Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

Che succede a Mosul? I preti di Pax Christi sulla “guerra dimenticata” in Iraq

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Il grido di dolore di Mosul, l’antica Ninive, «la città percorsa dal profeta Giona “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta”». Lo rilanciano in una lettera aperte don Renato Sacco (parroco della Diocesi di Novara e coordinatore nazionale di Pax Christi) e don Fabio Corazzina (parroco della Diocesi di Brescia, anni fa anche lui coordinatore nazionale di Pax Christi) che a Mosul e in Iraq sono stati decine di volte. «Ci siamo stati tante volte», ricordano i due preti di Pax Christi. «Prima, durante e dopo la guerra di liberazione dalla dittatura. Siamo stati accolti in molte case, abbiamo condiviso la mensa e la Messa, nella parrocchia del Perpetuo Soccorso, con il parroco Louis Sako, ora Patriarca Caldeo a Baghdad. Abbiamo incontrato lì a Mosul, in mezzo alla sua gente, il vescovo Faraj Rahho, poi rapito e ucciso il 13 marzo 2008. Ci siamo stati anche nel giugno 2003, quando Bush aveva detto che ormai la guerra era finita. Ci siamo ritornati nel novembre dello stesso anno per l’ordinazione episcopale dell’amico Louis Sako. Erano i giorni della strage di Nassiriya. Dopo quegli anni Mosul, come tutto l’Iraq non interessò molto all’Occidente, se non per i propri interessi economici e militari».

Quindi, scrivono, «Mosul è una città che abbiamo nel cuore», scrivono i due preti. «Non riusciamo a pensare al dolore, alla tragedia che hanno vissuto gli abitanti di quella città durante la dittatura di Saddam e la seguente “liberazione” o esportazione della democrazia, poi sotto la folle oppressione dell’Isis e ora mentre è in corso una nuova guerra per liberare la città. Cosa sta succedendo a tutte quelle persone, al di là delle notizie abbastanza trionfalistiche tipiche dei bollettini di guerra?». Difficile saperlo con precisione, perché «l’Iraq è uscito dall’attenzione dei media internazionali. I riflettori, anche della politica e dell’opinione pubblica, erano puntati da altre parti. Eppure la realtà era tutt’altro che tranquilla, per niente in pace. Nei primi mesi del 2014 in Iraq venivano uccise circa mille persone al mese. Poi è arrivato l’Isis! Agli inizi del mese di giugno 2014 la grande città di Mosul viene occupata, e ai primi di agosto 2014, la grande fuga di centomila persone dai villaggi della Piana di Ninive».

E oggi? «In questi giorni – scrivono, avanzando dubbi, Sacco e Corazzina – pare che la città di Mosul venga riconquistata dall’esercito iracheno, cacciando definitivamente l’Isis. Noi vediamo solo immagini di distruzione, dolore, paura e disperazione. Ma tornerà presto, inesorabilmente, di nuovo il silenzio sulle persone sulle loro storie, imposto dai fasti della vittoria».

Quindi, si chiedono i due preti: «Come è stato possibile che Mosul cadesse così velocemente nelle mani dell’Isis? L’Isis non è nato dalla sera alla mattina, come la pianta di ricino per far ombra al profeta Giona. Chi lo ha sostenuto? Perché i grandi mezzi di informazione parlando di Mosul non denunciano anche le grandi collusioni dell’Occidente con l’Isis? Ancora oggi sappiamo che l’Arabia Saudita sostiene economicamente, ideologicamente e militarmente l’Isis: perchè l’Italia continua a vendere armi all’Arabia Saudita? Come le bombe della Rwm di Domusnovas in Sardegna (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 14 e 19/17). Siamo davvero convinti di voler combattere l’Isis? E perchè non è stato fatto prima? Quali gli interessi occidentali e anche Italiani ancora sul tavolo? Con la “Operazione Praesidium” l’Italia presidia la diga di Mosul: perchè? Come ha vissuto questi anni di occupazione Isis? Come ha tutelato le persone civili? Sull’operazione il silenzio è totale. Davvero ci interessa il bene comune, la vita degli Iracheni e in particolare delle minoranze?».

«Crediamo che l’invito del profeta Giona debba essere raccolto anche da noi – si conclude la lettera aperta di don Sacco e don Corazzina –: “Ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”. Se non cambiamo strada ci saranno altre Mosul, altri Isis, altri silenzi e nuovi eccidi di civili nella logica folle della guerra».

Don Renato Sacco confermato per un nuovo quadriennio alla guida di Pax Christi

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Il nuovo Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi per la prima volta a Gravina di Puglia (Ba) il 17-18 giugno 2017, ha confermato don Renato Sacco coordinatore nazionale del movimento anche per il quadriennio 2017-2020. Per don Sacco, parroco a Verbania, è il secondo mandato alla guida della sezione italiana di Pax Christi. Eletti anche la vicepresidente nazionale, Giuliana Mastropasqua, e il tesoriere, Luciano Ghirardello. Il presidente nazionale resta mons. Giovanni Ricchiuti (vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti) fino al 2019, salvo ulteriori proroghe da parte della Conferenza episcopale italiana.

Quella di Gravina di Puglia è stata la prima riunione del Consiglio nazionale, eletto durante l’assemblea congressuale del movimento dello scorso 29 aprile-1 maggio (v. Adista Notizie n. 18/17). Un incontro che si è svolto in un momento denso di eventi ecclesiali e politico-sociali: la visita di papa Francesco a Bozzolo (Mn) Barbiana (Fi), sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, lo scorso 20 giugno; il dibattito in Parlamento sulla legge sullo Ius soli; la discussione all’Onu sul bando totale delle armi nucleari; l’evoluzione della difesa italiana in un complesso militare-industriale in cui la produzione e la vendita di armi hanno un ruolo sempre più centrale e strategico. Eventi che, secondo il Consiglio nazionale di Pax Christi, sono attraversati da «un filo conduttore che, partendo da don Milani e don Mazzolari, ci sprona a prendere posizioni esplicite».

E infatti, si legge in una nota del “parlamentino” di Pax Christi al termine della riunione di Gravina di Puglia, «come don Milani è stato dalla parte degli ultimi, così esprimiamo oggi la necessità di  percorrere strade di  inclusione, integrazione  e  cittadinanza  attiva», a partire dal riconoscimento della legge sullo Ius soli. Inoltre, prosegue il comunicato del Consiglio nazionale, «il ripudio della guerra di don Primo Mazzolari, oggi ci esorta a chiedere al governo italiano di rispettare la legge 185/90 (la normativa che regola le esportazioni di armi made in Italy, n.d.r.), bloccando l’invio di armi italiane in Arabia Saudita», utilizzate per la “guerra sporca” in Yemen (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16); e «di mettere al bando le armi nucleari, partecipando alla seconda sessione di negoziati in corso alle Nazioni Unite dal 15 giugno al 7 luglio» (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/2017). Peraltro anche Pax Christi International, insieme ad altri rappresentanti della società civile internazionale, è presente in queste settimane alla discussione conclusiva a New York, «per cancellare dalla storia queste terribili ed inaccettabili armi».

Prossimo appuntamento promosso da Pax Christi il 17 settembre: una messa a Barbiana, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di don Milani (26 giugno 1967). Un’occasione, precisa il Consiglio nazionale, per «fare memoria di don Lorenzo Milani» e per «rinnovare il suo impegno per la pace e la nonviolenza, facendo tesoro dei suoi insegnamenti, della sua testimonianza di accoglienza verso i poveri e gli ultimi e di obiezione alla guerra».

Il papa riceve Trump, mezz’ora di colloquio in un clima freddo

25 maggio 2017

“il manifesto”
25 maggio 2017

Luca Kocci

Trenta minuti di colloquio riservato e dieci minuti di incontro aperto all’intera delegazione statunitense. Tanto è durato il primo appuntamento fra Donald Trump e papa Francesco, che ieri mattina ha ricevuto in udienza in Vaticano il presidente Usa.

Incontro piuttosto breve – quello con Obama era durato il doppio – e apparentemente più formale del solito, a giudicare dalle immagini di un Francesco sempre molto serio. Trump però può intascare un importante successo da spendersi in patria e a livello internazionale. Del resto la politica papale è quella di ricevere chiunque lo chieda, senza troppe distinzioni e senza guerre diplomatiche.

Qualche indicazione sui contenuti del colloquio si ricava leggendo fra le righe dello scarno comunicato della sala stampa della Santa sede, che evidenzia i punti di contatto fra Vaticano e Usa, quelli su cui si tratta e quelli su cui le distanze sono profonde.

A cominciare dalla questione ambientale. Durante il consueto scambio dei doni, Francesco ha regalato a Trump una copia dell’enciclica Laudato si’ che critica il modello di sviluppo capitalista e affronta i temi dello sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta, della distruzione dell’ambiente e dei rischi del riscaldamento globale, sempre negati da Trump. Insieme alla Laudato si’, il papa ha donato a Trump anche il messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2017 dedicato alla «nonviolenza», sottolineando di «averlo firmato personalmente per lei».

«Alcuni temi attinenti all’attualità internazionale e alla promozione della pace nel mondo tramite il negoziato politico e il dialogo interreligioso, con particolare riferimento alla situazione in Medio Oriente» sono gli altri punti su cui le posizioni di papa Francesco e Trump sono inconciliabili e sui quali, fa notare il comunicato della Santa sede, è stato possibile solo «uno scambio di vedute». Più volte in passato il papa è intervenuto contro il commercio e l’uso delle armi per la risoluzione dei conflitti, criticando implicitamente la politica estera di Trump. Poco tempo fa lo ha fatto anche esplicitamente, parlando contro la Moab, «la madre di tutte le bombe», sganciata dagli Usa in Afghanistan: «Mi sono vergognato del nome dato ad una bomba, la mamma dà la vita e diciamo mamma a un apparecchio che dà la morte? Ma che sta succedendo?». «Abbiamo bisogno di pace», ha commentato Trump, che due giorni fa ha firmato contratti per vendere all’Arabia Saudita armi per 110 miliardi di dollari e in Vaticano annuncia uno stanziamento di 300 milioni di dollari a favore di Sudan, Somalia, Nigeria e Yemen (da anni bombardato proprio dall’Arabia saudita), mentre la moglie Melania e la figlia Ivanka – anche loro presenti all’incontro con il papa – vanno in visita ai piccoli ricoverati del Bambin Gesù (ospedale vaticano) e alla Comunità di sant’Egidio.

«Nel corso dei cordiali colloqui – si legge nella nota – è stato espresso compiacimento per le buone relazioni bilaterali esistenti tra la Santa sede e gli Stati Uniti, nonché il comune impegno a favore della vita e della libertà religiosa e di coscienza». Quindi c’è sintonia fra Vaticano e Usa sui temi bioetici, a cominciare dalla difesa della vita, ovvero del contrasto all’aborto. Non è un caso che una delle prime decisioni di Trump sia stata quella di bloccare i finanziamenti federali alle organizzazioni non governative internazionali che informano e praticano l’interruzione di gravidanza (misure adottate anche dalle altre amministrazioni repubblicane, da Reagan in poi, e successivamente revocate dai presidenti democratici).

Su altre questioni, invece, i lavori sono in corso. «Si è auspicato una serena collaborazione tra lo Stato e la Chiesa cattolica negli Stati Uniti, impegnata a servizio delle popolazioni nei campi della salute, dell’educazione e dell’assistenza agli immigrati», segnala il comunicato della Santa sede. Sono i temi della scuola cattolica e della riforma sanitaria. Trump ha promesso di cancellare l’Obamacare – la riforma di Obama che ha allargato la platea dei beneficiari delle prestazioni mediche – e, dopo due no, ad inizio maggio ha ottenuto il primo sì dalla Camera. Ora c’è lo scoglio del Senato, dove i repubblicani hanno una maggioranza esigua. I vescovi Usa si sono già espressi contro il provvedimento. L’auspicio vaticano di «una serena collaborazione» è un tentativo di convincere Trump a mitigare il provvedimento.

Il movimento dei Focolari denuncia la “guerra sporca” in Yemen con armi made in Italy

22 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

Il movimento dei Focolari scrive al presidente della Repubblica Sergio Mattarella per chiedere la fine della vendita di armi italiane a Paesi coinvolti in conflitti.  La petizione, lanciata anche sul sito web change.org ha già raggiunto circa 4.500 firme, e altre se ne stanno aggiungendo mentre scriviamo.

«Dal nostro Paese, l’Italia, partono armi destinate alla “terza guerra mondiale a pezzi” che insanguina mezzo mondo», scrivono i Focolari. «Come fa notare l’istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo, “«l’ultima relazione governativa sulle esportazioni di materiali di armamento nel 2016 conferma la continua ascesa dell’export italiano sui mercati mondiali e in particolare su quelli nordafricani e mediorientali (59%), aree di crisi e di conflitti a noi vicine”. Colpisce, in particolare, l’incremento dell’esportazioni di bombe d’aereo MK82 e MK84 con 21.822 pezzi (nel 2015 erano 1.050) che corrispondono a quelle inviate in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen che continuano a provocare morti e feriti tra la popolazione civile e milioni di profughi» (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16).

«Davanti alle proteste di tante associazioni (Rete Disarmo, Amnesty International, Banca etica, Rete Pace, Oxfam, Focolari, ecc.) – prosegue la petizione al presidente Mattarella –, le risposte finora ricevute dagli esponenti del governo italiano sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione che ripudia la guerra non esistessero. Altri esponenti politici si rifanno ad un generico realismo da rispettare, al di là della coscienza personale». Facendo riferimento a quanto papa Francesco ha detto il 4 febbraio 2017 agli esponenti dell’Economia di Comunione (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari, fondato in Brasile nel 1991), «bisogna agire sulle strutture inique che producono vittime e carnefici. Restare silenziosi o indifferenti vuol dire lasciare interi territori da soli davanti al ricatto tra il poco lavoro assicurato dalle armi e il concorso al macello industriale della guerra». Pertanto, proseguono i Focolari, «senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle dei lavoratori della fabbrica del Sulcis Iglesiente, in Sardegna, dove quelle bombe vengono allestite da una società di proprietà tedesca. Ma lo stesso possiamo dire per la mega commessa di 28 caccia bombardieri da consegnare al Kuwait, altro Paese facente parte della coalizione saudita, da parte di una cordata guidata dall’italiana Finmeccanica Leonardo. Esistono e vanno incoraggiate le migliori risorse intellettuali, finanziarie e politiche per cambiare radicalmente direzione in un mondo in fiamme, destinato altrimenti a scomparire».

Non è la prima volta che gli aderenti al movimento fondato da Chiara Lubich intervengono sul tema disarmo e in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. A dicembre si erano rivolti a papa Francesco («Disarmiamo l’economia che uccide», v. Adista notizie n. 43/16). Ad aprile, insieme ad altre cinque associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) e al missionario comboniano p. Alex Zanotelli avevano scritto al ministro degli esteri Angelino Alfano («Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen», v. Adista Notizie n. 14/17). E ora ci riprovano con Mattarella.

Sul medesimo nodo, è da registrare anche l’intervento della Fondazione Finanza Etica, che lo scorso 9 maggio ha partecipato per la prima volta all’assemblea degli azionisti di Rheinmetall, uno dei principali produttori tedeschi di armamenti. «Entriamo in assemblea delegati dall’ong tedesca Urgewald su proposta del movimento pacifista Rete Italiana per il Disarmo», spiega Andrea Baranes, presidente della Fondazione fondata nel 2003 da Banca Etica, che durante l’assemblea ha severamente criticato l’esportazione di bombe da parte della controllata italiana Rwm Italia SpA dalla Sardegna all’Arabia Saudita. «Come dimostrato dal “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen”, trasmesso il 27 gennaio scorso al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, le bombe esportate ai sauditi sono utilizzate per bombardare lo Yemen, in una guerra che non ha alcuna legittimazione dal punto di vista del diritto internazionale e che ha generato oltre seimila morti tra i civili, di cui mille bambini», aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo. «Nell’ultima relazione della Presidenza del Consiglio dei ministri italiano sul commercio degli armamenti per l’anno 2016, depositata in parlamento il 26 aprile, si legge che RWM Italia è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore difesa in Italia con un aumento delle commesse per 460 milioni di euro. Le nuove autorizzazioni richieste al governo italiano sono 45 per l’esportazione di circa 20.000 bombe in particolare verso “Paesi Mena” (Medio-Oriente e Nord-Africa). Si tratta dell’Arabia Saudita?».

 

Papa e Pax Christi internazionale all’Onu: «Via le armi nucleari per il futuro dell’umanità»

11 aprile 2017

“Adista”
n. 14, 8 aprile 2017

Luca Kocci

Mettere al bando le armi nucleari per garantire un futuro all’umanità. È l’appello che Pax Christi International rivolge ai rappresentanti degli Stati che dallo scorso 27 marzo, presso l’Assemblea generale dell’Onu, partecipano ai negoziati per «un divieto giuridicamente vincolante sulle armi nucleari».

«Riteniamo un traguardo fondamentale che le armi nucleari siano esplicitamente vietate da un trattato internazionale e consideriamo il trattato come un esercizio di valori morali e responsabilità globali necessario per costruire un mondo più sicuro e sostenibile», scrive la rete pacifista di oltre 120 realtà nazionali, fra cui Pax Christi Italia (v. Adista Notizie n. 12/17)».

«Le armi nucleari sono strumenti di violenza definitiva. Nel nostro pianeta non c’è posto per armi di tale terrore e distruzione di massa», «la loro presenza in un’epoca di crescente interdipendenza è un affronto alla dignità umana», si legge nella nota. L’uso delle armi nucleari, «in qualsiasi circostanza, è ingiustificabile e impensabile». La Chiesa, ricorda Pax Christi International, si è schierata contro la natura indiscriminata delle armi nucleari, come affermato nella Costituzione pastorale Gaudium ed Spes: «Ogni atto di guerra rivolto indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni assieme ai loro abitanti è un crimine contro Dio e l’uomo stesso. Esso merita una condanna inequivocabile e senza esitazioni».

L’unica possibilità di salvezza per l’umanità e il pianeta è «un completo divieto legale delle armi nucleari che porti alla loro totale eliminazione»: «Fino a quando esisteranno armi nucleari – ammonisce il movimento pacifista –, il rischio di qualsiasi loro uso intenzionale o accidentale è reale», pertanto «l’unico modo per eliminare tale rischio è quello di eliminare tutte le armi nucleari». Ed è per questo che Pax Christi International fa appello a tutti i rappresentanti che fino al prossimo mese di luglio saranno impegnati nei negoziati a «sviluppare un robusto strumento giuridico» che «obblighi» gli Stati ad «eliminare» le armi nucleari e a vietare «l’intera gamma di attività correlate come lo sviluppo, la distribuzione, la produzione, il collaudo, lo stoccaggio, il trasferimento» delle stesse.

Che il tema sia di grande importanza è dimostrato dal fatto che anche papa Francesco è intervenuto, inviando una lettera a Elayne Whyte Gómez, che guida i negoziati presso le Nazioni Unite. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza con le loro molteplici dimensioni in questo mondo multipolare del XXI secolo, come, ad esempio, il terrorismo, i conflitti asimmetrici, la sicurezza informatica, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scrive Francesco nella lettera che porta data 23 marzo. Tali preoccupazioni «assumono ancor più consistenza quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio. Simile motivo di preoccupazione emerge di fronte allo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale».

Ci si deve inoltre chiedere «quanto sia sostenibile un equilibro basato sulla paura», che mina «le relazioni di fiducia fra i popoli», aggiunge il pontefice. «La pace e la stabilità internazionali non possono essere fondate su un falso senso di sicurezza, sulla minaccia di una distruzione reciproca o di totale annientamento, sul semplice mantenimento di un equilibrio di potere. La pace deve essere costruita sulla giustizia, sullo sviluppo umano integrale, sul rispetto dei diritti umani fondamentali, sulla custodia del creato, sulla partecipazione di tutti alla vita pubblica, sulla fiducia fra i popoli, sulla promozione di istituzioni pacifiche, sull’accesso all’educazione e alla salute, sul dialogo e sulla solidarietà. In questa prospettiva, abbiamo bisogno di andare oltre la deterrenza nucleare: la comunità internazionale è chiamata ad adottare strategie lungimiranti per promuovere l’obiettivo della pace e della stabilità ed evitare approcci miopi ai problemi di sicurezza nazionale e internazionale». Quindi «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario», da costruirsi «attraverso un dialogo che sia sinceramente orientato verso il bene comune e non verso la tutela di interessi velati o particolari» e che includa tutti: «Stati nucleari, Paesi non possessori di armi nucleari, settore militare e quello privato, comunità religiose, società civile, Organizzazioni internazionali». Non è facile, Francesco ne è consapevole, ma non è un motivo per non camminare in direzione del disarmo nucleare: «Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata».

Pacifisti ad Alfano: «Basta bombe italiane all’Arabia Saudita contro lo Yemen»

11 aprile 2017

“Adista”
n. 14, 8 aprile 2017

Luca Kocci

Interrompere la vendita di armi italiane all’Arabia Saudita per fermare la guerra che da due anni insanguina lo Yemen. È quello che chiedono al ministro degli Esteri Angelino Alfano sei associazioni impegnate sui temi della pace e del disarmo (Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari, Fondazione Banca Etica, Opal Brescia, Rete Italiana per il Disarmo) insieme al missionario comboniano p. Alex Zanotelli.

«Le scriviamo in occasione del secondo anniversario dell’inizio del conflitto in Yemen che ha già portato ad oltre 12mila fra morti e feriti nella popolazione civile», scrivono al ministro Alfano le associazioni. Infatti, secondo le Nazioni Unite, in 24 mesi di scontri ci sono stati oltre 4.500 morti civili, con oltre 8.000 feriti, e un numero di sfollati che supera i tre milioni. Sempre secondo l’Onu, sul Paese incombe «un grave rischio di carestia»: quasi 7,3 milioni di yemeniti avrebbero bisogno di un urgente aiuto alimentare e oltre 430.000 bambini soffrono di malnutrizione grave.

«Siamo fortemente preoccupati – proseguono le associazioni – del fatto che l’Italia stia continuando a fornire all’Arabia Saudita e ai membri della sua coalizione sistemi militari e munizionamento che alimentano il conflitto, nonostante diversi rapporti attendibili dimostrino le gravi e reiterate violazioni delle convenzioni internazionali su diritti umani e diritto umanitario da parte della coalizione a guida saudita». In particolare citano l’azienda Rwm Italia, di cui alcune bombe, inesplose, sono state ritrovate nella zona di Sana’a, appena bombardata. «Secondo i dati reperibili dal registro del commercio estero dell’Istat, nel 2016 dall’Italia sono state inviate all’Arabia Saudita bombe e munizionamento militare per un valore complessivo di oltre 40 milioni di euro, in netta crescita rispetto ai 37,6 milioni di euro del 2015. Le spedizioni sono state tutte effettuate dalla provincia di Cagliari e sono riconducibili alla Rwm Italia, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall, che ha la sua sede legale a Ghedi (Bs) e la sua fabbrica a Domusnovas, non lontano da Cagliari» (v. Adista Notizie n. 43/15). Si legge ancora nella lettera inviata ad Alfano: «Continuando a fornire armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, nonostante il rischio sostanziale che siano usate per commettere o facilitare violazioni, l’Italia sta violando sia il diritto internazionale (ovvero, il trattato internazionale sul commercio delle armi), che quello nazionale (la legge n. 185 del 1990)», che proibisce di vendere armi a Paesi in stato di conflitto armato.

Per questo, chiedono le associazioni al ministro degli Esteri, «la esortiamo a porre fine immediatamente al trasferimento di sistemi militari e munizionamento verso la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, per prevenire ogni rischio di commettere o facilitare serie violazioni del diritto umanitario e dei diritti umani in Yemen; condannare l’uso di munizioni a grappolo nel conflitto (dove sono state effettivamente impiegate, ndr) e fare pressione affinché anche l’Arabia Saudita ratifichi il trattato internazionale sulle munizioni a grappolo e distrugga quelle che ancora possiede; sollecitare l’istituzione di una indagine internazionale indipendente per esaminare le violazioni da tutte le parti in conflitto, al fine di assicurare la giustizia, le responsabilità e il risarcimento per le vittime; promuovere in sede europea l’attuazione della Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen che ha invitato l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza/vicepresidente della Commissione europea ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’Ue di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita».

«Un governo che dovrebbe impersonare la legalità sta violando le leggi che questo Paese si è dato con il suo Parlamento sovrano: una contraddizione in termini non più accettabile», spiega p. Zanotelli. «Dobbiamo chiedere con forza che la politica italiana dica da che parte vuole stare, se da quella della popolazione civile o dei produttori di armi. E che la 185/90 venga rispettata pienamente e nei suoi principi, non solo sulla carta». «Nonostante le migliori intenzioni e le denunce avanzate dai parlamentari presenti al dibattito per un’economia disarmata dello scorso 14 marzo promosso nell’aula dei gruppi parlamentari dal Movimento dei Focolari – affermano i responsabili Andrea Goller e Rosalba Poli – la situazione non sembra affatto rientrare tra le priorità del governo e delle forze politiche, quando basterebbe un semplice atto di indirizzo delle commissioni Difesa di Camera e Senato per impegnare l’esecutivo a mantenersi in linea con i valori costituzionali. Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Occorre perciò una vera riconversione economica. L’impegno quindi non può che continuare nel segno di un forte appello alla coscienza di ognuno».

 

Caritas italiana, Pax Christi e Movimento dei Focolari: è l’ora del disarmo

26 marzo 2017

“Adista”
n. 12, 25 marzo 2017

Luca Kocci

In vista degli appuntamenti all’Assemblea generale dell’Onu, in programma dal prossimo 27 marzo, in cui si avvieranno i negoziati per un trattato sulla messa al bando delle armi nucleari, il card. Francesco Montenegro (presidente di Caritas italiana e vescovo di Agrigento) e mons. Giovanni Ricchiuti (presidente di Pax Christi e vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti) fanno appello al governo italiano perché si impegni «in modo attivo e costruttivo» per il disarmo nucleare.

Il punto di riferimento è il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace dello scorso 1 gennaio 2017. «Rivolgo un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell’abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica», disse allora il papa. E i presidenti di Caritas e Pax Christi rilanciano il richiamo di Francesco. «È fondamentale un impegno serio e approfondito perché la messa al bando delle armi nucleari divenga realtà e sia vincolante per ogni Stato», scrivono in una nota congiunta il card. Montenegro e mons. Ricchiuti. «Il rischio nucleare che l’umanità intera oggi corre è altissimo. Le armi nucleari provocano danni irreversibili, hanno conseguenze umanitarie catastrofiche per l’ambiente e per tutta l’umanità e il loro uso, in qualsiasi circostanza, è ingiustificabile. Una via senza ritorno», come del resto già indicò il Concilio Vaticano II con la Gaudium et Spes: «Ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione».

Per questo, esortano i presidenti di Caritas e Pax Christi, «chiediamo che anche l’Italia partecipi in modo attivo e costruttivo agli appuntamenti all’Assemblea generale dell’Onu, a cominciare dal prossimo 27 marzo. Invitiamo tutti i gruppi, le associazioni, le singole persone, i movimenti, le parrocchie, le istituzioni, ecc. a prendere coscienza della grave situazione che il mondo vive oggi e a far pressione perché il nostro governo si impegni direttamente e attivamente a favore del disarmo nucleare».

Dal fronte internazionale a quello italiano, dove è invece il movimento dei Focolari ad intervenire ugualmente sul tema del disarmo, tramite una lettera firmata da Carlo Cefaloni (esponente dei Focolari nonché redattore di Città Nuova, mensile del movimento fondato da Chiara Lubich) e pubblicata dal quotidiano della Cei Avvenire (9/3) che denuncia la «violazione della legge 185/90 sulla produzione e sul commercio di armi a partire dal caso eclatante dell’invio di bombe in Arabia Saudita, Paese alla guida di una coalizione coinvolta nei bombardamenti sullo Yemen. Le risposte finora avanzate dagli esponenti del governo – prosegue la lettera – sono imbarazzanti quando si fanno scudo della mancanza di un veto dell’Onu. Come se la legge 185/90 e la stessa Costituzione non esistessero».

Anche in questo caso il riferimento è a papa Francesco, che «il 4 febbraio 2017 ci ha invitato laicamente a leggere la parabola del samaritano non limitandoci solo a soccorrere il ferito che resta sulla strada ma ad “agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime”. Possibile che tante persone di coscienza che pure siedono in Parlamento possano restare indifferenti all’invio di bombe verso i Paesi in guerra?», chiede Cefaloni. «Non dare risposte vuol dire lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Senza una vera riconversione economica rischiamo solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle degli operai di una regione, come nel caso della Sardegna, investita duramente dalla crisi economica».

«Sono domande fuori luogo oggi nel 2017 a cento anni dal grido sull’inutile strage della Grande guerra», che «qualcuno ancora descrive come il luogo di nascita dell’unità nazionale?», conclude la lettera pubblicata dal quotidiano dei vescovi. «Nel 2014 al sacrario di Redipuglia, papa Francesco ha affermato che “anche oggi, dietro le quinte, ci sono interessi, piani geopolitici, avidità di denaro e di potere, c’è l’industria delle armi”, coloro cioè che hanno impresso nel cuore il motto di Caino: “A me che importa?”. Proporre un percorso di pace a partire dalla necessità di disarmare l’economia vuol dire coltivare un giudizio realista ma non pessimista sull’essere umano che è invece capace di bene e di gratuità e quindi di andare oltre varie obbedienze per rispondere, citando don Lorenzo Milani a 50 anni dalla scomparsa, “a me importa”, “me ne prendo cura”».

All’insegna della cordialità e (forse) del dissenso, il papa riceve i leader europei

24 marzo 2017

“il manifesto”
24 marzo 2017

Luca Kocci

Questa sera in Vaticano papa Francesco riceverà i capi di Stato e di governo dell’Unione europea appena arrivati in Italia per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, le cui celebrazioni si terranno domani, in una Roma più blindata che mai, dopo il nuovo allarme per l’attentato terroristico di Londra di due giorni fa.

L’incontro si svolgerà all’insegna della cordialità – come recitano sempre gli irenici comunicati della Santa sede relativi a queste udienze –, ma c’è da scommettere che papa Francesco non perderà l’occasione per richiamare i leader europei sui temi sociali che già in passato ha posto all’attenzione dei Paesi dell’Unione europea: i diritti umani e dei migranti, il lavoro, lo strapotere della finanza, il disarmo. Anche se non è escluso che, pur senza l’enfasi e i toni da crociata di papa Wojtyla e papa Ratzinger, sottolineerà anche la necessità della difesa della famiglia tradizionale e della vita che nasce (ovvero no all’aborto) e la «colonizzazione ideologica» della cultura del gender.

«Sogno un’Europa in cui essere migrante non è un delitto», invece quella che si vede oggi è un’Europa che costruisce attorno a sé «recinti» e «trincee», disse nel maggio 2016 ai leader europei accorsi in Vaticano per presenziare al conferimento al pontefice del premio “Carlo Magno”. In quell’occasione Francesco parlò un un’Europa che aveva smarrito i «grandi ideali» dei fondatori, «tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione». Il mese prima, in visita al campo profughi dell’isola di Lesbo, aveva ricordato che «l’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare». E al Parlamento europeo, a novembre 2014, era stato ancora più chiaro: «Non si può tollerare che il mar Mediterraneo diventi un grande cimitero!».

A Strasburgo Francesco aveva parlato anche di economia e lavoro, ammonendo gli europarlamentari a difendere il valore delle «democrazie», «evitando che la loro forza reale sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». E a salvaguardare il diritto al lavoro: «È tempo di favorire le politiche di occupazione, soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo adeguate condizioni per il suo svolgimento – disse agli europarlamentari –. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli».

Di guerra e conflitti aveva parlato invece al Consiglio d’Europa, puntando il dito sulla produzione e sul commercio di armamenti, di cui diversi Paesi europei, fra cui l’Italia, sono leader mondiali. La guerra «è foraggiata da un traffico di armi molto spesso indisturbato» e da una «corsa agli armamenti» che «è una delle piaghe più gravi dell’umanità».

Il braccio destro di Francesco, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ha anticipato il senso politico del discorso di questa sera del papa: «La politica è il servizio alla polis portato avanti con abnegazione», ha detto ieri alla Stampa. «Purtroppo oggi la politica viene ridotta ad un insieme di reazioni, spesso urlate, spia della carenza d’ideali e della tendenza moderna a barcamenarsi. La politica è finita per essere solo la ricerca immediata del consenso elettorale» ed ostaggio dei «populismi».

Nel clima di autocelebrazione e di unanimismo che caratterizzerà le celebrazioni romane dei leader europei, le uniche parole fuori dal coro potranno arrivare dalle manifestazioni dei movimenti e,forse, da papa Francesco, che disse di «sognare un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia». Il contrario della Fortezza Europa.

Josef Mayr-Nusser, un beato obiettore a Bolzano. L’uomo che disse no a Hitler

18 marzo 2017

“il manifesto”
18 marzo 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: condanna a morte, nel lager di Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

Sarà questo il motivo formale per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si arenò: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione «in odium fidei» (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio, anche perché i nazisti non odiavano o perseguitavano i cristiani. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser, come ha sottolineato il vescovo di Bolzano, mons. Ivo Muser: «Rimarrà scomodo anche da beato. Ci abbiamo messo tanto, come società e come Chiesa, a guardarlo in faccia. Quelli sono stati anni di scelte, e chi ha scelto in modo sbagliato va in crisi con Mayr-Nusser. Ancora oggi c’è chi non accetta fino in fondo il suo messaggio: no ai populismi, no alle scelte facili, sì alla convivenza, non solo con i nuovi arrivati, ma anche tra i nostri gruppi etnici, tra tedeschi e italiani». Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di padre Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei?

Poi a luglio 2016, dopo otto anni in cui è rimasto fermo in Vaticano, l’iter si sblocca. C’entra anche papa Francesco, il cui ruolo è stato fondamentale per far camminare un altro processo di beatificazione che si era insabbiato, quello di monsignor Romero? E oggi Mayr-Nusser viene proclamato martire nel duomo di Bolzano dall’inviato papale, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi.

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, autore di una importante biografia sul giovane altoatesino (L’uomo che disse no a Hitler, Il Margine). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Lega “Andreas Hofer”, un’associazione clandestina antifascista e antinazista

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub, sposata due anni prima e con cui aveva generato Albert, che oggi, 74enne, assiste alla beatificazione del padre.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

Libri per pensare criticamente. una nuova collana di storia del cristianesimo

4 febbraio 2017

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Libri per «pensare», per «costruire ponti», per «sopravvivere nel deserto delle città», per «guadare la solitudine e il dolore», per «attraversare frontiere». È l’obiettivo che si propone la nuova collana promossa dall’editore trapanese Il pozzo di Giacobbe, “Il pellicano. Fonti e testi di Storia del cristianesimo”.

Una collana che, spiegano Anna Carfora e Sergio Tanzarella (docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli), che la dirigono, «nasce sotto l’esergo “Pie Pelicane, Jesu Domine” tratto dall’Adoro te devote di Tommaso d’Aquino. Egli invoca così Gesù, riferendosi alla diffusa tradizione iconografica che vuole che il pellicano per alimentare i suoi piccoli si strappasse pezzi della propria carne dal petto. In un tempo nel quale la storia del cristianesimo sembra conoscere nelle accademie una progressiva marginalizzazione, nel movimentismo integralismi e banalizzazioni, nelle chiese nuovi clericalismi, l’impegno de “Il Pellicano” vuole essere coraggiosamente contro corrente. Invitare il lettore alla scoperta o riscoperta di libri e autori che hanno segnato la cristianità, alimentandolo con nuove o prime traduzioni di testi che aiutano a pensare, a costruire ponti, ad attraversare frontiere, seguendo l’esempio e il volo del Pellicano».

Il primo titolo, uscito a dicembre 2016, è una raccolta di testi cosiddetti “minori” – ma solo perché poco conosciuti – di Lev Tolstoj (Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire, a cura degli Amici di Tolstoj, pp. 70, euro 9.90), scritti subito dopo la sua profonda crisi spirituale e la conversione al cristianesimo, alla soglia dei cinquanta anni. «Ho vissuto al mondo 55 anni e, ove si escludano i 14 o 15 anni, dell’infanzia, ne ho vissuti 35 da nichilista, nel significato autentico del termine, mancante di ogni fede», scrive il grande romanziere russo. «Cinque anni fa credetti nella dottrina del Cristo e all’improvviso la mia vita mutò: cessai di volere quello che volevo prima e incominciai a volere quello che non volevo. Quello che prima mi sembrava buono mi apparve cattivo e quello che prima mi sembrava cattivo mi apparve buono». Una conversione che influisce profondamente anche sulla sia produzione letteraria: inizia a scrivere lettere, appelli, piccoli libri polemici su questioni concrete del suo tempo, prende posizione contro la tortura e la pena di morte. «Una produzione di scritti immensa e complessivamente scarsamente conosciuta, quando non volontariamente ignorata e rinchiusa nel comodo recinto della produzione minore – spiega Tanzarella nella postfazione –. Ma sono proprio quegli scritti che ne mostrano la grandezza morale e intellettuale di profeta anarchico e cristiano, che mette sono esame la società e ne critica la struttura, accusando i governi, attaccando i sentimenti patriottici e le Chiese nazionali». «È tempo, per noi, di capire che la nostra salvezza non sta nel proseguire lungo la strada che abbiamo percorso finora – scrive Tolstoj nella Legge della violenza e la legge dell’amore, uno dei testi presenti nel volume –, bensì nel riconoscere che abbiamo percorso una strada sbagliata e siamo finiti in un pantano». E qual è la nuova strada da percorrere? Semplicemente quella dell’amore, confessa Tolstpj: «Credete solo al bene dell’amore, che si apre davanti a voi e vi chiama».

Il secondo volume della collana, sebbene anch’esso considerato un’opera minore, è un classico dell’antimilitarismo cristiano: Militia Christi. La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli, del teologo e storico del cristianesimo tedesco Adolf Harnack (pp. 170, euro 14.90), il “maestro” di Dietrich Bonhoeffer. Benché pubblicato per la prima volta nel 1905, il saggio di Harnack resta un riferimento insostituibile per capire come i primi cristiani hanno affrontato il tema della guerra e del servizio militare. Perché è proprio nei primi secoli che il cristianesimo passa progressivamente da religione di pace ad un forma di militanza che prevederà, in nome di Cristo l’uso delle armi e della violenza sotto le insegne del papa, dell’imperatore o del potere politico cristianamente devoto. «Nella cristianità occidentale infiammata da sempre nove guerre – scrive Tanzarella nell’ampia introduzione – il sogno di Costantino non sarebbe stato interrotto, i soldati di Cristo si sarebbero sempre e di nuovo concretamente riarmati e il giuramento militare avrebbe assunto un particolare valore religioso, mentre messe da campo, benedizioni della bandiera, battesimo dei gagliardetti militari e preghiere del fante, del marinaio e dell’aviatore avrebbero confermato l’inverosimile possibilità di una fedeltà cristiana armata e disposta ad uccidere o a morire da buon soldato cristiano, producendo la trasformazione del soldato morto in guerra in caduto da eroe, e da eroe a martire».