“La Civiltà Cattolica”: una teologia per decostruire il nazionalismo religioso

“Adista”
n. 26, 4 luglio 2020

Luca Kocci

Il buon samaritano per contrastare il nazionalismo religioso. Ovvero l’amore per il prossimo che sfata il mito dell’autogiustificazione nazionalista «prima noi», «prima i nostri».

Il saggio del gesuita p. Joseph Lobo pubblicato su fascicolo appena uscito della Civiltà Cattolica (n. 4080, 20 giugno-4 luglio) è chiaro fin dal titolo: «Contro il nazionalismo religioso». E disarticola in maniera puntuale il sempre più diffuso uso politico della religione per legittimare un nazionalismo escludente e profondamente antievangelico, benché rivestito di (false) motivazioni religiose.

«In questi giorni sembra tornare in auge, in alcuni Paesi, una forma di nazionalismo religioso-culturale», scrive p. Lobo. «La religione viene usata sia per fini di consenso personale sia per lanciare un messaggio politico che si identifica con la fedeltà e la devozione delle persone a uno Stato. Si dà per scontato che in esso le persone abbiano in comune l’identità, l’origine, la storia, e che esse sostengano un’omogeneità ideologica, culturale e religiosa, rinsaldata dai confini geopolitici». Ma, prosegue il gesuita, direttore del Centro ricerche del St. Joseph’s College a Bangalore (India), nel mondo attuale non esiste nessuna nazione «che abbia al suo interno una sola identità omogenea sotto il profilo linguistico o religioso, o da qualsiasi altro punto di vista. Quindi un nazionalismo radicale è possibile soltanto se esso elimina questa diversità».

Per questo è necessario «operare una liberante decostruzione del nazionalismo», a partire dalle mitologie e narrazioni che trasfigurano la storia nazionale come una sorta di «storia della salvezza di Dio con il suo popolo eletto». L’Antico Testamento presenta una serie di racconti ambigui («Da una parte, sostengono l’esclusivismo religioso-culturale di Israele e il suo correlato sentimento di essere favorito da Dio; dall’altra, raffigurano la visione dell’amore universale di Dio che si prende cura di tutti i popoli»); ma se esso viene letto «all’interno di un quadro complessivo della giustizia e dell’amore di Dio come vengono rivelati dall’evento Cristo», ogni ambiguità scompare ed emerge «la denuncia inequivocabile di ogni oppressione e sfruttamento di qualsiasi essere umano in qualsiasi circostanza».

La parabola evangelica del buon samaritano, secondo p. Lobo, è esemplare da questo punto di vista, perché «sfata il mito di un nazionalismo che si proponga di costruire una nazione sulle macerie di alcuni dei suoi cittadini e dei suoi vicini». La parabola avrebbe potuto esaltare «un ebreo qualsiasi», invece esalta un samaritano, per cui «il prossimo non coincide con il correligionario e il connazionale», come appunto nelle narrazioni nazionaliste. C’è l’appello «a farsi prossimo di chiunque» e, «davanti a un prossimo vero e vivo, il nazionalismo e il patriottismo ipocrita finiscono nel dimenticatoio ed emerge la verità concreta di ogni essere umano creato a immagine e somiglianza di Dio».

Allora si tratta, secondo il gesuita, di compiere un’operazione di purificazione teologica, perché il cristianesimo non è stato esente da derive nazionaliste e talvolta si è lasciato «strumentalizzare da interessi che poco o nulla avevano a che fare con la genuinità del messaggio evangelico», come ad esempio con il colonialismo.

«Il nazionalismo religioso-culturale di tutti i tempi esige una risposta teologica», conclude La Civiltà Cattolica. «Gli ideologi del nazionalismo religioso culturale hanno sempre compreso molto bene che il livello fondamentale dell’essere umano è quello religioso, per il fatto che la sua apertura verso l’infinito gli permette di trascendere il suo stesso sé, e quindi hanno prodotto molti martiri per la loro causa, mentre torturavano e uccidevano altre persone. Questo può essere contrastato soltanto per mezzo di un impegno che nasca da aspirazioni religiose ancora più profonde e più autentiche. Qui si radica l’importanza del ruolo della religione e della teologia».


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