Archive for the ‘banche armate’ Category

Parrocchie disarmate: le riviste missionarie rilanciano la campagna “banche armate”

11 marzo 2015

“Adista”
n. 9, 7 marzo 2015

Luca Kocci

Il volume di affari generato della produzione e dal commercio di armi nel mondo è elevatissimo, eppure molti cristiani restano in silenzio, anche se applaudono papa Francesco quando parla di pace e di disarmo. Per questo motivo, in occasione della Quaresima, Nigrizia (mensile dei missionari comboniani), Missione Oggi (mensile dei missionari saveriani) e Mosaico di pace (mensile promosso da Pax Christi), le riviste missionarie che da 15 anni promuovono e animano la campagna di pressione alle “banche armate” – quegli istituti di credito che investono e forniscono servizi alle industrie armiere (v. Adista Notizie n. 35/00) – rilanciano l’iniziativa nelle parrocchie, negli istituti religiosi e nelle associazioni cattoliche.

Si tratta di tradurre «in impegno concreto» le parole contro la guerra e a favore della pace, chiedono i direttori delle tre testate in un editoriale firmato e pubblicato congiuntamente. «Promuoviamo in parrocchia, negli istituti religiosi, nelle associazioni, una riflessione e una sensibilizzazione sul tema delle spese militari e sul ruolo delle banche». Ma non solo. L’invito è che gli enti religiosi che hanno il conto in una “banca armata” facciano pressione sul proprio istituto di credito perché rinunci a fare affari con le industrie armiere. E, in caso contrario, interrompano i propri rapporti. «Chiunque abbia un conto presso banche che effettuano transazioni illegali è connivente, si rende complice di un’azione disonesta. Dovrebbe troncare ogni rapporto», si legge nell’editoriale. «Ma anche chi ha rapporti con una banca che sostiene legalmente l’industria delle armi deve chiedere trasparenza (perché le banche non scrivono in bella vista: “Qui si fanno affari con i missili?”), esercitare le dovute pressioni (anche contemplando la chiusura del conto), operare perché l’istituto assuma criteri di responsabilità sociale».

Non si tratta di un’iniziativa nuova. Già in passato la campagna si era rivolta a diocesi, parrocchie, istituti religiosi, associazioni cattoliche (come Comunità di Sant’Egidio e Comunione e Liberazione, v. Adista Notizie nn. 21/07, 86/09, 61/10) e allo stesso Vaticano (per esempio nel 2005, quando la Banca di Roma – fra le principali “banche armate” – sponsorizzò la Giornata mondiale della gioventù di Colonia, v. Adista Notizie nn. 47 e 51/05), senza però ottenere adesioni massicce (v. Adista Notizie n. 5/10). E ancora oggi la Cei (tramite l’Istituto centrale per il sostentamento del clero) per le offerte a favore del sostentamento del clero, si appoggia, fra le altre, alle due principali “banche armate” italiane, ovvero Unicredit e Banca Nazionale del Lavoro, del gruppo Bnp-Paribas (la prima delle “banche armate” che operano in Italia resta invece Deutsche Bank, l’istituto di credito di riferimento del Vaticano).

«Quindici anni fa – ricorda p. Alex Zanotelli, direttore responsabile di Mosaico di pace – in occasione del Giubileo, le nostre riviste lanciarono la Campagna di pressione alle “banche armate”. Intendevamo evidenziare che gran parte del debito contratto dai Paesi del Sud del mondo era costituito dal “debito odioso”, quello cioè che i dittatori di varie nazioni avevano contratto per acquistare dai nostri Paesi del Nord armamenti sofisticati che spesso hanno usato per reprimere le proprie popolazioni e fomentare sanguinosi conflitti regionali. Ma, soprattutto, abbiamo voluto offrire un modo concreto per favorire un maggior controllo sulle esportazioni di armi e sistemi militari del nostro Paese e sulle operazioni di finanziamento delle banche all’industria militare». «Oggi – prosegue p. Mario Menin, direttore di Missione Oggi – l’appello che rivolgiamo alla comunità cristiana è ancora più urgente. Se è vero infatti che, grazie alla nostra campagna, importanti gruppi bancari hanno emesso delle direttive restrittive, rigorose e trasparenti riguardo alle loro attività di finanziamento alle industrie militari è purtroppo altrettanto vero che diverse banche italiane e molte banche estere attive in Italia, continuano a finanziare la produzione e l’esportazione di armi». «Ma ciò che più ci preoccupa – evidenzia p. Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia – è il recente forte incremento di esportazioni verso i Paesi in zone di conflitto, a regimi autoritari, a nazioni altamente indebitate che spendono rilevanti risorse in armamenti e alle forze armate di governi noti per gravi violazioni dei diritti umani. Nel contempo si è fatto più debole il controllo parlamentare ed è stata erosa l’informazione ufficiale tanto che oggi è impossibile conoscere con precisione dalla Relazione governativa le operazioni autorizzate e svolte dagli istituti di credito per esportazioni di armamenti». «È tempo quindi – concludono i tre – di tornare a rilanciare quell’appello e di chiedere alle comunità cristiane di prestare attenzione al tema delle spese militari e al ruolo delle banche nel commercio di armamenti».

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Aumenta l’export di armi italiane. Israele primo cliente

22 luglio 2013

“Adista”
n. 28, 27 luglio 2013

Luca Kocci

Aumenta l’export di armi italiane nel mondo, e Israele diventa il primo acquirente di armamenti made in Italy. È quanto si ricava dalla “Relazione annuale della Presidenza del Consiglio sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo delle esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento” trasmessa dal presidente Enrico Letta al Parlamento lo scorso 16 giugno (e non ancora resa nota), con quasi tre mesi di ritardo rispetto a quanto previsto dalla legge 185/90 che fissa come termine il 31 marzo di ciascun anno.

Export in crescita

Nel corso del 2012 le autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate dal governo dei tecnici di Mario Monti hanno toccato la cifra di 2.725.556.508 euro (leggermente inferiore a quella dello scorso anno, ma siccome nelle confuse tabelle ministeriali alcuni importi sono stati inseriti in altri capitoli di spesa – in particolare quelli relativi all’Arabia Saudita conteggiati fra i “programmi intergovernativi” – la cifra va aumentata di circa 200 milioni, così da farle superare, seppure di poco, quella del 2011). E, soprattutto sono cresciute le effettive consegne di sistemi militari che nel 2012 hanno sfiorato anch’esse i 3 miliardi di euro (2.979.152.817 euro). Mentre gli introiti relativi ai programmi intergovernativi di riarmo ammontano a 1.238.843.207 euro. Nemmeno il governo Berlusconi era riuscito a fare così “bene”.

Affari d’oro con Israele

Israele è stato il miglior cliente dell’industria armiera italiana nel 2012, con acquisti per 472.910.250 euro; seguito a breve distanza dagli Stati Uniti, che hanno speso 419.158.202 euro. Più distanziati gli altri Paesi: Algeria (262.857.947 euro), Arabia Saudita (244.925.280 euro), Turkmenistan (215.821.893 euro), Emirati Arabi Uniti (149.490.989 euro), Belgio (123.658.464 euro), India (108.789.957 euro), Ciad (87.937.870 euro) e Regno Unito (dalla tabella riassuntiva presentata nella Relazione sembrerebbe che il principale acquirente sia la Gran Bretagna ma, in realtà, si è trattato di una interpretazione dei tecnici del ministero degli Esteri che hanno messo insieme sia le esportazioni reali autorizzate – 74 milioni di  euro – sia la partecipazione ai programmi intergovernativi, così da far balzare il Regno Unito al primo posto). Seguono, in ordine sparso, la Turchia (43 milioni), il Pakistan (24 milioni), la Libia (20 milioni), l’Afghanistan (8 milioni).

“Clienti serpenti”

«Come si può notare, tra i primi dieci destinatari delle autorizzazioni all’esportazione solo tre (Usa, Belgio e Gran Bretagna) fanno parte delle tradizionali alleanze dell’Italia (Nato e Ue) mentre per la maggior parte si tratta di Paesi extra europei, di nazioni in guerra, rette da regimi dispotici o autoritari e da governi responsabili di reiterate violazioni dei diritti umani», rileva Giorgio Beretta, della Rete italiana per il disarmo, il quale in un dettagliato articolo pubblicato sul portale Unimondo ha realizzato un’analisi puntuale della Relazione che, nel momento in cui viene chiuso questo numero, non è ancora stata resa pubblica da Palazzo Chigi (ma Adista l’ha potuta comunque visionare). E infatti Israele risulta essere il principale acquirente di armamenti made in Italy: una novità assoluta nell’ultimo ventennio, da quando è entrata in vigore la legge 185/90 che regola l’export di armi italiane, che prefigura, nota Beretta, «rilevanti implicazioni sulla politica mediorientale del nostro Paese». Ma c’è anche l’Algeria (che, fra l’altro, risulta aver acquistato 14 elicotteri Agusta Westland AW139) e l’Arabia Saudita (2mila bombe, 100mila granate e un po’ di cacciabombardieri Eurofighter, catalogati appunto fra i “programmi intergovernativi”). Mentre non è dato sapere cosa l’Italia abbia venduto al Turkmenistan – definito dagli Usa uno «Stato autoritario», basta chiedere a Jennifer Lopez, pesantemente criticata per aver cantato alla festa di compleanno del presidente turkmeno Gurbanguly Berdymukhamedov, ricorda Beretta – dal momento che la tabella non è stata allegata alla Relazione.Le principali aziende esportatrici fanno quasi tutte riferimento alla galassia Finmeccanica: ai primi due posti ci sono Alenia Aermacchi (che ha incassato oltre 1 miliardo di euro) e Agusta Westland (490 milioni).

Banche (un po’ meno) armate

Fra le cosiddette “banche armate”, cioè quegli istituti di credito che svolgono un importante ruolo di intermediazione fra aziende armiere e Paesi acquirenti dal quale incassano notevoli compensi di intermediazioni, si trovano invece delle conferme ma anche delle novità. Scompare quasi del tutto, per citare solo un esempio, il gruppo Ubi, nel 2009 al vertice della classifica (v. Adista n. 41/10), nel 2010 e nel 2011 in forte calo (v. Adista n. 41/11) e ora praticamente assente, se si eccettuano i residui movimenti ancora effettuati dalle sue controllate Banco di Brescia (2 milioni) e Banco di San Giorgio (3 milioni): un successo anche della campagna “banche armate” – animata dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi, Mosaico di pace e da Unimondo – che ha messo “sotto pressione” il gruppo Ubi.Per quanto riguarda le esportazioni, gli istituti che hanno movimentato il maggior numero di soldi per conto delle industrie italiane sono due banche estere: Bnp Paribas con quasi 942 milioni di euro – a cui però vanno aggiunti anche i 108 milioni di Banca Nazionale del Lavoro, facente parte dello stesso gruppo – e Deutsche Bank (poco meno di 743 milioni di euro), una delle banche con cui il Vaticano è in più stretti rapporti.

Segnale evidente che, perlomeno sugli istituti di credito italiani, la campagna di pressione alle banche armate, con le sue richieste di adottare specifiche direttive in materia di servizi all’industria militare e all’esportazione di armamenti e di limitare la partecipazione al finanziamento e all’offerta di servizi all’industria militare, sta ottenendo buoni risultati. Al terzo posto la prima banca italiana, Unicredit, che secondo la tabella allegata alla Relazione governativa ha un importo di quasi 541 milioni di euro, più del triplo rispetto allo scorso anno (quasi 180 milioni). Si tratta però di una cifra che Unicredit non conferma, dal momento che i dati interni in possesso del gruppo rilevano in realtà un importo simile a quello del 2011, per cui potrebbero essere stati impiegati diversi metodi di calcolo; in ogni caso, fanno sapere da Unicredit, quando la Relazione sarà pubblica verranno fatte le opportune verifiche e i dati saranno pubblicati anche sul sito dell’istituto di credito. Rispetto alle attività del gruppo nell’ambito della difesa, «Unicredit riconosce le preoccupazioni di azionisti, clienti ed organizzazioni non governative relativamente al finanziamento di un settore i cui profitti dipendono dalla presenza di conflitti armati e situazioni di instabilità. Comprendiamo tali preoccupazioni verso la produzione nonché l’uso di armi non convenzionali e controverse in varie parti del mondo, ed è per questo che abbiamo assunto una posizione intransigente per il finanziamento di tali attività.

Al contempo tuttavia siamo altrettanto consapevoli che alcuni tipi di armi sono necessarie al perseguimento di obiettivi legittimi, accettati dalla comunità internazionale, quali le missioni di pace e la difesa nazionale».Al quarto posto, piuttosto distanziata, Barclays Bank, con 232 milioni. Insieme, queste quattro banche, gestiscono oltre l’80% dell’intero volume di movimenti di esportazione. Per trovare un’altra “banca armata” italiana bisogna arrivare al quarto posto, dove c’è la Cassa di Risparmio di La Spezia, con 68 milioni. Poi, superata da Commerzbank (32 milioni) e Société Générale (17 milioni), il Banco di Sardegna, con quasi 15 milioni. Quindi due banche estere – Europe Arab Bank (13 milioni) e Banco di Bilbao (11 milioni) – e poi di nuovo alcune italiane: Banca Valsabbina (11 milioni), Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio (quasi 7 milioni) e Banca Carige (5 milioni).Il discorso cambia un po’ se si vanno da analizzare i «programmi intergovernativi», ovvero i progetti internazionali di riarmo. Unicredit è saldamente al primo posto, con 738 milioni di euro (nel 2011 la cifra era superiore agli 870 milioni); seguita da Deutsche Bank (poco meno di 316) e da Intesa San Paolo (126 milioni), che però, come si è visto, è uscita del tutto dalle operazioni di esportazione grazie all’adozione di nuove e più stringenti direttive.

I cattolici si ribellino allo Ior. Appello della Comunità delle Piagge contro la nomina di Von Freyberg

6 marzo 2013

“Adista”
n. 9, 9 marzo 2013

Luca Kocci

Non solo le riviste cattoliche missionarie e pacifiste animatrici della campagna di pressione alle banche armate – Nigrizia, Missione Oggi e Pax Christi – si schierano contro la nomina del nuovo presidente dello Ior (v. notizia precedente), ma anche la comunità di base delle Piagge di Firenze, che, dopo aver listato a lutto la bandiera della pace che avvolge l’altare della celebrazione eucaristica, lancia un appello aperto alla firma di tutti (può essere sottoscritto inviando una e-mail alla redazione della nostra rivista: info@adista.it).
«Noi non ci stiamo, questa nomina alla presidenza dello Ior, la banca vaticana, è inaccettabile», si legge nel testo redatto da don Alessandro Santoro e dalla Comunità delle Piagge. «Oggi 24 febbraio, nella celebrazione domenicale di Quaresima della Comunità delle Piagge, il drappo della pace che tutte le domeniche riveste l’altare dove insieme si fa memoria dell’amore sine modo di Gesù è listato a lutto. Questo per l’annuncio della nomina alla direzione dello Ior (Istituto Opere Religiose), la banca del Vaticano, del sig. Ernst Von Freyberg, che tra le altre cose è presidente onorario della Blohm+ Voss, società di Amburgo attiva nella cantieristica navale civile e militare, che in questo momento sta costruendo fregate militari per la marina tedesca.
Questa nomina stride in maniera inequivocabile con il Vangelo della pace di Gesù e con il suo messaggio di nonviolenza e stride con la memoria dei 50 anni dell’enciclica “conciliare” Pacem in Terris di Giovanni XXIII dove si afferma “giustizia, saggezza e umanità domandano che venga arrestata la corsa agli armamenti” e dove si considera la guerra “aliena a ratione”.
Nel comunicato vaticano si legge che questa nomina “è il risultato di profonde valutazioni e di diverse interviste della commissione cardinalizia… che hanno permesso di valutare numerosi profili di alto livello professionale e morale”. Come è possibile che sia stato scelto un uomo coinvolto con l’industria bellica per dirigere la  banca vaticana? Consideriamo questa scelta inopportuna e inaccettabile come quella di mantenere il legame con la Deutsche Bank, che gestiva il sistema di bancomat interno del Vaticano, e che ha l’amaro primato di banca più armata d’Italia.
Io come cristiano e come prete e noi come comunità cristiana non ci stiamo e dalle Piagge facciamo un invito a tutte le comunità cristiane e ai singoli credenti di unirsi a questo nostro appello pubblico ai nostri vescovi di chiedere alla Commissione cardinalizia di vigilanza presieduta dal card. Bertone di rivedere questa nomina e di far chiarezza e ripulitura, se mai sarà possibile, della finanza vaticana da tutte le incongruenze e le zone grigie che la abitano da tanto tempo e restituire alla Chiesa la purezza e l’autenticità del messaggio di amore e di giustizia del Vangelo»

Banchiere di Dio e mercante di armi. Riviste missionarie contro il nuovo presidente dello Ior

6 marzo 2013

“Adista”
n. 9, 9 marzo 2013

Luca Kocci

Il nuovo presidente dell’Istituto per le opere di religione (Ior), la banca vaticana, è un industriale delle armi, il tedesco Ernst von Freyberg: una scelta profondamente contraria al magistero di pace proclamato dalla Chiesa cattolica. Il dito nella piaga della contraddizione lo mettono i direttori di tre riviste cattoliche – Nigrizia dei missionari comboniani, Missione Oggi dei missionari saveriani e Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi, movimento per la pace laico, il cui presidente però è il vescovo di Pavia mons. Giovanni Giudici – che denunciano in maniera netta la discutibile scelta del Vaticano, peraltro operata pochi giorni prima della fine del pontificato di Ratzinger, lo scorso 15 febbraio, nove mesi dopo il licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi (v. notizie precedenti).
Ernst von Freyberg, 55enne avvocato d’affari, da giovane ha lavorato come analista per la Three Cities Research (Bemberg Group), è stato co-fondatore e direttore generale della società di Francoforte DC Advisory Partners, è dirigente del ramo tedesco dell’Ordine dei cavalieri di Malta – per singolare coincidenza ricevuti in udienza da Benedetto XVI sabato 9 febbraio, due giorni prima dell’annuncio delle dimissioni dal pontificato – ed è molto attivo nell’organizzazione dei pellegrinaggi a Lourdes per i malati dell’arcidiocesi di Berlino. Ma non solo: «Ci ha stupito e ci rammarica la decisione di affidare la nuova presidenza dello Ior, la banca vaticana, all’avvocato Ernst von Freyberg, presidente della Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik, una società di Amburgo attiva nella cantieristica navale civile e militare», scrivono il saveriano p. Mario Menin (direttore di Missione Oggi) e i comboniani p. Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia) e p. Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), che già negli anni ‘80, allora dalle pagine di Nigrizia, denunciò il commercio delle armi e gli interessi dell’Italia nelle guerre africane, attaccando frontalmente Spadolini, Craxi e Andreotti, che chiesero ed ottennero la sua testa.
I direttori delle tre riviste – che da più di dieci anni animano la Campagna di pressione alle “banche armate”, ovvero gli istituti di credito che collaborano con le industrie italiane produttrici ed esportatrici di armi nel mondo (v. Adista n. 35/00) – rilevano la contraddittorietà della scelta del Vaticano: mettere a capo dello Ior il rappresentante di un’azienda produttrice di navi anche militari – come è stato costretto ad ammettere anche il direttore della Sala stampa della Santa sede, p. Federico Lombardi, spiegando che la società fa parte di un «consorzio che sta costruendo quattro fregate per la Marina militare tedesca» – ci «appare lontana da quanto affermato da Benedetto XVI nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace, nel 2006, in cui evidenziava “con rammarico i dati di un aumento preoccupante delle spese militari e del sempre prospero commercio delle armi, mentre ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla Comunità internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo”».
«Diverse vicende che riguardano l’operato dello Ior – spiega ad Adista Giorgio Beretta, coordinatore della Campagna di pressione alle “banche armate” – concernono il piano giuridico internazionale, ma toccano anche la sfera dell’etica pubblica. In questo senso, sono altrettanto importanti per l’opinione pubblica di quelle sulla pedofilia e gli abusi sessuali del clero che papa Benedetto XVI ha duramente e ripetutamente condannato. Non sappiamo ancora come il nuovo presidente dello Ior intenderà operare. Ma la scelta, da parte della Commissione cardinalizia di vigilanza, di affidare la presidenza dello Ior all’avvocato von Freyberg proprio per i suoi trascorsi nelle industrie militari mi sembra più tesa a mantenere lo status quo che a mettere in atto un’azione di moralità e di trasparenza sulle finanze vaticane. Le possibilità di fare altre scelte non mancavano: si sarebbe potuto, ad esempio, scegliere un nuovo presidente tra coloro che hanno un percorso professionale nelle banche etiche che sono presenti in tutta Europa e in diversi Paesi del mondo». La “armata” Deutsche Bank non c’è ma c’è
Non c’è solo la questione della presidenza dello Ior, ma anche il problema Deutsche Bank Italia, che fino allo scorso 31 dicembre aveva la gestione di tutti i Pos presenti in Vaticano, poi sospesa dalla Banca d’Italia per mancanza di autorizzazione e soprattutto perché Oltretevere – fece sapere Palazzo Koch – non c’è una legislazione bancaria e finanziaria adeguata né un sistema di vigilanza, comprese le norme antiriciclaggio (Deutsche è stata poi repentinamente sostituita da una società svizzera extra Ue, la Aduno Sa, quindi non sottoposta alla vigilanza di Bankitalia, v. Adista Notizie n. 2/13). «Ci auguriamo – proseguono i tre direttori – che la Santa Sede decida di interrompere ogni legame con la Deutsche Bank Italia», che è «l’istituto di credito che più di ogni altro ha offerto servizi alle industrie militari italiane per esportazioni di armamenti incassandone cospicui compensi di intermediazione». Operazioni che, solo negli ultimi cinque anni, hanno raggiunto la cifra di 3 miliardi di euro, che fanno di Deutsche Bank la banca “più armata” d’Italia. Difficile però, anzi impossibile, che questi legami siano sciolti, dal momento che il vicepresidente del Consiglio di sovrintendenza dello Ior (una sorta di Consiglio di amministrazione laico), appena riconfermato dal Vaticano, è il tedesco Ronaldo Hermann Schimtz, che proviene proprio da Deutsche Bank.
«Pur dichiarando sul proprio sito che “per Deutsche Bank la Responsabilità sociale d’impresa rappresenta un investimento nella società e nel suo futuro” e che “il rispetto dei diritti umani è parte integrante del nostro sistema di valori” – aggiunge Beretta – l’applicazione di questi principi nel caso degli armamenti è ridotta ad affermazioni piuttosto generiche. Tanto che Deutsche Bank appare oggi uno dei gruppi più esposti ad offrire finanziamenti all’industria militare e servizi in appoggio al commercio di armamenti anche verso le zone di maggior tensione del pianeta come il Nord Africa e il Medio Oriente. L’assoluta mancanza nei suoi rapporti della responsabilità sociale di un dettagliato reporting delle operazioni assunte e svolte riguardo all’esportazione di armamenti italiani rende questo rischio ancor più evidente».
Oltre alle nomine “ambigue”, notano Zanotelli, Tresoldi e Menin, c’è anche una questione di opportunità, per così dire istituzionale: la nomina del nuovo presidente dello Ior all’indomani dell’annuncio delle dimissioni da parte di Ratzinger «ci appare come una pesante ipoteca per il suo successore». Così come la conferma degli altri quattro membri del Consiglio di sovrintendenza della banca (oltre a Schimtz, lo statunitense Anderson, lo spagnolo Soto Serrano e l’italiano Marocco), ci sembra «inopportuna per favorire quel rinnovamento dell’Istituto per le opere di religione tanto auspicato da ampi settori del mondo cattolico e non solo».

Anatema vaticano. Basta «maldicenze» sul Conclave

24 febbraio 2013

“il manifesto”
24 febbraio 2013

Luca Kocci

Il cardinal Bertone come Beppe Grillo, verrebbe da dire. Perché se il leader del Movimento 5 stelle alla chiusura della campagna elettorale in piazza san Giovanni ha vietato l’accesso al palco a buona parte dei giornalisti italiani, ieri la Segreteria di Stato vaticana ha emesso una dura nota contro la stampa, accusata di fabbricare e diffondere notizie false per influenzare il Conclave che dovrà eleggere il successore di papa Ratzinger. «Nel corso dei secoli i cardinali hanno dovuto far fronte a molteplici forme di pressione, esercitate sui singoli elettori e sullo stesso Collegio, che avevano come fine quello di condizionarne le decisioni, piegandole a logiche di tipo politico o mondano», si legge nel comunicato della Segreteria guidata da Bertone. «Se in passato sono state le cosiddette potenze, cioè gli Stati, a cercare di far valere il proprio condizionamento nell’elezione del papa, oggi si tenta di mettere in gioco il peso dell’opinione pubblica», moltiplicando «la diffusione di notizie spesso non verificate, o non verificabili, o addirittura false, anche con grave danno di persone e istituzioni».

A Bertone ha fatto eco anche il solitamente misurato padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana, che ai microfoni di Radio Vaticana ha denunciato il tentativo di «seminare confusione e gettare discredito sulla Chiesa e sul suo governo, ricorrendo a strumenti antichi, come la maldicenza, la disinformazione, talvolta la stessa calunnia, o esercitando pressioni inaccettabili per condizionare l’esercizio del dovere di voto» dei cardinali. «Chi ha in mente anzitutto denaro, sesso e potere, ed è abituato a leggere con questi metri le diverse realtà, non è capace di vedere altro neppure nella Chiesa», ha affondato Lombardi, rispedendo al mittente le critiche di queste settimane.

Facile individuare i bersagli contro cui si sono scagliati Bertone e Lombardi: lo scandalo della pedofilia e le pressioni perché non partecipino al Conclave alcuni cardinali sospettati di aver coperto i preti pedofili delle loro diocesi; le indiscrezioni sui contenti della relazione segreta consegnata a Ratzinger sul Vatileaks, da cui emergerebbe l’immagine di una Curia dilaniata da interessi personali e ricatti a sfondo sessuale; lo Ior, con le discusse nomine degli ultimi giorni – a cominciare da quella del presidente von Freyberg, azionista di un’azienda che fabbrica navi da guerra – e con una trasparenza ancora assente, nonostante le reiterate dichiarazioni di intenti; il ruolo dello stesso Bertone, protagonista diretto o indiretto delle nomine delle ultime ore, da quelle apparentemente a lui poco gradite – come la “promozione” di mons. Balestrero dalla Segreteria di Stato alla nunziatura in Colombia – a quelle a lui favorevoli nei settori della finanza (mons. Calcagno allo Ior) e della sanità (il card. Versaldi commissario dell’Idi, che a sua volta ha appena scelto come suo vice Giuseppe Profiti, manager di sicura fede bertoniana: preludio al rilancio del polo sanitario vaticano, invano perseguito da Bertone ai tempi del fallimento del San Raffaele di Milano, sfuggito al suo controllo anche per l’opposizione del card. Scola?). Più che di «falsificazioni» si tratta però di punti dolenti nel corpo della Chiesa, tanto più che spesso le critiche non arrivano da “nemici esterni” ma dal “fronte interno”: dal dossier di Famiglia Cristiana sul card. di Los Angeles Roger Mahony, responsabile di aver coperto molti casi di abusi sessuali nella sua diocesi e per questo sospeso da ogni incarico pubblico; all’attacco delle riviste missionarie (Nigrizia e Missioni Oggi) e di Pax Christi (Mosaico di pace) contro le nomine allo Ior e i rapporti del Vaticano con la “banca armata” Deutsche Bank.

Da parte sua ieri Ratzinger, terminati gli esercizi spirituali, ha incontrato per i saluti conclusivi il presidente della Repubblica Napolitano. E oggi, alle 12, è previsto il tradizionale Angelus in piazza san Pietro: l’ultimo del suo pontificato.

Nomine, incontri e Motu proprio. Gli ultimi atti del pastore tedesco

23 febbraio 2013

“il manifesto”
23 febbraio 2013

Luca Kocci

Termineranno questa mattina gli esercizi spirituali del papa e dei cardinali della Curia romana. Con essi finirà anche il breve periodo di silenzio di Ratzinger, che si appresta a trascorrere da papa gli ultimi giorni ad alto tasso di esposizione pubblica e mediatica. Già alle 11.30, in Vaticano, incontrerà il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Domenica ci sarà l’ultimo Angelus e mercoledì l’udienza generale, spostata appositamente in una piazza san Pietro che si preannuncia stracolma. Giovedì incontrerà tutti i cardinali presenti a Roma, in una sorta di estremo saluto pre-elettorale. In serata, poi, farà le valigie per Castel Gandolfo e la sede pontificia sarà formalmente «vacante».

In questi giorni potrebbero esserci anche due ulteriori atti, ufficialmente non programmati, ma ampiamente attesi. Un incontro con i tre cardinali della Commissione d’inchiesta – l’opusdeista Herranz, l’ex prefetto di Propaganda Fide Tomko e l’arcivescovo emerito di Palermo De Giorgi – che negli ultimi mesi hanno indagato sul Vatileaks e che hanno consegnato a Ratzinger una relazione segreta, oggetto delle indiscrezioni di Repubblica di questi giorni; secondo alcuni rumors il papa potrebbe autorizzarli a riferire agli altri cardinali i contenuti della relazione prima del Conclave, ma più probabilmente si limiterà a dare loro mandato di consegnare il dossier al suo successore. E poi dovrebbe arrivare il Motu proprio che consentirebbe ai cardinali – che dai primi di marzo inizieranno le consultazioni – di anticipare l’inizio del Conclave, senza dover attendere i canonici 15-20. «Il papa può modificare la legge del Conclave, prima della sede vacante. Questo rientra nel possibile, ma non è detto che lo faccia», ha spiegato ieri mons. Arrieta, segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, nel quotidiano incontro con la stampa. Durante il quale si è cercato di mettere il silenziatore alle polemiche degli ultimi giorni sulla partecipazione al Conclave del card. Mahony, arcivescovo emerito di Los Angeles, responsabile di aver coperto oltre 120 casi di abusi sessuali sui minori compiuti dai preti della sua diocesi e per questo sospeso da ogni incarico pubblico; ma anche di altri cardinali indirettamente sfiorati dallo scandalo pedofilia, come l’irlandese Brady, lo statunitense Dolan e il belga Daneels. Nessuno può essere escluso dal Conclave – è stato ribadito –, anche un cardinale che avesse ricevuto una scomunica conserva il diritto di voto. Amen. Alla fine, quindi, l’unico a non partecipare potrebbe essere l’indonesiano Julius Riyadi Darmaatmadja, che ha chiesto di rinunciare per motivi di salute.

La giornata di ieri ha riservato anche un’infornata di nomine dell’ultimo minuto – vescovi e nunzi, per lo più in Africa –, fra cui quella pesante di mons. Ettore Balestrero, da sottosegretario ai rapporti con gli Stati a nunzio apostolico (cioè ambasciatore) in Colombia. Una nomina di difficile interpretazione, il cui significato potrà chiarirsi solo nei prossimi mesi. Formalmente si tratta di una promozione, ma talvolta vale la regola del promoveatur ut amoveatur. Balestrero infatti è una fidatissima longa manus di Bertone, che ultimamente si è interessato a questioni assai delicate, dallo Ior al dossier Moneyval, per l’ingresso – fino ad ora rifiutato – del Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi in materia di normativa antiriciclaggio. Da Bogotà Balestrero, e quindi Bertone, avrà meno influenza ai piani alti dei sacri palazzi di quanta ne avrebbe avuta restando a Roma. Ma potrebbe trattarsi anche di un passaggio intermedio, preludio ad un suo ritorno Oltretevere con un nuovo incarico.

In ogni caso gli ultimi scampoli di pontificato hanno visto Bertone al centro di molti snodi: ha fallito la nomina di un suo uomo alla presidenza dello Ior, ma ha ottenuto per sé la conferma alla guida della Commissione cardinalizia di vigilanza della banca vaticana, dove ha piazzato anche un suo fedelissimo, Domenico Calcagno, al posto del suo avversario Attilio Nicora. E ha anche piazzato un altro dei suoi, il card. Giuseppe Versaldi, come commissario dell’Idi, l’ospedale di proprietà della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione, i cui dipendenti da mesi sono in lotta per il loro posto di lavoro.

Finanza opaca e armi, gli interessi inconfessabili

23 febbraio 2013

“il manifesto”
23 febbraio 2013

Luca Kocci

Vaticano, Ior, finanza opaca, poteri forti e ora anche armi e produzioni militari belliche. Un legame ed un intreccio di interessi che dimorano nei sacri palazzi di Oltretevere e che i direttori di tre riviste cattoliche – Nigrizia dei missionari comboniani, Missione Oggi dei missionari saveriani e Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi, movimento per la pace il cui presidente è il vescovo di Pavia Giovanni Giudici – denunciano in maniera netta. Direttori che sono anche preti appartenenti a congregazioni religiose missionarie, particolarmente attive nei Paesi del sud del mondo ma anche nell’informazione e nelle iniziative per il disarmo, come la Campagna di pressione alle “banche armate”, che da più di dieci anni fa le pulci agli istituti di credito che sostengono l’export di armi italiane nel mondo: il saveriano Mario Menin (direttore di Missione Oggi) e i comboniani Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia) e Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), che già negli anni ’80, allora dalle pagine di Nigrizia, denunciò il commercio delle armi e gli interessi dell’Italia nelle guerre africane, attaccando frontalmente Spadolini, Craxi e Andreotti, che chiesero ed ottennero la sua testa.

«Ci ha stupito e ci rammarica la decisione di affidare la nuova presidenza dello Ior, la banca vaticana, all’avvocato Ernst von Freyberg, presidente della Voss Schiffswerft und Maschinenfabrik, una società di Amburgo attiva nella cantieristica navale civile e militare», dicono i tre religiosi, che rilevano anche la contraddittorietà della scelta del Vaticano: mettere a capo dello Ior il rappresentante di un’azienda produttrice di navi anche militari – come è stato costretto ad ammettere anche il direttore della Sala stampa della Santa sede, p. Federico Lombardi, spiegando che la società fa parte di un «consorzio che sta costruendo quattro fregate per la Marina militare tedesca» – ci «appare lontana da quanto affermato da Benedetto XVI nel suo primo messaggio per la Giornata mondiale della pace, nel 2006, in cui evidenziava “con rammarico i dati di un aumento preoccupante delle spese militari e del sempre prospero commercio delle armi, mentre ristagna nella palude di una quasi generale indifferenza il processo politico e giuridico messo in atto dalla Comunità internazionale per rinsaldare il cammino del disarmo”».

Non c’è solo la questione della presidenza dello Ior, ma anche il problema Deutsche Bank Italia, che fino allo scorso 31 dicembre aveva la gestione di tutti i Pos presenti in Vaticano, poi sospesa dalla Banca d’Italia per mancanza di autorizzazione e soprattutto perché Oltretevere – fece sapere Palazzo Koch – non c’è una legislazione bancaria e finanziaria adeguata né un sistema di vigilanza, comprese le norme antiriciclaggio (Deutsche è stata poi repentitamente sostituita da una banca svizzera, extra Ue, quindi non sottoposta alla vigilanza di Bankitalia). «Ci auguriamo – proseguono i tre direttori – che la Santa Sede decida di interrompere ogni legame con la Deutsche Bank Italia», che è «l’istituto di credito che più di ogni altro ha offerto servizi alle industrie militari italiane per esportazioni di armamenti incassandone cospicui compensi di intermediazione». Operazioni che, solo negli ultimi cinque anni, hanno raggiunto la cifra di 3 miliardi di euro, che fanno di Deutsche Bank la banca “più armata” d’Italia. Difficile però, anzi impossibile, che questi legami siano sciolti, dal momento che il vicepresidente del Consiglio di sovrintendenza dello Ior (una sorta di Consiglio di amministrazione laico), appena riconfermato dal Vaticano, è il tedesco Ronaldo Hermann Schimtz, che proviene proprio da Deutsche Bank.

Oltre alle nomine “ambigue”, notano Zanotelli, Tresoldi e Menin, c’è anche una questione di opportunità: la nomina del nuovo presidente dello Ior all’indomani dell’annuncio delle dimissioni da parte di Ratzinger «ci appare come una pesante ipoteca per il suo successore». Così come la conferma degli altri quattro membri del Consiglio di sovrintendenza della banca (oltre a Schimtz, lo statunitense Anderson, lo spagnolo Soto Serrano e l’italiano Marocco), ci sembra «inopportuna per favorire quel rinnovamento dell’Istituto per le opere di religione tanto auspicato da ampi settori del mondo cattolico e non solo».

Lettera aperta alla Comunità di Sant’Egidio: come si fa a difendere i poveri stando con i potenti?

18 gennaio 2012

“Adista”
n. 2, 21 gennaio 2012

Luca Kocci

«Come fa la Comunità di Sant’Egidio ad organizzare una marcia per la pace quando la sua solidarietà va a braccetto con la vendita delle armi, accettando finanziamenti da una azienda come Finmeccanica?». È la domanda diretta ed esplicita che alcuni fiorentini, cattolici e no – fra cui lo studioso del pacifismo Alberto L’Abate, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge, la consigliera comunale della lista civica perUnaltracittà Ornella De Zordo e il giornalista Lorenzo Guadagnucci –, hanno rivolto alla Comunità di Sant’Egidio, anche in seguito all’articolo di Adista (n. 1/12) in cui si rilevavano le contraddizioni del movimento fondato da Andrea Riccardi, “diviso” fra armi e solidarietà: l’impegno per la pace e la solidarietà, unito alle sponsorizzazioni assai discutibili di aziende armiere come Finmeccanica, “banche armate” come Unicredit e Intesa-San Paolo, industrie farmaceutiche più attente al profitto che alla salute.

Risposte dalla Comunità di Sant’Egidio, come era prevedibile – anche perché di queste stesse contraddizioni Adista parlò già nel 2007 (n. 21/07) –, non sono arrivate, ma le domande, e le contraddizioni, rimangono tutte.

Ecco il testo integrale della lettera alla Comunità di San’Egidio.

«Carissime amiche e carissimi amici della Comunità di S. Egidio,
abbiamo visto che avete organizzato per il primo gennaio 2012 una Marcia per la pace in varie città d’Italia; a Firenze in particolare è stata legata al problema del razzismo, in solidarietà con la comunità senegalese, colpita recentemente, dal barbaro assassinio che ha portato alla morte di due dei suoi membri ed al ferimento di altri tre.

Ma questa volta ci viene un dubbio. Come fa la Comunità di Sant’Egidio ad organizzare una marcia per la pace e la solidarietà quando, come risulta dalla stampa, la sua solidarietà va a braccetto con la vendita delle armi, accettando finanziamenti da una azienda come Finmeccanica? O quando il suo fondatore, Andrea Riccardi, come ministro dell’attuale governo, ha approvato il totale rifinanziamento delle nostre missioni e spese militari, e se ne è fatto addirittura il portavoce presso la stampa?

In questo momento la crisi economica viene fatta pagare ai più poveri, e non si approfitta, invece, di questa crisi per ridurre almeno del 5%  ogni anno, come richiesto da varie organizzazioni nonviolente italiane, queste spese che, investite nella società civile, porterebbero sicuramente un maggiore sviluppo ed una maggiore occupazione. Sarebbe  importante che si ricordasse ai ministri, colleghi del governo, la frase di Bonhoeffer: “Le armi uccidono anche se non vengono usate”. Come può un membro di un ente religioso come il vostro approvare che il governo italiano continui a spendere enormi cifre per le armi e per le guerre (ad esempio in Afghanistan) e non le riduca invece per investirle nella società civile?

Perché, invece di approvare il mantenimento delle spese militari attuali, non ci si adopera, all’interno del governo, perché questo prenda coscienza dell’assurdità di seguire questa strada, cercandone piuttosto di radicalmente alternative?

È questo che chiede il mondo del volontariato e della solidarietà cui ci si vanta di appartenere. Solo se ci fosse stato un impegno in questo senso ci saremmo sentiti di partecipare, con gli amici senegalesi, alla marcia per la pace e la solidarietà da voi promossa a Firenze. La vostra comunità cristiana ricorda le parole di Gesù: “Sia il vostro parlare sì, sì; no, no”? Alla guerra noi possiamo dire soltanto No ed essere duri come pietre. In attesa di un riscontro a questa nostra vi salutiamo cordialmente».

Alberto L’Abate, Carlo Maria Boni, Tiziano Cardosi, Pietro Maffezzoli, Pierluigi Ontanetti, Mariapia Passigli (ulteriori firmatari: Myriam Bartolucci, Francesco Benvenuti, Moreno Biagioni, Franca Bonichi Rastrelli, Ornella De Zordo, Tommaso Grassi, Lorenzo Guadagnucci, Isabella Horn, Camilla Lattanzi, Luca Lovato, Lapo Miccinesi, Roberto Pelozzi, Luisa Petrucci, Mariateresa Saltarelli, Alessandro Santoro, Sandro Targetti, Riccardo Torregiani.

La solidarietà armata

24 dicembre 2011

“il manifesto”
24 dicembre 2011

Luca Kocci

È toccato al ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi dare l’annuncio, al termine della riunione del consiglio dei ministri di ieri, dell’approvazione del decreto Milleproproghe – ribattezzato Poche proroghe – che contiene, fra l’altro, il rifinanziamento delle missioni militari all’estero delle Forze armate.
Niente da fare, quindi, per le organizzazioni non governative italiane impegnate nella cooperazione allo sviluppo che hanno denunciato con forza i continui tagli ai progetti internazionali di solidarietà da un lato e l’intangibilità degli stanziamenti per le armi e per le missioni militari dall’altro. Il “loro” ministro conferma tutto: nessuna riduzione, le missioni all’estero delle Forze armate continuano.
Del resto non è una novità: Riccardi, ministro ma soprattutto fondatore e principale animatore della Comunità di sant’Egidio – neolaureato honoris causa dall’Università di Friburgo anche per il suo impegno per «il dialogo interreligioso e la pace nell’era della globalizzazione» – da sempre riesce a far convivere solidarietà e armi. Finmeccanica infatti, la prima industria armiera italiana in queste settimane anche al centro di episodi di corruzione che hanno coinvolto i suoi massimi vertici, è da sempre uno dei principali sponsor del progetto Dream (Drug resource enhancement against aids and malnutrition), un programma di prevenzione e cura dell’Aids in Africa, avviato da Sant’Egidio nel 2002 e oggi attivo in Mozambico, Malawi, Tanzania, Kenya, Repubblica di Guinea, Guinea Bissau, Nigeria, Angola, Repubblica Democratica del Congo e Camerun. In Africa quindi – dove è finita la metà degli armamenti italiani esportati nel 2010 – Finmeccanica vende armi; poi, anche grazie a Sant’Egidio, si rifà il trucco finanziando progetti sanitari in quegli stessi territori e può scrivere con orgoglio sulla sua pagina web: «La solidarietà non ha confini. Non geografici, né politici, né religiosi».
Ma non c’è solo Finmeccanica fra gli sponsor ambigui del movimento fondato da Andrea Riccardi: finanziano le attività di Sant’Egidio – tutte benedette e sostenute dalla Conferenza episcopale italiane – Unicredit e Intesa San Paolo, fra le principali “banche armate”, ovvero gli istituti di credito che sostengono l’export di armi italiane e i programmi internazionali di riarmo, come i 131 cacciabombardieri F-35, per cui il nostro Paese spenderà almeno 15 miliardi di euro nei prossimi 15 anni; sempre il programma Dream è sponsorizzato da Farmindustria (la federazione delle aziende farmaceutiche italiane associate a Confindustria) e dalle multinazionali farmaceutiche Glaxo, Boehringer e Merck, tutte aderenti al cartello di 39 società che, anni fa, avviarono una causa contro l’allora presidente del Sudafrica Nelson Mandela che aveva concesso alle aziende locali di produrre farmaci anti-Aids a basso costo aggirando così lo strapotere delle multinazionali che commercializzavano le medicine ad altissimo prezzo; e in passato la Fondazione per la pace di Sant’Egidio è stata finanziata dalla Nestlé, quando la multinazionale era sottoposta ad un boicottaggio internazionale per violazione del codice internazionale di commercializzazione del latte in polvere.
Armi e solidarietà. Anzi solidarietà anche con i soldi delle armi. E poi una bella marcia della pace, come quelle che la Comunità di Sant’Egidio organizzerà in tutta italia l’1 gennaio. A Roma si concluderà a piazza san Pietro, per ascoltare il papa. E Riccardi, c’è da scommettere, sarà in prima fila.

Gmg: tutti a Madrid, con sacco a pelo. E carta di credito della banca armata

23 luglio 2011

“Adista”
n. 57, 23 luglio 2011

Luca Kocci

Zaino, stuoia, sacco a pelo e carta di credito. Sarà questa l’attrezzatura del papa boy in partenza per Madrid dove dal 16 al 21 agosto si celebrerà la Giornata mondiale della gioventù, insieme anche a papa Benedetto XVI.

Ma se zaino e sacco a pelo fanno parte del tradizionale armamentario del pellegrino, la novità di quest’anno è la carta di credito. Non una carta di credito qualsiasi, ma la carta di credito del papa boy, emessa dal gruppo Ubi Banca (in tutto 9 istituti, fra cui Banca popolare di Bergamo, Banco di Brescia e Banca popolare commercio e industria) con tanto di marchio «Enjoy Gmg 2011 Madrid». Pubblicità a tutta pagina sul quotidiano dei vescovi Avvenire, banner stabilmente presente sul sito internet del giornale della Conferenza episcopale italiana e su altri siti dedicati alla Gmg, insomma un accessorio indispensabile, con tanto di benedizione papale, visto che il marchio «Gmg 2011» campeggia nella carta accanto al logo MasterCard.

L’affare, ovviamente, è doppio: per l’organizzazione della Gmg, che ha ceduto il marchio a Ubi Banca (anche se dal gruppo bancario fanno sapere che «l’immagine utilizzata è stata approvata in relazione ad accordi che per motivi di riservatezza non possiamo rendere pubblici e che, comunque, non hanno comportato esborsi economici da parte nostra», nessuna dichiarazione invece da parte del Comitato organizzatore della Gmg, ugualmente interpellato da Adista), e per Ubi Banca, che piazzerà le nuove carte di credito a giovani clienti che poi potrà facilmente fidelizzare: la carta, infatti, costa appena 1 euro al mese e ha validità di cinque anni, senza spese di emissione.

Piccolo ulteriore dettaglio, che si aggiunge alla commistione Dio-Mammona: il gruppo Ubi, sebbene abbia una policy rigorosa e non possa esser tacciata di poca trasparenza, è una delle “banche armate” italiane, ovvero quegli istituti di credito che forniscono servizi di intermediazione finanziaria alle industrie belliche che vendono armi all’estero, da più di dieci anni oggetto di una campagna di pressione animata dalle riviste missionarie Nigrizia e Missione Oggi e dal mensile promosso da Pax Christi Mosaico di Pace (v. Adista n. 35/00). Nel 2010 Ubi Banca ha “movimentato” per conto delle industrie armiere 170 milioni di euro (168 milioni il Banco di Brescia, poco più di 2 milioni il Banco di San Giorgio), nel 2009 addirittura 1 miliardo e 231 milioni (risultando la prima “banca armata” in Italia), 238 milioni nel 2008 (v. Adista nn. 46/09, 41/10, 41/11).

Ma anche questa non è una novità: già nel 2005, in occasione della Gmg di Colonia, il comitato organizzatore della Giornata si trovò al centro di numerose critiche – alcune rivoltegli addirittura dalla neonata associazione Papaboys – perché accolse fra gli sponsor principali della kermesse la Banca di Roma (v. Adista nn. 47 e 51/05), all’epoca la principale “banca armata” italiana.