Archive for the ‘chiesa di base’ Category

Le associazioni cattoliche ai partiti: «Basta con l’emergenza migranti»

10 febbraio 2018

“il manifesto”
10 febbraio 2018

Luca Kocci

Abrogazione del reato di clandestinità, semplificazione delle modalità di ingresso in Italia superando la divisione fra chi fugge dalla guerra o dalla povertà, cittadinanza, diritto di voto alle elezioni amministrative.

Sono alcune delle proposte sulla questione migrazioni rivolte ai partiti in vista delle politiche del prossimo 4 marzo da un cartello di associazioni, istituti missionari e movimenti cattolici, da quelli tradizionalmente più attivi nel sociale (Centro Astalli, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comunità di sant’Egidio, Pax Christi) ad altri decisamente più istituzionali (Acli, Azione cattolica, Fuci, Focolari), oltre alla Federazione delle Chiese evangeliche. Segno che il tema migranti sta diventando uno spartiacque sia per i vescovi (card. Bassetti, presidente Cei: «Bisogna reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia») che per l’associazionismo cattolico-democratico. Anche se resta un blocco numericamente significativo ed elettoralmente pesante di clerico-moderati – o meglio clerico-fascisti – che apprezza, in nome delle “radici cristiane” dell’Italia, le posizioni xenofobe e razziste della destra di Salvini e Meloni, quando non di Forza nuova e Casa Pound.

Le proposte «per una nuova agenda sulle migrazioni in Italia» sono sette. Si comincia da una nuova «legge sulla cittadinanza», perché «troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento». Serve un «nuovo quadro giuridico per accogliere quanti arrivano nel nostro Paese senza costringerli a chiedere asilo», quindi includendo anche i «migranti economici»: riattivazione dei «canali ordinari di ingresso», ripristinando il vecchio «decreto flussi», introducendo il «permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione», la «attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri» e il «sistema dello sponsor». Occorre poi «regolarizzazione gli stranieri radicati», ovvero coloro che hanno un lavoro o legami familiari comprovati o che abbiano svolto «un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione». Bisogna «abrogare al più presto» il reato di immigrazione clandestina, «che è ingiusto, inefficace e controproducente». E consentire «l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno di lungo periodo». Poi «riunificare nello Sprar l’intero sistema» di accoglienza, perché torni «sotto un effettivo controllo pubblico», aumentando «in maniera sostanziale e rapida il numero di posti totali». Infine le «buone pratiche»: siamo «sommersi da casi di cattiva accoglienza», denunciano le associazioni, ma «c’è anche un’altra faccia dell’accoglienza dei migranti, meno esposta e ben più positiva» che «va raccontata il più possibile» perché sia «replicata».

Si tratta di una questione di «giustizia sociale». I partiti devono dire come intendono affrontarla. E i cittadini decidere da che parte stare.

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Pax Christi ai candidati alle elezioni: siete per il disarmo o no?

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Cari candidato, cara candidata al Parlamento, sei a favore del disarmo e della riconversione dell’industria armiera oppure ritieni che produzione e commercio delle armi siano attività economiche da valorizzare e da implementare?

È questa la domanda che Pax Christi intende rivolgere ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo. Dalle risposte che arriveranno – o che non arriveranno – si potranno ricevere preziose indicazioni di voto.

Il punto di partenza sono le parole pronunciate da papa Francesco al Cairo, in Egitto, lo scorso 28 aprile 2017: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace (…) è fondamentale bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali».

È sulla base di questo appello che il Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi alla Casa della pace di  Firenze il 20 e 21 gennaio, a Firenze ha discusso ed approvato un documento da sottoporre a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche, ai quali sarà chiesto di esprimersi pubblicamente in merito.

Agli aspiranti deputati e senatori si chiede in particolare che l’Italia aderisca al trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari; la sospensione della partecipazione italiana al programma di produzione ed acquisto dei caccia bombardieri F35, capaci di portare e di guidare da remoto le nuovissime bombe atomiche B61-12; la riconversione sociale delle spese militari e dell’industria bellica, a partire dalla Rwm di Domusnovas in Sardegna, che produce le bombe vendute all’Arabia Saudita e da essa usate sulla inerme popolazione yemenita. Si chiede inoltre la rigorosa applicazione delle legge 185/90 sul commercio delle armi ed il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali svolte al di fuori delle risoluzioni dell’Onu, a cominciare dall’ultima appena approvata, quella in Niger.

Nelle prossime settimane, quando arriveranno le risposte, si capirà meglio l’orientamento dei candidati. Intanto, qualche che sarà il nuovo Parlamento che uscirà dalle urne del 4 marzo, il Consiglio nazionale di Pax Christi «auspica che possa continuare e crescere l’impegno di un gruppo interparlamentare per la pace che promuova anche azioni di pressione per far uscire l’Italia dalla Nato, per una riforma dell’Europa ed un rafforzamento dell’Onu al fine di garantire la pace e la giustizia nel rispetto del diritto internazionale».

«Una Chiesa multietnica e delle genti». Presentato il Sinodo dell’arcidiocesi di Milano

28 gennaio 2018

“Adista”
n. 3, 27 gennaio 2018

Luca Kocci

Un Sinodo diocesano per costruire un vera Chiesa multietnica e «delle genti». Si è aperto il 14 gennaio a Milano, l’arcidiocesi più grande d’Europa (1.107 parrocchie), dallo scorso settembre guidata da mons. Mario Delpini, successore del card. Angelo Scola.

Si tratta di un Sinodo minore, perché non tratterà tutti gli aspetti della vita della Chiesa, come nei Sinodi ordinari, ma un solo tema. Ma un tema tutt’altro che “minore”: un percorso di studio, riflessione e decisione per definire le modalità attraverso le quali annunciare adeguatamente il Vangelo, celebrare i sacramenti, vivere l’esperienza della carità nelle parrocchie ambrosiane, tutte sempre più multietniche.

«La Chiesa ambrosiana è la prima in Italia e forse la prima al mondo ad aprire un Sinodo sull’esperienza di fede tra fratelli provenienti da contesti culturali diversi», ha spiegato, nella conferenza stampa di presentazione, Laura Zanfrini, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e responsabile Economia e Lavoro presso la fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multi-etnicità). «D’altra parte – ha proseguito – già da molti anni le parrocchie ambrosiane sono il luogo in cui Milano incontra il mondo, dove si incrociano stili di vita differenti. Non poteva che partire da qui una riflessione sulla dimensione multinazionale della città del prossimo futuro. Oggi quattro nati su dieci ha un genitore straniero e fra meno di una generazione il corpo elettorale sarà espressione di una società multiculturale, anche senza la legge sullo ius soli. Più di un immigrato su quattro ha ormai un’abitazione di proprietà (sebbene spesso gravata da un mutuo). Nelle scuole del territorio si possono stimare oltre 160mila alunni di nazionalità straniera, mentre sono circa 12mila gli studenti stranieri iscritti a uno degli atenei milanesi. Questi inequivocabili indicatori di stabilizzazione segnalano un chiaro orientamento alla sedentarietà o addirittura alla presenza permanente, ma non necessariamente il superamento di una condizione di svantaggio e, a volte, di vera e propria indigenza. Basta considerare che gli stranieri rappresentano il 13,4% dei residenti nei comuni diocesani, ma addirittura il 62,4% delle persone che, nel corso del 2016, si sono rivolte ai centri di ascolto della Caritas ambrosiana».

Si tratta quindi – questo dovrà fare il Sinodo – di evitare due rischi speculari: da un lato, che i cristiani migranti una volta giunti a Milano debbano pregare e celebrare solo tra di loro, per gruppi etnici o linguistici; dall’altro, che siano i cristiani “stranieri” a doversi adeguare al modo di essere Chiesa preesistente. «Il futuro che sta nascendo non lo conosciamo, ma la situazione che viviamo dà dei segnali macroscopici circa la composizione sempre più multietnica delle nostre comunità cristiane – ha detto mons. Delpini presentando il Sinodo in conferenza stampa –. Per questo, mi è sembrato urgente, tra i tanti temi, iniziare proprio ad affrontare questo, attraverso un Sinodo, il cui senso non è trovare ricette per risolvere dei problemi ma avviare una consultazione capillare che cerchi di rispondere alla domanda: come sarà il volto della Chiesa di domani? Quali cambiamenti saranno necessari per quando riguarda il modo di vivere la testimonianza cristiana, in un contesto demografico nuovo, all’interno anche di un modo diverso di vivere l’esperienza lavorativa?».

«Il Sinodo, che vogliamo celebrare in questa forma minore, non è un insieme di riunioni per concludere con un documento che accontenti un po’ tutti», ha spiegato mons. Delpini aprendo ufficialmente il Sinodo, nella basilica di Sant’Ambrogio, non a caso nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. «È invece un modo di vivere il nostro pellegrinaggio con la responsabilità di prendere la direzione suggerita dallo Spirito di Dio perché la nostra comunità cristiana possa convertirsi per essere la “tenda di Dio con gli uomini, la sposa adorna per il suo sposo”». E per i cristiani che arrivano da Paesi stranieri, Delpini immagina un ruolo da protagonisti, non solo da soggetti per così dire passivi: «Verso le genti che abitano nelle nostre terre i discepoli del Signore continuano ad essere in debito: devono annunciare il Vangelo! Devono mettersi a servizio dell’edificazione della comunità che sia attraente come la città posta sulla cima della montagna. Tutti i discepoli del Signore hanno il compito di essere pietre vive di questo edificio spirituale, tutti! Se parlano altre lingue in modo più sciolto dell’italiano, se celebrano feste e tradizioni più consuete in altri paesi che nelle nostre terre, se amano liturgie più animate e festose di quelle abituali nelle nostre chiese, non per questo possono sottrarsi alla responsabilità di offrire il loro contributo per dare volto alla Chiesa che nasce dalle genti per la potenza dello Spirito Santo».

Dopo l’apertura ufficiale da parte di mons. Delpini, partirà la seconda fase del Sinodo, fino al prossimo primo aprile: i presbiteri (nei decanati) e i fedeli (nei consigli pastorali decanali e parrocchiali) porteranno la propria riflessione. Dopodiché la Commissione raccoglierà i contribuiti nello strumento di lavoro, sulla base del quale i Consigli pastorale e presbiteriale delineeranno le proposizioni, vale a dire le norme giuridiche, che saranno poi promulgate dall’arcivescovo. Il Sinodo si concluderà il 3 novembre 2018, vigilia della festa liturgica in onore di San Carlo Borromeo, pastore della Chiesa ambrosiana che indisse i primi 11 sinodi diocesani.

«Non sappiamo a quale esito giungeremo – ha concluso Delpini –. Ma ci aspettiamo che questo percorso arricchisca la Chiesa ambrosiana della gioia delle fede, che nostri fratelli venuti da altri continenti sono forse più capaci di esprimere di certi milanesi antichi. E allo stesso tempo ci auguriamo che i milanesi non si facciamo paralizzare dalle novità portate dalla globalizzazione e si rammentino che i loro progenitori, nel primo secolo dell’anno mille, seppero fondare un comune autonomo capace di sfidare il grande impero».

«Una buona iniziativa, purché non resti confinata all’interno delle strutture ecclesiali», spiega Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa e impegnato nel territorio della Diocesi di Milano, che del Sinodo milanese ha un giudizio positivo ma anche qualche perplessità. «L’iniziativa del nuovo arcivescovo di Milano di convocare un Sinodo minore sul tema “La Chiesa delle genti” è stata ben accolta dal circuito “conciliare” della città – spiega ad Adista -. Potrebbe consentire di studiare situazioni e problemi  che esistono da tempo ma che al tempo del tanto predicato meticciato del card. Scola ricevevano solo risposte generiche  e con ben  scarso riferimento alla vita quotidiana di tutte le strutture  di una diocesi di cinque milioni di anime e di oltre mille parrocchie».

Una buona notizia quindi?

«Direi di sì, ma con qualche perplessità»

Quali?

«La proposta è quella di un coinvolgimento generale della base. Ma, come mi pare di capire dalle note organizzative del Sinodo, sembra che esso passerà solo dalle strutture ecclesiali: consigli pastorali, decanali. Mi chiedo: sono preparate a riflettere su questioni tanto importanti che, fino ad ora, hanno affrontato, in generale, solo con il tipico attivismo e buon senso ambrosiano? Inoltre l’aver designato mons. Luca Bressan, già uomo di fiducia del card. Scola, a guidare il Sinodo non è stata cosa ben vista da molti».

In ogni caso sia le intenzioni che gli obiettivi sembrano validi…

«Mons. Delpini ha indicato una strada positiva, quella dell’ascolto e del dialogo, che potrebbe suscitare energie in una realtà diocesana sonnolenta. Nel merito, a me pare che una delle questioni  importanti sia quella della permanenza  dei cattolici  di recente immigrazione – i molto devoti  peruviani, filippini, equadoregni ecc… – nelle  loro parrocchie  “etniche”, chiamate “cappellanie”, oppure quella di una maggiore integrazione nelle strutture tradizionali. Un’altra questione è quella del rapporto con i cristiani ortodossi che sono tanti, soprattutto romeni. Un’altra ancora quella del rapporto coi musulmani che, in genere, sono ben accolti, per esempio negli oratori, ma che non hanno luoghi decenti dove pregare».

Cosa ti aspetti dal Sinodo?

«Il Sinodo dovrebbe non concludersi con tante norme o decisioni concrete ma  essere momento per aprire le ricerca e per dare il via a una cultura più a tutto campo, in definitiva più universale, cioè più “cattolica”. Forse è questo  a cui punta il nuovo arcivescovo, che ha avuto il coraggio da subito  di aprire una nuova strada».

Intimidazione mafiosa a don Stamile, prete anti-’ndrangheta

22 gennaio 2018

“Adista”
n. 2, 20 gennaio 2018

Luca Kocci

Intimidazione mafiosa contro don Ennio Stamile, prete anti-’ndrangheta e coordinatore di Libera per la regione Calabria.

È accaduto la notte dell’Epifania, a Cetraro (Cs), piccolo centro della provincia di Cosenza, dove il prete è stato per molti anni parroco di San Benedetto. Intorno alla mezzanotte, dopo la cena in un ristorante del paese con i capi scout, insieme anche al sindaco della città, Angelo Aita, don Stamile si è diretto alla sua automobile, scoprendo che allo specchietto retrovisore esterno era stato legato un sacco per la spazzatura contenente la carcassa di un capretto. Un chiaro messaggio intimidatorio, secondo il lessico e la simbologia mafiosa.

A don Stamile è immediatamente arrivata la solidarietà di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera. «Ancora una grave atto intimidatorio che sollecita le nostre coscienze ad essere più vigili – ha dichiarato don Ciotti –, e che ci richiama a sentire sempre prepotente dentro di noi il morso del più, del dare e impegnarci di più. La strada da percorrere nella lotta alla criminalità organizzata, alle illegalità è ancora lunga. Ognuno, la politica, le istituzioni, i cittadini sono chiamati a fare la propria parte. Resistere vuol dire esserci, fare, assumerci la nostra quota di responsabilità. Perché il problema più grave non è tanto chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Siamo vicini a don Ennio e andiamo avanti, senza paura e senza alcuna esitazione, consapevoli che il nostro impegno non subirà alcun cedimento».

Accanto al prete anche la Cgil Calabria. «L’atto mafioso compiuto verso don Ennio Stamile è un atto da intendersi contro tutta la comunità che cerca ogni giorno di battersi contro la ‘ndrangheta, per l’affermazione della legalità e della crescita sociale e civile», ha dichiarato il segretario generale, Angelo Sposato. «Conosciamo da anni don Ennio – ha proseguito Sposato –, è un punto di riferimento per noi e di tante libere associazioni, di cittadini, di forze sociali, politiche, ed è per questo che da anni conduciamo insieme battaglie comuni su legalità, sviluppo e lavoro. L’atto intimidatorio non fermerà don Ennio nelle tante battaglie comuni che continueremo a fare insieme per il riscatto sociale della nostra terra. L’atto intimidatorio non va sottovalutato.  Riteniamo sia indispensabile un reazione ed iniziativa della società civile e della politica contro tale atto. Occorre attivare tutte le forme cautelative, pertanto chiediamo alla Prefettura di compiere gli atti necessari per la sicurezza di don Ennio e di Libera Calabria».

Non è la prima volta che don Stamile – il quale nella sua attività pastorale e sociale ha più volte denunciato la presenza e il potere della ‘ndrangheta nel territorio, esortando i fedeli a fare altrettanto, rinunciando all’omertà – viene fatto oggetto di atti intimidatori e minacce mafiose. Più volte la sua auto è stata danneggiata, la canonica in cui viveva a Cetraro vandalizzata e cinque anni fa – in un avvertimento simile a quello della notte dell’Epifania – davanti alla porta di casa è stata fatta ritrovare una testa di maiale mozzata, con uno straccio in bocca (v. Adista Notizie n. 5/12).

E don Stamile non è l’unico prete calabrese impegnato anche nella lotta alla ‘ndrangheta che, nel corso degli anni, è stato bersaglio di avvertimenti mafiosi. Nel novembre 2009 furono manomessi i freni di alcune automobili per il trasporto disabili della comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme (v. Adista Notizie n. 117/09). Un mese dopo fu il vescovo di Lamezia (Cz), mons. Luigi Antonio Cantafora, a ricevere una busta contenente una sua foto e il disegno di una bara. Nell’estate del 2010 vennero squarciate le gomme delle automobili di don Salvatore Giovinazzo – parroco a Cittanova (Rc), che lavorava in un bene confiscato alla ‘ndrangheta – e di don Ermenegildo Albanese, parroco a Seminara (Rc). Nell’estate del 2011 toccò invece a don Tonino Vattiata, parroco di Pannaconi di Cessaniti (Vv) e fra gli estensori di un documento anti-‘ndrangheta sottoscritto da 14 parroci del vibonese (v. Adista Notizie n. 85/08), e poi a don Giuseppe Campisano, parroco a Gioiosa Jonica (Rc), avere le proprie auto danneggiate (v. Adista Notizie n. 65/11). Fra dicembre 2011 e febbraio 2012 altre due azioni contro don Giacomo Panizza, a Lamezia: nella notte di Natale un ordigno venne fu esplodere davanti al portone di ingresso di un centro di accoglienza per minori non accompagnati; successivamente un colpo di pistola venne sparato alla finestra di un edificio – confiscato alla cosca lametina dei Torcasio e assegnato a Progetto sud – che ospitava un centro sociale per disabili non autosufficienti. Nell’ottobre 2012 furono bucate le gomme dell’automobile di don Mario Fuscà, parroco a Piscopio (Vv) e del pulmino della parrocchia di santa Maria Assunta a Cropalati (Cs), utilizzata da don Giovanni Sommario.

Si spera che con quella a don Stamile non riprendano le intimidazioni ai preti calabresi in prima linea contro la ‘ndrangheta che da qualche anno sembravano esseri fermate

Don Cosimo Scordato: «Perché aumentare gli stipendi dei consiglieri regionali siciliani?»

13 gennaio 2018

“Adista”
n. 1, 13 gennaio 2018

Luca Kocci

Botta e risposta fra don Cosimo Scordato, docente alla Facoltà teologica di Sicilia e rettore della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo) dove anima una vivace comunità cristiana, e Gianfranco Micciché (Forza Italia), presidente dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) da poco eletta. Tema del confronto, o dello scontro: gli stipendi dei deputati dell’Ars per i quali – come del resto anche per quelli dei senatori della Repubblica – dal primo gennaio 2018 è decaduto il tetto massimo di 240mila euro annui. Una norma che Micciché difende e anzi rivendica. E che invece don Scordato critica, in nome della giustizia sociale e della dignità della politica.

«Caro onorevole Miccichè, abbiamo apprezzato il discorso pronunziato nel giorno del suo insediamento a presidente dell’Assemblea regionale, soprattutto condividiamo con lei il desiderio di una Sicilia bellissima, per sviluppo e trasparenza», scrive don Scordato in una lettera aperta diffusa immediatamente prima di Natale. «Ma ci risulta fortemente imbarazzante – prosegue – il passaggio nel quale lei afferma: “Sono assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti, ma da tempo il mondo ha dichiarato fallito il marxismo: non tutti gli stipendi possono essere uguali, non tutto il lavoro è uguale”; sottintendendo che va data rilevanza a meriti e responsabilità diversi».

Continua il prete dell’Albergheria: «Avremmo preferito focalizzare l’attenzione sui bisogni e i diritti fondamentali di tutti i siciliani, senza dare precedenza a quelli acquisiti dal personale regionale»; e comunque, «se proprio vogliamo parlare di merito, ci chiediamo quale merito ha maturato l’amministrazione regionale (governo e Parlamento siciliano) nella sua storia: la Sicilia è tra le ultime regioni per il livello di occupazione e per la qualità delle infrastrutture (ferrovie, strade, collegamenti…), con la pesante compromissione del turismo; presenta gravi inefficienze nel servizio ospedaliero (con particolari criticità nei pronto soccorso), spingendo molta gente a cercare cure fuori dall’isola; bassi sono i risultati conseguiti nella qualità della vita, tanto più che in diverse città ancora oggi non si riesce a risolvere il problema della raccolta dei rifiuti». Tanto che, ammonisce Scordato, «dovremmo parlare di demerito e addirittura, ma è solo una provocazione, dovremmo parlare di restituzione di stipendi e di premi assegnati».

Inoltre, aggiunge, «è proprio vero che nei posti di responsabilità le persone siano state scelte per competenza e professionalità, e non per appartenenza clientelare, mentre tanti giovani plurilaureati, per farsi apprezzare devono andare fuori dalla Sicilia?». Ma se vogliamo parlare davvero di merito, «c’è la difficoltà di scegliere a chi dare la precedenza; pensiamo allo stuolo di insegnanti che giorno dopo giorno (soprattutto nei quartieri popolari) si trovano a portare avanti i ragazzi in mezzo a tante difficoltà e qualche volta con rischio personale; pensiamo a tutte le persone impegnate in lavori umili e anonimi, dalla pulizia delle strade alla guida degli autobus, a tante persone che fanno i turni di notte; pensiamo al personale ospedaliero che, spesso in condizioni veramente precarie, porta avanti la responsabilità di salvaguardare la vita dei malati; pensiamo agli stessi impiegati del servizio pubblico che dietro gli sportelli debbono far fronte alle esigenze della gente; e come non ricordare i piccoli e medi imprenditori che, spesso schiacciati dalle tasse e da una concorrenza spietata, sono costretti ad abbassare la saracinesca vivendo tristemente in solitudine personale e familiare la propria sconfitta».

Gli stipendi sono già fortemente squilibrati, il venir meno del tetto aumenterà ancora di più la forbice, spiega don Scordato. «Cosa possiamo rispondere a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600 e 800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di mille euro (o spesso anche di meno!); ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100mila ai 400mila euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa».

Non si fa attendere la risposta di Miccichè, che sottolinea con puntiglio la «legalità» dell’atto, perché appunto previsto dalla legge.

E allora «cambiate la legge con la quale siete agganciati agli stipendi del Senato» la replica di don Scordato. «Ci sembra che parlare di legalità diventi comodo mentre in verità si sta andando contro la giustizia, ovvero secondo il criterio di una equità, quella condizione che deve far sentire uguali o almeno vicini i cittadini tra di loro, anche a partire dalla vicinanza dei loro stipendi. Dovreste essere ben contenti di percepire cifre che valgono dieci volte tanto lo stipendio medio di un lavoratore anche laureato, e venti volte tanto le grame pensioni di tanta povera gente!».

Oltre che un’evidente misura di equità sociale, il ridimensionamento – o quanto meno il non innalzamento – degli stipendi, secondo Scordato sarebbe un gesto anche per tentare di riscattare la classe politica, «considerata sempre più come una casta separata dalla gente, rispetto alla quale ormai i cittadini nutrono un atteggiamento di rifiuto se non proprio di disgusto. Siamo convinti che l’assenteismo dalle votazioni sia il sintomo grave della distanza siderale che separa coloro che percepiscono stipendi d’oro e la gente comune in condizioni di vita, se non proprio di sopravvivenza o addirittura di morte (ricordiamo con tristezza e amarezza i gravissimi casi di clochard morti di freddo negli ultimi giorni per strada, a Palermo). Vorremmo riscattare il vostro buon nome dinanzi alla collettività, tenuto conto della bassa considerazione espressa nei vostri confronti nei discorsi quotidiani; certamente ne guadagnereste non in soldi ma in stima da parte della gente».

Focolari sulle prossime elezioni: la dignità della persona sia il faro dell’impegno politico

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

A pochi mesi dalle elezioni politiche (forse il prossimo 4 marzo?), il Movimento dei Focolari invita cittadini e cattolici alla «partecipazione attiva e consapevole al voto e all’impegno diretto in campo sociale e politico».

Nessuna indicazione di voto da parte del movimento fondato da Chiara Lubich – anzi la precisazione preventiva che «chi si candida o si impegna come militante di un partito lo fa a titolo personale come espressione della propria libertà di coscienza e non a nome del Movimento dei Focolari» – ma, rilanciando le parole pronunciate da papa Francesco nello scorso mese di giugno in occasione del suo pellegrinaggio a Bozzolo (Mn) sulla tomba di don Primo Mazzolari (v. Adista Notizie nn. 17 e 24/17), il forte invito, tanto più pressante in tempi di antipolitica e di astensionismo (come hanno dimostrato platealmente le ultime elezioni amministrative con una percentuale di votanti che, in qualche caso, è scesa al trenta per cento) , ad «abbandonare ogni forma di spiritualismo o di chiusura in ambiti separati, vincendo, così, la tentazione di stare “alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani” accontentandosi “di criticare, di descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori del mondo intorno”».

E se il Movimento politico per l’unità (soggetto politico laico di cittadinanza attiva, espressione del Movimento dei Focolari) non formula, ovviamente, preferenze partitiche, individua tuttavia dei criteri di orientamento in vista del voto e, più in generale, dell’impegno politico. È «decisivo – si legge nella nota dei Focolari – il criterio della responsabilità personale nel saper declinare, in modo credibile, alcuni punti fermi come, ad esempio, la centralità della persona umana in ogni fase della sua esistenza, la cura dell’ambiente coma casa comune, l’accoglienza verso tutti, la promozione della vita e il ripudio della guerra, l’opzione verso gli ultimi e le periferie. Non ci si può esentare da questa scelta politica di nonviolenza attiva da esercitare secondo coscienza e maturità personale».

Per i cattolici poi, «sono di ispirazione le parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Gualtiero Bassetti, che invita a non prestarsi alla divisione tra quelli del sociale e quelli della vita perché “non ci si può prendere cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici”».

Leghisti e pseudo-cattolici identitari dei “principi non negoziabili” sono avvisati

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».

Fra solidarietà e minacce, la pastorale di frontiera di mons. Riboldi

23 dicembre 2017

“Adista”
n. 44, 23 dicembre 2017

Luca Kocci

È morto a Stresa (Vb), nella casa dei Rosminiani dove alloggiava già da qualche mese, lo scorso 10 dicembre, mons. Antonio Riboldi, 94 anni, vescovo emerito di Acerra (Na).

La sua vita e la sua azione pastorale sono legate a due emergenze sociali che lo hanno visto in prima linea schierato con il popolo che gli era stato affidato: il terremoto del Belice del 1968 e la camorra napoletana degli anni ’80.

Nato a Tregasio (Mi), il 16 gennaio 1923, terzo di sette figli di una famiglia di modeste condizioni economiche, entra giovanissimo, a 13 anni, nell’Aspirantato rosminiano di Pusiano (Co). Ordinato prete nel 1951, dopo aver operato in diverse case dei Rosminiani, il 15 agosto 1958 viene inviato come parroco a Santa Ninfa, nel Belice, in Sicilia, nella Diocesi di Mazara del Vallo (Tp). Dieci anni dopo, nella notte fra il 14 e il 15 gennaio 1968, Santa Ninfa viene rasa al suolo dal terremoto che colpisce il Belice, uno dei più devastanti della storia dell’Italia repubblicana (oltre 350 morti, mille feriti, diecimila sfollati). Don Riboldi si salva dal sisma e resta a vivere per anni in una baracca di legno, insieme agli altri sfollati, partecipando e animando la lotta per la ricostruzione del Belice distrutto dal terremoto, denunciando e combattendo contro sprechi, ritardi e ruberie.

«Ad opporsi alla furia della natura e alla voracità degli uomini – ricorda Enrico Fierro (Il fatto quotidiano, 11/12), tre personaggi. Vito Bellofiore, sindaco comunista di Santa Ninfa, Danilo Dolci, che nel Belice aveva piantato la sua tenda, e lui, don Riboldi. “In quegli anni – ha ricordato nei suoi scritti Bellofiore – operava un grande parroco, don Riboldi, con cui, io sindaco comunista, e lui sacerdote lombardo, mi trovai a collaborare per la ricostruzione e la rivendicazione dei giusti diritti della nostra popolazione”. E furono scioperi alla rovescia, proteste, marce dei terremotati. A Palermo ma anche a Roma». Nel Natale 1975 don Riboldi fa scrivere a 700 bambini del Belice una lettera di denuncia delle condizioni di vita a sette anni dal sisma a Paolo VI, al presidente della Repubblica Giovanni Leone e ai presidenti di Camera e Senato Sandro Pertini e Giovanni Spagnoli. E nel 1978, a dieci anni dal terremoto, porta 50 bambini, insieme alle loro mamme, a Roma per denunciare ritardi e sprechi: ottengono 300 miliardi dal governo e la solidarietà di Pertini, neo presidente della Repubblica, che definisce il Belice post terremoto come «la vergogna d’Italia».

Sempre nel 1978 Paolo VI lo nomina vescovo di Acerra, terra di camorra. E qui comincia il suo nuovo impegno per la giustizia e la legalità, che sfida frontalmente l’organizzazione criminale. Come quando organizza una storica marcia a Ottaviano, in “casa” del boss della Nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo. O quando, nel 1982, redige e pubblica, firmato da tutti i vescovi della Campania, un profetico documento contro la camorra: “Per amore del mio popolo non tacerò” (v. notizia successiva). «Un’analisi acuta su quanto stava accadendo e una capacità di previsione su ciò che sarebbe avvenuto», spiega ad Adista Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli. «Nel documento – prosegue – si denunciano chiaramente le “risorse” della camorra: droga, estorsioni, tangenti sugli appalti; “una scuola di devianza per i giovani” attratti “dal mito della forza e del rapido, seppur rischioso, guadagno”; “la diffidenza e la sfiducia dell’uomo del Sud nei confronti delle istituzioni”; la consapevolezza della collusione tra politica e camorra; il diffuso senso di insicurezza personale che “determina, non di rado, il ricorso alla difesa organizzata per clan o l’accettazione della protezione camorristica”; l’opacità del lavoro, considerato più una concessione camorristica che un diritto; infine la carenza o l’insufficienza, anche nell’azione pastorale, di una vera educazione sociale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l’uomo e il cittadino maturo».

Anni intensi, non privi di rischi e minacce – tanto che a mons. Riboldi viene assegnata una scorta – che segnano una tappa importante dell’impegno della Chiesa cattolica contro la camorra. Negli anni ’80 inizia a frequentare molte carceri italiane, dove incontra diversi boss reclusi – fra cui lo stesso Cutolo – e numerosi pentiti della lotta armata. E all’inizio degli anni ’90 è protagonista di un discusso e discutibile tentativo di mediazione fra il clan Moccia, magistratura e politica per consentire la “dissociazione” dei boss di camorra, come già era avvenuto per i militanti in carcere delle organizzazioni della lotta armata dell’estrema sinistra (Brigate rosse, Prima linea e altre): un’operazione fermata dalla netta contrarietà delle procure secondo cui la possibilità della dissociazione (con i relativi benefici di legge) avrebbe inevitabilmente bloccato la collaborazione con i magistrati di alcuni boss che avevano iniziato a fare delle rivelazioni importanti per le indagini e il contrasto alla camorra.

Dopo questo episodio, la figura di mons. Riboldi risulterà, parzialmente ridimensionata e il suo impegno meno “frontale”. Nel dicembre 1999, quasi due dopo il compimento dei canonici 75 anni, Giovanni Paolo II accoglie le sue dimissioni per raggiunti limiti di età

 

I 50 anni di Adista, miracolo laico di una cooperativa di spiriti liberi

9 dicembre 2017

“il manifesto”
9 dicembre 2017

Luca Kocci

“Cinquanta anni alla sinistra del Padre” è il titolo scelto dal collettivo di Adista per festeggiare il suo mezzo secolo di vita e di storia oggi e domani, in una due giorni di confronto e dibattito a Roma.

Acronimo di Agenzia di informazioni stampa, Adista è stata prima agenzia e poi rivista settimanale dell’area del cattolicesimo critico e del dissenso, laica e sempre schierata a sinistra, nel mondo cattolico e in politica. Edita da una piccola cooperativa non legata né ai grandi gruppi editoriali né all’istituzione ecclesiastica (Vaticano, Cei, congregazioni religiose, movimenti ecclesiali) – quindi “parente stretta” del manifesto –, rappresenta un’esperienza unica nel panorama dell’informazione religiosa italiana, conformista e megafono della voce del padrone.

«Cinquanta anni sono davvero tanti per un giornale. Se poi questo giornale vive del solo sostegno dei propri lettori, senza sponsor politici ed ecclesiastici, senza gruppi imprenditoriali e finanziari alle sue spalle, se non fossimo profondamente laici dovremmo gridare al miracolo», spiega Valerio Gigante, attuale presidente della cooperativa.

Adista nasce nel 1967, nell’ambito di quell’area cattolica che dal punto di vista ecclesiale preme per una piena attuazione delle istanze di rinnovamento emerse al Concilio Vaticano II e dal punto di vista politico intende rompere l’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana ed aprire un dialogo tra cristiani e marxisti, in maniera particolare con il Partito comunista. Infatti nella prima fase è molto stretta la relazione con l’esperienza della Sinistra indipendente, in particolare con il gruppo di deputati e senatori cattolici che, dopo le elezioni politiche del 1976, vengono eletti come indipendenti nelle liste del Pci, proprio per spezzare il dogma dell’unità politica dei cattolici (Raniero La Valle, Mario Gozzini, Giancarla Codrignani, Claudio Napoleoni e altri).

Successivamente, sempre all’interno dei confini dell’informazione e delle tematiche politico-religiose, Adista racconta e documenta tutte quelle esperienze di base che rivendicano un nuovo protagonismo dei credenti nella Chiesa e nella società: le Comunità cristiane di base (l’Isolotto di don Mazzi a Firenze, San Paolo di dom Franzoni e Roma e tutte le altre), i Cristiani per il socialismo, la teologia della Liberazione, i movimenti delle donne. Negli anni ’70 c’è l’impegno per il divorzio con i Cattolici del no, poi per l’aborto. Negli anni ’80 la mobilitazione per la pace contro gli euromissili a Comiso, ma anche contro la restaurazione di papa Wojtyla e del suo braccio destro il cardinal Ratzinger e contro il “ruinismo” in Italia. Più recentemente l’impegno contro la legge 40 sulla fecondazione assistita e contro la riforma della Costituzione di Renzi.

Oggi e domani due giorni di incontro, confronto e dibattito a Roma, al Meeting Center (Largo dello Scoutismo 1), con alcuni dei protagonisti della storia di Adista (Giovanni Avena, lo “storico” presidente della coop, Raniero La Valle, Marcello Vigli delle Comunità di base), giornalisti che in passato hanno collaborato con Adista (Bianca Berlinguer e Marco Damilano), lettori e amici.

Don Biancalani e la sua comunità di nuovo nel mirino dei fascioleghisti

4 dicembre 2017

“Adista”
n. 41, 2 dicembre 2017

Luca Kocci

Don Massimo Biancalani e la parrocchia di Vicofaro a Pistoia, dove sono ospitati una cinquantina di giovani migranti provenienti dall’Africa sub sahariana, sono di nuovo al centro dell’attenzione e ancora una volta fatti oggetto degli attacchi di Matteo Salvini, dei neo-fascisti Forza Nuova e della stampa di destra.

Questa estate la “pietra dello scandalo” fu una fotografia dei ragazzi migranti in piscina pubblicata su Facebook da don Massimo a scatenare gli attacchi razzisti alla parrocchia di Vicofaro, fino alla “spedizione” dei militanti di Forza Nuova alla messa domenicale per controllare l’ortodossia dell’omelia del parroco (v. Adista Notizie n. 30/17).

Ora il fatto è oggettivamente più grave, ma non tale da inficiare l’esperienza di accoglienza in parrocchia né da giustificare i beceri attacchi strumentali di fascisti e razzisti: il fermo da parte della polizia di un giovane nigeriano 21enne ospitato da don Biancalani trovato in possesso di dieci grammi di marjuana e sorpreso a spacciare in un parco della città ed ora allontanato da Pistoia con un foglio di via firmato dal questore.

«Ricordate don Biancalani, il parroco “anti-razzista” amante del bagnetto coi “profughi”? Uno dei suoi “bravi ragazzi” è stato arrestato, spacciava droga…Ma lui dice che bisogna capirlo perché “ha una storia di grandi sofferenze”… Taccio», la reazione immediata in un post sul suo profilo Facebook del fascioleghista Salvini (che già questa estate diede il via agli insulti via Facebook a don Massimo esplosi dopo un suo commento). Poche ore dopo, sulla cancellata della scuola “Anna Frank”, situata di fronte alla parrocchia, compare uno striscione di Forza Nuova che attacca tanto violentemente quanto stupidamente don Massimo e una delle attività di autofinanziamento dei migranti, la “Pizzeria Al rifugiato”: «Pizzeria del rifugiato. Specialità della casa: Pizza connection».

«La persona fermata è un giovane proveniente da una delle regioni più martoriate dell’Africa, il Biafra», spiega don Biancalani. «Ha una storia di grandi sofferenze per la perdita prematura dei suo genitori e della sorella e per le gravi violenze subite in Libia. Accogliere significa farsi carico di situazioni umane di grande fragilità. Ogni giorno le nostre comunità di Ramini e Vicofaro aprono le porte a situazioni umane difficili e di profondo disagio. Le difficoltà che possono capitare in questo lavoro non ci devono distogliere dalla costruzione faticosa di percorsi educativi e formati. Talvolta, come in questo caso, questi ragazzi sono in un limbo. Una situazione in cui si può essere tentati di percorrere scorciatoie. Questo non lo può giustificare: è un errore il suo. Avevano intercettato le sue difficoltà, la sua scarsa motivazione, il rischio della depressione. Ma questo è il contesto del quale la nostra comunità si mette al servizio».

Dal vescovo di Pistoia silenzio assoluto: nemmeno una parola – né di condanna né di sostegno – per quanto accaduto. Solidarietà a don Biancalani, invece da parte dell’Assemblea permanente antirazzista antifascista di Pistoia. «Dobbiamo constatare che un episodio marginale di possesso di sostanze stupefacenti da parte di un migrante, ospite delle strutture gestite da Don Massimo Biancalani a Pistoia, sia amplificato a tal punto da sollecitare reazioni e commenti vergognosi e davvero pericolosi nei confronti non solo di coloro che sono al fianco di Don Massimo, ma anche di tutti coloro che, in maniera responsabile, si occupano di accoglienza e integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo», si legge in una comunicato dell’Assemblea che si è stretta – oggi come anche questa estate – accanto a don Biancalani e alla parrocchia di Vicofaro. Ma «il vero problema oggi in Italia non è rappresentato da questi ragazzi disperati che, di fronte al deserto umano ed economico in cui sono costretti a vivere, si improvvisano “spacciatori” – prosegue la nota –. E ancor meno oggi in Italia il problema è rappresentato da uomini come don Massimo Biancalani, o da tutti coloro che quotidianamente si impegnano nei centri di accoglienza, che dedicano la propria esistenza alla testimonianza di un genuino sentimento di fratellanza e di giustizia. Questa sola potrà farci uscire dalla barbarie in cui l’attuale sistema economico e l’attuale sistema politico vorrebbero farci sprofondare! Attaccare la comunità di Don Biancalani è doppiamente ingiusto, visto che la prima sua preoccupazione è stata da subito quella di dare alternative formative concrete a questi ragazzi, proprio per sottrarli alle facili tentazioni della microcriminalità. Rifiutiamo con fermezza la logica del condannare e del respingere, perché solo con l’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione del diverso, si può dare un orizzonte di senso alla società futura. È quanto con le loro modeste forze stanno cercando di fare Don Massimo, i suoi collaboratori e le comunità di Vicofaro e di Ramini con i corsi di insegnamento della lingua italiana, con la formazione professionale (dall’orto biologico alla sartoria, alla panificazione, alla pasticceria) con le iniziative di socializzazione, come la Pizzeria Al Rifugiato, frequentata ogni sabato da centinaia di cittadini. Bisogna ripartire, in una società profondamente imbarbarita, dal senso più autentico dell’accoglienza, che non è buonismo o sterile ideologia, ma condivisione dell’umanità nel suo significato più vero».