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Celebrazione collettiva per Giovanni Franzoni: «Ciao fratello, amico e compagno»

16 luglio 2017

“il manifesto”
16 luglio 2017

Luca Kocci

«Dal momento in cui si nasce, si vive e si muore ogni giorno. Se si vive bene si allontana la morte, anche se la vita si consuma. E si vive bene se si sta dalla parte degli oppressi».

Sono state le ultime parole pubbliche di Giovanni Franzoni, pronunciate domenica scorsa in quella che poi è stata la sua celebrazione eucaristica di commiato nella Comunità cristiana di base di San Paolo, dove ha percorso il proprio cammino di fede da quando, nel 1974, venne allontanato dalla basilica di San Paolo fuori le mura – di cui era abate – e poi sospeso a divinis per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di quel tempo, fino al 13 luglio, giorno della sua morte. Le ricorda una donna della Cdb di San Paolo, durante il funerale di Franzoni, celebrato ieri mattina sotto un tendone del Centro anziani del Parco Schuster, accanto alla basilica, dove si sono ritrovate cinquecento persone per dare l’ultimo saluto a Franzoni, anzi a «Giovanni, fratello, amico e compagno», come viene ripetuto in numerosi interventi.

Un funerale secondo lo stile delle Comunità di base: una celebrazione collettiva, in cui si alternano letture bibliche ed evangeliche, parole tratte dai libri di Franzoni («la vita non è bella quando non ci si sente circondati da amore»), canti religiosi e laici, come Eppure il vento soffia ancora, di Pierangelo Bertoli, mentre si raccolgono le offerte da destinare ai palestinesi di Gaza e ai bambini di strada del Guatemala seguiti da Gerardo Lutte, un altro dei preti della stagione del dissenso cattolico; e come Gracias a la vida, di Violeta Parra, ricordando gli esuli cileni accolti nella comunità di San Paolo dopo di golpe di Pinochet del 1973.

Fra i presenti, oltre alle compagne e ai compagni di strada di Franzoni nella Cdb di San Paolo e nelle altre comunità di base – dall’Isolotto di Firenze al Cassano di Napoli –, anche gli scout, oggi 50-60enni, che ebbero come assistente Franzoni quando era ancora abate. Poi Mina Welby, che era qui anche dieci anni fa, quando in comunità venne celebrato quel funerale religioso che il card. Ruini negò a suo marito Piergiorgio. “Pezzi” di Chiesa cattolica romana, come il direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci, e l’attuale abate della basilica di San Paolo, per «dare l’ultimo saluto a chi mi ha preceduto nella comunità benedettina». I redattori delle riviste con cui Franzoni ha collaborato, Confronti (erede di Com, fondata anche da Franzoni) e Adista. Rappresentanti e credenti in altre fedi: valdesi, metodisti, musulmani, perché «prima di essere ebrei, cristiani, musulmani o atei siamo esseri umani», dice l’imam dei palestinesi di Roma.

Molti prendono la parola. Il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, legge il messaggio di mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, presente al Concilio Vaticano II insieme a Franzoni e anch’egli fra i protagonisti del dialogo fra cattolici e comunisti negli anni ’70-’80: «le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato», scrive Bettazzi, ma gli resta «il merito di una profezia sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace, perseguita con sincerità, con coraggio e con la coscienza di una fede sincera». «Ha lasciato la sicurezza dei muri del convento per far parte di una comunità che si è messa in cammino, senza pecore o sudditi», ricordano altri. «Papa Francesco ha chiesto perdono ai valdesi per le persecuzioni inflitte loro nei secoli scorsi, mi piacerebbe che ora lo facesse anche nei confronti di Franzoni e dei suoi compagni», suggerisce Marco Davite, caporedattore della trasmissione Rai Protestantesimo. «Vedo Giovanni in questa cassa e mi chiedo: come è possibile rinchiudere i suoi pensieri lì dentro?», domanda Margherita, una donna della Cdb di San Paolo.

Poi la bara, poggiata in terra e “accerchiata” dai giovani della comunità davanti ad un tavolo-altare rivestito della con la bandiera della pace, viene sollevata e portata fuori, fra gli applausi di tutti e la commozione di molti. «Ciao fratello, amico, compagno Giovanni Franzoni».

Che succede a Mosul? I preti di Pax Christi sulla “guerra dimenticata” in Iraq

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Il grido di dolore di Mosul, l’antica Ninive, «la città percorsa dal profeta Giona “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”». Lo rilanciano in una lettera aperte don Renato Sacco (parroco della Diocesi di Novara e coordinatore nazionale di Pax Christi) e don Fabio Corazzina (parroco della Diocesi di Brescia, anni fa anche lui coordinatore nazionale di Pax Christi) che a Mosul e in Iraq sono stati decine di volte. «Ci siamo stati tante volte», ricordano i due preti di Pax Christi. «Prima, durante e dopo la guerra di liberazione dalla dittatura. Siamo stati accolti in molte case, abbiamo condiviso la mensa e la Messa, nella parrocchia del Perpetuo Soccorso, con il parroco Louis Sako, ora Patriarca Caldeo a Baghdad. Abbiamo incontrato lì a Mosul, in mezzo alla sua gente, il vescovo Faraj Rahho, poi rapito e ucciso il 13 marzo 2008. Ci siamo stati anche nel giugno 2003, quando Bush aveva detto che ormai la guerra era finita. Ci siamo ritornati nel novembre dello stesso anno per l’ordinazione episcopale dell’amico Louis Sako. Erano i giorni della strage di Nassiriya. Dopo quegli anni Mosul, come tutto l’Iraq non interessò molto all’Occidente, se non per i propri interessi economici e militari».

Quindi, scrivono, «Mosul è una città che abbiamo nel cuore», scrivono i due preti. «Non riusciamo a pensare al dolore, alla tragedia che hanno vissuto gli abitanti di quella città durante la dittatura di Saddam e la seguente “liberazione” o esportazione della democrazia, poi sotto la folle oppressione dell’Isis e ora mentre è in corso una nuova guerra per liberare la città. Cosa sta succedendo a tutte quelle persone, al di là delle notizie abbastanza trionfalistiche tipiche dei bollettini di guerra?». Difficile saperlo con precisione, perché «l’Iraq è uscito dall’attenzione dei media internazionali. I riflettori, anche della politica e dell’opinione pubblica, erano puntati da altre parti. Eppure la realtà era tutt’altro che tranquilla, per niente in pace. Nei primi mesi del 2014 in Iraq venivano uccise circa mille persone al mese. Poi è arrivato l’Isis! Agli inizi del mese di giugno 2014 la grande città di Mosul viene occupata, e ai primi di agosto 2014, la grande fuga di centomila persone dai villaggi della Piana di Ninive».

E oggi? «In questi giorni – scrivono, avanzando dubbi, Sacco e Corazzina – pare che la città di Mosul venga riconquistata dall’esercito iracheno, cacciando definitivamente l’Isis. Noi vediamo solo immagini di distruzione, dolore, paura e disperazione. Ma tornerà presto, inesorabilmente, di nuovo il silenzio sulle persone sulle loro storie, imposto dai fasti della vittoria».

Quindi, si chiedono i due preti: «Come è stato possibile che Mosul cadesse così velocemente nelle mani dell’Isis? L’Isis non è nato dalla sera alla mattina, come la pianta di ricino per far ombra al profeta Giona. Chi lo ha sostenuto? Perché i grandi mezzi di informazione parlando di Mosul non denunciano anche le grandi collusioni dell’Occidente con l’Isis? Ancora oggi sappiamo che l’Arabia Saudita sostiene economicamente, ideologicamente e militarmente l’Isis: perchè l’Italia continua a vendere armi all’Arabia Saudita? Come le bombe della Rwm di Domusnovas in Sardegna (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 14 e 19/17). Siamo davvero convinti di voler combattere l’Isis? E perchè non è stato fatto prima? Quali gli interessi occidentali e anche Italiani ancora sul tavolo? Con la “Operazione Praesidium” l’Italia presidia la diga di Mosul: perchè? Come ha vissuto questi anni di occupazione Isis? Come ha tutelato le persone civili? Sull’operazione il silenzio è totale. Davvero ci interessa il bene comune, la vita degli Iracheni e in particolare delle minoranze?».

«Crediamo che l’invito del profeta Giona debba essere raccolto anche da noi – si conclude la lettera aperta di don Sacco e don Corazzina –: “Ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”. Se non cambiamo strada ci saranno altre Mosul, altri Isis, altri silenzi e nuovi eccidi di civili nella logica folle della guerra».

Dom Franzoni, fuori le mura con la bussola del Vangelo

14 luglio 2017

“il manifesto”
14 luglio 2017

Luca Kocci

«Un cattolico marginale». Così si era definito egli stesso, nella sua autobiografia pubblicata qualche anno fa (da Rubbettino). Giovanni Franzoni, monaco benedettino, abate della basilica di San Paolo fuori le mura a Roma, prima di essere allontanato, sospeso e dimesso dallo stato clericale dal Vaticano, per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di allora, è morto ieri a Roma a quasi 89 anni di età, che avrebbe compiuto il prossimo 8 novembre.

Nato a Varna, in Bulgaria, nel 1928, entra presto nell’ordine benedettino. Nel 1955 viene ordinato prete e subito dopo inviato all’abbazia benedettina di Farfa. Nel 1964 la prima svolta: viene trasferito a Roma come abate della basilica di San Paolo fuori le mura. Da abate di San Paolo – una dignità che di fatto lo equiparava ad un vescovo – acquisisce il diritto a partecipare alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II (a 36 anni era il più giovane padre conciliare italiano), dove sostiene i principi della collegialità e della sinodalità, guardati con preoccupazione dai settori ecclesiali conservatori.

Intanto si lascia provocare dalle contraddizioni della città e di un quartiere popolare come era allora San Paolo. Inizia a prendere forma una comunità “orizzontale”, fatta anche di laici, donne e uomini, che vuole vivere il Vangelo nella storia: l’opposizione alla parata militare del 2 giugno e ai cappellani militari, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i digiuni per la pace fra India e Pakistan, il sostegno all’obiezione di coscienza al servizio militare, l’attenzione agli emarginati – in particolare i reclusi nell’ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà – le lotte degli operai licenziati della Crespi, una fabbrica di infissi vicina alla basilica. A San Paolo si realizza anche quella piena partecipazione dei laici alla vita della Chiesa proclamata dal Concilio e mai compiuta: l’omelia della messa domenicale, celebrata in basilica dall’abate Franzoni, viene preparata il sabato sera in un confronto collettivo e paritario con i laici.

Una testimonianza e una azione pastorale che non passano inosservate. Fascisti e cattolici tradizionalisti protestano: irruzioni violente in basilica, scritte minacciose sui muri del quartiere («Franzoni al rogo», «Franzoni Giuda»). I gerarchi ecclesiastici sorvegliano la comunità, ma non trovano elementi per intervenire con delle sanzioni canoniche. Fino al 1973, quando un giovane, durante la messa in basilica, legge una preghiera contro lo Ior. Il confine è stato oltrepassato. Franzoni è costretto alle dimissioni da abate di San Paolo. Prima però, pensando all’imminente Giubileo del 1975, pubblica la lettera pastorale La terra è di Dio. La terra è di Dio e quindi non può essere usata come strumento di dominio, spiegava Franzoni nella sua lettera, che diventa anche un severo atto d’accusa contro la speculazione fondiaria ed edilizia portata avanti con il silenzio e la complicità dell’istituzione ecclesiastica e contro gli stretti legami fra Chiesa e poteri economici, all’ombra della Democrazia Cristiana.

Fuori dal tempio – la basilica di San Paolo – nasce la comunità cristiana di base di San Paolo e inizia un’altra storia che prosegue ancora oggi, seguendo una “stella polare”: desacralizzare e riappropriarsi del Vangelo per incarnarlo nella storia, in piena autonomia e libertà di coscienza.

Frattanto Franzoni viene sospeso a divinis perché nel 1974 si schiera a favore del divorzio. E poi, nel 1976, quando dichiara che alle elezioni voterà per il Pci, viene dimesso dallo stato clericale. L’istituzione ecclesiastica chiede «di sacrificare le proprie scelte politiche perché pregiudicanti l’adesione a Cristo», ma «l’adesione a Cristo non pone questa pregiudiziale», scriveva Franzoni a don Macchi, segretario di Paolo VI. Poi ci sono il referendum sull’aborto e il coinvolgimento in tutte le lotte sociali degli anni ‘80 e ’90, quando Franzoni, tornato laico, si sposa (nel 1990) con Yukiko, giapponese, insegnante di sostegno, in Italia per tradurre e studiare Gramsci insieme a Mario Alighiero Manacorda.

Il resto è storia di ieri. L’opposizione alle guerre in Iraq e Afghanistan, il referendum sulla legge 40 contro l’ordine di astensionismo arrivato dal cardinal Ruini, il sostegno alle battaglie di Beppino Englaro e Piergiorgio Welby, commemorato a San Paolo mentre Ruini gli aveva negato il funerale religioso, le attività con i profughi afghani, le battaglie contro il Concordato e i cappellani militari, ma anche i percorsi di fede con il gruppo biblico e il gruppo donne che, seguendo il filone della ricerca teologica e biblica femminista, approfondisce le tematiche riguardanti la condizione delle donne nella Chiesa e nella società.

La definizione di «cattolico marginale», allora assume un doppio significato: è stato messo ai margini dalla Chiesa di Roma ma ha vissuto sempre accanto agli emarginati dal sistema.

 

Addio a Luigi Pedrazzi, cattolico adulto che si “sporcava” le mani

13 luglio 2017

“Adista”
n. 25, 8 luglio 2017

Luca Kocci

È morto lo scorso 27 giugno, all’età di 89 anni, il politologo Luigi Pedrazzi, tra i fondatori dell’associazione e della rivista Il Mulino, importante e storico spazio culturale del cattolicesimo democratico bolognese.

Cattolico progressista, uomo di grande cultura, da sempre vicino a don Giuseppe Dossetti, Pedrazzi è stato autore di numerosi saggi, ma è stato anche un intellettuale mai rintanato nella tranquillità della “torre d’avorio” ma che si è sempre “sporcato le mani”. Per anni consigliere comunale a Bologna (si candidò la prima volta nel 1956, con la Democrazia Cristiana, con Dossetti candidato sindaco sconfitto, che lo chiamava «il pedrazzino»), animatore instancabile di iniziative giornalistiche e politiche, sempre alla ricerca del dialogo e sempre con la convinzione che il dialogo, per essere vero, deve essere praticato, soprattutto il dialogo fra cattolici e comunisti, un tema importante nella Bologna di Dossetti e del sindaco Dozza. Nel 1974, insieme ad Ermanno Gorrieri e Luigi Macario, è stato alla guida dei Cattolici per il No, i cattolici che al referendum votarono per il mantenimento della legge sul divorzio. Messo temporaneamente da parte l’impegno politico diretto, solo nel 1995 Pedrazzi, alla nascita dell’Ulivo di Romano Prodi (di cui era consigliere ascoltatissimo), ha accettato l’incarico di vicesindaco di Bologna dal sindaco Walter Vitali (Ds): era la prima volta che un cattolico, e non un socialista o un comunista, ricopriva incarichi di governo a Bologna. Nel 2014 ha ricevuto l’Archiginnasio d’oro conferito dal Comune di Bologna come «personalità che si è distinta nel campo della cultura e della scienza».

Bologna «ha perso uno dei suoi uomini migliori», uno dei suoi «protagonisti più straordinari», commenta Prodi. «Ci lascia una grande testimonianza di che cosa voglia dire impegno in tutti i campi. Impegno morale, religioso, civile. Era un uomo a 360 gradi, in un certo senso un’incarnazione dell’I care di don Milani», il ricordo del politologo Paolo Pombeni, anche lui del gruppo del Mulino. «Era un uomo buono nel senso pieno del termine, non buonista – sottolinea Pombeni – e, con il senso dell’impegno che aveva, sapeva sostenere le proprie posizioni con convinzione, ma senza la crudezza del radicalismo, perché era fermamente persuaso che si potesse parlare con tutti e con tutti si potesse avere un rapporto. Si può proporre senza imporre: questa era la sua cifra».

Amico di Adista, che più volte rilanciò, nel 2008, la sua iniziativa “Il nostro ‘58” che intendeva celebrare il cinquantesimo dell’elezione di papa Roncalli come profezia della Chiesa che stava cambiando, il suo ultimo intervento sulla nostra rivista è del 2013 (v. Adista Segni Nuovi n. 21/13), in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Giovanni XXIII. «Nel mezzo secolo intercorso dalla sua morte, la grande opera di Roncalli, cioè il Concilio Vaticano II, ha dimostrato una dinamica singolare – scriveva allora Pedrazzi –: la sua importanza, anno per anno, è cresciuta moltissimo, nella Chiesa cattolica, nel Cristianesimo e nella cultura mondiale. Per forza propria, non per le cure ricevute. Il Concilio non è stato abbandonato, ma la sua utilizzazione attende una ricezione più matura».

 

«La sinodalità, non l’infallibilità, sia la prassi della Chiesa». Le riviste della rete dei Viandanti intervistano il teologo Ruggieri

13 luglio 2017

“Adista”
n. 25, 8 luglio 2017

Luca Kocci

La sinodalità non sia un’eccezione, ma una pratica abituale della Chiesa, a tutti i livelli, dalla Curia romana alle singole parrocchie di periferia. È quello che spiega il teologo Giuseppe Ruggieri in un’ampia intervista (a cura di Giampiero Forcesi) pubblicata contemporaneamente dalle riviste Dialoghi, Esodo, Il gallo, il tetto, Koinonia, l’altrapagina, Matrimonio, Nota-m, Oreundici e Tempi di fraternità, tutte aderenti alla Rete dei Viandanti, che, con questa iniziativa – spiegano dai Viandanti –, «vogliono dare visibilità ad un progetto comunicativo unitario, che intende, tra l’altro, promuovere una riflessione sui temi che papa Francesco indica per la riforma della Chiesa, a partire proprio dalla questione della sinodalità».

Il punto di partenza è il volume di Ruggieri, appena pubblicato dall’editore Laterza di Bari (Chiesa sinodale, pp. 280, euro 24). «L’affermazione che i sinodi appartengono alla quotidianità della Chiesa non è mia, ma l’ho ripresa da uno dei più grandi storici dell’idea sinodale, il gesuita tedesco Hermann Sieben», spiega Ruggieri. «Ovviamente, in quest’affermazione, “quotidiano” vuole indicare semplicemente “abituale”, nel senso che ogni orientamento nella Chiesa non può essere espressione di una parte soltanto del popolo di Dio, fosse pure la gerarchia episcopale, ma lo deve essere del popolo cristiano tutto, rispettando il contributo che i vari ministeri e carismi, col proprio preso specifico, possiedono».

E se la prassi sinodale era maggiormente condivisa dalla Chiesa in età pre-moderna, «questa convinzione è stata progressivamente dimenticata dopo il concilio di Trento, fino all’assurda affermazione di Pio X – sottolinea Ruggieri – secondo il quale nella Chiesa ci sono le pecore a cui spetta obbedire e i pastori a cui spetta comandare». Nel Novecento, secondo Ruggieri, c’è stata una timida «ripresa progressiva della convinzione della comune dignità dei cristiani», sebbene in forma piuttosto blanda: la cosiddetta «collaborazione dei laici alla gerarchia», «pur essendo un surrogato, era tuttavia la timida ripresa della responsabilità originaria e propria dei cristiani, cioè dei messianici tutti».

Una convinzione però che, per essere reale e non puramente teorica – spiega Ruggieri –, «dovrebbe attuarsi già nella prassi delle parrocchie. A mio avviso almeno una volta l’anno esse dovrebbero celebrare i propri sinodi, anche senza chiamarli così. La cosa importante è la loro preparazione, con la scelta degli argomenti e l’effettiva presenza delle varie componenti della realtà parrocchiale, rompendo i vari “cerchi magici”». Ovvero, rimarca Ruggieri, garantendo «il diritto di parola di tutti, senza gerarchie fasulle».

Ma la sinodalità, secondo il teologo, deve evitare due «derive» speculari: da un parte il verticismo autoritario, dall’altra la democrazia. «Per un verso – argomenta – agisce infatti ancora in molti una concezione discendente dell’autorità: dal papa, ai vescovi, ai preti e infine ai laici. Dall’altra la crescita della consapevolezza dell’eguale dignità e responsabilità di tutti i credenti rischia di scivolare nella concezione “democratica”, validissima sul piano politico-civile, della delega dal basso, per cui il consenso ottenuto deve rispettare la volontà delle persone rappresentate e deleganti». E la prassi democratica, secondo Ruggieri, viene in un certo senso superata dalla presenza dello Spirito Santo. «Ogni concilio o sinodo “perfetto” (categoria antica che non equivale a “infallibile”) – spiega – infatti “rende presente” la Chiesa nella misura in cui Cristo stesso si rende presente mediante il suo Spirito quando due o tre si riuniscono nel suo nome. Il consenso è quindi un evento che lo Spirito stesso crea quando esistono le condizioni, che non sono in primo luogo quelle giuridiche, ma quelle del comune ascolto sia dei presenti che della tradizione del Vangelo di Gesù», ovvero la prassi dell’ascolto «orizzontale e verticale». Un sinodo, quindi è «perfetto», quando dà luogo a tre «accordi: quello con la tradizione viva del Vangelo di tutti i tempi, quello tra i presenti, quello con la base ecclesiale che lo riceve e lo mette in pratica».

Qual è l’elemento che, secondo Ruggieri, ha sabotato dall’interno della prassi ecclesiale? Il concetto, poi assunto a dogma, della «infallibilità»: «La discussione sulla “infallibilità” ha terribilmente distorto, a mio modesto avviso, il significato delle decisioni nella Chiesa, a partire da un significato di “verità” che non è quello evangelico, ma quello filosofico della verità come corrispondenza tra il linguaggio e la realtà che il linguaggio vorrebbe tradurre. La verità cristiana, almeno secondo il vangelo di Giovanni, è invece testimonianza del mistero del Padre e si oppone alla menzogna, che è un parlare a partire da sé. La verità di un sinodo sta cioè nella capacità di tradurre o meno il Vangelo dell’amore del Padre del Messia Gesù nelle condizioni attuali della vicenda umana, di essere quindi testimone della verità nel senso in cui Gesù proclamò dinanzi a Pilato di essere venuto per testimoniare la verità».

Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».

Don Renato Sacco confermato per un nuovo quadriennio alla guida di Pax Christi

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Il nuovo Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi per la prima volta a Gravina di Puglia (Ba) il 17-18 giugno 2017, ha confermato don Renato Sacco coordinatore nazionale del movimento anche per il quadriennio 2017-2020. Per don Sacco, parroco a Verbania, è il secondo mandato alla guida della sezione italiana di Pax Christi. Eletti anche la vicepresidente nazionale, Giuliana Mastropasqua, e il tesoriere, Luciano Ghirardello. Il presidente nazionale resta mons. Giovanni Ricchiuti (vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti) fino al 2019, salvo ulteriori proroghe da parte della Conferenza episcopale italiana.

Quella di Gravina di Puglia è stata la prima riunione del Consiglio nazionale, eletto durante l’assemblea congressuale del movimento dello scorso 29 aprile-1 maggio (v. Adista Notizie n. 18/17). Un incontro che si è svolto in un momento denso di eventi ecclesiali e politico-sociali: la visita di papa Francesco a Bozzolo (Mn) Barbiana (Fi), sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, lo scorso 20 giugno; il dibattito in Parlamento sulla legge sullo Ius soli; la discussione all’Onu sul bando totale delle armi nucleari; l’evoluzione della difesa italiana in un complesso militare-industriale in cui la produzione e la vendita di armi hanno un ruolo sempre più centrale e strategico. Eventi che, secondo il Consiglio nazionale di Pax Christi, sono attraversati da «un filo conduttore che, partendo da don Milani e don Mazzolari, ci sprona a prendere posizioni esplicite».

E infatti, si legge in una nota del “parlamentino” di Pax Christi al termine della riunione di Gravina di Puglia, «come don Milani è stato dalla parte degli ultimi, così esprimiamo oggi la necessità di  percorrere strade di  inclusione, integrazione  e  cittadinanza  attiva», a partire dal riconoscimento della legge sullo Ius soli. Inoltre, prosegue il comunicato del Consiglio nazionale, «il ripudio della guerra di don Primo Mazzolari, oggi ci esorta a chiedere al governo italiano di rispettare la legge 185/90 (la normativa che regola le esportazioni di armi made in Italy, n.d.r.), bloccando l’invio di armi italiane in Arabia Saudita», utilizzate per la “guerra sporca” in Yemen (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16); e «di mettere al bando le armi nucleari, partecipando alla seconda sessione di negoziati in corso alle Nazioni Unite dal 15 giugno al 7 luglio» (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/2017). Peraltro anche Pax Christi International, insieme ad altri rappresentanti della società civile internazionale, è presente in queste settimane alla discussione conclusiva a New York, «per cancellare dalla storia queste terribili ed inaccettabili armi».

Prossimo appuntamento promosso da Pax Christi il 17 settembre: una messa a Barbiana, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di don Milani (26 giugno 1967). Un’occasione, precisa il Consiglio nazionale, per «fare memoria di don Lorenzo Milani» e per «rinnovare il suo impegno per la pace e la nonviolenza, facendo tesoro dei suoi insegnamenti, della sua testimonianza di accoglienza verso i poveri e gli ultimi e di obiezione alla guerra».

Il movimento dei Focolari denuncia la “guerra sporca” in Yemen con armi made in Italy

22 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

Il movimento dei Focolari scrive al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere la fine della vendita di armi italiane a Paesi coinvolti in conflitti.  La petizione, lanciata anche sul sito web change.org ha già raggiunto circa 4.500 firme, e altre se ne stanno aggiungendo mentre scriviamo.

«Dal nostro Paese, l’Italia, partono armi destinate alla “terza guerra mondiale a pezzi” che insanguina mezzo mondo», scrivono i Focolari. «Come fa notare l’istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, “«l’ultima relazione governativa sulle esportazioni di materiali di armamento nel 2016 conferma la continua ascesa dell’export italiano sui mercati mondiali e in particolare su quelli nordafricani e mediorientali (59%), aree di crisi e di conflitti a noi vicine”. Colpisce, in particolare, l’incremento dell’esportazioni di bombe d’aereo MK82 e MK84 con 21.822 pezzi (nel 2015 erano 1.050) che corrispondono a quelle inviate in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen che continuano a provocare morti e feriti tra la popolazione civile e milioni di profughi» (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16).

«Davanti alle proteste di tante associazioni (Rete Disarmo, Amnesty International, Banca etica, Rete Pace, Oxfam, Focolari, ecc.) – prosegue la petizione al presidente Mattarella –, le risposte finora ricevute dagli esponenti del governo italiano sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione che ripudia la guerra non esistessero. Altri esponenti politici si rifanno ad un generico realismo da rispettare, al di là della coscienza personale». Facendo riferimento a quanto papa Francesco ha detto il 4 febbraio 2017 agli esponenti dell’Economia di Comunione (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari, fondato in Brasile nel 1991), «bisogna agire sulle strutture inique che producono vittime e carnefici. Restare silenziosi o indifferenti vuol dire lasciare interi territori da soli davanti al ricatto tra il poco lavoro assicurato dalle armi e il concorso al macello industriale della guerra». Pertanto, proseguono i Focolari, «senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle dei lavoratori della fabbrica del Sulcis Iglesiente, in Sardegna, dove quelle bombe vengono allestite da una società di proprietà tedesca. Ma lo stesso possiamo dire per la mega commessa di 28 caccia bombardieri da consegnare al Kuwait, altro Paese facente parte della coalizione saudita, da parte di una cordata guidata dall’italiana Finmeccanica Leonardo. Esistono e vanno incoraggiate le migliori risorse intellettuali, finanziarie e politiche per cambiare radicalmente direzione in un mondo in fiamme, destinato altrimenti a scomparire».

Non è la prima volta che gli aderenti al movimento fondato da Chiara Lubich intervengono sul tema disarmo e in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. A dicembre si erano rivolti a papa Francesco («Disarmiamo l’economia che uccide», v. Adista notizie n. 43/16). Ad aprile, insieme ad altre cinque associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) e al missionario comboniano p. Alex Zanotelli avevano scritto al ministro degli esteri Angelino Alfano («Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen», v. Adista Notizie n. 14/17). E ora ci riprovano con Mattarella.

Sul medesimo nodo, è da registrare anche l’intervento della Fondazione Finanza Etica, che lo scorso 9 maggio ha partecipato per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall, uno dei principali produttori tedeschi di armamenti. «Entriamo in assemblea delegati dall’ong tedesca Urgewald su proposta del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo», spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione fondata nel 2003 da Banca Etica, che durante l’assemblea ha severamente criticato l’esportazione di bombe da parte della controllata italiana Rwm Italia SpA dalla Sardegna all’Arabia Saudita. «Come dimostrato dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio scorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le bombe esportate ai sauditi sono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e che ha generato oltre seimila morti tra i civili, di cui mille bambini», aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Nell’ultima relazione della Presidenza del Consiglio dei ministri italiano sul commercio degli armamenti per l’anno 2016, depositata in parlamento il 26 aprile, si legge che RWM Italia è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore difesa in Italia con un aumento delle commesse per 460 milioni di euro. Le nuove autorizzazioni richieste al governo italiano sono 45 per l’esportazione di circa 20.000 bombe in particolare verso “Paesi Mena” (Medio-Oriente e Nord-Africa). Si tratta dell’Arabia Saudita?».

 

Credenti contro l’omo-transfobia: veglie, contestazioni e passi avanti

17 maggio 2017

“il manifesto”
17 maggio 2017

Luca Kocci

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi.

Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi. A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia.

Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova.

A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.

Pax Christi a congresso. Un sinodo sulla pace e cappellani smilitarizzati: le proposte alla Cei

13 maggio 2017

“Adista”
n. 18, 13 maggio 2017

Luca Kocci

Un Sinodo della Chiesa italiana perché le diocesi riflettano, «riscoprano la vocazione» e si impegnino ad «essere ponte di pace sul Mediterraneo», anche per onorare il debito di «restituzione» verso «i migranti che fuggono dalle guerre».

È la proposta più significativa che Pax Christi – riunita a Roma dal 29 aprile all’1 maggio per il proprio Congresso nazionale – ha rivolto espressamente alla Conferenza episcopale italiana, e in particolare al suo segretario generale, mons. Nunzio Galantino, che ha partecipato ai lavori dell’assemblea del movimento per la pace. Una presenza importante e significativa quella del segretario della Cei, segnale di una volontà di ascolto reciproco e di collaborazione. Da parte di Galantino risposte esplicite non ne sono arrivate, né sul Sinodo né sulla richiesta di smilitarizzazione dei cappellani militari – che Pax Christi sollecita da oltre venti anni –, ma nemmeno dinieghi. Resterà da vedere se la “nuova” Cei, che nell’assemblea di maggio eleggerà la terna di vescovi all’interno dei quali papa Francesco sceglierà il successore del card. Angelo Bagnasco alla presidenza dei vescovi italiani, metterà a tema le due proposte di Pax Christi oppure finiranno su un binario morto. Intanto il “sasso” è stato gettato.

Nei tre giorni di assemblea congressuale – a cui ha preso parte anche Josè Henriquez (già segretario di Pax Christi International), a confermare la volontà di Pax Christi Italia a muoversi su un terreno internazionale – gli aderenti al movimento, oltre alle due proposte rivolte a mons. Galantino, hanno approvato una serie di mozioni che delineano le future linee di impegno di Pax Christi, sia sul piano politico che su quello ecclesiale, unificate dalla parola chiave del «disarmo». Pax Christi «esprime forte preoccupazione per lo scenario globale di guerra e, nello stesso tempo, per l’aumento delle spese militari che per l’Italia potrebbe raggiungere la cifra di 100 milioni di euro al giorno e per l’incremento delle esportazioni delle armi italiane aumentate, negli ultimi due anni, di circa il duecento per cento», si legge in una delle mozioni approvate dall’assemblea. Il movimento «esprime dissenso rispetto al disegno di legge di delega al governo, approvato dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro della Difesa Roberta Pinotti, per la riorganizzazione del sistema di Difesa e relative strutture, cosiddetto Libro Bianco»; inoltre «ritiene necessario e improrogabile un impegno italiano, europeo e degli altri Stati membri dell’Onu perché si giunga all’approvazione del Trattato per la non proliferazione nucleare e alla ratifica dello stesso da parte di ciascuno Stato membro» (v. Adista Notizie n. 12/17); e «auspica che l’Italia partecipi ai prossimi appuntamenti internazionali presso l’Onu sulla messa al bando delle armi nucleari e che l’Europa assuma un impegno fermo per impedire l’escalation del conflitto tra Usa e Corea del Nord».

L’assemblea, a cui ha preso parte anche mons. Luigi Bettazzi (già presidente di Pax Christi International e Italia) e che ha ricordato «con affetto e riconoscenza» mons. Diego Bona (presidente di Pax Christi Italia dal 1994 al 2002, morto il 29 aprile, proprio quando il Congresso iniziava), ha poi eletto il nuovo Consiglio nazionale, che resterà in carica per i prossimi quattro anni. Ne fanno parte due preti, don Gianluca Grandi (diocesi di Bologna) e don Christian Medos (che a Roma lavora in particolare nella pastorale per i divorziati e gli omosessuali credenti) e 13 laici: Liliana Ricchiuti, Giuliana Mastropasqua, Franco Dinelli, Rosanna Lignano, Adriana Salafia, Gianna Badoni, Sonia Zuccolotto, Pasquale Palumbo, Mauro Innocenti, Norberto Julini, Paolo Finozzi, Silvio Salussolia e Nino Campisi. Il Consiglio nazionale – che si riunirà per la prima volta il 16 maggio – eleggerà poi il coordinatore nazionale, che non dovrà necessariamente far parte del Consiglio: si va verso la riconferma, per un ulteriore quadriennio, dell’attuale coordinatore, don Renato Sacco. A cui probabilmente verrà affiancato – perlomeno così prevede una mozione approvata – un “coordinatore tecnico” laico, che lavorerà a tempo pieno per Pax Christi, anche per rafforzare dal punto di vista operativo le attività e l’azione del movimento. Mons Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti, continua il mandato di presidente nazionale, che terminerà – salvo proroghe da parte della Cei – nel 2019.