Archive for the ‘cappellani militari’ Category

Esaltazione della “grande” guerra: nelle scuole non si insegna la pace

31 ottobre 2018

“Adista”
n. 37, 27 ottobre 2018

Luca Kocci

Con l’avvicinarsi del 4 novembre, si rimette in modo la propaganda patriottarda e si moltiplicano le iniziative per celebrare la “vittoria” dell’Italia nella Prima guerra mondiale, di cui ricorre il centenario (4 novembre 1918-4 novembre 2018).

La prima si è svolta il 18 ottobre, quando la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, a Ostia, sul litorale di Roma, presso la Scuola di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, ha incontrato circa cinquecento studenti delle scuole superiori «per raccontare il 4 novembre», recita il comunicato stampa del Ministero della Difesa. Ovviamente non da sola, ma in compagnia degli ufficiali di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, che hanno tenuto agli studenti una “lezione” senza contraddittorio, per ripetere i luoghi comuni triti e ritriti e storicamente falsi sulla Prima guerra mondiale: la “vittoria”, la IV guerra di Indipendenza che ha completato l’unità d’Italia, l’affratellamento dei soldati nelle trincee, l’eroismo dei soldati e via dicendo. «Questa iniziativa, per la prima volta nel litorale della periferia di Roma Capitale – fanno sapere dalla Difesa –, rientra in un ciclo di conferenze, organizzate dal Ministero della Difesa in diverse scuole del Paese, per raccontare il 4 novembre, Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze armate, a cento anni dalla fine della grande guerra». Che dimostra come la scuola da qualche anno sia terreno di conquista da parte delle Forze armate (v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17).

La seconda, di taglio apparentemente più accademico, si è svolta il 17-18 ottobre, nell’area militare dell’ex aeroporto di Centocelle, nella periferia est della capitale, dove, secondo le intenzioni dei vertici delle Forze armate e del Ministero della Difesa, dovrebbe sorgere il “Pentagono italiano” (v. Adista Notizie n. 22/18), ovvero una struttura unica per riunire i vertici delle quattro Forze armate (esercito, aeronautica, marina e carabinieri), appunto un Pentagono made in Italy, ad immagine e somiglianza di quello Usa (anche se pare che, essendo il governo alla disperata ricerca di soldi per realizzare i mirabolanti annunci della campagna elettorale, il progetto venga temporaneamente rinviato). Un grande convegno, dal titolo quasi epico: «Il 1918, la vittoria e il sacrificio».

«L’Italia – così è stato presentato il convegno –, con un grande sforzo di tutte le componenti del Paese, esce vittoriosa dalla terri bile prova e completa il percorso di unificazione. È un momento fondante per l’identità nazionale, costato enormi sacrifici». Fra i temi affrontati nei due giorni di convegno: gli aspetti militari della guerra – sia quelli riguardanti i vari teatri operativi europei sia, più dettagliatamente, quelli relativi al fronte italo- austriaco –, la battaglia di Vittorio Veneto, le operazioni della Marina, lo sviluppo dell’Aeronautica e la partecipazione dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il servizio “P” (Propaganda).

Una specifica sessione del convegno, curata dall’Ordinariato militare e con gli interventi dell’ordinario militare-generale di corpo d’armata, mons. Santo Marcianò, e del suo vicario, mons. Angelo Frigerio, è stata poi dedicata ai cappellani militari, «la cui reintroduzione durante la guerra è una delle tappe verso la riconciliazione fra Stato e Chiesa». Al centro, ovviamente, la figura del cappellano militare Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, ora anche santo patrono dell’esercito italiano (v. Adista Notizie nn. 32, 34, 35 36/17).

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Nel centenario della “Grande Guerra”, “Civiltà Cattolica” esalta vescovi interventisti e cappellani militari

31 ottobre 2018

“Adista”
n. 36, 20 ottobre 2018

Luca Kocci

A pochi giorni dal centenario della fine della Prima guerra mondiale (4 novembre 1918-4 novembre 2018), Civiltà cattolica ricorda – con deciso entusiasmo – «il contributo che i cattolici italiani e la gerarchia diedero alla “nazione in guerra”» e quindi alla “vittoria”. Lo fa con un lungo saggio di p. Giovanni Sale, lo scrittore del quindicinale dei gesuiti esperto di questioni storiografiche del ‘900 (pubblicato nel fascicolo 4039 del 6-20 ottobre 2018), che prende le mosse dalla disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917.

«Dopo Caporetto – scrive Sale –, anche la Chiesa italiana partecipò attivamente, con le sue numerose iniziative, sia di culto sia di aiuto umanitario, al clima di mobilitazione politica per sostenere lo sforzo dei soldati al fronte». Caporetto come svolta che, secondo lo storico gesuita, fece indossare l’elmetto alla Chiesa cattolica.

«I vescovi – prosegue –, dopo un iniziale neutralismo, un po’ alla volta si “convertirono” alla guerra patriottica e nazionale, esortando i fedeli all’obbedienza alla legge e alle autorità legittimamente costituite. Dopo la “disfatta”, numerosi vescovi “moderati” assunsero posizioni apertamente patriottiche e s’impegnarono maggiormente in opere di assistenza civile, utilizzando a volte anche un frasario nazionalista, che non era stato usato fino ad allora dal clero italiano».

Il Regno d’Italia e gli Stati maggiori chiamarono la Chiesa all’appello, e la Chiesa rispose. Scrive Sale: «Nell’aprile 1918 il ministro Sacchi (Ettore Sacchi, radicale, ministro di Grazia e Giustizia dal 1916 al 1919, ndr), attraverso i prefetti, chiese a tutti i vescovi italiani di mobilitare, a livello diocesano, i loro preti, perché influissero sulle popolazioni rurali della Penisola, facendo crescere nei fedeli la convinzione che “dall’esito felice della nostra guerra nazionale dipendono la salvezza e la fortuna della Patria” sotto il profilo sia spirituale, sia materiale. La maggior parte dei vescovi rispose positivamente, con missive inviate a Roma, all’invito del governo. Inoltre, numerosi furono gli Ordinari che, nel novembre 1918, alla notizia dell’avanzata nemica, emanarono circolari e pubblicarono esortazioni perché tutti i fedeli si “raccogliessero a resistenza”, invitando in particolare “il clero a soccorrere i soldati dispersi e a convincerli a ritornare all’esercito e a prodigarsi per i profughi che giungevano al Veneto sin dalle più lontane regioni”».

Ma la Chiesa italiana, se è vero che dopo Caporetto intensificò il proprio impegno, in realtà, ricorda Sale, «partecipò fin dall’inizio allo sforzo bellico nazionale, anche prestando all’esercito i suoi ministri di culto», ovvero i cappellani militari. «Una circolare del generale Cadorna del 12 aprile 1915, in largo anticipo sull’inizio delle operazioni di guerra e senza un previo accordo con le autorità ecclesiastiche, che non si opposero all’ordine ricevuto, stabilì l’assegnazione di cappellani militari a ogni reggimento delle varie armate e ai corpi dell’esercito. Cadorna, infatti, attribuiva un’importanza non secondaria alle istituzioni di carattere religioso per il mantenimento dell’ordine nell’esercito e per rafforzare il senso del dovere nei contadini-soldati. I cappellani, sottoposti all’autorità di un Ordinario militare (il vescovo mons. Angelo Bartolomasi), “in un esercito a lungo carente di forme non repressive di organizzazione del consenso alla guerra, costituirono una rete importante di intellettuali propagandisti dell’ordine e della disciplina militare”». Infatti, aggiunge Sale (che fa riferimento anche ad uno studio dello storico della Comunità di sant’Egidio, Roberto Morozzo della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e preti soldati 1915-1919, Studium, 1998), «una pratica comunemente svolta dai cappellani militari era quella delle cosiddette “conferenze patriottiche”. Molti di essi tenevano ai loro soldati discorsi di incitamento alla disciplina, al dovere militare e di esortazione ai valori patriottici. Soprattutto vi si impegnavano i cappellani di orientamento nazionalista. A volte questa attività veniva losu ro richiesta dagli ufficiali superiori. Una parte dei cappellani, spesso “perché a contatto con le truppe dal morale troppo depresso”, o per convinzione personale, preferì “svolgere una propaganda per la guerra, spiegando con semplicità argomenti patriottici a gruppi ristretti o in conversazioni individuali”».

Quindi, conclude Sale, «il contributo che i cattolici italiani e la gerarchia diedero alla “nazione in guerra” (…) fu notevole» e «apertamente riconosciuto da tutte le forze politiche del vecchio sistema liberale (…). Ciò preparò l’ingresso dei cattolici nella vita politica nazionale».

La soddisfazione del quindicinale dei gesuiti sembra evidente. E poco conta, sembra, che la Prima guerra mondiale venne definita da papa Benedetto XV una «inutile strage».

Questa Intesa non s’ha da fare. Appello di Pax Christi contro l’accordo sui cappellani militari

28 marzo 2018

“Adista”
n. 11, 24 marzo 2018

Luca Kocci

Offensiva di Pax Christi contro lo schema di Intesa tra Repubblica italiana e Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate, firmato lo scorso 8 febbraio, che di fatto conferma l’attuale regime: cappellani militari inseriti nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi, pagati dallo Stato, dei soldati professionisti (v. Adista Notizie n. 7/2018).

Il movimento cattolico per la pace lancia un appello (firmato da mons. Giovanni Ricchiuti, presidente nazionale Pax Christi e vescovo di Altamura, don Renato Sacco, coordinatore nazionale Pax Christi, p. Alex Zanotelli, direttore responsabile Mosaico di pace, e Sergio Paronetto, presidente Centro studi economico-sociali per la pace di Pax Christi) rivolto a governo e Santa Sede perché non firmino l’Intesa e al nuovo Parlamento affinché non la approvi.

«Con delibera dell’8 febbraio, il Consiglio dei ministri informa che è stato approvato “lo schema d’Intesa tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate”», si legge nell’appello a cui si può aderire contattando Mosaico di pace, il mensile promosso da Pax Christi (e-mail: info@mosaicodipace. it). «Purtroppo, in questa Intesa l’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari restano quasi le stesse di prima – prosegue –. Stesso inquadramento militare dei cappellani, quindi, stesse stellette e stessi stipendi. Unica novità: la riduzione del numero dei cappellani dagli attuali 204 a 162. Ora l’Intesa “sarà sottoposta alla firma delle due Parti, Stato e Santa Sede e il suo contenuto dovrà essere recepito con apposito disegno di legge” del Parlamento. Ma l’iter è ancora lungo. E così noi tutti possiamo far sentire la nostra voce. Da tempo, Pax Christi, Mosaico di pace e il Centro studi economico-sociali per la pace hanno a cuore la smilitarizzazione dei cappellani militari. Crediamo che, in questo tempo, sia ancora possibile rivedere e modificare l’Intesa, anche perché lo stretto connubio tra Forze armate e cappellani militari è in chiaro contrasto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze armate, sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro bianco della Difesa, e con quanto ci ha insegnato Gesù che va nella direzione della nonviolenza attiva». Pertanto, conclude l’appello, «chiediamo che venga abolito l’inquadramento militare dei cappellani e che l’assistenza spirituale al personale militare sia data alla pastorale ordinaria». Ovvero ai semplici preti delle parrocchie nei cui territori si trovano le caserme.

«Non è una buona notizia quella che ci arriva sui cappellani militari. È una doccia fredda sulle calde aspettative che nutrivamo in proposito», scrive p. Zanotelli nell’editoriale del fascicolo di marzo di Mosaico di pace. «Dopo anni e anni di contestazione dei cappellani militari sia da parte laica come da parte ecclesiale (preti e vescovi inclusi!) – prosegue il comboniano direttore di Mosaico di pace –, non riesco a capire come si sia arrivati a una tale Intesa. Papa Francesco è stato sulla tomba di don Milani, un duro contestatore di tale realtà con la famosa lettera “Ai cappellani militari toscani”. Tra poco si recherà sulla tomba di don Tonino Bello che si è espresso contro i cappellani perché “non consoni alla credibilità evangelica ed ecclesiale”». Anche se, rileviamo, Francesco ha anche avallato la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII santo patrono dell’Esercito italiano (v. Adista Notizie nn. 32, 34, 36 e 36/17).

«Chi ha voluto questa Intesa?», si chiede Zanotelli. «Forse la Conferenza episcopale italiana? O forse l’ordinario militare, il vescovo responsabile dei cappellani militari? Chiunque abbia deciso, una cosa mi sembra chiara: questa decisione è in contrasto con il magistero di papa Francesco contro la guerra e in favore della nonviolenza attiva. Ma stride soprattutto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze armate d’Italia sempre più impegnate a fare guerra “ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati”, come recita il Libro Bianco della Difesa della Ministra Pinotti. È questo che è avvenuto nelle guerre in Afghanistan, Iraq, Libia. E per fare questo, il bisogno di armarsi fino ai denti, arrivando a spendere lo scorso anno in Difesa 25 miliardi di euro, pari a 70 milioni di euro al giorno. Tutto questo contrasta con quanto ci ha insegnato Gesù. Per cui diventa una profonda contraddizione avere sacerdoti inseriti in tali strutture. Ma sono soprattutto i fedeli a scandalizzarsi nel vedere sacerdoti con le stellette con gradi di generale, maggiore, capitano e per di più pagati così profumatamente. È da anni che tanti cristiani continuano a chiedere ai vescovi che l’assistenza spirituale al personale militare sia data alla pastorale ordinaria e che il sistema dei cappellani militari venga soppresso. Fino a quando devono attendere?».

Approva l’Intesa e attacca Pax Christi invece il quotidiano online La nuova bussola quotidiana, megafono dell’oltranzismo integralista cattolico. «Gesù apostolo della nonviolenza?», si chiede l’autore Rino Camilleri, che si lancia in una ardita interpretazione militarista del Vangelo. «E l’elogio al centurione di Cafarnao? E tutti i Santi che di mestiere facevano i militari? E l’atteggiamento benevolo del Battista nei confronti dei soldati che venivano a lui? Ma per Pax Christi le nostre Forze Armate sono “sempre più impegnate a fare guerra ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati, come recita il Libro bianco della Difesa”. Pax Christi, gli interessi vitali, vorrebbe difenderli, evidentemente, col dialogo. Comunque, chiede “che venga abolito l’inquadramento militare dei cappellani e che l’assistenza spirituale al personale militare sia data alla pastorale ordinaria”. Ora, si può osservare che dal punto di vista pratico non cambierebbe niente: abolire i cappellani e sostituirli con preti senza stellette servirebbe solo a privare questi ultimi dello stipendio. Ma si tratta anche di seguire le truppe nei vari angoli del mondo: quale parroco potrebbe permettersi di lasciare tutto e partire? L’unica è lasciare le cose come stanno. Il solo risultato sarebbe quello di privare i cappellani della paga. Può darsi che, a quel punto, nessun prete vorrebbe indossare la divisa. Forse è proprio a questo che punta Pax Christi, per la quale, a quanto è dato di capire, il soldato è un mestiere spregevole». Comunque, conclude Camilleri, «al di là degli appelli, crediamo che il Vaticano da questo orecchio non ci senta. È già tanto se ha acconsentito, con la firma della presente Intesa, a ridurre il numero dei cappellani dagli attuali 204 a 162. L’istituzione dei cappellani militari fu creata, con gran fatica da parte vaticana, durante la Grande guerra, ed è costata, appunto, sudore. Rinunciarvi per una presunta radicalità evangelica, tutta da dimostrare, sarebbe solo un autogol».

Cappellani militari senza stellette. Appello di Pax Christi

10 marzo 2018

“il manifesto”
10 marzo 2018

Luca Kocci

Cappellani militari senza stellette. È la richiesta che Pax Christi rivolge a governo, Parlamento e Vaticano dopo l’approvazione, l’8 febbraio, dello schema di Intesa fra Italia e Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate, nel quale si conferma che i cappellani sono inquadrati nella gerarchia militare, con i gradi e gli stipendi pagati dallo Stato (circa 10 milioni di euro l’anno).

L’appello è firmato dai vertici di Pax Christi (il presidente mons. Ricchiuti, che è anche vescovo di Altamura, il coordinatore nazionale don Sacco, il direttore del mensile Mosaico di pace padre Zanotelli) e chiede ad Italia e Vaticano di non firmare l’Intesa e al Parlamento di non approvarla.

«Lo stretto connubio tra esercito e cappellani militari è in chiaro contrasto con il Vangelo, perché l’Intesa integra i cappellani nelle Forze armate, sempre più impegnate a fare guerra ovunque i nostri interessi vitali siano minacciati», afferma l’appello. «Venga abolito l’inquadramento militare dei cappellani» e «l’assistenza spirituale al personale militare sia data alla pastorale ordinaria», ovvero non ai preti-soldato pagati dallo Stato ma a semplici parroci.

Cappellani come missionari? Signornò. È polemica fra Pax Christi e il capo di stato maggiore

3 marzo 2018

“Adista”
n. 8, 3 marzo 2018

Luca Kocci

La missione dei soldati è simile a quella dei preti, sostiene il generale. Ma gli ex coordinatori nazionali di Pax Christi non ci stanno e rispondono al capo di Stato maggiore dell’Esercito, Danilo Errico: non è vero, «sono vocazioni e scelte di vita radicalmente diverse».

Il botta e risposta fra il più alto in grado dell’Esercito italiano e gli ultimi quattro coordinatori nazionali di Pax Christi – don Renato Sacco, attualmente il carica, e gli “ex” don Nandino Capovilla (parroco a Marghera), don Fabio Corazzina (parroco a Brescia) e don Tonio Dell’Olio (presidente Pro Civitate Christiana) – si sviluppa dopo la messa in San Pietro, lo scorso 15 febbraio, presieduta dal segretario di Stato card. Pietro Parolin, davanti ad oltre 7mila militari convenuti in Vaticano per celebrare san Giovanni XXIII papa patrono dell’esercito (v. Adista Notizie n. 7/18), elevato a questo ruolo dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti guidata dal card. Robert Sarah, nonostante polemiche e proteste (v. Adista Notizie nn. 32, 34, 36 e 36/17). Un «episodio antievangelico, papa Giovanni soffre nella tomba», commenta l’opportunità della messa a San Pietro il movimento Noi Siamo Chiesa.

Intervenendo durante la messa, il generale Danilo Errico afferma che «la missione dei militari al servizio della pace» è «simile a quella dei sacerdoti», provocando la reazione dei preti di Pax Christi: «Ci sentiamo offesi dalle sue parole, dal suo paragone tra il nostro essere sacerdoti e “la missione dei militari”, sono vocazioni e scelte di vita radicalmente diverse», replicano gli ex coordinatori di Pax Christi: «No, la nostra idea di pace non è per nulla vicina alla sua».

Proseguono don Sacco, don Capovilla, don Corazzina e don Dell’Olio: «La nostra scelta di essere preti è per annunciare Cristo nostra pace (una pace “made in Cielo”, come diceva don Tonino Bello, già presidente di Pax Christi),  non per servire progetti di guerra o difendere “interessi nazionali ovunque minacciati o compromessi” (come proclamano i documenti della Difesa, n.d.r.). Non ci coinvolga, per favore, in progetti e situazioni con cui non abbiamo nulla da condividere. Abbiamo il massimo rispetto per le persone che scelgono la vita militare, ma non venga a tirarci per la giacca. Se vuole comandare, essendo lei il capo di Stato maggiore dell’Esercito italiano, comandi e dia le direttive nel suo campo, ma lasci stare noi e tutti quelli che come noi credono a lavorano per la pace in tante situazioni, anche difficili, e non si affidano a missioni di pace armate… che con la pace non hanno proprio nulla a che vedere, come la prossima missione in Niger. Siamo convinti che la Chiesa non debba avere nessun compromesso con la logica folle della guerra, anche se oggi mascherata con la parola pace».

Il colloquio “a distanza” fra il generale Errico e i preti di Pax Christi avviene nel centenario della fine della prima guerra mondiale, «inutile strage», come la definì papa Benedetto XV. «La storia ci sia maestra di vita – aggiungono don Sacco, don Capovilla, don Corazzina e don Dell’Olio –. Per i credenti e per i preti, dai tempi della Pacem in Terris la guerra è “alienum a ratione” (pura follia), come ebbe a scrivere San Giovanni XXIII che paradossalmente avete eletto patrono di chi persegue la pace ridotta a figlia degenere della guerra». La conclusione della lettera aperta è netta: «Generale Errico, come uomini, come credenti e come preti Le rinnoviamo, con rispetto ma con altrettanta fermezza, il nostro signor no!».

Cappellani militari abili e arruolati. Intesa Italia-Santa Sede sui preti soldato

26 febbraio 2018

“Adista”
n. 7, 24 febbraio 2018

Luca Kocci

Qualche cappellano militare in meno, ma tutti arruolati, ovvero con i gradi e gli stipendi dei soldati delle Forze armate, pagati dallo Stato.

L’auspicio della smilitarizzazione – come da anni chiedono Pax Christi, le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa – va a farsi benedire. Il Consiglio dei ministri, nella riunione dell’8 febbraio, ha infatti approvato lo «schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate». È il risultato dei lavori, iniziati nel 2015, della Commissione paritetica bilaterale Italia-Santa sede per la riforma dell’intero sistema dei preti-soldato.

Sul tavolo, in teoria, avrebbe dovuto esserci anche l’ipotesi della smilitarizzazione dei cappellani, come qualche anno fa fece intendere mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, il quale, ospite alla trasmissione radiofonica di Radio Radicale “Cittadini in divisa” condotta da Luca Marco Comellini (segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e delle Forze di polizia), aveva dichiarato: «Ai cappellani militari i gradi non servono e non interessano. Ci interessa solo avere la garanzia e gli strumenti per poter continuare ad esercitare il ministero pastorale di assistenza spirituale alle donne e agli uomini delle Forze armate» (v. Adista Notizie n. 4/14). Salvo poi, qualche mese dopo, essere smentito dal suo superiore, l’ordinario militare, mons. Santo Marcianò, che sulle colonne di Famiglia Cristiana scrisse: «La realtà militare può essere capita bene solo “dal di dentro”. Le “stellette”, per un cappellano militare, non sono inutili o pericolose: sono semplicemente espressione di quel senso di appartenenza che in questo mondo è molto marcato», un «segno di condivisione» (v. Adista Notizie n. 41/14). E infatti Frigerio, richiamato all’ordine, cambiò posizione, illustrando i lavori in corso della Commissione bilaterale Italia-Santa sede: «Abbiamo ritenuto di conservare i gradi ma come ufficiali subordinati confrontandoci con le esperienze degli altri Paesi della Nato. I cappellani non sono militari puri ma nemmeno estranei al mondo militare. Il concetto chiave è quello dell’assimilazione. Nelle Forze armate ci sono ad esempio i medici che fanno i medici e hanno la deontologia e la scienza come riferimento, analogamente i cappellani sono nelle Forze armate in maniera peculiare» (v. Adista Notizie n. 23/16).

Così infatti così è stato. «L’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiega la nota di Palazzo Chigi che annuncia il raggiungimento dell’accordo sullo schema di Intesa. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie». Quindi resta tutto: gradi e stipendi. Unica novità sembra essere la riduzione di circa 40 unità del numero dei cappellani, che passa dagli attuali 204 a 162, con un risparmio per lo Stato di 2-3 milioni di euro (ma non è detto che nel lungo iter che l’Intesa dovrà percorrere per diventare legge non rientrino dalla finestra come cappellani di complemento, spiega ad Adista Comellini).

In ogni caso per il 2018 e il 2019 vale quanto già stabilito dalla legge di bilancio per il triennio 2017-2019: lo Stato spenderà poco meno di dieci milioni di euro l’anno per il mantenimento di circa duecento preti sodato (v. Adista n. 3/16). I quali, in base alle tabelle ministeriali dopo il “riordino delle carriere”, vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126.576 euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di corpo d’armata); 103.956 per il vicario generale (generale di divisione); 85.848 per il terzo cappellano capo (colonnello); 62.995 per il secondo cappellano capo (tenente colonnello); 58.326 per il primo cappellano capo (maggiore); 48.810 per il cappellano capo (capitano); 43.621 per il cappellano addetto (tenente).

«Per risparmiare sarebbe stato sufficiente equiparare i cappellani militari a quelli della Polizia di Stato, che percepiscono uno stipendio medio di 1.350 euro al mese», dice Luca Marco Comellini. «Con l’approvazione di questo schema di Intesa, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha, ancora una volta, dimostrato la sua personale debolezza e quella delle Istituzioni italiane di fronte alle pretese dell’Ordinario militare e dei suoi sodali con le stellette».

Cappellani si’, militari no. Pax Christi e Noi Siamo Chiesa contestano l’Intesa

26 febbraio 2018

“Adista”
n. 7, 24 febbraio 2018

Luca Kocci

C’è insoddisfazione, se non aperta critica, da parte delle associazioni e dei movimenti che da sempre si battono per la smilitarizzazione dei cappellani militari (Pax Christi, Noi Siamo Chiesa, le comunità cristiane di base) verso lo schema di Intesa tra Italia e Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate (v. notizia precedente)

«Per ora le scarsissime notizie al riguardo non depongono a favore  di un buon risultato a proposito della smilitarizzazione dei cappellani», scrive in una nota Pax Christi, che da oltre vent’anni (Convegno della Chiesa italiana a Palermo del 1995) sostiene la proposta dello sganciamento dei cappellani militari dalla struttura delle Forze armate, perché «l’annuncio evangelico è inconciliabile non solo con la guerra ma anche con la stessa appartenenza ad una struttura come quella militare, ancora più nella situazione attuale, in cui non esiste più un esercito di leva ma solo di professionisti» (v. Adista Notizie nn. 81/95, 67/97, 81/100, 49 e 81/06, 46/12; 18, 26 e 41/13; 8 e 41/14; 18/17).

L’Intesa deve completare il suo iter legislativo, quindi Pax Christi spera ancora in qualche cambiamento. «Pax Christi – si legge nella nota – si augura che ci sia ancora possibilità di modificare questa Intesa il cui contenuto sarà sottoposto alla firma delle due parti, Stato e Santa Sede, e dovrà essere recepito con apposito disegno di legge. Rinnova la sua disponibilità a riflettere insieme e a contribuire alla definitiva stesura dell’intesa in modo limpido e sinodale, anche per evitare si ripeta quanto è successo con la nomina di papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano» (v. Adista Notizie nn. 32, 34 e 35/17). « A 25 anni dalla sua morte, ricordiamo le parole di don Tonino Bello, che intervistato da Panorama il 28 giugno 1992 sui cappellani militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ed ecclesiale. Per lui, e per noi, è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri”, osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no ”».

Molto critico il movimento Noi Siamo Chiesa – che comunque prosegue a ritenere papa Francesco estraneo all’accordo –, per cui con questo schema di Intesa il sistema dei cappellani viene «rilanciato e consolidato». Commenta il coordinatore nazionale, Vittorio Bellavite: «Da decenni è aperta nel mondo cattolico italiano la questione dell’opportunità o della necessità dei cappellani militari. I motivi di questa riflessione critica sono facili da spiegare: aldilà della buona volontà dei singoli il sistema dei cappellani militari, con l’inquadramento, le retribuzioni, i gradi gerarchici e la presenze sul campo che esso prevede,  fa dei cappellani una parte integrante delle nostre Forze armate. Ciò significa che essi non possono separare (e non separano) le loro posizioni dalle scelte che, di volta in volta, sono fatte dal governo e dai comandi militari. Ciò ha comportato, negli ultimi trenta anni, partecipare a interventi  cosiddetti “umanitari” o di “liberazione” o altro (Kosovo, Iraq, Afghanistan, Libia, ora Niger) e a logiche di spesa militare e di riarmo che sono censurabili sul piano etico e quasi sempre contrarie all’articolo11 della Costituzione». Preosgue Noi Siamo Chiesa: «L’avvallo che di fatto la presenza dei cappellani dà alle azioni delle Forze armate italiane è in diretto contrasto con la linea della nonviolenza e con gli inviti a una politica di pace  che papa Francesco quotidianamente propone ai credenti e a tutti gli uomini e a tutti i governanti di buona volontà. Questa cultura antievangelica porta poi a posizioni aberranti come quella del card. Ruini che, ai funerali dei caduti di Nassiriya, ha detto che essi “stavano compiendo una grande e nobile missione” e che “i nostri caduti hanno accettato di rischiare la vita per servire la nostra nazione e per portare nel mondo la pace”. Avrebbe dovuto dire che erano povere sfortunate vittime di una guerra d’aggressione. È questa una logica mistificatrice non molto diversa da quella che ha portato, con un colpo di mano, ad ottenere dalla burocrazia del Vaticano che papa Giovanni fosse dichiarato patrono dell’esercito. Da decenni i cristiani che si ispirano all’Evangelo per il loro impegno per la pace hanno chiesto ai vescovi italiani che l’assistenza spirituale al personale militare fosse devoluto alla pastorale ordinaria e che il sistema dei cappellani fosse soppresso. Il governo, non dotato  di grande sensibilità laica e facendosi scudo del nuovo Concordato Craxi-Casaroli , ha concluso  una trattativa  di cui non facciamo fatica a intuire i contenuti. È questo il nuovo corso di Bassetti e di Galantino? A meno che non abbiano avuto la notizia da una agenzia di stampa (ovvero Adista, n.d.r.) come per la nomina di papa Giovanni a patrono dell’esercito italiano».

Anche su quest’ultimo punto – ovvero papa Giovanni XXIII patrono dell’esercito – c’è da segnalare una notizia. Lo scorso 15 febbraio il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha presieduto nella basilica vaticana una solenne celebrazione eucaristica in onore di san Giovanni XXIII, patrono dell’esercito italiano. Riferisce la cronaca dell’Osservatore Romano: «Hanno concelebrato l’ordinario militare per l’Italia, arcivescovo Santo Marcianò, e numerosi cappellani. Tra i moltissimi uomini e donne in uniforme che hanno partecipato al pellegrinaggio sulla tomba del pontefice della Pacem in terris, i capi di stato maggiore dell’esercito e della difesa. Al rito erano presenti anche alcuni familiari di Roncalli. Al termine della messa il segretario di Stato ha raggiunto il vicino altare dove sono conservate le spoglie del papa e le ha incensate». Potrebbe trattarsi di una sorta di “riparazione” per la contestatissima messa che si sarebbe dovuta svolgere a san Pietro lo scorso 11 ottobre, festa liturgica di san Giovanni XXIII, ma che poi non si svolse più (v. Adista Notizie n. 36/17), sostituita da una più sobria celebrazione eucaristica alla chiesa dell’Aracoeli, alle spalle di piazza Venezia, a Roma

Tutto come prima: i cappellani militari li paga lo Stato

11 febbraio 2018

“il manifesto”
11 febbraio 2018

Luca Kocci

Cappellani militari abili, arruolati e ben pagati. Ovviamente dallo Stato.

Il Consiglio dei ministri, nella riunione dell’8 febbraio, ha infatti approvato lo «schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate». È il risultato dei lavori, iniziati nel 2015, della Commissione bilaterale Italia-Santa sede che avrebbe dovuto presentare una proposta di riforma dell’intero sistema dei preti-soldato. Si era addirittura ventilata l’ipotesi, dopo alcune dichiarazioni a mezzo stampa dei vertici dell’Ordinariato militare (l’arcivescovo castrense, mons. Marcianò, e il suo vicario, mons. Frigerio), di una possibile smilitarizzazione dei cappellani militari che, essendo inquadrati nella gerarchia delle Forze armate, hanno i gradi e un lauto stipendio statale, soprattutto gli ufficiali. Come invece ampiamente prevedibile – le gerarchie ecclesiastiche hanno sempre affermato di non voler rinunciare né alle stellette né al denaro pubblico – tutto resta come prima. Quelle dei più alti in grado della gerarchia clerical-militare erano parole al vento, o fumo negli occhi. E il premier Gentiloni ha preferito genuflettersi – come del resto i suoi predecessori – di fronte all’ordinario militare-generale di corpo d’armata.

Risultato: non cambia nulla, o quasi. «L’inquadramento, lo stato giuridico, la retribuzione, le funzioni e la disciplina dei cappellani militari» restano le stesse, spiega Palazzo Chigi. «Il trattamento economico principale continua ad essere quello base previsto per il grado di assimilazione, mentre per quello accessorio l’Intesa indica specificamente le diverse tipologie». Unica buona notizia sembra la riduzione del numero dei cappellani: dagli attuali 204 a 162. Ma non è detto che nel lungo iter che l’Intesa dovrà percorrere (Santa sede, Chiesa italiana, Parlamento) non rientrino dalla finestra, come cappellani fuori ruolo.

In ogni caso per il 2018 e il 2019 vale quanto già stabilito dalla legge di bilancio per il triennio 2017-2019: lo Stato spenderà poco meno di dieci milioni di euro l’anno per il mantenimento dei preti sodato. I quali, in base alle tabelle ministeriali, vengono retribuiti come i loro pari grado in mimetica: 126mila euro lordi annui per l’ordinario militare (assimilato ad un generale di corpo d’armata); 104mila per il vicario generale (generale di divisione); 58mila per il primo cappellano capo (maggiore); 48mila per il cappellano (capitano); 43mila per il cappellano addetto (tenente).

«Per risparmiare sarebbe stato sufficiente equiparare i cappellani militari a quelli della Polizia di Stato, che percepiscono uno stipendio medio di 1.350 euro al mese», dice Luca Marco Comellini (segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e delle Forze di polizia, della “galassia” radicale). «Volevamo abolirlo, invece il sistema viene rilanciato e consolidato», commenta Vittorio Bellavite di Noi Siamo Chiesa.

Un mistero la paternità della giornata per “Giovanni XXIII patrono dell’esercito”. E anche un flop

16 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

San Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano, così perlomeno è stato acclamato nella messa alla chiesa dell’Aracoeli (alle spalle di piazza Venezia e del Vittoriano, a Roma), presieduta dall’ordinario militare-generale di corpo di armata, mons. Santo Marcianò, nel giorno della memoria liturgica di papa Roncalli, l’11 ottobre. Ma la presenza a piazza San Pietro di migliaia di soldati in divisa per l’udienza generale di papa Francesco – annunciata nelle settimane precedenti dall’Ordinariato militare – non c’è stata. Anzi dalla sala stampa della Santa sede dicono che in Vaticano non ne sapevano nulla.

Si sia trattato di una risposta diplomatica per celare l’annullamento di un evento che aveva destato perplessità e proteste da parte di molti o di un dietrofront da parte dei vertici dell’Esercito resta avvolto dalla nebbia. Certo è che l’udienza non c’è stata, e che in piazza, tranne quelle impegnate nella gestione dell’ordine pubblico, non si è vista nemmeno una divisa. Interpellata da Adista, la vice direttrice della Sala stampa della Santa sede, Paloma García Ovejero fa sapere che «non è stata mai prevista una udienza; forse era una proposta, forse una petizione, forse una promessa, oppure si trattava di un saluto, ma non era in agenda». Mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare-generale di divisione – che, intervistato da Adista ad inizio settembre, aveva annunciato l’evento (v. Adista Notizie n. 32/17) –, invece è irreperibile dall’11 ottobre. E fonti interne alle Forze armate confermano che i comandanti delle caserme dell’Esercito, soprattutto quelle di Roma e Lazio, erano stati invitati dai superiori a dare la massima disponibilità di uomini e mezzi per partecipare alla grande adunata in piazza San Pietro ma che poi è stata innestata la marcia indietro. «È evidente che il vertice dell’Esercito e l’Ordinariato, dopo le polemiche dei giorni scorsi, hanno preferito evitare di alimentarne altre dando vita all’ennesimo spreco di denaro pubblico», commenta su Agenparl Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e forze di polizia, che aggiunge, sul filo dell’ironia: «La rinuncia alla pacifica invasione del Vaticano dal punto di vista economico (spese per i mezzi di trasporto e indennità per il personale) rappresenta sicuramente un piccolo ma significativo gesto di buona volontà nel mare magnum degli sprechi della Difesa e inaspettatamente dimostra, anche ai più scettici, che quando i generali vogliono, possono e sanno far risparmiare i contribuenti».

Comunque sia andata, in Vaticano, pur confermando il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti del card. Robert Sarah che stabilisce «San Giovanni XXIII patrono presso Dio dell’Esercito italiano», hanno mantenuto un profilo basso, segno evidente dell’imbarazzo per una scelta contestata anche da molti vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17). Papa Francesco, nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza in piazza San Pietro, si è limitato a ricordare «San Giovanni XXIII, di cui oggi ricorre la memoria liturgica», senza fare alcun cenno al nuovo patronato. E poi ha affidato un tweet a @Pontifex: «Come san Giovanni XXIII, che ricordiamo oggi, diamo testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio e della sua misericordia». La Conferenza episcopale, con il segretario generale, mons. Nunzio Galantino, pur riconoscendo la legittimità della decisione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti («Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII»), ha fatto intendere di non essere stata nemmeno interpellata: «La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione» (v. Adista Notizie n. 35/17).

Al contrario crescono i consensi sull’appello di Pax Christi critico nei confronti di papa Giovanni patrono dell’Esercito. Ai quattordici vescovi che già l’avevano sottoscritto, se ne sono aggiunti altri tre: mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta), mons. Francesco Savino (vescovo di Cassano allo Jonio) e mons. Antonio De Luca (vescovo di Teggiano Policastro). Appello che però non ha avuto alcuna risposta e a cui Pax Christi sta cercando di capire se come dare seguito

Il Papa buono, un santo in mimetica: ancora polemiche su Giovanni XXIII patrono dell’esercito

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

La pietra tombale su una presunta contrarietà della Conferenza episcopale italiana alla proclamazione di Giovanni XXIII patrono dell’esercito italiano l’ha messa definitivamente mons. Nunzio Galantino, che della Cei è il segretario generale. «Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII», ha risposto Galantino ad una domanda che gli era stata posta durante la conferenza stampa di presentazione del comunicato finale del Consiglio permanente della Cei, lo scorso 28 settembre.

 

Mons. Galantino: Giovanni XXIII patrono dell’esercito, qual è il problema?

«La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione», ha specificato Galantino – come del resto aveva già detto in precedenza il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 32/17) –, precisando però che, durante il Consiglio permanente, «ne abbiamo discusso» con gli altri vescovi, «confermando l’apprezzamento del lavoro che i militari svolgono in Italia», ad esempio nel ruolo svolto nell’operazione “Strade Sicure”, «nella quale riescono a far allentare il senso di paura della gente. In Italia buona parte dei militari sono impegnati in questo». Da parte della Chiesa, ha ribadito il segretario generale della Cei, «non c’è nessun atteggiamento di disprezzo, anzi, sicuramente c’è apprezzamento nei confronti dell’Esercito italiano per tutto quello che sta facendo: sono uomini, donne, papà di famiglia, ragazze che stanno lì perché ci credono e devono darsi da campare». Le perplessità di Pax Christi, che ha scritto una lettera aperta al card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore del decreto che proclama papa Roncalli patrono dell’esercito, firmata anche da quattordici vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17), vengono liquidate con una frase dal segretario generale della Cei: «Non penso che una raccolta firme possa portare indietro l’orologio».

 

Santità in punta di codice

Nulla di fatto anche sul versante canonico. Lo storico Alberto Melloni aveva ipotizzato che il decreto fosse «nullo» perché non era arrivata in Vaticano la richiesta della Cei di proclamare papa Giovanni patrono dell’Esercito italiano, e «i patroni – scriveva Melloni sulla Repubblica (25/9) – li chiedono le conferenze episcopali, devono passare nelle commissioni, nel Consiglio permanente e nella Assemblea generale», una Congregazione vaticana «non può deliberare in materia senza (e tanto meno contro) il parere dei vescovi. Nemmeno invocando i poteri delegatigli dal pontefice, fra i quali non è incluso quello di gabbare i vescovi». E lo stesso aveva fatto Pierluigi Consorti, docente di Diritto canonico all’Università di Pisa, sostenendo, in un articolo pubblicato sul suo blog, la «incompetenza» dell’Ordinariato militare a richiedere alla Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti la proclamazione di Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano. «Essendo l’Esercito italiano un corpo certamente di livello nazionale, e non locale, sarebbe stato doveroso da parte sua investire della questione la Conferenza episcopale nazionale», scrive Consorti. Ma, prosegue, «la Chiesa militare non è nuova ad una certa autoreferenzialità interna all’Amministrazione della Difesa, che la rende nella sostanza un corpo separato sia dalle Chiese locali sia da quella nazionale, benché senz’altro equiparata ad una diocesi locale e come tale parte della Conferenza episcopale nazionale. La storia anche recente la vede spesso protagonista di accordi a livello interno che escludono ogni collaborazione con la Conferenza episcopale, costretta a prendere atto a cose fatte di scelte che sarebbe più opportuno condividere con la Chiesa locale. Questo modo di procedere conferma una sua perdurante tentazione a configurarsi illegittimamente come soggetto immediatamente soggetto alla Santa sede e non come parte del più largo popolo di Dio che è chiamata a servire nella piena comunione con le altre Chiese locali (e non voglio nemmeno pensare che l’Ordinariato militare abbia consapevolmente seguito una strada sbagliata per aggirare il possibile ostacolo potenzialmente frapposto dagli altri vescovi italiani). In ogni caso la Congregazione vaticana non avrebbe dovuto assecondare questo iter. Avrebbe dovuto rispettare le Norme, avviare una consultazione con i soggetti interessati per verificare l’opportunità della scelta comunicata e avrebbe anche dovuto accertare la competenza dell’Ordinario militare. Sembra impossibile che anche una Congregazione vaticana ignori il diritto canonico fino al punto di sottoscrivere un atto privo di forma certa, parzialmente immotivato e alla fine inefficace».

Ma le argomentazioni sono state contestate da un altro canonista, don Giuseppe Praticò, cancelliere della diocesi di Reggio Calabria-Bova, molto vicino all’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, nativo di Reggio Calabria. «La Chiesa Ordinariato militare è a tutti gli effetti una Chiesa particolare», «è una porzione del popolo di Dio non costituita da un territorio ma da persone, volti e anime, che forma l’immagine della Chiesa universale e ne ha la completezza in quanto ne possiede tutte le proprietà essenziali e tutti gli elementi costitutivi», scrive Praticò su Settimana, il periodico online dei dehoniani. Quindi «l’ordinario militare è l’unico competente “senza se e senza ma”, in virtù della sua potestà di giurisdizione». Pertanto «il decreto di conferma emanato dalla Congregazione con prot. n. 267/17 del 17 giugno 2017, nella sua formulazione e articolazione, rispetta tutti gli elementi previsti per la sua legittimità e per la sua validità. Ad un attento esame, non si riscontra, infatti, alcun errore formale o procedurale che possa renderlo passibile di inefficacia». Ed infine «è errato affermare e sostenere, senza alcun fondamento giuridico, che, trattandosi di esercito italiano, l’approvazione del patronato di san Giovanni XXIII spettasse di giurisdizione alla Conferenza episcopale italiana e non all’ordinario militare per l’Italia. Non basta, infatti, l’aggettivo qualificativo “italiano” a stabilire che la giurisdizione sia della Cei, poiché, in forza della sua particolare natura, l’Ordinariato militare è una peculiare circoscrizione ecclesiastica assimilata alle diocesi in cui la potestà del vescovo non è territoriale ma personale. Pertanto, mons. Marcianò è l’autorità ecclesiastica che poteva e doveva eleggere e approvare san Giovanni XXIII come patrono dell’esercito italiano, presentando successivamente formale richiesta per il decreto confermativo della Congregazione romana, senza alcun altro ulteriore intervento della Conferenza episcopale nazionale. Di conseguenza, la Congregazione per il culto e la disciplina dei sacramenti ha agito secundum legem e non contra legem».

La santità ridotta a formalismi giuridici. Non resta ora che attendere l’11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando il “papa buono” sarà proclamato patrono dell’Esercito italiano a san Pietro, davanti a settemila militari, che potranno così acclamare il loro santo in mimetica