“In ginocchio” i protestanti italiani per la giornata mondiale del rifugiato

“Adista”
n. 25, 27 giugno 2020

Luca Kocci

Anche i protestanti italiani condannano il razzismo e manifestano la propria solidarietà agli afroamericani di Black live matters (Blm), il movimento nato dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd, schiacciato a terra e soffocato da un agente della polizia di Minneapolis (v. qui): il 20 giugno, Giornata mondiale del rifugiato, si mettono in ginocchio per ricordare Floyd.

L’iniziativa è lanciata dalla Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), attraverso il suo programma migranti e rifugiati, Mediterranean Hope, che parte dall’analisi dei dati fornirti dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati: i migranti forzati nel mondo sono oltre 70 milioni; di questi quasi 26 milioni sono “rifugiati” in senso proprio, mentre 3,5 milioni sono “richiedenti asilo”. In Italia, oggi sono circa 131mila. In Svezia, dove la popolazione è circa un sesto di quella italiana (10 milioni), i rifugiati sono 186mila, il 50% in più che nel nostro Paese. In Germania, con 82 milioni di abitanti, i rifugiati sono 478mila, quasi 4 volte quelli presenti in Italia.

«Come Federazione delle Chiese evangeliche sentiamo di dover dire la verità su questi numeri. La loro manipolazione, infatti, non è indolore: produce sospetto, paura, emarginazione e infine vero e proprio razzismo, in Italia come altrove», spiega il pastore Luca Maria Negro, presidente della Fcei. «Speravamo tanto che il XXI secolo avrebbe abolito la parola razzismo, figlia di un drammatico passato fatto di schiavitù, suprematismo, linciaggi, segregazione, apartheid. Eppure la cronaca ci ripropone violente immagini degli anni ‘50 e ‘60, come quella di un poliziotto che per oltre otto minuti schiaccia un afroamericano disarmato e ammanettato, sino a ucciderlo».

È per questo che il 20 giugno, a mezzogiorno, nelle sedi dove la Fcei opera con il programma Mediterranean Hope (Lampedusa, Scicli, Libano, Rosarno, Roma), sono stati organizzati dei knee in (in ginocchio), come 55 anni fa fece Martin Luther King a Selma, inaugurando una forma di protesta che si sarebbe diffusa in tutto il movimento per i diritti civili dei neri. Prosegue il presidente della Fcei: «Ci inginocchiamo per dire che “le vite dei neri contano” (Black lives matter, lo slogan che caratterizza il movimento antirazzista americano di questi giorni), che «”le vite dei migranti contano”, che “le vite di tutti contano”. Con questo gesto vogliamo affermare che i neri, gli immigrati, ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio è una persona che deve essere protetta, tanto più quando è perseguitata, discriminata o giudicata. Come cristiani confessiamo che queste persone sono il nostro prossimo e, nel prossimo che bussa alla nostra porta, riconosciamo il volto di Gesù, anche lui profugo e perseguitato. Le ragioni del diritto e quelle della nostra fede, insomma, ci chiamano ad aprire le nostre porte e i nostri cuori a chi oggi cerca protezione e giustizia. Non è un merito, ma la conseguenza di una vocazione».


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