Archive for the ‘cappellani militari’ Category

Un mistero la paternità della giornata per “Giovanni XXIII patrono dell’esercito”. E anche un flop

16 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

San Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano, così perlomeno è stato acclamato nella messa alla chiesa dell’Aracoeli (alle spalle di piazza Venezia e del Vittoriano, a Roma), presieduta dall’ordinario militare-generale di corpo di armata, mons. Santo Marcianò, nel giorno della memoria liturgica di papa Roncalli, l’11 ottobre. Ma la presenza a piazza San Pietro di migliaia di soldati in divisa per l’udienza generale di papa Francesco – annunciata nelle settimane precedenti dall’Ordinariato militare – non c’è stata. Anzi dalla sala stampa della Santa sede dicono che in Vaticano non ne sapevano nulla.

Si sia trattato di una risposta diplomatica per celare l’annullamento di un evento che aveva destato perplessità e proteste da parte di molti o di un dietrofront da parte dei vertici dell’Esercito resta avvolto dalla nebbia. Certo è che l’udienza non c’è stata, e che in piazza, tranne quelle impegnate nella gestione dell’ordine pubblico, non si è vista nemmeno una divisa. Interpellata da Adista, la vice direttrice della Sala stampa della Santa sede, Paloma García Ovejero fa sapere che «non è stata mai prevista una udienza; forse era una proposta, forse una petizione, forse una promessa, oppure si trattava di un saluto, ma non era in agenda». Mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare-generale di divisione – che, intervistato da Adista ad inizio settembre, aveva annunciato l’evento (v. Adista Notizie n. 32/17) –, invece è irreperibile dall’11 ottobre. E fonti interne alle Forze armate confermano che i comandanti delle caserme dell’Esercito, soprattutto quelle di Roma e Lazio, erano stati invitati dai superiori a dare la massima disponibilità di uomini e mezzi per partecipare alla grande adunata in piazza San Pietro ma che poi è stata innestata la marcia indietro. «È evidente che il vertice dell’Esercito e l’Ordinariato, dopo le polemiche dei giorni scorsi, hanno preferito evitare di alimentarne altre dando vita all’ennesimo spreco di denaro pubblico», commenta su Agenparl Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e forze di polizia, che aggiunge, sul filo dell’ironia: «La rinuncia alla pacifica invasione del Vaticano dal punto di vista economico (spese per i mezzi di trasporto e indennità per il personale) rappresenta sicuramente un piccolo ma significativo gesto di buona volontà nel mare magnum degli sprechi della Difesa e inaspettatamente dimostra, anche ai più scettici, che quando i generali vogliono, possono e sanno far risparmiare i contribuenti».

Comunque sia andata, in Vaticano, pur confermando il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti del card. Robert Sarah che stabilisce «San Giovanni XXIII patrono presso Dio dell’Esercito italiano», hanno mantenuto un profilo basso, segno evidente dell’imbarazzo per una scelta contestata anche da molti vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17). Papa Francesco, nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza in piazza San Pietro, si è limitato a ricordare «San Giovanni XXIII, di cui oggi ricorre la memoria liturgica», senza fare alcun cenno al nuovo patronato. E poi ha affidato un tweet a @Pontifex: «Come san Giovanni XXIII, che ricordiamo oggi, diamo testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio e della sua misericordia». La Conferenza episcopale, con il segretario generale, mons. Nunzio Galantino, pur riconoscendo la legittimità della decisione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti («Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII»), ha fatto intendere di non essere stata nemmeno interpellata: «La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione» (v. Adista Notizie n. 35/17).

Al contrario crescono i consensi sull’appello di Pax Christi critico nei confronti di papa Giovanni patrono dell’Esercito. Ai quattordici vescovi che già l’avevano sottoscritto, se ne sono aggiunti altri tre: mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta), mons. Francesco Savino (vescovo di Cassano allo Jonio) e mons. Antonio De Luca (vescovo di Teggiano Policastro). Appello che però non ha avuto alcuna risposta e a cui Pax Christi sta cercando di capire se come dare seguito

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Il Papa buono, un santo in mimetica: ancora polemiche su Giovanni XXIII patrono dell’esercito

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

La pietra tombale su una presunta contrarietà della Conferenza episcopale italiana alla proclamazione di Giovanni XXIII patrono dell’esercito italiano l’ha messa definitivamente mons. Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario generale. «Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII», ha risposto Galantino ad una domanda che gli era stata posta durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Cei, lo scorso 28 settembre.

 

Mons. Galantino: Giovanni XXIII patrono dell’esercito, qual è il problema?

«La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione», ha specificato Galantino – come del resto aveva già detto in precedenza il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 32/17) –, precisando però che, durante il Consiglio permanente, «ne abbiamo discusso» con gli altri vescovi, «confermando l’apprezzamento del lavoro che i militari svolgono in Italia», ad esempio nel ruolo svolto nell’operazione “Strade Sicure”, «nella quale riescono a far allentare il senso di paura della gente. In Italia buona parte dei militari sono impegnati in questo». Da parte della Chiesa, ha ribadito il segretario generale della Cei, «non c’è nessun atteggiamento di disprezzo, anzi, sicuramente c’è apprezzamento nei confronti dell’Esercito italiano per tutto quello che sta facendo: sono uomini, donne, papà di famiglia, ragazze che stanno lì perché ci credono e devono darsi da campare». Le perplessità di Pax Christi, che ha scritto una lettera aperta al card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore del decreto che proclama papa Roncalli patrono dell’esercito, firmata anche da quattordici vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17), vengono liquidate con una frase dal segretario generale della Cei: «Non penso che una raccolta firme possa portare indietro l’orologio».

 

Santità in punta di codice

Nulla di fatto anche sul versante canonico. Lo storico Alberto Melloni aveva ipotizzato che il decreto fosse «nullo» perché non era arrivata in Vaticano la richiesta della Cei di proclamare papa Giovanni patrono dell’Esercito italiano, e «i patroni – scriveva Melloni sulla Repubblica (25/9) – li chiedono le conferenze episcopali, devono passare nelle commissioni, nel Consiglio permanente e nella Assemblea generale», una Congregazione vaticana «non può deliberare in materia senza (e tanto meno contro) il parere dei vescovi. Nemmeno invocando i poteri delegatigli dal pontefice, fra i quali non è incluso quello di gabbare i vescovi». E lo stesso aveva fatto Pierluigi Consorti, docente di Diritto canonico all’Università di Pisa, sostenendo, in un articolo pubblicato sul suo blog, la «incompetenza» dell’Ordinariato militare a richiedere alla Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti la proclamazione di Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano. «Essendo l’Esercito italiano un corpo certamente di livello nazionale, e non locale, sarebbe stato doveroso da parte sua investire della questione la Conferenza episcopale nazionale», scrive Consorti. Ma, prosegue, «la Chiesa militare non è nuova ad una certa autoreferenzialità interna all’Amministrazione della Difesa, che la rende nella sostanza un corpo separato sia dalle Chiese locali sia da quella nazionale, benché senz’altro equiparata ad una diocesi locale e come tale parte della Conferenza episcopale nazionale. La storia anche recente la vede spesso protagonista di accordi a livello interno che escludono ogni collaborazione con la Conferenza episcopale, costretta a prendere atto a cose fatte di scelte che sarebbe più opportuno condividere con la Chiesa locale. Questo modo di procedere conferma una sua perdurante tentazione a configurarsi illegittimamente come soggetto immediatamente soggetto alla Santa sede e non come parte del più largo popolo di Dio che è chiamata a servire nella piena comunione con le altre Chiese locali (e non voglio nemmeno pensare che l’Ordinariato militare abbia consapevolmente seguito una strada sbagliata per aggirare il possibile ostacolo potenzialmente frapposto dagli altri vescovi italiani). In ogni caso la Congregazione vaticana non avrebbe dovuto assecondare questo iter. Avrebbe dovuto rispettare le Norme, avviare una consultazione con i soggetti interessati per verificare l’opportunità della scelta comunicata e avrebbe anche dovuto accertare la competenza dell’Ordinario militare. Sembra impossibile che anche una Congregazione vaticana ignori il diritto canonico fino al punto di sottoscrivere un atto privo di forma certa, parzialmente immotivato e alla fine inefficace».

Ma le argomentazioni sono state contestate da un altro canonista, don Giuseppe Praticò, cancelliere della diocesi di Reggio Calabria-Bova, molto vicino all’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, nativo di Reggio Calabria. «La Chiesa Ordinariato militare è a tutti gli effetti una Chiesa particolare», «è una porzione del popolo di Dio non costituita da un territorio ma da persone, volti e anime, che forma l’immagine della Chiesa universale e ne ha la completezza in quanto ne possiede tutte le proprietà essenziali e tutti gli elementi costitutivi», scrive Praticò su Settimana, il periodico online dei dehoniani. Quindi «l’ordinario militare è l’unico competente “senza se e senza ma”, in virtù della sua potestà di giurisdizione». Pertanto «il decreto di conferma emanato dalla Congregazione con prot. n. 267/17 del 17 giugno 2017, nella sua formulazione e articolazione, rispetta tutti gli elementi previsti per la sua legittimità e per la sua validità. Ad un attento esame, non si riscontra, infatti, alcun errore formale o procedurale che possa renderlo passibile di inefficacia». Ed infine «è errato affermare e sostenere, senza alcun fondamento giuridico, che, trattandosi di esercito italiano, l’approvazione del patronato di san Giovanni XXIII spettasse di giurisdizione alla Conferenza episcopale italiana e non all’ordinario militare per l’Italia. Non basta, infatti, l’aggettivo qualificativo “italiano” a stabilire che la giurisdizione sia della Cei, poiché, in forza della sua particolare natura, l’Ordinariato militare è una peculiare circoscrizione ecclesiastica assimilata alle diocesi in cui la potestà del vescovo non è territoriale ma personale. Pertanto, mons. Marcianò è l’autorità ecclesiastica che poteva e doveva eleggere e approvare san Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano, presentando successivamente formale richiesta per il decreto confermativo della Congregazione romana, senza alcun altro ulteriore intervento della Conferenza episcopale nazionale. Di conseguenza, la Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti ha agito secundum legem e non contra legem».

La santità ridotta a formalismi giuridici. Non resta ora che attendere l’11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando il “papa buono” sarà proclamato patrono dell’Esercito italiano a san Pietro, davanti a settemila militari, che potranno così acclamare il loro santo in mimetica

Anche 14 vescovi nell’appello al card. Sarah: Giovanni XXIII sia patrono della nonviolenza

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Come può Giovanni XXIII, il papa della Pacem in Terris, «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?». Vi chiediamo di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Quattordici vescovi e molte personalità del mondo cattolico chiedono alla Santa sede di annullare il decreto con il quale l’ultraconservatore card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha stabilito papa Giovanni come santo patrono dell’Esercito italiano (v. Adista notizie n. 32/17).

L’iniziativa è di Pax Christi che, dopo aver manifestato a caldo con il suo presidente mons. Giovanni Ricchiuti una forte contrarietà alla decisione vaticana («Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»), promuove ora una lettera aperta indirizzata al card. Sarah e al presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, raccoglie l’adesione di ben quattordici vescovi: oltre a Ricchiuti (vescovo di Altamura) hanno firmato mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale e internazionale di Pax Christi), mons. Kevin Dowling, (vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-presidente di Pax Christi International), mons. Antonio J. Ledesma (arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, presidente di Pax Christi Filippine), mons. Tommaso Valentinetti (arcivescovo di Pescara Penne, già presidente nazionale di Pax Christi), mons. Domenico Mogavero (vescovo di Mazara del Vallo, Tp), mons. Calogero Marino (vescovo di Savona), mons. Giorgio Biguzzi (vescovo emerito di Makeni, Sierra Leone), mons. Francesco Alfano (arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia), mons. Antonio Napolioni (vescovo di Cremona), mons. Marco Arnolfo (arcivescovo di Vercelli), mons. Francesco Ravinale (vescovo di Asti), mons. Domenico Cornacchia (vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi), mons. Roberto Filippini (vescovo di Pescia). E poi autorevoli personalità del mondo cattolico: Rosalba Poli e Andrea Goller (responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia), Cristina Simonelli (presidente del Coordinamento teologhe italiane), p. Mario Menin (direttore di Missione Oggi), p. Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia), p. Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), suor Paola Moggi (direttrice di Combonifem), p. Giovanni Munari (superiore provinciale dei Missionari comboniani in Italia), don Tonio Dell’Olio (presidente Pro Civitate Christiana), la Comunità monastica di Bose, Gianni Novello (fraternità di Romena), lo storico Alberto Melloni, il magistrato Nicola Colaianni, don Giuseppe Ruggeri, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, don Giovanni Nicolini, don Pierluigi di Piazza, don Giacomo Panizza, don Bruno Bignami (presidente della Fondazione don Primo Mazzolari e postulatore della causa di canonizzazione del parroco di Bozzolo) e altri ancora.

«Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII, papa, quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”», si legge nella lettera aperta. «Siamo infatti convinti che la vita e le opere del santo papa non possano essere associate alle Forze armate. Come può proprio lui, il papa della Pacem in Terris, il papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si chiedono i firmatari della lettera al card. Sarah. «È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la crisi dei missili a Cuba».

Non sono questi i patroni che servono, si legge nella lettera. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Noi riteniamo – proseguono i firmatari – che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione. Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è “alienum a ratione”, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti».

Alla luce di tutto ciò, concludono i sottoscrittori della lettera, «ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Piuttosto la figura e l’esempio di papa Roncalli siano «proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi bianchi, Corpi civili di pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo».

La protesta del mondo cattolico cresce quindi, in vista del prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. Adista apprende che il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che dovrebbe presiedere l’eucaristia, probabilmente non ci sarà. Un indizio di una frenata da parte della Santa sede? Forse. Intanto in molti sperano che lo stesso papa Francesco, o qualcun altro in Vaticano, ordini il dietrofront

 

 

Cappellani senza stellette né stipendio. Appello al papa di un militare in congedo

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Caro papa Francesco, pensaci tu: smilitarizza i cappellani militari.

A scrivere al papa è un militare in congedo, Luca Marco Comellini, segretario del  Partito per la tutela dei diritti dei militari (Pdm) – legato a Radicali – da anni impegnato perché i cappellani militari siano sganciati dalla struttura gerarchica delle Forze armate, e i costi (stipendi, pensioni dei preti-soldato) siano a carico non dello Stato ma della Chiesa, come del resto chiedono da anni anche Pax Christi, le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa.

«Carissimo Francesco – scrive Comellini –, già nel corso della XVI Legislatura del Parlamento italiano, la richiesta di porre a carico della Chiesa cattolica i costi milionari dell’Ordinariato militare, presentata dai parlamentari Radicali, è stata più volte ignorata senza alcuna valida motivazione che potesse superare il dettato normativo vigente».

Il nodo economico è quello affrontato da Comellini. «Nessuno dei tanti cittadini di cui oggi mi faccio l’umile portavoce – scrive – ha mai contestato la presenza dei sacerdoti nell’ambito delle Forze armate ma più semplicemente, semmai, lo status con cui essi vi sono presenti: quello militare col rango di ufficiale. Non sono solo il grado da ufficiale e l’aspetto economico che stridono violentemente con quanto hai più volte affermato riferendoti ai posti ed ai simboli di potere occupati dai membri della Chiesa, vi è anche quello squisitamente giuridico e normativo». Costi per lo Stato che, per il triennio 2017-2019, ammonteranno a quasi 30 milioni di euro (v. Adista Notizie, n. 42/16).

Per sostenere la sia richiesta, Comellini si avvale anche delle parole dei più alti in grado della gerarchia clerico-militare: l’arcivescovo ordinario militare, mons. Santo Marcianò, e il suo vicario generale, mons. Angelo Frigerio. «I cappellani militari per esercitare il loro ministero non hanno bisogno di gradi e denari», ha detto mons. Marcianò in diverse occasioni. E don Frigerio ha più volte affrontato il tema della smilitarizzazione e dei tagli dei costi (v. Adista Notizie n. 23/16). Affermazioni però mai diventate fatti concreti.

Si vedrà se papa Francesco risponderà o, come chiede Comellini, lo riceverà per dargli la possibilità di spiegare meglio le sue ragioni. Intanto l’Ordinariato militare più che a smilitarizzare i cappellani sembra intenzionato a militarizzare anche Giovanni XXIII, proclamato patrono dell’Esercito italiano

La rivolta dei vescovi contro l’«arruolamento» di Giovanni XXIII nell’esercito

24 settembre 2017

“il manifesto”
24 settembre 2017

Luca Kocci

No a papa Giovanni in mimetica, anfibi ed elmetto. Cresce fra i cattolici la protesta contro la decisione vaticana di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’esercito.

Quattordici vescovi e alcune personalità del mondo cattolico (fra cui don Ciotti, padre Zanotelli, lo storico Alberto Melloni, la presidente delle teologhe italiane Cristina Simonelli) hanno firmato una lettera aperta, promossa da Pax Christi, che esprime «profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII papa quale patrono presso Dio dell’Esercito italiano» e chiede di «rivedere la decisione».

Sono stati l’Ordinariato militare, guidato dall’arcivescovo-generale di corpo d’armata Marcianò, e i vertici delle Forze armate a volere fortemente papa Roncalli patrono dell’esercito. Lo scorso 17 giugno l’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha firmato il decreto di proclamazione. E il 12 settembre, nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, mons. Marcianò lo ha consegnato al generale Errico, presente la ministra della Difesa Pinotti.

Nel mondo cattolico pacifista è subito montata la protesta: Pax Christi per prima ha criticato la scelta; mons. Nogaro, ex vescovo di Caserta, ha qualificato come «infamia» questo «patronato militaresco»; Noi Siamo Chiesa ha parlato di «sopruso che offende il Vangelo».

Ora la lettera aperta, sottoscritta da quattordici vescovi (fra cui i presidenti di Pax Christi International e Italia) che contestano la decisione e chiedono alla Santa sede di ripensarci. «Come può il papa della Pacem in terris, del Concilio Vaticano II e del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si legge. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ricorda la Pacem in terris». Troppo spesso «la parola pace è usata per mascherare operazioni di guerra», invece «riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace». Piuttosto papa Giovanni sia «proposto a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti».

Domani si apre l’assemblea della Cei, la prima guidata dal nuovo presidente card. Bassetti, a cui pure è indirizzata la lettera: manifesterà la propria perplessità? Il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. A meno che lo stesso Francesco o qualcun altro in Vaticano non ordini il dietrofront.

Il “papa buono” mette l’elmetto. Giovanni XXXIII nuovo patrono dell’esercito

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

“Patrono presso Dio dell’Esercito italiano”. È il nuovo titolo attribuito a Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris, l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», ovvero «estranea alla ragione».

Lo ha stabilito un Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (Prot. N. 267/17), firmato lo scorso 17 giugno dal prefetto, l’ultraconservatore card. Robert Sarah, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco». Pare difficile pensare che papa Francesco ne sia stato tenuto all’oscuro, anche se l’agenzia Ansa afferma di aver appreso «da qualificate fonti vaticane» che «la Segreteria di Stato della Santa Sede non è stata informata». In ogni caso, se tutto fosse avvenuto ad insaputa e contro la volontà di Francesco, il papa non avrebbe che da annullare il Decreto della Congregazione. Ma c’è anche chi, come lo storico Alberto Melloni, sostiene su Twitter che «il decreto del card. Sarah su Roncalli patrono dell’esercito è nullo: i patroni li chiedono le conferenze episcopali».

Il 12 settembre, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito a cui hanno partecipato, fra gli altri, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, il capo di Stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano, alcuni ordinari militari emeriti (mons. Gaetano Bonicelli, mons. Giuseppe Mani e mons. Giovanni Marra), l’attuale vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Santo Marcianò, ha consegnato il Decreto vaticano al generale Danilo Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi) – rivela ad Adista mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, nonché generale di divisione – il papa riceverà 7mila militari in Vaticano e poi sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro (v. nelle notizie successive).

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 1996 quando, dopo la consegna, il 3 novembre, da parte dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, della Bandiera di guerra all’Esercito, inizia a circolare l’idea di un santo patrono anche per l’Esercito, unica forza armata “orfana” (l’Aeronautica aveva già la Madonna di Loreto e la Marina santa Barbara). Nel 2002, l’ordinario militare di allora, mons. Mani, lancia il nome di Giovanni XXIII. Con il suo successore all’Ordinariato, card. Angelo Bagnasco – poi alla guida della Cei –, la proposta di papa Roncalli prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate. Le iniziative per promuovere la devozione a Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito italiano si moltiplicano, e decollano durante gli ultimi due ordinari militari, mons. Vincenzo Pelvi e mons. Marcianò, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nel Decreto vaticano che lo proclama patrono dell’Esercito, commentato con grande enfasi anche sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dal teologo don Ezio Bolis.

Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è decisamente più complesso. Nell’ottobre 1901, il futuro Giovanni papa XXIII abbandona temporaneamente gli studi teologici presso il seminario per prestare servizio nel Regio esercito italiano al posto di suo fratello Zaverio, la cui presenza era necessaria in famiglia, a Sotto il Monte (Bg), per il lavoro nei campi. Dopo un anno di ferma presso la caserma Umberto I di Bergamo – dove viene promosso sergente ed evidenzia doti di ottimo tiratore –, a novembre si congeda e, in una lettera al rettore del seminario di Bergamo, mons. Vincenzo Bugarini, dove studia, scrive: «Finalmente sono ritornato chierico un’altra volta e per sempre anche nell’abito. Appena uscito di caserma mi sono spogliato dell’uniforme aborrita, ho baciato piangendo la mia cara sottana e sono tornato fra i superiori e i parenti fatto più degno della loro compagnia. “Iam hiems transiit, imber abiit et recessit”. L’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata». E pochi giorni dopo, riporta nei suoi Diari: «Oh, il mondo come è brutto, quanta schifezza, che lordura! Nel mio anno di vita militare l’ho ben toccato con mano. Oh, come l’esercito è una fontana donde scorre il putridume, ad allagare la città. Chi si salva da questo diluvio di fango, se Dio non lo aiuta?». Un giudizio che negli anni successivi verrà parzialmente sfumato, ma mai al punto da assumere connotazioni interamente positive.

Il 23 maggio 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, Roncalli viene richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di «sergente di sanità», poi – dal 28 marzo 1916 al 10 dicembre 1918 – come cappellano. Il clima interventista lo condiziona profondamente, come del resto capita anche a don Primo Mazzolari. «L’amore di patria non è altro che l’amore del prossimo, e questo si confonde con l’amore di Dio», scrive Roncalli ai fratelli, auspicando però una rapida fine del conflitto. Eppure alla fine della guerra, riemerge la profonda avversione alla vita militare che già aveva espresso in passato. «Deo gratias», scrisse nelle sue Memorie. «Mi sono recato all’Infermeria presidiaria per la mia visita di congedo alla Direzione dell’ospedale militare; e tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, n.d.r.). Con quanta gioia l’ho fatto!». Ma ora, a Roncalli, viene di nuovo fatto indossare l’elmetto.

Giù le mani dal papa della “Pacem in Terris”. Le reazioni del mondo cattolico

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

«È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina (il 12 settembre, n.d.r.). Voglio informarmi molto bene dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione». Cade dalle nuvole il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana alla notizia che Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano (v. notizia precedente). Del resto, come spiega mons. Angelo Frigerio, vicario generale militare, nell’intervista rilasciata ad Adista (v. notizia successiva), Ordinariato militare e Stati maggiori delle Forze armate hanno aggirato la Cei bussando direttamente alla porta del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Ma anche in Vaticano si avanza qualche dubbio: «Penso che questa mossa sia nata dalla buona volontà di persone che vogliono avere un loro patrono. Però bisogna stare attenti a non manipolare i santi», dichiara mons. Silvano Maria Tomasi, membro del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Molto critiche, invece, le reazioni di altri vescovi, movimenti e associazioni, a cominciare da Pax Christi.

 

Mons. Ricchiuti (Pax Christi): è il papa della pace, non degli eserciti

«Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’Enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale che, non lo possiamo dimenticare, fu definita da Benedetto XV “inutile strage”. È molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Pensare a Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito lo ritengo anticonciliare anche alla luce della forte ed inequivocabile affermazione contenuta nella Pacem in terris: “Con i mezzi di distruzione oggi in uso e con le possibilità di incontro e di dialogo, ritenere che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace è fuori dalla ragione, alienum a ratione”. È “roba da matti”, per usare un’affermazione di don Tonino Bello, anch’egli presidente di Pax Christi fino al 1993. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il papa buono, il papa della pace, e non degli eserciti. Sono certo che questo sentire non sia solo di Pax Christi, ma di tante donne e uomini di buona volontà, a cui chiediamo di unirsi con ogni mezzo a questa dichiarazione per esprimere il proprio rammarico per una decisione che non rappresenta il sensus fidei di tanti credenti che hanno conosciuto Giovanni XXIII o che ne apprezzano la memoria di quella ventata profetica che ha indicato alla Chiesa nuovi sentieri di giustizia e di pace».

 

Mons. Nogaro: un patronato militaresco scandaloso

Interviene anche l’ex vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che dice ad Adista: «Mi chiedo se il “papa buono” può essere vituperato con questa arbitraria designazione. Oggi che si deve gridare contro il commercio e l’uso delle armi, ogni genere di armi, è una infamia scegliere papa Giovanni come patrono dell’Esercito italiano. Le forze armate di tutto il mondo sono la minaccia del mondo. Ed è qualcosa di ignobile pensare che chi ha operato sempre per la pace, come per esempio nella crisi di Cuba, venga usato come patrono. La serenità e il sollievo che ci fu nel mondo dopo il rischio di quella guerra nucleare si devono solo a papa Giovanni. Mi fa quindi orrore questa speculazione sulla sua immagine. Questo “patronato militaresco” scandalizza nella forma più forte perché ribalta i valori. Il papa che ha vissuto e ha pagato per la pace viene costretto a diventare il protettore delle armi e di quelli che le usano».

 

Comunità papa Giovanni XXIII: una forzatura

Severo il giudizio dell’associazione che di papa Roncalli porta il nome, la Comunità papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. «Tra le nostre fonti di ispirazione c’è proprio il Magistero di pace di papa Giovanni XXIII e il suo modo di operare sempre teso a favorire l’incontro e non il conflitto», spiega Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità. «Ci sembra decisamente una forzatura farlo diventare patrono di un esercito – prosegue –. Ci sembrerebbe più opportuno che il papa buono potesse essere patrono degli operatori di pace, a partire dai tanti giovani che svolgono con noi il servizio civile nelle zone di conflitto, per “sanare le ferite e costruire ponti”, come ha recentemente invitato a fare papa Francesco. Preghiamo che il Signore illumini i cuori per una scelta che tenga conto del sentire dell’intero popolo di Dio».

 

Noi Siamo Chiesa: un sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista

«Radicale dissenso» esprime il movimento Noi Siamo Chiesa: «Il “complesso” militare-clericale, che da venti anni si è organizzato per raggiungere questo obiettivo con il contributo dei vescovi  militari e, in particolare, del card. Angelo Bagnasco (già generale di Corpo d’armata), ha raggiunto i suoi scopi. Essi sono  quelli di dare “copertura” pastorale e mediatica a strutture che di evangelico non hanno niente e che sono in aperta contraddizione con i messaggi di pace con cui papa Francesco interviene tutti i giorni», si legge in una nota del movimento. «Il papa della Pacem in terris, della mediazione nella crisi dei missili dell’ottobre 1962, il papa del Concilio e della Gaudium et Spes, il papa che ha posto le premesse per una radicale scelta cristiana a favore  della nonviolenza, viene usato per dare credibilità alle politiche  delle “guerre umanitarie” e dei “bombardamenti intelligenti”, come quelle recenti praticate anche dalle Forze armate italiane in Kossovo (1999), in Afghanistan (2001), in  Iraq (2003) e in Libia (2011). Non possiamo che manifestare il nostro radicale dissenso, tanto più doloroso e significativo se questo Decreto è stato condiviso, magari obtorto collo, da papa Francesco». Prosegue Noi Siamo Chiesa: «Ci chiediamo perché i vescovi italiani siano stati, come sembra, del tutto ignorati dal Vaticano nel prendere questa decisione che ad essi, secondo logica, avrebbe dovuto eventualmente spettare. È questa la riforma della Curia romana che si vuole fare? Ci chiediamo poi che senso abbia un patrono dell’esercito italiano a fronte di possibili patroni celesti di altri eserciti, magari destinati su questa terra a combattersi. Ci viene alla mente la logica perversa dei soldati italiani che durante la Grande guerra, in nome del Re e del loro Dio cattolico, sul Carso combattevano gli austriaci che vi si opponevano  in nome del loro imperatore e del loro “diverso” Dio cattolico. Pensiamo/speriamo che questa situazione non passi sotto silenzio nel mondo cattolico italiano, che non sia ovattata  con belle ed ipocrite parole, ma che ci sia invece una vera e propria reazione di fronte a quello che riteniamo essere un vero e proprio sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista che si ispira al messaggio di papa Giovanni».

 

Efrem Tresoldi (Nigrizia): un oltraggio alla memoria del papa

«La nomina di san Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano è un oltraggio alla memoria del papa che dentro la Chiesa e nella società ha lasciato il segno come uomo di dialogo e di pace», scrive p. Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, mensile dei missionari comboniani. «È stato affermato che Giuseppe Angelo Roncalli, papa dal 1958 e promotore del Concilio vaticano II, è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale. Una giustificazione che non tiene conto dell’evoluzione umana e spirituale del papa che, il 25 ottobre 1962, contribuì a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando di persona tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e facendo rientrare la “crisi dei missili a Cuba”. L’enciclica Pacem in terris è la incontrovertibile testimonianza dell’impegno di un uomo che ha creduto nel dialogo e nella continua ricerca della pace tra i popoli. Gli insegnamenti dell’enciclica risultano ancora più validi oggi». Per questo, conclude Tresoldi, «Nigrizia si associa a quella vasta parte del mondo cattolico, Pax Christi in testa, che contesta la nomina voluta dall’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, e avallata dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Una nomina che contrasta con il pensiero e con l’azione del santo papa. Si vorrebbe, al contrario, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da armi e da eserciti, e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva per disinnescare e risolvere i conflitti».

 

Mao Valpiana (Movimento nonviolento) e Vito Mancuso: magari ri-convertirà l’esercito

«L’idea di nominare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano è certamente un errore. La vita e l’apostolato di Angelo Roncalli, il “papa buono”, il pontefice della Pacem in terris, testimoniano una tensione verso l’arte della pace più che l’arte della guerra», commenta Mao Valpiana, presidente del Movimento nonviolento e direttore di Azione nonviolenta, che però esprime un auspicio: «Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano II, è stato un segno dei tempi in vita, chissà che non lo sia in futuro anche come protettore dell’Esercito, capace di ri-convertirlo in esercito di pace, esercito della difesa civile non armata e nonviolenta. La provocazione lanciata dall’Ordinariato militare si può trasformare in un boomerang: la protezione di papa Roncalli potrebbe scuotere dalla fondamenta ruolo e funzione dell’esercito. Sarebbe bello, uno di quei “miracoli” che a volte i santi riescono a fare…».

Sulla stessa linea il teologo Vito Mancuso, su Facebook: «Molti polemizzano perché, avendo egli scritto la Pacem in terris, questa scelta non sarebbe coerente con la sua storia e, da pacifista, lo si trasformerebbe in un militarista. Ma è proprio così? La Pacem in terris è ancora lì, così come gli altri testi di Giovanni XXIII, e ora che è il loro santo patrono, i militari potranno essere un po’ più sensibili alle sue argomentazioni. Non è questa forse un’opportunità? Io non capisco bene il senso dei “santi patroni”, ma ammettendone il senso chi avrebbe dovuto essere il patrono dell’esercito? Un guerrafondaio come Bernardo di Chiaravalle, banditore della crociata e elogiatore dei templari? O Pio V che fece sterminare i valdesi di Calabria? Io penso che la scelta di Giovanni XXIII con la sua carica profetica possa fare del bene all’esercito. Insomma papa Francesco e chi l’ha consigliato a mio avviso non hanno sbagliato».

 

Sergio Tanzarella: un arruolamento forzato e mistificatorio

Il parere dello storico, Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa nella Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale e all’Università Gregoriana di Roma: «Mi meraviglio che il generale-vescovo Marcianò abbia fatto un passo così sconsiderato», spiega ad Adista. «Mentre papa Francesco va in pellegrinaggio sulla tomba di Mazzolari, il parroco di Tu non uccidere e che della I guerra mondiale progressivamente comprese e denunciò l’inganno, e sulla tomba di don Milani, il prete autore della lettera ai cappellani militari, il generale-vescovo Marcianò arruola il povero san Giovanni XXIII alla protezione delle Forze armate. Un’iniziativa dissennata, fondata soprattutto sull’ignoranza e sulla superficialità. Chiunque legge gli scritti di Roncalli si avvede di questa profonda riflessione sulla pace e sul progressivo rifiuto di tutte le guerre. La Pacem in terris non lascia dubbi. Ma ancora prima il papa era stato esplicito già nella enciclica Ad Petri cathedram: “Se ci diciamo e siamo fratelli, se siamo chiamati ad una medesima sorte nella vita presente e nella futura, come è mai possibile che alcuno tratti gli altri da avversari e da nemici? Perché invidiare gli altri, suscitare odio e rivolgere armi micidiali contro i fratelli? Abbastanza si è combattuto fra gli uomini. Troppi giovani nel fiore dell’età hanno versato il loro sangue. Già troppi cimiteri di caduti in guerra esistono, e ci ammoniscono, con voce severa, a raggiungere una buona volta la concordia, l’unità, una giusta pace. Pensi quindi ognuno, non a ciò che divide gli animi, ma a ciò che li può unire nella mutua comprensione e nella reciproca stima”. Si tratta quindi di un arruolamento forzato e mistificatorio – prosegue Tanzarella –. Ancora più stupore suscita il fatto che i vertici della Cei e molti vescovi dichiarino di essere stati totalmente tenuti all’oscuro. Ma il generale-vescovo a chi esattamente risponde? A papa Francesco o al ministro Pinotti? Con chi si confronta, con i confratelli vescovi o con i generali? E la collegialità, la comunione, la sinodalità sono solo belle parole per i convegni? Davanti a questa violenza fatta a un santo papa che della pace fece il suo motto, esse sembrano cancellate dalla potenza degli Stati maggiori. Ma non sarà certo papa Giovanni a proteggere le ennesime guerre italiane mascherate ancora da missioni di pace: Iraq, Serbia, Afghanistan grondano sangue inutilmente versato di cittadini inermi. E nulla potrà papa Giovanni per i tanti soldati italiani colpiti da tumori a causa dell’esposizione all’uranio impoverito e che ancora muoiono nel totale abbandono. Se lo hanno fatto patrono per questo hanno proprio sbagliato santo, e certo anche religione».

 

“Nessuna contraddizione. La pace si difende anche con l’esercito”. Intervista a mons. Frigerio

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

«Buongiorno mons. Frigerio». «Ah Adista, avete sempre il colpo in canna voi!». «No monsignore, non usiamo armi, siamo pacifisti». «Ma anche io sono pacifista!». Comincia così la nostra conversazione con mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare – nonché generale di divisione – sulla proclamazione di Giovanni XXIII a patrono dell’Esercito italiano.

Allora monsignore, come sono andate le cose?

«Il 17 giugno 2017 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha emanato un decreto, firmato dal prefetto card. Robert Sarah ma con il mandato del papa, che accoglie la proposta dell’Ordinariato militare di eleggere san Giovanni XXIII “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”».

Papa Giovanni autore della Pacem in terris e patrono dell’Esercito: non le sembra una contraddizione?

«No, per niente. Giovanni XXIII può essere patrono di tante cose. Magari domani verrà scelto anche come patrono della pace universale».

Ci illustri il percorso che ha determinato questa scelta.

«Comincia il 3 novembre 1996, quando il presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, consegna la Bandiera di guerra all’Esercito italiano, e l’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Giuseppe Mani, la benedice. Allora nell’Ordinariato militare, tra i cappellani e tra molti militari si inizia a pensare alla possibilità di un patrono per l’Esercito, anche perché avere un patrono per tutta la Forza armata può contribuire a riscoprire unità, identità e appartenenza. Ci si ragiona, si discute, nel 2002 si decide che in effetti è opportuno individuare un patrono per l’Esercito, e con mons. Mani si fa il nome di Giovanni XXIII. La proposta viene presentata ufficialmente al nuovo arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Angelo Bagnasco, il quale dà il suo consenso. Anche i vertici delle Forze armate – in particolare il capo di Stato Maggiore, Giulio Fraticelli, e il generale Emilio Marzo – approvano, e così si comincia a promuovere e a proporre la devozione alla figura di papa Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito italiano».

Sono tutti convinti della scelta?

«No, infatti a seguito di qualche dubbio riscontrato in seno alla “compagine ecclesiale”, in accordo con il nuovo arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, nell’autunno 2008 mi reco personalmente a Sotto il Monte (Bg), paese natale di Roncalli, a far visita all’arcivescovo emerito di Loreto e già segretario particolare di Giovanni XXIII, mons. Loris Capovilla, il quale manifesta con entusiasmo e commozione il suo pieno e convinto assenso e incoraggiamento a continuare con determinazione nel progetto di avere papa Giovanni come patrono dell’Esercito».

Mons. Pelvi però nega che tale consenso ci sia stato. Al giornalista Carlo Di Cicco ha riferito che Capovilla “non mi ha detto niente in proposito perché nulla ho mai chiesto a lui in proposito”. Comunque mons. Capovilla è morto, non può né confermare né smentire. Andiamo avanti…

«Nel dicembre 2009, presso Palazzo Esercito, la sede dello Stato maggiore, viene inaugurata la cappella dedicata a papa Giovanni dove sono conservate alcune sue reliquie. Quindi il successore di mons. Pelvi, l’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’Esercito, Claudio Graziano prima e Danilo Errico poi, portano a termine l’itinerario che, con il decreto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, conduce alla definizione di san Giovanni XXIII quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”. Il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, in Vaticano ci sarà un’udienza speciale di papa Francesco a 7mila militari, accompagnati dall’ordinario mons. Marcianò e dal capo di Stato maggiore, e poi, durante la messa, l’annuncio del nuovo patrono».

Come mai la scelta è caduta proprio su Giovanni XXIII?

«Perché ha svolto il servizio militare, da cui è stato congedato come sergente. E perché, insieme ad altri diecimila ecclesiastici, nel 1915, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, è stato richiamato come sergente di sanità, prima di diventare cappellano militare, fino al congedo definitivo del 1919. Il resto lo conosciamo: nunzio apostolico, patriarca di Venezia, papa, iniziatore del Concilio Vaticano II, autore della Pacem in terris».

Ecco appunto, la Pacem in terris. Ribadisco: non le pare una contraddizione che il papa della pace sia patrono dell’Esercito italiano?

«No, perché il papa della Pacem in terris era già papa quando l’11 giugno 1959 ricevette in Vaticano i cappellani militari in congedo, che avevano fatto la prima e seconda guerra mondiale, e ricordando questi periodi disse loro: “L’anno di volontariato sui vent’anni (la prima guerra mondiale, n.d.r.) fu anzitutto per Noi assai utile e fecondo, perché, permettendoci una vasta conoscenza di persone, in condizioni tutte particolari di vita, Ci diede la preziosa possibilità di penetrare sempre più a fondo nell’animo umano, con incalcolabile giovamento per la Nostra preparazione al ministero sacerdotale (…). Epoca dunque di spirituale arricchimento, a cui si aggiunge l’opera costruttiva della disciplina militare, che forma i caratteri, plasma le volontà, educandole alla rinunzia, al dominio di sé, all’obbedienza. (…) Sentimmo quale sia il desiderio di pace dell’uomo, specialmente di chi, come il soldato, confida di prepararne le basi per il futuro col suo personale sacrificio, e spesso con l’immolazione suprema della vita”».

E il Concilio?

«Nella Gaudium et Spes, al numero 79 è scritto che “coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell’esercito, si considerino anch’essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace”. E questa è dottrina».

È vero, ma all’inizio dello stesso paragrafo è scritto che «ogni giorno in qualche punto della terra la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati».

«Noi deploriamo la negatività delle guerre ma difendiamo chi ha obbedito al servizio militare. E questo è stato Giovanni XXIII».

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».