Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

La rivolta dei vescovi contro l’«arruolamento» di Giovanni XXIII nell’esercito

24 settembre 2017

“il manifesto”
24 settembre 2017

Luca Kocci

No a papa Giovanni in mimetica, anfibi ed elmetto. Cresce fra i cattolici la protesta contro la decisione vaticana di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’esercito.

Quattordici vescovi e alcune personalità del mondo cattolico (fra cui don Ciotti, padre Zanotelli, lo storico Alberto Melloni, la presidente delle teologhe italiane Cristina Simonelli) hanno firmato una lettera aperta, promossa da Pax Christi, che esprime «profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII papa quale patrono presso Dio dell’Esercito italiano» e chiede di «rivedere la decisione».

Sono stati l’Ordinariato militare, guidato dall’arcivescovo-generale di corpo d’armata Marcianò, e i vertici delle Forze armate a volere fortemente papa Roncalli patrono dell’esercito. Lo scorso 17 giugno l’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha firmato il decreto di proclamazione. E il 12 settembre, nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, mons. Marcianò lo ha consegnato al generale Errico, presente la ministra della Difesa Pinotti.

Nel mondo cattolico pacifista è subito montata la protesta: Pax Christi per prima ha criticato la scelta; mons. Nogaro, ex vescovo di Caserta, ha qualificato come «infamia» questo «patronato militaresco»; Noi Siamo Chiesa ha parlato di «sopruso che offende il Vangelo».

Ora la lettera aperta, sottoscritta da quattordici vescovi (fra cui i presidenti di Pax Christi International e Italia) che contestano la decisione e chiedono alla Santa sede di ripensarci. «Come può il papa della Pacem in terris, del Concilio Vaticano II e del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si legge. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ricorda la Pacem in terris». Troppo spesso «la parola pace è usata per mascherare operazioni di guerra», invece «riteniamo che la pace vada costruita con strumenti di pace». Piuttosto papa Giovanni sia «proposto a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti».

Domani si apre l’assemblea della Cei, la prima guidata dal nuovo presidente card. Bassetti, a cui pure è indirizzata la lettera: manifesterà la propria perplessità? Il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. A meno che lo stesso Francesco o qualcun altro in Vaticano non ordini il dietrofront.

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Il “papa buono” mette l’elmetto. Giovanni XXXIII nuovo patrono dell’esercito

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

“Patrono presso Dio dell’Esercito italiano”. È il nuovo titolo attribuito a Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris, l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», ovvero «estranea alla ragione».

Lo ha stabilito un Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti (Prot. N. 267/17), firmato lo scorso 17 giugno dal prefetto, l’ultraconservatore card. Robert Sarah, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco». Pare difficile pensare che papa Francesco ne sia stato tenuto all’oscuro, anche se l’agenzia Ansa afferma di aver appreso «da qualificate fonti vaticane» che «la Segreteria di Stato della Santa Sede non è stata informata». In ogni caso, se tutto fosse avvenuto ad insaputa e contro la volontà di Francesco, il papa non avrebbe che da annullare il Decreto della Congregazione. Ma c’è anche chi, come lo storico Alberto Melloni, sostiene su Twitter che «il decreto del card. Sarah su Roncalli patrono dell’esercito è nullo: i patroni li chiedono le conferenze episcopali».

Il 12 settembre, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito a cui hanno partecipato, fra gli altri, la ministra della Difesa Roberta Pinotti, il capo di Stato maggiore della Difesa generale Claudio Graziano, alcuni ordinari militari emeriti (mons. Gaetano Bonicelli, mons. Giuseppe Mani e mons. Giovanni Marra), l’attuale vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Santo Marcianò, ha consegnato il Decreto vaticano al generale Danilo Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi) – rivela ad Adista mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare, nonché generale di divisione – il papa riceverà 7mila militari in Vaticano e poi sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro (v. nelle notizie successive).

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 1996 quando, dopo la consegna, il 3 novembre, da parte dell’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, della Bandiera di guerra all’Esercito, inizia a circolare l’idea di un santo patrono anche per l’Esercito, unica forza armata “orfana” (l’Aeronautica aveva già la Madonna di Loreto e la Marina santa Barbara). Nel 2002, l’ordinario militare di allora, mons. Mani, lancia il nome di Giovanni XXIII. Con il suo successore all’Ordinariato, card. Angelo Bagnasco – poi alla guida della Cei –, la proposta di papa Roncalli prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate. Le iniziative per promuovere la devozione a Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito italiano si moltiplicano, e decollano durante gli ultimi due ordinari militari, mons. Vincenzo Pelvi e mons. Marcianò, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nel Decreto vaticano che lo proclama patrono dell’Esercito, commentato con grande enfasi anche sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dal teologo don Ezio Bolis.

Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è decisamente più complesso. Nell’ottobre 1901, il futuro Giovanni papa XXIII abbandona temporaneamente gli studi teologici presso il seminario per prestare servizio nel Regio esercito italiano al posto di suo fratello Zaverio, la cui presenza era necessaria in famiglia, a Sotto il Monte (Bg), per il lavoro nei campi. Dopo un anno di ferma presso la caserma Umberto I di Bergamo – dove viene promosso sergente ed evidenzia doti di ottimo tiratore –, a novembre si congeda e, in una lettera al rettore del seminario di Bergamo, mons. Vincenzo Bugarini, dove studia, scrive: «Finalmente sono ritornato chierico un’altra volta e per sempre anche nell’abito. Appena uscito di caserma mi sono spogliato dell’uniforme aborrita, ho baciato piangendo la mia cara sottana e sono tornato fra i superiori e i parenti fatto più degno della loro compagnia. “Iam hiems transiit, imber abiit et recessit”. L’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata». E pochi giorni dopo, riporta nei suoi Diari: «Oh, il mondo come è brutto, quanta schifezza, che lordura! Nel mio anno di vita militare l’ho ben toccato con mano. Oh, come l’esercito è una fontana donde scorre il putridume, ad allagare la città. Chi si salva da questo diluvio di fango, se Dio non lo aiuta?». Un giudizio che negli anni successivi verrà parzialmente sfumato, ma mai al punto da assumere connotazioni interamente positive.

Il 23 maggio 1915, allo scoppio della prima guerra mondiale, Roncalli viene richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di «sergente di sanità», poi – dal 28 marzo 1916 al 10 dicembre 1918 – come cappellano. Il clima interventista lo condiziona profondamente, come del resto capita anche a don Primo Mazzolari. «L’amore di patria non è altro che l’amore del prossimo, e questo si confonde con l’amore di Dio», scrive Roncalli ai fratelli, auspicando però una rapida fine del conflitto. Eppure alla fine della guerra, riemerge la profonda avversione alla vita militare che già aveva espresso in passato. «Deo gratias», scrisse nelle sue Memorie. «Mi sono recato all’Infermeria presidiaria per la mia visita di congedo alla Direzione dell’ospedale militare; e tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, n.d.r.). Con quanta gioia l’ho fatto!». Ma ora, a Roncalli, viene di nuovo fatto indossare l’elmetto.

Giù le mani dal papa della “Pacem in Terris”. Le reazioni del mondo cattolico

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

«È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina (il 12 settembre, n.d.r.). Voglio informarmi molto bene dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione». Cade dalle nuvole il card. Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana alla notizia che Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano (v. notizia precedente). Del resto, come spiega mons. Angelo Frigerio, vicario generale militare, nell’intervista rilasciata ad Adista (v. notizia successiva), Ordinariato militare e Stati maggiori delle Forze armate hanno aggirato la Cei bussando direttamente alla porta del card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

Ma anche in Vaticano si avanza qualche dubbio: «Penso che questa mossa sia nata dalla buona volontà di persone che vogliono avere un loro patrono. Però bisogna stare attenti a non manipolare i santi», dichiara mons. Silvano Maria Tomasi, membro del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Molto critiche, invece, le reazioni di altri vescovi, movimenti e associazioni, a cominciare da Pax Christi.

 

Mons. Ricchiuti (Pax Christi): è il papa della pace, non degli eserciti

«Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’Enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara mons. Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale che, non lo possiamo dimenticare, fu definita da Benedetto XV “inutile strage”. È molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Pensare a Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito lo ritengo anticonciliare anche alla luce della forte ed inequivocabile affermazione contenuta nella Pacem in terris: “Con i mezzi di distruzione oggi in uso e con le possibilità di incontro e di dialogo, ritenere che la guerra possa portare alla giustizia e alla pace è fuori dalla ragione, alienum a ratione”. È “roba da matti”, per usare un’affermazione di don Tonino Bello, anch’egli presidente di Pax Christi fino al 1993. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il papa buono, il papa della pace, e non degli eserciti. Sono certo che questo sentire non sia solo di Pax Christi, ma di tante donne e uomini di buona volontà, a cui chiediamo di unirsi con ogni mezzo a questa dichiarazione per esprimere il proprio rammarico per una decisione che non rappresenta il sensus fidei di tanti credenti che hanno conosciuto Giovanni XXIII o che ne apprezzano la memoria di quella ventata profetica che ha indicato alla Chiesa nuovi sentieri di giustizia e di pace».

 

Mons. Nogaro: un patronato militaresco scandaloso

Interviene anche l’ex vescovo di Caserta, mons. Raffaele Nogaro, che dice ad Adista: «Mi chiedo se il “papa buono” può essere vituperato con questa arbitraria designazione. Oggi che si deve gridare contro il commercio e l’uso delle armi, ogni genere di armi, è una infamia scegliere papa Giovanni come patrono dell’Esercito italiano. Le forze armate di tutto il mondo sono la minaccia del mondo. Ed è qualcosa di ignobile pensare che chi ha operato sempre per la pace, come per esempio nella crisi di Cuba, venga usato come patrono. La serenità e il sollievo che ci fu nel mondo dopo il rischio di quella guerra nucleare si devono solo a papa Giovanni. Mi fa quindi orrore questa speculazione sulla sua immagine. Questo “patronato militaresco” scandalizza nella forma più forte perché ribalta i valori. Il papa che ha vissuto e ha pagato per la pace viene costretto a diventare il protettore delle armi e di quelli che le usano».

 

Comunità papa Giovanni XXIII: una forzatura

Severo il giudizio dell’associazione che di papa Roncalli porta il nome, la Comunità papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi. «Tra le nostre fonti di ispirazione c’è proprio il Magistero di pace di papa Giovanni XXIII e il suo modo di operare sempre teso a favorire l’incontro e non il conflitto», spiega Giovanni Paolo Ramonda, presidente della Comunità. «Ci sembra decisamente una forzatura farlo diventare patrono di un esercito – prosegue –. Ci sembrerebbe più opportuno che il papa buono potesse essere patrono degli operatori di pace, a partire dai tanti giovani che svolgono con noi il servizio civile nelle zone di conflitto, per “sanare le ferite e costruire ponti”, come ha recentemente invitato a fare papa Francesco. Preghiamo che il Signore illumini i cuori per una scelta che tenga conto del sentire dell’intero popolo di Dio».

 

Noi Siamo Chiesa: un sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista

«Radicale dissenso» esprime il movimento Noi Siamo Chiesa: «Il “complesso” militare-clericale, che da venti anni si è organizzato per raggiungere questo obiettivo con il contributo dei vescovi  militari e, in particolare, del card. Angelo Bagnasco (già generale di Corpo d’armata), ha raggiunto i suoi scopi. Essi sono  quelli di dare “copertura” pastorale e mediatica a strutture che di evangelico non hanno niente e che sono in aperta contraddizione con i messaggi di pace con cui papa Francesco interviene tutti i giorni», si legge in una nota del movimento. «Il papa della Pacem in terris, della mediazione nella crisi dei missili dell’ottobre 1962, il papa del Concilio e della Gaudium et Spes, il papa che ha posto le premesse per una radicale scelta cristiana a favore  della nonviolenza, viene usato per dare credibilità alle politiche  delle “guerre umanitarie” e dei “bombardamenti intelligenti”, come quelle recenti praticate anche dalle Forze armate italiane in Kossovo (1999), in Afghanistan (2001), in  Iraq (2003) e in Libia (2011). Non possiamo che manifestare il nostro radicale dissenso, tanto più doloroso e significativo se questo Decreto è stato condiviso, magari obtorto collo, da papa Francesco». Prosegue Noi Siamo Chiesa: «Ci chiediamo perché i vescovi italiani siano stati, come sembra, del tutto ignorati dal Vaticano nel prendere questa decisione che ad essi, secondo logica, avrebbe dovuto eventualmente spettare. È questa la riforma della Curia romana che si vuole fare? Ci chiediamo poi che senso abbia un patrono dell’esercito italiano a fronte di possibili patroni celesti di altri eserciti, magari destinati su questa terra a combattersi. Ci viene alla mente la logica perversa dei soldati italiani che durante la Grande guerra, in nome del Re e del loro Dio cattolico, sul Carso combattevano gli austriaci che vi si opponevano  in nome del loro imperatore e del loro “diverso” Dio cattolico. Pensiamo/speriamo che questa situazione non passi sotto silenzio nel mondo cattolico italiano, che non sia ovattata  con belle ed ipocrite parole, ma che ci sia invece una vera e propria reazione di fronte a quello che riteniamo essere un vero e proprio sopruso che offende il Vangelo e la coscienza pacifista che si ispira al messaggio di papa Giovanni».

 

Efrem Tresoldi (Nigrizia): un oltraggio alla memoria del papa

«La nomina di san Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano è un oltraggio alla memoria del papa che dentro la Chiesa e nella società ha lasciato il segno come uomo di dialogo e di pace», scrive p. Efrem Tresoldi, direttore di Nigrizia, mensile dei missionari comboniani. «È stato affermato che Giuseppe Angelo Roncalli, papa dal 1958 e promotore del Concilio vaticano II, è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale. Una giustificazione che non tiene conto dell’evoluzione umana e spirituale del papa che, il 25 ottobre 1962, contribuì a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando di persona tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, e facendo rientrare la “crisi dei missili a Cuba”. L’enciclica Pacem in terris è la incontrovertibile testimonianza dell’impegno di un uomo che ha creduto nel dialogo e nella continua ricerca della pace tra i popoli. Gli insegnamenti dell’enciclica risultano ancora più validi oggi». Per questo, conclude Tresoldi, «Nigrizia si associa a quella vasta parte del mondo cattolico, Pax Christi in testa, che contesta la nomina voluta dall’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, e avallata dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Una nomina che contrasta con il pensiero e con l’azione del santo papa. Si vorrebbe, al contrario, vedere la figura e l’esempio di papa Roncalli proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da armi e da eserciti, e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva per disinnescare e risolvere i conflitti».

 

Mao Valpiana (Movimento nonviolento) e Vito Mancuso: magari ri-convertirà l’esercito

«L’idea di nominare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano è certamente un errore. La vita e l’apostolato di Angelo Roncalli, il “papa buono”, il pontefice della Pacem in terris, testimoniano una tensione verso l’arte della pace più che l’arte della guerra», commenta Mao Valpiana, presidente del Movimento nonviolento e direttore di Azione nonviolenta, che però esprime un auspicio: «Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano II, è stato un segno dei tempi in vita, chissà che non lo sia in futuro anche come protettore dell’Esercito, capace di ri-convertirlo in esercito di pace, esercito della difesa civile non armata e nonviolenta. La provocazione lanciata dall’Ordinariato militare si può trasformare in un boomerang: la protezione di papa Roncalli potrebbe scuotere dalla fondamenta ruolo e funzione dell’esercito. Sarebbe bello, uno di quei “miracoli” che a volte i santi riescono a fare…».

Sulla stessa linea il teologo Vito Mancuso, su Facebook: «Molti polemizzano perché, avendo egli scritto la Pacem in terris, questa scelta non sarebbe coerente con la sua storia e, da pacifista, lo si trasformerebbe in un militarista. Ma è proprio così? La Pacem in terris è ancora lì, così come gli altri testi di Giovanni XXIII, e ora che è il loro santo patrono, i militari potranno essere un po’ più sensibili alle sue argomentazioni. Non è questa forse un’opportunità? Io non capisco bene il senso dei “santi patroni”, ma ammettendone il senso chi avrebbe dovuto essere il patrono dell’esercito? Un guerrafondaio come Bernardo di Chiaravalle, banditore della crociata e elogiatore dei templari? O Pio V che fece sterminare i valdesi di Calabria? Io penso che la scelta di Giovanni XXIII con la sua carica profetica possa fare del bene all’esercito. Insomma papa Francesco e chi l’ha consigliato a mio avviso non hanno sbagliato».

 

Sergio Tanzarella: un arruolamento forzato e mistificatorio

Il parere dello storico, Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa nella Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale e all’Università Gregoriana di Roma: «Mi meraviglio che il generale-vescovo Marcianò abbia fatto un passo così sconsiderato», spiega ad Adista. «Mentre papa Francesco va in pellegrinaggio sulla tomba di Mazzolari, il parroco di Tu non uccidere e che della I guerra mondiale progressivamente comprese e denunciò l’inganno, e sulla tomba di don Milani, il prete autore della lettera ai cappellani militari, il generale-vescovo Marcianò arruola il povero san Giovanni XXIII alla protezione delle Forze armate. Un’iniziativa dissennata, fondata soprattutto sull’ignoranza e sulla superficialità. Chiunque legge gli scritti di Roncalli si avvede di questa profonda riflessione sulla pace e sul progressivo rifiuto di tutte le guerre. La Pacem in terris non lascia dubbi. Ma ancora prima il papa era stato esplicito già nella enciclica Ad Petri cathedram: “Se ci diciamo e siamo fratelli, se siamo chiamati ad una medesima sorte nella vita presente e nella futura, come è mai possibile che alcuno tratti gli altri da avversari e da nemici? Perché invidiare gli altri, suscitare odio e rivolgere armi micidiali contro i fratelli? Abbastanza si è combattuto fra gli uomini. Troppi giovani nel fiore dell’età hanno versato il loro sangue. Già troppi cimiteri di caduti in guerra esistono, e ci ammoniscono, con voce severa, a raggiungere una buona volta la concordia, l’unità, una giusta pace. Pensi quindi ognuno, non a ciò che divide gli animi, ma a ciò che li può unire nella mutua comprensione e nella reciproca stima”. Si tratta quindi di un arruolamento forzato e mistificatorio – prosegue Tanzarella –. Ancora più stupore suscita il fatto che i vertici della Cei e molti vescovi dichiarino di essere stati totalmente tenuti all’oscuro. Ma il generale-vescovo a chi esattamente risponde? A papa Francesco o al ministro Pinotti? Con chi si confronta, con i confratelli vescovi o con i generali? E la collegialità, la comunione, la sinodalità sono solo belle parole per i convegni? Davanti a questa violenza fatta a un santo papa che della pace fece il suo motto, esse sembrano cancellate dalla potenza degli Stati maggiori. Ma non sarà certo papa Giovanni a proteggere le ennesime guerre italiane mascherate ancora da missioni di pace: Iraq, Serbia, Afghanistan grondano sangue inutilmente versato di cittadini inermi. E nulla potrà papa Giovanni per i tanti soldati italiani colpiti da tumori a causa dell’esposizione all’uranio impoverito e che ancora muoiono nel totale abbandono. Se lo hanno fatto patrono per questo hanno proprio sbagliato santo, e certo anche religione».

 

“Nessuna contraddizione. La pace si difende anche con l’esercito”. Intervista a mons. Frigerio

23 settembre 2017

“Adista”
n. 32, 23 settembre 2017

Luca Kocci

«Buongiorno mons. Frigerio». «Ah Adista, avete sempre il colpo in canna voi!». «No monsignore, non usiamo armi, siamo pacifisti». «Ma anche io sono pacifista!». Comincia così la nostra conversazione con mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare – nonché generale di divisione – sulla proclamazione di Giovanni XXIII a patrono dell’Esercito italiano.

Allora monsignore, come sono andate le cose?

«Il 17 giugno 2017 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha emanato un decreto, firmato dal prefetto card. Robert Sarah ma con il mandato del papa, che accoglie la proposta dell’Ordinariato militare di eleggere san Giovanni XXIII “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”».

Papa Giovanni autore della Pacem in terris e patrono dell’Esercito: non le sembra una contraddizione?

«No, per niente. Giovanni XXIII può essere patrono di tante cose. Magari domani verrà scelto anche come patrono della pace universale».

Ci illustri il percorso che ha determinato questa scelta.

«Comincia il 3 novembre 1996, quando il presidente della Repubblica dell’epoca, Oscar Luigi Scalfaro, consegna la Bandiera di guerra all’Esercito italiano, e l’arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Giuseppe Mani, la benedice. Allora nell’Ordinariato militare, tra i cappellani e tra molti militari si inizia a pensare alla possibilità di un patrono per l’Esercito, anche perché avere un patrono per tutta la Forza armata può contribuire a riscoprire unità, identità e appartenenza. Ci si ragiona, si discute, nel 2002 si decide che in effetti è opportuno individuare un patrono per l’Esercito, e con mons. Mani si fa il nome di Giovanni XXIII. La proposta viene presentata ufficialmente al nuovo arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Angelo Bagnasco, il quale dà il suo consenso. Anche i vertici delle Forze armate – in particolare il capo di Stato Maggiore, Giulio Fraticelli, e il generale Emilio Marzo – approvano, e così si comincia a promuovere e a proporre la devozione alla figura di papa Giovanni XXIII come patrono dell’Esercito italiano».

Sono tutti convinti della scelta?

«No, infatti a seguito di qualche dubbio riscontrato in seno alla “compagine ecclesiale”, in accordo con il nuovo arcivescovo ordinario militare per l’Italia, mons. Vincenzo Pelvi, nell’autunno 2008 mi reco personalmente a Sotto il Monte (Bg), paese natale di Roncalli, a far visita all’arcivescovo emerito di Loreto e già segretario particolare di Giovanni XXIII, mons. Loris Capovilla, il quale manifesta con entusiasmo e commozione il suo pieno e convinto assenso e incoraggiamento a continuare con determinazione nel progetto di avere papa Giovanni come patrono dell’Esercito».

Mons. Pelvi però nega che tale consenso ci sia stato. Al giornalista Carlo Di Cicco ha riferito che Capovilla “non mi ha detto niente in proposito perché nulla ho mai chiesto a lui in proposito”. Comunque mons. Capovilla è morto, non può né confermare né smentire. Andiamo avanti…

«Nel dicembre 2009, presso Palazzo Esercito, la sede dello Stato maggiore, viene inaugurata la cappella dedicata a papa Giovanni dove sono conservate alcune sue reliquie. Quindi il successore di mons. Pelvi, l’attuale ordinario militare, mons. Santo Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’Esercito, Claudio Graziano prima e Danilo Errico poi, portano a termine l’itinerario che, con il decreto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, conduce alla definizione di san Giovanni XXIII quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”. Il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, in Vaticano ci sarà un’udienza speciale di papa Francesco a 7mila militari, accompagnati dall’ordinario mons. Marcianò e dal capo di Stato maggiore, e poi, durante la messa, l’annuncio del nuovo patrono».

Come mai la scelta è caduta proprio su Giovanni XXIII?

«Perché ha svolto il servizio militare, da cui è stato congedato come sergente. E perché, insieme ad altri diecimila ecclesiastici, nel 1915, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, è stato richiamato come sergente di sanità, prima di diventare cappellano militare, fino al congedo definitivo del 1919. Il resto lo conosciamo: nunzio apostolico, patriarca di Venezia, papa, iniziatore del Concilio Vaticano II, autore della Pacem in terris».

Ecco appunto, la Pacem in terris. Ribadisco: non le pare una contraddizione che il papa della pace sia patrono dell’Esercito italiano?

«No, perché il papa della Pacem in terris era già papa quando l’11 giugno 1959 ricevette in Vaticano i cappellani militari in congedo, che avevano fatto la prima e seconda guerra mondiale, e ricordando questi periodi disse loro: “L’anno di volontariato sui vent’anni (la prima guerra mondiale, n.d.r.) fu anzitutto per Noi assai utile e fecondo, perché, permettendoci una vasta conoscenza di persone, in condizioni tutte particolari di vita, Ci diede la preziosa possibilità di penetrare sempre più a fondo nell’animo umano, con incalcolabile giovamento per la Nostra preparazione al ministero sacerdotale (…). Epoca dunque di spirituale arricchimento, a cui si aggiunge l’opera costruttiva della disciplina militare, che forma i caratteri, plasma le volontà, educandole alla rinunzia, al dominio di sé, all’obbedienza. (…) Sentimmo quale sia il desiderio di pace dell’uomo, specialmente di chi, come il soldato, confida di prepararne le basi per il futuro col suo personale sacrificio, e spesso con l’immolazione suprema della vita”».

E il Concilio?

«Nella Gaudium et Spes, al numero 79 è scritto che “coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell’esercito, si considerino anch’essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch’essi veramente alla stabilità della pace”. E questa è dottrina».

È vero, ma all’inizio dello stesso paragrafo è scritto che «ogni giorno in qualche punto della terra la guerra continua a produrre le sue devastazioni. Anzi dal momento che in essa si fa uso di armi scientifiche di ogni genere, la sua atrocità minaccia di condurre i combattenti ad una barbarie di gran lunga superiore a quella dei tempi passati».

«Noi deploriamo la negatività delle guerre ma difendiamo chi ha obbedito al servizio militare. E questo è stato Giovanni XXIII».

Roncalli, il papa della Pacem in terris, sarà patrono dell’esercito

12 settembre 2017

“il manifesto”
12 settembre 2017

Luca Kocci

Giovanni XXIII, il papa della Pacem in terris (l’enciclica che definì la guerra «alienum a ratione», «estranea alla ragione», cioè “roba da matti”), è il nuovo santo patrono dell’Esercito italiano.

La bolla di proclamazione è stata firmata lo scorso 17 giugno dall’ultraconservatore card. Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, che ha ovviamente ricevuto il mandato da papa Francesco, a cui spetta l’ultima parola. Questo pomeriggio, in una cerimonia nella sede dello Stato maggiore dell’Esercito, il vescovo ordinario militare – nonché generale di corpo d‘armata – mons. Marcianò consegnerà la bolla al generale Errico, capo di Stato maggiore. E il prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII (beatificato da papa Wojtyla del 2000 insieme a Pio IX e canonizzato da papa Bergoglio nel 2014 insieme a Giovanni Paolo II, due accoppiamenti molto controversi), sarà dato l’annuncio del nuovo patrono a San Pietro, dopo un’udienza speciale di Francesco a 7mila militari.

Il percorso che porta alla proclamazione di papa Roncalli a patrono dell’Esercito comincia nel 2002, su proposta dell’allora ordinario militare mons. Mani. Con il suo successore, card. Bagnasco – poi alla guida della Cei –, l’idea prende quota e viene accolta dai vertici delle Forze armate, che iniziano a darsi da fare per promuovere la devozione a Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano. Gli ultimi due ordinari militari, mons. Pelvi e mons. Marcianò, insieme ai capi di Stato maggiore dell’esercito, spingono sull’acceleratore, fino alla decisione di oggi.

Si tratta di un indubbio successo dell’Ordinariato e dei militari che ora, con la benedizione del nuovo patronato, potranno ulteriormente legittimare le Forze armate come “operatrici di pace”, eventuali future “guerre umanitarie” e “bombardamenti intelligenti”: con papa Giovanni come patrono, ogni missione militare sarà missione di pace, assai più di oggi.

Giovanni XXIII «nei primi anni del suo ministero sacerdotale promosse cristiane virtù tra i soldati e da allora in poi, con l’insegnamento e l’esempio di tutta la sua vita, attese con tutte le sue forze all’edificazione della pace in tutto il mondo, scrivendo infine la luminosa enciclica Pacem in terris», si legge nella bolla vaticana con cui viene proclamato il nuovo patrono. Eppure il rapporto di Roncalli con il mondo militare, nel contesto storico-culturale nazionalista di inizio ‘900, è stato decisamente più complesso. Fu soldato del Regio esercito italiano nel 1901-1902 – mentre era seminarista – al posto di suo fratello, la cui presenza era necessaria in famiglia per il lavoro nei campi. Poi, durante la prima guerra mondiale, venne richiamato in servizio e destinato all’ospedale di Bergamo, prima con il grado di sergente di sanità, quindi come cappellano. «Deo Gratias», scriverà nelle sue Memorie, dopo il congedo. «Tornato a casa ho voluto staccare da me stesso, dai miei abiti tutti i segni del servizio militare, signa servitutis meae (i segni della mia schiavitù, ndr). Con quanta gioia l’ho fatto!».

Nettamente critica la presa di posizione di mons. Ricchiuti, vescovo di Altamura (Ba) e presidente di Pax Christi, segno che nella Chiesa cattolica i pareri sono discordi. «Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi», dichiara Ricchiuti. «Ritengo assurdo il coinvolgimento di Giovanni XXIII, anche perché l’Esercito di oggi, formato da militari professionisti e non più di leva, è molto diverso da quello della prima guerra mondiale» ed è «molto cambiato anche il modello di Difesa, con costi altissimi (23 miliardi di euro per il 2017) e teso a difendere gli interessi vitali ovunque minacciati o compromessi. Papa Giovanni XXIII è nel cuore di tutte le persone come il “papa buono”, il papa della pace, e non degli eserciti».

Che succede a Mosul? I preti di Pax Christi sulla “guerra dimenticata” in Iraq

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Il grido di dolore di Mosul, l’antica Ninive, «la città percorsa dal profeta Giona “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”». Lo rilanciano in una lettera aperte don Renato Sacco (parroco della Diocesi di Novara e coordinatore nazionale di Pax Christi) e don Fabio Corazzina (parroco della Diocesi di Brescia, anni fa anche lui coordinatore nazionale di Pax Christi) che a Mosul e in Iraq sono stati decine di volte. «Ci siamo stati tante volte», ricordano i due preti di Pax Christi. «Prima, durante e dopo la guerra di liberazione dalla dittatura. Siamo stati accolti in molte case, abbiamo condiviso la mensa e la Messa, nella parrocchia del Perpetuo Soccorso, con il parroco Louis Sako, ora Patriarca Caldeo a Baghdad. Abbiamo incontrato lì a Mosul, in mezzo alla sua gente, il vescovo Faraj Rahho, poi rapito e ucciso il 13 marzo 2008. Ci siamo stati anche nel giugno 2003, quando Bush aveva detto che ormai la guerra era finita. Ci siamo ritornati nel novembre dello stesso anno per l’ordinazione episcopale dell’amico Louis Sako. Erano i giorni della strage di Nassiriya. Dopo quegli anni Mosul, come tutto l’Iraq non interessò molto all’Occidente, se non per i propri interessi economici e militari».

Quindi, scrivono, «Mosul è una città che abbiamo nel cuore», scrivono i due preti. «Non riusciamo a pensare al dolore, alla tragedia che hanno vissuto gli abitanti di quella città durante la dittatura di Saddam e la seguente “liberazione” o esportazione della democrazia, poi sotto la folle oppressione dell’Isis e ora mentre è in corso una nuova guerra per liberare la città. Cosa sta succedendo a tutte quelle persone, al di là delle notizie abbastanza trionfalistiche tipiche dei bollettini di guerra?». Difficile saperlo con precisione, perché «l’Iraq è uscito dall’attenzione dei media internazionali. I riflettori, anche della politica e dell’opinione pubblica, erano puntati da altre parti. Eppure la realtà era tutt’altro che tranquilla, per niente in pace. Nei primi mesi del 2014 in Iraq venivano uccise circa mille persone al mese. Poi è arrivato l’Isis! Agli inizi del mese di giugno 2014 la grande città di Mosul viene occupata, e ai primi di agosto 2014, la grande fuga di centomila persone dai villaggi della Piana di Ninive».

E oggi? «In questi giorni – scrivono, avanzando dubbi, Sacco e Corazzina – pare che la città di Mosul venga riconquistata dall’esercito iracheno, cacciando definitivamente l’Isis. Noi vediamo solo immagini di distruzione, dolore, paura e disperazione. Ma tornerà presto, inesorabilmente, di nuovo il silenzio sulle persone sulle loro storie, imposto dai fasti della vittoria».

Quindi, si chiedono i due preti: «Come è stato possibile che Mosul cadesse così velocemente nelle mani dell’Isis? L’Isis non è nato dalla sera alla mattina, come la pianta di ricino per far ombra al profeta Giona. Chi lo ha sostenuto? Perché i grandi mezzi di informazione parlando di Mosul non denunciano anche le grandi collusioni dell’Occidente con l’Isis? Ancora oggi sappiamo che l’Arabia Saudita sostiene economicamente, ideologicamente e militarmente l’Isis: perchè l’Italia continua a vendere armi all’Arabia Saudita? Come le bombe della Rwm di Domusnovas in Sardegna (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 14 e 19/17). Siamo davvero convinti di voler combattere l’Isis? E perchè non è stato fatto prima? Quali gli interessi occidentali e anche Italiani ancora sul tavolo? Con la “Operazione Praesidium” l’Italia presidia la diga di Mosul: perchè? Come ha vissuto questi anni di occupazione Isis? Come ha tutelato le persone civili? Sull’operazione il silenzio è totale. Davvero ci interessa il bene comune, la vita degli Iracheni e in particolare delle minoranze?».

«Crediamo che l’invito del profeta Giona debba essere raccolto anche da noi – si conclude la lettera aperta di don Sacco e don Corazzina –: “Ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”. Se non cambiamo strada ci saranno altre Mosul, altri Isis, altri silenzi e nuovi eccidi di civili nella logica folle della guerra».

Don Renato Sacco confermato per un nuovo quadriennio alla guida di Pax Christi

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Il nuovo Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi per la prima volta a Gravina di Puglia (Ba) il 17-18 giugno 2017, ha confermato don Renato Sacco coordinatore nazionale del movimento anche per il quadriennio 2017-2020. Per don Sacco, parroco a Verbania, è il secondo mandato alla guida della sezione italiana di Pax Christi. Eletti anche la vicepresidente nazionale, Giuliana Mastropasqua, e il tesoriere, Luciano Ghirardello. Il presidente nazionale resta mons. Giovanni Ricchiuti (vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti) fino al 2019, salvo ulteriori proroghe da parte della Conferenza episcopale italiana.

Quella di Gravina di Puglia è stata la prima riunione del Consiglio nazionale, eletto durante l’assemblea congressuale del movimento dello scorso 29 aprile-1 maggio (v. Adista Notizie n. 18/17). Un incontro che si è svolto in un momento denso di eventi ecclesiali e politico-sociali: la visita di papa Francesco a Bozzolo (Mn) Barbiana (Fi), sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, lo scorso 20 giugno; il dibattito in Parlamento sulla legge sullo Ius soli; la discussione all’Onu sul bando totale delle armi nucleari; l’evoluzione della difesa italiana in un complesso militare-industriale in cui la produzione e la vendita di armi hanno un ruolo sempre più centrale e strategico. Eventi che, secondo il Consiglio nazionale di Pax Christi, sono attraversati da «un filo conduttore che, partendo da don Milani e don Mazzolari, ci sprona a prendere posizioni esplicite».

E infatti, si legge in una nota del “parlamentino” di Pax Christi al termine della riunione di Gravina di Puglia, «come don Milani è stato dalla parte degli ultimi, così esprimiamo oggi la necessità di  percorrere strade di  inclusione, integrazione  e  cittadinanza  attiva», a partire dal riconoscimento della legge sullo Ius soli. Inoltre, prosegue il comunicato del Consiglio nazionale, «il ripudio della guerra di don Primo Mazzolari, oggi ci esorta a chiedere al governo italiano di rispettare la legge 185/90 (la normativa che regola le esportazioni di armi made in Italy, n.d.r.), bloccando l’invio di armi italiane in Arabia Saudita», utilizzate per la “guerra sporca” in Yemen (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16); e «di mettere al bando le armi nucleari, partecipando alla seconda sessione di negoziati in corso alle Nazioni Unite dal 15 giugno al 7 luglio» (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/2017). Peraltro anche Pax Christi International, insieme ad altri rappresentanti della società civile internazionale, è presente in queste settimane alla discussione conclusiva a New York, «per cancellare dalla storia queste terribili ed inaccettabili armi».

Prossimo appuntamento promosso da Pax Christi il 17 settembre: una messa a Barbiana, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di don Milani (26 giugno 1967). Un’occasione, precisa il Consiglio nazionale, per «fare memoria di don Lorenzo Milani» e per «rinnovare il suo impegno per la pace e la nonviolenza, facendo tesoro dei suoi insegnamenti, della sua testimonianza di accoglienza verso i poveri e gli ultimi e di obiezione alla guerra».

Il papa riceve Trump, mezz’ora di colloquio in un clima freddo

25 maggio 2017

“il manifesto”
25 maggio 2017

Luca Kocci

Trenta minuti di colloquio riservato e dieci minuti di incontro aperto all’intera delegazione statunitense. Tanto è durato il primo appuntamento fra Donald Trump e papa Francesco, che ieri mattina ha ricevuto in udienza in Vaticano il presidente Usa.

Incontro piuttosto breve – quello con Obama era durato il doppio – e apparentemente più formale del solito, a giudicare dalle immagini di un Francesco sempre molto serio. Trump però può intascare un importante successo da spendersi in patria e a livello internazionale. Del resto la politica papale è quella di ricevere chiunque lo chieda, senza troppe distinzioni e senza guerre diplomatiche.

Qualche indicazione sui contenuti del colloquio si ricava leggendo fra le righe dello scarno comunicato della sala stampa della Santa sede, che evidenzia i punti di contatto fra Vaticano e Usa, quelli su cui si tratta e quelli su cui le distanze sono profonde.

A cominciare dalla questione ambientale. Durante il consueto scambio dei doni, Francesco ha regalato a Trump una copia dell’enciclica Laudato si’ che critica il modello di sviluppo capitalista e affronta i temi dello sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, della distruzione dell’ambiente e dei rischi del riscaldamento globale, sempre negati da Trump. Insieme alla Laudato si’, il papa ha donato a Trump anche il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2017 dedicato alla «nonviolenza», sottolineando di «averlo firmato personalmente per lei».

«Alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente» sono gli altri punti su cui le posizioni di papa Francesco e Trump sono inconciliabili e sui quali, fa notare il comunicato della Santa sede, è stato possibile solo «uno scambio di vedute». Più volte in passato il papa è intervenuto contro il commercio e l’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, criticando implicitamente la politica estera di Trump. Poco tempo fa lo ha fatto anche esplicitamente, parlando contro la Moab, «la madre di tutte le bombe», sganciata dagli Usa in Afghanistan: «Mi sono vergognato del nome dato ad una bomba, la mamma dà la vita e diciamo mamma a un apparecchio che dà la morte? Ma che sta succedendo?». «Abbiamo bisogno di pace», ha commentato Trump, che due giorni fa ha firmato contratti per vendere all’Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari e in Vaticano annuncia uno stanziamento di 300 milioni di dollari a favore di Sudan, Somalia, Nigeria e Yemen (da anni bombardato proprio dall’Arabia saudita), mentre la moglie Melania e la figlia Ivanka – anche loro presenti all’incontro con il papa – vanno in visita ai piccoli ricoverati del Bambin Gesù (ospedale vaticano) e alla Comunità di sant’Egidio.

«Nel corso dei cordiali colloqui – si legge nella nota – è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa sede e gli Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di coscienza». Quindi c’è sintonia fra Vaticano e Usa sui temi bioetici, a cominciare dalla difesa della vita, ovvero del contrasto all’aborto. Non è un caso che una delle prime decisioni di Trump sia stata quella di bloccare i finanziamenti federali alle organizzazioni non governative internazionali che informano e praticano l’interruzione di gravidanza (misure adottate anche dalle altre amministrazioni repubblicane, da Reagan in poi, e successivamente revocate dai presidenti democratici).

Su altre questioni, invece, i lavori sono in corso. «Si è auspicato una serena collaborazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata a servizio delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza agli immigrati», segnala il comunicato della Santa sede. Sono i temi della scuola cattolica e della riforma sanitaria. Trump ha promesso di cancellare l’Obamacare – la riforma di Obama che ha allargato la platea dei beneficiari delle prestazioni mediche – e, dopo due no, ad inizio maggio ha ottenuto il primo sì dalla Camera. Ora c’è lo scoglio del Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza esigua. I vescovi Usa si sono già espressi contro il provvedimento. L’auspicio vaticano di «una serena collaborazione» è un tentativo di convincere Trump a mitigare il provvedimento.

Il movimento dei Focolari denuncia la “guerra sporca” in Yemen con armi made in Italy

22 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

Il movimento dei Focolari scrive al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere la fine della vendita di armi italiane a Paesi coinvolti in conflitti.  La petizione, lanciata anche sul sito web change.org ha già raggiunto circa 4.500 firme, e altre se ne stanno aggiungendo mentre scriviamo.

«Dal nostro Paese, l’Italia, partono armi destinate alla “terza guerra mondiale a pezzi” che insanguina mezzo mondo», scrivono i Focolari. «Come fa notare l’istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, “«l’ultima relazione governativa sulle esportazioni di materiali di armamento nel 2016 conferma la continua ascesa dell’export italiano sui mercati mondiali e in particolare su quelli nordafricani e mediorientali (59%), aree di crisi e di conflitti a noi vicine”. Colpisce, in particolare, l’incremento dell’esportazioni di bombe d’aereo MK82 e MK84 con 21.822 pezzi (nel 2015 erano 1.050) che corrispondono a quelle inviate in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen che continuano a provocare morti e feriti tra la popolazione civile e milioni di profughi» (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16).

«Davanti alle proteste di tante associazioni (Rete Disarmo, Amnesty International, Banca etica, Rete Pace, Oxfam, Focolari, ecc.) – prosegue la petizione al presidente Mattarella –, le risposte finora ricevute dagli esponenti del governo italiano sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione che ripudia la guerra non esistessero. Altri esponenti politici si rifanno ad un generico realismo da rispettare, al di là della coscienza personale». Facendo riferimento a quanto papa Francesco ha detto il 4 febbraio 2017 agli esponenti dell’Economia di Comunione (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari, fondato in Brasile nel 1991), «bisogna agire sulle strutture inique che producono vittime e carnefici. Restare silenziosi o indifferenti vuol dire lasciare interi territori da soli davanti al ricatto tra il poco lavoro assicurato dalle armi e il concorso al macello industriale della guerra». Pertanto, proseguono i Focolari, «senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle dei lavoratori della fabbrica del Sulcis Iglesiente, in Sardegna, dove quelle bombe vengono allestite da una società di proprietà tedesca. Ma lo stesso possiamo dire per la mega commessa di 28 caccia bombardieri da consegnare al Kuwait, altro Paese facente parte della coalizione saudita, da parte di una cordata guidata dall’italiana Finmeccanica Leonardo. Esistono e vanno incoraggiate le migliori risorse intellettuali, finanziarie e politiche per cambiare radicalmente direzione in un mondo in fiamme, destinato altrimenti a scomparire».

Non è la prima volta che gli aderenti al movimento fondato da Chiara Lubich intervengono sul tema disarmo e in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. A dicembre si erano rivolti a papa Francesco («Disarmiamo l’economia che uccide», v. Adista notizie n. 43/16). Ad aprile, insieme ad altre cinque associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) e al missionario comboniano p. Alex Zanotelli avevano scritto al ministro degli esteri Angelino Alfano («Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen», v. Adista Notizie n. 14/17). E ora ci riprovano con Mattarella.

Sul medesimo nodo, è da registrare anche l’intervento della Fondazione Finanza Etica, che lo scorso 9 maggio ha partecipato per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall, uno dei principali produttori tedeschi di armamenti. «Entriamo in assemblea delegati dall’ong tedesca Urgewald su proposta del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo», spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione fondata nel 2003 da Banca Etica, che durante l’assemblea ha severamente criticato l’esportazione di bombe da parte della controllata italiana Rwm Italia SpA dalla Sardegna all’Arabia Saudita. «Come dimostrato dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio scorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le bombe esportate ai sauditi sono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e che ha generato oltre seimila morti tra i civili, di cui mille bambini», aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Nell’ultima relazione della Presidenza del Consiglio dei ministri italiano sul commercio degli armamenti per l’anno 2016, depositata in parlamento il 26 aprile, si legge che RWM Italia è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore difesa in Italia con un aumento delle commesse per 460 milioni di euro. Le nuove autorizzazioni richieste al governo italiano sono 45 per l’esportazione di circa 20.000 bombe in particolare verso “Paesi Mena” (Medio-Oriente e Nord-Africa). Si tratta dell’Arabia Saudita?».

 

Papa e Pax Christi internazionale all’Onu: «Via le armi nucleari per il futuro dell’umanità»

11 aprile 2017

“Adista”
n. 14, 8 aprile 2017

Luca Kocci

Mettere al bando le armi nucleari per garantire un futuro all’umanità. È l’appello che Pax Christi International rivolge ai rappresentanti degli Stati che dallo scorso 27 marzo, presso l’Assemblea generale dell’Onu, partecipano ai negoziati per «un divieto giuridicamente vincolante sulle armi nucleari».

«Riteniamo un traguardo fondamentale che le armi nucleari siano esplicitamente vietate da un trattato internazionale e consideriamo il trattato come un esercizio di valori morali e responsabilità globali necessario per costruire un mondo più sicuro e sostenibile», scrive la rete pacifista di oltre 120 realtà nazionali, fra cui Pax Christi Italia (v. Adista Notizie n. 12/17)».

«Le armi nucleari sono strumenti di violenza definitiva. Nel nostro pianeta non c’è posto per armi di tale terrore e distruzione di massa», «la loro presenza in un’epoca di crescente interdipendenza è un affronto alla dignità umana», si legge nella nota. L’uso delle armi nucleari, «in qualsiasi circostanza, è ingiustificabile e impensabile». La Chiesa, ricorda Pax Christi International, si è schierata contro la natura indiscriminata delle armi nucleari, come affermato nella Costituzione pastorale Gaudium ed Spes: «Ogni atto di guerra rivolto indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni assieme ai loro abitanti è un crimine contro Dio e l’uomo stesso. Esso merita una condanna inequivocabile e senza esitazioni».

L’unica possibilità di salvezza per l’umanità e il pianeta è «un completo divieto legale delle armi nucleari che porti alla loro totale eliminazione»: «Fino a quando esisteranno armi nucleari – ammonisce il movimento pacifista –, il rischio di qualsiasi loro uso intenzionale o accidentale è reale», pertanto «l’unico modo per eliminare tale rischio è quello di eliminare tutte le armi nucleari». Ed è per questo che Pax Christi International fa appello a tutti i rappresentanti che fino al prossimo mese di luglio saranno impegnati nei negoziati a «sviluppare un robusto strumento giuridico» che «obblighi» gli Stati ad «eliminare» le armi nucleari e a vietare «l’intera gamma di attività correlate come lo sviluppo, la distribuzione, la produzione, il collaudo, lo stoccaggio, il trasferimento» delle stesse.

Che il tema sia di grande importanza è dimostrato dal fatto che anche papa Francesco è intervenuto, inviando una lettera a Elayne Whyte Gómez, che guida i negoziati presso le Nazioni Unite. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scrive Francesco nella lettera che porta data 23 marzo. Tali preoccupazioni «assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. Simile motivo di preoccupazione emerge di fronte allo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale».

Ci si deve inoltre chiedere «quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura», che mina «le relazioni di fiducia fra i popoli», aggiunge il pontefice. «La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere. La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo umano integrale, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla custodia del creato, sulla partecipazione di tutti alla vita pubblica, sulla fiducia fra i popoli, sulla promozione di istituzioni pacifiche, sull’accesso all’educazione e alla salute, sul dialogo e sulla solidarietà. In questa prospettiva, abbiamo bisogno di andare oltre la deterrenza nucleare: la comunità internazionale è chiamata ad adottare strategie lungimiranti per promuovere l’obiettivo della pace e della stabilità ed evitare approcci miopi ai problemi di sicurezza nazionale e internazionale». Quindi «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario», da costruirsi «attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune e non verso la tutela di interessi velati o particolari» e che includa tutti: «Stati nucleari, Paesi non possessori di armi nucleari, settore militare e quello privato, comunità religiose, società civile, Organizzazioni internazionali». Non è facile, Francesco ne è consapevole, ma non è un motivo per non camminare in direzione del disarmo nucleare: «Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata».