Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

Pacifismo. In ricordo di Fabrizio Fabbrini

16 febbraio 2019

“Adista”
n. 6, 16 febbraio 2019

Luca Kocci

È stato uno dei primi obiettori di coscienza cattolici al servizio militare; nel 1966 è stato condannato a un anno e otto mesi di reclusione. Fabrizio Fabbrini è morto a Firenze, per le conseguenze di una caduta che lo aveva paralizzato, lo scorso 23 gennaio, a 80 anni. Nato nel 1938 a Forlì, trascorre la sua giovinezza a Roma dove, nella parrocchia di San Saturnino, fonda il Circolo Ozanam. È lì che matura le sue convinzioni nonviolente, pacifiste e antimilitariste. Laureato in Giurisprudenza alla Sapienza di Roma, poi assistente ordinario di Diritto romano nella stessa università, scopre, nella biblioteca dell’antica abbazia di San Nilo a Grottaferrata, il documento originario che attesta l’istituzione degli Episcopalis audientia, i tribunali con i quali i vescovi, a partire dal Basso Medioevo, dirimevano controversie tra chierici (poi anche laici) all’interno del proprio territorio di competenza. Ma nel 1964, a 26 anni, arriva la cartolina-precetto per il servizio militare.

Appena arrivato al Centro addestramento reclute (Car) di Cosenza cerca di obiettare, ma gli viene impedito dai superiori. Il cappellano militare a cui manifesta questa intenzione non gli consente di accostarsi alla Comunione. Non c’è da scandalizzarsi: sono gli anni in cui i cappellani militari – a cui risponderà don Lorenzo Milani – scrivono che «considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà». Fabbrini svolge regolarmente il servizio, ma, a dieci giorni dal congedo, lascia la caserma, a Roma, si presenta ai Carabinieri e riconsegna la divisa e un manifestino dove spiega le sue ragioni. Arrestato e trasferito nel carcere militare di Forte Boccea, viene poi processato e condannato a un anno e 8 mesi di reclusione.

La vicenda conquista le prime pagine dei giornali (la racconta lo stesso Fabbrini nel libro Tu non ucciderai. I cattolici e l’obiezione di coscienza in Italia, Cultura editrice, Firenze 1966) anche perché non è un fulmine a ciel sereno, ma una nuova tappa della lotta per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza. Nel 1961 il sindaco di Firenze Giorgio La Pira – con cui Fabbrini era in stretto contatto – aveva fatto proiettare il film antimilitarista francese Tu ne tueras point (Tu non uccidere), ignorando la censura e attirandosi le critiche di Andreotti, dell’Osservatore Romano e un processo penale; nel 1963 il primo obiettore cattolico, Giuseppe Gozzini, era stato condannato a sei mesi, e p. Ernesto Balducci, che lo aveva difeso in un’intervista, a otto mesi; Giovanni XXIII aveva emanato la Pacem in Terris, e il Concilio Vaticano II sfiorato il tema, preferendo però soprassedere; nel febbraio del 1965 era uscita la Lettera ai cappellani militari di don Milani e l’avvio del processo a suo carico, con la Lettera a giudici.

Fabbrini inizia a scontare la pena, ma viene scarcerato sei mesi dopo, nel giugno del 1966, grazie a un indulto e a una amnistia approvati dal Parlamento per il ventennale della Repubblica; rifiuta l’amnistia ma non può rinunciare ai benefici dell’indulto. Partecipa alla contestazione cattolica: il 7 aprile 1968 – dopo il precedente, pochi giorni prima, del “controquaresimale” nel duomo di Trento dello studente cattolico Paolo Sorbi –, nella chiesa di san Pietro in Montorio a Roma chiama «buffone razzista» il prete che, nell’omelia, aveva definito gli ebrei «popolo deicida e maledetto da Dio» (verrà denunciato, processato e, questa volta, prosciolto); poi, con p. Balducci, tenta di mediare, senza successo, fra il cardinale di Firenze, Ermenegildo Florit, e don Enzo Mazzi nei giorni caldi della vicenda dell’Isolotto.

Perso il posto all’università di Roma, inizia ad insegnare nei licei di Firenze, tornando poi nel 1969 all’università, prima come assistente di La Pira, poi come docente di Storia romana a Siena, fino al 2010.

«Si era nel 1965 e pertanto molto lontani dall’ipotesi di una legislazione che potesse riconoscere la possibilità di obiettare per motivi di profonde e rispettabili convinzioni etico-morali, filosofiche o religiose», ricorda don Tonio Dell’Olio su Mosaico di pace, mensile promosso da Pax Christi. «Fabbrini, che era uno studioso del Diritto romano e della storia antica, da cristiano autentico qual era, fece valere il Vangelo e la riflessione dei Padri della Chiesa, di Tertulliano in particolare. Pur nell’apparente irrilevanza del gesto perché isolato e condito dai sorrisi beffardi dei benpensanti dell’epoca, la cosa dovette destare non poche preoccupazioni. Se poteva diffondersi tra i cattolici e i cristiani più in generale, la convinzione dell’inconciliabilità della violenza della guerra e dell’apparato militare con il Vangelo, ovvero se la nonviolenza diventava dottrina, si metteva a repentaglio un sistema. Questa era la sfida profetica di Fabbrini. Una sfida a suo modo realizzata se si pensa che da lì a un decennio l’obiezione di coscienza al servizio militare viene regolata da apposita legislazione e dopo qualche anno, viene abolita la leva obbligatoria. Non possiamo avere che un pensiero di gratitudine per chi, come il prof. Fabbrini, pagando di persona col carcere, profeticamente ha aperto una strada. Nelle nostre coscienze, prima che nella legge».

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Il papa ad Abu Dhabi chiama in causa l’emiro: «Basta guerre»

5 febbraio 2019

“il manifesto”
5 febbraio 2019

Luca Kocci

Proclamano insieme le parole «pace» e «no alla violenza e alla guerra» papa Francesco e Ahmad al-Tayyib, il grande imam di Al-Azhar (la principale università dell’Islam sunnita), al Founder’s memorial di Abu Dhabi, dove ieri si è svolto l’incontro interreligioso, con oltre 700 leader di varie confessioni da tutto il mondo, suggellato dalla firma di una dichiarazione sulla “Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

L’occasione è il viaggio negli Emirati arabi uniti di Bergoglio, il primo pontefice romano a mettere piede nella penisola arabica, ottocento anni dopo l’incontro a Damietta in Egitto tra Francesco d’Assisi e il sultano Malek al-Kamel, raffigurato nella formella che il papa ha donato al principe ereditario dell’Emirato, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan.

Una trasferta breve (arrivato ieri, stasera sarà di nuovo in Vaticano) ma importante quella di papa Francesco negli Emirati, Paese che conta una minoranza di novecentomila cattolici (tutti stranieri), nuova tappa del percorso di dialogo fra Islam e Cristianesimo, dopo l’Egitto (aprile 2017) e prima del Marocco (a marzo).

Al centro della viaggio il tema del dialogo interreligioso. Ma la geopolitica è ben più di un dettaglio: poco distante c’è lo Yemen, e gli Emirati fanno parte della coalizione guidata dall’Arabia saudita che da quattro anni combatte contro gli Houti (sciiti), bombardando la popolazione civile, anche con bombe made in Italy, in una guerra che ha provocato decine di migliaia di vittime. E Francesco (che prima di partire, all’Angelus di domenica in piazza San Pietro, ha ricordato la «crisi umanitaria» nello Yemen) non ha ignorato la questione, facendo riferimento anche agli altri conflitti che coinvolgono «l’amata e nevralgica regione mediorientale», dove «alla violenza, in ogni sua forma, va tolto il diritto di cittadinanza». Come del resto non l’ha ignorata l’imam al-Tayyib, che ha invitato i governanti a «fermare lo spargimento di sangue», perché «Dio non ha creato le persone per essere uccise, oppresse e torturate».

Dopo l’incontro con il Muslim council of elders, in cui, riferisce la nota della sala stampa vaticana, «è stata sottolineata l’importanza della cultura dell’incontro per rafforzare l’impegno per il dialogo e la pace», e la visita alla Grande moschea di Abu Dhabi, si è svolto il meeting interreligioso.

Alle religioni, ha detto il papa, spetta il «compito non più rimandabile» di «contribuire attivamente a smilitarizzare il cuore dell’uomo». Alla politica invece quello di svuotare gli arsenali, perché «la corsa agli armamenti, l’estensione delle proprie zone di influenza, le politiche aggressive non porteranno mai stabilità. La guerra non sa creare altro che miseria, le armi nient’altro che morte». Occorre «bandire ogni sfumatura di approvazione dalla parola guerra», le cui «nefaste conseguenze» producono distruzioni in «Yemen, Siria, Iraq e Libia», e impegnarsi «contro la logica della potenza armata, contro la monetizzazione delle relazioni, l’armamento dei confini, l’innalzamento di muri, l’imbavagliamento dei poveri».

Un plauso agli Emirati arabi, da parte di Francesco, per l’impegno a «tollerare e garantire la libertà di culto» nel Paese. Ma anche la sottolineatura che la libertà religiosa non basta se non è unità alla «fratellanza», «non si può onorare Dio senza custodire la sacralità di ogni persona», né «promuovere uno sviluppo puramente utilitaristico» che obbedisce solo alle «leggi dell’attuale mercato».

Oggi messa, per i cattolici, allo stadio e in serata il rientro a Roma.

Dopo Assisi e Cagliari, approda in Campidoglio la mozione contro le bombe italiane ai sauditi

4 febbraio 2019

“Adista”
n. 4, 2 febbraio 2019

Luca Kocci

Una mozione per fermare l’export di bombe made in Italy all’Arabia Saudita, che poi le usa per colpire la popolazione civile nello Yemen. L’hanno già approvata il Comune di Assisi e il Comune di Cagliari, quest’ultimo particolarmente sensibile al tema perché la fabbrica che produce le armi, la Rwm, si trova a Domusnovas, non distante dal capoluogo sardo (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 19, 30 e 34/17; 19, 29 e 41/18). Le associazioni per la pace (fra le altre Un Ponte per…, Arci, Pro Civitate Christiana Assisi, Libera, Gruppo Abele, Archivio Disarmo, Movimento Nonviolento, Rete della Pace, Pax Christi, Amnesty International, Federazione Chiese evangeliche in Italia, Rete disarmo) e Adista lo chiedono anche al Comune di Roma, in un’assemblea pubblica in Campidoglio, il 28 gennaio alle 17.30. Adista ha intervistato Carlo Cefaloni, del Movimento dei Focolori, il principale promotore dell’iniziativa.

Come è la situazione in Yemen? A chi e a cosa servono le “nostre” bombe?

Dal 2015 è in corso un conflitto che, tra l’altro, ha portato la morte a quasi 85.000 bambini sotto i 5 anni e lasciato oltre l’80% della popolazione civile dipendente dagli aiuti umanitari. Noi esportiamo ordigni con destinazione Arabia Saudita, Paese a capo di una vasta coalizione che combatte i ribelli Houthi, sostenuti dall’Iran. La solita storia di conflitti per la supremazia geopolitica che si accanisce sulla popolazione civile con azioni di bombardamento che non risparmia scuole e ospedali. Secondo i dati dell’Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, nei primi nove mesi del 2018, sono state esportate all’Arabia Saudita armi e munizioni per 45.205.904 euro, di cui 44.941.621 euro dalla provincia di Cagliari, dove ha sede lo stabilimento produttivo delle bombe MK80, la Rwm Italia. Tale azienda è controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall Defence.

Per quale motivo sollecitare i Comuni ad approvare una mozione contro le armi made in Italy in Yemen?

L’iniziativa è partita dal comune di Assisi (seguita finora da Cagliari, Bologna e Verona) nel segno dell’intuizione di Giorgio La Pira sul senso e destino delle città che resistono alla guerra. Un ponte di fraternità alternativo a quello imposto dalla realpolitik dei nostri governi. Quelli a guida Pd hanno rigettato le mozioni che chiedevano uno stop all’invio di armi verso un Paese in guerra come previsto dalla legge 185/90 e richiesta da numerose risoluzioni del Parlamento europeo. Ora il Movimento 5Stelle al governo non sembra intenzionato a fermare tale commercio. Ci sono dichiarazioni di intenti della ministra Elisabetta Trenta, subito rintuzzate dal sottosegretario agli esteri, il leghista Guglielmo Picchi. Il centro studi Machiavelli a lui molto vicino ha presentato una ricerca per confermare la necessità di sostenere il nostro rapporto di forniture militari a questo Paese decisivo per gli equilibri dell’area. “Se non le forniamo noi le armi, la guerra non si ferma e altri lo faranno al nostro posto”. Questo il pensiero molto chiaro del generale Morabito, già del Nato defence college, durante la presentazione della ricerca. Pesa il rapporto con gli Usa ovviamente, ma è questa la vocazione del nostro Paese. Dalle città e dai paesi può emergere in un vero dibattito pubblico, un diverso senso comune.

Cambiano i governi, ma nessuno sembra voler sostenere le politiche di disarmo, anzi… anche ora, con il “governo del cambiamento”, le bombe continuano a partire dalla Sardegna, confermiamo l’acquisto degli F35… Non c’è colore politico che tenga: come mai?

Manca una cultura politica realmente alternativa. C’è da dire che esiste un lento cambiamento di mentalità e presa di coscienza. Ad esempio i vescovi sardi hanno preso una posizione molto chiara a fine 2018, mentre la questione non era al centro della settimana sociale dei cattolici sul lavoro nel 2017. È la mancanza di convinzione nella società che incide su latitanza e collusione dei partiti.

A che punto è la campagna sulla Rwm? La riconversione è possibile? “Se si chiudono le fabbriche di armi, si perdono posti di lavoro”, si dice.

La Rwm si muove in un territorio martirizzato dalla crisi. Non pensare ad alternative reali di riconversione dell’economia espone la popolazione al ricatto occupazionale e al deserto produttivo nel caso di una possibile delocalizzazione, visto che l’Arabia Saudita coltiva idee di crescita di cultura industriale in questo campo. Nel frattempo la società controllata dai tedeschi ha chiesto di espandersi nonostante problemi ambientali e autorizzativi (pende un costoso ricorso al Tar [v. Adista Notizie n. 2/19] che è il solito scoglio dei comitati locali chiamati a resistere con poche risorse davanti al potere dei capitali). E la scelta di Finmeccanica, ora Leonardo, di abbandonare settori strategici in campo civile ha comportato una perdita di innovazione tecnologica e livelli occupazionali. Fa parte del nostro declino permettere ai tedeschi di fare ciò che fanno da noi. Mostra la nostra pochezza di politiche industriali sostenere conflitti impropri tra lavoro e coscienza.

Vendiamo armi che, come ripete papa Francesco, alimentano guerre e poi respingiamo i profughi che magari fuggono dalle guerre che si combattono con le nostre armi (non possiamo saperlo perché li respingiamo in mare, ignorando chi sono, quindi anche il mantra di Salvini “accogliamo chi fugge dalla guerra” è privo di valore). Una contraddizione? O una strategia?

È una ipocrisia che Francesco ci aiuta a vedere per cambiare direzione. I forum civici proposti in campo cattolico sono intrappolati nel generico o sono aperti a porre tale questioni come motore di un vero cambiamento? Non per moralismo, ma con l’urgenza apocalittica che ha mosso La Pira. Per questo ha senso partire dalle città, dai luoghi della condivisione e della possibile fraternità.

«Chiesa non neutrale ma profetica». Un libro sull’omelia che provocò le dimissioni di Lercaro

4 febbraio 2019

“Adista”
n. 4, 2 febbraio 2019

Luca Kocci

Ci sono delle omelie che non sono delle semplici “prediche”, ma determinano il corso degli eventi. Tale è stata quella del card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna, pronunciata in occasione della prima Giornata mondiale della pace – una “invenzione” di Paolo VI –, nella cattedrale di San Pietro del capoluogo emiliano, l’1 gennaio 1968. Un’omelia dai toni pacati ma dai contenuti netti: contro la guerra, in particolare contro i bombardamenti statunitensi in Vietnam, e contro il neutralismo dell’istituzione ecclesiastica; per la pace e per la riscoperta del ruolo profetico della Chiesa cattolica, in obbedienza al Vangelo.

Un’omelia che, proprio per la sua radicalità, è stata la «goccia che ha fatto traboccare il vaso» e che ha determinato la rimozione da Bologna – camuffata da rinuncia per motivi di salute – di Lercaro, già inviso ai settori più conservatori della Curia romana per le sue posizioni di aggiornamento radicale, lungo la strada indicata dal Concilio Vaticano II.

A quell’omelia è ora dedicato un volumetto curato da Fabrizio Mandreoli e Giovanni Turbanti, i quali, oltre a fornire una versione filologicamente corretta del discorso di Lercaro (ascoltabile nell’audio originale, “riemerso” quasi per caso dopo la visita a Bologna, l’1 ottobre 2017, di papa Francesco, che ha fatto esplicito riferimento a quell’omelia:www.dossetti.eu/audio-card-lercaro-omelia-del-1-gennaio-1968), la contestualizzano e la commentano con puntualità (Giacomo Lercaro. Non la neutralità ma la profezia. Omelia del 1° gennaio 1968. Prima giornata mondiale della pace, prefazione di Matteo Maria Zuppi, commento di Fabrizio Mandreoli e Giovanni Turbanti, Zikkaron, Marzabotto 2018, pp. 72, euro 9,50).

Innanzitutto il contesto, internazionale, nazionale ed ecclesiale: la guerra fredda e l’escalation della guerra Usa in Vietnam, fortemente contestata in Usa – dove i giovani studenti dei college bruciavano le cartoline di precetto che li obbligavano a volare in estremo oriente a combattere contro i vietcong – e nell’Europa occidentale attraversata dal movimento del ’68; il post-concilio, con la faticosa attuazione delle istanze del Vaticano II, frenate dall’opposizione della Curia romana, rallentate dalle cautele e dalle prudenze di Paolo VI, spinte in avanti dall’episcopato riformatore e dal mondo cattolico progressista. Giovanni XXIII, con la Pacem in Terris, aveva aggiornato la tradizionale dottrina della «guerra giusta», affermando che in epoca atomica la guerra era semplicemente «alienum a ratione», ovvero irragionevole, “fuori di testa”. Al Concilio si era discusso di pace, ma lo Schema XIII, che poi diventerà la base della Gaudium et spes, era stato ammorbidito, soprattutto per l’intervento dei vescovi Usa, schierati in difesa del proprio Paese e della strategia della deterrenza nucleare in nome dell’anticomunismo. Già allora Lercaro avrebbe voluto intervenire: incaricò p. Giuseppe Dossetti, suo stretto collaboratore, di elaborare – spiega Turbanti – un discorso fortemente critico delle «posizioni prudenti che in nome di un realismo storico rinunciavano alla chiarezza e alla forza del giudizio del Vangelo sulla violenza»; ma dopo aver ascoltato Paolo VI all’Onu, che «condannò apertamente la guerra e il possesso delle armi moderne, ma ammise che in via provvisoria esse potevano ancora servire ad una nazione per difendersi da un ingiusto attacco nemico», non pronunciò più quel discorso.

Poi però arrivò l’indizione della Giornata mondiale della pace. Lercaro riprese il tema della pace e chiese a Dossetti di rimettersi al lavoro per un discorso che il cardinale di Bologna avrebbe pronunciato l’1 gennaio 1968, in cattedrale. Tutto sembrò nuovamente saltare, perché il 23 dicembre 1967 papa Montini ricevette in udienza in Vaticano il presidente Usa Lyndon Johnson, «reiterò la richiesta di cessare i bombardamenti, ma lo fece restando, almeno nel colloquio diplomatico, nella prospettiva condivisa dello scontro ideologico globale e mettendosi esplicitamente dalla parte degli Usa». Ma stavolta Lercaro non si fermò davanti alle prudenze di Paolo VI e pronunciò la sua omelia.

«La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità, ma la profezia», disse Lercaro dal pulpito della cattedrale di San Pietro. «È meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo, quando c’era ancora il tempo di farlo, contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della Parola di Dio». Quindi, dopo la condanna – che fa tornare alla mente don Lorenzo Milani nelle lettere ai cappellani militari e ai giudici – delle tre guerre italiane del ‘900, le due guerre mondiali e l’aggressione all’Etiopia del 1936 («guerre che nessuna esigenza vitale di sopravvivenza e di giustizia ci imponeva», «che il popolo nella sua maggioranza non voleva e non sentiva, ma che tuttavia furono intraprese dai governanti», disse Lercaro), l’appello agli Usa perché, «al di là di ogni questione di prestigio e di ogni giustificazione strategica, si determinino a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del nord».

Parole troppo nette – insieme all’intera azione pastorale di Lercaro –, evidentemente, per la Chiesa del tempo: pochi giorni dopo arrivano le dimissioni del cardinale.

«Non è chiaro, sulla base dei documenti disponibili – annota Turbanti –, in che misura sia stata proprio questa omelia a indurre il pontefice a forzare le sue dimissioni, inviandogli, già il 27 gennaio mons. Ernesto Civardi per richiedergliele, sino a configurare una vera e propria disposizione. Da parte di Lercaro e Dossetti c’era la convinzione che essa abbia inciso in modo significativo, che sia stata per lo meno la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una più generale considerazione delle posizioni che egli aveva assunto in Concilio e dopo per il rinnovamento della Chiesa. Certo la difficile strada della mediazione diplomatica intrapresa dal pontefice poteva aver subito qualche contraccolpo dalle parole di Lercaro. Certo Paolo VI poteva sentirsi messo in causa da una simile presa di posizione. Ma per Lercaro il tema della pace era divenuto ormai centrale, perché su di esso si metteva alla prova sino in fondo la fede della Chiesa nel Cristo signore della storia, la sua capacità di rinunciare alle logiche terrene per poter dire al mondo la parola evangelica che le era stata consegnata, poterla dire su quella precisa circostanza storica».

«Educare alla pace per prevenire guerre e populismi». Il papa incontra Pax Christi

26 gennaio 2019

“Adista”
n. 3, 26 gennaio

Luca Kocci

Educazione alla pace, disarmo, messa al bando delle armi nucleari. Sono stati questi i temi principali al centro dell’incontro – una udienza privata in Vaticano, lo scorso 12 gennaio – fra papa Francesco e i componenti del Consiglio nazionale di Pax Christi, accompagnati da mons. Giovanni Ricchiuti (presidente nazionale, vescovo di Altamura-Gravina- Acquaviva delle Fonti) e da don Renato Sacco, coordinatore nazionale, insieme anche allo storico presidente del movimento, mons. Luigi Bettazzi, che da poco ha oltrepassato la soglia dei 95 anni.

È stato un dialogo aperto e franco – raccontano i partecipanti – quello fra il papa le donne e gli uomini che fanno parte del Consiglio nazionale di Pax Christi (due preti, don Gianluca Grandi della diocesi di Bologna, e don Christian Medos, che a Roma lavora in particolare nella pastorale per i divorziati e gli omosessuali credenti; e 13 laici: Liliana Ricchiuti, Giuliana Mastropasqua, Franco Dinelli, Rosanna Lignano, Adriana Salafia, Gianna Badoni, Sonia Zuccolotto, Pasquale Palumbo, Mauro Innocenti, Norberto Julini, Paolo Finozzi, Silvio Salussolia e Nino Campisi), durante il quale si è parlato della storia e dell’impegno di Pax Christi al servizio della pace, del disarmo – con la preoccupazione per la reticenza dell’Italia a firmare l’accordo sulla messa al bando delle armi nucleari, approvato da 122 Paesi, nessuno dei quali aderente alla Nato (v. Adista Notizie nn. 12, 14 e 40/17) – e dei vari contesti di guerra, dalla Siria alla Palestina, all’Africa.

«Abbiamo sottolineato come il ruolo della Chiesa sia prioritario nell’invitare al disarmo, in tutti i sensi e in tutte le dimensioni », ha poi spiegato mons. Ricchiuti a Radio Vaticana. «Il papa – ha aggiunto il vescovo di Altamura, che guidava la delegazione – ha dialogato con noi, facendo risonanza e intervenendo sulle varie problematiche che gli abbiamo sottoposto. Ci è piaciuto molto quando lui stesso si è complimentato per i nostri percorsi di educazione alla pace: ci ha detto che oggi questa educazione deve cominciare dai bambini, destinatari di messaggi violenti e oggetto di violenza, apparentemente ludici, che poi però si rivelano come un invito a un clima, un pensiero e una mentalità violenta».

Quando è stato affrontato il tema delle armi nucleari, Francesco ha ricordato il discorso rivolto, lo scorso 7 gennaio, nel tradizionale incontro di inizio anno agli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede. «Non solo il mercato delle armi non sembra subire battute d’arresto – ha detto il pontefice –, ma anzi che vi è una sempre più diffusa tendenza ad armarsi, tanto da parte dei singoli che da parte degli Stati. Preoccupa specialmente che il disarmo nucleare, ampiamente auspicato e in parte perseguito nei decenni passati, stia ora lasciando il posto alla ricerca di nuove armi sempre più sofisticate e distruttive. Ma non possiamo non provare un vivo senso di inquietudine se consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari. Pertanto, anche considerando il rischio di una detonazione accidentale di tali armi per un errore di qualsiasi genere, è da condannare con fermezza la minaccia del loro uso, mi viene da dire l’immoralità del loro uso, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano». Non solo l’uso ma anche il possesso delle armi nucleari è «immorale»: «l’ho messa proprio io questa parola “immorale”», ha rivelato Francesco a mons. Ricchiuti, perché «la profezia della Chiesa sulla pace non può che essere una profezia coraggiosa, audace, che accetta i rischi anche dell’andare controcorrente». «Incontrare papa Francesco e avere la possibilità di parlare con lui per una mezz’oretta di pace, disarmo. armi nucleari, nonviolenza, educazione alla pace, mediazione, migranti, accoglienza, populismi, memoria, clima di violenza e guerra… beh ce n’è quanto basta su cui riflettere e lavorare», spiega ad Adista, a margine dell’incontro, don Renato Sacco. «Forse – prosegue – non ci siamo ancora ben resi conto dell’importanza e del valore di questo incontro. Non ufficiale, con discorsi preparati e protocolli da seguire, ma tra fratelli. Un momento profondo di ascolto soprattutto, di vicinanza a Francesco a cui abbiamo fatto presente tutto il nostro sostegno e la nostra solidarietà. Infatti, uscendo dalla sala, gli ho detto in modo confidenziale “adelante”». Conclude il coordinatore nazionale di Pax Christi: «Mi hanno colpito molto le parole di Francesco sul pericolo dei populismi, ricordando quello che è accaduto in Europa negli anni ‘30 del Novecento, e quindi dell’importanza della memoria e della educazione alla pace, soprattutto fra i giovani e i bambini, per evitare gli errori del passato: “l’’uomo, ha detto, è l’unico che mette la gamba nello stesso buco”, cioè mette il piede nella sua stessa impronta. “Nessun animale fa questo, neanche l’asino”».

 

Niente luminarie a Natale: sindaco e parroco destinano i soldi allo Yemen

15 dicembre 2018

“Adista”
n. 43, 15 dicembre 2018

Luca Kocci

Parroco e sindaco uniti per un «Natale di pace». Succede anche quest’anno a Cesara, piccolo centro a ridosso del Lago d’Orta, dove, per il trentesimo anno consecutivo, Amminsitrazione comunale e parrocchia non spenderanno soldi per le tradizionali luminarie natalizie, ma li destineranno alla solidarietà.

«Ci sembra che questa iniziativa continui ad avere una buona accoglienza e condivisione », scrivono “a due mani” il sindaco di Cesara, Giancarlo Ricca, e il parroco, don Renato Sacco, che è anche coordinatore nazionale di Pax Christi. «Lo testimonia il fatto che in 29 anni abbiamo raccolto circa 133mila euro. Una cifra significativa! – prosegue la lettera –. Vogliamo porre un segno alternativo alla banalizzazione del Natale che, nonostante i tempi che viviamo, spesso è circondato da un clima di spreco. Anche quest’anno siamo in una situazione segnata da violenze e guerre. Viviamo in un mondo sem- pre più squilibrato. Crediamo in gesti di solidarietà, di condivisione, di pace, di riduzione dei nostri consumi e sprechi e di maggiore attenzione a chi sta vivendo situazioni difficili. Non ci sono soldi per il lavoro, la scuola, la sanità… Ma per le armi sì. Per questo abbiamo scelto di aiutare proprio le persone nello Yemen, che viene bombardato anche con bombe prodotte in Italia!» (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 19, 30 e 34/17; 18 e 29/18).

«Papa Francesco a fine novembre 2016 ha detto – conclude la lettera –: “Siamo vicini al Natale: ci saranno luci, ci saranno feste, alberi luminosi, anche presepi… tutto truccato: il mondo continua a fare la guerra, a fare le guerre. Il mondo non ha compreso la strada della Pace”». Quindi, scrivono i firmatari, «non possiamo far finta di niente. In vista del Natale, anche quest’anno, continuiamo a sentirci interpellati per cambiare almeno qualcosa… e fare scelte “illuminate”».

In particolare quest’anno i soldi risparmiati dalle luci natalizie saranno destinati ad «aggiustare giocattoli usati (e mettere le pile nuove!) da regalare a bambini e famiglie con problemi socio-economici» (Associazione Salvamamme, Roma), «ad alcune famiglie nello Yemen, colpite dalla peggior crisi umanitaria al mondo» ed «a persone sul nostro territorio in difficoltà economica» (negli passati sono stati utilizzati, fra l’altro, per collaborare alla ricostruzione di Sarajevo distrutta dalla guerra, per il Kosovo, per l’Afghanistan, per l’Iraq, per i terremotati del centro Italia).

E per i cattolici che partecipano all’iniziativa, la proposta di un segno decisamente natalizio: lumini da accendere sui davanzali, balconi delle case di ogni festività del periodo di Avvento e di Natale. «Vogliono essere il segno dell’impegno di ogni famiglia a tenere accesa la luce della speranza», scrivono ancora parroco e sindaco. «Verranno anche accesi davanti ai monumenti dei Caduti di tutte le guerre, passate e presenti».

Vescovo di Bolzano sui 100 anni della prima guerra mondiale: come si fa a parlare di vittoria?

15 novembre 2018

“Adista”
n. 39, 17 novembre 2018

Luca Kocci

In questi giorni in cui si ricorda il centenario della fine della Prima Guerra mondiale (4 novembre 1918-4 novembre 2018), «nessuno dovrebbe parlare di vittoria». Il vescovo di Bolzano e Bressanone, nell’Alto Adige (o Sud Tirolo, un tempo austriaco), mons. Ivo Muser, in occasione della festa di Ognissanti, pubblica una lettera pastorale (“Beati gli operatori di pace”) che è una dura requisitoria contro la retorica della vittoria nella Grande guerra (andata regolarmente in onda in tv, sui giornali e nelle scuole, con la complicità delle Forze armate e del ministero della Difesa guidato dalla penstastellata Elisabetta Trenta, v. Adista notizie nn. 37-38/18) e un invito a ricordare quella «inutile strage» – come ebbe a dire papa Benedetto XV nella Lettera ai capi dei popoli belligeranti l’1 agosto 1917 – per costruire la pace.

«Deve colpirci e indurci a riflettere il fatto che in questo incendio di vaste proporzioni che chiamiamo Prima Guerra mondiale si fronteggiarono soprattutto cristiani e nazioni che con naturalezza si dicevano “cristiane”», scrive Muser, che opportunamente ricorda quanto scrisse il suo predecessore del tempo, il principe vescovo Franz Egger di Bressanone, il 30 luglio 1914, due giorni dopo l’apertura delle ostilità fra Impero austro-ungarico e Serbia: «Se mai c’è stata una guerra giusta, allora è sicuramente quella attuale», affermò, chiedendo poi la benedizione di Dio: «Dio onnipotente, re del cielo e della terra, re delle schiere della guerra e sostegno del mondo, benedici con il tuo sangue innocente le armi imperiali… Conserva i combattenti nella loro fedeltà incrollabile e guidali in battaglie colme di fiducia sino alla felice vittoria!».

La guerra, scrive Muser, «non scoppiò inaspettata, bensì fu preparata a lungo nelle menti, nella politica, nella cultura e nella scienza, nell’economia e anche nella religione. Questo conflitto, oggi dobbiamo ammetterlo con onestà, fu voluto da molti e quasi comunemente definito “una guerra santa“, talvolta anche un “giudizio divino“ nei confronti di quanti erano considerati nemici della fede e della patria». Noi, prosegue, vogliamo ricordare «con riflessione e turbamento quel periodo della nostra storia per costruire ponti di pace», «la memoria e la riflessione servono a mantenere vivo il ricordo: per amore della pace, per amore della dignità umana, per amore del nostro futuro comune».

La Grande guerra, prosegue il vescovo di Bolzano, «ha provocato un dolore umano indicibile e la morte di milioni di persone. Le grandi catastrofi del XX secolo vanno messe in relazione a questa tragedia, non ultimo anche l‘enorme numero di vittime nella Seconda Guerra mondiale. L’ascesa e la presa del potere del fascismo in Italia non sarebbe concepibile senza la prima contesa bellica, tantomeno la Rivoluzione d’ottobre dei bolscevichi e la conseguente guerra civile russa, che inghiottì milioni di vite umane. Anche il nazionalsocialismo e la sua ideologia del disprezzo e dell’annientamento della persona, con il conseguente orribile piano di sterminio degli ebrei, trovano nel primo conflitto mondiale le loro radici. Nel fare memoria di questa catastrofe primigenia del XX secolo dobbiamo dare un nome alle radici della guerra: come il nazionalismo, diventato un surrogato della religione; l’odio, il disprezzo e l‘arroganza verso altri popoli; la pretesa ingiustificata di potere assoluto su vita e morte, ma anche la brama di ricchezza e di conquista. Allora come oggi la pace viene minacciata da massicci deficit di giustizia e violazioni dei diritti umani. Particolarmente pericolose sono anche la glorificazione e la giustificazione della violenza: un chiaro e forte no deve attraversare tutta la nostra società, quando gruppi di persone sono sospettati in modo generico o quando si invita a ripulire la nostra terra da determinate categorie di persone». Perciò, in questi giorni, aggiunge mons. Muser, «nessuno dovrebbe parlare di vittoria. I monumenti di ogni genere inneggianti alla vittoria, che rimandano a dittature e guerre, dovrebbero perdere la loro forza di attrazione una volta per tutte. Sarebbe un segno concreto e lungimirante se la piazza davanti al monumento alla Vittoria a Bolzano fosse rinominata in piazza dedicata alla pace, alla riconciliazione, alla comprensione, alla volontà di convivenza! Non si chiamano vittorie quelle che si raggiungono attraverso guerra, nazionalismo, disprezzo di altri popoli, lingue e culture. Alla fine di una guerra ci sono sempre e solo sconfitti!». «Non dimentichiamo mai», conclude il vescovo altoatesino: «La guerra non ha inizio sui campi di battaglia, ma nei pensieri, nei sentimenti e nelle parole delle persone. I nostri pensieri non sono mai neutrali e il nostro linguaggio ci tradisce sempre. C’è una stretta correlazione tra pensare, parlare e agire, cent’anni fa e anche oggi.

Non dimentichiamo poi le migliaia di giovani, anche della nostra terra, mandati al massacro. Sono un monito a lavorare per concreti progetti di pace. L’auspicio è che siano soprattutto i nostri giovani a costruire assieme il loro presente e il loro futuro. Conoscendo i tragici eventi di cento anni fa e visitando gli scenari bellici dove ragazzi come loro si sono fronteggiati e uccisi in una guerra assurda, possono capire che la pace non è una cosa scontata ma va voluta e costruita giorno per giorno».

Una posizione piuttosto diversa da quella espressa da Riforma, il settimanale delle Chiese evangeliche, che nel numero del 2 novembre, pubblica una lunga intervista allo storico Giorgio Rochat (v. Adista News, 31 ottobre). «Il conflitto del 1914-18, diversamente da quello successivo, fu combattuto da un Paese unito. Per questo motivo esso rimane nella memoria collettiva senza suscitare vergogna», scrive Samuele Revel, prima di passare la parola a Rochat. La Prima Guerra mondiale, spiega Rochat, è «stata la prima e anche l’ultima di un Paese unito. La classe dirigente di allora era preparata e la condusse con coscienza e consapevolezza: insomma, semplificando, l’ha fatta “bene”. Ma non mi si fraintenda, la guerra è sempre sbagliata, questo voglio sia chiaro». Almeno questo.

Che c’entrano i biscotti con le Forze armate? Ed è scontro con il Ministero della Difesa

6 novembre 2018

“Adista”
n. 38, 3 novembre 2018

Luca Kocci

Non è piaciuto al generale Marco Bertolini il manifesto che il Ministero della Difesa guidato dalla ministra penstastellata Elisabetta Trenta ha scelto per celebrare il 4 novembre, festa delle Forze armate e, quest’anno, centenario della fine della Prima guerra mondiale. C’è una soldatessa in divisa che aiuta una donna anziana, un militare che soccorre un bambino in mare e lo slogan: «Le nostre forze, armate di orgoglio e umanità».

Troppo per il generale di Corpo d’armata, attualmente presidente dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia, già alla testa del Comando operativo di vertice interforze e in precedenza del Comando interforze per le operazioni delle Forze speciali, della brigata paracadutisti “Folgore” e del 9° reggimento incursori “Col Moschin”, con missioni sul campo in Libano, Somalia, Balcani e Afghanistan. «Non è così che si onorano i nostri caduti – ha scritto Bertolini sul sito degli ex paracadutisti –. Che dopo le strisciate di sangue italiano lasciate in Somalia, Iraq, Afghanistan, Balcani, Libano in questi ultimi decenni, si arrivasse a immagini da “Festa della mamma” di infimo ordine come queste per commemorare il primo centenario dell’unità nazionale e per ricordare i sacrifici dei nostri soldati dell’inizio del secolo scorso è veramente scoraggiante». Quindi attacca direttamente il suo ministro e il Movimento 5 Stelle: «Il manifesto evidenzia in maniera lampante l’idea che una parte della nuova dirigenza politica ha delle Forze armate. L’immagine si commenta da sola e non ha bisogno di parole inutili. Se ne può semplicemente dedurre che è ovvio che non ci si faccia scrupoli a disarmarle, sottofinanziarle e trattarle con toni irriverenti come è avvenuto in più di un’occasione ultimamente. Come se fossero un inutile e costoso orpello da snaturare e anemizzare, in attesa che muoiano da sole».

Secca la replica del Ministero affidata alle agenzie: «La locandina esprime tutta la solidarietà e l’umanità dei nostri uomini e delle nostre donne nelle Forze armate». Ma lo stesso Ministero anticipa anche l’imminente lancio di uno spot promozionale che «esalterà il ruolo del soldato in tutta la sua professionalità. Sarà uno spot che, per i 100 anni, renderà onore all’impresa eroica dei nostri nonni e, siamo certi, piacerà persino a Bertolini» (v. notizia successiva). Insomma, ministro di pace e di guerra, come del resto l’intero Movimento 5 Stelle, che parla di pace e conferma l’acquisto dei cacciabombardieri F35.

Si inserisce nello scontro tutto interno fra Forze armate e Ministero della Difesa il coordinatore nazionale di Pax Christi, don Renato Sacco, con intelligente gusto del paradosso.

«Generale Bertolini, sono d’accordo con lei, questo manifesto non mi piace», scrive don Sacco. «Dopo aver visto il manifesto, ho pensato che le nostre Forze armate non sono un’associazione caritativa», prosegue il coordinatore nazionale di Pax Christi. «Scopo delle Forze armate, tanto più oggi formate da professionisti ben pagati e ben armati, è quello di sparare, di fare la guerra. Anche se questa parola non si può usare perché ripudiata dalla Costituzione. Si parla quindi di missioni di pace… Le Forze armate sono, appunto, armate e non pensate per distribuire biscotti o coperte. Se fanno anche questo è sicuramente cosa buona, ma allora investiamo su una seria Protezione civile; valorizziamo e istituzionalizziamo i Corpi civili di pace. Dalla mia piccola esperienza posso testimoniare che il settore umanitario è spesso “al seguito del militare” e a volte viene usato più per una questione di immagine, quasi a velare altri interessi, ad esempio quelli delle lobby delle armi, nelle varie missioni militari. Non usiamo la tragedia della Prima guerra mondiale, “inutile strage” come la definì il papa di allora, Benedetto XV, per fare propaganda».

E rispetto allo spot annunciato dalla ministra Trenta, don Sacco non nutre grandi aspettative. «Aspettiamo di vedere questo spot – conclude –. Non so se piacerà al generale Bertolini. Ma ho la quasi certezza che a me piacerà ancor meno di questo sdolcinato e ingannevole manifesto».

 

4 novembre: vestiamoci a lutto contro tutte le guerre. La proposta dei movimenti per la pace

6 novembre 2018

“Adista”
n. 38, 3 novembre 2018

Luca Kocci

Sembra di vedere Russell CroweMassimo Decimo Meridio che ne Il gladiatore esorta: «Al mio segnale scatenate l’inferno!». Invece è solo lo spot promozionale delle Forze armate per il 4 novembre – anniversario della fine della Prima guerra mondiale (1918-2018) – annunciato dalla ministra della Difesa pentastellata Elisabetta Trenta anche in risposta dei manifesti giudicati troppo buonisti da alcuni alti rappresentanti dell’Esercito (v. notizia precedente).

«Io sono andato dove gli altri non volevano andare. Ho portato a termine quello che gli altri non volevano fare. Ho sentito il freddo morso della paura», dice una voce fuori campo. Poi si vede un paracadutista che indossa il basco, il decollo di un cacciabombardiere F35 (quelli che il partito della ministra cinquestelle diceva di non voler acquistare e invece verranno acquisiti tutti), una squadra d’assalto che irrompe da un elicottero sparando, la scena di un attacco contro i soldati con il corpo di un caduto coperto da un telone e un commilitone che piange, elicotteri da guerra, incrociatori con i cannoni in vista e incursori che si lanciano in mare. E di nuovo la voce fuori campo: «Ho pianto, ho sofferto e ho sperato. Ma quando giungerà la mia ora, agli altri potrò dire che sono orgoglioso per tutto quello che sono stato: un soldato». E così lo spirito combattente – ma ovviamente in nome della pace – è stato ristabilito.

«Temiamo che anche questa ricorrenza possa diventare occasione di retorica, nella più assoluta mancanza di rispetto per le centinaia di migliaia di vittime mandate al macello», scrive don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, nell’editoriale di Mosaico di pace di novembre, che dedica un dossier speciale, curato da Diego Cipriani, al centenario della fine della Prima guerra mondiale. «Non parliamo di eroi, per favore – si legge ancora nell’editoriale –, bensì di poveracci mandati a morire per i calcoli diabolici dei potenti. Non utilizziamo la retorica del 4 novembre per giustificare le guerre di oggi, magari chiamate missioni di pace, Niger compreso. Per giustificare le spese militari. E chiediamoci se tante scelte di riarmo e di frontiere blindate siano compatibili con il Vangelo».

A voler ricordare un “altro” 4 novembre sono anche il Movimento nonviolento, PeaceLink e il Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo: «Non un giorno di festa, ma di lutto». Per questo le tre associazioni propongono che il 4 novembre si realizzino in tutte le città d’Italia commemorazioni nonviolente delle vittime delle guerre, «dimostrando che solo opponendosi a tutte le guerre si onora la memoria delle persone che dalle guerre sono state uccise» e «affermando il diritto e il dovere di ogni essere umano e la cogente obbligazione di ogni ordinamento giuridico democratico di adoperarsi per salvare le vite, rispettare la dignità e difendere i diritti di tutti gli esseri umani». Conclude il comunicato comune delle tre associazioni: «Affinché il 4 novembre, anniversario della fine della “inutile strage” della prima guerra mondiale, cessi di essere il giorno in cui i poteri assassini irridono gli assassinati, e diventi invece il giorno in cui, nel ricordo degli esseri umani defunti vittime delle guerre, gli esseri umani viventi esprimono, rinnovano, inverano l’impegno affinché non ci siano mai più guerre, mai più uccisioni, mai più persecuzioni».

Contestualmente Movimento nonviolento, Peacelink e Centro di ricerca per la pace e i diritti umani rilanciano la campagna “Un’altra difesa è possibile” e chiedono che il Parlamento approvi finalmente la proposta di legge d’iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta.

«Per questo – scrivono – chiediamo una politica di disarmo, poiché le armi sempre e solo uccidono gli esseri umani. Per questo sosteniamo la richiesta che l’Italia sottoscriva e ratifichi il Trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari del 7 luglio 2017. Per questo chiediamo una drastica riduzione delle spese militari che secondo autorevoli stime gravano sul bilancio dello Stato italiano per l’enorme importo di settanta milioni di euro al giorno. Per questo chiediamo che i fondi pubblici oggi destinati a strutture e strumenti di morte siano invece utilizzati in difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani e del mondo vivente. Per questo chiediamo un impegno particolare a contrastare la violenza maschilista, prima radice e primo paradigma di ogni violenza. Per questo ci opponiamo al razzismo, crimine contro l’umanità, e chiediamo che siano immediatamente revocate tutte le sciagurate decisioni governative che configurano omissione di soccorso, pratiche segregative e persecutorie, flagranti violazioni dei diritti umani e della stessa Costituzione della Repubblica italiana».

Esaltazione della “grande” guerra: nelle scuole non si insegna la pace

31 ottobre 2018

“Adista”
n. 37, 27 ottobre 2018

Luca Kocci

Con l’avvicinarsi del 4 novembre, si rimette in modo la propaganda patriottarda e si moltiplicano le iniziative per celebrare la “vittoria” dell’Italia nella Prima guerra mondiale, di cui ricorre il centenario (4 novembre 1918-4 novembre 2018).

La prima si è svolta il 18 ottobre, quando la ministra della Difesa, Elisabetta Trenta, a Ostia, sul litorale di Roma, presso la Scuola di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza, ha incontrato circa cinquecento studenti delle scuole superiori «per raccontare il 4 novembre», recita il comunicato stampa del Ministero della Difesa. Ovviamente non da sola, ma in compagnia degli ufficiali di Esercito, Marina, Aeronautica e Carabinieri, che hanno tenuto agli studenti una “lezione” senza contraddittorio, per ripetere i luoghi comuni triti e ritriti e storicamente falsi sulla Prima guerra mondiale: la “vittoria”, la IV guerra di Indipendenza che ha completato l’unità d’Italia, l’affratellamento dei soldati nelle trincee, l’eroismo dei soldati e via dicendo. «Questa iniziativa, per la prima volta nel litorale della periferia di Roma Capitale – fanno sapere dalla Difesa –, rientra in un ciclo di conferenze, organizzate dal Ministero della Difesa in diverse scuole del Paese, per raccontare il 4 novembre, Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze armate, a cento anni dalla fine della grande guerra». Che dimostra come la scuola da qualche anno sia terreno di conquista da parte delle Forze armate (v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17).

La seconda, di taglio apparentemente più accademico, si è svolta il 17-18 ottobre, nell’area militare dell’ex aeroporto di Centocelle, nella periferia est della capitale, dove, secondo le intenzioni dei vertici delle Forze armate e del Ministero della Difesa, dovrebbe sorgere il “Pentagono italiano” (v. Adista Notizie n. 22/18), ovvero una struttura unica per riunire i vertici delle quattro Forze armate (esercito, aeronautica, marina e carabinieri), appunto un Pentagono made in Italy, ad immagine e somiglianza di quello Usa (anche se pare che, essendo il governo alla disperata ricerca di soldi per realizzare i mirabolanti annunci della campagna elettorale, il progetto venga temporaneamente rinviato). Un grande convegno, dal titolo quasi epico: «Il 1918, la vittoria e il sacrificio».

«L’Italia – così è stato presentato il convegno –, con un grande sforzo di tutte le componenti del Paese, esce vittoriosa dalla terri bile prova e completa il percorso di unificazione. È un momento fondante per l’identità nazionale, costato enormi sacrifici». Fra i temi affrontati nei due giorni di convegno: gli aspetti militari della guerra – sia quelli riguardanti i vari teatri operativi europei sia, più dettagliatamente, quelli relativi al fronte italo- austriaco –, la battaglia di Vittorio Veneto, le operazioni della Marina, lo sviluppo dell’Aeronautica e la partecipazione dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, il servizio “P” (Propaganda).

Una specifica sessione del convegno, curata dall’Ordinariato militare e con gli interventi dell’ordinario militare-generale di corpo d’armata, mons. Santo Marcianò, e del suo vicario, mons. Angelo Frigerio, è stata poi dedicata ai cappellani militari, «la cui reintroduzione durante la guerra è una delle tappe verso la riconciliazione fra Stato e Chiesa». Al centro, ovviamente, la figura del cappellano militare Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII, ora anche santo patrono dell’esercito italiano (v. Adista Notizie nn. 32, 34, 35 36/17).