Archive for the ‘chiesa e case’ Category

Tasse alle paritarie, la Chiesa trema e contrattacca

26 luglio 2015

“il manifesto”
26 luglio 2015

Luca Kocci

Hanno avuto l’effetto di una bomba esplosa all’improvviso le sentenze della Corte di cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Imposta comunale sugli immobili (Ici) mai versata nel periodo 2004-2009 per un importo di 422mila euro.

Superato lo shock iniziale di una situazione che potrebbe riguardare quasi 9mila scuole cattoliche (su un totale di oltre 13mila paritarie) e una cifra di 1-2 miliardi di euro (a seconda che il recupero dell’Ici si limiti al 2010-2011 oppure comprenda anche il periodo 2004-2009, ma questo caso, essendo trascorsi 5 anni, vale solo per i contenziosi già avviati), la Conferenza episcopale italiana ha schierato l’artiglieria pesante, mons. Galantino, segretario generale della Cei (il secondo in grado, dopo il card. Bagnasco), che ha bollato la sentenza come «ideologica» e «pericolosa», perché limita «la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa».

Cosa c’entri il pagamento delle tasse con la «libertà di educazione» è argomentato dai massimi dirigenti delle scuole cattoliche. «Sono sentenze che lasciano interdetti, perché costringeranno le scuole paritarie, che hanno già dei bilanci in rosso, a chiudere», riducendo così la libertà di educazione, spiega a Radio Vaticana don Macrì, presidente della Federazione istituti attività educative (Fidae), tanto più che molti Comuni, «con i tagli che hanno subito, cercheranno in tutti i modi di rastrellare qualche soldo». E padre Ciccimarra, presidente dell’Associazione gestori istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica (Agidae): «Bisognerebbe chiudere tutte le scuole, perché altrimenti tra un po’ saremo oggetto di decreti ingiuntivi e di procedure fallimentari».

Di nuovo Galantino, che dà delle sentenze dei giudici della Cassazione – toghe rosse anche loro? – una lettura tutta politica: «Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia, perché ho la netta sensazione che si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia», prosegue il segretario della Cei, che brandisce i numeri: «A scegliere le scuole paritarie sono 1 milione e 300mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro (ogni anno, ndr), lo Stato risparmia 6 miliardi e mezzo». Un’affermazione lapalissiana: lo Stato risparmia, è vero, ma perché sono le famiglie a pagare il servizio con le rette annuali, se così non fosse, non risparmierebbe più. Su un punto Galantino ha ragione: la questione non riguarda solo le scuole cattoliche, ma tutte le scuole paritarie che l’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 62 del 2000 riconobbe come parte del sistema nazionale di istruzione, generando una serie di contraddizioni con la Costituzione e con normative particolari, come quella sull’Ici.

La storia Ici-Chiesa comincia più di 10 anni fa, con un’altra sentenza della Cassazione che, su ricorso del Comune di L’Aquila, condannò le suore zelatrici del Sacro cuore a pagare l’imposta perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse. Nel 2005 intervennero Berlusconi e Tremonti che stabilirono l’esenzione dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo Prodi corresse il tiro con un avverbio: l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché non avessero «esclusivamente» natura commerciale. Le situazioni limite furono sanate, ma i margini restavano ampi. I Radicali presentarono diversi ricorsi all’Europa, sostenendo che le esenzioni si configuravano come illegittimi aiuti di Stato, accolti sia da Bruxelles (che nel 2012 riconobbe la violazione, ma chiuse la questione perché era impossibile quantificare le somme dovute) sia dalla Corte di giustizia di Strasburgo, che lo scorso anno censurò la Commissione proprio perché non impose il pagamento delle cifre non versate.

Si vedrà ora cosa innescheranno le sentenze della Cassazione. Sempre che non intervenga di nuovo il governo a sanare tutto. «Penso che ci sia una riflessione da fare», ha dichiarato la ministra dell’Istruzione Giannini, convinta sostenitrice del sistema di istruzione pubblico-privato. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi, ciellino (e molte scuole paritarie sono targate Comunione e Liberazione), a Radio Vaticana è ancora più chiaro: «Queste scuole fanno un servizio di pubblica utilità. Certo sono gestite in maniera commerciale, ma come si fa a non mettere in pratica un’attività commerciale se bisogna pagare l’affitto, le utenze?». E anche il Parlamento – tranne Sel, M5S e qualche piddino a briglie sciolte – è critico verso i giudici del Palazzaccio e compatto perché si trovi presto una soluzione. Immarcescibile Salvini su Facebook: «Per fortuna che ci sono tante scuole private, anche religiose, che fanno quello che lo Stato non riesce a fare. Ma che la Chiesa si lamenti perché deve pagare l’Imu sugli immobili quando ogni giorno invita ad accogliere immigrati a casa degli italiani mi pare strano. Sacrifici per gli altri, esenzioni per loro».

La questione, comunque, riguarda il passato, ovvero Ici e forse Imu. Per il presente il discorso è chiuso: la Tasi – che ha sostituito le precedenti imposte – prevede l’esenzione totale per le scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 5.739 euro (scuole per l’infanzia), 6.634 euro (primarie), 6.836 euro (medie) e 6.914 euro (superiori). Cifre non propriamente da studenti poveri.

Giubileo: più che la misericordia poté il business

14 maggio 2015

“Adista”
n. 18, 16 maggio 2015

Luca Kocci

Accogliere i migranti in fuga da povertà e guerre o i pellegrini diretti a Roma per il Giubileo della misericordia proclamato da papa Francesco che prenderà il via il prossimo 8 dicembre? I religiosi romani sembrano non avere dubbi: i pellegrini, che sono decisamente più redditizi.

A rivelarlo è una fonte autorevole: il prefetto di Roma Franco Gabrielli, che sta cercando nuovi spazi per accogliere nella capitale qualche migliaio di donne, uomini e bambini sbarcati dall’Africa in Sicilia nelle ultime settimane e che, oltre ai municipi romani e ai Comuni dell’hinterland, si è rivolto anche agli istituti religiosi, i quali gli avrebbero risposto un secco no. Lo ha spiegato lo stesso Gabrielli, durante un incontro, lo scorso 4 maggio, con il presidente del III municipio di Roma, Paolo Emilio Marchionne, forze dell’ordine e cittadini sul tema immigrazione: «Vi assicuro – ha detto Gabrielli – che quando i miei colleghi mi hanno riferito l’esito di alcuni incontri, tra cui anche quelli con i rappresentanti di alcuni istituti religiosi che hanno fatto marcia indietro sull’accoglienza dei migranti perché vedono nel Giubileo maggiori possibilità di business, mi è crollato il mondo addosso». Tanto che il prefetto ha perso le staffe: «Ho detto ai miei colleghi di dire a questi signori che loro di business nel Giubileo ne faranno poco perché gli requisisco l’immobile. O facciamo uno sforzo di comprensione del mondo che abbiamo intorno o facciamo poca strada».

Difficile che Gabrielli passi dalle parole ai fatti, anche perché in qualche caso potrebbero essere sollevati problemi di natura concordataria. Ma la denuncia del prefetto resta oltremodo grave. Tanto più che molti si erano spellati le mani ad applaudire papa Francesco quando, nel settembre 2013, in visita al Centro Astalli (Centro di accoglienza ed assistenza per rifugiati e richiedenti asilo, gestito dai gesuiti), aveva detto: «Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere con generosità e coraggio l’accoglienza nei conventi vuoti».

Il rifiuto dei religiosi ad accogliere i migranti nelle proprie strutture perché farebbe perdere loro il business dei pellegrini in visita a Roma per il Giubileo è anche la conferma che l’Anno Santo, nonostante le rassicurazioni che sarebbe stato di basso profilo e privo di adunanze oceaniche («È bene ribadire da subito, a scanso di equivoci, che il Giubileo della Misericordia non è e non vuole essere il Grande Giubileo dell’Anno 2000», ha riconfermato mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione durante la conferenza stampa di presentazione del Giubileo, lo scorso 5 maggio), si configura anche come un evento di massa, che porterà a Roma milioni di fedeli.

Del resto nel calendario ufficiale sono previsti oltre 20 grandi eventi romani, dal Giubileo dei ragazzi e delle ragazze (24 aprile 2016) al Giubileo degli ammalati (12 giugno 2016), dal Giubileo dei catechisti (25 settembre 2016) al Giubileo mariano (8-9 ottobre 2016). È vero che durante l’Anno santo del 2000 gli appuntamenti furono oltre il triplo, ma più di 20 eventi in un anno – quindi due al mese – sembrano comunque troppo per un Giubileo low profile, che attirerà inevitabilmente milioni di fedeli a Roma. E non ci sarà posto per i migranti. A meno che Gabrielli, come ha minacciato, non requisisca i conventi. Oppure i religiosi si accorgano che il Giubileo è dedicato alla misericordia.

Francescani, poveri ma per truffa

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Fine d’anno ingloriosa per Francesco d’Assisi, il santo della povertà a cui papa Bergoglio ha detto di essersi ispirato quando nella Cappella sistina, appena eletto papa, ha scelto il proprio nome da pontefice. I suoi discepoli, i minori, l’ordine da lui fondato otto secoli fa, sono alle prese con un buco di bilancio di svariati milioni di euro, causato da «dubbie operazioni finanziarie», condotte anche da alcuni frati. E quello dei francescani è solo l’ultimo e l’ennesimo scandalo economico-finanziario che, in tempi recenti, ha coinvolto enti ecclesiastici e congregazioni religiose. Evidentemente nella Chiesa il bimillenario conflitto fra Dio e Mammona è sempre attuale.

Le rivelazione del dissesto economico dei francescani arriva direttamente dal ministro generale dell’Ordine dei frati minori – il terzo istituto religioso maschile della Chiesa cattolica per numero di aderenti, dopo gesuiti e salesiani –, lo statunitense fr. Michael Anthony Perry, in una lettera indirizzata agli oltre 14mila frati sparsi nel mondo. La situazione è «grave, sottolineo grave», rimarca Perry. Un aggettivo volutamente ribadito che lascia intendere – dalla Curia generale dell’ordine non si fanno cifre – che il buco di bilancio ammonta a decine di milioni di euro, forse anche di più. Non a causa della crisi, ma per operazioni finanziarie spericolate «condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell’ordine», in concorso anche con persone esterne ai francescani, già denunciate alla magistratura.

L’indagine interna, avviata nello scorso settembre e tutt’ora in corso, ha evidenziato una serie di attività finanziarie, definite eufemisticamente «dubbie», realizzate dall’Economato generale dei francescani. L’economo generale, p. Giancarlo Lati (prima di scegliere il saio lavorava al Monte dei Paschi di Siena), si è dimesso ed è stato subito sostituito dal suo vice, p. Silvio De La Fuente, affiancato da un secondo frate esperto in questioni economiche e amministrative, p. Pasquale Del Pezzo.

«La Curia generale si trova in una situazione di grave difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti», si legge nella lettera del ministro generale. Dall’indagine interna «è emerso che i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell’Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l’inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente». Dai primi riscontri pare che si siano verificate molteplici «dubbie operazioni finanziarie», «senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell’attuale Definitorio generale», l’organo di governo centrale dell’Ordine. Operazioni che «hanno messo in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale» e che «vedono coinvolte persone che non sono francescane ma che sembra abbiano avuto un ruolo centrale nella vicenda». Si avvalora quindi l’ipotesi di una sorta di “concorso esterno” – che potrebbe anche nascondere una truffa –, ma le principali responsabilità sembrano essere tutte interne all’Ordine.

Uno dei filoni dell’indagine ruoterebbe attorno all’hotel “Il Cantico” – nome francescano doc, plasmato sul Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi –, albergo e ristorante di lusso di proprietà dei religiosi, a due passi da San Pietro, alla cui guida c’era l’ex economo, p. Lati, «un paradiso di eleganza, calore e benessere», si legge nel sito internet della struttura. Ma la vicenda potrebbe varcare anche i confini nazionali: secondo Panorama la magistratura svizzera avrebbe sequestrato alcuni depositi dell’Ordine per decine di milioni di euro perché sospetta che sarebbero stati investiti in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti.

In attesa di eventuali sviluppi penali, l’indagine interna, scrive Perry, dovrà quantificare la reale consistenza dell’ammanco, rafforzare i sistemi di controllo e vigilanza interni e passare al setaccio tutte «le attività dell’ufficio dell’Economato generale dal 2003 ad oggi, prestando particolare attenzione a qualunque operazione potesse suscitare sospetto o preoccupazione». Da valutare la posizione del precedente ministro generale dei frati minori (dal 2003 al 2013), mons. José Rodríguez Carballo, da poco più di un anno nominato da papa Francesco segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Lo stesso Carballo, nello scorso agosto, firmò – insieme al prefetto della Congregazione, card. Braz de Aviz –, le “Linee orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”: un vademecum per la gestione corretta e trasparente dei beni e dei patrimoni degli ordini e delle congregazioni religiose.

I frati minori non rischiano il fallimento, ma il pesante dissesto economico potrebbe metterli in seria difficoltà. Tanto che Perry chiede a tutti i conventi di inviare alla Curia generale «un contributo finanziario per aiutarci a far fronte all’attuale situazione, che implica anche il pagamento di cospicue somme di interessi passivi». Chissà che questa vicenda non obblighi l’Ordine a recuperare la povertà praticata e auspicata da Francesco d’Assisi che fin dall’inizio – nonostante le agiografie edulcorate – fu guardata con sospetto dai papi e contestata dagli stessi francescani, che proprio sulla questione della povertà si divisero già all’indomani della morte del loro fondatore.

Il «peccato» venale oltre lo Ior

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Adesso i francescani. In passato i salesiani, i camilliani, i Figli dell’Immacolata concezione. Oltre allo Ior e ad alcune diocesi. Quello che in questi giorni coinvolge l’Ordine dei frati minori è solo l’ultimo di una lunga serie di scandali economico-finanziari che vede come protagonisti istitituzioni ecclesiastiche e congregazioni religiose.

È di pochi giorni fa l’apertura di un’indagine, l’ennesima, sullo Ior. Sotto inchiesta sono finiti i massimi dirigenti del dopo Marcinkus – che negano ogni addebito –, quelli chiamati a “risanare” la banca vaticana: Angelo Caloia (presidente dal 1989 al 2009) e Lelio Scaletti (ex direttore generale), indagati dalla magistratura vaticana per peculato. Avrebbero “svenduto” 29 immobili di proprietà dello Ior (per un valore stimato di 160 milioni di euro) a società offshore domiciliate in vari “paradisi fiscali”, controllate in parte dagli stessi indagati che così avrebbero realizzato guadagni per 50-60 milioni di euro, a danno della stesso Ior, rivendendo o affittando gli edifici e gli appartamenti.

Oltrepassando il Tevere e spostandosi in Italia, è cominciata nel 2013 un’inchiesta della procura di Terni che ha messo in luce una serie di operazioni immobiliari sospette, avvenute negli anni in cui a Terni c’era come vescovo mons. Vincenzo Paglia (“guida spirituale” della Comunità di Sant’Egidio, ora a capo del Pontificio consiglio della famiglia), nelle quali sono coinvolti alcuni dirigenti laici della Curia di Terni – per oltre un anno “commissariata” dal Vaticano –, che hanno lasciato un buco nei bilanci della diocesi di circa 20 milioni di euro.

Se poi si passa alle congregazioni religiose, il quadro si fa ancora più intricato. Nel 2013 è finito agli arresti p. Franco Decaminada, ex consigliere delegato della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione – proprietaria dell’Istituto dermatopatico dell’Immacolata, dell’ospedale San Carlo di Nancy e di altre strutture sanitarie a Roma e in Italia –, con l’accusa di bancarotta fraudolenta, false fatturazioni e appropriazione indebita: avrebbe prelevato svariati milioni di euro, mandando quasi sul lastrico la sua stessa congregazione religiosa. Sempre nel 2013 è finito agli arresti anche l’ex superiore generale dei camilliani, p. Renato Salvatore, accusato di essersi appropriato di una decina di milioni di euro del proprio ordine religioso e di aver concorso ad una sorta di sequestro lampo di due confratelli per impedire loro di partecipare alla votazione per l’elezione del nuovo superiore. E il prossimo 22 aprile si aprirà il processo contro don Giovanni Mazzali, ex economo generale dei salesiani, la seconda congregazione al mondo per numero di aderenti, dopo i gesuiti e prima dei francescani. È accusato, insieme ad altri, di truffa nei confronti della propria congregazione a cui, nell’ambito di una complessa vicenda che riguarda l’eredità del marchese Alessandro Gerini (660 milioni) – senatore democristiano e palazzinaro della prima repubblica – avrebbe tentato di sottrarre 100 milioni di euro.

Sconti fiscali alla Chiesa, l’Europa riapre il caso

6 novembre 2014

“il manifesto”
6 novembre 2014

Luca Kocci

L’Europa riapre il fascicolo sugli sconti fiscali concessi dai governi italiani alla Chiesa e alle associazioni non profit. Si tratta in particolare dell’esenzione dal pagamento di Ici e Imu sugli immobili di proprietà degli enti ecclesiastici (e senza fini di lucro) in vigore, con diverse sfumature a seconda del colore dei governi, dal 2005. Una somma che, secondo i calcoli dei Comuni, raggiungerebbe i 4 miliardi di euro. E che potrebbe rimettere in discussione anche le nuove regole approvate nel 2012 da Mario Monti e la stessa Tasi attualmente in vigore.

La decisione, di qualche giorno fa, non arriva da Bruxelles, sede della Commissione europea, ma da Strasburgo, dove c’è la Corte di giustizia. I giudici di Strasburgo hanno bacchettato la Commissione che liquidò come irricevibile un ricorso presentato dai Radicali italiani – l’ex deputato Maurizio Turco e il fiscalista Carlo Pontesilli –, invitandola, entro il prossimo 10 dicembre, a spiegare nel merito le proprie ragioni: ovvero perché non costrinse il governo italiano a chiedere indietro a Chiesa ed enti non profit le tasse non pagate.

La vicenda è lunga e complessa. Nel 2005 il governo Berlusconi – dopo una sentenza della Cassazione che condannò le suore zelatrici del Sacro cuore di L’Aquila a versare l’Ici perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse – stabilì l’esenzione totale dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo il governo Prodi corresse il tiro giocando di avverbio e precisò che l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché «non abbiano esclusivamente natura commerciale». Le situazioni limite furono sanate, ma le esenzioni rimanevano ampie, tanto che lo stesso Bersani, all’epoca ministro dello Sviluppo economico, ammise che la norma lasciava spazio ad una cospicua «casistica di confine».

Nello stesso periodo i Radicali fecero appello all’Europa, sostenendo che le esenzioni concesse dal governo italiano si configuravano come un illegittimo aiuto di Stato che distorceva il mercato. Nel 2012 Bruxelles riconobbe la violazione, ma contestualmente chiuse la questione sostenendo che sarebbe stato impossibile quantificare le somme dovute. Una pietra tombale, rimossa ora dalla Corte di Strasburgo che chiede alla Commissione di spiegare nel merito le ragioni di quella decisione. Entro il 10 dicembre arriverà la risposta da Bruxelles, dopodiché si arriverà a sentenza e, se il comportamento della Commissione venisse sanzionato, il conto per la Chiesa italiana potrebbe essere molto salato.

«C’è un giudice a Strasburgo, visto che non l’abbiamo trovato a Bruxelles», commenta Maurizio Turco. «La decisione della Corte è molto importante perché di fatto rimprovera alla Commissione di averla buttata in politica, cioè di non aver agito da “guardiana” dei Trattati, ma di aver preso una decisione politica. Ed è la dimostrazione che il Vaticano ha molti santi non solo in paradiso e a Roma ma anche a Bruxelles».

Se arrivasse la condanna – che formalmente riguarda solo il passato – potrebbero essere rimessi in discussione anche i criteri che attualmente regolano la Tasi: ovvero esenzione per le cliniche private che hanno una convenzione con il Ssn e per la scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 6-7mila euro (dai 5.739 euro delle scuole per l’infanzia, ai 6.914 euro per le superiori); mentre dovrebbero pagare tutti gli altri immobili, tranne – la formulazione è piuttosto ambigua – gli spazi organizzati «non in forma imprenditoriale». «Il problema – spiega Turco – non è tanto farli pagare per il passato, quanto affermare che dal 2005 in poi c’è stato un continuo regalo da parte dello Stato. E costringere l’Italia a cambiare anche le norme attuali».

Le diverse strade dell’unico amore. La proposta dei cristiani lgbt europei al sinodo

17 ottobre 2014

“Adista”
n. 36, 18 ottobre 2014

Luca Kocci

«Se la Chiesa vuole cambiare atteggiamento nei confronti degli omosessuali, in realtà deve modificare il proprio atteggiamento nei confronti del sesso in generale. Come posso spiegarlo ai padri sinodali?». Così Geoffrey James Robinson, vescovo emerito della diocesi di Sydney, ha concluso il proprio intervento durante la conferenza teologica internazionale “Le strade dell’amore”, organizzata a Roma, lo scorso 3 ottobre, dal Forum europeo di cristiani lgbt.

Un’occasione – a cui hanno partecipato oltre 200 persone arrivate da tutto il mondo – per rilanciare, alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, quello che dovrebbe essere uno dei temi portanti del Sinodo: la pastorale per le persone omosessuali e transessuali, anche alla luce – lo ha ricordato Marco Politi, vaticanista del Fatto quotidiano, che ha moderato l’incontro – della ormai famosa affermazione di papa Francesco, «chi sono io per giudicare un gay?». Parole di apertura che, ritiene Politi, potranno diventare riforma solo se ci sarà reale partecipazione da parte di tutto il popolo di Dio, perché «il dibattito non si svolgerà solo nell’aula del Sinodo ma anche al di fuori»: è cominciato con il questionario diffuso fra i cattolici di tutto il mondo lo scorso anno e proseguirà nell’anno che trascorrerà fra la fine dell’Assemblea straordinaria – il prossimo 19 ottobre – e il Sinodo ordinario, nell’ottobre 2015. Solo allora si capirà se i tentativi di riforma avranno successo o se vinceranno «i lupi», ovvero i conservatori, gli oppositori di ogni aggiornamento, come li ha chiamati lo stesso Politi nel suo ultimo libro sul pontificato di Bergoglio (Francesco tra i lupi, Laterza).

Il vescovo Robinson: gli atti gay sono naturali

«L’argomentazione costantemente ripetuta dalla Chiesa cattolica – spiega Robinson – è che Dio ha creato il sesso tra esseri umani per due ragioni: per la procreazione e come mezzo di espressione e nutrimento dell’amore all’interno di una coppia». Insomma ha stabilito che  «l’atto sessuale è “secondo natura” solamente quando adempie ad ambedue questi scopi stabiliti da Dio, che ambedue sono autenticamente presenti solo all’interno del matrimonio e solamente quando il rapporto è aperto alla nuova vita. Tutti gli altri usi della capacità sessuale sono moralmente sbagliati, pertanto, se questo è il punto di partenza, non c’è possibilità di approvazione per gli atti omosessuali». Ma è Dio stesso ad aver creato eterosessuali ed omosessuali, e «non è un errore che gli esseri umani sono incaricati di riparare», prosegue il ragionamento il vescovo emerito di Sydney. «Gli unici atti sessuali naturali per gli omosessuali sono gli atti omosessuali. Non è una libera scelta compiuta tra due cose ugualmente attraenti, ma qualcosa di profondamente impresso nella loro natura, qualcosa di cui non possono semplicemente sbarazzarsi. Gli atti omosessuali sono per loro naturali, gli atti eterosessuali invece no. Gli omosessuali non possono compiere quelli che la Chiesa chiamerebbe atti “naturali” in un modo che sia naturale per loro. Perché allora dovremmo sostenere che gli omosessuali agiscono contro natura quando agiscono in accordo con l’unica natura di cui abbiano mai avuto esperienza?». Pertanto, prosegue Robinson, questo insegnamento della Chiesa è «contro la logica» e «contro la stessa legge naturale». La strada da percorrere allora è diametralmente opposta: abbandonare «un’etica che vede il sesso in termini di offesa rivolta direttamente a Dio, che mette l’accento sull’atto fisico invece che sulla persone e le relazioni, che non deriva dal Vangelo, che si basa su un’asserzione invece che su un’argomentazione logica» e, al contrario, valorizzare la sessualità quando è espressione piena di un amore autentico e genuino fra le persone. «Gli atti sessuali – conclude il vescovo – piacciono a Dio quando collaborano a costruire le persone e le relazioni, dispiacciono a Dio quando danneggiano le persone e le relazioni».


Lo Spirito non attende il permesso di Pietro 

Le persone cattoliche omosessuali non sono «cittadine di seconda classe nella città di Dio, ma cittadine a pieno titolo», ha aggiunto James Alison, prete e teologo cattolico. «Non devono adattarsi a regole scritte da altri, perché fanno parte del popolo di Dio per il sol fatto di esistere. È chi mette paletti a stravolgere l’idea stessa di Dio, quindi non dobbiamo commettere l’errore di pensare che costoro siano i veri interpreti del Vangelo». Anzi, ha proseguito Alison, proprio perché «portatori del carattere di una varianza umana minoritaria, omosessuali e transessuali possono diventare i protagonisti di una nuova evangelizzazione capace di aiutare i loro fratelli a liberarsi di tanti tabù e dal clima di oppressione e di discriminazione che si respira in molte parti del mondo». La Verità, conclude, «irrompe, non attende che qualcuno decida di cambiare le regole, lo Spirito Santo non attende il permesso di Pietro».

«Lo Spirito, da sempre, ha frantumato gli schemi umani e religiosi», rilancia la teologa domenicana Antonietta Potente, il cui intervento verrà pubblicato integralmente nel prossimo numero di Adista Documenti. «Tramite Gesù si percepì appena chi era Dio, ma poi Gesù aprì un altro varco, come il profeta e “uscì” e lasciò lo Spirito. Lo Spirito non ha delle caratteristiche normative, anzi le dis-ordina, le scompiglia, le scompone. Solo una teologia di Gesù secondo lo Spirito, può provocare altri passi nella nostra vita di ecclesia. Non quella di un Gesù dogmatico o moralista». Pertanto, prosegue, «fossi al vostro posto non chiederei molte cose alla comunità ecclesiale, se non che ammetta la sua ottusità e le sue innumerevoli colpe legate a questa problematica, i suoi abusi sulla carne viva delle persone, il suo falso potere che ha bloccato la creatività del bene nella vita di donne e uomini semplicemente umani. Non chiedete solo accompagnamento, comprensione, perché altrimenti la Chiesa farà ciò che ha fatto per secoli con i popoli considerati poveri. Non permettete e non continuate a dare adito a queste relazioni di falsa benevolenza. Nessuno di voi è un “poverino”; ciascuno nell’assemblea cristiana deve entrarci e parlare con parresia e questa sarà la sua autorità, per aiutare a capire, insieme ad altri e altre che fanno scelte diverse, come prenderci cura della storia».

«Tempi di fraternità» batte seminario di Acqui. Vince la libertà di informazione

2 ottobre 2014

“Adista”
n. 34, 4 ottobre 2014

Luca Kocci

Nella vicenda giudiziaria che ha opposto il seminario diocesano di Acqui Terme (Al) al mensile Tempi di fraternità ha vinto la libertà di informazione e il diritto di sapere come la Chiesa cattolica utilizza i propri beni e il proprio patrimonio.

Il seminario di Acqui, che aveva denunciato per diffamazione il mensile cattolico piemontese, dopo aver perso il primo grado di giudizio, ha infatti deciso di ritirare all’ultimo minuto il ricorso. Il processo di appello, fissato al 19 settembre (v. Adista Notizie n. 32/14), non si è svolto. E la disputa si è così definitivamente conclusa, con la vittoria di Tempi di Fraternità e dell’informazione libera e indipendente.

L’articolo incriminato, firmato da Paolo Macina, nell’ambito di un’ampia inchiesta in più puntate sui patrimoni e sulla gestione finanziaria delle diocesi, riguardava in particolare un immobile, “Villa Paradiso”, a Pian d’Invrea, presso Varazze (Sv), sulla riviera ligure, acquistato dal seminario vescovile 40 anni fa, recentemente ristrutturato e trasformato in residenza di lusso da utilizzare per ritiri spirituali, congressi e incontri di seminaristi, preti e religiosi, ma i cui appartamenti, nei mesi estivi e nel periodo natalizio, vengono affittati anche a privati a cifre che vanno dai mille (bassa stagione) ai 2mila euro (alta stagione) a settimana. Ed esente dal pagamento dell’Ici. Un articolo ritenuto diffamatorio dai responsabili del seminario – che avevano chiesto 450mila euro di risarcimento – ma assolutamente corretto secondo la giudice di Alessandria Robertà Poiré, la quale, nella sentenza di primo grado, oltre a dare ragione al periodico cattolico, ha affermato il diritto dei cittadini di sapere come le istituzioni ecclesiastiche gestiscono ed utilizzano i propri patrimoni e se su questi beni pagano le tasse (v. Adista Notizie n. 16/14).

Il ricorso del seminario era già pronto ma, dopo fortissimi pressioni del vescovo di Acqui, mons. Pier Giorgio Micchiardi – di cui Tempi di fraternità ha riconosciuto l’azione di trasparenza in merito alla gestione dell’otto per mille e del patrimonio della diocesi – all’alba del 19 settembre, quindi poche ore prima dell’inizio del processo, è stato ritirato. Adista ha intervistato Paolo Macina. (luca kocci)
Ora che questa storia così poco edificante è conclusa, che impressione complessiva ne hai tratto?

L’articolo si basava su un’affermazione che ancor più, dopo questa vicenda, ritengo veritiera. E cioè che molte diocesi italiane hanno patrimoni ingenti e preziosi; spesso i preti che dovrebbero occuparsene sono anziani e con poca esperienza gestionale, e quindi a volte prestano il fianco ad essere raggirati da personaggi senza scrupoli. A volte purtroppo, nei casi più gravi, le tentazioni rendono anche i religiosi inclini al dolo. Se le diocesi non ammettono questo problema, e non cercano di avere gestioni più trasparenti e con meccanismi di controllo democratico, continueranno periodicamente a comparire nelle cronache dei giornali.
La sentenza di primo grado contiene una forte affermazione del diritto dei cittadini, di sapere come la Chiesa cattolica, che è un soggetto pubblico, utilizza il proprio patrimonio, se paga le tasse, ecc. Si tratta di un incoraggiamento ai mezzi di informazione liberi e indipendenti a proseguire con decisione anche su questo fronte?

La sentenza consegna ai cittadini uno strumento potente che potrà essere utilizzato in futuro da chi volesse chiedere conto del non corretto utilizzo dei beni ecclesiali. Non dimentichiamo che gran parte del patrimonio delle diocesi non piove dal cielo, ma deriva da lasciti testamentari, a volte vincolati da un utilizzo sociale del bene.
Il tuo articolo, e tutto quello che ne è seguito, ha prodotto qualche risultato ad Acqui?

Il vescovo, dopo una riluttanza iniziale ad occuparsi del problema, è intervenuto con decisione, nominando un direttore laico al seminario vescovile. I giornali hanno inoltre riportato la notizia di una sua querela nei confronti della persona che amministra Villa Paradiso per conto del seminario, che forte di un contratto d’affitto pluriennale non vuole abbandonare. Ma la notizia più interessante penso sia la decisione del vescovo di incaricare una società esterna di Genova per valutare beni e bilanci della diocesi, come anche il mio articolo auspicava. Spero di poter vedere a breve i risultati di questo lavoro pubblicati sul sito internet della diocesi, in modo che i fedeli possano essere messi al corrente dell’opera di trasparenza avviata. E auspico che le scelte di mons. Micchiardi vengano replicate in altre diocesi come esempio di buone prassi: altre confessioni religiose sono ben più avanti di quella cattolica su questo terreno.

Contro la speculazione a Caserta, appello al papa: «L’ex Macrico è un bene comune, resti ai cittadini»

26 luglio 2014

“il manifesto”
26 luglio 2014

Luca Kocci

A qualche centinaia di metri dal piazzale della Reggia dove papa Francesco questo pomeriggio celebrerà la messa al termine della sua veloce visita pastorale a Caserta c’è l’ex Macrico (Magazzino centrale ricambi mezzi corazzati), un’area di 33 ettari – la superficie di 30 campi da calcio – di proprietà dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc). Un “polmone verde” per una città assediata da cave e discariche. Totalmente inutilizzato, perché l’Idsc tiene ben chiusi i cancelli. In attesa di venderlo a 40 milioni di euro, magari a qualche palazzinaro che poi farebbe presto a costruire e rivendere a caro prezzo case e appartamenti.
Associazioni ambientaliste (Legambiente e Italia Nostra), centri sociali (Ex canapificio e Millepiani), religiosi di frontiera (i sacramentini di Casa Zaccheo e le orsoline di Casa Rut che lavorano con i migranti e con le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale), cattolici di base e migliaia di cittadini riuniti nel comitato Macrico Verde temono la mega-speculazione edilizia e si oppongono da anni. E oggi che il papa è a Caserta, scrivono a Bergoglio – ma anche al segretario della Cei Galantino, al vescovo della città D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale sostentamento clero – una lettera, anticipata ieri dall’agenzia Adista: «La Chiesa restituisca alla città come bene comune indivisibile» il Macrico, per essere coerente con il Vangelo e con la Dottrina sociale della Chiesa secondo la quale «la giustificazione della proprietà privata non ha mai negato la destinazione universale dei beni della terra».
La storia è antica. Il terreno – 324.533 metri quadrati, di cui tre quarti coperti da alberi e prati, nel centro di Caserta – appartiene alla Chiesa dal 1600, quando serviva per mantenere la mensa vescovile. Poi venne dato in affitto ai Borboni, che lo usarono come Campo di Marte per le esercitazioni militari. Infine passò alle Forze armate italiane che vi costruirono magazzini e una caserma logistica per 500mila metri cubi, occupando un quarto della superficie. Nel 1994 tornò alla diocesi e ne divenne proprietario l’Idsc, articolazione periferica dell’Istituto centrale sostentamento clero (nato nel 1985, dopo la revisione del Concordato, per gestire parte dei fondi dell’8 per mille, oggi oltre 1 miliardo di euro all’anno). Gli istituti diocesani sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, vale a dire i beni della diocesi, hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo, che deve essere interpellato solo per i “movimenti” superiori ai 250mila euro, mentre sopra 1 milione di euro serve «il preventivo parere» della Cei e «l’autorizzazione» della Santa sede.
Nel 2000 il Macrico stava per essere acquistato dal Comune di Caserta, che non si sa come lo avrebbe utilizzato: si parlava genericamente della costruzione di «infrastrutture primarie». Il vescovo di allora, mons. Raffaele Nogaro – ora in pensione –, sempre schierato perché il Macrico diventasse un bene comune per tutti i cittadini di Caserta, sentì puzza di speculazione e di cemento e bloccò l’operazione. Da allora si sono alternate ipotesi di vendita – si sono interessati all’acquisto costruttori campani come i Coppola (cementificatori del litorale domizio), coop rosse, imprenditori vicini alla Compagnia delle Opere (il braccio economico di Comunione e liberazione), lo Stato per un confuso progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia – e le mobilitazioni del Macrico Verde per la salvaguardia e la restituzione dell’area alla città come parco pubblico. La faccenda sembrò chiudersi quando la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, bloccando così qualsiasi programma di edificabilità. Ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’Idsc, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato.
Solo con il Macrico – quindi senza considerare gli altri immobili diocesani – l’Idsc «è il primo e assoluto proprietario del territorio comunale», rileva il comitato: la superficie urbanizzata di Caserta è di 1.339 ettari, il Macrico ne rappresenta il 2,5%, «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini». Proporzioni da latifondista medievale.
È tutto legale, anche la vendita, risponde l’Idsc. Vero, «ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia. L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia?», chiedono i componenti del Macrico Verde a papa Francesco. E ricordano che proprio Bergoglio, nell’esortazione Evangelii Gaudium, ha scritto che la destinazione universale dei beni è «anteriore alla proprietà privata» e che «il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». E «non è la nostra comunità di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? – denuncia il comitato –. Non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? Non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? Non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». Se l’Idsc agirà «seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo», sarà evidente che alle parole del papa corrisponde «una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». La soluzione è una sola: la Chiesa «si assuma le sue responsabilità» e restituisca alla città il Macrico «come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

“La Chiesa restituisca alla città il Macrico”. I casertani scrivono al papa in visita pastorale

26 luglio 2014

“Adista”
n. 29,2 agosto 2014

Luca Kocci

La Chiesa di Caserta restituisca alla città come «bene comune indivisibile» il Macrico, 33 ettari nel cuore della città, nel XVII secolo proprietà della mensa vescovile, in seguito ceduta in affitto prima ai Borboni come “piazza d’armi” e poi alle Forze armate italiane che lo trasformarono in deposito di mezzi corazzati e vi costruirono una caserma, fino al 1994 quando venne assorbito dall’Istituto diocesano per il sostentamento del clero (Idsc): sarebbe questa l’unica opera di giustizia possibile, coerente con il Vangelo, con la Dottrina sociale della Chiesa e con le parole di papa Francesco. Lo chiedono le associazioni cattoliche e laiche casertane riunite nel comitato Macrico Verde (i padri sacramentini di Casa Zaccheo, le suore orsoline di Casa Rut e della cooperativa NewHope, i centri sociali Ex Canapificio e Millepiani, ma anche Italia Nostra e Legambiente) che da 15 anni si battono per la salvaguardia dell’area e che colgono l’occasione della presenza del papa in città – il 26 luglio in visita pastorale alla diocesi, il 28 luglio in visita privata all’amico pastore pentecostale Giovanni Traettino – per riportare all’attenzione la vicenda del Macrico, su cui incombe sempre il rischio della speculazione edilizia e della cementificazione dal momento che l’Idsc non esclude la possibilità di vendita a privati, contro la quale si è sempre opposto mons. Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta fino al 2009.

33 ettari equivalgono a 1/181 dell’intera superficie comunale. Ma se si considera solo lo spazio urbanizzato di Caserta la percentuale sale al 2,46%, calcola il comitato Macrico Verde in una lettera – che Adista può anticipare – inviata al papa, al segretario della Cei mons. Nunzio Galantino, al vescovo mons. Giovanni D’Alise e al presidente dell’Istituto centrale per il sostentamento per il clero Giovanni Soligo. «L’Istituto è il primo e assoluto proprietario di territorio comunale», «una percentuale elevatissima nelle mani di un solo Ente a fronte della restante parte per 80mila cittadini», «un caso straordinario che va ben al di là di qualsiasi legittima proprietà e che coinvolge concretamente tutti i cittadini di Caserta», scrive il comitato. «La destinazione di questa area non è quindi cosa che possa risultare indifferente alla proprietà considerando soprattutto le singolari caratteristiche non solo dell’Ente attualmente proprietario, ma le origini della proprietà stessa frutto della carità posta a servizio della mensa vescovile, la quale assolveva compiti di sussistenza e solidarietà».

Alla proposta del comitato – fare del Macrico uno spazio pubblico verde – la risposta è stata sempre che l’Idsc sta agendo nella piena legalità. «Ma la legalità è troppo poco quando offende la giustizia», si legge nella lettera. «L’Istituto investe, specula, compra, vende per il solo profitto. Tutto legittimo, ma è secondo giustizia? E il fine buono può giustificare mezzi cattivi? Noi non possiamo credere che questo sia vero perché se lo fosse sarebbe mostruoso e contraddirebbe la parola del Vangelo e la stessa Dottrina sociale della Chiesa». E sarebbe in contraddizione anche con le recenti affermazioni del papa che, nell’esortazione Evangelii gaudium, ha scritto: «La solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata. Il possesso privato dei beni si giustifica per custodirli e accrescerli in modo che servano meglio al bene comune, per cui la solidarietà si deve vivere come la decisione di restituire al povero quello che gli corrisponde». «Papa Francesco parla di restituire al povero quello che gli corrisponde», si legge ancora nella lettera del comitato Macrico Verde. «E non è la nostra comunità della città di Caserta povera di vita e di salute a causa di spietati cavatori che hanno distrutto e distruggono le nostre colline, di discariche legali e illegali che hanno inquinato definitivamente terreni e falde acquifere? E non è economicamente povera a causa di amministratori dissennati che l’hanno portata al dissesto finanziario? E non è povera di verde a causa di una cementificazione speculativa che ha creato un deforme ammasso di case? E non è povera di spazi e di servizi a causa dell’indifferenza di chi ha amministrato e amministra la cosa pubblica in nome del partito, del clan, del gruppo, della cordata?». «Non possiamo accettare – conclude la lettera – che si dica l’Idsc non è la Chiesa, si tratta evidentemente di una comoda e pericolosa finzione giuridica, quasi la creazione di un Ente autonomo che, perché ufficialmente autonomo, può operare seguendo le leggi del mercato e non quelle del Vangelo (gli Idsc sono infatti articolazioni periferiche dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero, sono proprietari ed amministratori di tutti i “benefici ecclesiastici”, cioè i beni della diocesi, e hanno personalità giuridica autonoma, non dipendono cioè dal vescovo diocesano che deve essere interpellato solo per i movimenti superiori ai 250mila euro, mentre per beni che superano il milione di euro – come il Macrico, il cui prezzo di mercato è di circa 40 milioni – devono avere «il preventivo parere della Cei» e «l’autorizzazione della Santa Sede», ndr). Non possiamo accettare che alle parole del papa corrisponda una prassi economicistica liberista che le nega nei fatti». Per questo «non chiediamo che la Chiesa doni nulla, ma che si assuma le sue responsabilità in ordine a questa proprietà, prendendo in considerazione la possibilità di una cessione solidale del bene alla città o anche una gestione comune del terreno come bene comune indivisibile e prezioso per la vita di tutti».

Eredità marchese Gerini: i salesiani truffati dal loro stesso economo?

7 maggio 2014

“Adista”
n. 17, 10 maggio 2014

Luca Kocci

I salesiani potrebbero essere stati truffati dal loro stesso economo generale. Il condizionale è d’obbligo, ma la chiusura delle indagini preliminari di una delle due inchieste penali sulla vicenda dell’eredità Gerini – che da oltre 20 anni contrappone gli eredi del marchese Alessandro Gerini, la Fondazione Gerini e la Congregazione salesiana (v. Adista Notizie nn. 6 e 10/14 – sembra avviarsi verso il rinvio a giudizio per truffa e falso dell’allora economo generale dei salesiani, don Giovanni Mazzali, Carlo Moisé Silvera (faccendiere siriano che curava gli interessi degli eredi Gerini) e Renato Zanfagna, l’avvocato che fece da “mediatore”.

La chiave di volta della questione è infatti un documento che nel 2007 riaprì il capitolo eredità Gerini e che, secondo l’accusa, sarebbe stato falsificato proprio dai tre. Alla sua morte, nel 1990, il marchese Gerini lasciò il proprio patrimonio – stimato in 660 milioni di euro in beni mobili e immobili – in eredità alla Fondazione Gerini, un ente ecclesiastico fondato nel 1963 e nel cui Consiglio di amministrazione siede anche l’economo generale dei salesiani, con i quali il marchese aveva un saldissimo legame fin dagli anni ‘50. I nipoti di Gerini contestarono il lascito e si affidarono a Silvera che, nel giugno 2007, raggiunse un accordo con don Mazzali, mediato da Zanfagna e benedetto anche dal cardinale salesiano Tarcisio Bertone: Silvera avrebbe accettato il 15% del patrimonio Gerini lasciato alla Fondazione (100 milioni), rinunciando a qualsiasi ulteriore pretesa sul resto delle proprietà del costruttore defunto. I salesiani – “garanti” della Fondazione – però non pagarono quanto pattuito, ritenendo di essere stati truffati. Silvera denunciò la Fondazione per il mancato pagamento, il Tribunale gli diede ragione, emanò un atto ingiuntivo di pagamento e ordinò il sequestro dei beni dei salesiani per un valore di 130 milioni di euro (dal momento che è possibile bloccare fino al 50% in più della somma pretesa dal creditore), stabilendo anche la vendita all’asta della casa generalizia della Congregazione.

Ad essere stato falsificato – aggiungendo interi paragrafi – sarebbe il “nulla osta” del 2007, firmato da don Marian Stempel, segretario del Consiglio generale della congregazione salesiana, con il quale si autorizzava l’economo generale dei salesiani a firmare la transazione con Silvera e gli eredi Gerini. E gli autori del falso, secondo l’ipotesi dell’accusa, sarebbero stati lo stesso economo generale Mazzali, Silvera e Zanfagna. I tre, «con artifici e raggiri», avrebbero fatto credere che la Fondazione Gerini fosse stata autorizzata dalla segreteria di Stato ad effettuare la transazione e soprattutto che la «Direzione Opere Don Bosco» dovesse «garantire le obbligazioni nascenti da questo atto transattivo» con un solo obiettivo: «Ottenere il versamento dei 100 milioni di euro», si legge nelle conclusioni dell’accusa rese note da un articolo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera (27/4). Da parte dei salesiani non arriva nessuna difesa “d’ufficio” di don Mazzali, economo generale per due mandati consecutivi (1996-2008), poi, e fino allo scorso mese di gennaio, ispettore (cioè provinciale) dell’Ispettoria salesiana sicula: «La Direzione generale Opere Don Bosco è certa che il giudice, una volta accertata la natura illecita della transazione firmata l’8 giugno 2007 saprà distinguere le posizioni dei soggetti coinvolti affermando le singole responsabilità personali», si legge in una nota della congregazione religiosa. Viene solamente ribadita «l’assoluta fiducia nell’opera della magistratura».

Lo scorso 2 aprile la Procura di Roma ha chiuso le indagini preliminari, per cui a giorni dovrebbe arrivare il prevedibile rinvio a giudizio oppure la meno probabile archiviazione. «Chiederemo anche il sequestro dell’atto di transazione fra Fondazione Gerini e Silvera che, se concesso, farà decadere automaticamente l’atto ingiuntivo e di conseguenza l’asta giudiziaria per la vendita della casa generalizia», spiega ad Adista Michele Gentiloni Silveri, avvocato della Fondazione. Asta intanto che si è aperta lo scorso 30 aprile con un nulla di fatto. Il secondo appuntamento è fissato il prossimo 17 settembre, se non sarà bloccato prima.


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 39 follower