ripetano. L’attenzione dovrebbe essere rivolta alla giustizia per coloro che sono stati uccisi».

«Noi in America abbiamo una trave nell’occhio per quanto riguarda il razzismo. È una realtà difficile ma va affrontata. Non possiamo risolvere un problema finché non lo riconosciamo. Ciò interessa anche noi, membri della Chiesa cattolica», ha dichiarato il card. Daniel DiNardo, arcivescovo di Galveston-Houston (Texas), la città natale di George Floyd. «Non riesco a respirare – ha concluso DiNardo, citando le parole di Floyd soffocato dalla polizia –. Possiamo respirare di nuovo correttamente solo con l’aiuto dello Spirito Santo, solo quando il nostro costante lavoro sarà quello di eliminare il peccato del razzismo dalla nostra società».

Centinaia di religiosi e religiose, sacerdoti, laici e due vescovi ausiliari di Washington hanno manifestato al Lafayette Park, di fronte alla Casa Bianca, lo scorso 8 giugno: preghiere per la pace e la giustizia, letture bibliche, canti e la lettura dei nomi di tutti gli afro-americani morti a causa dell’ingiustizia razziale. «Quello che stiamo vedendo nelle ultime settimane, non è la nazione che vogliamo, l’America in cui crediamo», ha detto in un’intervista al Catholic News Service, p. Ejiogu, un religioso giuseppino che ha contribuito ad organizzare l’evento per ricordare che tutte le vite contano: «Le vite nere contano, le vite bianche contano, le vite spagnole contano, le vite asiatiche contano, tutte le vite, sì, ma ci sono alcune di quelle vite che sembrano ritenere che non contano».

Fallimento di una società

E nelle parrocchie di Boston è stata letta la lettera dell’arcivescovo, il card. Sean P. O’Malley, nella quale il razzismo viene definito una «malattia sociale e spirituale che uccide le persone». «Come nazione – si legge – abbiamo abolito legalmente la schiavitù, ma non abbiamo affrontato la sua eredità duratura cioè discriminazione, diseguaglianza e violenza», «la realtà del razzismo nella nostra società e l’imperativo morale dell’uguaglianza razziale e della giustizia devono essere incorporati nelle nostre scuole, nel nostro insegnamento e nelle nostre prediche», «dobbiamo impegnarci per la pari dignità e diritti umani in tutte le istituzioni della nostra società, in politica, nel diritto, nell’economia, nell’istruzione». «L’omicidio di George Floyd – conclude – è una prova dolorosa di ciò che è ed è stato in gioco per gli afroamericani, il fallimento di una società non in grado di proteggere la loro vita e quella dei loro figli. Le dimostrazioni e le proteste di questi giorni sono state richieste di giustizia e espressioni strazianti di profondo dolore emotivo da cui non possiamo allontanarci», «ci chiamano per affermare il valore inestimabile della vita di ogni persona. Ci chiamano per raddoppiare il nostro impegno a promuovere il rispetto e la giustizia per tutte le persone. Ci chiamano per sostenere e difendere la verità che black lives matter, le vite nere contano».

Marcia di protesta contro l’ingiustizia razziale di oltre quattrocento cattolici anche ad Atlanta (città natale di Martin Luther King), dove il 15 giugno è stato ucciso un altro afroamericano, Rayshard Brooks, colpito alle schiena da due colpi di pistola esplosi da un poliziotto durante un controllo. «La marcia è solo l’inizio», ha detto l’arcivescovo Gregory John Hartmayer.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: