Archive for the ‘cappellani militari’ Category

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

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Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».

Pax Christi a congresso. Un sinodo sulla pace e cappellani smilitarizzati: le proposte alla Cei

13 maggio 2017

“Adista”
n. 18, 13 maggio 2017

Luca Kocci

Un Sinodo della Chiesa italiana perché le diocesi riflettano, «riscoprano la vocazione» e si impegnino ad «essere ponte di pace sul Mediterraneo», anche per onorare il debito di «restituzione» verso «i migranti che fuggono dalle guerre».

È la proposta più significativa che Pax Christi – riunita a Roma dal 29 aprile all’1 maggio per il proprio Congresso nazionale – ha rivolto espressamente alla Conferenza episcopale italiana, e in particolare al suo segretario generale, mons. Nunzio Galantino, che ha partecipato ai lavori dell’assemblea del movimento per la pace. Una presenza importante e significativa quella del segretario della Cei, segnale di una volontà di ascolto reciproco e di collaborazione. Da parte di Galantino risposte esplicite non ne sono arrivate, né sul Sinodo né sulla richiesta di smilitarizzazione dei cappellani militari – che Pax Christi sollecita da oltre venti anni –, ma nemmeno dinieghi. Resterà da vedere se la “nuova” Cei, che nell’assemblea di maggio eleggerà la terna di vescovi all’interno dei quali papa Francesco sceglierà il successore del card. Angelo Bagnasco alla presidenza dei vescovi italiani, metterà a tema le due proposte di Pax Christi oppure finiranno su un binario morto. Intanto il “sasso” è stato gettato.

Nei tre giorni di assemblea congressuale – a cui ha preso parte anche Josè Henriquez (già segretario di Pax Christi International), a confermare la volontà di Pax Christi Italia a muoversi su un terreno internazionale – gli aderenti al movimento, oltre alle due proposte rivolte a mons. Galantino, hanno approvato una serie di mozioni che delineano le future linee di impegno di Pax Christi, sia sul piano politico che su quello ecclesiale, unificate dalla parola chiave del «disarmo». Pax Christi «esprime forte preoccupazione per lo scenario globale di guerra e, nello stesso tempo, per l’aumento delle spese militari che per l’Italia potrebbe raggiungere la cifra di 100 milioni di euro al giorno e per l’incremento delle esportazioni delle armi italiane aumentate, negli ultimi due anni, di circa il duecento per cento», si legge in una delle mozioni approvate dall’assemblea. Il movimento «esprime dissenso rispetto al disegno di legge di delega al governo, approvato dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro della Difesa Roberta Pinotti, per la riorganizzazione del sistema di Difesa e relative strutture, cosiddetto Libro Bianco»; inoltre «ritiene necessario e improrogabile un impegno italiano, europeo e degli altri Stati membri dell’Onu perché si giunga all’approvazione del Trattato per la non proliferazione nucleare e alla ratifica dello stesso da parte di ciascuno Stato membro» (v. Adista Notizie n. 12/17); e «auspica che l’Italia partecipi ai prossimi appuntamenti internazionali presso l’Onu sulla messa al bando delle armi nucleari e che l’Europa assuma un impegno fermo per impedire l’escalation del conflitto tra Usa e Corea del Nord».

L’assemblea, a cui ha preso parte anche mons. Luigi Bettazzi (già presidente di Pax Christi International e Italia) e che ha ricordato «con affetto e riconoscenza» mons. Diego Bona (presidente di Pax Christi Italia dal 1994 al 2002, morto il 29 aprile, proprio quando il Congresso iniziava), ha poi eletto il nuovo Consiglio nazionale, che resterà in carica per i prossimi quattro anni. Ne fanno parte due preti, don Gianluca Grandi (diocesi di Bologna) e don Christian Medos (che a Roma lavora in particolare nella pastorale per i divorziati e gli omosessuali credenti) e 13 laici: Liliana Ricchiuti, Giuliana Mastropasqua, Franco Dinelli, Rosanna Lignano, Adriana Salafia, Gianna Badoni, Sonia Zuccolotto, Pasquale Palumbo, Mauro Innocenti, Norberto Julini, Paolo Finozzi, Silvio Salussolia e Nino Campisi. Il Consiglio nazionale – che si riunirà per la prima volta il 16 maggio – eleggerà poi il coordinatore nazionale, che non dovrà necessariamente far parte del Consiglio: si va verso la riconferma, per un ulteriore quadriennio, dell’attuale coordinatore, don Renato Sacco. A cui probabilmente verrà affiancato – perlomeno così prevede una mozione approvata – un “coordinatore tecnico” laico, che lavorerà a tempo pieno per Pax Christi, anche per rafforzare dal punto di vista operativo le attività e l’azione del movimento. Mons Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, continua il mandato di presidente nazionale, che terminerà – salvo proroghe da parte della Cei – nel 2019.

Per i cappellani militari lo Stato paga troppo. Interrogazione parlamentare “firmata” Adista

28 aprile 2017

“Adista”
n. 16, 29 aprile 2017

Luca Kocci

I cappellani militari costano allo Stato italiano dieci milioni di euro l’anno. Non è opportuno che il governo assuma «le iniziative di competenza per una revisione della disciplina sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa pubblica e di un superamento di ogni situazione di privilegio, anche in coerenza con la dottrina della Chiesa in materia di pace e di giustizia sociale?». È la domanda conclusiva che Gianni Melilla, deputato eletto nelle liste di Sinistra ecologia libertà (Sel) e da marzo entrato a far parte del Movimento democratico e progressista (Mdp) – il gruppo nato dalla fusione dei parlamentari di Sel e dei fuoriusciti “da sinistra” del Partito democratico –, lo scorso 6 aprile, ha rivolto come primo firmatario (insieme ad altri dieci deputati del gruppo) di una interrogazione a riposta scritta destinata al premier Paolo Gentiloni, alla ministra della Difesa Roberta Pinotti e al ministro dell’Economia Giancarlo Padoan.

L’interrogazione è stata formulata da Melilla sulla base dei dossier e delle informazioni sull’Ordinariato e sui cappellani militari prodotte da Adista negli ultimi anni (v. Adista Notizie nn. 23/14 e 42/16), come lo stesso Melilla afferma del testo depositato alla Camera.

«Premesso che – si legge nell’interrogazione dei parlamentari di Mdp –: la spesa a carico dello Stato per i cappellani militari in attività e in pensione in questi ultimi anni è notevolmente aumentata nonostante tutta la pubblica amministrazione, compresa la Difesa, sia interessata dai noti processi di revisione-riduzione della spesa; i cappellani militari sono 205, a cui si aggiungono altri 160 in pensione sempre a carico dello Stato; gli stipendi dei cappellani militari sono di tutto rispetto e oscillano in base al loro grado dai 2.500 lordi per i cappellani «semplici» con il grado di tenente ai 9.000 euro lordi percepiti dall’Ordinario che ha il grado di generale di brigata (il realtà è un generale di corpo di armata, n.d.r.); il mantenimento dell’Ordinariato dei cappellani militari nel 2015 è costato al Ministero della difesa 10.445.732 euro tra stipendi e benefici vari tra cui le auto di servizio, a cui si aggiungono altri 7-8 milioni di euro per le pensioni, che hanno un importo medio annuo lordo di 43 mila euro cadauna; secondo Adista negli ultimi tre anni la spesa a carico dello Stato per i cappellani è aumentata del 35 per cento; le pensioni dei cappellani militari maturano in netto anticipo sia rispetto ai lavoratori che agli stessi militari; la Chiesa italiana non sembra porsi il problema di superare questa situazione anche in considerazione del fatto che alla Chiesa cattolica italiana con l’otto per mille ogni anno vanno ingenti e crescenti risorse, e solo l’anno scorso lo Stato italiano ha versato oltre un miliardo di euro». Si chiede se presidente del Consiglio, ministra della Difesa ministro dell’Economia «non ritengano necessario assumere le iniziative di competenza per una revisione della disciplina richiamata in premessa sui cappellani militari nel senso di una riduzione della spesa pubblica e di un superamento di ogni situazione di privilegio, anche in coerenza con la dottrina della Chiesa in materia di pace e di giustizia sociale».

Quindi – questa la sostanza dell’interrogazione di Melilla – visto che la Chiesa italiana non sembra affatto intenzionata a mettere in discussione l’attuale situazione (nonostante il vicario generale dell’Ordinariato militare, mons. Angelo Frigerio, lo scorso anno aveva fatto balenare la possibilità di ridurre di un quarto il numero dei cappellani militari e di quattro quinti i posti dirigenziali per un risparmio di almeno quattro milioni di euro, v. Adista Notizie n. 23/16), sia lo Stato ad intervenire, dal momento che per il 2017 sono previsti 200 cappellani militari in servizio (81 nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi.

I salari dei preti con le stellette, infatti – come i lettori di Adista ben sanno –, non vengono pagati con i fondi dell’otto per mille destinati alla Chiesa cattolica (che contempla una specifica voce “sostentamento del clero”) ma sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono assimilati ai soldati e inseriti nella gerarchia militare. Rispetto al 2015 – quando per 205 cappellani lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro, la cifra che riposta Melilla nell’interrogazione – c’è un taglio di quasi 900mila euro. Nulla a che vedere però con il risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato da mons. Frigerio ed ora rimosso.

In passato altri parlamentari provarono ad intervenire sulla questione dei cappellani militari proponendo sia tagli che la smilitarizzazione (una battaglia che da decenni portano avanti Pax Christi e le Comunità di base): nel 2014 il deputato del Partito democratico, nonché vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti (v. Adista Notizie n. 43/14); nel 2012 i Radicali Maurizio Turco e Marco Perduca (v. Adista Notizie n. 47/12); prima ancora, nel 2007, il Verde Gianpaolo Silvestri (v. Adista nn. 43 e 57/07). A tutti è stata data sempre la resta risposta: proposta «inammissibile» perché la questione è oggetto di un’Intesa fra Stato italiano e Cei e quindi non può essere modificata unilateralmente. Peccato però, come come Adista ha spiegato più volte, che quell’Intesa non esiste (v. Adista Notizie nn. 4, 5 e 15/14). Chissà se ora andrà meglio al deputato Melilla

Una conciliazione pagata cara. L’anniversario del Patti lateranensi e del “nuovo concordato”

24 febbraio 2017

“Adista”
n. 8, 25 febbraio 2017

Luca Kocci

Era il 18 febbraio 1984 quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il cardinale segretario di Stato vaticano Agostino CasaroliGiovanni Paolo II regnante – firmarono l’Accordo di revisione dei Patti lateranensi del 1929. E se i Patti dell’11 febbraio 1929 – costituiti da Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria – sottoscritti da Mussolini e dal card. Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XI, chiudevano la “questione romana” apertasi nel Risorgimento, l’Accordo del 1984 li aggiornava, tenendo conto, si legge nel preambolo, «del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II».

Gli eventi sono stati celebrati anche quest’anno, come ogni anno, lo scorso 14 febbraio a Palazzo Borromeo, ambasciata d’Italia presso la Santa sede, alla presenza delle più alte cariche istituzionali italiane (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e vaticane (il segretario di Stato card. Pietro Parolin). Ma al di là del valore storico-politico della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Otto per mille: un miliardo l’anno

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. In apparenza trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà, come è noto, presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario, ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato nell’apposita casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando i quattro quinti delle risorse, ovvero 1.018.842.766,06 euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

La ripartizione dei fondi del 2016 è, in termini percentuali, sostanzialmente la stessa da diversi anni: il 20-25% per le attività di solidarietà sociale, il 40-45% per il culto e la pastorale, il 35-40% per il sostentamento del clero. E anche la cifra complessiva incassata, da 12 anni a questa parte, si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo (tranne nel 2015: 995 milioni).

Continua a diminuire invece la percentuale dei contribuenti che firmano la casella dell’otto per mille pro-Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% – nel 2016 (dichiarazioni dei redditi 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9% (a cui non ha corrisposto una diminuzione degli incassi perché c’è stato un aumento del gettito Irpef), segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. Disaffezione che risulta più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie, possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

Assistenza religiosa a spese dello Stato

Un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi (sono 200), ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del Ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

L’ora di religione

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di Religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato, ma la parità scolastica dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer nel 2000: 500 milioni di euro nel 2016), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono individuati dai vescovi diocesani – che possono togliergli l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: una separazione matrimoniale, una convivenza, la scoperta dell’omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato, come un qualsiasi insegnante. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica – nonostante religione cattolica sia una materia facoltativa, e il numero di coloro che vi si avvalgono è in lenta ma progressiva diminuzione –, mentre gli altri sono supplenti annuali o temporanei, per una spesa annua superiore ad 800 milioni di euro.

Privilegi ed esenzioni concordatarie

Ci sono poi una serie di esenzioni che riguardano esclusivamente il Vaticano e che trovano fondamento nel Concordato, come per esempio l’articolo 6 del Trattato tra Italia e Santa Sede, che fa parte dei Patti lateranensi: «L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acque in proprietà». Nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva bollette arretrate nei confronti dell’Acea (l’azienda municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire. Ne nacque un contenzioso, ma a saldare i conti fu il Ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno). Il Vaticano però non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005».

E sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali (la farmacia, il supermercato, la tabaccheria all’interno delle mura leonine oppure le pompe di benzina in Vaticano e al Laterano, in teoria accessibili solo ai residenti e ai dipendenti vaticani, in realtà con movimenti e giri di affari decisamente superiori: 10 milioni l’anno la tabaccheria, 21 milioni il supermercato, 27 milioni il benzinaio) e turistiche (come per esempio l’Opera romana pellegrinaggi) che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità – stabilito dal Concordato –, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Un salasso Concordato

11 febbraio 2017

“il manifesto”
11 febbraio 2017

Luca Kocci

Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato, nominando a tale effetto due Plenipotenziari, cioè, per parte di Sua Santità, Sua Eminenza Reverendissima il signor Cardinale Pietro Gasparri, Suo Segretario di Stato, e, per parte di Sua Maestà, Sua Eccellenza il signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo».

Comincia con queste parole, lettere maiuscole incluse, il Trattato tra Santa sede e l’Italia, primo atto dei Patti lateranensi – che comprendevano anche Concordato e Convenzione finanziaria –, firmati da Mussolini e dal cardinal Gasparri l’11 febbraio del 1929. Si chiudeva così la “questione romana”, apertasi nel Risorgimento. Ma, al di là degli elementi storico-politici della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 Craxi-Casaroli – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Apparentemente trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – quelle dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti  (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016 la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato in una casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando – grazie ad una sorta di “premio di maggioranza” da far impallidire qualsiasi Italicum – i quattro quinti delle risorse, ovvero 1 miliardo e 18 milioni di euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

Se l’otto per mille è la principale fonte di introito economico per la Chiesa italiana, un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi, sono 200, ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Marcianò, in passato lo fu anche il card. Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato ma la parità scolastica di Luigi Berlinguer nel 2000), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono scelti dai vescovi diocesani – che possono ritirare loro l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: separazione matrimoniale, convivenza, omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica, per una spesa annua di circa 800 milioni.

Trovano esclusivo fondamento nel Concordato invece una serie di privilegi ed esenzioni fiscali, come per esempio la fornitura gratuita dell’acqua per la Città del Vaticano oppure l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche (per esempio quelle dell’Opera romana pellegrinaggi) con sede legale nei palazzi che godono del regime di extraterritorialità e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Una conciliazione pagata cara

L’obbedienza non è più una virtù. In un libro, il processo a don Milani

17 dicembre 2016

“Adista”
n. 44, 17 dicembre 2016

Luca Kocci

«Non discuterò qui l’idea di patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Scriveva così, poco più di cinquanta anni fa, nel 1965, don Lorenzo Milani ai cappellani militari in congedo della Toscana i quali, al termine di un incontro in ricordo della firma dei Patti lateranensi, avevano attaccato l’obiezione di coscienza al servizio militare, definendola «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà».

La vicenda comincia quasi per caso, in un giorno di febbraio. Da oltre 11 anni don Milani viveva a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo aveva spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo aveva messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale era una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collaborava con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Non si può tacere. E così don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, molti dei quali cattolici, ma solo il settimanale del Partito comunista italiano, Rinascita, il 6 marzo la pubblica.

Ha un effetto deflagrante: il priore di Barbiana viene isolato ancora di più dalle gerarchie cattoliche, denunciato da un gruppo di reduci (insieme al direttore di Rinascita, Luca Pavolini) per incitamento alla diserzione e istigazione alla disubbidienza militare, processato, prima assolto e poi condannato (come Pavolini), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era morto poco prima, il 26 giugno 1967.

Alla vicenda dedica ora un libro il giornalista e scrittore toscano Mario Lancisi (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, 2016, pp. 158, euro 16; il libro è acquistabile anche presso Adista: tel. 06/6868692; fax 06/6865898; e-mail: abbonamenti@adista.it; oppure acquistato online su http://www.adista.it), che sulla lettera ai cappellani esprime un giudizio netto: anche se sono passati cinquant’anni, «conserva intatta la sua carica eversiva». Perché mette il dito su tre piaghe: la patria, la guerra («ogni guerra è classista» perché «altro non è per il priore che la difesa degli interessi materiali ed economici delle classi dominanti») e i cappellani militari.

La lettera e il processo non arrivano come un fulmine a ciel sereno: nel 1961 il sindaco di Firenze La Pira aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras point (Tu non uccidere), ignorando la censura e attirandosi le critiche di Andreotti, dell’Osservatore Romano e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e padre Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista ad un quotidiano, ad otto mesi; Giovanni XXIII aveva emanato la Pacem in Terris, e il Concilio Vaticano II sfiorato il tema, preferendo però soprassedere. Ma il tuono è decisamente più fragoroso, anche per la potenza della scrittura di Milani, distante anni luce dalla prudenza ecclesiastica («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato post mortem dall’Espresso).

Al processo don Milani non va: è malato, un linfoma di Hodgkin lo sta consumando. Viene difeso da un avvocato d’ufficio – che curiosamente è un “principe del foro”, Adolfo Gatti –, ma invia, come memoria difensiva, un nuovo testo (la Lettera ai giudici), destinato anch’esso a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, o piuttosto dell’obbedienza non ad un’autorità precostituita – sia militare che clericale – ma alla propria coscienza («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»).

Il libro di Lancisi non aggiunge particolari inediti, ma contestualizza e ricostruisce con puntualità e rigore le fasi del processo attraverso le cronache del tempo, fino all’assoluzione in primo grado con formula piena. Don Milani muore, ma la storia va avanti, con la condanna in appello di Pavolini e della Lettera ai cappellani. La sentenza arriva il 28 ottobre 1967, quarantacinquesimo anniversario della marcia su Roma. «Era nel ‘22 che bisognava difendere la patria aggredita. Ma l’esercito non la difese», aveva scritto Milani nella lettera. «Se i suoi preti l’avessero educato a guidarsi con la coscienza invece che con l’obbedienza cieca, pronta, assoluta, quanti mali sarebbero stati evitati alla patria e al mondo».

Dalla Difesa trenta milioni ai cappellani militari. Pax Christi: smilitarizziamoli

4 dicembre 2016

“il manifesto”
4 dicembre 2016

Luca Kocci

Quasi 30 milioni di euro per i cappellani militari nei prossimi tre anni. È la spesa che lo Stato dovrà sostenere per mantenere i preti-soldato delle Forze armate italiane, come risulta dalla Nota integrativa del ministero della Difesa allegata al Disegno di legge di bilancio per il triennio 2017-2019 in discussione al Parlamento.

Per il 2017 è previsto che ci saranno 200 cappellani militari in servizio (81 nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi. E siccome la Nota integrativa, euro in più euro in meno, ipotizza cifre analoghe anche per il 2018 e il 2019, l’esborso totale ammonta a poco meno di 30 milioni nel triennio.

I salari dei preti con le stellette, infatti, non vengono pagati con i fondi dell’otto per mille destinati alla Chiesa cattolica (che contempla una specifica voce “sostentamento del clero”) ma sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono assimilati ai soldati e inseriti nella gerarchia militare: l’arcivescovo ordinario militare (attualmente è mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco, oggi presidente della Conferenza episcopale italiana), è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio lordo di 124mila euro annui (circa 9.500 euro al mese); il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro al mese, 107mila annui); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro al mese, 79mila annui); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4.500-5mila euro al mese, 60-70mila all’anno); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è un capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro).

Rispetto al 2015 – quando per 205 cappellani lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro – ci sarà un taglio di quasi 900mila euro. Nulla a che vedere però con quel risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato a giugno – ed ora scomparso – da mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, mentre era in corso un tavolo di  confronto fra governo e Cei: i cappellani sarebbero dovuti diminuire di un quarto (-46 unità) e i posti dirigenziali – quelli con i gradi e gli stipendi più alti – addirittura da 14 a 2, restando cioè solo l’arcivescovo ordinario militare (generale di corpo d’armata) e il vicario generale (generale di divisione); inoltre verrebbero “condensati” gli scatti di carriera, così da andare in pensione, dopo 30 anni di servizio, al massimo come tenente colonnello. Pensioni, anch’esse pagate dallo Stato, che costituiscono un capitolo contabile a parte: attualmente ne vengono erogate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di 7 milioni di euro.

Da decenni Pax Christi e le comunità di base chiedono la smilitarizzazione dei cappellani, ma i vescovi continuano a respingere la proposta: la «militarità», spiegano, è una componente essenziale della missione pastorale dei cappellani, «militari fra i militari».

 

Dieci milioni di euro per i cappellani militari: nel 2017 lo Stato non risparmia sull’Ordinariato

3 dicembre 2016

“Adista”
n. 42, 3 dicembre 2016

Luca Kocci

Quasi dieci milioni di euro per i cappellani militari. A tanto ammonta la spesa che lo Stato sosterrà il prossimo anno per mantenere i preti-soldato delle Forze armate italiane, come si evince dalla Nota integrativa del ministero della Difesa allegata al Disegno di legge di bilancio per l’anno 2017 e per il triennio 2017-2019. E la stessa cifra, se la legge di bilancio verrà approvata senza modifiche, è prevista anche per il 2018 e il 2019: quindi poco meno di 30 milioni di euro in tre anni.

I cappellani militari in servizio saranno complessivamente duecento (81 in forza nell’Esercito, 31 nei Carabinieri, 30 nell’Aereonautica, 28 nella Guardia di Finanza, 27 nella Marina e 3 svincolati dall’appartenenza ad un corpo specifico), per una spesa totale di 9.579.962 euro, destinata al pagamento degli stipendi. I salari dei preti con le stellette, infatti, sono totalmente a carico dello Stato, perché i cappellani sono soldati a tutti gli effetti, inseriti a pieno titolo nella gerarchia militare: il vescovo castrense, l’ordinario militare per l’Italia (attualmente mons. Santo Marcianò), è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio mensile di 9mila e 500 euro lordi (124mila annui, compresa la tredicesima); il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro al mese, 107mila annui); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro al mese, 79mila annui); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4.500-5mila euro al mese, fra i 60 e i 70mila all’anno, a seconda dell’anzianità di servizio); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro). Da decenni Pax Christi e le comunità di base ne chiedono la smilitarizzazione, ma i vescovi hanno sempre respinto la proposta, ritenendo la «militarità» una componente essenziale della missione pastorale dei cappellani, «militari fra i militari».

Nel 2015 per il mantenimento dell’Ordinariato, gli stipendi di 205 cappellani e i vari benefit, lo Stato spese la cifra record di 10.445.732 euro (nel 2014, per 173 cappellani, 8.379.673 euro; nel 2013, per 169 cappellani, 7.680.353 euro). Rispetto al 2015, quindi, il prossimo anno ci sarà un taglio di quasi 900mila euro. Ma non c’è traccia di quel risparmio di 4-5 milioni di euro annunciato nello scorso mese di giugno da mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, che sarebbe stato l’esito di un tavolo di confronto fra il governo di Matteo Renzi e la Conferenza episcopale italiana proprio sui costi della diocesi castrense. «Il taglio che dovrebbe riportare entro quota cinque-sei milioni di euro le spese totali dell’assistenza spirituale alle Forze armate prevista dal Concordato del 1929 e dalla sua revisione del 1984 – spiegò allora mons. Frigerio all’Agi (v. Adista Notizie n. 23/16) – è reso possibile da una diminuzione di 46 unità (dai 204 previsti a 158) e da una davvero rilevante riduzione dei posti dirigenziali, cioè dei gradi militari più alti attribuiti ai nostri cappellani: attualmente ne sono previsti 14 (un generale di corpo d’armata, un generale di divisione, 3 ispettori che sono generali di brigata e 9 colonnelli). Di questi ne rimarranno solo due: l’arcivescovo ordinario militare assimilato ad un generale di corpo d’armata e il vicario generale che è assimilato a un generale di divisione. Gli altri cappellani avranno una carriera limitata con uno scatto di grado ogni 10 anni che li porterà dopo 30 anni ad essere tenenti colonnelli poco prima di andare in pensione». Ma stando alla Nota integrativa allegata al bilancio 2017-2019, i cappellani in servizio saranno appunto duecento, e nove di loro occuperanno ruoli dirigenziali, con i gradi di generali e colonnelli.

E i conti complessivi sono ancora più salati. Dal bilancio, infatti, resta escluso il capitolo pensioni. Attualmente ne vengono pagate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di ulteriori sette milioni di euro.

Colloqui Stato-Chiesa sui cappellani militari: a vantaggio del risparmio, non della credibilità

25 giugno 2016

“Adista”
n. 23, 25 giugno 2016

Luca Kocci

Risparmi in vista, per lo Stato, sul fronte delle spese per i cappellani militari, ma nessuna possibilità per la smilitarizzazione dei preti-soldati. Solo Pax Christi continua a chiedere: «Cappellani sì, militari no».

È aperto, già da qualche mese, un tavolo di confronto fra governo italiano e Conferenza episcopale italiana con l’obiettivo di ridurre i costi a carico dello Stato per il mantenimento dei cappellani militari, inseriti a pieno titolo nella gerarchia militare, e quindi con gli stipendi – a cui però va sottratta una serie di indennità – pagati dal ministero della Difesa: l’ordinario militare è assimilato ad un generale di corpo d’armata il quale, in base alle tabelle ministeriali, percepisce uno stipendio mensile di 9mila e 500 euro lordi; il vicario generale è generale di divisione (o maggiore generale, 8mila euro); l’ispettore è generale di brigata (o brigadiere generale, 6mila euro); il vicario episcopale, il cancelliere e l’economo sono assimilati ad un colonnello (4-5mila euro); il primo cappellano capo è un maggiore (3-4mila euro); il cappellano capo è capitano (3mila euro); il cappellano semplice ha il grado di tenente (2mila e 500 euro).

L’accordo, se verrà siglato, farà gradualmente risparmiare allo Stato circa quattro milioni di euro, su un totale di oltre dieci spesi annualmente (10.445.732 euro, secondo la legge di bilancio 2015). I dettagli li ha spiegati all’Agi mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare. «Il taglio che dovrebbe riportare entro quota cinque-sei milioni di euro le spese totali dell’assistenza spirituale alle Forze armate prevista dal Concordato del 1929 e dalla sua revisione del 1984 – ha detto Frigerio – è reso possibile da una diminuzione di 46 unità (dai 204 previsti a 158) e da una davvero rilevante riduzione dei posti dirigenziali, cioè dei gradi militari più alti attribuiti ai nostri cappellani: attualmente ne sono previsti 14 (un generale di corpo d’armata, un generale di divisione, 3 ispettori che sono generali di brigata e 9 colonnelli). Di questi ne rimarranno solo due: l’arcivescovo ordinario militare assimilato ad un generale di corpo d’armata e il vicario generale che è assimilato a un generale di divisione. Gli altri cappellani avranno una carriera limitata con uno scatto di grado ogni 10 anni che li porterà dopo 30 anni ad essere tenenti colonnelli poco prima di andare in pensione».

Dall’accordo resta fuori il capitolo pensioni (attualmente ne vengono pagate circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno e un totale di 7 milioni di euro), anche se in prospettiva, grazie alla progressiva riduzione del numero degli ufficiali, i risparmi riguarderanno anche tale comparto. E su questo argomento alla fine di maggio, per rispondere ad alcuni articoli giornalistici che rilanciavano una petizione pubblica per abolire la pensione agli ex ordinari militari in cui si attribuiva al card. Angelo Bagnasco un assegno da 4mila euro al mese (v. Adista Notizie n. 10/16), è arrivata una nota della Cei per «precisare che l’unico trattamento previdenziale che il cardinale percepisce è quello standard del Fondo clero, pari a 650,50 euro lordi».

La smilitarizzazione dei preti-soldati resta invece una questione “non negoziabile”. Ancora mons. Frigerio all’Agi: «Abbiamo ritenuto di conservare i gradi ma come ufficiali subordinati confrontandoci con le esperienze degli altri Paesi della Nato. I cappellani non sono militari puri ma nemmeno estranei al mondo militare. Il concetto chiave è quello dell’assimilazione. Nelle Forze armate ci sono ad esempio i medici che fanno i medici e hanno la deontologia e la scienza come riferimento, analogamente i cappellani sono nelle Forze armate in maniera peculiare». E aggiunge: «Per un cappellano seguire quello che dice papa Francesco è più facile: non ha la casa parrocchiale o la chiesa dove mettere marmi di Carrara, ed è obbligato a vivere in caserma in un alloggio modesto. Nell’essenzialità, seguendo la vita dei suoi uomini, e cioè accontentandosi di stare sotto le tende se loro dormono sotto le tende. Seguendoli nelle missioni di pace. Preti con le stellette, questo sì, ma anche preti che vivono con la loro gente, i militari, nelle periferie».

L’esatto contrario di quello che, da oltre vent’anni, sostiene Pax Christi, ribadito nell’editoriale sul fascicolo di giugno di Mosaico di pace a firma di Sergio Paronetto, vicepresidente nazionale del movimento cattolico per la pace: «Va superata l’enfasi sulla “militarità”, la figura del “prete ufficiale” delle Forze armate, non tanto sulla base dei costi economici ma, soprattutto, sulla base della fedeltà al Vangelo di Cristo, maestro di nonviolenza. Tonino Bello, intervistato da Panorama il 28 giugno 1992 sui costi economici dell‘integrazione dei sacerdoti nelle strutture militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ed ecclesiale. Per lui, e per noi, è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri – osservava l’allora presidente di Pax Christi – non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle Forze armate. Cappellani sì, militari no”».