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Inchiesta sull’attico che scotta

1 aprile 2016

“il manifesto”
1 aprile 2016

Luca Kocci

L’appartamento dell’ex segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone, continua a far parlare di sé.

Ieri il Vaticano ha confermato un’anticipazione dell’Espresso: Giuseppe Profiti, ex presidente del Cda dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”, e Massimo Spina, ex tesoriere, sono indagati dalla magistratura vaticana. L’accusa sarebbe di peculato, appropriazione e uso illecito di denaro. Avrebbero cioè utilizzato i soldi della Fondazione “Bambin Gesù” per pagare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento vaticano dell’ex segretario di Stato che, secondo il settimanale, sarebbero costati 422mila euro (e che in passato Bertone ha sostenuto di aver pagato di tasca sua, per un importo di 300mila euro). Contestualmente il vicedirettore della Sala stampa della Santa sede, Greg Burke, precisa che «Bertone non è indagato».

L’Espresso in edicola oggi pubblica un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi – autore del bestseller Avarizia, sotto processo in Vaticano insieme a Gianluigi Nuzzi (autore di Via Crucis), a mons. Lucio Vallejo Balda e a Francesca Immacolata Chaouqui, in passato componenti della Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede, nell’ambito dell’inchiesta “Vatileaks” sulla divulgazione di documenti riservati – sul caso “attico” di Bertone.

In particolare il settimanale rende noto un carteggio fra Profiti e Bertone risalente al novembre 2013. In una lettera del 7 novembre, Profiti propone al cardinale di ospitare, in «quella che sarà la dimora dell’Eminenza vostra», una serie di «riunioni e incontri con i più rappresentativi referenti delle istituzioni politiche ed economiche» per «veicolare progetti e istanze» dell’ospedale. La presenza di Bertone, scrive Profiti, «sarebbe garanzia certa di successo in quanto a partecipazione e relativamente nei successivi ritorni istituzionali ed economici». Per questo motivo, scrive l’ex presidente del “Bambin Gesù”, «sia gli incombenti necessari a realizzare in modo adeguato quanto occorrente a ospitare tali incontri quanto gli oneri per il loro svolgimento» sarebbero a carico della Fondazione.

Il giorno dopo parte la risposta di Bertone, che accoglie la proposta, precisando «che sarà mia cura fare in modo che la copertura economica occorrente alla realizzazione degli interventi proposti nella documentazione che allego, venga messa a disposizione della Fondazione a cura di terzi, affinché nulla resti a carico di codesta Istituzione».

Con questa risposta, spiega l’avvocato di Bertone, Michele Gentiloni Silveri, il cardinale chiarisce la propria volontà «di nulla porre a carico della Fondazione “Bambin Gesù”», precisando che sarà sua cura «procedere alla ricerca di finanziamenti per lavori da espletarsi nell’appartamento. Successivamente – prosegue l’avvocato – il cardinale Bertone, non avendo ricevuto sussidio da parte di terzi, ha pagato personalmente l’importo richiesto dal Governatorato in relazione ai lavori effettuati nell’appartamento a lui assegnato e di proprietà di quest’ultimo. Il cardinale ribadisce di non aver mai dato indicazioni, o autorizzato, la Fondazione “Bambin Gesù” ad alcun pagamento in relazione all’appartamento da lui occupato».

Inappuntabile. Però a questo punto non si spiega per quale motivo mesi fa lo stesso Bertone avrebbe versato 150mila euro alla Fondazione “Bambin Gesù”, come dichiarato a dicembre dalla nuova presidente del Cda dell’ospedale, Mariella Enoc: «Il cardinal Bertone non ha ricevuto direttamente del denaro, ma ha riconosciuto che abbiamo avuto un danno e quindi ci viene incontro con una donazione di 150mila euro». Se la Fondazione non ha speso un centesimo, quale «danno» avrebbe subito che Bertone si è poi sentito in obbligo di risarcire? L’inchiesta andrà avanti e, forse, i dubbi verranno chiariti.

La ricchezza sporca del Vaticano. Avarizia, il libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi

23 dicembre 2015

“il manifesto”
23 dicembre 2015

Luca Kocci

Se questa storia fosse accaduta quattro secoli fa, il Tribunale dell’inquisizione probabilmente avrebbe condannato al rogo il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, la sorte che toccò a centinaia di liberi pensatori, riformatori radicali e donne trasformate in streghe.

Oggi Fittipaldi – e con lui Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis (Chiarelettere) – non corre più il rischio di essere arso sulla pubblica piazza, ma una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, se il tribunale pontificio lo condannerà per un reato introdotto nel codice penale vaticano da papa Francesco nel luglio 2013: sottrazione e diffusione di documenti riservati.

L’eventualità pare improbabile: bisognerebbe provare che i giornalisti abbiano commesso il reato in territorio vaticano e, in caso di condanna, la Santa sede dovrebbe ottenere l’estradizione dall’Italia, aprendo un caso di proporzioni globali e certificando che la libertà di stampa non è gradita Oltretevere, anzi è una colpa da punire.

La responsabilità di questo processo surreale nei confronti dei giornalisti è Avarizia, il libro firmato da Fittipaldi e pubblicato da Feltrinelli che, come annunciato dal sottotitolo, presenta «le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco».

Il volume non ci ha convinto del tutto. Molte delle rivelazioni erano in realtà già note, e la stampa ne aveva dato ampia notizia. Inoltre Fittipaldi mette insieme, talvolta mescolando le carte senza troppe distinzioni, i conti del Vaticano con quelli della Chiesa italiana, condendoli qua e là con gli scandali finanziari che riguardano alcune diocesi italiane (Terni, Trapani, Salerno) ed estere (Limburg in Germania, Maribor in Slovenia) e alcuni ordini religiosi (salesiani, francescani, figli dell’Immacolata concezione). Fatti che, messi in fila, producono un’immagine della Chiesa cattolica più simile al dantesco cerchio degli avari e dei prodighi che alla comunità dei fedeli nel Vangelo di Gesù di Nazaret, ma che non contribuiscono a fare chiarezza, perché il Vaticano non è la Conferenza episcopale italiana, e la Cei non c’entra nulla con i salesiani o i francescani. Ed è la tesi di fondo del volume a destare qualche perplessità: ovvero quella di un Francesco rivoluzionario accerchiato dai cardinali cattivi e spendaccioni. Una tesi sposata da quasi tutti media, che però non aiuta a comprendere la complessità del sistema – di cui il papa è parte –, che non funziona nella sua struttura e non solo in qualche elemento.

Detto questo, il volume offre una serie di informazioni, dati e documenti inediti, che svelano aspetti sconosciuti dell’istituzione ecclesiastica. A cominciare dal «tesoro del papa» – così lo chiama Fittipaldi –, ovvero la quantificazione (per difetto) del patrimonio del Vaticano: oltre 10 miliardi di euro, di cui 9 in titoli (detenuti per lo più da Ior e Apsa) e 1 in immobili, facenti capo a 26 diverse istituzioni vaticane, che però avrebbero un valore di mercato superiore ai 4 miliardi. E infatti il problema della Cosea (la Commissione sull’organizzazione e la struttura economica-amministrativa della Santa sede di cui facevano parte mons. Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, accusati di aver passato le carte a Fittipaldi e a Nuzzi) non è la ridistribuzione ai poveri, ma la possibilità di farli fruttare di più, risolvendo una serie di errori gestionali che vanno dai «canoni di locazione molto bassi» (di cui spesso beneficiano giornalisti, politici e potenti vari), ad uno «uso inefficiente delle unità» fino a «nessuna gestione del tasso di rendimento».

In Vaticano ci sono alcune “miniere d’oro”, che producono annualmente ricavi milionari: i Musei vaticani (90 milioni), la Fabbrica di San Pietro (15 milioni) e una serie di esercizi commerciali esentasse in teoria accessibili solo ai dipendenti vaticani, in pratica aperti a tutti o quasi, come la farmacia (32 milioni, una normale farmacia incassa 700mila euro all’anno), il distributore di benzina (27 milioni), il supermercato (21 milioni), la tabaccheria (10 milioni). Tutto lecito ma, nota Fittipaldi, «se i clienti fanno ottimi affari e il Vaticano guadagna somme enormi», «l’erario italiano continua a rimetterci: è un trascurabile effetto collaterale». Miniere d’oro sono anche quelle istituzione caritatevoli che però fanno pochissima carità, a cominciare dall’Obolo di San Pietro, che usa qualcosa per i poveri ma accumula molto di più: al 2013 aveva un tesoretto di ben 378 milioni di euro, investiti in vari modi.

Accanto alle “miniere d’oro” ci sono i “pozzi senza fondo”: Radio Vaticana, che perde 26 milioni l’anno, e l’Osservatore Romano, in deficit per 5 milioni l’anno. E “pozzi senza fondo” sono anche alcuni cardinali: il solito Bertone, il cui appartamento da 296 metri quadri è stato ristrutturato anche con 200mila euro dalla Fondazione “Bambin Gesù”, nata per sostenere la ricerca sulle malattie infantili (e a cui Bertone nei giorni scorsi, forse per placare i propri sensi di colpa, ha annunciato di devolvere 150mila euro) ; ma anche il card. Pell, scelto da Francesco come superministro vaticano dell’Economia, che in sei mesi ha fatto spendere al suo dicastero oltre 500mila euro, fra cui 7.292 euro di tappezzeria, 4.600 per un sottolavello, 2.500 euro di abiti.

Ce la farà Francesco a riformare la Chiesa?, chiedono in molti. La domanda corretta pare però un’altra: il problema sono gli uomini o le strutture ecclesiastiche? E se la riposta è “la seconda che hai detto”, allora, forse, non c’è Francesco che tenga.

Mons. Bettazzi: «La Chiesa rinuncia al patrimonio»

14 novembre 2015

“il manifesto”
14 novembre 2015

Luca Kocci

«Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrivevano 50 anni fa i 40 vescovi che il 16 novembre 1965, durante la fase finale del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto delle catacombe. «Io non vivo nel lusso, il mio appartamento è di 296 metri quadrati, e non ci vivo da solo, abito con una comunità di tre suore che mi aiutano», dichiara oggi l’ex segretario di Stato vaticano di papa Ratzinger, il card. Tarcisio Bertone.

La distanza che separa le due affermazioni mostra con evidenza il cammino enunciato ma mai percorso fino in fondo dall’istituzione ecclesiastica; e indica soprattutto la coesistenza, nella stessa Chiesa cattolica, di due modi opposti di vivere il Vangelo, perlomeno in ordine al tema della povertà e dell’uso dei beni, oggi come ieri.

Autunno 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della «Chiesa dei poveri», lanciato da Giovanni XXIII, è stato poco presente nel dibattito in assemblea, ancor meno nei documenti ufficiali, anche per il timore, in clima di guerra fredda, di fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente capitalista.

Proprio per questo, il 16 novembre 1965, il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli (che poi verrà ucciso durante gli anni della dittatura) e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscrivono quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’è anche mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo ausiliare del card. Lercaro a Bologna –, che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, oggi 92enne, l’unico sopravvissuto di quel gruppo.

Mons. Bettazzi, come è nato il Patto delle catacombe?

«Al collegio belga di Roma si riuniva regolarmente un gruppo informale di una cinquantina di vescovi, autodefinitosi della “Chiesa dei poveri”, che rifletteva sul tema della povertà nella Chiesa. Paolo VI non gradiva che al Concilio si parlasse della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica. Diceva che lo avrebbe affrontato egli stesso in un’enciclica, che sarebbe poi stata la Populorum progessio. Allora il gruppo della “Chiesa dei poveri” decise di prendere l’iniziativa».

Cosa fecero?

«Si accordarono per celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e di formalizzare una serie impegni concreti sul tema della povertà che ciascun vescovo avrebbe personalmente assunto una volta tornato nella propria diocesi. Io venni a saperlo e ci andai».

E firmò il Patto…

«Il vescovo di Tournai, mons. Himmer, presiedeva la messa. Alla fine lesse questo elenco di impegni: non abitare in edifici lussuosi, rinunciare agli abiti sfarzosi, ai titoli onorifici, ai conti in banca, stare vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati. Firmammo in 40, ci impegnammo a farlo sottoscrivere ad altri, ed in poco tempo ci furono circa 500 adesioni. Poi il card. Lercaro lo portò al papa, insieme ad altri materiali sul tema della povertà che, su richiesta riservata di Paolo VI, aveva elaborato con un piccolo gruppo di vescovi».

Come mai al Concilio si parlò poco di questo tema, che infatti è scarsamente presente nei documenti finali?

«Paolo VI non voleva che venisse trattato esplicitamente. Eravamo in piena guerra fredda, c’era l’Unione sovietica e il comunismo, e il papa aveva paura che parlare di Chiesa dei poveri fosse interpretato in chiave anti-occidentale, una presa di posizione contro l’Occidente atlantico e capitalista».

E poi c’erano gli episcopati ricchi…

«Certo, perché chi guidava i lavori erano gli episcopati del nord Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda, poco sensibili al tema della Chiesa dei poveri».

Bisognerà aspettare la teologia della liberazione…

«Esattamente. Nel 1967 Paolo VI pubblicò la Populorum progressio, anche sulla base dei materiali che gli aveva fornito Lercaro, che è un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non tratta espressamente il tema della povertà. Invece, nel 1968, con l’assemblea dei vescovi latinoamericani a Medellin, per la prima volta si parla di “scelta preferenziale dei poveri”, ovvero guardare ed affrontare la realtà dal punto di vista degli esclusi».

Cosa ne è stato del Patto delle catacombe in questi 50 anni?

«Ognuno di noi ha cercato di fare del proprio meglio nella propria diocesi, ma senza collegarsi con gli altri».

Oggi che Chiesa viviamo?

«Mi sembra che papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo la sua azione pastorale incontra molte resistenze».

Resistenze soprattutto interne…

«Sì. Del resto cambiare una struttura è molto più difficile che non farne una nuova, come è difficile far cambiare una certa mentalità alle persone…».

Un impegno concreto per la Chiesa da attuare subito?

«Innanzitutto la trasparenza e la veridicità dei bilanci economici e finanziari, a tutti i livelli, dal Vaticano alla singola parrocchia. E poi un’autentica comunione, perché nella Chiesa il clericalismo è molto forte».

È pensabile che la Chiesa rinunci davvero a beni e patrimoni?

«Se leggo gli ultimi documenti di papa Francesco, mi pare che si vada in questa direzione. Certamente l’operazione deve essere portata avanti con saggezza. Lo Ior, per esempio, è un problema che non può essere risolto con un taglio netto, bisogna vedere come riuscire a trasformare quello che è diventato un potere finanziario in un servizio, ciò che in realtà dovrebbe essere. Per fare questo ci vuole tempo e persone adatte».

Papa Francesco potrà farcela?

Lo spero. È molto difficile rinnovare una Chiesa che per secoli è stata un potere, con un papa re addirittura».

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Il Patto delle catacombe

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

– Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cfr. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

– Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

– Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cfr. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi e i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cfr. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cfr. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cfr. At 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cfr. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

Firmatari:
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, Germania
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, Argentina
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira, Brasile
Luigi BETTAZZI (1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), Italia
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, Cuba
Gérard Marie CODERRE (1904-1993)Vescovo di Saint Jean de Québec, Canada
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970) – Vescovo di Xuzhou, Cina
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, Dominica
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, Argentina
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, India
Georges Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975) – Vescovo di Pala, Ciad
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, India
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús, Brasile
Adrien Edmond Maurice GAND (1907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille, Francia
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu, Brasile
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di
Rennes, Francia
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, Congo
George HAKIM (1908-2001) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), Israele
Barthélémy Joseph Pierre Marie Henri HANRION, Frati
minori (1914-2000) – Vescovo di Dapango, Togo
Charles Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, Belgio
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979) – Vescovo di Gibuti, Gibuti
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980) – Vicario apostolico di Eliopoli, Egitto
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, Corea del sud
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999) ­– Vescovo di Dali (Tali), Cina
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro, Brasile
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975) – Vescovo di Port Victoria, Seychelles
François MARTY
(1904-1994) – Arcivescovo di Reims, Francia
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), Cina
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991), Vescovo di Laghouat, Algeria
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, Spagna
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória, Brasile
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj, Croazia
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife, Brasile
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, India
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , Cina
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem, India
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, India
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, India
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984) – Vicario apostolico del Borneo olandese, Indonesia
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, Grecia

Il Patto delle catacombe: per dire quello che il Concilio non volle dire. Intervista a mons. Bettazzi

13 novembre 2015

“Adista”
n. 40, 21 novembre 2015

Luca Kocci

16 novembre 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della Chiesa povera, invocato da Giovanni XXIII ancora prima che il Concilio avesse inizio («La Chiesa si presenta qual è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri», Radiomessaggio dell’11 settembre 1962, ad un mese dall’inizio) e rilanciato più volte dal card. Giacomo Lercaro, non è stato valorizzato dall’assise ecumenica, sia perché i lavori erano guidati dagli episcopati del nord ricco, sia perché, in clima di guerra fredda, per molti parlare di povertà e di Chiesa dei poveri avrebbe significato fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente atlantista e capitalista.

Proprio per questo motivo, il 16 novembre 1965, un gruppo di 40 padri conciliari (fra cui mons. Enrique Angelelli, vescovo di Cordoba, in Argentina, poi ucciso durante gli anni della dittatura, e mons. Heleder Camara, arcivescovo di Olinda e Recife, si dà appuntamento alle catacombe di Domitilla, per celebrare un’eucaristia e per sottoscrivere un documento, poi denominato Patto delle catacombe, un elenco di 12 impegni individuali di povertà che i firmatari si impegnano a vivere nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. In poco tempo il Patto – che il card. Lercaro consegna a Paolo VI – viene firmato da oltre 500 vescovi e resta, anche oggi, una sorta di Magna Charta per tutti coloro che vogliono ispirarsi e vivere la Chiesa povera e dei poveri.

Mons. Luigi Bettazzi, all’epoca vescovo ausiliare di Bologna – l’arcidiocesi retta da Lercaro – era uno dei 40 padri conciliari presenti alle catacombe di Domitilla, e l’unico ancora vivente di quel gruppo. «L’iniziativa era stata del gruppo della Chiesa dei poveri, che si riuniva al collegio belga», racconta Bettazzi ad Adista. «E fu motivata dal fatto che Paolo VI non gradiva che in assemblea si parlasse molto della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica, allora c’era la guerra fredda e non voleva che sembrasse un appoggio contro l’Occidente. Diceva che avrebbe trattato lui il tema, in un’enciclica, che sarà poi la Populorum progessio».

Cosa si decise di fare?

«Celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e presentare un impegno che i vescovi si assumevano personalmente».

Lei fu invitato?

«L’invito era generico. Io facevo parte di un piccolo gruppo di vescovi della spiritualità di p. Charles De Foucauld, ci ritrovavamo tutte le settimane a pregare e a parlare dei temi del Concilio. Lì seppi che ci sarebbe stata questa messa e andai».

Cosa accadde?

«Mons. Charles-Marie Himmer, vescovo di Tournai, presiedeva la messa. Al termine presentò questa serie di impegni di semplicità e di povertà: non abitare in edifici lussuosi, non usare mezzi di trasporto lussuosi, star vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati, ecc. In 40 firmammo, e ci impegnammo a raccogliere altre firme. Ne arrivarono 500. Poi il card. Lercaro consegnò il documento a Paolo VI, insieme anche ad altri materiali sul tema della Chiesa dei poveri che il papa gli aveva chiesto».

Quali materiali?

«Paolo VI aveva chiesto a Lercaro di raccogliere del materiale sulla Chiesa dei poveri che gli sarebbe servito per l’enciclica. E Lercaro, così mi raccontò Dossetti, aveva chiesto, segretamente, ad alcuni vescovi di aiutarlo: un gruppo lavorò sul tema della povertà nella Bibbia e nella teologia, un secondo gruppo sul tema della povertà nella sociologia e un terzo gruppo sul tema della povertà nella pastorale. Poi consegnò tutto a Paolo VI. Anche se le conseguenze immediate furono minime».

Cioè?

«Paolo VI fece due cose: abolì l’esercito pontificio e liquidò l’aristocrazia romana, un cui rappresentante era sempre presente, in alta uniforme, quando celebrava i pontificali. Poi arrivò la Populorum progressio, un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non affronta espressamente il tema della Chiesa dei poveri. Bisognerà aspettare il 1968, con la conferenza dei vescovi latinoamericani a Medellin, per parlare di “scelta preferenziale dei poveri”».

Oggi che Chiesa c’è?

«P. Congar diceva che per capire bene ed attuare un Concilio ci vogliono 50 anni. Mi sembra che oggi papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo incontra tante resistenze»

Il papa e l’Imu. Se chiedere di pagare le imposte è una “rivoluzione”

16 settembre 2015

“il manifesto”
16 settembre 2015

Luca Kocci

Le dichiarazioni di papa Francesco sul pagamento dell’Imu da parte della Chiesa rilasciate l’altro ieri all’ emittente cattolica portoghese Rádio Renascença – rilanciate dalla Radio Vaticana e dall’Osservatore Romano – sono state presentate come dirompenti dalla maggior parte dei media: «Svolta sull’Imu» hanno titolato i più tiepidi, «Rivoluzione» i più accaniti.

Eppure, se lette con animo equilibrato, le affermazioni del pontefice appaiono ovvie. «Alcune congregazioni dicono: “No, ora che il convento è vuoto, facciamo un hotel, un albergo, e possiamo ricevere gente, così ci manteniamo e ci guadagniamo” – ha detto Bergoglio alla cronista che lo intervistava –. Ebbene, se vuoi fare questo, paga le tasse», «se lavora come hotel, che paghi le tasse, come qualsiasi altra persona. Sennò l’attività non è molto sana».

Anche gli enti ecclesiastici, se svolgono attività commerciali, devono pagare le tasse, ha detto in sostanza Bergoglio. Un elementare principio di rispetto della legalità, che non ci sarebbe nemmeno bisogno di ribadire (benché qualche anno fa, un ex premier, Berlusconi, durante una conferenza stampa ufficiale, affermò di sentirsi «moralmente autorizzato ad evadere le tasse» ritenute troppo alte).

Ma se la dichiarazione di papa Francesco ha fatto così rumore ed ha spiazzato parte del mondo cattolico – il direttore del quotidiano della Cei Avvenire, Marco Tarquinio, si è affrettato a precisare al Corriere della Sera: «Le parole del papa non erano rivolte all’Italia», «parlava ai portoghesi» – è perché è tutt’altro che scontata. Come del resto dimostrano le riposte che pochi giorni fa il consigliere comunale radicale, nonché presidente di Radicali italiani, Riccardo Magi ha ottenuto dal Dipartimento risorse economiche del Comune di Roma: solo nella Capitale, su un campione di 299 strutture (di cui 246 di proprietà di enti ecclesiastici), quasi due terzi non ha mai pagato o ha pagato irregolarmente le imposte locali – soprattutto Ici e Imu, ma anche Tasi e Tari –, per un’evasione fiscale di oltre 19 milioni di euro. O come hanno dimostrato le recenti sentenze della Corte di Cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Ici mai versata nel periodo 2004-2009, per un importo di 422mila euro. E come dimostrano soprattutto tutti i meccanismi (sempre bocciati dall’Europa, anche in questo caso dopo le denunce dei Radicali) elaborati dai governi che si sono succeduti dal 2005 ad oggi – Berlusconi: esenzione totale; Prodi: esenzione per gli immobili che non avevano «esclusivamente» natura commerciale; Monti: pagamento solo sulla superficie impiegata per attività commerciali – per esentare dal pagamento di Ici e Imu gli immobili di proprietà ecclesiastica (e delle organizzazioni no profit).

Se le cose stanno così, allora, le parole di papa Francesco hanno un evidente di valore di richiamo per gli enti ecclesiastici. A cominciare dagli immobili di proprietà del Vaticano – sui quali Bergoglio potrebbe intervenire subito –, anche loro piuttosto disinvolti nel pagamento di alcune imposte, ma subito pronti ad accogliere esenzioni (dai contrassegni per la Ztl all’acqua).

C’è poi un altro aspetto che rende l’affermazione di papa Francesco parzialmente contraddittoria con quanto egli stesso aveva detto tempo fa. Nel settembre 2013, in visita al Centro Astalli (centro di accoglienza ed assistenza per rifugiati e richiedenti asilo, gestito dai gesuiti), aveva richiamato i religiosi: «I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati». Ora invece pare rettificare: vanno bene i conventi diventati alberghi, purché paghino le tasse.

Parrocchie aperte, ancora poche risposte

8 settembre 2015

“il manifesto”
8 settembre 2015

Luca Kocci

Bisognerà attendere qualche settimana per capire se l’appello di papa Francesco, durante l’Angelus di domenica scorsa a San Pietro, alle parrocchie e agli istituti religiosi affinché accolgano i migranti («ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia di profughi, incominciando dalla mia diocesi di Roma») avrà effetti concreti o cadrà nel vuoto e coinvolgerà solo una minoranza delle comunità cattoliche, quelle che già da anni lavorano con i migranti.

Dipenderà innanzitutto dai vescovi, che Bergoglio ha richiamato in prima persona («Mi rivolgo ai miei fratelli vescovi d’Europa, perché nelle loro diocesi sostengano questo mio appello»), e dalla loro volontà di stimolare e aiutare i parroci. La maggior parte tace, almeno per ora, ma qualcuno ha già risposto: il vescovo di Avezzano (Aq), Santoro – questa estate attaccato dai neofascisti di Forza Nuova che affissero di fronte alla cattedrale lo striscione «Per il vescovo prima i clandestini, per Forza Nuova prima gli italiani». –, ha annunciato che ospiterà a casa sua una famiglia di profughi; il vescovo di Cagliari, Miglio, ha cominciato ad organizzare l’accoglienza insieme alla Caritas sulla base della disponibilità ricevuta dalle parrocchie; e la Cei ha fatto sapere che se ne parlerà al prossimo Consiglio episcopale, il 30 settembre, per «individuare modalità e indicazioni da offrire a ogni diocesi». In Europa, i vescovi francesi hanno diffuso una nota in cui si dice che «questo appello ci stimola e ci invita a continuare e ad incrementare le nostre azioni nei confronti dei rifugiati». Altri invece hanno già fatto sapere che non se ne parla proprio, come il cardinale Erdö, arcivescovo di Budapest e primate di Ungheria, il quale – in grande sintonia con il premier Orbán – ha spiegato che la Chiesa ungherese non può rispondere all’appello del papa perché dare ospitalità a migranti irregolari in transito è «illegale». «La Chiesa, parte di essa, può avere resistenze: sappiamo che scardinare il “comodismo” attuale, mettere in discussione la Chiesa benestante, che di questa condizione ha fatto un sistema di vita, è rischioso», dice al Mattino mons. Nogaro, vescovo emerito di Caserta, da sempre in prima linea per i diritti degli immigrati.

Poi ci sono i parroci. Molti sono stati “spiazzati” dall’appello del papa. Altri, pur facendo presenti le difficoltà pratiche – l’allestimento degli spazi – e amministrative, si dicono pronti. «Questo appello è un incoraggiamento per noi e sarà efficace anche per superare le perplessità di qualche parrocchiano», spiega don Ben Ambarus, prete romeno da sempre in servizio a Roma, parroco dei Ss. Elisabetta e Zaccaria a Prima Porta, la prima parrocchia visitata da papa Francesco. «Inoltre – aggiunge – se tutti si attiveranno, questo sarà il miglior antidoto ai luoghi comuni e agli slogan razzisti, perché i migranti incontreranno delle persone, racconteranno le loro storie e tanti pregiudizi svaniranno». Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera: «È un invito alla concretezza che va accolto, non è più sufficiente organizzare corsi di italiano e partite di calcio». Don Tommaso Scicchitano, parroco a Donnici, periferia di Cosenza, che ha subito rilanciato su Facebook l’appello («papa Francesco ha chiesto ad ogni parrocchia di accogliere una famiglia di profughi. Che facciamo? Gli diciamo di no?»): «Mi consulterò con il vescovo, sentirò la Prefettura, poi la prossima settimana convocherò un’assemblea in parrocchia per organizzarci». Don Andrea Bigalli, parroco a Sant’Andrea in Percussina (Fi): «Sono parole in linea con il Vangelo, non si può fare diversamente. Poi però bisognerà anche fermare la guerra, il traffico di armi e le mafie che gestiscono il traffico dei migranti».

Con 130mila parrocchie in Europa, 27mila in Italia, migliaia di istituti religiosi e conventi, più tutti gli immobili riconducibili direttamente al Vaticano (ben di più delle due parrocchie dentro le Mura leonine che si sono già attivate), se tutte le comunità rispondessero positivamente, il problema ospitalità sarebbe risolto. Molti di questi spazi, però, sono già stati riconvertiti in alberghi e bed & breakfast. Tanto che il prefetto di Roma Gabrielli, nello scorso maggio, a margine di una riunione per trovare qualche centinaio di posti per i migranti arrivati in città, raccontò che furono proprio diversi istituti religiosi a dire no «perché vedono nel Giubileo maggiori possibilità di business». Chissà se adesso il papa avrà più successo.

Tasse alle paritarie, la Chiesa trema e contrattacca

26 luglio 2015

“il manifesto”
26 luglio 2015

Luca Kocci

Hanno avuto l’effetto di una bomba esplosa all’improvviso le sentenze della Corte di cassazione che hanno condannato due scuole cattoliche livornesi a pagare l’Imposta comunale sugli immobili (Ici) mai versata nel periodo 2004-2009 per un importo di 422mila euro.

Superato lo shock iniziale di una situazione che potrebbe riguardare quasi 9mila scuole cattoliche (su un totale di oltre 13mila paritarie) e una cifra di 1-2 miliardi di euro (a seconda che il recupero dell’Ici si limiti al 2010-2011 oppure comprenda anche il periodo 2004-2009, ma questo caso, essendo trascorsi 5 anni, vale solo per i contenziosi già avviati), la Conferenza episcopale italiana ha schierato l’artiglieria pesante, mons. Galantino, segretario generale della Cei (il secondo in grado, dopo il card. Bagnasco), che ha bollato la sentenza come «ideologica» e «pericolosa», perché limita «la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa».

Cosa c’entri il pagamento delle tasse con la «libertà di educazione» è argomentato dai massimi dirigenti delle scuole cattoliche. «Sono sentenze che lasciano interdetti, perché costringeranno le scuole paritarie, che hanno già dei bilanci in rosso, a chiudere», riducendo così la libertà di educazione, spiega a Radio Vaticana don Macrì, presidente della Federazione istituti attività educative (Fidae), tanto più che molti Comuni, «con i tagli che hanno subito, cercheranno in tutti i modi di rastrellare qualche soldo». E padre Ciccimarra, presidente dell’Associazione gestori istituti dipendenti dall’Autorità ecclesiastica (Agidae): «Bisognerebbe chiudere tutte le scuole, perché altrimenti tra un po’ saremo oggetto di decreti ingiuntivi e di procedure fallimentari».

Di nuovo Galantino, che dà delle sentenze dei giudici della Cassazione – toghe rosse anche loro? – una lettura tutta politica: «Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia, perché ho la netta sensazione che si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia», prosegue il segretario della Cei, che brandisce i numeri: «A scegliere le scuole paritarie sono 1 milione e 300mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro (ogni anno, ndr), lo Stato risparmia 6 miliardi e mezzo». Un’affermazione lapalissiana: lo Stato risparmia, è vero, ma perché sono le famiglie a pagare il servizio con le rette annuali, se così non fosse, non risparmierebbe più. Su un punto Galantino ha ragione: la questione non riguarda solo le scuole cattoliche, ma tutte le scuole paritarie che l’allora ministro Luigi Berlinguer con la legge 62 del 2000 riconobbe come parte del sistema nazionale di istruzione, generando una serie di contraddizioni con la Costituzione e con normative particolari, come quella sull’Ici.

La storia Ici-Chiesa comincia più di 10 anni fa, con un’altra sentenza della Cassazione che, su ricorso del Comune di L’Aquila, condannò le suore zelatrici del Sacro cuore a pagare l’imposta perché nel loro istituto ospitavano a pagamento anziani e studentesse. Nel 2005 intervennero Berlusconi e Tremonti che stabilirono l’esenzione dall’Ici per gli immobili di proprietà ecclesiastica in cui si svolgevano attività anche commerciali, purché «connesse a finalità di religione o di culto». L’anno successivo Prodi corresse il tiro con un avverbio: l’esenzione riguardava gli immobili destinati al culto e allo svolgimento di attività assistenziali, didattiche, sanitarie, sportive e ricettive purché non avessero «esclusivamente» natura commerciale. Le situazioni limite furono sanate, ma i margini restavano ampi. I Radicali presentarono diversi ricorsi all’Europa, sostenendo che le esenzioni si configuravano come illegittimi aiuti di Stato, accolti sia da Bruxelles (che nel 2012 riconobbe la violazione, ma chiuse la questione perché era impossibile quantificare le somme dovute) sia dalla Corte di giustizia di Strasburgo, che lo scorso anno censurò la Commissione proprio perché non impose il pagamento delle cifre non versate.

Si vedrà ora cosa innescheranno le sentenze della Cassazione. Sempre che non intervenga di nuovo il governo a sanare tutto. «Penso che ci sia una riflessione da fare», ha dichiarato la ministra dell’Istruzione Giannini, convinta sostenitrice del sistema di istruzione pubblico-privato. Il sottosegretario all’Istruzione Toccafondi, ciellino (e molte scuole paritarie sono targate Comunione e Liberazione), a Radio Vaticana è ancora più chiaro: «Queste scuole fanno un servizio di pubblica utilità. Certo sono gestite in maniera commerciale, ma come si fa a non mettere in pratica un’attività commerciale se bisogna pagare l’affitto, le utenze?». E anche il Parlamento – tranne Sel, M5S e qualche piddino a briglie sciolte – è critico verso i giudici del Palazzaccio e compatto perché si trovi presto una soluzione. Immarcescibile Salvini su Facebook: «Per fortuna che ci sono tante scuole private, anche religiose, che fanno quello che lo Stato non riesce a fare. Ma che la Chiesa si lamenti perché deve pagare l’Imu sugli immobili quando ogni giorno invita ad accogliere immigrati a casa degli italiani mi pare strano. Sacrifici per gli altri, esenzioni per loro».

La questione, comunque, riguarda il passato, ovvero Ici e forse Imu. Per il presente il discorso è chiuso: la Tasi – che ha sostituito le precedenti imposte – prevede l’esenzione totale per le scuole paritarie che chiedono una retta annuale non superiore a 5.739 euro (scuole per l’infanzia), 6.634 euro (primarie), 6.836 euro (medie) e 6.914 euro (superiori). Cifre non propriamente da studenti poveri.

Giubileo: più che la misericordia poté il business

14 maggio 2015

“Adista”
n. 18, 16 maggio 2015

Luca Kocci

Accogliere i migranti in fuga da povertà e guerre o i pellegrini diretti a Roma per il Giubileo della misericordia proclamato da papa Francesco che prenderà il via il prossimo 8 dicembre? I religiosi romani sembrano non avere dubbi: i pellegrini, che sono decisamente più redditizi.

A rivelarlo è una fonte autorevole: il prefetto di Roma Franco Gabrielli, che sta cercando nuovi spazi per accogliere nella capitale qualche migliaio di donne, uomini e bambini sbarcati dall’Africa in Sicilia nelle ultime settimane e che, oltre ai municipi romani e ai Comuni dell’hinterland, si è rivolto anche agli istituti religiosi, i quali gli avrebbero risposto un secco no. Lo ha spiegato lo stesso Gabrielli, durante un incontro, lo scorso 4 maggio, con il presidente del III municipio di Roma, Paolo Emilio Marchionne, forze dell’ordine e cittadini sul tema immigrazione: «Vi assicuro – ha detto Gabrielli – che quando i miei colleghi mi hanno riferito l’esito di alcuni incontri, tra cui anche quelli con i rappresentanti di alcuni istituti religiosi che hanno fatto marcia indietro sull’accoglienza dei migranti perché vedono nel Giubileo maggiori possibilità di business, mi è crollato il mondo addosso». Tanto che il prefetto ha perso le staffe: «Ho detto ai miei colleghi di dire a questi signori che loro di business nel Giubileo ne faranno poco perché gli requisisco l’immobile. O facciamo uno sforzo di comprensione del mondo che abbiamo intorno o facciamo poca strada».

Difficile che Gabrielli passi dalle parole ai fatti, anche perché in qualche caso potrebbero essere sollevati problemi di natura concordataria. Ma la denuncia del prefetto resta oltremodo grave. Tanto più che molti si erano spellati le mani ad applaudire papa Francesco quando, nel settembre 2013, in visita al Centro Astalli (Centro di accoglienza ed assistenza per rifugiati e richiedenti asilo, gestito dai gesuiti), aveva detto: «Carissimi religiosi e religiose, i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati. Il Signore chiama a vivere con generosità e coraggio l’accoglienza nei conventi vuoti».

Il rifiuto dei religiosi ad accogliere i migranti nelle proprie strutture perché farebbe perdere loro il business dei pellegrini in visita a Roma per il Giubileo è anche la conferma che l’Anno Santo, nonostante le rassicurazioni che sarebbe stato di basso profilo e privo di adunanze oceaniche («È bene ribadire da subito, a scanso di equivoci, che il Giubileo della Misericordia non è e non vuole essere il Grande Giubileo dell’Anno 2000», ha riconfermato mons. Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione durante la conferenza stampa di presentazione del Giubileo, lo scorso 5 maggio), si configura anche come un evento di massa, che porterà a Roma milioni di fedeli.

Del resto nel calendario ufficiale sono previsti oltre 20 grandi eventi romani, dal Giubileo dei ragazzi e delle ragazze (24 aprile 2016) al Giubileo degli ammalati (12 giugno 2016), dal Giubileo dei catechisti (25 settembre 2016) al Giubileo mariano (8-9 ottobre 2016). È vero che durante l’Anno santo del 2000 gli appuntamenti furono oltre il triplo, ma più di 20 eventi in un anno – quindi due al mese – sembrano comunque troppo per un Giubileo low profile, che attirerà inevitabilmente milioni di fedeli a Roma. E non ci sarà posto per i migranti. A meno che Gabrielli, come ha minacciato, non requisisca i conventi. Oppure i religiosi si accorgano che il Giubileo è dedicato alla misericordia.

Francescani, poveri ma per truffa

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Fine d’anno ingloriosa per Francesco d’Assisi, il santo della povertà a cui papa Bergoglio ha detto di essersi ispirato quando nella Cappella sistina, appena eletto papa, ha scelto il proprio nome da pontefice. I suoi discepoli, i minori, l’ordine da lui fondato otto secoli fa, sono alle prese con un buco di bilancio di svariati milioni di euro, causato da «dubbie operazioni finanziarie», condotte anche da alcuni frati. E quello dei francescani è solo l’ultimo e l’ennesimo scandalo economico-finanziario che, in tempi recenti, ha coinvolto enti ecclesiastici e congregazioni religiose. Evidentemente nella Chiesa il bimillenario conflitto fra Dio e Mammona è sempre attuale.

Le rivelazione del dissesto economico dei francescani arriva direttamente dal ministro generale dell’Ordine dei frati minori – il terzo istituto religioso maschile della Chiesa cattolica per numero di aderenti, dopo gesuiti e salesiani –, lo statunitense fr. Michael Anthony Perry, in una lettera indirizzata agli oltre 14mila frati sparsi nel mondo. La situazione è «grave, sottolineo grave», rimarca Perry. Un aggettivo volutamente ribadito che lascia intendere – dalla Curia generale dell’ordine non si fanno cifre – che il buco di bilancio ammonta a decine di milioni di euro, forse anche di più. Non a causa della crisi, ma per operazioni finanziarie spericolate «condotte da frati cui era stata affidata la cura del patrimonio dell’ordine», in concorso anche con persone esterne ai francescani, già denunciate alla magistratura.

L’indagine interna, avviata nello scorso settembre e tutt’ora in corso, ha evidenziato una serie di attività finanziarie, definite eufemisticamente «dubbie», realizzate dall’Economato generale dei francescani. L’economo generale, p. Giancarlo Lati (prima di scegliere il saio lavorava al Monte dei Paschi di Siena), si è dimesso ed è stato subito sostituito dal suo vice, p. Silvio De La Fuente, affiancato da un secondo frate esperto in questioni economiche e amministrative, p. Pasquale Del Pezzo.

«La Curia generale si trova in una situazione di grave difficoltà finanziaria, con un cospicuo ammontare di debiti», si legge nella lettera del ministro generale. Dall’indagine interna «è emerso che i sistemi di vigilanza e di controllo finanziario della gestione del patrimonio dell’Ordine erano o troppo deboli oppure compromessi, con l’inevitabile conseguenza della loro mancanza di efficacia rispetto alla salvaguardia di una gestione responsabile e trasparente». Dai primi riscontri pare che si siano verificate molteplici «dubbie operazioni finanziarie», «senza la piena conoscenza e il consenso né del precedente né dell’attuale Definitorio generale», l’organo di governo centrale dell’Ordine. Operazioni che «hanno messo in grave pericolo la stabilità finanziaria della Curia generale» e che «vedono coinvolte persone che non sono francescane ma che sembra abbiano avuto un ruolo centrale nella vicenda». Si avvalora quindi l’ipotesi di una sorta di “concorso esterno” – che potrebbe anche nascondere una truffa –, ma le principali responsabilità sembrano essere tutte interne all’Ordine.

Uno dei filoni dell’indagine ruoterebbe attorno all’hotel “Il Cantico” – nome francescano doc, plasmato sul Cantico di frate Sole di Francesco d’Assisi –, albergo e ristorante di lusso di proprietà dei religiosi, a due passi da San Pietro, alla cui guida c’era l’ex economo, p. Lati, «un paradiso di eleganza, calore e benessere», si legge nel sito internet della struttura. Ma la vicenda potrebbe varcare anche i confini nazionali: secondo Panorama la magistratura svizzera avrebbe sequestrato alcuni depositi dell’Ordine per decine di milioni di euro perché sospetta che sarebbero stati investiti in società finite sotto inchiesta per traffici illeciti.

In attesa di eventuali sviluppi penali, l’indagine interna, scrive Perry, dovrà quantificare la reale consistenza dell’ammanco, rafforzare i sistemi di controllo e vigilanza interni e passare al setaccio tutte «le attività dell’ufficio dell’Economato generale dal 2003 ad oggi, prestando particolare attenzione a qualunque operazione potesse suscitare sospetto o preoccupazione». Da valutare la posizione del precedente ministro generale dei frati minori (dal 2003 al 2013), mons. José Rodríguez Carballo, da poco più di un anno nominato da papa Francesco segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Lo stesso Carballo, nello scorso agosto, firmò – insieme al prefetto della Congregazione, card. Braz de Aviz –, le “Linee orientative per la gestione dei beni negli Istituti di vita consacrata e nelle Società di vita apostolica”: un vademecum per la gestione corretta e trasparente dei beni e dei patrimoni degli ordini e delle congregazioni religiose.

I frati minori non rischiano il fallimento, ma il pesante dissesto economico potrebbe metterli in seria difficoltà. Tanto che Perry chiede a tutti i conventi di inviare alla Curia generale «un contributo finanziario per aiutarci a far fronte all’attuale situazione, che implica anche il pagamento di cospicue somme di interessi passivi». Chissà che questa vicenda non obblighi l’Ordine a recuperare la povertà praticata e auspicata da Francesco d’Assisi che fin dall’inizio – nonostante le agiografie edulcorate – fu guardata con sospetto dai papi e contestata dagli stessi francescani, che proprio sulla questione della povertà si divisero già all’indomani della morte del loro fondatore.

Il «peccato» venale oltre lo Ior

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Adesso i francescani. In passato i salesiani, i camilliani, i Figli dell’Immacolata concezione. Oltre allo Ior e ad alcune diocesi. Quello che in questi giorni coinvolge l’Ordine dei frati minori è solo l’ultimo di una lunga serie di scandali economico-finanziari che vede come protagonisti istitituzioni ecclesiastiche e congregazioni religiose.

È di pochi giorni fa l’apertura di un’indagine, l’ennesima, sullo Ior. Sotto inchiesta sono finiti i massimi dirigenti del dopo Marcinkus – che negano ogni addebito –, quelli chiamati a “risanare” la banca vaticana: Angelo Caloia (presidente dal 1989 al 2009) e Lelio Scaletti (ex direttore generale), indagati dalla magistratura vaticana per peculato. Avrebbero “svenduto” 29 immobili di proprietà dello Ior (per un valore stimato di 160 milioni di euro) a società offshore domiciliate in vari “paradisi fiscali”, controllate in parte dagli stessi indagati che così avrebbero realizzato guadagni per 50-60 milioni di euro, a danno della stesso Ior, rivendendo o affittando gli edifici e gli appartamenti.

Oltrepassando il Tevere e spostandosi in Italia, è cominciata nel 2013 un’inchiesta della procura di Terni che ha messo in luce una serie di operazioni immobiliari sospette, avvenute negli anni in cui a Terni c’era come vescovo mons. Vincenzo Paglia (“guida spirituale” della Comunità di Sant’Egidio, ora a capo del Pontificio consiglio della famiglia), nelle quali sono coinvolti alcuni dirigenti laici della Curia di Terni – per oltre un anno “commissariata” dal Vaticano –, che hanno lasciato un buco nei bilanci della diocesi di circa 20 milioni di euro.

Se poi si passa alle congregazioni religiose, il quadro si fa ancora più intricato. Nel 2013 è finito agli arresti p. Franco Decaminada, ex consigliere delegato della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione – proprietaria dell’Istituto dermatopatico dell’Immacolata, dell’ospedale San Carlo di Nancy e di altre strutture sanitarie a Roma e in Italia –, con l’accusa di bancarotta fraudolenta, false fatturazioni e appropriazione indebita: avrebbe prelevato svariati milioni di euro, mandando quasi sul lastrico la sua stessa congregazione religiosa. Sempre nel 2013 è finito agli arresti anche l’ex superiore generale dei camilliani, p. Renato Salvatore, accusato di essersi appropriato di una decina di milioni di euro del proprio ordine religioso e di aver concorso ad una sorta di sequestro lampo di due confratelli per impedire loro di partecipare alla votazione per l’elezione del nuovo superiore. E il prossimo 22 aprile si aprirà il processo contro don Giovanni Mazzali, ex economo generale dei salesiani, la seconda congregazione al mondo per numero di aderenti, dopo i gesuiti e prima dei francescani. È accusato, insieme ad altri, di truffa nei confronti della propria congregazione a cui, nell’ambito di una complessa vicenda che riguarda l’eredità del marchese Alessandro Gerini (660 milioni) – senatore democristiano e palazzinaro della prima repubblica – avrebbe tentato di sottrarre 100 milioni di euro.


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