Archive for the ‘chiesa di base’ Category

I migranti? Accogliamoli a braccia aperte. Due preti palermitani scrivono a Salvini

17 giugno 2018

“Adista”
n. 22, 16 giugno 2018

Luca Kocci

«E se invece li accogliessimo a braccia aperte» non per carità ma come «opportunità» per la nostra società?

Parlano dei migranti don Cosimo Scordato (Comunità di san Francesco Saverio all’Albergheria) e don Franco Romano e si rivolgono direttamente al neo vice-premier e ministro degli Interni Matteo Salvini che, prima ancora di giurare davanti al capo dello Stato Sergio Mattarella, era già volato in Sicilia (il 3 giugno), a Pozzallo (Ragusa), per presidiare uno dei luoghi degli sbarchi dei migranti dall’Africa e rendere visibile il suo impegno – punto forte del programma elettorale della Lega – contro gli immigrati, per i quali ora, con lui al Viminale, sarebbe finita la «pacchia».

«Condividiamo con lei la preoccupazione che venga garantita la sicurezza della nostra società intensificando controlli che cerchino di individuare eventuali presenze di terrorismo o reti di sfruttamento dei bisogni altrui tra gli stessi immigrati», iniziano i due preti palermitani nella lettera-appello a Salvini. Condividiamo anche, proseguono, «l’urgenza di superare l’attuale situazione dei centri di accoglienza liberandoli dalle interferenze di organizzazioni criminali e politiche, che stanno sfruttando a loro beneficio risorse pubbliche offrendo pessimi servizi».

Tuttavia – e qui la lettera cambia contenuti e toni – «ci sembra un percorso più convincente quello di una politica che sappia volare alto trasformando in opportunità la situazione di emergenza». Scrivono i due preti: «Le tragedie che si consumano quasi quotidianamente nel mar Mediterraneo e che hanno come vittime bambini, donne, giovani in fuga dalle loro terre per motivi di guerre, malattie o persecuzioni, a tutt’oggi ci hanno trovato impreparati e di fatto continuiamo a considerare la loro venuta come un’azione di disturbo nei confronti del nostro assetto sociale». E se cambiassimo passo? «Se invece li accogliessimo a braccia aperte, non solo per alleviare la loro sofferenza e disperazione, ma anche considerando la loro venuta come un’opportunità di rinnovamento e di ringiovanimento della nostra società?».

È qui che bisogna far intervenire la capacità – anzi la «nobiltà», scrivono – della politica «che deve tentare di trasformare questa emergenza in una vera risorsa per la nostra società».

Sono due le proposte che Scordato e Romano avanzano. «La prima è relativa alle condizioni di tanti paesi in buona parte deserti, di tanti terreni in condizioni di abbandono, di tante spiagge sporche, di strade impraticabili. Perché – chiedono – non elaborare, in sinergia tra istituzioni, società civile e volontariato, progetti di inserimento che utilizzino veramente a beneficio degli immigrati i soldi della Comunità europea finora sprecati o accaparrati da criminali?» La seconda idea: «La ricerca di offerte di lavoro e di formazione prevista dall’agenzia del lavoro, che l’attuale governo ha intenzione di ristrutturare, potrebbe includere anche questi nostri fratelli extracomunitari sostenendo il loro inserimento con i contributi europei».

«Cose non facili – riconoscono i due preti palermitani – perché, come lei ha denunciato, si tratta di superare situazioni di interessi consolidati o anche semplicemente di inerzia burocratica; ma adesso vorremmo riscoprire la forza di una politica autentica che sappia essere forte contro i poteri forti e accondiscendente con popolazioni che ci stanno semplicemente tendendo la mano».

Speriamo, concludono Scordato e Romano con un piglio di ottimismo della volontà (su cui però rischia di prevalere il pessimismo della ragione), che «lei sappia raccogliere queste sollecitazioni e trasformarle in politica attiva».

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Filippo Gentiloni: una vita di impegno per la democrazia nella società e nella Chiesa

12 maggio 2018

“Adista”
n. 17, 12 maggio 2018

Luca Kocci

Da qualche anno, anche a causa delle sue non buone condizioni di salute, la sua firma non si vedeva più in giro, ma per oltre quarant’anni i suoi articoli sul manifesto, Com Nuovi Tempi (dal 1989 Confronti), Rocca – e anche Adista, di cui era amico e sulle cui pagine ogni tanto compariva – hanno aiutato a leggere il mondo ecclesiale e le realtà religiose. Si tratta di Filippo Gentiloni, morto lo scorso 30 aprile, all’età di 94 anni, nella sua casa romana dove viveva insieme alla moglie Rita.

Era nato a Roma nel 1924 e, ci teneva a ricordarlo, nonostante il cognome, non era discendente di Ottorino Gentiloni – il presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana che firmò il patto con Giovanni Giolitti nel 1912 –, appartenete ad un ramo genealogico diverso e separato. Da giovane era entrato nella Compagnia di Gesù ed era stato ordinato prete. Aveva ricoperto incarichi di responsabilità nella Compagnia: nel 1965 aveva partecipato – come delegato dei gesuiti italiani – alla Congregazione generale che elesse come preposito generale il progressista Pedro Arrupe ed era stato superiore del Collegio internazionale del Gesù, dove si formavano i giovani gesuiti provenienti da tutto il mondo). Contestualmente seguiva le Congregazioni mariane (i gruppi giovanili dei gesuiti, che oggi si chiamano Cvx, Comunità di vita cristiana) e gli studenti dell’Azione cattolica del Msac (Movimento studenti Azione cattolica) fra i quali conobbe un giovanissimo Sergio Mattarella ed insegnava religione religione cattolica al Visconti, il liceo dei figli della borghesia romana.

Proprio al Visconti conobbe Rita (figlia del grande poeta lucano Albino Pierro, per due volte candidato al premio Nobel per la letteratura) e poco dopo, alla fine degli anni ’60, lasciò i gesuiti, in modo “consensuale”, ottenendo la dimissione dallo stato clericale e la dispensa dai voti, così da potersi sposare in chiesa. Dal matrimonio nasceranno due figli, Francesco e Umberto, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma (mentre Paolo, attuale presidente del Consiglio, è suo nipote, figlio del fratello).

Uscito dalla Compagnia, iniziò ad insegnare filosofia e storia nei licei statali, prima in provincia, poi a Roma, all’Albertelli e soprattutto all’Augusto, nel quartiere Tuscolano, media periferia romana. Contemporaneamente cominciò la sua militanza ecclesiale e politica di base e la sua attività giornalistica e pubblicistica. Aderì alle Comunità cristiane di base (in particolare a Roma frequentava la comunità di San Paolo di via Ostiense, appena nata, nel 1973, subito dopo la cacciata dalla basilica di San Paolo fuori le mura dell’abate Giovanni Franzoni, morto l’estate scorsa, v. Adista Notizie n. 28/17) e al movimento dei Cristiani per socialismo, spesso tenne relazioni ai convegni e ai seminari nazionali di Cdb e Cps. Entrò nella redazione di Com (la rivista fondata dallo stesso Franzoni nel 1972 insieme ad alcuni religiosi dehoniani allontanati dal periodico Il Regno per le loro posizioni progressiste, v. Adista Notizie n. 28/15), diventatato Com Nuovi Tempi nel 1974 in seguito alla fusione con il periodico valdese Nuovi Tempi (e dal 1989 a tutt’oggi Confronti); e cominciò a collaborare con il manifesto – di cui frequentava anche il gruppo politico – e successivamente con Rocca, quindicinale della Pro civitate christiana di Assisi). Al suo attivo anche una decina di libri su vari temi, dalla politica (Oltre il dialogo cattolici e Pci. Le possibili intese tra passato e presente, Editori Riuniti, 1989) alle religioni (La violenza nella religione, Edizioni Gruppo Abele, 1991), dalla Chiesa cattolica (Povertà e potere, Gribaudi, 1969; Chiesa per gli altri. Esperienze delle Cdb italiane, insieme a Marcello Vigli, Com -Nuovi Tempi, 1985; Karol Wojtyla. Nel segno della contraddizione, Baldini&Castoldi, 1996), filosofici e teologici (La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità, insieme a Rossana Rossanda, Pratiche, 1996)

Profondamente credente e autenticamente laico, particolarmente attento alle realtà ecclesiali e politiche di base, Gentiloni è stato un osservatore acuto e puntuale di quello che stava accadendo nella Chiesa cattolica del post Concilio. Fra i primi ad accorgersi della fase di restaurazione che si stava aprendo con il pontificato di Giovanni Paolo II, è stato in grado di cogliere le profonde contraddizioni del wojtylismo, senza fare sconti ma senza scadere mai nell’aggressività o lasciarsi imprigionare da uno schematismo rigido e ottuso. Alla moglie Rita e ai figli Francesco e Umberto vanno le condoglianze del gruppo redazionale di Adista

Fratello, maestro di vita e di fede, laico rigoroso. La Chiesa di Base ricorda Filippo Gentiloni

12 maggio 2018

“Adista”
n. 17, 12 maggio 2018

Luca Kocci

A dare l’ultimo saluto a Filippo Gentiloni con il funerale che si è svolto lo scorso 1 maggio a Roma nella chiesa di Santa Maria in Domnica al Celio c’era anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che dell’allora gesuita era stato “discepolo” dal 1961 al 1964 nel Movimento studenti di Azione cattolica (Msac), di cui il futuro capo dello Stato era delegato degli studenti di Roma e Gentiloni assistente (v. notizia precedente).

A ricordare Gentiloni è stato soprattutto il mondo cattolico di base, in cui aveva militato e al quale aveva rivolto grandi attenzioni nella sua attività giornalistica e pubblicistica

«Ci ha lasciati il nostro carissimo Filippo Gentiloni», dicono la Comunità di base di San Paolo (che Gentiloni frequentava) e le Comunità di base italiane il un messaggio letto al termine della messa. «Tutti e tutte bene ricordiamo la testimonianza e l’impegno profusi per decenni all’interno della Comunità cristiana di base di san Paolo e, più in generale, nelle Comunità di base italiane, e poi nelle riviste Com-Nuovi Tempi e Confronti e in numerose pubblicazioni. Dati la sua competenza, la levatura intellettuale, il rigore morale, il linguaggio brillante, per chi ha avuto la fortuna di frequentarlo, o per chi lo ha conosciuto attraverso i suoi libri ed articoli, Filippo è stato un punto di riferimento importante per orientarsi, laicamente, nei problemi complessi della società e, per le persone impegnate in un ampio movimento di base al fine di contribuire ad un profondo rinnovamento evangelico della Chiesa, una fonte autorevole per discernere le vie da imboccare e le scelte più coerenti da compiere. Siamo stati insieme lunghi anni, come amici fraterni – ricordano le Cdb –; ma possiamo ben dire che molti e molte di noi consideravano Filippo un maestro: un maestro raro per competenza, affabilità, capacità di scrutare i segni dei tempi. L’eredità che ci lascia è importante: ora che egli è passato all’altra riva, dobbiamo tenerla cara, custodirla e, se riusciamo, svilupparla. Le speranze di rinnovamento sociale, politico ed ecclesiale che Filippo ha nutrito, in parte si sono attuate, in parte no. Nostro compito è continuare con instancabile fiducia il lavoro intrapreso dal nostro indimenticabile amico e compagno, sapendo che non ci verrà chiesto se tutti i nostri sogni si saranno avverati, ma, piuttosto, se abbiamo fatto con decisione la nostra parte, memori della parola di Gesù».

A ricordare Filippo Gentiloni anche il movimento Noi Siamo Chiesa. «Sono più unici che rari quanti, giunti a ruoli di assoluta importanza ed autorità nella Chiesa, hanno lasciato il circuito in cui si trovavano per immergersi nell’area del cristianesimo di base che in Italia ha avuto e ha nomi precisi, Comunità di base, Cristiani per il Socialismo ed ora Noi Siamo Chiesa oltre alla galassia dei gruppi e delle pubblicazioni omogenea a questi movimenti: Filippo Gentiloni è stato uno di questi, insieme a Giovanni Franzoni», si legge in una nota di Noi Siamo Chiesa. «Gesuita di grande autorevolezza è diventato in seguito consigliere ed elaboratore di analisi e suggeritore di percorsi all’interno di quella parte del popolo cristiano che ha sempre continuato a credere nel Concilio». Alcune caratteristiche, spiega Noi Siamo Chiesa, hanno contraddistinto il contributo di Gentiloni «alla nostra storia di credenti in cammino in una Chiesa dove non è facile stare: la permanente sua ricerca  con grande passione e sincerità , a partire dalla sua esperienza,  sulle grandi questioni “ultime” della spiritualità (senso della vita, che tipo di fede, morte, resurrezione..); la sua riflessione sulla laicità dell’agire del  cristiano nelle istituzioni pubbliche che deve separarlo  in modo critico dal potere ecclesiastico ma che non deve indulgere  a forme di laicismo rigido e inutile né ad alcuna sottovalutazione della concreta realtà del popolo cristiano; il suo contributo importante, il suo lascito più prezioso, a che la sinistra (collocazione politica che era la sua fino in fondo) cercasse di riflettere sul “fatto religioso” in modo approfondito e  senza vecchi ideologismi».

Il vescovo bacchetta don Biancalani: un dibattito sull’immigrazione è politica

9 maggio 2018

“Adista”
n. 16, 5 maggio 2018

Luca Kocci

«Disappunto» e «stupore»: è quello che ha espresso mons. Fausto Tardelli, vescovo di Pistoia, nei confronti dell’iniziativa che si è svolta lo scorso 21 aprile nella parrocchia di Vicofaro guidata da don Massimo Biancalani – dove sono ospitati circa ottanta giovani migranti africani –, ovvero un dibattito sull’immigrazione con l’ex presidentessa della Camera Laura Boldrini (ora deputata eletta nelle liste di Liberi e uguali) a partire dal suo ultimo libro La comunità possibile. Una nuova rotta per il futuro dell’Europa (Marsilio, pp. 144, euro 15).

L’incontro si è svolto all’interno della chiesa, mentre fuori i militanti di Forza Nuova e Casa Pound protestavano contro il parroco che hanno contestato già in passato (v. Adista Notizie n. 30 e 41/17; 13/18), e questo ha fatto irritare il vescovo. «Gli ambienti parrocchiali e tanto più le chiese, non possono essere utilizzati per manifestazioni, conferenze, dibattiti e incontri di carattere politico in senso stretto né in particolare organizzati da partiti politici o associazioni e movimenti ad essi afferenti», si legge nella nota della Curia di Pistota. «A quanto si apprende dagli organi di comunicazione – prosegue la nota –, in questi giorni, la sig.ra Laura Boldrini, non più presidente della Camera dei deputati ma esponente di spicco di un partito politico, ha tenuto una conferenza nella chiesa di Vicofaro, insieme ad altri rappresentanti politici. Mons. Vescovo esprime tutto il suo disappunto per l’accaduto e richiama i parroci alle loro responsabilità affinché cose del genere non abbiano a ripetersi, né a Vicofaro né in altre parrocchie della diocesi». L’accusa quindi è stata di fare politica in parrocchia. Un rimprovero che avrebbe avuto un qualche senso se l’incontro si fosse svolto prima delle elezioni, ma che adesso pare fuori luogo.

Ancora più fuori luogo è parsa la seconda parte della nota, in cui mons. Tardelli ha criticato le ricadute politico-sociali che l’esperienza “di frontiera” della parrocchia potrebbe assumerebbe, chiaramente al di là delle intenzioni di don Biancalani. «Con un certo stupore – si legge – ha appreso, inoltre, che dell’esperienza di don Biancalani si vorrebbe fare una specie di cavallo di battaglia per portare avanti un determinato progetto politico in Toscana. Mons. vescovo ricorda a tutti che l’esperienza di don Biancalani è una esperienza prettamente ecclesiale e come tale può certo fornire spunti per l’impegno di chi lo voglia, ma non può essere assimilata da progetti politici partitici. Lo stesso don Massimo, come prete diocesano, di questo è senz’altro consapevole». Il vescovo non cita le proprie fonti, peraltro piuttosto disinformate o volutamente disinformate. È quindi fin troppo evidente che le sollecitazioni ad intervenire gli siano arrivate da ambienti politici di destra (il sindaco di Pistoia è di Fratelli d’Italia ed è stato più volte critico nei confronti delle attività di accoglienza della parrocchia di Vicofaro), magari apparentemente cattolici, come per esempio l’ex consigliere provinciale Udc Marco Baldassarri, che ha detto di trovare «intollerabile che la chiesa di Vicofaro sia stata messa a disposizione dell’onorevole Boldrini per una manifestazione politica oltre tutto divisiva e di parte, che ha generato nuove tensioni in città. L’altare trasformato nel palco di un comizio è un atto sacrilego. Basta con le provocazioni travestite di buonismo! Credo che a questo punto un intervento risoluto del vescovo sia urgente e indispensabile». E l’intervento, infatti, è arrivato.

«In coscienza rifarei tutto quello che è stato fatto sabato scorso a Vicofaro in occasione dell’incontro con l’onorevole Laura Boldrini», la pacata replica di don Biancalani, affidata ad un lungo post su Facebook. «La curia – prosegue il parroco – è stata probabilmente male informata sulle intenzioni e il contenuto specifico dell’incontro, che per altro si è svolto nel contesto della massima serenità grazie all’impegno di tanti volontari, dei ragazzi e ragazze migranti e non per ultimo dalle forze dell’ordine. A nessuno è mai stato concesso (e non lo sarà mai) di organizzare a Vicofaro comizi o incontri di partito, pur rispettando, nella rispettiva autonomia dei propria ambiti, il lavoro delle forze sociali e politiche per il bene della paese. La politica non è una cosa sporca e la comunità ha il dovere di rimarcare, soprattutto in questo frangente storico, che come dice il magistero della Chiesa dal Concilio in poi fino a papa Francesco che “la politica è una delle forme più alte della carità” (Evangelii Gaudium). La curia è stata probabilmente male informata soprattutto da coloro che da destra e da sinistra, piuttosto che da dentro la chiesa non gradiscono il nostro modello di accoglienza che si ispira all’immagine di papa Francesco di “chiesa ospedale da campo” definendoci “difensori degli spacciatori” e di ogni sorta di malviventi o più finemente, ma non meno pregiudiziale, di non essere “professionali”».

Laura Boldrini, si legge ancora nella nota del parroco, «inizialmente sarebbe dovuta venire a Vicofaro anche in qualità di presidente della Camera ma poi con l’avvicinarsi dell’appuntamento elettorale ritenemmo che fosse più giusto rimandare l’evento ad un periodo post-elettorale. Ho deciso io di tenere l’incontro in chiesa soprattutto per una ragione di sicurezza visto cosa si era annunciato nei giorni precedenti e cosa si è visto l’agosto scorso (con le manifestazioni di Forza Nuova e Casa Pound, n.d.r.). Ma è bene ribadirlo nessuno in chiesa, né l’onorevole Boldrini né altri, hanno fatto comizi o propaganda di partito, è stata invece l’occasione per ascoltare parole esperte e sagge sul problema dell’immigrazione e dei rifugiati dette da una personalità delle istituzioni del paese e per lunghi anni uno dei massimi esponenti dell’Unhcr».

Quindi «esprimo grande stupore e meraviglia nel leggere nel comunicato della curia che Vicofaro potrebbe diventare un “cavallo di battaglia per portare avanti un determinato progetto politico in Toscana”. Per quanto riguarda l’assemblea antirazzista e antifascista (il vescovo se l’è presa anche con loro, n.d.r.), non posso che ringraziare il lavoro di supporto dato da questo gruppo di amici in gran parte docenti che si sono messi a disposizione e al servizio dei rifugiati in vari ambiti, dalla scuola fino alla pizzeria, dal lavoro di ricerca e di approfondimento di temi legati all’immigrazione, dal cineforum alla pubblicazione di materiali informativi sull’Africa. Vicofaro vuole rimanere una realtà aperta al contributo di tutti, dalle persone comuni alle persone impegnate nell’educazione e anche nella politica ad una semplice condizione, il servizio ai migranti e ai poveri, tenendo presenti due riferimenti imprescindibili: la Costituzione e il Vangelo»

Addio a Filippo Gentiloni, il credente laico

1 maggio 2018

“il manifesto”
1 maggio 2018

Luca Kocci

È morto ieri mattina, nella sua casa romana dove viveva insieme alla moglie Rita, all’età di 94 anni, Filippo Gentiloni, storica firma del manifesto.

Da sempre vicino al gruppo del manifesto e al collettivo del giornale, comincia a collaborare con il quotidiano negli anni ‘70, occupandosi di chiesa, religioni, mondo cattolico e sacro e curando, dalla fine degli anni ‘90, una rubrica domenicale, “Divino”. Continua a farlo regolarmente fino al 2013, quando interrompe, solo perché, a causa delle non buone condizioni di salute, fa più fatica a scrivere. Profondamente credente e autenticamente laico, particolarmente attento alle realtà ecclesiali e politiche di base – nelle quali peraltro militava: Comunità cristiane di base e Cristiani per il socialismo –, è stato un osservatore acuto e puntuale di quello che stava accadendo nella Chiesa cattolica del post Concilio. Fra i primi ad accorgersi della fase di restaurazione che si stava aprendo con il pontificato di Giovanni Paolo II, Filippo Gentiloni era dotato di una rigorosa capacità critica in grado di cogliere le profonde contraddizioni del wojtylismo, senza fare sconti ma senza scadere mai nell’aggressività o lasciarsi imprigionare da uno schematismo rigido e ottuso.

Filippo Gentiloni nasce a Roma nel 1924 e – ci teneva a ricordarlo –, nonostante il cognome, non era discendente di Ottorino Gentiloni – il presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana che firmò il patto con Giovanni Giolitti nel 1912 –, appartenete ad un ramo genealogico diverso e separato. Entra nella Compagnia di Gesù, viene ordinato prete, nel 1965 partecipa – come delegato dei gesuiti italiani – alla Congregazione generale che elegge come preposito generale il progressista Pedro Arrupe. Segue i gruppi giovanili dei gesuiti (le Congregazioni mariane, oggi si chiamano Cvx, Comunità di vita cristiana), diventa il superiore del Collegio internazionale del Gesù (dove si formavano i giovani gesuiti provenienti da tutto il mondo), insegna religione cattolica al Visconti, il liceo dove studiavano i figli della borghesia romana.

Al Visconti conosce Rita (figlia del grande poeta lucano Albino Pierro, per due volte candidato al premio Nobel per la letteratura), lascia i gesuiti alla fine degli anni ‘60 in modo “consensuale”, ottiene la dimissione dallo stato clericale e la dispensa dai voti, così da potersi sposare in chiesa. Dal matrimonio nasceranno due figli, Francesco e Umberto, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma (mentre Paolo, attuale presidente del Consiglio, è suo nipote, figlio del fratello). Inizia ad insegnare filosofia e storia nei licei statali, prima in provincia, poi all’Augusto, al Tuscolano, media periferia romana.

Contestualmente, siamo alla fine degli anni ‘60, comincia la sua militanza ecclesiale e politica di base e la sua attività giornalistica e pubblicistica. Oltre al collettivo del manifesto, aderisce alle Comunità cristiane di base (in particolare a Roma frequenta la comunità di San Paolo di via Ostiense, nata nel 1973, subito dopo la cacciata dalla basilica di San Paolo fuori le mura dell’abate Giovanni Franzoni, morto l’estate scorsa) e al movimento dei Cristiani per socialismo, spesso è invitato a tenere relazioni ai convegni e ai seminari nazionali. Entra nella redazione di Com (rivista fondata dallo stesso Franzoni nel 1972 insieme ad alcuni religiosi dehoniani allontanati dal periodico Il Regno per le loro posizioni progressiste), nel 1974 diventata Com Nuovi Tempi in seguito alla fusione con il periodico valdese Nuovi Tempi (e dal 1989 a tutt’oggi Confronti), e comincia a collaborare con il manifesto (e poi anche con Rocca, quindicinale della Pro civitate christiana di Assisi).

Con le Comunità di base (che racconta nel suo libro, insieme a Marcello Vigli, Chiesa per gli altri. Esperienze delle Cdb italiane, 1985) si impegna nella battaglia contro il Nuovo Concordato di Craxi e Casaroli. E si dedica ad una ampia produzione pubblicistica su temi politici (Oltre il dialogo cattolici e Pci. Le possibili intese tra passato e presente, Editori Riuniti, 1989), religiosi (La violenza nella religione, Edizioni Gruppo Abele, 1991), ecclesiali (Povertà e potere, Gribaudi, 1969; Karol Wojtyla. Nel segno della contraddizione, Baldini&Castoldi, 1996), filosofici e teologici. In particolare insieme a Rossana Rossanda scrive La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità (Pratiche, 1996), un denso confronto fra un credente e una non credente – quello del dialogo con il mondo laico, senza rinunciare alle sue posizioni di fede è un altro dei terreni di impegno culturale di Gentiloni – sul tema della morte, dell’aldilà e dell’eternità.

A Rita, moglie e compagna di una vita di Filippo, ai figli Umberto e Francesco un forte abbraccio da parte del collettivo de «il manifesto».
Per l’ultimo saluto: 1 maggio cerimonia funebre alle ore 12,15 presso la chiesa Santa Maria in Domnica, via della Navicella 10 (Villa Celimontana)

«Un vescovo fatto Vangelo». “Civiltà Cattolica” ricorda don Tonino Bello

30 aprile 2018

“Adista”
n. 15, 28 aprile 2018

Luca Kocci

«Don Tonino Bello: un vescovo fatto Vangelo». Così La Civiltà Cattolica ricorda don Tonino Bello alla vigilia della visita di papa Francesco ad Alessano (Le), dove è nato e sepolto, e a Molfetta (Ba), dove è stato vescovo dal 1986 fino alla morte, il 20 aprile 1993, a 58 anni di età.

Una nuova tappa di Francesco nel percorso di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti “scomodi” e di frontiera del secondo Novecento, che ebbero un rapporto non sempre facile – per usare un eufemismo – con l’istituzione ecclesiastica del loro tempo: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (viaggio del 20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (visita a Nomadelfia il prossimo 10 maggio), ora (20 aprile) don Tonino Bello che, se non subì l’ostracismo e cui vennero sottoposti gii altri tre, tuttavia fu considerato da molto un vescovo sopra le righe, o fuori dal coro.

Insieme alla visita del papa arriva anche il riconoscimento del quindicinale dei gesuiti Civilità Cattolica, le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana, quindi è lecito supporre anche ad una sorta di semaforo verde alla prossima beatificazione dell’ex vescovo di Molfetta nonché presidente di Pax Christi, il cui iter, avviato dieci anni fa, è stato “validato” dalla Congregazione per le cause dei santi il 17 aprile 2015.

«Sono passati 25 anni dalla sua morte, causata da un tumore. Un’esistenza breve (58 anni) ma intensa, semplice ma provocatoria, sobria ma ricca di amore per i poveri e i diseredati, umile e aperta a tutti: di lui oggi possiamo dire con verità che la sua vita e la sua opera di pastore sono state un’esegesi vivente del Vangelo», scrive, sul quaderno 4027 di Civiltà Cattolica (7 aprile 2018), il gesuita Giancarlo Pani, il un articolo che intende mettere a fuoco «l’eredità spirituale» di Tonino Bello.

A cominciare dalla felice formula, coniata dall’ex vescovo di Molfetta, di «Chiesa del grembiule». «È l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo – scriveva Bello –. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale». «La Chiesa del grembiule per don Tonino è semplicemente la Chiesa», scrive Pani, «la Chiesa povera è l’unico modo per essere vicini a ogni uomo, per essere presi sul serio e divenire credibili».

«Don Tonino ci ha insegnato un’altra caratteristica della “Chiesa del grembiule”: una Chiesa che è “serva”», come indicato da Gesù nella lavanda dei piedi, ricorda il gesuita scrittore di Civiltà Cattolica. «La prospettiva di don Tonino è nella linea di papa Giovanni XXIII e del Vaticano II: scrutare i segni dei tempi e avere il coraggio di essere disponibili a quanto ci viene richiesto. La vocazione della Chiesa è il servizio dell’uomo, soprattutto dei poveri, dei più deboli, dei piccoli, degli ultimi, dei diseredati, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito5. È questa la missione dei discepoli». E Bello, scrive Pani, «ha parlato più volte della necessità di una Chiesa “estroversa”, cioè non autoreferenziale, “in uscita” (come direbbe oggi papa Francesco), dedita al servizio del mondo. Con un segno che deve qualificare l’azione cristiana: “Pensare globalmente e agire localmente”. E lui è stato il primo a darne un esempio: ha aperto il palazzo vescovile agli sfrattati; ha accolto quanti bussavano alla sua porta; è stato vicino agli operai che lottavano per una più umana giustizia, ma soprattutto ai malati di Aidas e alle prostitute; ha difeso la causa dei disabili, dei disoccupati, dei primi immigrati dall’Albania».

Infine l’eredità forse maggiormente profetica di Tonino Bello: «il suo essere testimone della nonviolenza e della pace. Non solo nella terra del Salento, ma anche nella Chiesa italiana, soprattutto

da quando fu nominato presidente del movimento Pax Christi», ricorda Civiltà Cattolica. «Nel 1991, la guerra del Golfo era particolarmente sentita a Molfetta, poiché quattro concittadini, operai in Iraq, erano stati presi in ostaggio dal regime iracheno. In quella circostanza, così delicata e sofferta, don Tonino ebbe il coraggio di ribadire il rifiuto della guerra, e di ogni guerra, nella linea di Giovanni Paolo II. Quando gli Usa minacciarono di dichiarare guerra, egli cercò la solidarietà dei vescovi italiani per lanciare un appello alla ragione. Pare che nessuno abbia risposto. L’Italia poi si schierò nell’alleanza contro Saddam Hussein. Allo scoppio del conflitto, don Tonino affermò anche che la guerra era stata dichiarata per ragioni subdole, perché erano in gioco gli interessi petroliferi nella regione». Poi l’anno seguente, scrive Pani, «quando il tumore lo aveva già gravemente colpito, don Tonino si impegnò per la Marcia dei Cinquecento a Sarajevo, con l’ideatore dell’impresa, don Albino Bizzotto, con il gruppo “Beati i costruttori di pace” di Padova e diversi parlamentari. Vi partecipò di persona insieme a monsignor Luigi Bettazzi, suo amico (nonché suo predecessore alla guida di Pax Christi, n.d.r.). Tra tante difficoltà, trattative, rimandi e dinieghi, nonostante i blocchi dell’esercito e dei paramilitari, sotto la mira dei cecchini i Cinquecento riuscirono nell’impossibile: raggiungere Sarajevo sotto assedio, di notte, proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Fu un segno di speranza per la

popolazione martoriata, che viveva nell’incubo della fame e della morte. Don Tonino in quell’occasione ebbe a proclamare, durante un’assemblea, il valore della nonviolenza e della pace fra le diverse etnie: “Siamo qui, allineati sulla grande idea della nonviolenza attiva […]. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati. Abbiamo sperimentato che ci sono alternative alle logiche della violenza…”. Al ritorno a Molfetta, egli scrisse: “Non siamo andati a Sarajevo per risolvere il problema della guerra, ma “per testimoniare a quella gente la nostra solidarietà, per dire che l’Europa non si è dimenticata di loro, per dire che c’è nel mondo gente che ama la pace e che ci sono oggi alternative nuove alla difesa armata della guerra”». Quattro mesi dopo, il 20 aprile 1993, «don Tonino concludeva il suo doloroso calvario».

La Chiesa di Bergoglio riabilita il vescovo che predicava la pace

21 aprile 2018

“il manifesto”
21 aprile 2018

Luca Kocci

Vescovo, pacifista, antimilitarista, in prima linea accanto ad operai e sfrattati in lotta per il lavoro e per la casa e ai migranti albanesi che sbarcavano sulle coste pugliesi. Tutto questo è stato don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi.

Ieri, a 25 anni dalla sua morte (20 aprile 1993, a 58 anni), papa Francesco gli ha reso omaggio, con una visita di mezza giornata ad Alessano (Le) – dove è nato e dove è sepolto – e Molfetta, dove oggi Pax Christi svolge la sua assemblea nazionale. Nuova tappa del percorso, avviato da Bergoglio, di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti scomodi e di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana dei loro tempi: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (Nomadelfia il 10 maggio), ieri don Tonino Bello. Il quale, se non subì l’ostracismo a cui vennero sottoposti gli altri tre, tuttavia fu considerato un vescovo che parlava e agiva un po’ troppo fuori dal coro dai gerarchi ecclesiastici, insofferenti alla sua «Chiesa del grembiule», «l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo», scriveva Bello, che rinunciò ad insegne e titoli («liberarsi dai segni del potere per dare spazio al potere dei segni») e volle essere chiamato, anche da vescovo, non «monsignore» ma solo don Tonino; e da alcuni settori del potere politico e militare, con i quali più volte si scontrò sulla guerra, sugli armamenti, sull’obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari.

È stato «un pastore fattosi popolo», lo ha ricordato ieri papa Francesco, durante la messa al porto di Molfetta, davanti a 40mila persone. Un popolo non categoria sociologica, ma costituito di impoveriti, senza casa – che spesso il vescovo di Molfetta accoglieva nel palazzo episcopale –, disoccupati, migranti. «Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino», ha detto il papa ad Alessano: sia di monito alla Chiesa, «di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda».

Poi il suo impegno nel sociale e per la pace e la giustizia: «Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro», ha sottolineato Francesco. «Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe».

Un impegno che si manifesta già alla fine degli anni ’70, quando è parroco a Tricase: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà. Nel 1982 è vescovo di Molfetta, tre anni dopo presidente di Pax Christi, successore di monsignor Luigi Bettazzi. Interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo di Craxi (subendo le bacchettate del cardinal Poletti, presidente della Cei) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte”, che nel 1990 otterrà la legge 185 sul commercio di armi; in diocesi accompagna le lotte di cassintegrati, disoccupati e sfrattati.

Nel 1991 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad in diretta tv. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e ipotizza di «esortare direttamente i soldati a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi», come ripete anche davanti alle telecamere di Samarcanda di Michele Santoro. Arrivano i rimproveri di ecclesiastici militaristi e di politici patriottici. Ma tira dritto. A dicembre 1992 è a Sarajevo, sotto le bombe, insieme a cinquecento pacifisti organizzati dai Beati i costruttori di pace di don Albino Bizzotto.

Intanto in Puglia arrivano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari. Don Tonino è sui moli, ad organizzare l’accoglienza. E il saluto di papa Francesco – che è anche un monito all’Europa –, prima di rientrare in vaticano, è per la Puglia, «che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché si spalanca ai tanti Sud del mondo»: che « il Mediterraneo non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».

Uno sgarbo al Parlamento: i dati sull’export di armi arrivano prima alla stampa

20 aprile 2018

“Adista”
n. 14, 21 aprile 2018

Luca Kocci

Calano le esportazioni di armi italiane nel 2017, ma per il secondo anno consecutivo restano sopra la soglia record di dieci miliardi di euro.

Le indiscrezioni arrivano da una fonte autorevole, e quindi si presumono essere attendibili: il direttore dell’Autorità nazionale per le autorizzazione delle esportazioni di armamento (Uama), Francesco Azzarello, che, in un’intervista all’agenzia Ansa (3 aprile), commenta i dati prima ancora che sia stata consegnata al Parlamento la relazione annuale (prevista dalla legge 185/90 entro il 31 marzo di ogni anno) che fa il punto sull’export di armi italiane nel mondo. E infatti le associazioni da anni impegnate sui temi del disarmo (Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) denunciano «il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento», tenuto all’oscuro di tutto.

Il valore delle vendite di armi italiane all’estero nel 2017 è di 10,3 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, afferma Azzarello. Lo scorso anno il dato complessivo dell’export italiano, rispetto al 2016 quando il valore delle licenze di esportazione è stato di 14,9 miliardi, «ha subito una contrazione del 31%, benché quello del 2017 sia il secondo valore più alto di sempre», spiega il direttore dell’Uama. «In particolare nel 2016 pesava una singola licenza di 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait, mentre nel 2017 quella da 3,8 miliardi di navi e missili al Qatar». E sulla vendita di armi italiane verso l’Arabia Saudita, che ha causato polemiche nei mesi scorsi per il loro uso in Yemen, il direttore dell’Uama dice che «le licenze sono passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017», un calo di quasi l’88%. In particolare, «la Rwm Italia (la società che fabbrica le bombe d’aereo) è scesa da 489 milioni di licenze nel 2016 a 68 milioni nel 2017, con vendite in 17 Paesi, tra cui numerosi membri della Nato e dell’Ue».

«A ciò – sottolinea Azzarello – si aggiunga una generalizzata riduzione della domanda dal nostro tradizionale primo mercato di sbocco: l’Ue, in particolare Regno Unito, Germania, Spagna e Francia». Tolti i grandi contratti verso Paesi del Golfo, infatti, «i Paesi Ue-Nato sono destinatari del 76% delle nostre autorizzazioni». Tra le grandi società produttrici in Italia, «Fincantieri e Leonardo hanno il 65% del valore delle licenze di esportazione. Ma il totale delle aziende che hanno esportato nel 2017, quasi tutte medio-piccole, è cresciuto da 124 a 136. Così come i Paesi destinatari, passati da 82 a 85». In sostanza, un business per l’Italia che «rappresenta lo 0,9% del Pil e a cui lavorano, tra diretto, indiretto e indotto, circa 150 mila persone».

«È solo grazie ad un lancio di agenzia che siamo venuti a conoscenza di primi dati parziali sulle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate nel 2017», protestano le associazioni pacifiste, che evidenziamo come Azzarello, oltre a rendere noti alcuni dati, «ha svolto una serie di considerazioni anche di tipo politico». Per questo evidenziamo «innanzitutto il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento: Azzarello con la sua intervista ha presentato ai media dati salienti dell’export militare italiano ancor prima che la Relazione governativa (prevista dalla legge 185/90) sia stata resa nota ai parlamentari (al momento non sappiamo se sia stata o meno già “inviata” alle Presidenze dei due rami del Parlamento, che rimane l’organo sovrano e di controllo anche su questa importante area della nostra politica estera, ma sicuramente non è stata notificata ai membri di Camera e Senato, né risulta essere pubblicata sui rispettivi siti dei due rami del Parlamento). A nostra memoria non è mai accaduto che il direttore di Uama (o il consigliere militare della Presidenza del Consiglio cui faceva capo il coordinamento sull’export militare fino a pochi anni fa) informasse la stampa, con commenti e analisi di natura anche “politica”, poco attinenti al ruolo di Autorità nazionale di controllo, dei dati della Relazione ex legge 185/90 prima che questa fosse pubblicata e soprattutto fosse nella disponibilità di deputati e senatori».

Nel merito dei dati, le associazioni si soffermano in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. Dall’intervista «si evidenzierebbe un calo delle licenze verso l’Arabia Saudita, passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017. Tali autorizzazioni sono da anni contestate dalle nostre organizzazioni visto il coinvolgimento del regno Saudita nel sanguinoso e devastante conflitto in Yemen. Anche in presenza di un calo cospicuo di questa natura è opportuno ricordare come il controvalore citato corrisponderebbe comunque a forniture per diverse migliaia di bombe, una quantità davvero molto problematica vista la situazione attuale in Yemen, senza che poi si sia chiarito quale sia stata l’effettiva quantità esportata (non solo autorizzata) nel corso del 2017 e se le licenze degli anni precedenti siano state completamente esaurite o meno. Nonostante diverse Risoluzioni del Parlamento europeo abbiano chiesto ai governi di imporre un embargo di armamenti all’Arabia Saudita, i dati rivelati confermano che il governo italiano ha deciso di non ascoltare le richieste dei parlamentari europei e della società civile: qualsiasi diminuzione nelle licenze non sarà mai considerata positiva dalle nostre organizzazioni finché le stesse (e soprattutto le autorizzazioni al trasferimento finale dei materiali d’armamento) non giungeranno a zero. Fermando così finalmente la complicità del nostro Paese in una delle maggiori catastrofi umanitarie attualmente presenti al mondo, con vittime dirette e indirette in particolare nella popolazione civile».

«Chiudere Forza Nuova, non Vicofaro». Assemblea antifascista in difesa di don Biancalani

14 aprile 2018

“Adista”
n. 13, 14 aprile 2018

Luca Kocci

Non è il centro accoglienza per i migranti africani della parrocchia di don Massimo Biancalani a Vicofaro, ma le sedi di Forza nuova che vanno chiuse. Risponde così l’Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro al nuovo attacco contro il parroco di Vicofaro da parte dei neofascisti di Forza nuova che la scorsa estate avevano duramente contestato don Biancalani (v. Adista Notizie n. 30/17) e che nella fra il mercoledì e il giovedì santo hanno appeso nei pressi della chiesa un grande striscione con la scritta: “Droga, nigeriani e Biancalani la rovina dei giovani italiani. Chiudere Vicofaro”.

La parrocchia sta diventando un «centro di reclutamento di delinquenti», ha poi dichiarato Leonardo Cabras, coordinatore di Fn per il centro Italia, probabilmente riferendosi al fatto che pochi giorni prima era stato arrestato per spaccio un nigeriano ospitato a Vicofaro trovato in possesso di due grammi di marjuana. Più che un centro di accoglienza, ha proseguito Cabras, è «una sorta di centro sociale anarchico» in cui si svolgono «attività illecite» e «don Biancalani altro non è che un provocatore fiancheggiatore del caos e dell’illegalità finanziato con i soldi pubblici destinati all’accoglienza e che più propriamente vorremmo vedere impiegati a favore dei nostri tanti connazionali in difficoltà». Per il prossimo 21 aprile i neofascisti del partito guidato da Roberto Fiore annunciano una manifestazione di protesta – e un’altra pare sarà organizzata da Casa Pound – quando a visitare il centro accoglienza di Vicofaro verrà Laura Boldrini, rieletta alla Camera nelle liste di Liberi e uguali.

Il vescovo di Pistoia tace, ma si è appreso che sta sostenendo economicamente le attività del centro che, contrariamente alla disinformazione spacciata da oppositori e parte della stampa, usufruisce dei finanziamenti pubblici per appena 13 immigrati (i famosi 35 euro al giorno) ma ne ospita circa 70 “invisibili”, oltre a 7 italiani senza casa. Immediata solidarietà a Biancalani è stata invece espressa dall’Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro, che ha indetto un’assemblea cittadina per il 13 aprile e ha diramato un comunicato di sostegno al parroco.

«Prendendo a pretesto, i comportamenti senz’altro sbagliati ma di entità quasi insignificante, di alcuni rifugiati, il gruppo fascista arriva a chiedere, come in una sorta di mondo alla rovescia, la chiusura dei Centri di accoglienza – si legge nella nota –. Noi sosteniamo con forza che sono i covi di questi cialtroni che devono essere chiusi in quanto rifugio e fucina di ideologie criminali, fuori legge, negatrici di ogni valore umano e civile e condannate per sempre dalla Storia. I recenti attacchi da parte di questa manovalanza ma anche dei nuovi amministratori locali (il sindaco di Pistoia di Fratelli d’Italia, n.d.r.) vorrebbero cancellare l’esperienza di Vicofaro perché non omologata, e non omologabile essendo una realtà che accoglie in numero consistente gli “scartati”, gli “invisibili”, i “rifiutati” (tra questi anche alcuni senzatetto italiani) che sarebbero stati costretti altrimenti a vivere nella strada in condizioni disperate. Ribadiamo che la situazione di emergenza legata all’immigrazione non è prodotta certo da chi cerca di sopperire generosamente, con le sue modeste risorse e con l’aiuto dei volontari e della comunità, alle mancanze e alle inefficienze delle istituzioni, ma da una legislazione inadeguata e inefficace e da provvedimenti disumani». Al contrario, prosegue il comunicato dell’ Assemblea permanente antirazzista e antifascista di Vicofaro, «le iniziative sviluppate negli ultimi due anni a Vicofaro e a Ramini – dai corsi di insegnamento dell’Italiano alla pizzeria “Al rifugiato”, al lavoro di informazione e di controinformazione, all’avviamento professionale nella pasticceria, nella panetteria, nella sartoria e nella lavorazione della pelle, alla coltivazione biologica – costituiscono un laboratorio di integrazione e un patrimonio per tutta la cittadinanza, perciò  non accetteremo mai che siano disperse  per il progetto criminale di alcuni gruppi».

L’Assemblea chiede a Prefettura e Questura di vietare le annunciate manifestazione dei neofascisti, «che suonerebbero a spregio dei principi di democrazia e solidarietà, e costituirebbero una provocazione di fronte alla quale ci troveremo costretti a indire un presidio antifascista». E invita «tutte le forze che credono nei valori fondanti della Costituzione antifascista e antirazzista» a schierarsi «a fianco di don Biancalani e delle persone da lui accolte, riaffermando, nello spirito della Resistenza, che la dignità, il rispetto per l’altro, l’uguaglianza sono valori irrinunciabili per la convivenza civile e umana nella nostra città».

 

Piccoli cacciatori crescono. ammaestrati a scuola

14 aprile 2018

“Adista”
n. 13, 14 aprile 2018

Luca Kocci

Cacciatori in classe per spiegare ai bambini quanto sia bello, giusto ed utile sparare ai cinghiali e agli altri animali del bosco. Succede nelle scuole elementari di Marcheno e Gardone Val Trompia (Bs) – sede della Fabbrica d’Armi Pietro Beretta, la principale produttrice italiana di armi leggere – dove da diverse settimane le maestre e i maestri lasciano il posto ai cacciatori che, accompagnati dai loro, salgono in cattedra e tengono lezioni di caccia ai bambini di 6-10 anni.

C’è anche un sussidio didattico ad hoc: un libro illustrato di favole, Il cacciatore in favola (a cura di Luca Gottardi e Patrizia Filippi, Greentime), che intende esaltare la figura del cacciatore. «Cappuccetto Rosso e Biancaneve – si legge nella prefazione – sono favole che milioni di bimbi, anche cresciuti, conoscono a memoria. Sono storie speciali tuttavia. Queste fiabe sono legate a doppio filo con questo lavoro. Cappuccetto Rosso e Biancaneve raccontano di un cacciatore nobile e buono che salva una bimba e la sua cara nonnina da un lupo cattivo e che sceglie di imbrogliare una matrigna cattiva rubando il cuore di un cerbiatto per salvare la vita ad una indifesa fanciulla tanto buona». Ma oltre alla visione favolistica del cacciatore-eroe senza macchia e senza paura, c’è anche il tentativo di trasformarlo in una sorta di custode e difensore della natura. «La natura è come un cerchio che gira senza sosta – si legge ancora –. Il cacciatore sta nel cerchio con il suo cane accanto e gira dietro alla preda sin da quando è nato il mondo e l’uomo. Perché il cerchio non diventi troppo pesante e si spezzi dal lato della preda, che è diventata troppo numerosa, l’uomo caccia, ma ricorda che tutto deve continuare a ruotare e questo l’uomo lo sa. Ci sono delle regole che devono sempre essere rispettate e un cacciatore le rispetta perché altrimenti il cerchio si spezzerà».

«L’obiettivo è fare conoscere ai bimbi la realtà – spiega Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, promotore dell’iniziativa –. Ovviamente non portiamo in classe le armi. Il cacciatore crea dei giardini in montagna, pulisce sentieri e fossi, tiene in ordine i boschi. È una figura positiva. I bimbi ci seguono con curiosità e le mamme ci ringraziano perché valorizziamo la tradizione. E ci hanno già chiamato dalle scuole di Sarezzo, Polaveno, Lodrino. Non siamo né vecchi, né imbecilli. Cacciamo, è vero, ma facciamo prelievi di fauna controllati. E ci occupiamo del contenimento dei cinghiali, la cui espansione è un problema. Gli animalisti siamo noi, non chi gira sotto i portici con il cane al guinzaglio e il cappottino».

Non la pensano così le associazioni in difesa degli animali (fra le altre Lac, Lipu, Lav) e l’Associazione vittime della caccia che hanno scritto all’Ufficio scolastico provinciale e alle scuole coinvolte per chiedere di interrompere l’iniziativa a causa dei «contenuti fortemente diseducativi» ricevendo però un «no» senza appello: le «attività didattiche» fanno parte «a pieno titolo del Piano triennale dell’offerta formativa», ha risposto Stefano Retali, dirigente scolastico dell’Istituto comprensivo di Gardone. E una petizione chiede al ministro della Pubblica istruzione e agli assessori regionali e provinciali alla caccia di «non autorizzare né promuovere incontri sul tema della caccia nelle scuole. Qualsiasi alone di “nobiltà” possa venire assegnato a questa pratica è solo un’iniziativa ipocrita. Perché gli interlocutori sono menti plasmabili e l’inganno è dietro l’angolo: bambini e ragazzi minorenni ai quali si raccontano “fiabe” dove i fucili non fanno male ma sono elementi culturali e consentono svago e divertimento!». La petizione, lanciata pochi giorni fa sul portale Change.org, ha raggiunto oltre 130mila firme.

Del resto quello fra scuola e armi è un matrimonio che dura ormai da diversi anni, soprattutto per iniziativa delle Forze armate che, oltre al tradizionale “orientamento” sulle opportunità professionali offerte da Esercito, Aeronautica, Marina e Carabinieri – ovvero la propaganda a favore dell’arruolamento – organizza una serie di attività varie, da pseudo-lezioni di storia sulla prima guerra mondiale (soprattutto nel triennio del centenario della grande guerra 1915-1918) a training militari (v. Adista Notizie nn. 1/05, 79/08, 59 e 75/10, 19/11; Adista Segni Nuovi n. 11/16).

È per questo che già da diversi anni Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare»; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». «Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. « Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più! Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!».