Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

Vescovo di Bolzano sui 100 anni della prima guerra mondiale: come si fa a parlare di vittoria?

15 novembre 2018

“Adista”
n. 39, 17 novembre 2018

Luca Kocci

In questi giorni in cui si ricorda il centenario della fine della Prima Guerra mondiale (4 novembre 1918-4 novembre 2018), «nessuno dovrebbe parlare di vittoria». Il vescovo di Bolzano e Bressanone, nell’Alto Adige (o Sud Tirolo, un tempo austriaco), mons. Ivo Muser, in occasione della festa di Ognissanti, pubblica una lettera pastorale (“Beati gli operatori di pace”) che è una dura requisitoria contro la retorica della vittoria nella Grande guerra (andata regolarmente in onda in tv, sui giornali e nelle scuole, con la complicità delle Forze armate e del ministero della Difesa guidato dalla penstastellata Elisabetta Trenta, v. Adista notizie nn. 37-38/18) e un invito a ricordare quella «inutile strage» – come ebbe a dire papa Benedetto XV nella Lettera ai capi dei popoli belligeranti l’1 agosto 1917 – per costruire la pace.

«Deve colpirci e indurci a riflettere il fatto che in questo incendio di vaste proporzioni che chiamiamo Prima Guerra mondiale si fronteggiarono soprattutto cristiani e nazioni che con naturalezza si dicevano “cristiane”», scrive Muser, che opportunamente ricorda quanto scrisse il suo predecessore del tempo, il principe vescovo Franz Egger di Bressanone, il 30 luglio 1914, due giorni dopo l’apertura delle ostilità fra Impero austro-ungarico e Serbia: «Se mai c’è stata una guerra giusta, allora è sicuramente quella attuale», affermò, chiedendo poi la benedizione di Dio: «Dio onnipotente, re del cielo e della terra, re delle schiere della guerra e sostegno del mondo, benedici con il tuo sangue innocente le armi imperiali… Conserva i combattenti nella loro fedeltà incrollabile e guidali in battaglie colme di fiducia sino alla felice vittoria!».

La guerra, scrive Muser, «non scoppiò inaspettata, bensì fu preparata a lungo nelle menti, nella politica, nella cultura e nella scienza, nell’economia e anche nella religione. Questo conflitto, oggi dobbiamo ammetterlo con onestà, fu voluto da molti e quasi comunemente definito “una guerra santa“, talvolta anche un “giudizio divino“ nei confronti di quanti erano considerati nemici della fede e della patria». Noi, prosegue, vogliamo ricordare «con riflessione e turbamento quel periodo della nostra storia per costruire ponti di pace», «la memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune».

La Grande guerra, prosegue il vescovo di Bolzano, «ha provocato un dolore umano indicibile e la morte di milioni di persone. Le grandi catastrofi del XX secolo vanno messe in relazione a questa tragedia, non ultimo anche l‘enorme numero di vittime nella Seconda Guerra mondiale. L’ascesa e la presa del potere del fascismo in Italia non sarebbe concepibile senza la prima contesa bellica, tantomeno la Rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi e la conseguente guerra civile russa, che inghiottì milioni di vite umane. Anche il nazionalsocialismo e la sua ideologia del disprezzo e dell’annientamento della persona, con il conseguente orribile piano di sterminio degli ebrei, trovano nel primo conflitto mondiale le loro radici. Nel fare memoria di questa catastrofe primigenia del XX secolo dobbiamo dare un nome alle radici della guerra: come il nazionalismo, diventato un surrogato della religione; l’odio, il disprezzo e l‘arroganza verso altri popoli; la pretesa ingiustificata di potere assoluto su vita e morte, ma anche la brama di ricchezza e di conquista. Allora come oggi la pace viene minacciata da massicci deficit di giustizia e violazioni dei diritti umani. Particolarmente pericolose sono anche la glorificazione e la giustificazione della violenza: un chiaro e forte no deve attraversare tutta la nostra società, quando gruppi di persone sono sospettati in modo generico o quando si invita a ripulire la nostra terra da determinate categorie di persone». Perciò, in questi giorni, aggiunge mons. Muser, «nessuno dovrebbe parlare di vittoria. I monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte. Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, alla comprensione, alla volontà di convivenza! Non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti!». «Non dimentichiamo mai», conclude il vescovo altoatesino: «La guerra non ha inizio sui campi di battaglia, ma nei pensieri, nei sentimenti e nelle parole delle persone. I nostri pensieri non sono mai neutrali e il nostro linguaggio ci tradisce sempre. C’è una stretta correlazione tra pensare, parlare e agire, cent’anni fa e anche oggi.

Non dimentichiamo poi le migliaia di giovani, anche della nostra terra, mandati al massacro. Sono un monito a lavorare per concreti progetti di pace. L’auspicio è che siano soprattutto i nostri giovani a costruire assieme il loro presente e il loro futuro. Conoscendo i tragici eventi di cento anni fa e visitando gli scenari bellici dove ragazzi come loro si sono fronteggiati e uccisi in una guerra assurda, possono capire che la pace non è una cosa scontata ma va voluta e costruita giorno per giorno».

Una posizione piuttosto diversa da quella espressa da Riforma, il settimanale delle Chiese evangeliche, che nel numero del 2 novembre, pubblica una lunga intervista allo storico Giorgio Rochat (v. Adista News, 31 ottobre). «Il conflitto del 1914-18, diversamente da quello successivo, fu combattuto da un Paese unito. Per questo motivo esso rimane nella memoria collettiva senza suscitare vergogna», scrive Samuele Revel, prima di passare la parola a Rochat. La Prima Guerra mondiale, spiega Rochat, è «stata la prima e anche l’ultima di un Paese unito. La classe dirigente di allora era preparata e la condusse con coscienza e consapevolezza: insomma, semplificando, l’ha fatta “bene”. Ma non mi si fraintenda, la guerra è sempre sbagliata, questo voglio sia chiaro». Almeno questo.

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Che c’entrano i biscotti con le Forze armate? Ed è scontro con il Ministero della Difesa

6 novembre 2018

“Adista”
n. 38, 3 novembre 2018

Luca Kocci

Non è piaciuto al generale Marco Bertolini il manifesto che il Ministero della Difesa guidato dalla ministra penstastellata Elisabetta Trenta ha scelto per celebrare il 4 novembre, festa delle Forze armate e, quest’anno, centenario della fine della Prima guerra mondiale. C’è una soldatessa in divisa che aiuta una donna anziana, un militare che soccorre un bambino in mare e lo slogan: «Le nostre forze, armate di orgoglio e umanità».

Troppo per il generale di Corpo d’armata, attualmente presidente dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia, già alla testa del Comando operativo di vertice interforze e in precedenza del Comando interforze per le operazioni delle Forze speciali, della brigata paracadutisti “Folgore” e del 9° reggimento incursori “Col Moschin”, con missioni sul campo in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. «Non è così che si onorano i nostri caduti – ha scritto Bertolini sul sito degli ex paracadutisti –. Che dopo le strisciate di sangue italiano lasciate in Somalia, Iraq, Afghanistan, Balcani, Libano in questi ultimi decenni, si arrivasse a immagini da “Festa della mamma” di infimo ordine come queste per commemorare il primo centenario dell’unità nazionale e per ricordare i sacrifici dei nostri soldati dell’inizio del secolo scorso è veramente scoraggiante». Quindi attacca direttamente il suo ministro e il Movimento 5 Stelle: «Il manifesto evidenzia in maniera lampante l’idea che una parte della nuova dirigenza politica ha delle Forze armate. L’immagine si commenta da sola e non ha bisogno di parole inutili. Se ne può semplicemente dedurre che è ovvio che non ci si faccia scrupoli a disarmarle, sottofinanziarle e trattarle con toni irriverenti come è avvenuto in più di un’occasione ultimamente. Come se fossero un inutile e costoso orpello da snaturare e anemizzare, in attesa che muoiano da sole».

Secca la replica del Ministero affidata alle agenzie: «La locandina esprime tutta la solidarietà e l’umanità dei nostri uomini e delle nostre donne nelle Forze armate». Ma lo stesso Ministero anticipa anche l’imminente lancio di uno spot promozionale che «esalterà il ruolo del soldato in tutta la sua professionalità. Sarà uno spot che, per i 100 anni, renderà onore all’impresa eroica dei nostri nonni e, siamo certi, piacerà persino a Bertolini» (v. notizia successiva). Insomma, ministro di pace e di guerra, come del resto l’intero Movimento 5 Stelle, che parla di pace e conferma l’acquisto dei cacciabombardieri F35.

Si inserisce nello scontro tutto interno fra Forze armate e Ministero della Difesa il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, con intelligente gusto del paradosso.

«Generale Bertolini, sono d’accordo con lei, questo manifesto non mi piace», scrive don Sacco. «Dopo aver visto il manifesto, ho pensato che le nostre Forze armate non sono un’associazione caritativa», prosegue il coordinatore nazionale di Pax Christi. «Scopo delle Forze armate, tanto più oggi formate da professionisti ben pagati e ben armati, è quello di sparare, di fare la guerra. Anche se questa parola non si può usare perché ripudiata dalla Costituzione. Si parla quindi di missioni di pace… Le Forze armate sono, appunto, armate e non pensate per distribuire biscotti o coperte. Se fanno anche questo è sicuramente cosa buona, ma allora investiamo su una seria Protezione civile; valorizziamo e istituzionalizziamo i Corpi civili di pace. Dalla mia piccola esperienza posso testimoniare che il settore umanitario è spesso “al seguito del militare” e a volte viene usato più per una questione di immagine, quasi a velare altri interessi, ad esempio quelli delle lobby delle armi, nelle varie missioni militari. Non usiamo la tragedia della Prima guerra mondiale, “inutile strage” come la definì il papa di allora, Benedetto XV, per fare propaganda».

E rispetto allo spot annunciato dalla ministra Trenta, don Sacco non nutre grandi aspettative. «Aspettiamo di vedere questo spot – conclude –. Non so se piacerà al generale Bertolini. Ma ho la quasi certezza che a me piacerà ancor meno di questo sdolcinato e ingannevole manifesto».

 

4 novembre: vestiamoci a lutto contro tutte le guerre. La proposta dei movimenti per la pace

6 novembre 2018

“Adista”
n. 38, 3 novembre 2018

Luca Kocci

Sembra di vedere Russell CroweMassimo Decimo Meridio che ne Il gladiatore esorta: «Al mio segnale scatenate l’inferno!». Invece è solo lo spot promozionale delle Forze armate per il 4 novembre – anniversario della fine della Prima guerra mondiale (1918-2018) – annunciato dalla ministra della Difesa pentastellata Elisabetta Trenta anche in risposta dei manifesti giudicati troppo buonisti da alcuni alti rappresentanti dell’Esercito (v. notizia precedente).

«Io sono andato dove gli altri non volevano andare. Ho portato a termine quello che gli altri non volevano fare. Ho sentito il freddo morso della paura», dice una voce fuori campo. Poi si vede un paracadutista che indossa il basco, il decollo di un cacciabombardiere F35 (quelli che il partito della ministra cinquestelle diceva di non voler acquistare e invece verranno acquisiti tutti), una squadra d’assalto che irrompe da un elicottero sparando, la scena di un attacco contro i soldati con il corpo di un caduto coperto da un telone e un commilitone che piange, elicotteri da guerra, incrociatori con i cannoni in vista e incursori che si lanciano in mare. E di nuovo la voce fuori campo: «Ho pianto, ho sofferto e ho sperato. Ma quando giungerà la mia ora, agli altri potrò dire che sono orgoglioso per tutto quello che sono stato: un soldato». E così lo spirito combattente – ma ovviamente in nome della pace – è stato ristabilito.

«Temiamo che anche questa ricorrenza possa diventare occasione di retorica, nella più assoluta mancanza di rispetto per le centinaia di migliaia di vittime mandate al macello», scrive don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, nell’editoriale di Mosaico di pace di novembre, che dedica un dossier speciale, curato da Diego Cipriani, al centenario della fine della Prima guerra mondiale. «Non parliamo di eroi, per favore – si legge ancora nell’editoriale –, bensì di poveracci mandati a morire per i calcoli diabolici dei potenti. Non utilizziamo la retorica del 4 novembre per giustificare le guerre di oggi, magari chiamate missioni di pace, Niger compreso. Per giustificare le spese militari. E chiediamoci se tante scelte di riarmo e di frontiere blindate siano compatibili con il Vangelo».

A voler ricordare un “altro” 4 novembre sono anche il Movimento nonviolento, PeaceLink e il Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo: «Non un giorno di festa, ma di lutto». Per questo le tre associazioni propongono che il 4 novembre si realizzino in tutte le città d’Italia commemorazioni nonviolente delle vittime delle guerre, «dimostrando che solo opponendosi a tutte le guerre si onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise» e «affermando il diritto e il dovere di ogni essere umano e la cogente obbligazione di ogni ordinamento giuridico democratico di adoperarsi per salvare le vite, rispettare la dignità e difendere i diritti di tutti gli esseri umani». Conclude il comunicato comune delle tre associazioni: «Affinché il 4 novembre, anniversario della fine della “inutile strage” della prima guerra mondiale, cessi di essere il giorno in cui i poteri assassini irridono gli assassinati, e diventi invece il giorno in cui, nel ricordo degli esseri umani defunti vittime delle guerre, gli esseri umani viventi esprimono, rinnovano, inverano l’impegno affinché non ci siano mai più guerre, mai più uccisioni, mai più persecuzioni».

Contestualmente Movimento nonviolento, Peacelink e Centro di ricerca per la pace e i diritti umani rilanciano la campagna “Un’altra difesa è possibile” e chiedono che il Parlamento approvi finalmente la proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

«Per questo – scrivono – chiediamo una politica di disarmo, poiché le armi sempre e solo uccidono gli esseri umani. Per questo sosteniamo la richiesta che l’Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017. Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che secondo autorevoli stime gravano sul bilancio dello Stato italiano per l’enorme importo di settanta milioni di euro al giorno. Per questo chiediamo che i fondi pubblici oggi destinati a strutture e strumenti di morte siano invece utilizzati in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani e del mondo vivente. Per questo chiediamo un impegno particolare a contrastare la violenza maschilista, prima radice e primo paradigma di ogni violenza. Per questo ci opponiamo al razzismo, crimine contro l’umanità, e chiediamo che siano immediatamente revocate tutte le sciagurate decisioni governative che configurano omissione di soccorso, pratiche segregative e persecutorie, flagranti violazioni dei diritti umani e della stessa Costituzione della Repubblica italiana».

Esaltazione della “grande” guerra: nelle scuole non si insegna la pace

31 ottobre 2018

“Adista”
n. 37, 27 ottobre 2018

Luca Kocci

Con l’avvicinarsi del 4 novembre, si rimette in modo la propaganda patriottarda e si moltiplicano le iniziative per celebrare la “vittoria” dell’Italia nella Prima guerra mondiale, di cui ricorre il centenario (4 novembre 1918-4 novembre 2018).

La prima si è svolta il 18 ottobre, quando la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, a Ostia, sul litorale di Roma, presso la Scuola di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, ha incontrato circa cinquecento studenti delle scuole superiori «per raccontare il 4 novembre», recita il comunicato stampa del Ministero della Difesa. Ovviamente non da sola, ma in compagnia degli ufficiali di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, che hanno tenuto agli studenti una “lezione” senza contraddittorio, per ripetere i luoghi comuni triti e ritriti e storicamente falsi sulla Prima guerra mondiale: la “vittoria”, la IV guerra di Indipendenza che ha completato l’unità d’Italia, l’affratellamento dei soldati nelle trincee, l’eroismo dei soldati e via dicendo. «Questa iniziativa, per la prima volta nel litorale della periferia di Roma Capitale – fanno sapere dalla Difesa –, rientra in un ciclo di conferenze, organizzate dal Ministero della Difesa in diverse scuole del Paese, per raccontare il 4 novembre, Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze armate, a cento anni dalla fine della grande guerra». Che dimostra come la scuola da qualche anno sia terreno di conquista da parte delle Forze armate (v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17).

La seconda, di taglio apparentemente più accademico, si è svolta il 17-18 ottobre, nell’area militare dell’ex aeroporto di Centocelle, nella periferia est della capitale, dove, secondo le intenzioni dei vertici delle Forze armate e del Ministero della Difesa, dovrebbe sorgere il “Pentagono italiano” (v. Adista Notizie n. 22/18), ovvero una struttura unica per riunire i vertici delle quattro Forze armate (esercito, aeronautica, marina e carabinieri), appunto un Pentagono made in Italy, ad immagine e somiglianza di quello Usa (anche se pare che, essendo il governo alla disperata ricerca di soldi per realizzare i mirabolanti annunci della campagna elettorale, il progetto venga temporaneamente rinviato). Un grande convegno, dal titolo quasi epico: «Il 1918, la vittoria e il sacrificio».

«L’Italia – così è stato presentato il convegno –, con un grande sforzo di tutte le componenti del Paese, esce vittoriosa dalla terri bile prova e completa il percorso di unificazione. È un momento fondante per l’identità nazionale, costato enormi sacrifici». Fra i temi affrontati nei due giorni di convegno: gli aspetti militari della guerra – sia quelli riguardanti i vari teatri operativi europei sia, più dettagliatamente, quelli relativi al fronte italo- austriaco –, la battaglia di Vittorio Veneto, le operazioni della Marina, lo sviluppo dell’Aeronautica e la partecipazione dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il servizio “P” (Propaganda).

Una specifica sessione del convegno, curata dall’Ordinariato militare e con gli interventi dell’ordinario militare-generale di corpo d’armata, mons. Santo Marcianò, e del suo vicario, mons. Angelo Frigerio, è stata poi dedicata ai cappellani militari, «la cui reintroduzione durante la guerra è una delle tappe verso la riconciliazione fra Stato e Chiesa». Al centro, ovviamente, la figura del cappellano militare Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, ora anche santo patrono dell’esercito italiano (v. Adista Notizie nn. 32, 34, 35 36/17).

Nel centenario della “Grande Guerra”, “Civiltà Cattolica” esalta vescovi interventisti e cappellani militari

31 ottobre 2018

“Adista”
n. 36, 20 ottobre 2018

Luca Kocci

A pochi giorni dal centenario della fine della Prima guerra mondiale (4 novembre 1918-4 novembre 2018), Civiltà cattolica ricorda – con deciso entusiasmo – «il contributo che i cattolici italiani e la gerarchia diedero alla “nazione in guerra”» e quindi alla “vittoria”. Lo fa con un lungo saggio di p. Giovanni Sale, lo scrittore del quindicinale dei gesuiti esperto di questioni storiografiche del ‘900 (pubblicato nel fascicolo 4039 del 6-20 ottobre 2018), che prende le mosse dalla disfatta di Caporetto dell’ottobre 1917.

«Dopo Caporetto – scrive Sale –, anche la Chiesa italiana partecipò attivamente, con le sue numerose iniziative, sia di culto sia di aiuto umanitario, al clima di mobilitazione politica per sostenere lo sforzo dei soldati al fronte». Caporetto come svolta che, secondo lo storico gesuita, fece indossare l’elmetto alla Chiesa cattolica.

«I vescovi – prosegue –, dopo un iniziale neutralismo, un po’ alla volta si “convertirono” alla guerra patriottica e nazionale, esortando i fedeli all’obbedienza alla legge e alle autorità legittimamente costituite. Dopo la “disfatta”, numerosi vescovi “moderati” assunsero posizioni apertamente patriottiche e s’impegnarono maggiormente in opere di assistenza civile, utilizzando a volte anche un frasario nazionalista, che non era stato usato fino ad allora dal clero italiano».

Il Regno d’Italia e gli Stati maggiori chiamarono la Chiesa all’appello, e la Chiesa rispose. Scrive Sale: «Nell’aprile 1918 il ministro Sacchi (Ettore Sacchi, radicale, ministro di Grazia e Giustizia dal 1916 al 1919, ndr), attraverso i prefetti, chiese a tutti i vescovi italiani di mobilitare, a livello diocesano, i loro preti, perché influissero sulle popolazioni rurali della Penisola, facendo crescere nei fedeli la convinzione che “dall’esito felice della nostra guerra nazionale dipendono la salvezza e la fortuna della Patria” sotto il profilo sia spirituale, sia materiale. La maggior parte dei vescovi rispose positivamente, con missive inviate a Roma, all’invito del governo. Inoltre, numerosi furono gli Ordinari che, nel novembre 1918, alla notizia dell’avanzata nemica, emanarono circolari e pubblicarono esortazioni perché tutti i fedeli si “raccogliessero a resistenza”, invitando in particolare “il clero a soccorrere i soldati dispersi e a convincerli a ritornare all’esercito e a prodigarsi per i profughi che giungevano al Veneto sin dalle più lontane regioni”».

Ma la Chiesa italiana, se è vero che dopo Caporetto intensificò il proprio impegno, in realtà, ricorda Sale, «partecipò fin dall’inizio allo sforzo bellico nazionale, anche prestando all’esercito i suoi ministri di culto», ovvero i cappellani militari. «Una circolare del generale Cadorna del 12 aprile 1915, in largo anticipo sull’inizio delle operazioni di guerra e senza un previo accordo con le autorità ecclesiastiche, che non si opposero all’ordine ricevuto, stabilì l’assegnazione di cappellani militari a ogni reggimento delle varie armate e ai corpi dell’esercito. Cadorna, infatti, attribuiva un’importanza non secondaria alle istituzioni di carattere religioso per il mantenimento dell’ordine nell’esercito e per rafforzare il senso del dovere nei contadini-soldati. I cappellani, sottoposti all’autorità di un Ordinario militare (il vescovo mons. Angelo Bartolomasi), “in un esercito a lungo carente di forme non repressive di organizzazione del consenso alla guerra, costituirono una rete importante di intellettuali propagandisti dell’ordine e della disciplina militare”». Infatti, aggiunge Sale (che fa riferimento anche ad uno studio dello storico della Comunità di sant’Egidio, Roberto Morozzo della Rocca, La fede e la guerra. Cappellani militari e preti soldati 1915-1919, Studium, 1998), «una pratica comunemente svolta dai cappellani militari era quella delle cosiddette “conferenze patriottiche”. Molti di essi tenevano ai loro soldati discorsi di incitamento alla disciplina, al dovere militare e di esortazione ai valori patriottici. Soprattutto vi si impegnavano i cappellani di orientamento nazionalista. A volte questa attività veniva losu ro richiesta dagli ufficiali superiori. Una parte dei cappellani, spesso “perché a contatto con le truppe dal morale troppo depresso”, o per convinzione personale, preferì “svolgere una propaganda per la guerra, spiegando con semplicità argomenti patriottici a gruppi ristretti o in conversazioni individuali”».

Quindi, conclude Sale, «il contributo che i cattolici italiani e la gerarchia diedero alla “nazione in guerra” (…) fu notevole» e «apertamente riconosciuto da tutte le forze politiche del vecchio sistema liberale (…). Ciò preparò l’ingresso dei cattolici nella vita politica nazionale».

La soddisfazione del quindicinale dei gesuiti sembra evidente. E poco conta, sembra, che la Prima guerra mondiale venne definita da papa Benedetto XV una «inutile strage».

Perugia-Assisi: una marcia per «osare la fratellanza» e mettere in fuga la violenza

24 settembre 2018

“Adista”
n. 32, 22 settembre 2018

Luca Kocci

«Rimettiamoci in cammino sulla via della pace». È l’appello che chiama a raccolta il mondo pacifista e nonviolento per la marcia per la pace Perugia-Assisi (“inventata” nel 1961 da Aldo Capitini, di cui quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dalla morte, avvenuta il 19 ottobre 1968), che si svolgerà il prossimo 7 ottobre dal capoluogo umbro (appuntamento ore 9 ai Giardini del Frontone) alla città di san Francesco (conclusione nel pomeriggio alla Rocca maggiore).

«Disponiamo di più ricchezze, conoscenze, istituzioni e mezzi di ogni altro tempo ma permettiamo che di giorno in giorno aumentino le disuguaglianze, le sofferenze, i conflitti, la disoccupazione e l’insicurezza di miliardi di persone. Non troviamo i soldi per assicurare un lavoro a tutti ma continuiamo a spenderne una valanga per comprare armi, ingigantire eserciti e condurre guerre infinite», si legge nel documento di convocazione della Marcia, promossa quest’anno da Tavola della pace, Coordinamento nazionale enti locali per la pace, Rete della pace, Scuole per la pace e Sacro convento di Assisi.

«I numerosi progressi che abbiamo ottenuto in tanti campi ci aprono orizzonti impensati per migliorare le condizioni di vita di tutti e portare la pace laddove ancora non c’è – prosegue il documento –. Eppure rischiamo di essere travolti da numerosi problemi che abbiamo causato e che non abbiamo ancora risolto: dalla povertà di miliardi di persone al cambiamento climatico, dalle guerre alle migrazioni. Alcune delle più importanti conquiste dell’umanità rischiano di essere progressivamente cancellate o annullate: l’universalità dei diritti umani, il diritto alla dignità, il principio di uguaglianza e di giustizia, la democrazia»

Le organizzazioni internazionali segnano il passo: «L’Onu e le istituzioni internazionali create per impedire nuove guerre e intervenire in difesa della dignità e dei diritti umani sono state indebolite e spesso vengono tenute ai margini. La stessa Unione Europea, che tanto ha contribuito all’affermazione della civiltà del diritto, è entrata in una fase molto pericolosa che rischia di far fallire uno dei più importanti esperimenti di pace della storia. In molti dei Paesi dove più grandi erano state le conquiste democratiche, sono in atto gravi processi di corrosione e arretramento politico, sociale e morale». E in questo scenario, proseguono i promotori, «tante persone stanno cedendo alla paura e all’insicurezza, alla sfiducia e alla rassegnazione assumendo gravi atteggiamenti di chiusura, indifferenza e rabbia». Per questo, aggiungono, «dobbiamo reagire!».

Sappiamo infatti «che sono le persone a fare la storia e che il cambiamento che sogniamo, la pace che desideriamo per noi, per i nostri cari e per l’umanità intera non dipende solo dalle grandi decisioni ma anche da tutte le piccole, piccolissime, azioni fatte ogni giorno, da ciascuno, dappertutto». Si tratta di «miliardi di azioni di pace, individuali e collettivi, spesso realizzate da donne, agiscono positivamente nella storia dell’umanità anche se non vengono raccontati dal mondo dell’informazione e quindi non vengono valorizzate».

Quindi, esortano i promotori – che hanno presentato la Marcia il 13 settembre in una conferenza stampa alla Federazione nazionale della stampa (con la partecipazione, fra gli altri, di Flavio Lotti e p. Alex Zanotelli) –, «questo è il tempo in cui dobbiamo osare la fraternità», smettendo «di fare le guerre», sia «quelle armate che stanno devastando interi paesi e popolazioni», sia «quelle più subdole che ci vedono continuamente gli uni contro gli altri, nell’economia come nei rapporti interpersonali». E poi altri impegni da assumere collettivamente: «Facciamo crescere l’economia della fraternità»; «scopriamo insieme l’importanza e la bellezza della cura» («della vita, dei più indifesi, del bene comune»); «affermiamo il dovere di proteggere ovunque tutte le persone minacciate da violenze, guerre, persecuzioni e sistematiche violazioni dei diritti umani»; «difendiamo la società aperta, anzi, costruiamo una vera società aperta, inclusiva, solidale, accogliente»; «costruiamo una politica nuova e una nuova cultura politica nonviolenta basata sul rispetto della “dignità di tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti eguali e inalienabili”»; «impegniamoci per far rispettare gli impegni presi dai governi per costruire un futuro migliore per tutti, a partire dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile e dagli Accordi di Parigi sul clima».

Aderisce alla Marcia anche il Movimento nonviolento, con un proprio documento fondato sulle parole «pace e fratellanza», le stesse scelte da Capitini che nel 1961 volle chiamare la Perugia-Assisi «Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli». Le parole della Marcia dovranno essere chiare e semplici, comprensibili da tutti, chiede il Movimento nonviolento: «No alla guerra e alle armi, no alla violenza e al razzismo; sì alla pace e alla fratellanza, sì alla convivenza e al dialogo. La scelta è chiara, o di qua o di là. O nonviolenza, o non esistenza».

Il richiamo all’attualità politica italiana da parte del Movimento nonviolento è esplicito. «Oggi la politica fomenta l’odio, il governo incita il cittadino alla difesa armata fai-da-te. L’alternativa a questo precipizio di civiltà è il disarmo: disarmare il pensiero, disarmare le parole, disarmare le azioni. La nonviolenza è la risposta necessaria, capace di moltiplicare gli anticorpi che possono prosciugare il brodo di coltura nel quale stanno proliferando i batteri dell’ignoranza, dell’egoismo, del fascismo». Allora la Perugia-Assisi deve diventare anche «la prima risposta forte, corale, di tutti, al governo che calpesta i diritti e promuove la xenofobia». E un nuovo avvio di una «politica della nonviolenza» che preveda «taglio delle enormi spese militari, uscita dal programma di acquisto degli F35, messa al bando delle armi atomiche, riconversione civile dell’industria bellica, stop all’esportazione di armi che creano morte, distruzione, migrazioni forzate e profughi che fuggono dal terrore e dalla miseria». Rilanciando anche l’agenda della campagna “Un’altra difesa è possibile”: spostamento delle risorse dal bilancio militare alla difesa civile, non armata e nonviolenta, per i corpi civili di pace, la protezione civile, il servizio civile universale, un Istituto di ricerche per il disarmo.

Bombe italiane che uccidono in Yemen: nuovo esposto alla procura di Cagliari

6 agosto 2018

“Adista”
n. 29, 4 agosto 2018

Luca Kocci

Nuovo esposto-denuncia contro la fabbrica Rwm di Domusnovas (Ca) per la vendita di armi all’Arabia Saudita. Lo ha presentato alla Procura della Repubblica di Cagliari un gruppo di cittadini insieme ai Cobas, al Cagliari social forum, all’Assemblea permanente Villacidro, al Comitato riconversione Rwm, all’Unione sindacale di Base (Usa) e ai “preoccupati” di Carloforte.

«Siamo venuti a conoscenza del fatto che l’8 ottobre 2016 un raid aereo condotto verosimilmente dalla coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita ha colpito il villaggio di Deir Al-Hajari, situato nello Yemen del Nord occidentale, uccidendo una famiglia di sei persone », scrivono in una nota le associazioni che hanno denunciato la Rwm alla magistratura e che si basano sulle inchieste che hanno documentato come sul luogo dell’attacco siano stati rinvenuti dei resti di bombe e un anello di sospensione prodotti dalla Rwm Italia di Domusnovas.

Gli amministratori dell’azienda – controllata dalla tedesca Rheinmetall – si sono sempre dichiarati in possesso di tutte le autorizzazioni previste dalla legge italiana per le esportazioni di armamenti, ma i pacifisti e le associazioni fanno riferimento anche alla pronuncia del Parlamento europeo che impone un embargo sulla vendita di armi a Riad a causa del conflitto nello Yemen. Inoltre chiedono alla Procura di verificare se sia stata rispettata la norma che, in base alla legge 185/90, vieta il transito e l’esportazione degli armamenti in Stati in guerra.

Si tratta del terzo esposto-denuncia contro la Rwm: il primo, nel febbraio 2016 – per ora senza esito – alle Procure della Repubblica di Roma (sede delle istituzioni governative), Brescia (dove ha sede l’azienda tedesca Rwm Italia, fornitrice delle bombe aeree), Cagliari (da dove sono partiti i voli per l’Arabia) e Pisa (dove c’è una base dell’aeronautica militare) da parte di Rete italiana disarmo, Opal (Osservatorio permanente sulle armi leggere), Archivio disarmo, Movimento nonviolento, Pax Christi e Beati i costruttori di pace (v. Adista Notizie n. 6/16); il secondo, ad aprile 2018, di nuovo alla Procura di Roma, da Rete italiana per il disarmo, European Center for Constitutional and Human Rights e l’organizzazione yemenita Mwatana Organization for Human Rights (v. Adista Notizie n. 16/18).

Ma la questione legata alla produzione e alla vendita, da parte della Rwm, di armi all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen è ancora più vecchia. Le prime denunce pubbliche risalgono addirittura al 2015, da parte di Amnesty International, Medici senza frontiere, Rete Disarmo e Opal Brescia e di un’inchiesta giornalistica del sito Reported.ly – rilanciata in Italia, fra gli altri, da Famiglia Cristiana – che spiegarono che a Domusnovas venivano prodotte bombe, vendute, attraverso l’Arabia Saudita, agli Emirati Arabi Uniti e regolarmente utilizzate per bombardare lo Yemen (v. Adista Notizie n. 40/15). Subito dopo il pacifista sardo Antonello Repetto annunciò possibili azioni di sabotaggio nella fabbrica – in realtà mai messe in atto – per sollevare una questione che restava avvolta nel silenzio (v. Adista n. 43/15). Successivamente (marzo 2017) sei associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo), insieme al missionario comboniano p. Alex Zanotelli, si rivolsero all’allora ministro degli Esteri Angelino Alfano perché venisse interrotta la vendita di armi italiane all’Arabia Saudita impegnata in operazioni di guerra in Yemen (v. Adista Notizie n. 14/17). E poi la mobilitazione di parte del mondo cattolico, in particolare il movimento dei Focolari (v. Adista Notizie n. 19/17) e di Pax Christi (v. Adista n. 27/17).

Ultimo ad intervenire, nello scorso mese di maggio, il vescovo di Iglesias, mons. Giovanni Paolo Zedda, insieme all’intero Consiglio presbiterale diocesano: «Non si può omologare la produzione di beni necessari per la vita con quella che sicuramente produce morte. Tale è il caso delle armi che, è purtroppo certo, vengono prodotte nel nostro territorio e usate per una guerra che ha causato e continua a generare migliaia di morti». «Nessuno di noi giustificherebbe mai che armi prodotte altrove fossero mandate a bombardare le nostre case, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre chiese, la nostra gente. Ma le popolazioni dello Yemen non hanno i nostri stessi diritti?», chiedono vescovo e Consiglio presbiterale. «C’è una sola strada da percorrere, ed è compito peculiare della politica e delle istituzioni sociali: quella di cercare uno sviluppo diverso per tutte le attività del nostro Territorio e della nostra Regione; uno sviluppo rispettoso della dignità delle persone, di tutte le persone; uno sviluppo che sia riguardoso dell’ambiente; uno sviluppo che valorizzi le nostre risorse locali, la nostra storia, la nostra Terra. Come Diocesi dobbiamo e vogliamo lavorare soprattutto per la formazione delle coscienze e per ricordare a tutti la necessità e il dovere della coerenza con il rispetto dei diritti di ogni uomo e di ogni donna. Perciò auspichiamo che tutti vogliano cooperare con le migliori energie in una prospettiva di riscatto e di nuova speranza: per un vero sviluppo integrale del nostro territorio; per la cessazione di ogni conflitto; per l’affermazione della pace nel mondo».

Il papa: «Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli»

8 luglio 2018

“il manifesto”
8 luglio 2018

Luca Kocci

Non saranno «muri», «occupazioni» e «armi» a portare la pace in Medio Oriente, ma solo il «dialogo».

Papa Francesco ha incontrato ieri a Bari i capi delle Chiese e delle comunità cristiane del Medio Oriente e ha tenuto un discorso dal chiaro significato politico, che ha chiamato in causa i nodi più aggrovigliati dello scacchiere mediorientale, dalla guerra Siria allo status di Gerusalemme, e le gravi responsabilità dell’Occidente e della Russia(“Il peso sulla coscienza delle nazioni”, titola L’Osservatore Romano di oggi).

Un’assise ecumenica senza precedenti (“Su di te sia pace! Cristiani insieme per il Medio Oriente”, il tema dell’incontro), a cui hanno partecipato i capi delle Chiese ortodosse autocefale, ovvero che hanno un proprio primate: il patriarca ecumenico Bartolomeo, quello greco di Alessandria Theodoros II, quello siro-ortodosso di Antiochia Ignatius Aphrem II; il patriarca di Gerusalemme Theophilos III, il russo Kirill e l’armeno Karekin II hanno inviato dei loro rappresentanti. C’erano anche quelli delle Chiese orientali (assiri, copti, siri-cattolici, maroniti, melkiti, caldei, con il neo cardinale Sako, vescovo di Bagdad), il Patriarcato latino di Gerusalemme (mons. Pizzaballa) e la Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra santa. Di fatto tutte le Chiese cristiane mediorientali.

Il «Medio Oriente è crocevia di civiltà e culla delle grandi religioni monoteistiche», «ma su questa splendida regione si è addensata una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti», ha detto il papa dopo aver acceso, insieme ai rappresentanti delle Chiese, una lampada “uniflamma” (simbolo dell’unità di tutti i cristiani) nella basilica di San Nicola. «Il Medio Oriente è divenuto terra di gente che lascia la propria terra», invochiamo oggi «quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare».

Nel pomeriggio, dopo un dialogo a porte chiuse con i capi delle Chiese, il discorso più politico. «Non c’è alternativa possibile alla pace. Non le tregue garantite da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e dialogo», ha detto Francesco. Quindi «è essenziale che chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi. Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!», come la «sete di guadagno che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili».

Non sono mancati riferimenti ad alcune situazioni particolari: la Siria, «martoriata dalla guerra», dove «sono ripresi aspri combattimenti che hanno provocato un ingente numero di sfollati, esposti a sofferenze terribili»; Gerusalemme, «città per tutti i popoli» e «sacra per cristiani, ebrei e musulmani», «il cui status quo esige di essere rispettato secondo quanto deliberato dalla Comunità internazionale», «solo una soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi, fermamente voluta e favorita dalla Comunità delle nazioni, potrà condurre a una pace stabile e duratura, e garantire la coesistenza di due Stati per due popoli».

«La guerra è figlia del potere e della povertà, si sconfigge rinunciando alle logiche di supremazia e sradicando la miseria», ha concluso il papa. «La violenza è sempre alimentata dalle armi» e da «sfrenate corse al riarmo. È una gravissima responsabilità, che pesa sulla coscienza delle nazioni, in particolare di quelle più potenti. Non si dimentichi il secolo scorso, non si scordino le lezioni di Hiroshima e Nagasaki, non si trasformino le terre d’Oriente, dove è sorto il Verbo della pace, in buie distese di silenzio».

Contro la scuola militarizzata: procedimento disciplinare per il prof. “obiettore”

11 giugno 2018

“Adista”
n. 21, 9 giugno 2018

Luca Kocci

Messo sotto processo dalla propria dirigente scolastica per aver obiettato pubblicamente alla militarizzazione della scuola in cui insegna.

Succede a Messina dove, nei confronti di Antonio Mazzeo, docente di Scienze motorie presso l’Istituto comprensivo “Canizzaro-Galatti” (nonché saggista e blogger da sempre impegnato sui temi della pace, della nonviolenza e del disarmo, anche Adista ha ospitato qualche suo articolo, alcuni proprio sulla militarizzazione della scuola: v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17), la dirigente scolastica, Giovanna Egle Candida Cacciolla, ha avviato un procedimento disciplinare per «mancata osservanza del codice comportamentale dei dipendenti pubblici».

I fatti li racconta lo stesso Mazzeo, nella lettera (pubblica) alla dirigente – datata 14 aprile – che ha determinato l’avvio del procedimento. «Apprendo oggi dalla stampa – scrive il docente – che il 17 aprile, nel cortile del nostro Istituto, si terrà un evento legato al progetto denominato “Esercito e Studenti Uniti nel Tricolore”  per “promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale” e in cui si prevede che “militari e studenti insieme condivideranno l’atto solenne della cerimonia dell’alzabandiera intonando il “Canto degli Italiani” alla presenza della banda della Brigata “Aosta””. Ritengo questa iniziativa gravissima e in palese contrasto con i valori didattici-educativi della nostra istituzione scolastica e soprattutto non mi risulta che mai negli organi collegiali o nel Piano dell’offerta formativa si sia fatto alcun accenno al progetto e che ci sia alcuna delibera di adesione al medesimo». Quindi, prosegue Mazzeo, «esprimo il mio totale dissenso per questo pseudo-progetto “Militari-studenti”» e «comunico che non accetterò di parteciparvi personalmente né di accompagnare le mie classi durante le mie ore di servizio».

Pochi giorni dopo Mazzeo torna sull’argomento, con un articolo pubblicato sul portale Stampalibera.it. «L’obiettivo generale del “progetto”, come si legge nel comunicato della Brigata “Aosta” – scrive il docente – è quello di “promuovere tra i giovani l’identità nazionale” e “ricordare quegli uomini nati tra il 1874 e il 1899 che tra gli angusti spazi delle trincee e le imponenti cime dei monti contribuirono in maniera decisiva all’unità nazionale, sacrificandosi con generosità e coraggio”. Una doppia mistificazione storico-sociale, quella dell’Esercito e di quei dirigenti scolastici che in violazione del dettato costituzionale e con ordini di servizio palesemente illegittimi hanno imposto le attività musico-militare ai propri docenti e alunni. La prima guerra mondiale fu un’immane carneficina (“un’inutile strage” la definì papa Benedetto XV nella sua lettera ai Capi di stato belligeranti l’1 agosto 1917) e decine di migliaia di giovanissimi soldati italiani furono mandati e (poi vigliaccamente abbandonati) al massacro da inetti e corrotti ufficiali e comandanti dell’Esercito, in una delle pagine più nere della storia post-unitaria d’Italia. Inverosimile e scandaloso parlare poi parlare di “identità nazionale” nelle scuole italiane dove a ormai uno studente su cinque (i figli di migranti ma nati e cresciuti in Italia) è stata negata dal Parlamento l’acquisizione della cittadinanza (e dei diritti che ne derivano) con lo ius soli. Per noi che operiamo ininterrottamente da 34 anni in questo istituto è stata sicuramente una delle giornate più tristi e dolorose della nostra carriera di insegnanti ed educatori pacifisti, antimilitaristi e nonviolenti. Fortunatamente cresce però tra gli insegnanti, gli studenti e i genitori la consapevolezza sul dilagante processo di militarizzazione dell’educazione e del sapere nel nostro paese e i suoi diversissimi pericoli sociali, politici, economici, culturali. E siamo orgogliosi di rivendicare il nostro diritto-dovere all’obiezione e al rifiuto di questi vergognosi spettacoli di manipolazione della verità e delle coscienze».

Una presa di posizione che non va giù alla dirigente scolastica, evidentemente insofferente al diritto di critica e alla libertà di pensiero dei propri docenti, la quale decide di avviare un procedimento disciplinare nei confronti del docente (le cui conseguenze potrebbero andare da una formale «censura» fino ad una sospensione dal servizio). Mazzeo, secondo la tesi della dirigente, con i suoi articoli si sarebbe macchiato di «esternazioni in pubblico riguardanti l’istituzione scolastica e la figura dirigenziale che non possono essere ricondotte ad una legittima critica dell’operato del datore di lavoro, e ciò sia per la loro offensività e per i termini utilizzati con potenziale gravissimo pregiudizio per l’istituto scolastico stesso». «Si tratta – prosegue la contorta prosa della dirigente – di inadempienze plateali, gravi e lesive di obblighi basilari posti dalla legge alla base del rapporto di lavoro e della correlata fiducia tra le parti». È vero che c’è la Costituzione (articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), è costretta ad ammettere la dirigente. La quale però poi asserisce che «tale libertà non è assoluta», perché il dipendente pubblico ha l’obbligo di «non assumere comportamenti che possono nuocere all’immagine dell’Amministrazione e di astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’Amministrazione stessa». Quindi, sostiene Cacciolla, le affermazioni di Mazzeo – che però non si capisce dove e come avrebbe «offeso» l’amministrazione scolastica – assumono «valore altamente offensivo e diffamatorio della sfera professionale dell’istituzione scolastica e dei suoi organi collegiali, sicuramente esorbitanti dai limiti della libera manifestazione del pensiero» e il suo comportamento «costituisce grave mancanza ai propri doveri di servizio». Insomma vietato parlare, vietato scrivere e forse anche vietato pensare.

Il “processo” si svolgerà il prossimo 11 giugno. Frattanto, dice Mazzeo, «continuerò a battermi in ogni modo al processo di aziendalizzazione, privatizzazione e militarizzazione della scuola, nel pieno rispetto dei principi costituzionali. Continuerò ad oppormi, ad obiettare e disertare, qualsivoglia attività di “relazione” tra forze armate e studenti, a difesa delle sacrosante prerogative didattico-pedagogiche che spettano solo agli insegnati e agli educatori. Continuerò a sostenere ed argomentare in tutte le sedi che ogni attività o programma che vede “cooptare” i minori in ambito bellico-militare rappresenta una grave violazione dell’articolo 38 della Convenzione internazionale a difesa e protezione dei diritti del fanciullo».

I Cobas hanno espresso «totale solidarietà» ad Antonio Mazzeo (oltre alla assistenza legale, qualora la dirigente scolastica decidesse di portare avanti il processo alla libertà di pensiero e al diritto di critica). Sul portale Change.org una petizione in difesa del docente ha ottenuto, fino ad ora, quasi 1.300 firme. E già da diversi anni Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare  l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare »; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». «Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più! Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!».

Sì al lavoro, no alle armi. Il vescovo di Iglesias contro le bombe sarde per la guerra in Yemen

22 maggio 2018

“Adista”
n. 18, 19 maggio 2018

Luca Kocci

Niente può giustificare la produzione di armi, nemmeno la mancanza di lavoro, particolarmente grave nel Sulcis (Ca). Sono nettissime le parole di mons. Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias, e dell’intero Consiglio presbiterale diocesano sulla questione delle bombe prodotte dalla Rwm Italia munitions (“costola” della Rheinmetall Defence, colosso tedesco degli armamenti) nello stabilimento sardo di Domusnovas (Ca) e vendute all’Arabia Saudita per la guerra che dal almeno tre anni sta conducendo in Yemen (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 19, 30 e 34/17).

«Di fronte alle inquietudini che il momento presente comporta, ci sentiamo sollecitati da due urgenze», scrivono in una nota vescovo e Consiglio diocesano: « il lavoro dignitoso per le persone e le famiglie del nostro Territorio e la coerenza coi valori che fondano la nostra fede e la nostra convivenza civile». La situazione economica e sociale in Sulcis è pesante. «È nota a tutti la gravissima situazione occupativa nella quale ci troviamo. I nostri paesi – scrive il clero iglesiente –, le nostre parrocchie conoscono bene gli effetti preoccupanti della mancanza di lavoro: giovani costretti ad emigrare; cassintegrati impossibilitati a nuove prospettive di assunzione; situazioni che divengono drammatiche nelle famiglie monoreddito o in presenza di mutui precedentemente assunti».

Tutto questo, proseguono mons. Zedda e i preti del Consiglio diocesano, non solo non ci lascia «indifferenti», ma ci spinge «tutti a cercare le convergenze più opportune perché si pongano in atto iniziative e politiche volte ad una inversione di tendenza capace di generare un futuro di speranza». Eppure anche questa «gravissima situazione economico-sociale non può legittimare qualsiasi attività economica e produttiva, senza che ne valutiamo responsabilmente la sostenibilità, la dignità e l’attenzione alla tutela dei diritti di ogni persona».

Il vescovo si riferisce proprio alle bombe di Domusnovas sganciate sui civili dello Yemen. «Non si può omologare – si legge nella nota – la produzione di beni necessari per la vita con quella che sicuramente produce morte. Tale è il caso delle armi che, è purtroppo certo, vengono prodotte nel nostro territorio e usate per una guerra che ha causato e continua a generare migliaia di morti». E proprio per questo il mese scorso Rwm è stata denunciata alla Procura di Roma da da Rete italiana per il disarmo, European Center for Constitutional and Human Rights e l’organizzazine yemenita Mwatana Organization for Human Rights (v. Adista Notizie n. 16/18).

«Qualunque idea di conservazione o di allargamento di produzione di armi è da rifiutare», prosgue mons Zedda. Contemporaneamente però, aggiunge «si dovrà studiare con serietà e impegno la possibilità di un lavoro dignitoso agli operai che sono attualmente impegnati in tale attività». Ce lo chiede «la nostra fede, ce lo dice la parola di Gesù Cristo e l’insegnamento della Chiesa, ribadito con forza da papa Francesco». Ma «ce lo dicono anche la nostra legge fondante, la Costituzione (articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”) e le leggi italiane (legge 185/90 sul commercio di armi, che vieta l’export a Paesi in guerra, n.d.r.); ce lo dice il Trattato sul commercio delle armi, adottato dall’Assemblea generale dell’Onu; ce lo dicono le risoluzioni europee, in particolare quelle del 25 febbraio 2016 e del 15 giugno 2017, in cui il Parlamento europeo ha chiesto espressamente “l’embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”».

«Nessuno di noi giustificherebbe mai che armi prodotte altrove fossero mandate a bombardare le nostre case, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre chiese, la nostra gente. Ma le popolazioni dello Yemen non hanno i nostri stessi diritti?», chiedono vescovo e Consiglio presbiterale. «La comunità diocesana, pur sapendo che esula dalla sua specifica responsabilità e competenza la soluzione, propriamente tecnica e politica, di questo tema, desidera incoraggiare chi si sta impegnando a trovare le modalità più adeguate per superare questa realtà problematica che ci riguarda da vicino». Come per esempio chi (Amnesty international Italia, movimento dei Focolari, fondazione Finanza etica, Oxfam Italia, Rete della pace e Rete italiana per il disarmo) sta lavorando per la riconversione produttiva della Rwm, peraltro finora rifiutata dall’azienda che anzi, puntando sul ricatto della mancanza di lavoro, ha minacciato di spostare la produzione all’estero (v. Adista Notizie n. 12/18).

«È doveroso affrontare questa questione non isolatamente, né tantomeno in contrapposizione con ogni altra difficoltà che la realtà odierna del mondo del lavoro e dell’economia fa pesare sulla serenità delle persone e delle famiglie», conclude la nota della diocesi di Iglesias. «C’è una sola strada da percorrere, ed è compito peculiare della politica e delle istituzioni sociali: quella di cercare uno sviluppo diverso per tutte le attività del nostro Territorio e della nostra Regione; uno sviluppo rispettoso della dignità delle persone, di tutte le persone; uno sviluppo che sia riguardoso dell’ambiente; uno sviluppo che valorizzi le nostre risorse locali, la nostra storia, la nostra Terra. Come Diocesi dobbiamo e vogliamo lavorare soprattutto per la formazione delle coscienze e per ricordare a tutti la necessità e il dovere della coerenza con il rispetto dei diritti di ogni uomo e di ogni donna. Perciò auspichiamo che tutti vogliano cooperare con le migliori energie in una prospettiva di riscatto e di nuova speranza: per un vero sviluppo integrale del nostro territorio; per la cessazione di ogni conflitto; per l’affermazione della pace nel mondo».