Guerra giusta e armi atomiche: si accende il dibattito fra cattolici

“Adista”
n. 19, 28 maggio 2022

Luca Kocci

Nel 1939, all’indomani della fallimentare Conferenza di Monaco nella quale le Nazioni europee si illudono di aver arginato i propositi imperialistici di Hitler (e Mussolini), Emmanuel Mounier, “padre” del personalismo, pubblica Pacifistes ou Bellicistes?, un importante pamphlet sul tema della guerra e della pace, che ora l’editore Castelvecchi ripropone con il titolo I cristiani e la pace, con una prefazione di Stefano Ceccanti e un’introduzione di Giancarlo Galeazzi (pp. 118, euro 13,50).

È un libro importante quello di Mounier, che indica ai credenti che si pongono il problema della pace e della guerra alcuni compiti dai quali dipende la loro coerenza sia a livello individuale sia collettivo e che impegnano i cristiani nella teoria e nella prassi. Con l’obiettivo di chiarire cosa è quella che il cristiano chiama pace e di far emergere quali possono essere le vie per raggiungerla.

«La guerra è un flagello, in qualsiasi epoca – scrive Mounier –. La guerra moderna è, insieme, un cataclisma senza proporzioni e una catastrofe spirituale totale», per cui «chiunque, per sua volontà, per imprudenza o per astensione, assuma una qualsiasi responsabilità diretta nella preparazione alla guerra si rende complice di uno dei più gravi peccati collettivi del suo tempo». Tuttavia, prosegue il filosofo fondatore della rivista Esprit, per il cristiano il problema non è solo la guerra, ma anche la pace, ovvero «comprare la pace a prezzo di un accrescimento di viltà, di un ulteriore arretramento dello spirito cristiano di fronte alle forze anticristiane. Il cristiano non ha il diritto di compiere tale scelta. Neanche davanti alla catastrofe di una guerra? No, neanche davanti a essa». Inoltre, «in un mondo in cui certi vogliono la guerra o almeno non la escludono dai loro rimedi, rifiutare ogni azione che potrebbe comportarne il rischio significa rifiutare ogni resistenza, poiché il rischio è ovunque, salvo nell’avvilimento o nel suicidio deliberato. Questo rischio deve essere corso, facendo al contempo uno sforzo tanto più eroico per scongiurarlo».

È meritoria l’azione di Ceccanti di riproporre alcuni “classici” introvabili del pensiero cattolico-democratico: ora Mounier, ma anche Maritain (esce proprio in questi giorni, da Morcelliana, Riflessioni sull’America, di Jacques Maritain, in una nuova edizione a cura di Ceccanti, pp. 176, euro 15) e prima ancora il teologo gesuita Usa p. John Courtney Murray, punto di riferimento del primo presidente cattolico Usa, John Fitzgerald Kennedy (Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul “principio americano”, a cura di Ceccanti, Morcelliana, pp. 352, euro 28: v. Adista Notizie n. 4/21). Ci lascia però perplessi, al netto degli importanti spunti di riflessioni che essi offrono, la forzatura interpretativa che talvolta ci sembra venga compiuta per avvalorare alcune scelte politiche dell’oggi, senza considerare attentamente il periodo e il contesto storico in cui tali opere vennero scritte. Come ad esempio, nel caso dei Cristiani e la pace di Mounier – testo del 1939, precedente quindi allo scoppio della seconda guerra mondiale e all’atomica –, la decisione di governo e Parlamento di sostenere anche militarmente l’Ucraina, aggredita dalla Russia, con la fornitura di armi a Kiev.

«Credo che la crisi ucraina, dopo una nuova inutile Conferenza di Monaco, rilanci seriamente, a quasi novant’anni dalla nascita di Esprit, l’attualità delle riflessioni di Emmanuel Mounier, con il rigetto sia del bellicismo sia di un astratto pacifismo, e, soprattutto, ci aiuti a leggere bene l’articolo 11 della Costituzione, risalendo alle culture fondanti che l’hanno generata e all’esperienza della Resistenza europea che ne sta alla base», si legge nella prefazione di Ceccanti. Quindi, con un implicito e ardito paragone fra Hitler e Putin – ma anche fra Zelensky-Putin e Davide-Golia – si ricordano le severe critiche di Mounier alla Conferenza di Monaco del 1938 («non ha affatto garantito la pace ma elusivamente l’“assenza di guerra armata”») e la sottolineatura che compie il filosofo francese «della distanza che separa “il realismo cattolico e una certa ideologia pacifista”», ricordando le quattro condizioni della «guerra giusta»: «autorità legittima, causa giusta intesa come riparazione di una grave ingiustizia e proporzionalità dei mezzi rispetto ai mali arrecati, retta intenzione ossia scopo di una pace giusta, necessità del mezzo bellico come unico per riparare l’ingiustizia».

Dopo l’‘89 e la fine dalla «guerra fredda» si sono verificate diverse situazioni di crisi in cui, scrive Ceccanti, «le democrazie occidentali si sono trovate a dover scegliere tra mobilitazione bellica e neutralità», dalle guerre del Golfo, ai Balcani, all’Afghanistan, al Libano, fino all’invio di armi all’Ucraina. «Questi dilemmi si prestano male a sicurezze assolute, e spesso i giudizi possono anche cambiare, perché una piena consapevolezza dell’impatto delle decisioni si può avere, tendenzialmente, solo dopo lo svolgimento degli eventi. Inoltre, non tutto ciò che è legittimo è di per sé opportuno e fecondo», prosegue. «L’approccio delle culture democratiche che hanno fatto nascere la Costituzione, a differenza della sostanziale rassegnazione del bellicismo alle pulsioni peggiori della volontà di potenza e alla ricerca di perfezione del pacifismo astratto, fa propria l’importanza della battaglia per le cause imperfette teorizzata da Emmanuel Mounier».

Sull’impiego del pensiero di Mounier (e Maritain) per interpretare il presente è netto il giudizio di Daniele Menozzi, professore emerito di Storia contemporanea alla Normale di Pisa, intervistato da Citta Nuova: «Penso che l’assenza di conoscenze storiche, in generale e in particolare in ordine allo svolgimento dell’insegnamento del magistero sui temi della guerra e della pace, sia uno dei più consistenti limiti del dibattito interno al mondo cattolico sull’atteggiamento verso la guerra in Ucraina. Riesumare Mounier e Maritain, che hanno scritto prima della svolta della Pacem in Terris – in cui si trova chiaramente indicato come lo sviluppo delle armi ABC (atomiche, batteriologiche e chimiche, ndr) costituisca una svolta epocale nella giustificazione etica della guerra – rappresenta un’operazione ideologica. Impedisce, infatti, di affrontare il problema vero: la difficoltà di applicare la teologia della guerra giusta, anche per quanto riguarda la difesa da un’aggressione, alla situazione che i nuovi strumenti di morte hanno determinato». Si tratta di valutare, conclude Menozzi, «come è possibile applicare l’indicazione ricavabile dal Vangelo nella situazione della violazione del diritto internazionale compiuta dalla Russia: resistere al male senza ricorrere agli strumenti del male. Tocca alle comunità ecclesiali a livello planetario individuare questo percorso. Non è facile, ma si può dire che, di fronte a questa linea, i cattolici, in particolare quelli italiani, si baloccano ancora con il comodo richiamo a Mounier e Maritain…».


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