Archive for the ‘chiesa di base’ Category

Brindisi: attacchi e solidarietà al parroco che sostiene l’accoglienza dei migranti

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre

Luca Kocci

Il parroco prende posizione a favore dei diritti dei migranti e dei senza casa; un comitato di quartiere, sostenuto anche da alcuni esponenti politici della destra locale, lo contesta pubblicamente; gli altri parroci della città e i cattolici di base si schierano a sostegno del parroco.

Succede a Brindisi, dove il Comitato dei cittadini del rione Paradiso protesta contro l’ipotesi (non confermata dal commissario prefettizio che da tre mesi amministra la città) di realizzare nel quartiere una tendopoli per i migranti, oggi ospitati in un dormitorio in pessime condizione. Ma il parroco di San Nicola, don Cosimo Zecca, non ci sta: non sostiene l’azione del Comitato e anzi dichiara che «la mia chiesa e questa comunità parrocchiale sono aperte a tutti, senza discriminazioni e cercano di vivere il Vangelo che non a caso ha detto: “ero forestiero e mi avete ospitato”. Quando mi si rimprovera che faccio politica, dico: certo, se la politica vuol dire dal termine polis, interessarsi della città». Allora il Comitato organizza una nuova manifestazione contro lo stesso parroco – un presidio sul sagrato della chiesa, durante una messa vespertina di fine agosto –, reo di non aderire alle proteste anti-tendopoli e anzi di predicare l’accoglienza evangelica. «Don Zecca si sta schierando, quando il suo compito da uomo di Chiesa dovrebbe essere quello di riportare il tutto nei giusti binari, con il dialogo e con il confronto», si legge in un comunicato del Comitato dello scorso 4 settembre. «Don Cosimo dovrebbe fare da collante tra i suoi fedeli e non già creare ulteriore astio e divisione».

Ma con don Zecca si schierano anche tutti i parroci di Brindisi, che esprimono «la più profonda solidarietà al nostro confratello don Cosimo Zecca, reo, secondo alcuni, di aver predicato con franchezza il Vangelo del rispetto e dell’accoglienza degli ultimi». Scrivono i parroci: «Constatiamo, nella nostra città e all’interno delle nostre comunità parrocchiali, un diffuso e crescente senso di frustrazione, dovuto, sostanzialmente, a complesse problematiche attribuibili al degrado sociale e alla mancanza di lavoro. Ci duole che alcuni fanno leva su tale malessere per istigare i cittadini a mettere in atto rabbiose manifestazioni di protesta gratuita e provocatoria, a volte anche nei confronti di chi fa solo il proprio dovere, individuando nel luogo comune della paura del diverso il capro espiatorio di ogni malessere collettivo. Non è certamente questa la strada da percorrere, se si vuole venir fuori dai problemi che ristagnano da anni e che hanno bisogno di ben altre soluzioni, pacifiche, condivise e ponderate, le quali devono andare necessariamente nella direzione di serie politiche di convivenza civile e di integrazione sociale». Inoltre, aggiungono i parroci, «troviamo alquanto ingeneroso e offensivo scagliarsi contro le parrocchie e i preti, i quali sovente non si sentono sostenuti nel loro svolgere, nel tessuto connettivo della città, un’opera preziosa di promozione umana, prima che di evangelizzazione, supplendo non di rado a carenze amministrative, organizzando, per così dire, la speranza della gente». Ma non senza una qualche autocritica: «Quanto accaduto ci fa interrogare sulla qualità e l’efficacia del nostro lavoro pastorale. Perciò, a quanti frequentano i nostri itinerari di fede o le nostre assemblee domenicali, ricordiamo che necessariamente dobbiamo sforzarci di incarnare in una fattiva e quotidiana prassi di carità quanto abbiamo ascoltato e pregato. Del resto su questo, e non altro, saremo dal Signore giudicati: “…ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). In un mondo indifferente e spesso sordo ai richiami dei più poveri, questo deve marcare la  “differenza” cristiana». E, se è doveroso che la politica svolga la propria parte mettendo a punto “schemi alternativi ad una migrazione massiccia e incontrollata” e se è giusto che essa si prodighi affinché siano evitati “disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra coloro che accolgono” – i parroci richiamano il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – non dimentichiamo, almeno noi, (le parole del card. Parolin al meeting di Comnione e Liberazione a Rimini, all’indomani dello sgombero dei migranti da piazza Indipendenza a Roma, n.d.r.) che queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

Con don Zecca anche i cattolici di base brindisini del gruppo “Manifesto 4 ottobre” che «esprime solidarietà a don Cosimo e alla comunità parrocchiale di San Nicola e respinge il tentativo di confinare la testimonianza del Vangelo nella pratica di riti e nel rispetto esteriore di precetti al di fuori della storia e dei suoi conflitti. I cristiani stanno dalla parte dei più deboli e degli sfruttati e non comprendono cosa significhi salvare le anime senza salvare l’intera persona dall’ingiustizia. Il Vangelo non propone una “salvezza dell’anima” mentre gli uomini e le donne sono fatti oggetto di soprusi da parte di profittatori e di mafie». Conclude il gruppo: «Molti stranieri poveri a Brindisi vivono già nei diversi quartieri, pagano l’affitto a volte di case fatiscenti, o vivono nelle botteghe di alcuni artigiani o nelle campagne dove lavorano. La paura che si spostino al Paradiso nasce dalla mancanza di conoscenza della realtà. Il quartiere Paradiso ha ben altri problemi: una mortalità generale più alta dell’intera città dovuta alla povertà della sua popolazione, la mancanza di servizi essenziali, vandalismo, bullismo, spaccio di droga, un degrado urbanistico che incide sulla condizione psicosociale di molte persone. Per questo esprimiamo piena solidarietà alla Comunità Parrocchiale di San Nicola ed al suo parroco perché crede e opera per una società più giusta in coerenza col Vangelo».

 

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C’è una mano “nera” dietro ai furti della Comunità delle Piagge?

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre 2017

Luca Kocci

Nuovo furto alla comunità delle Piagge di Firenze, la comunità cristiana di base animata da don Alessandro Santoro. Nella notte dello scorso 31 agosto, i “soliti ignoti” hanno forzato e danneggiato il portone del magazzino della cooperativa sociale Il Cerro (una delle attività nate all’interno della Comunità) e rubato buona parte delle attrezzature delle attività di giardinaggio e riciclaggio del ferro, che danno lavoro ad alcune persone del quartiere, oltre che allo stesso don Santoro. E tutto avviene pochi giorni dopo la forte presa di posizione della Comunità e di don Santoro in sostegno di don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pistoia) fatto oggetto degli attacchi fascisti di Forza nuova e razzisti per il suo impegno accanto ai migranti (v. Adista Notizie n. 30/17).

Al di là del valore materiale del furto – le perdite ammontano a circa 3.500 euro, una cifra ingente per i bilanci della cooperativa – «il danno più grosso è però sicuramente quello morale», spiegano dalla Comunità. «Le persone che lavorano all’interno della cooperativa – proseguono – hanno ricevuto un colpo molto duro. Abbiamo sentito in loro, rabbia, delusione, amarezza e sconforto. Non si spiegano le ragioni dell’accaduto, soprattutto nella forma “pesante” con cui è avvenuto. La motivazione di questo atto violento è purtroppo ancora una volta quella di andare a colpire le attività della Comunità tutta a pochi giorni, era solo domenica scorsa, dalla presa di posizione pubblica a difesa di Don Biancalani di Vicofaro: offeso e oltraggiato da persone pervase dalla stessa cultura razzista e fascista che serpeggia nelle nostre città e nei nostri quartieri. Coloro che hanno materialmente colpito la Comunità e la cooperativa sociale di lavoro sono sicuramente dei balordi con disagio sociale, ma le teste che manovrano e muovono queste persone sono altre… Ne siamo certi».

Non è la prima volta che la Comunità delle Piagge è bersaglio di furti e danneggiamenti. Nel maggio 2014, per esempio, venne incendiato il furgone utilizzato sempre dalla cooperativa Il Cerro (v. Adista Notizie n. 19/14); e nel marzo 2009, in un raid neofascista, vennero rubati degli oggetti, danneggiato il salone della Comunità dove venne anche abbandonato sul pavimento un manganello con alcune scritte inneggianti a Mussolini e al fascismo (v. Adista Notizie n. 37/09).

«Domenica abbiamo espresso la nostra posizione sulla vicenda di Don Biancalani – spiega don Santoro –, cercando di far comprendere il senso e l’importanza di questo impegno sull’accoglienza, che è un dovere precipuo sia per chi è cittadino consapevole, sia per chi è credente e cristiano. E io penso che questo abbia avuto poi, in qualche modo, una risonanza dentro il nostro quartiere dove da un po’ di tempo, da sempre, ci sono frange e gruppi che si muovono in una direzione esattamente opposta a questa e che vorrebbero fare dell’ordine e la sicurezza la cosa più importante». La cosa preoccupante, prosegue, «è che questa cultura che si sta pian piano diffondendo mi sembra un po’ legittimata dalle varie politiche in Europa, in Italia, ma anche dalla poca consapevolezza e memoria storica delle persone, dalla poca lungimiranza e capacita di cogliere il senso di questa trasformazione. In periferia, dove magari il disagio sociale è più importante, ovviamente questo tipo di culture si innestano in maniera molto più prepotente e più forte, ed è più facile che questa miscela crei situazioni esplosive, difficili da gestire. Quindi anche noi facciamo i conti con questi meccanismi».

«Non vi chiediamo niente altro se non continuare con noi, insieme a noi, nel costruire giorno per giorno una cultura di pace, di accoglienza, di convivialità delle differenze, senza perdere la tenerezza, aiutandoci a resistere nonostante tutto», l’appello finale della Comunità. «Noi ci rimbocchiamo ancora una volta le maniche e riprendiamo il nostro lavoro quotidiano. Ognuno di voi continui ad essere amico, amica, compagno e compagna solidale di questa nostra esperienza».

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

«Il Vangelo non è buonismo, ma denuncia delle ingiustizie». Intervista a don Biancalani

7 settembre 2017

“Adista”
n. 30, 9 settembre 2017

Luca Kocci

Una messa domenicale con una grandissima partecipazione; il vicario generale della diocesi – inviato dal vescovo in segno di sostegno al parroco – sull’altare a concelebrare l’eucaristia; un gruppetto di una decina di neofascisti di Forza nuova, venuto a «controllare la cattolicità del parroco», entra in chiesa scortato dalla polizia ed esce alla chetichella da una porta secondaria. Si è conclusa così la vicenda di don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro, periferia di Pistoia, insultato su Facebook per aver pubblicato sul proprio profilo alcuna foto di una giornata trascorsa in piscina insieme ad alcuni ragazzi immigrati che ospita in parrocchia.

La vicenda esplode nei giorni di Ferragosto, quando don Biancalani pubblica le foto dei ragazzi – giovanissimi richiedenti asilo provenienti da Senegal, Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Ciad e Costa d’Avorio – sorridenti in piscina, accompagnate da un messaggio: «E oggi… piscina!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!» (che parafrasa don Lorenzo Milani nella lettera ai cappellani militari: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri»).

Arrivano le prime reazioni positive e i primi commenti razzisti («Un ettolitro di acido muriatico in piscina»), fascisti («E gli italiani muoiono di fame… Viva il Dux») e sessisti («Ti piace la mazza nera»), fra cui – su Twitter – quello del leader leghista Matteo Salvini: «Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto», che dà la stura a migliaia di commenti che insultano gli immigrati e attaccano don Biancalani.

Nei giorni successivi i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette degli immigrati e, il 24 agosto, all’indomani della pubblicazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante nel quale appoggia lo Ius soli, davanti al vescovado di Pistoia compare uno striscione anonimo: «Bergoglio facile fare lo Ius con i soli degli altri» (evidentemente ispirato dal «facile fare il frocio con il culo degli altri», tipico dello stile del sottobosco fascista che mescola volgarità, omofobia e razzismo). Quindi il coordinatore di Forza Toscana, Leonardo Cabras, e il segretario di Fn Pistoia, Claudio Cardillo, annunciano che la domenica successiva «i militanti forzanovisti» andranno a messa a Vicofaro «per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani».

A questo punto il vescovo di Pistoia, mons. Fausto Tardelli – tutt’altro che un «cattocomunista» – interviene in difesa del suo parroco: «Da quello che leggo si vorrebbe profanare l’Eucaristia con l’assurda motivazione di andare a controllare l’operato di un prete addirittura mentre celebra un Sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta», scrive in una nota, in cui annuncia anche la presenza del proprio vicario a messa accanto a don Biancalani.

A messa, domenica 27 agosto, ci sono centinaia di persone, molte arrivate anche da fuori parrocchia per mostrare la propria solidarietà a don Biancalani, oltre alle associazioni antirazziste e antifasciste e ai partiti della sinistra che, all’esterno, incoraggiano il parroco e fischiano i militanti di Forza nuova quando si presentano, in formazione militare, ma scortati dalla polizia. Don Biancalani li accoglie con una stretta di mano e poi, insieme al vicario generale della diocesi, celebra l’eucaristia. «È stato un modo per rasserenare gli animi, anche se il fatto mi sembra molto grave», spiega don Massimo ad Adista.

Qual è stata, secondo te, la miccia che ha fatto esplodere tutto?

«La fotografia dei ragazzi in piscina che sorridevano e apparivano felici. Una immagine che ha avuto una grandissima potenza, sebbene involontaria, perché ha rotto il luogo comune del migrante che deve essere straccione, poveraccio e anche delinquente. Invece quei ragazzi erano belli e sorridenti, e questo infastidisce, perché ormai l’immigrato è stato trasformato nel il capro espiatorio di tutti i mali sociali».

Poi c’è stato il tuo messaggio «loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!». Anche questo ha dato fastidio.

«Certo! Ha dato noia al “cattolico della domenica”, al cattolico benpensante, che vive la fede e il cattolicesimo all’insegna del “volemose bene”. Ma il Vangelo non è questo, non è una melassa indistinta in cui tutto e tutti stanno bene. Chiede il riconoscimento dell’ingiustizia. E fascismo e razzismo sono la negazione del Vangelo e dell’essere umano. Del resto l’arcivescovo di Los Angeles, monsignor José Gomez, dopo i fatti di Charlottesville, ha detto che “nella Chiesa non c’è posto per il razzismo”. È stato più duro di me: io ai militanti di Forza nuova le porte della parrocchia le ho aperte!».

Hai ricevuto insulti ma anche una grande solidarietà, da parte delle persone e di molti uomini di Chiesa…

«Innanzitutto dal mio vescovo, che non mi ha lasciato solo, e da tutti i vescovi della Toscana, che hanno emesso una dichiarazione comune. Mi hanno contattato direttamente il cardinal Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas italiana, e mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, da sempre in prima fila per i diritti dei migranti. Poi mons. Virginio Colmegna, della Casa della carità di Milano, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, don Andrea Bigalli di Libera Toscana e altri ancora. Poi molti miei parrocchiani, cattolici di base e tantissimi non credenti che mi hanno detto di essere atei ma di aver apprezzato molto la mia testimonianza».

Però i militanti di Forza nuova che sono venuti a messa a controllare la tua «ortodossia» si dicono cattolici?

«Sì, ed è una cosa che mi fa riflettere, anche se non è una stranezza, perché credo che ci siano dei legami più o meno organici fra cattolicesimo conservatore ed estrema destra politica. Ma questa è la negazione del Vangelo».

Oltre agli insulti dei “leoni da tastiera” di Facebook hai ricevuto minacce più serie?

«Sì, più di una. E infatti andrò a sporgere regolare denuncia. Anche per salvaguardare i ragazzi che, anche per mia responsabilità, sono stati investiti da questo ciclone. Ecco di questo un po’ mi pento, ma è anche vero che ho agito con grande semplicità e naturalezza».

E ora, passata la tempesta?

«E ora si va avanti, con ancora più forza e convinzione, grazie alla solidarietà dei tanti che mi infonde e ci infonde molto coraggio».

Il vescovo contro Forza nuova: «Ha superato i limiti»

26 agosto 2017

“il manifesto”
26 agosto 2017

Luca Kocci

I neofascisti di Forza nuova annunciano che domenica assisteranno alla messa di don Massimo Biancalani – il parroco di Vicofaro (Pistoia) che ospita giovani immigrati in parrocchia – «per vigilare sulla sua cattolicità», ma il vescovo li rimette in riga: «Si stanno oltrepassando i limiti, la messa non può essere profanata da iniziative irresponsabili». E per dare il segnale che la Curia sta con don Biancalani, comunica che il vicario generale della diocesi concelebrerà la messa insieme al parroco attaccato dai fascisti.

La vicenda esplode nei giorni di Ferragosto, quando don Biancalani pubblica sul proprio profilo facebook le fotografie di una giornata in piscina insieme ai ragazzi africani accolti in parrocchia, attirando migliaia di insulti razzisti e omofobi, fra cui quelli del segretario della Lega Matteo Salvini. «Sono convinto che a generare queste reazioni siano state le foto dei ragazzi migranti sorridenti e felici», spiegava al manifesto don Biancalani.

Nei giorni successivi i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette degli immigrati, e le tensioni non si placano. All’alba di giovedì, all’indomani della pubblicazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante nel quale appoggia lo Ius soli, davanti al vescovado di Pistoia compare uno striscione anonimo: «Bergoglio facile fare lo Ius con i soli degli altri», evidentemente ispirato dal «facile fare il frocio con il culo degli altri». Lo stile che mescola volgarità, omofobia e razzismo rimanda al tipico lessico del sottobosco neofascista. Il giorno dopo arrivano i manifesti di Forza nuova («Ci schiereremo sempre e comunque a difesa del popolo italiano, che don Biancalani, parroco razzista anti-italiano, odia oltre ogni misura») e l’annuncio, da parte del coordinatore di Fn Toscana Leonardo Cabras e del segretario di Fn Pistoia Claudio Cardillo, che domenica «i militanti forzanovisti» andranno a messa a Vicofaro «per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani».

Il vescovo, mons. Fausto Tardelli – che è tutt’altro che un «cattocomunista» – non può tacere: «Da quello che leggo si vorrebbe profanare l’Eucaristia con l’assurda motivazione di andare a controllare l’operato di un prete addirittura mentre celebra un Sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta», scrive in una nota, in cui annuncia anche la presenza del proprio vicario a messa accanto a don Biancalani. Se fosse andato direttamente il vescovo, il messaggio sarebbe stato più efficace, ma anche l’invio del vicario generale della diocesi è un chiaro segnale di sostegno al parroco.

Segnale che però viene travisato dai principali quotidiani italiani nelle loro edizioni online di ieri mattina. «Pistoia, la resa del vescovo dopo le “minacce” di Forza nuova: don Biancalani domenica non dirà messa», comincia Repubblica. Si supera Il fatto quotidiano: «Pistoia, niente messa per il prete dei migranti. Forza nuova minaccia, il vescovo lo sostituisce». Tanto da costringere la Curia ad una piccata puntualizzazione: «Di fronte alle assurde e strumentali polemiche scatenate dall’articolo del quotidiano la Repubblica che travisano completamente il senso delle parole e delle azioni di mons. Tardelli, si precisa che il vicario generale è stato inviato a concelebrare con don Biancalani, non a sostituirlo». E i quotidiani a precipitose e maldestre rettifiche.

Il sostegno del vescovo sembra aver avuto effetto. I neofascisti di Casa Pound annunciano che loro a messa non ci saranno. Da Forza nuova non arrivano repliche, ma pare che anche i forzanovisti invece di andare a messa faranno una marcetta al mare. Il sindaco di centro destra di Pistoia si barcamena, il Pd solidarizza mentre Minniti a Roma dà l’ordine di manganellare donne e bambini a piazza Indipendenza. Ieri sera, in parrocchia, una partecipata assemblea ha ribadito il sostegno a don Biancalani. E domenica, dentro e fuori la chiesa, saranno in tanti a manifestare la propria vicinanza al parroco.

Il sorriso dei rifugiati in piscina scatena l’onda razzista. Insulti a don Biancalani

22 agosto 2017

“il manifesto”
22 agosto 2017

Luca Kocci

Ricoperto di insulti razzisti ma anche circondato da messaggi di solidarietà e di sostegno a causa di un post su Facebook e di qualche fotografia che mostra alcuni giovani richiedenti asilo ospitati in parrocchia durante una giornata di relax in piscina.

È quello che è capitato a don Massimo Biancalani, parroco a Vicofaro, periferia di Pistoia, docente di religione in un liceo della città, prete “di frontiera” da anni impegnato con i migranti e nel sociale.

«E oggi… piscina!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!», il messaggio di don Biancalani, che parafrasa don Milani nella lettera ai cappellani militari: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri». Sotto dieci foto dei ragazzi – giovanissimi richiedenti asilo provenienti da Senegal, Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Ciad e Costa d’Avorio – sorridenti in piscina.

Arrivano le prime reazioni positive e i primi commenti razzisti («Un ettolitro di acido muriatico in piscina»), fascisti («E gli italiani muoiono di fame… Viva il Dux») e sessisti («Ti piace la mazza nera»). Poi, immancabile, si scatena il leader leghista Matteo Salvini: «Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto», scrive su Twitter, dando la stura a migliaia di commenti che insultano gli immigrati e attaccano don Biancalani, il quale non può nemmeno replicare perché il suo profilo Facebook – ma non i commenti degli utenti – viene bloccato per 24 ore. «Alcune foto di ragazzi africani in piscina sono un problema per Fb? – scrive il parroco – L’impegno per l’accoglienza, la solidarietà, l’antirazzismo non fanno parte degli standard di comunicazione di Facebook? Intanto si è lasciato che, per un giorno intero, mi si insultasse e diffamasse senza che avessi la possibilità di controbattere». C’è anche chi passa alle vie di fatto: l’altro ieri i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette dei ragazzi ospitati a Vicofaro.

Aumenta la solidarietà a don Biancalani su Facebook, arriva qualche condanna dal mondo politico (Vannino Chiti stigmatizza il «vergognoso attacco» di Salvini» e gli «atti di vandalismo contro i migranti») e dalle istituzioni («Non ci troviamo d’accordo con le idee di don Biancalani, ma nessun tipo di attacco violento e razzista può essere tollerato», dichiara Alessandro Tomasi, sindaco di centrodestra di Pistoia). Oggi a Vicofaro ci sarà il vescovo, che si dice «non disposto a permettere che un sacerdote della sua diocesi venga attaccato e insultato».

«Sono convinto che a generare queste reazioni siano state le foto dei ragazzi migranti sorridenti e felici», dice al manifesto don Biancalani. Ma un sorriso seppellirà i fascisti e i razzisti.

Credenti e non credenti salutano Giovanni Franzoni, l’uomo che lasciò tutto per non lasciare il Vangelo

29 luglio 2017

“Adista”
n. 28, 29 luglio 2017

Erano in cinquecento a dare l’ultimo saluto a Giovanni Franzoni, il cui funerale è stato celebrato lo scorso 15 luglio, sotto un tendone del Centro anziani del Parco Schuster, accanto alla basilica di San Paolo fuori le mura – di cui Franzoni fu abate dal 1964 al 1973, prima di essere rimosso – e a poche centinaia di metri dalla sede della Comunità di base di san Paolo, all’interno della quale Franzoni ha percorso il suo cammino di fede e di impegno sociale dal 1974 fino al giorno della sua morte, il 13 luglio 2017 (v. Adista Notizie n. 27/2017).

Un funerale secondo lo stile delle Comunità di base: una celebrazione collettiva, in cui si sono alternate letture bibliche ed evangeliche, parole tratte dai libri di Franzoni («la vita non è bella quando non ci si sente circondati da amore»), canti religiosi e laici, come Eppure il vento soffia ancora, di Pierangelo Bertoli, mentre si raccoglievano le offerte da destinare ai palestinesi di Gaza e ai bambini di strada del Guatemala seguiti da Gerardo Lutte, un altro dei preti della stagione del dissenso cattolico; e come Gracias a la vida, di Violeta Parra, ricordando gli esuli cileni accolti nella comunità di San Paolo dopo di golpe di Augusto Pinochet del 1973 (il video dell’intero funerale è visibile sul sito internet di Radio radicale al link https://www.radioradicale.it/scheda/514827/funerali-di-giovanni-franzoni).

Fra i presenti, oltre alle compagne e ai compagni di strada di Franzoni nella Cdb di San Paolo e nelle altre comunità di base – dall’Isolotto di Firenze al Cassano di Napoli –, anche gli scout, oggi 50-60enni, che ebbero come assistente Franzoni quando era ancora abate. Poi Mina Welby, che era qui anche dieci anni fa, quando in comunità venne celebrato quel funerale religioso che il card. Camillo Ruini negò a suo marito Piergiorgio; i redattori delle riviste con cui Franzoni ha collaborato, Confronti (erede di Com, fondata anche da Franzoni) e Adista; credenti in altre fedi, valdesi, metodisti, musulmani, perché «prima di essere ebrei, cristiani, musulmani o atei siamo esseri umani», ha detto l’imam dei palestinesi di Roma.

Grandi assenti i rappresentanti istituzionali della Chiesa cattolica romana. C’era il direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci; e c’era l’attuale abate della basilica di San Paolo fuori le mura, dom Roberto Dotta – presente anche alla veglia funebre, nel salone della comunità, ha voluto «dare l’ultimo saluto a chi mi ha preceduto nella comunità benedettina» – insieme a due confratelli, uno dei quali, Isidoro, vecchio confratello di Franzoni. Ma nessun altro: non il vescovo di settore, don Paolo Lojudice (che però era stato contattato e ha detto di avere un impegno preso da tempo), nessun rappresentante del Vicariato di Roma, né del Vaticano. E non ha fatto in tempo ad arrivare quel segno esplicito di benevolenza – se non di “riabilitazione” –, da parte di papa Francesco, che in tanti, soprattutto nell’area della Comunità di base, si aspettavano. Forse la morte di Franzoni è giunta troppo presto perché i tempi fossero maturi. O forse, fra cinquanta anni, qualche pontefice si recherà in visita alla Comunità di San Paolo, come Francesco poche settimane fa, a Bozzolo e Barbiana, sulle tombe di don Mazzolari e don Milani.

Riportiamo di seguito alcuni interventi in ricordo di Franzoni – anzi di «Giovanni, fratello, amico e compagno», come hanno detto in molti – pronunciati durante il funerale oppure resi pubblici appena appresa la notizie della morte.

 

Segreteria tecnica nazionale delle CdB italiane

«Un maestro, un profeta, un padre, un cristiano coraggioso, un annunciatore intenso ed appassionato del Regno di Dio, un profeta del nostro tempo… Giovanni Franzoni è stato certamente tutto questo per noi delle comunità cristiane di base italiane e per tutti e tutte coloro che lo hanno avuto compagno di riflessione, di elaborazione e di lotta per tante battaglie civili e umane che gli hanno procurato provvedimenti repressivi da parte di una gerarchia patriarcale e anacronistica.

È stato per noi anche un amico e un prezioso compagno di ricerca, per un cammino di fede solidale e senza confini che, lontano dalle sponde sicure del potere e dei dogmatismi, si è spinto con coraggio in mare aperto per realizzare quella “chiesa dei poveri” che tanto lo affascinava (…). La sua profonda preparazione biblica e teologica, unita ad un attento interesse per le ricadute sulla vita delle persone delle ricerche scientifiche, ci ha aiutato negli anni ad affrontare con coraggio i problemi urgenti posti all’umanità – e a noi – dalla violenza del sistema capitalista e patriarcale (…)».

 

Noi Siamo Chiesa

«Il nostro fratello e padre Giovanni Franzoni, a 88 anni,  è andato in Paradiso questa mattina dopo una vita densa di fede nell’Evangelo e di opere. Giovane abate dell’abbazia benedettina di  San Paolo a Roma,  ha cercato di dare attuazione al nuovo corso della Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II , a cui aveva partecipato. Si scontrò però con la pesantezza del sistema ecclesiastico che resisteva al cambiamento. Negli anni settanta la sua forzata separazione dalle strutture canoniche ha coinciso con un suo accresciuto impegno perché la comunità dei credenti fosse sempre più fondata sulla centralità della Parola di Dio, sul protagonismo dei suoi membri e su un rapporto laico con le istituzioni e con la società civile (…)»

 

Mons. Luigi Bettazzi

«Pax Christi Italia e Mosaico di Pace mi chiedono di esprimere la loro partecipazione al lutto della famiglia e della Comunità  cristiana di S. Paolo a Roma per la morte di Giovanni Franzoni.

Personalmente lo ricordo, quando era abate di San Paolo, alle Assemblee della Cei e agli ultimi due periodi del Concilio Vaticano II. Penso alla sua attività negli anni caldi dopo il 1968; il suo libro La terra è di Dio (cui seguì poi Anche il cielo è di Dio. Il credito dei poveri) anticipava i problemi ecologici oggi sul tavolo della politica internazionale. Le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato, ma la sua dichiarazione di aver votato comunista lo portò alla “riduzione allo stato laicale”. Il suo temperamento ardente ma soprattutto il legame con la Comunità di San Paolo, che aveva fondato e diretto fino ai nostri giorni, lo portarono a prese di posizioni di critica e di contestazione molto forti al di là di ogni compromesso (ad esempio di prendere domicilio nella mia diocesi, pur restando a Roma), che indussero poi la Chiesa a decisioni drastiche.

(…) Forse i suoi atteggiamenti di contrasto non permetteranno lo si ponga tra i profeti, accanto a d. Mazzolari e d. Milani, ma non gli tolgono il merito di una profezia – sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace – perseguita con sincerità e con coraggio e con la coscienza di una fede sincera. Gliene restiamo grati».

 

Gerard Lutte

«Dal Guatemala, con le ragazze e i ragazzi di strada, siamo presenti con il cuore, in questa assemblea in cui ricorderemo un fratello amato  che ci ha guidato soprattutto con il suo esempio nel tentativo di convertire la Chiesa cattolica nel Vangelo di Gesù.

Ho incontrato per l’ultima volta Giovanni alla fine del mese di maggio di quest’anno. Ci siamo abbracciati più a lungo del solito, coscienti che alla nostra età, per lo stato di salute, poteva essere l’ultimo abbraccio (…). Ho conosciuto Giovanni all’inizio degli anni ‘70. Avevo apprezzato molto la sua lettera pastorale La Terra è di Dio che avevo letto alla luce delle notte nella nostra Comunità di Prato Rotondo: una lettera contro la speculazione fondiaria ed edilizia alla quale partecipavano ordini religiosi ed il Vaticano, tramite la Società immobiliare. (…) Vivendo in America Latina, ho visto quanto la lettera pastorale di Giovanni sulla Terra come bene comune di tutte le donne e di tutti gli uomini, fosse ancora di bruciante attualità in questo continente, dove la terra è stata rubata alle comunità indigene. Qui il furto della terra non è solo l’impossibilità per i poveri di vivere in un’abitazione decente, ma anche la negazione del Diritto alla vita. (…) Oggi è il giorno del pianto, del dolore, dell’addio. Ma anche il momento di riprendere l’impegno di amore, di Giovanni, che sempre sarà presente in mezzo a noi, nelle nostre lotte per la giustizia e l’amicizia».

 

Luca Maria Negro (presidente Federazione Chiese Evangeliche in Italia)

«(…) Giovanni è stato una figura profetica, un grande testimone non solo della stagione conciliare (come abate di San Paolo a Roma è stato il più giovane dei “padri conciliari” nelle ultime due sessioni del Vaticano II), del rinnovamento della teologia cattolica e dell’impegno dei cristiani nella società, ma anche dell’ecumenismo, soprattutto attraverso la rivista ecumenica Com Nuovi Tempi (oggi mensile Confronti), nata nel 1974 dalla fusione del settimanale di area cattolica Com con l’evangelico Nuovi Tempi; un progetto ecumenico, questo, che la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) ha sempre sostenuto con convinzione. Personalmente ho avuto per anni il privilegio di lavorare al suo fianco nella redazione di Com Nuovi Tempi, e ho imparato molto dalla sua cultura (teologica e non solo), dalla sua creatività, dal suo senso della giustizia e dalla sua profonda umanità».

 

Eugenio Bernardini (moderatore della Tavola valdese)

«Ho conosciuto e collaborato con dom Franzoni a metà degli anni ‘70, quando aveva fatto scelte difficili e in tempi difficili e precorrendo idee e proposte che oggi fanno parte del programma del pontificato di papa Francesco. È stato uno dei protagonisti di quella fase ecumenica, tra protestanti e cattolici del dissenso, che consentì l’esperienza giornalistica di fusione tra le riviste Nuovi tempi, di area protestante, e Com, di area cattolica, facendo nascere prima Com Nuovi Tempi e poi Confronti, che ancora oggi continua il suo impegno nel dialogo ecumenico e interreligioso».

 

Mirella Manocchio (presidente dell’Opera per le Chiese metodiste evangeliche in Italia)

«Un uomo che ha precorso i tempi, lottando per battaglie storiche nel nostro Paese, in nome di una fede che ha testimoniato con forza, rinvigorendo anche quella di chi ha camminato con lui. Un esempio di cristiano, di fratello, che mancherà enormemente non solo all’interno delle Chiese, ma anche nella vita pubblica. Da giovane padre conciliare, ebbe la lungimiranza di dedicarsi alle battaglie per i diritti di tutti, che ancora oggi sono all’ordine  del giorno. Solo che Giovanni le iniziò decenni prima e con parole che potremmo definire profetiche».

 

Redazione di Confronti e cooperativa Com Nuovi Tempi

«(…) Abate di San Paolo fuori le mura negli anni ‘60, padre conciliare al Vaticano II e poi sospeso a divinis nel 1974 per le sue posizioni a favore del No nel referendum per l’abrogazione del divorzio. Due anni dopo verrà ridotto allo stato laicale. Da allora continuerà il suo percorso con la comunità cristiana di base di San Paolo, fondata nel 1973 (la celebrazione da parte di Franzoni della prima messa – che per il Vicariato di Roma “non era né autorizzata né proibita” – nel salone spoglio di via Ostiense 152/B ne rappresenta simbolicamente l’atto costitutivo), e i numerosi compagni di strada delle tante battaglie che ha portato avanti in questi decenni: accanto ai disoccupati e ai senza casa, contro la speculazione edilizia ecclesiastica e “per una Chiesa più fedele al Vangelo e al Concilio”, contro tutte le guerre (dal Vietnam alla Palestina all’Iraq) e a favore dei diritti civili: aborto, procreazione medicalmente assistita, eutanasia.

Nel 1974 il settimanale del dissenso cattolico Com si fonderà con il settimanale evangelico Nuovi tempi e darà vita a Com-Nuovi tempi. Giovanni sarà impegnato per tutto il resto della sua vita in questo progetto, che nel 1989 si trasformerà in Confronti. Per noi – ogni mese, davvero fino all’ultimo – scriveva la sua rubrica “Note dal margine”, dove affrontava le questioni più diverse. Proprio una settimana fa ci aveva inviato il suo articolo per il numero monografico che uscirà a settembre sul fine vita, nel quale esprimeva “un netto rifiuto di una rappresentazione della morte come fatto estraneo totalmente alla vita”».

 

Luis Badilla Morales (il sismografo, esule cileno, già funzionario del governo di Salvator Allende)

«La scomparsa di Giovanni Franzoni, uomo coraggioso, coerente con le sue scelte fino a pagare tutti i prezzi, anche quello di accettare la decisione vaticana che lo ridusse allo stato laicale, è una notizia molto triste. (…) Tanti cileni, argentini, brasiliani e uruguaiani, molte centinaia, sono debitori nei confronti di “dom” Giovanni, per essere stati da lui accolti a Roma presso la Comunità San Paolo, nelle vicinanze della Basilica. Qui ricevettero ogni tipo di sostegno, religioso, spirituale e materiale; erano esuli politici che fuggivano dalle dittature sudamericane e a Roma non sempre poterono trovare accoglienza e ascolto. Erano ammessi e accettati legalmente ma lasciati al proprio destino senza nessuno aiuto o sostegno. Presso la Comunità di San Paolo guidata da “dom” Giovanni trovarono per diversi anni quell’aiuto minimo necessario che ridava, allora, senso e significato a parole quali solidarietà e fratellanza. Oggi, in Europa e soprattutto in America Latina, sono moltissimi i latinoamericani che pregano per Giovanni Franzoni e certamente nessuno mancherà di ricordarlo con immenso affetto e tutti lo saluteranno con un sincero e sentito: grazie dom Giovanni».

 

Noi Siamo Chiesa: Milano e Roma, nomine episcopali nel segno della continuità

23 luglio 2017

“Adista”
n. 27, 22 luglio 2017

Luca Kocci

«Delusione» per la nomina di mons. Mario Delpini a nuovo arcivescovo di Milano (il 7 luglio), successore del card. Angelo Scola. La esprime Noi Siamo Chiesa – il cui coordinatore nazionale, Vittorio Bellavite, risiede proprio nella diocesi di Milano – in una nota in cui il movimento riformatore si rammarica per il «ricambio profondo» che non c’è stato.

«Questa volta – si legge nel comunicato del movimento – papa Francesco  ha scelto l’ordinaria amministrazione con la nomina di mons. Mario  Delpini ad arcivescovo di Milano. Ci permettiamo di dissentire dalla sua decisione. Avevamo chiesto un vescovo di svolta, non siamo stati ascoltati come tanti altri che, in diocesi, speravano che, dall’esterno, arrivasse un soffio nuovo, necessario nella situazione attuale della cattolicità ambrosiana».

Già vicario generale del card. Scola, prima ancora docente e poi rettore del Seminario ambrosiano, vescovo ausiliario (del card. Dionigi Tettamanzi) e, dal 2012, vicario di Scola, quella di Delpini può essere pacificamente interpretata come una nomina nel segno della continuità. Così come quella, qualche settimana prima, il 26 maggio, di mons. Angelo De Donatis a vicario del papa per la diocesi di Roma (e successore del card. Agostino Vallini), un curriculum piuttosto interno ai “sacri palazzi” (direttore dell’Ufficio clero del Vicariato di Roma, direttore spirituale al Seminario romano, parroco di una chiesa del centro storico, dal 2015 vescovo ausiliare incaricato per la formazione permanente del clero) che è stato preferito a vescovi “di frontiera”, come mons. Paolo Lojudice, per molti anni parroco di periferia a Tor Bella Monaca, prima di essere nominato, anche lui nel 2015, vescovo ausiliare per il settore sud della diocesi di Roma.

Scelte che non sono sfuggite ad Andrea Tornielli, vaticanista di punta di Vatican insider (il portale di informazione religiosa del gruppo La Stampa – Il secolo XIX), piuttosto critico nei confronti dei critici delle nomine pontificie, etichettati come «sedicenti bergogliani», con implicito ma chiaro riferimento a quelle aree del cattolicesimo progressista e conciliare – a cominciare dal movimento Noi Siamo Chiesa – che, sebbene fredde nei confronti delle gerarchie e dell’istituzione ecclesiastica, sostengono il profilo riformatore di papa Francesco. «C’è chi ha visto in queste scelte, interne e dai profili meno roboanti – scrive Tornielli –, un cambio di passo rispetto a quanto avvenuto negli anni precedenti, ad esempio con le significative nomine dei vescovi di Padova, Bologna e Palermo, caratterizzate da scelte più profilate di outsider. Secondo tale interpretazione, nei casi di Roma e Milano il pontefice avrebbe optato per soluzioni più ordinarie: quasi un ripiegamento. In particolare proprio la scelta di Milano è sembrata deludere qualche sedicente “bergogliano” che auspicava una nomina di rottura con il passato per meglio marcare la sintonia con “la Chiesa di Francesco”, come se davvero potesse esistere una “Chiesa di Francesco” invece dell’unica Chiesa di Cristo».

Tornando a Milano, preso atto della nomina di Delpini, Noi Siamo Chiesa evidenzia alcuni punti che ritiene «necessari» per la diocesi, a cominciare da una «ripresa, senza ambiguità e senza troppi silenzi, delle caratteristiche del magistero del card. Martini, che non sono scomparse ma che si sono molto appannate negli ultimi quindici anni. In particolare sottolineiamo: Parola di Dio al centro di tutta la vita ecclesiale, ecumenismo non di facciata, rapporto sereno e positivo con la cultura laica, impegno generalizzato a favore degli “ultimi”, posizione di ricerca sui nuovi problemi etici, lontana dalle ricorrenti campagne promosse o avvallate dalla Conferenza episcopale italiana». E poi «contrasto esplicito e generalizzato nei confronti delle tendenze presenti nella cultura e nella società fondate sui valori mondani del denaro e dell’immagine, sulla volontà,  di stampo  leghista, di esclusione dello straniero e del diverso, sulla disaffezione dalla politica». Quindi «apertura a tutte le realtà laicali, comprese quelle fuori dal coro del conformismo ecclesiastico, perché diano un contributo, non subalterno, ai diversi problemi della diocesi, in particolare alla soluzione di quelli derivanti dalla mancanza di clero».

«Auspichiamo vivamente – prosegue la nota – che mons. Delpini, con questa maggiore responsabilità, sappia prescindere, almeno in parte, dal suo passato tutto interno al mondo ecclesiastico milanese e a ruoli non direttamente pastorali e diventare espressione di discontinuità. Se si andrà in questa direzione riceverà consensi da tanti che aspettano che il Concilio Vaticano II e il suo spirito siano il vero punto di riferimento per un generale rinnovamento ecclesiale».

Infine una proposta che, se assunta dal nuovo arcivescovo, potrebbe costituire un modello di sinodalità, da esportare anche in altre diocesi. «All’inizio di questo nuovo episcopato – chiede Noi Siamo Chiesa – si organizzi subito per un necessario periodo di tempo (per esempio tre mesi) una consultazione collettiva e generalizzata (comprensiva di tutti i soggetti ecclesiali, clero, laici uomini e donne, religiosi, che siano anche in ascolto, quando necessario, delle altre confessioni cristiane e della stessa cultura laica) per individuare i principali problemi pastorali della diocesi e per indicare  proposte concrete, almeno iniziali e  provvisorie,  perché essi siano affrontati  al meglio. Il nuovo vescovo si faccia guidare e guidi questo possibile nuovo momento straordinario di riflessione prima di iniziare il suo episcopato».

Celebrazione collettiva per Giovanni Franzoni: «Ciao fratello, amico e compagno»

16 luglio 2017

“il manifesto”
16 luglio 2017

Luca Kocci

«Dal momento in cui si nasce, si vive e si muore ogni giorno. Se si vive bene si allontana la morte, anche se la vita si consuma. E si vive bene se si sta dalla parte degli oppressi».

Sono state le ultime parole pubbliche di Giovanni Franzoni, pronunciate domenica scorsa in quella che poi è stata la sua celebrazione eucaristica di commiato nella Comunità cristiana di base di San Paolo, dove ha percorso il proprio cammino di fede da quando, nel 1974, venne allontanato dalla basilica di San Paolo fuori le mura – di cui era abate – e poi sospeso a divinis per le sue scelte politiche troppo di sinistra per la Chiesa democristiana di quel tempo, fino al 13 luglio, giorno della sua morte. Le ricorda una donna della Cdb di San Paolo, durante il funerale di Franzoni, celebrato ieri mattina sotto un tendone del Centro anziani del Parco Schuster, accanto alla basilica, dove si sono ritrovate cinquecento persone per dare l’ultimo saluto a Franzoni, anzi a «Giovanni, fratello, amico e compagno», come viene ripetuto in numerosi interventi.

Un funerale secondo lo stile delle Comunità di base: una celebrazione collettiva, in cui si alternano letture bibliche ed evangeliche, parole tratte dai libri di Franzoni («la vita non è bella quando non ci si sente circondati da amore»), canti religiosi e laici, come Eppure il vento soffia ancora, di Pierangelo Bertoli, mentre si raccolgono le offerte da destinare ai palestinesi di Gaza e ai bambini di strada del Guatemala seguiti da Gerardo Lutte, un altro dei preti della stagione del dissenso cattolico; e come Gracias a la vida, di Violeta Parra, ricordando gli esuli cileni accolti nella comunità di San Paolo dopo di golpe di Pinochet del 1973.

Fra i presenti, oltre alle compagne e ai compagni di strada di Franzoni nella Cdb di San Paolo e nelle altre comunità di base – dall’Isolotto di Firenze al Cassano di Napoli –, anche gli scout, oggi 50-60enni, che ebbero come assistente Franzoni quando era ancora abate. Poi Mina Welby, che era qui anche dieci anni fa, quando in comunità venne celebrato quel funerale religioso che il card. Ruini negò a suo marito Piergiorgio. “Pezzi” di Chiesa cattolica romana, come il direttore della Caritas di Roma, mons. Enrico Feroci, e l’attuale abate della basilica di San Paolo, per «dare l’ultimo saluto a chi mi ha preceduto nella comunità benedettina». I redattori delle riviste con cui Franzoni ha collaborato, Confronti (erede di Com, fondata anche da Franzoni) e Adista. Rappresentanti e credenti in altre fedi: valdesi, metodisti, musulmani, perché «prima di essere ebrei, cristiani, musulmani o atei siamo esseri umani», dice l’imam dei palestinesi di Roma.

Molti prendono la parola. Il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, legge il messaggio di mons. Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, presente al Concilio Vaticano II insieme a Franzoni e anch’egli fra i protagonisti del dialogo fra cattolici e comunisti negli anni ’70-’80: «le sue prese di posizione sulla Chiesa dei poveri e sul dialogo con i comunisti sembrano appartenenti al passato», scrive Bettazzi, ma gli resta «il merito di una profezia sulla Chiesa dei poveri, sull’ecologia, sulla nonviolenza e la pace, perseguita con sincerità, con coraggio e con la coscienza di una fede sincera». «Ha lasciato la sicurezza dei muri del convento per far parte di una comunità che si è messa in cammino, senza pecore o sudditi», ricordano altri. «Papa Francesco ha chiesto perdono ai valdesi per le persecuzioni inflitte loro nei secoli scorsi, mi piacerebbe che ora lo facesse anche nei confronti di Franzoni e dei suoi compagni», suggerisce Marco Davite, caporedattore della trasmissione Rai Protestantesimo. «Vedo Giovanni in questa cassa e mi chiedo: come è possibile rinchiudere i suoi pensieri lì dentro?», domanda Margherita, una donna della Cdb di San Paolo.

Poi la bara, poggiata in terra e “accerchiata” dai giovani della comunità davanti ad un tavolo-altare rivestito della con la bandiera della pace, viene sollevata e portata fuori, fra gli applausi di tutti e la commozione di molti. «Ciao fratello, amico, compagno Giovanni Franzoni».

Che succede a Mosul? I preti di Pax Christi sulla “guerra dimenticata” in Iraq

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Il grido di dolore di Mosul, l’antica Ninive, «la città percorsa dal profeta Giona “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”». Lo rilanciano in una lettera aperte don Renato Sacco (parroco della Diocesi di Novara e coordinatore nazionale di Pax Christi) e don Fabio Corazzina (parroco della Diocesi di Brescia, anni fa anche lui coordinatore nazionale di Pax Christi) che a Mosul e in Iraq sono stati decine di volte. «Ci siamo stati tante volte», ricordano i due preti di Pax Christi. «Prima, durante e dopo la guerra di liberazione dalla dittatura. Siamo stati accolti in molte case, abbiamo condiviso la mensa e la Messa, nella parrocchia del Perpetuo Soccorso, con il parroco Louis Sako, ora Patriarca Caldeo a Baghdad. Abbiamo incontrato lì a Mosul, in mezzo alla sua gente, il vescovo Faraj Rahho, poi rapito e ucciso il 13 marzo 2008. Ci siamo stati anche nel giugno 2003, quando Bush aveva detto che ormai la guerra era finita. Ci siamo ritornati nel novembre dello stesso anno per l’ordinazione episcopale dell’amico Louis Sako. Erano i giorni della strage di Nassiriya. Dopo quegli anni Mosul, come tutto l’Iraq non interessò molto all’Occidente, se non per i propri interessi economici e militari».

Quindi, scrivono, «Mosul è una città che abbiamo nel cuore», scrivono i due preti. «Non riusciamo a pensare al dolore, alla tragedia che hanno vissuto gli abitanti di quella città durante la dittatura di Saddam e la seguente “liberazione” o esportazione della democrazia, poi sotto la folle oppressione dell’Isis e ora mentre è in corso una nuova guerra per liberare la città. Cosa sta succedendo a tutte quelle persone, al di là delle notizie abbastanza trionfalistiche tipiche dei bollettini di guerra?». Difficile saperlo con precisione, perché «l’Iraq è uscito dall’attenzione dei media internazionali. I riflettori, anche della politica e dell’opinione pubblica, erano puntati da altre parti. Eppure la realtà era tutt’altro che tranquilla, per niente in pace. Nei primi mesi del 2014 in Iraq venivano uccise circa mille persone al mese. Poi è arrivato l’Isis! Agli inizi del mese di giugno 2014 la grande città di Mosul viene occupata, e ai primi di agosto 2014, la grande fuga di centomila persone dai villaggi della Piana di Ninive».

E oggi? «In questi giorni – scrivono, avanzando dubbi, Sacco e Corazzina – pare che la città di Mosul venga riconquistata dall’esercito iracheno, cacciando definitivamente l’Isis. Noi vediamo solo immagini di distruzione, dolore, paura e disperazione. Ma tornerà presto, inesorabilmente, di nuovo il silenzio sulle persone sulle loro storie, imposto dai fasti della vittoria».

Quindi, si chiedono i due preti: «Come è stato possibile che Mosul cadesse così velocemente nelle mani dell’Isis? L’Isis non è nato dalla sera alla mattina, come la pianta di ricino per far ombra al profeta Giona. Chi lo ha sostenuto? Perché i grandi mezzi di informazione parlando di Mosul non denunciano anche le grandi collusioni dell’Occidente con l’Isis? Ancora oggi sappiamo che l’Arabia Saudita sostiene economicamente, ideologicamente e militarmente l’Isis: perchè l’Italia continua a vendere armi all’Arabia Saudita? Come le bombe della Rwm di Domusnovas in Sardegna (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 14 e 19/17). Siamo davvero convinti di voler combattere l’Isis? E perchè non è stato fatto prima? Quali gli interessi occidentali e anche Italiani ancora sul tavolo? Con la “Operazione Praesidium” l’Italia presidia la diga di Mosul: perchè? Come ha vissuto questi anni di occupazione Isis? Come ha tutelato le persone civili? Sull’operazione il silenzio è totale. Davvero ci interessa il bene comune, la vita degli Iracheni e in particolare delle minoranze?».

«Crediamo che l’invito del profeta Giona debba essere raccolto anche da noi – si conclude la lettera aperta di don Sacco e don Corazzina –: “Ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”. Se non cambiamo strada ci saranno altre Mosul, altri Isis, altri silenzi e nuovi eccidi di civili nella logica folle della guerra».