Archive for the ‘chiesa di base’ Category

Il Parlamento acceleri sul biotestamento. L’accorato appello di Michele Gesualdi, malato di Sla

18 novembre 2017

“Adista”
n. 39, 18 novembre 2017

Luca Kocci

«Mi chiamo Michele Gesualdi, vi scrivo per implorarvi di accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato, perché da tre anni sono stato colpito dalla malattia degenerativa Sla e alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto non potrebbe essere lontano».

Comincia così la lettera che Michele Gesualdi, il più noto degli allievi di don Lorenzo Milani a Barbiana (ma anche presidente della provincia di Firenze dal 1995 al 2004, prima di essere sostituito da Matteo Renzi), ha scritto ai presidenti di Senato a Camera – Piero Grasso e Laura Boldrini – e ai capi dei gruppi parlamentari di tutte le forze politiche per chiedere loro di approvare il più presto possibile il Disegno di legge sulla Dat (Dichiarazione anticipata di trattamento), ovvero il cosiddetto testamento biologico, già votato a Montecitorio nello scorso aprile (326 sì, 37 no, 4 astenuti) ma fermo da mesi a Palazzo Madama, e a rischio di decadere a causa dell’ormai prossimo scioglimento del Parlamento in vista delle elezioni politiche previste per la primavera 2018.

«La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile», scrive Gesualdi nella sua lettera terribile e appassionata. «Avanza, togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso: i movimenti dei muscoli, della lingua e della gola, che tolgono completamente la parola e la deglutizione, i muscoli per l’articolazione delle gambe e delle braccia, quelli per il movimento della testa, e respiratori e tutti gli altri. Alla fine rimane uno scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo, insieme alle le sue finestrelle, cioè gli occhi, che possono comunicare luce ed ombre, sofferenza, rammarico per gli errori fatti nella vita, gioia e riconoscenza per l’affetto e la cura di chi ti circonda. Se accettassi i due interventi invasivi (la tracheotomia, per le crisi respiratorie, e la Peg, gastrotomia endoscopica percutanea, per le difficoltà a deglutire, n.d.r.), mi ritroverei uno scheletro di gesso con due tubi, uno infilato in gola con attaccato un compressore d’aria per muovere i polmoni e uno nello stomaco attraverso il quale iniettare pappine alimentari».

Sollecitato dai familiari, Gesualdi ha accettato la Peg («quando mia moglie e i miei figli mi hanno visto ridotto ad uno scheletro dovuto alla difficoltà di deglutire, mi hanno implorato di accettare almeno l’intervento allo stomaco per essere alimentato artificialmente, perché sarebbe stato un dono anche un solo giorno in più che restavo con loro. Questo mi ha messo in crisi e ho ceduto anche per sdebitarmi un po’ nei loro confronti»), ma non vuole andare oltre: «ho scritto la mia decisione, chiedendo a mia moglie (anche lei una ex allieva di Barbiana, n.d.r.) di mostrarla ai medici affinché rispettino la mia volontà».

I motivi del suo rifiuto sono chiari. Non si tratta, spiega, di «interventi curativi, ma solo finalizzati a ritardare di qualche giorno o qualche settimana l’irreparabile, che per il malato, significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza». Sostenuti anche da ragioni di fede, anche se in molti, nel mondo cattolico, si oppongono fermamente al testamento biologico. «C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita – scrive Gesualdi –. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata, quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione». Tanto più che, aggiunge, «come tutti i malati terminali, negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio, e talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetuate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà».

«Per l’insieme di questi motivi – conclude la sua lettera Michele Gesualdi – sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire la eutanasia, ma solo di lasciare libero, l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro. La rapida approvazione delle legge sarebbe un atto di rispetto e di civiltà che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie».

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Allontanato dal catechismo perché disabile? Il caso in una parrocchia di Bari

30 ottobre 2017

“Adista”
n. 37, 28 ottobre 2017

Luca Kocci

Un bambino disabile viene allontanato dal catechismo e dalla messa domenicale perché è affetto da un lieve difetto cognitivo e da un deficit comportamentale, fa confusione, e quindi disturba gli altri bambini. Succede a Bari, nella parrocchia di Santa Croce. Ma il parroco, don Vito Marziliano, si difende: si è trattato di un equivoco.

La cronaca, che traiamo volutamente da Avvenire, quotidiano della Conferenza episcopale, racconta la vicenda in cui si confrontano, o scontrano, due versioni contrastanti. «Il racconto della donna è circostanziato», si legge su Avvenire (14/10). «Per due volte, la seconda in compagnia di un’amica, avrebbe chiesto al parroco di iscrivere il figlio di 10 anni, disabile, al catechismo e di poter seguire la Messa. Ricevendo altrettanti rifiuti perché “la presenza del piccolo non avrebbe permesso agli altri bambini di seguire la celebrazione in quanto il parroco non ha esperienza con questi soggetti”. La donna non molla: “Ho sempre assicurato che il bambino avrebbe avuto sempre l’assistenza di un’educatrice”. Poi il sacerdote le avrebbe chiesto se l’educatrice sarebbe riuscita a far capire al figlio il messaggio cristiano e se tra le necessità del bambino ci fossero quelle di alzare la voce o di alzarsi spesso. “Perché in questo caso sarebbe stato difficile farlo partecipare anche alla Messa”. Il racconto della donna continua: “Don Vito mi ha detto che dopo tanti anni è finalmente riuscito a costruire un numeroso gruppo di bambini: la presenza di mio figlio durante la funzione domenicale li avrebbe disturbati”. La notizia fa il giro della comunità. La mamma incalza: “A chi ha chiesto spiegazioni su questo atteggiamento, è stato risposto che la parrocchia non è una scuola di calcetto. Io voglio solo che su certi temi sia fatta informazione”».

La replica della parrocchia arriva per iscritto: «È noto il rinnovato impegno che la nostra comunità parrocchiale profonde nell’attenzione e nella cura per la preparazione dei bambini ai sacramenti, con la partecipazione e la collaborazione delle famiglie», scrive il parroco. «Nel caso concreto si è data piena adesione alla richiesta di preparazione del piccolo, pur essendo appartenente ad altra parrocchia, e nessuno ha voluto respingerlo o negargli i Sacramenti: appreso della particolare disabilità di cui questi è portatore, ci si è limitati (doverosamente, anche e soprattutto nell’interesse del minore) a richiedere una particolare collaborazione alla famiglia, chiedendo anche di fornire delle linee guida comportamentali da tenere in caso di manifestazioni acute (linee che soltanto la famiglia può fornire): lo spirito di tale richiesta è stato probabilmente equivocato».

Equivoco o meno, certo è che qualcosa è accaduto e che la mamma del bambino disabile in un modo o nell’altro non si è sentita pienamente accolta dal parroco.

Sulla vicenda ha scritto una appassionata e immaginifica lettera aperta Saverio Tommasi, videomaker, giornalista e scrittore fiorentino. «Se Dio c’è, caro don Vito, io non penso che ti fulminerà. Anzi, quando morirai ti porterà in Paradiso perché Lui è Dio e perdona tutti», scrive Tommasi. «Se Dio c’è, caro don Vito, ti farà sedere su una nuvola un po’ distante dagli altri, che siano lontani sì, ma abbastanza vicini perché tu possa pensare “perché io me ne devo stare qui da solo su una nuvola”. Se Dio c’è, caro don Vito, la nuvola su cui ti avrà fatto sedere sarà gonfia di pioggia, così che tu stando seduto ti bagni il culo e ti venga un raffreddore forte forte forte che tanto sei già morto, cosa vuoi che possa succederti peggio di così. Se Dio c’è, caro don Vito, con l’umido che prenderai ti farai degli starnuti così grandi che ogni volta che farai “etciù”, circa tre volte al minuto, ti usciranno duecentocinquanta grammi di moccio dal naso e tu non avrai nessun fazzoletto in tasca, e allora lo chiederai a Dio, che ne avrà una dozzina perché lui è Dio e ha tutto, che ti guarderà e ti dirà: “Bisogna vedere, caro don Vito, ci ho messo tanto a creare un gruppo affiatato qui in Paradiso, tutti senza raffreddore, non vorrei che dandoti questo fazzoletto tu portassi il raffreddore agli altri, poi la situazione diventerebbe ingestibile, non è per cattiveria” che è più o meno quello che tu hai risposto alla mamma di Giacomino quando lei voleva iscriverlo a catechismo»

Un giorno, prosegue la lettera in forma di storia, in Paradiso arriverà anche Giacomino (il nome di fantasia scelto da Tommasi per il bambino disabile, n.d.r.) e si avvicinerà a don Vito: «“Ehi, don, fa umido da queste parti. A star qui il raffreddore non ti passerà mai, vieni di là con noi”. E tu don Vito ti vergognerai così tanto che vorrai scavarti una buca su una nuvola per seppellirti da risorto», «seguirai Giacomino», «passerai davanti a Dio, che ti darà uno scappellotto fra capo e collo assestato al millimetro, perché Dio quando fa le cose le fa precise, «tu lo guarderai e gli dirai: “Ma come, proprio Lei, signor Dio”. E Lui, sorridendo: “Non sai da quant’era che aspettavo questo momento”. Poi Giacomino ti porterà insieme agli altri, te li presenterà, ometterà la storia indegna che gli hai fatto vivere sulla Terra, e diventerete amici».

La Chiesa italiana si mobiliti per il disarmo nucleare. Cattolici scrivono al card. Bassetti

23 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

La Conferenza episcopale italiana chiami i cattolici alla mobilitazione in favore del Trattato sul divieto delle armi nucleari approvato a luglio dall’Assemblea generale dell’Onu (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/17). Lo chiedono decine di cattolici – molti laici ma anche diversi preti e religiosi – che hanno firmato una lettera indirizzata al card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, promossa dal movimento Noi Siamo Chiesa, su una «una questione che interpella nel profondo la nostra coscienza cristiana».

«Sull’umanità tutta, dopo Hiroshima e Nagasaki, incombe il rischio della catastrofe nucleare», si legge nella lettera. Un rischio mai superato, che anzi sta progressivamente generando «assuefazione, passività, e, quasi, dimenticanza». Eppure, «pur non divenendo movimenti di massa, combattive iniziative di contrasto sono continuate in tutto il mondo negli anni, soprattutto da parte di organizzazioni pacifiste e della società civile», a cui si sono uniti anche molti Stati – quelli liberi da armi nucleari – per «pretendere quello che il buonsenso e la ragionevolezza chiedono, cioè la cancellazione dalla storia dell’umanità di questo incubo». Ma la marcia dell’umanità, prosegue la lettera, va in un’altra direzione: «La progressiva riduzione e successiva eliminazione delle armi nucleari, pur prevista dall’art. 6 del Trattato di non proliferazione del 1968, non è quasi mai iniziata. Al contrario, dopo una ben modesta riduzione negli anni ‘90, assistiamo ora a una modernizzazione di queste armi che aumenta la loro potenza nel contesto di un aggravamento continuo delle tensioni di ogni tipo nelle relazioni internazionali».

Il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio 2017 con il voto favorevole di 122 Paesi è allora un’importante novità, che potrebbe rilanciare la battaglia anti-atomiche. Prevede infatti l’avvio di «trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare» e vieta la «minaccia d’uso» delle armi atomiche, bocciando così la logica della deterrenza, cioè l’equilibrio del terrore». Ma perché sia giuridicamente vincolante ha bisogno della ratifica di almeno 50 Stati. L’Italia – che detiene armi nucleari, benché di proprietà Usa, nella basi di Ghedi (Bs) e Aviano (Pn) –, denuncia la lettera a Bassetti, non l’ha votato, «senza dare spiegazioni di qualche minima credibilità», ma evidentemente allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici. I grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, e il Parlamento ne ha discusso, «con inaccettabile ritardo, alla fine di luglio in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse veramente la sua posizione».

«La logica e il potere delle strutture militari fanno ogni resistenza a questo Trattato», che invece – si legge nella lettera – ha incassato il sostegno convinto di papa Francesco, il quale, fra l’altro, ha scritto alla presidente della Conferenza Onu in cui si è discusso del Trattato, Elayne Whyte Gòmez: «Mi auguro che questo Trattato – ha affermato il papa – possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata». E poi, il 26 luglio, Giornata mondiale dell’Onu per il disarmo nucleare, ha ribadito su twitter: «Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte».

Anche per questo, Noi Siamo Chiesa ha promosso la lettera a Bassetti: «A partire dalla nostra fede – si legge –, ci sentiamo coinvolti in una questione che attiene al senso stesso della nostra civiltà. Che fare? Abbiamo pensato che le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostri movimenti debbano diventare più consapevoli e poi mobilitarsi perché il nostro Paese non sia più assente. Si tratta di una mobilitazione che può essere condivisa da tutti nel nostro mondo cattolico, può contribuire molto a creare una nuova generale consapevolezza dell’opinione pubblica, coinvolgendo credenti e non credenti e superando gli schieramenti politici. L’obiettivo concreto e immediato è quello di ottenere che la nostra Repubblica, quella dell’articolo11 della Costituzione, partecipi a questo tentativo sulla strada della pace, anzitutto aderendo al Trattato e diventando anche, in tal modo, punto di riferimento per altri paesi in una condizione analoga alla nostra di oggi». Quindi l’appello finale al presidente della Cei: « Caro card. Bassetti, da lei e dai vescovi speriamo e attendiamo un contributo decisivo per un vero movimento d’opinione nel senso che abbiamo proposto. Lo chiede la nostra coscienza che si ispira all’Evangelo».

Il papa sbarca sul quotidiano comunista: “il manifesto” pubblica i discorsi ai movimenti popolari

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

I tre Incontri mondiali dei movimenti popolari con papa Francesco (del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016) diventano un libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie (Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore di Adista, pp. 176, euro 12) e che dal 5 ottobre, per due settimane, esce in abbinamento con il manifesto.

A spiegare il senso dell’operazione – che ha creato più scompiglio a sinistra, fra i lettori del manifesto, che a destra – è Luciana Castellina, fra i fondatori del «quotidiano comunista». «Le parole del papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo», scriveva il giorno prima dell’uscita del libro. «Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica. Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subìre». Quindi, prosegue Castellina – che richiama il Concilio Vaticano II («una straordinaria porta spalancata su un pensiero cristiano fino ad allora per i più inimmaginabile. Colpì anche noi comunisti che del Vaticano, e non senza ragioni, eravamo abituati a sospettare») e la Teologia della liberazione –, «se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per  strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori». E Norma Rangeri, direttrice del manifesto, intervistata (5/10) dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: «A noi spiazzare piace. Nasciamo con questo spirito, per la nostra critica ai regimi dell’Est che ci portò fuori dal Pci. Questi tre discorsi ci sono parsi quasi come un’enciclica, una nuova Rerum Novarum, riguardo al rapporto fra etica e politica». «Con questo – prosegue – non è che vogliamo “sposare” la Chiesa, ci sono ancora tanti aspetti che ci dividono, sul piano dei diritti civili, della morale».

Che quei tre incontri – di cui Adista ha dato ampio conto (v. Adista Notizie nn. 38 e 39/14 e Adista Documenti n. 40/14; Adista Notizie n. 26/15;  Adista Notizie n. 40/16; Adista Documenti n. 41/16 ) – siano stati particolarmente significativi è un dato di fatto. I rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali riconducibili alla vasta area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle fabbriche recuperate, dall’Alleanza globale dei riciclatori a Via Campesina, dai metallurgici della United Steelworkers al Centro sociale Leoncavallo – hanno oltrepassato le mura leonine e si sono ritrovati nel cuore del Vaticano (nell’aula vecchia del Sinodo la prima volta e nell’aula Paolo VI la terza) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da papa Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro). «Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», furono i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito.

Come talvolta succede, la verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Francesco che con essi – insieme anche alla esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e all’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, valorizzando soprattutto il protagonismo dei movimenti popolari; ma non hanno costituito la fondazione di una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della Liberazione, che anzi ha contribuito a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

A questo scopo, il volume pubblicato da Ponte alle Grazie è di grande utilità. Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari (contestualizzati e analizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, i grandi nodi del lavoro, della casa, della pace e dei cambiamenti climatici il primo, la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, le migrazioni, la politica, con un forte appello ai movimenti popolari a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

Con questi incontri è stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de Trabajadores de la Economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem Terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ad agosto 2016 diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa, in un’ottica di “affrancamento” da parte dei movimeni) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata nella postfazione, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

Terra, casa, lavoro. Un progetto politico con al centro gli esclusi

5 ottobre 2017

“il manifesto”
5 ottobre 2017

Luca Kocci

I futuri storici della Chiesa e del papato, ma forse anche quelli della società, non potranno ignorare le date del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016, quando, convocati da papa Francesco, si sono svolti i tre Incontri mondiali dei movimenti popolari (Emmp, Encuentro mundial de movimientos populares).

Rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali dell’area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle “fabbriche recuperate”, da Via Campesina ai metallurgici della United Steelworkers, fino al Centro sociale Leoncavallo – hanno varcato le mura leonine e si sono ritrovati in Vaticano (primo e terzo incontro) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro).

«Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito. La verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Bergoglio che con essi – e con l’esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e l’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa, valorizzando il protagonismo dei movimenti popolari; ma non è nata una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della liberazione, che anzi ha collaborato a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

È allora di grande utilità il volume, “firmato” papa Francesco, Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari (prefazione di Gianni La Bella, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore del nostro giornale), edito da Ponte alle Grazie (pp. 176, euro 12), da oggi, e per due settimane, in abbinamento con il manifesto (10 euro + il prezzo del quotidiano). Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti (contestualizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, la pace e i cambiamenti climatici il primo; la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, il lavoro e la casa come diritti umani fondamentali il secondo; i muri, le migrazioni e la politica, con un forte appello a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

È stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de trabajadores de la economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp, insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, poi diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

Verso gli altari don Primo Mazzolari, «tromba dello Spirito Santo»

30 settembre 2017

“Adista”
n. 33, 30 settembre 2017

Luca Kocci

Ha preso ufficialmente il via il processo di canonizzazione di don Primo Mazzolari. Lo scorso 8 settembre il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, ha firmato il decreto («Io Antonio Napolioni (…) convinto del fondamento solido della causa e che non esistono ostacoli perentori contro la stessa, come consta dal nihil obstat della Congregazione delle Cause dei Santi del 26 marzo 2015 (…), in virtù delle mie facoltà ordinarie: decreto l’introduzione della causa di Canonizzazione del servo di Dio don Primo Mazzolari ed ordino che si apra il processo sulla vita, virtù e fama di santità»); e il 18 settembre i membri del Tribunale diocesano hanno prestato giuramento in cattedrale.

Nato a Cremona nel 1890, ordinato presbitero nel 1912, conquistato alla causa dell’interventismo democratico, Mazzolari nel 1915 si arruolò come volontario nella prima guerra mondiale e poi divenne cappellano militare. Ma, concluso il conflitto, rinnegò profondamente quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante la guerra. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze».

Parroco prima a Cicognara (1921-1932) e poi a Bozzolo (fino alla sua morte, nel 1959), fu un antifascista militante: nel 1925 fu denunciato dai fascisti per essersi rifiutato di cantare il Te Deum dopo il fallito attentato a Mussolini da parte di Tito Zaniboni; e nell’agosto del 1931 i fascisti gli spararono tre colpi di rivoltella che tuttavia non lo colpirono. Poi partecipò attivamente alla Resistenza, fu arrestato e poi entrò in clandestinità, fino alla Liberazione del 25 aprile 1945. Credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nel 1949 fondò il quindicinale Adesso, del quale fu direttore, attirando su di sé le censure delle gerarchie ecclesiastiche, che ordinarono la chiusura del giornale e imposero a Mazzolari varie restrizioni: divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione e di pubblicare articoli senza una preventiva revisione dell’autorità ecclesiastica. Convinto nonviolento, nel 1955 pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica – che comunque ordinerà di ritirare il libro –, che contiene un duro attacco alla dottrina della guerra giusta.

Sempre messo ai margini, ottenne un “risarcimento” poco prima di morire e poi post mortem: nel novembre del 1957 l’allora arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, lo chiamò a predicare nella propria diocesi; nel febbraio del 1959 Giovanni XXIII lo ricevette in udienza privata e lo salutò pubblicamente chiamandolo «tromba dello Spirito Santo in terra mantovana». Nello scorso mese di giugno papa Francesco si è recato in pellegrinaggio a Bozzolo per pregare sulla sua tomba (e poi a Barbiana su quella di don Lorenzo Milani). Anche per questo il cammino verso la canonizzazione (postulatore è don Bruno Bignami (storico e presidente della Fondazione Mazzolari) pare in discesa.

Brindisi: attacchi e solidarietà al parroco che sostiene l’accoglienza dei migranti

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre

Luca Kocci

Il parroco prende posizione a favore dei diritti dei migranti e dei senza casa; un comitato di quartiere, sostenuto anche da alcuni esponenti politici della destra locale, lo contesta pubblicamente; gli altri parroci della città e i cattolici di base si schierano a sostegno del parroco.

Succede a Brindisi, dove il Comitato dei cittadini del rione Paradiso protesta contro l’ipotesi (non confermata dal commissario prefettizio che da tre mesi amministra la città) di realizzare nel quartiere una tendopoli per i migranti, oggi ospitati in un dormitorio in pessime condizione. Ma il parroco di San Nicola, don Cosimo Zecca, non ci sta: non sostiene l’azione del Comitato e anzi dichiara che «la mia chiesa e questa comunità parrocchiale sono aperte a tutti, senza discriminazioni e cercano di vivere il Vangelo che non a caso ha detto: “ero forestiero e mi avete ospitato”. Quando mi si rimprovera che faccio politica, dico: certo, se la politica vuol dire dal termine polis, interessarsi della città». Allora il Comitato organizza una nuova manifestazione contro lo stesso parroco – un presidio sul sagrato della chiesa, durante una messa vespertina di fine agosto –, reo di non aderire alle proteste anti-tendopoli e anzi di predicare l’accoglienza evangelica. «Don Zecca si sta schierando, quando il suo compito da uomo di Chiesa dovrebbe essere quello di riportare il tutto nei giusti binari, con il dialogo e con il confronto», si legge in un comunicato del Comitato dello scorso 4 settembre. «Don Cosimo dovrebbe fare da collante tra i suoi fedeli e non già creare ulteriore astio e divisione».

Ma con don Zecca si schierano anche tutti i parroci di Brindisi, che esprimono «la più profonda solidarietà al nostro confratello don Cosimo Zecca, reo, secondo alcuni, di aver predicato con franchezza il Vangelo del rispetto e dell’accoglienza degli ultimi». Scrivono i parroci: «Constatiamo, nella nostra città e all’interno delle nostre comunità parrocchiali, un diffuso e crescente senso di frustrazione, dovuto, sostanzialmente, a complesse problematiche attribuibili al degrado sociale e alla mancanza di lavoro. Ci duole che alcuni fanno leva su tale malessere per istigare i cittadini a mettere in atto rabbiose manifestazioni di protesta gratuita e provocatoria, a volte anche nei confronti di chi fa solo il proprio dovere, individuando nel luogo comune della paura del diverso il capro espiatorio di ogni malessere collettivo. Non è certamente questa la strada da percorrere, se si vuole venir fuori dai problemi che ristagnano da anni e che hanno bisogno di ben altre soluzioni, pacifiche, condivise e ponderate, le quali devono andare necessariamente nella direzione di serie politiche di convivenza civile e di integrazione sociale». Inoltre, aggiungono i parroci, «troviamo alquanto ingeneroso e offensivo scagliarsi contro le parrocchie e i preti, i quali sovente non si sentono sostenuti nel loro svolgere, nel tessuto connettivo della città, un’opera preziosa di promozione umana, prima che di evangelizzazione, supplendo non di rado a carenze amministrative, organizzando, per così dire, la speranza della gente». Ma non senza una qualche autocritica: «Quanto accaduto ci fa interrogare sulla qualità e l’efficacia del nostro lavoro pastorale. Perciò, a quanti frequentano i nostri itinerari di fede o le nostre assemblee domenicali, ricordiamo che necessariamente dobbiamo sforzarci di incarnare in una fattiva e quotidiana prassi di carità quanto abbiamo ascoltato e pregato. Del resto su questo, e non altro, saremo dal Signore giudicati: “…ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). In un mondo indifferente e spesso sordo ai richiami dei più poveri, questo deve marcare la  “differenza” cristiana». E, se è doveroso che la politica svolga la propria parte mettendo a punto “schemi alternativi ad una migrazione massiccia e incontrollata” e se è giusto che essa si prodighi affinché siano evitati “disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra coloro che accolgono” – i parroci richiamano il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – non dimentichiamo, almeno noi, (le parole del card. Parolin al meeting di Comnione e Liberazione a Rimini, all’indomani dello sgombero dei migranti da piazza Indipendenza a Roma, n.d.r.) che queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

Con don Zecca anche i cattolici di base brindisini del gruppo “Manifesto 4 ottobre” che «esprime solidarietà a don Cosimo e alla comunità parrocchiale di San Nicola e respinge il tentativo di confinare la testimonianza del Vangelo nella pratica di riti e nel rispetto esteriore di precetti al di fuori della storia e dei suoi conflitti. I cristiani stanno dalla parte dei più deboli e degli sfruttati e non comprendono cosa significhi salvare le anime senza salvare l’intera persona dall’ingiustizia. Il Vangelo non propone una “salvezza dell’anima” mentre gli uomini e le donne sono fatti oggetto di soprusi da parte di profittatori e di mafie». Conclude il gruppo: «Molti stranieri poveri a Brindisi vivono già nei diversi quartieri, pagano l’affitto a volte di case fatiscenti, o vivono nelle botteghe di alcuni artigiani o nelle campagne dove lavorano. La paura che si spostino al Paradiso nasce dalla mancanza di conoscenza della realtà. Il quartiere Paradiso ha ben altri problemi: una mortalità generale più alta dell’intera città dovuta alla povertà della sua popolazione, la mancanza di servizi essenziali, vandalismo, bullismo, spaccio di droga, un degrado urbanistico che incide sulla condizione psicosociale di molte persone. Per questo esprimiamo piena solidarietà alla Comunità Parrocchiale di San Nicola ed al suo parroco perché crede e opera per una società più giusta in coerenza col Vangelo».

 

C’è una mano “nera” dietro ai furti della Comunità delle Piagge?

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre 2017

Luca Kocci

Nuovo furto alla comunità delle Piagge di Firenze, la comunità cristiana di base animata da don Alessandro Santoro. Nella notte dello scorso 31 agosto, i “soliti ignoti” hanno forzato e danneggiato il portone del magazzino della cooperativa sociale Il Cerro (una delle attività nate all’interno della Comunità) e rubato buona parte delle attrezzature delle attività di giardinaggio e riciclaggio del ferro, che danno lavoro ad alcune persone del quartiere, oltre che allo stesso don Santoro. E tutto avviene pochi giorni dopo la forte presa di posizione della Comunità e di don Santoro in sostegno di don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro (Pistoia) fatto oggetto degli attacchi fascisti di Forza nuova e razzisti per il suo impegno accanto ai migranti (v. Adista Notizie n. 30/17).

Al di là del valore materiale del furto – le perdite ammontano a circa 3.500 euro, una cifra ingente per i bilanci della cooperativa – «il danno più grosso è però sicuramente quello morale», spiegano dalla Comunità. «Le persone che lavorano all’interno della cooperativa – proseguono – hanno ricevuto un colpo molto duro. Abbiamo sentito in loro, rabbia, delusione, amarezza e sconforto. Non si spiegano le ragioni dell’accaduto, soprattutto nella forma “pesante” con cui è avvenuto. La motivazione di questo atto violento è purtroppo ancora una volta quella di andare a colpire le attività della Comunità tutta a pochi giorni, era solo domenica scorsa, dalla presa di posizione pubblica a difesa di Don Biancalani di Vicofaro: offeso e oltraggiato da persone pervase dalla stessa cultura razzista e fascista che serpeggia nelle nostre città e nei nostri quartieri. Coloro che hanno materialmente colpito la Comunità e la cooperativa sociale di lavoro sono sicuramente dei balordi con disagio sociale, ma le teste che manovrano e muovono queste persone sono altre… Ne siamo certi».

Non è la prima volta che la Comunità delle Piagge è bersaglio di furti e danneggiamenti. Nel maggio 2014, per esempio, venne incendiato il furgone utilizzato sempre dalla cooperativa Il Cerro (v. Adista Notizie n. 19/14); e nel marzo 2009, in un raid neofascista, vennero rubati degli oggetti, danneggiato il salone della Comunità dove venne anche abbandonato sul pavimento un manganello con alcune scritte inneggianti a Mussolini e al fascismo (v. Adista Notizie n. 37/09).

«Domenica abbiamo espresso la nostra posizione sulla vicenda di Don Biancalani – spiega don Santoro –, cercando di far comprendere il senso e l’importanza di questo impegno sull’accoglienza, che è un dovere precipuo sia per chi è cittadino consapevole, sia per chi è credente e cristiano. E io penso che questo abbia avuto poi, in qualche modo, una risonanza dentro il nostro quartiere dove da un po’ di tempo, da sempre, ci sono frange e gruppi che si muovono in una direzione esattamente opposta a questa e che vorrebbero fare dell’ordine e la sicurezza la cosa più importante». La cosa preoccupante, prosegue, «è che questa cultura che si sta pian piano diffondendo mi sembra un po’ legittimata dalle varie politiche in Europa, in Italia, ma anche dalla poca consapevolezza e memoria storica delle persone, dalla poca lungimiranza e capacita di cogliere il senso di questa trasformazione. In periferia, dove magari il disagio sociale è più importante, ovviamente questo tipo di culture si innestano in maniera molto più prepotente e più forte, ed è più facile che questa miscela crei situazioni esplosive, difficili da gestire. Quindi anche noi facciamo i conti con questi meccanismi».

«Non vi chiediamo niente altro se non continuare con noi, insieme a noi, nel costruire giorno per giorno una cultura di pace, di accoglienza, di convivialità delle differenze, senza perdere la tenerezza, aiutandoci a resistere nonostante tutto», l’appello finale della Comunità. «Noi ci rimbocchiamo ancora una volta le maniche e riprendiamo il nostro lavoro quotidiano. Ognuno di voi continui ad essere amico, amica, compagno e compagna solidale di questa nostra esperienza».

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

«Il Vangelo non è buonismo, ma denuncia delle ingiustizie». Intervista a don Biancalani

7 settembre 2017

“Adista”
n. 30, 9 settembre 2017

Luca Kocci

Una messa domenicale con una grandissima partecipazione; il vicario generale della diocesi – inviato dal vescovo in segno di sostegno al parroco – sull’altare a concelebrare l’eucaristia; un gruppetto di una decina di neofascisti di Forza nuova, venuto a «controllare la cattolicità del parroco», entra in chiesa scortato dalla polizia ed esce alla chetichella da una porta secondaria. Si è conclusa così la vicenda di don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro, periferia di Pistoia, insultato su Facebook per aver pubblicato sul proprio profilo alcuna foto di una giornata trascorsa in piscina insieme ad alcuni ragazzi immigrati che ospita in parrocchia.

La vicenda esplode nei giorni di Ferragosto, quando don Biancalani pubblica le foto dei ragazzi – giovanissimi richiedenti asilo provenienti da Senegal, Gambia, Mali, Togo, Nigeria, Ciad e Costa d’Avorio – sorridenti in piscina, accompagnate da un messaggio: «E oggi… piscina!!! Loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!» (che parafrasa don Lorenzo Milani nella lettera ai cappellani militari: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri»).

Arrivano le prime reazioni positive e i primi commenti razzisti («Un ettolitro di acido muriatico in piscina»), fascisti («E gli italiani muoiono di fame… Viva il Dux») e sessisti («Ti piace la mazza nera»), fra cui – su Twitter – quello del leader leghista Matteo Salvini: «Questo Massimo Biancalani, prete anti-leghista, anti-fascista e anti-italiano, fa il parroco a Pistoia. Non è un fake! Buon bagnetto», che dà la stura a migliaia di commenti che insultano gli immigrati e attaccano don Biancalani.

Nei giorni successivi i soliti ignoti tagliano le gomme delle biciclette degli immigrati e, il 24 agosto, all’indomani della pubblicazione del messaggio di papa Francesco per la Giornata del migrante nel quale appoggia lo Ius soli, davanti al vescovado di Pistoia compare uno striscione anonimo: «Bergoglio facile fare lo Ius con i soli degli altri» (evidentemente ispirato dal «facile fare il frocio con il culo degli altri», tipico dello stile del sottobosco fascista che mescola volgarità, omofobia e razzismo). Quindi il coordinatore di Forza Toscana, Leonardo Cabras, e il segretario di Fn Pistoia, Claudio Cardillo, annunciano che la domenica successiva «i militanti forzanovisti» andranno a messa a Vicofaro «per vigilare sull’effettiva dottrina di don Biancalani».

A questo punto il vescovo di Pistoia, mons. Fausto Tardelli – tutt’altro che un «cattocomunista» – interviene in difesa del suo parroco: «Da quello che leggo si vorrebbe profanare l’Eucaristia con l’assurda motivazione di andare a controllare l’operato di un prete addirittura mentre celebra un Sacramento e facendo diventare la celebrazione eucaristica teatro di contese e di lotta», scrive in una nota, in cui annuncia anche la presenza del proprio vicario a messa accanto a don Biancalani.

A messa, domenica 27 agosto, ci sono centinaia di persone, molte arrivate anche da fuori parrocchia per mostrare la propria solidarietà a don Biancalani, oltre alle associazioni antirazziste e antifasciste e ai partiti della sinistra che, all’esterno, incoraggiano il parroco e fischiano i militanti di Forza nuova quando si presentano, in formazione militare, ma scortati dalla polizia. Don Biancalani li accoglie con una stretta di mano e poi, insieme al vicario generale della diocesi, celebra l’eucaristia. «È stato un modo per rasserenare gli animi, anche se il fatto mi sembra molto grave», spiega don Massimo ad Adista.

Qual è stata, secondo te, la miccia che ha fatto esplodere tutto?

«La fotografia dei ragazzi in piscina che sorridevano e apparivano felici. Una immagine che ha avuto una grandissima potenza, sebbene involontaria, perché ha rotto il luogo comune del migrante che deve essere straccione, poveraccio e anche delinquente. Invece quei ragazzi erano belli e sorridenti, e questo infastidisce, perché ormai l’immigrato è stato trasformato nel il capro espiatorio di tutti i mali sociali».

Poi c’è stato il tuo messaggio «loro sono la mia patria, i razzisti e i fascisti i miei nemici!». Anche questo ha dato fastidio.

«Certo! Ha dato noia al “cattolico della domenica”, al cattolico benpensante, che vive la fede e il cattolicesimo all’insegna del “volemose bene”. Ma il Vangelo non è questo, non è una melassa indistinta in cui tutto e tutti stanno bene. Chiede il riconoscimento dell’ingiustizia. E fascismo e razzismo sono la negazione del Vangelo e dell’essere umano. Del resto l’arcivescovo di Los Angeles, monsignor José Gomez, dopo i fatti di Charlottesville, ha detto che “nella Chiesa non c’è posto per il razzismo”. È stato più duro di me: io ai militanti di Forza nuova le porte della parrocchia le ho aperte!».

Hai ricevuto insulti ma anche una grande solidarietà, da parte delle persone e di molti uomini di Chiesa…

«Innanzitutto dal mio vescovo, che non mi ha lasciato solo, e da tutti i vescovi della Toscana, che hanno emesso una dichiarazione comune. Mi hanno contattato direttamente il cardinal Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Caritas italiana, e mons. Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, da sempre in prima fila per i diritti dei migranti. Poi mons. Virginio Colmegna, della Casa della carità di Milano, don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, don Andrea Bigalli di Libera Toscana e altri ancora. Poi molti miei parrocchiani, cattolici di base e tantissimi non credenti che mi hanno detto di essere atei ma di aver apprezzato molto la mia testimonianza».

Però i militanti di Forza nuova che sono venuti a messa a controllare la tua «ortodossia» si dicono cattolici?

«Sì, ed è una cosa che mi fa riflettere, anche se non è una stranezza, perché credo che ci siano dei legami più o meno organici fra cattolicesimo conservatore ed estrema destra politica. Ma questa è la negazione del Vangelo».

Oltre agli insulti dei “leoni da tastiera” di Facebook hai ricevuto minacce più serie?

«Sì, più di una. E infatti andrò a sporgere regolare denuncia. Anche per salvaguardare i ragazzi che, anche per mia responsabilità, sono stati investiti da questo ciclone. Ecco di questo un po’ mi pento, ma è anche vero che ho agito con grande semplicità e naturalezza».

E ora, passata la tempesta?

«E ora si va avanti, con ancora più forza e convinzione, grazie alla solidarietà dei tanti che mi infonde e ci infonde molto coraggio».