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Il papa: «Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli»

8 luglio 2018

“il manifesto”
8 luglio 2018

Luca Kocci

Non saranno «muri», «occupazioni» e «armi» a portare la pace in Medio Oriente, ma solo il «dialogo».

Papa Francesco ha incontrato ieri a Bari i capi delle Chiese e delle comunità cristiane del Medio Oriente e ha tenuto un discorso dal chiaro significato politico, che ha chiamato in causa i nodi più aggrovigliati dello scacchiere mediorientale, dalla guerra Siria allo status di Gerusalemme, e le gravi responsabilità dell’Occidente e della Russia(“Il peso sulla coscienza delle nazioni”, titola L’Osservatore Romano di oggi).

Un’assise ecumenica senza precedenti (“Su di te sia pace! Cristiani insieme per il Medio Oriente”, il tema dell’incontro), a cui hanno partecipato i capi delle Chiese ortodosse autocefale, ovvero che hanno un proprio primate: il patriarca ecumenico Bartolomeo, quello greco di Alessandria Theodoros II, quello siro-ortodosso di Antiochia Ignatius Aphrem II; il patriarca di Gerusalemme Theophilos III, il russo Kirill e l’armeno Karekin II hanno inviato dei loro rappresentanti. C’erano anche quelli delle Chiese orientali (assiri, copti, siri-cattolici, maroniti, melkiti, caldei, con il neo cardinale Sako, vescovo di Bagdad), il Patriarcato latino di Gerusalemme (mons. Pizzaballa) e la Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra santa. Di fatto tutte le Chiese cristiane mediorientali.

Il «Medio Oriente è crocevia di civiltà e culla delle grandi religioni monoteistiche», «ma su questa splendida regione si è addensata una fitta coltre di tenebre: guerra, violenza e distruzione, occupazioni e forme di fondamentalismo, migrazioni forzate e abbandono, il tutto nel silenzio di tanti e con la complicità di molti», ha detto il papa dopo aver acceso, insieme ai rappresentanti delle Chiese, una lampada “uniflamma” (simbolo dell’unità di tutti i cristiani) nella basilica di San Nicola. «Il Medio Oriente è divenuto terra di gente che lascia la propria terra», invochiamo oggi «quella pace che i potenti in terra non sono ancora riusciti a trovare».

Nel pomeriggio, dopo un dialogo a porte chiuse con i capi delle Chiese, il discorso più politico. «Non c’è alternativa possibile alla pace. Non le tregue garantite da muri e prove di forza porteranno la pace, ma la volontà reale di ascolto e dialogo», ha detto Francesco. Quindi «è essenziale che chi detiene il potere si ponga finalmente e decisamente al vero servizio della pace e non dei propri interessi. Basta alle occupazioni di terre che lacerano i popoli! Basta al prevalere delle verità di parte sulle speranze della gente! Basta usare il Medio Oriente per profitti estranei al Medio Oriente!», come la «sete di guadagno che non guarda in faccia a nessuno pur di accaparrare giacimenti di gas e combustibili».

Non sono mancati riferimenti ad alcune situazioni particolari: la Siria, «martoriata dalla guerra», dove «sono ripresi aspri combattimenti che hanno provocato un ingente numero di sfollati, esposti a sofferenze terribili»; Gerusalemme, «città per tutti i popoli» e «sacra per cristiani, ebrei e musulmani», «il cui status quo esige di essere rispettato secondo quanto deliberato dalla Comunità internazionale», «solo una soluzione negoziata tra israeliani e palestinesi, fermamente voluta e favorita dalla Comunità delle nazioni, potrà condurre a una pace stabile e duratura, e garantire la coesistenza di due Stati per due popoli».

«La guerra è figlia del potere e della povertà, si sconfigge rinunciando alle logiche di supremazia e sradicando la miseria», ha concluso il papa. «La violenza è sempre alimentata dalle armi» e da «sfrenate corse al riarmo. È una gravissima responsabilità, che pesa sulla coscienza delle nazioni, in particolare di quelle più potenti. Non si dimentichi il secolo scorso, non si scordino le lezioni di Hiroshima e Nagasaki, non si trasformino le terre d’Oriente, dove è sorto il Verbo della pace, in buie distese di silenzio».

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Contro la scuola militarizzata: procedimento disciplinare per il prof. “obiettore”

11 giugno 2018

“Adista”
n. 21, 9 giugno 2018

Luca Kocci

Messo sotto processo dalla propria dirigente scolastica per aver obiettato pubblicamente alla militarizzazione della scuola in cui insegna.

Succede a Messina dove, nei confronti di Antonio Mazzeo, docente di Scienze motorie presso l’Istituto comprensivo “Canizzaro-Galatti” (nonché saggista e blogger da sempre impegnato sui temi della pace, della nonviolenza e del disarmo, anche Adista ha ospitato qualche suo articolo, alcuni proprio sulla militarizzazione della scuola: v. Adista Segni Nuovi n. 11/16 e Adista Documenti n. 22/17), la dirigente scolastica, Giovanna Egle Candida Cacciolla, ha avviato un procedimento disciplinare per «mancata osservanza del codice comportamentale dei dipendenti pubblici».

I fatti li racconta lo stesso Mazzeo, nella lettera (pubblica) alla dirigente – datata 14 aprile – che ha determinato l’avvio del procedimento. «Apprendo oggi dalla stampa – scrive il docente – che il 17 aprile, nel cortile del nostro Istituto, si terrà un evento legato al progetto denominato “Esercito e Studenti Uniti nel Tricolore”  per “promuovere tra i giovani il valore dell’identità nazionale” e in cui si prevede che “militari e studenti insieme condivideranno l’atto solenne della cerimonia dell’alzabandiera intonando il “Canto degli Italiani” alla presenza della banda della Brigata “Aosta””. Ritengo questa iniziativa gravissima e in palese contrasto con i valori didattici-educativi della nostra istituzione scolastica e soprattutto non mi risulta che mai negli organi collegiali o nel Piano dell’offerta formativa si sia fatto alcun accenno al progetto e che ci sia alcuna delibera di adesione al medesimo». Quindi, prosegue Mazzeo, «esprimo il mio totale dissenso per questo pseudo-progetto “Militari-studenti”» e «comunico che non accetterò di parteciparvi personalmente né di accompagnare le mie classi durante le mie ore di servizio».

Pochi giorni dopo Mazzeo torna sull’argomento, con un articolo pubblicato sul portale Stampalibera.it. «L’obiettivo generale del “progetto”, come si legge nel comunicato della Brigata “Aosta” – scrive il docente – è quello di “promuovere tra i giovani l’identità nazionale” e “ricordare quegli uomini nati tra il 1874 e il 1899 che tra gli angusti spazi delle trincee e le imponenti cime dei monti contribuirono in maniera decisiva all’unità nazionale, sacrificandosi con generosità e coraggio”. Una doppia mistificazione storico-sociale, quella dell’Esercito e di quei dirigenti scolastici che in violazione del dettato costituzionale e con ordini di servizio palesemente illegittimi hanno imposto le attività musico-militare ai propri docenti e alunni. La prima guerra mondiale fu un’immane carneficina (“un’inutile strage” la definì papa Benedetto XV nella sua lettera ai Capi di stato belligeranti l’1 agosto 1917) e decine di migliaia di giovanissimi soldati italiani furono mandati e (poi vigliaccamente abbandonati) al massacro da inetti e corrotti ufficiali e comandanti dell’Esercito, in una delle pagine più nere della storia post-unitaria d’Italia. Inverosimile e scandaloso parlare poi parlare di “identità nazionale” nelle scuole italiane dove a ormai uno studente su cinque (i figli di migranti ma nati e cresciuti in Italia) è stata negata dal Parlamento l’acquisizione della cittadinanza (e dei diritti che ne derivano) con lo ius soli. Per noi che operiamo ininterrottamente da 34 anni in questo istituto è stata sicuramente una delle giornate più tristi e dolorose della nostra carriera di insegnanti ed educatori pacifisti, antimilitaristi e nonviolenti. Fortunatamente cresce però tra gli insegnanti, gli studenti e i genitori la consapevolezza sul dilagante processo di militarizzazione dell’educazione e del sapere nel nostro paese e i suoi diversissimi pericoli sociali, politici, economici, culturali. E siamo orgogliosi di rivendicare il nostro diritto-dovere all’obiezione e al rifiuto di questi vergognosi spettacoli di manipolazione della verità e delle coscienze».

Una presa di posizione che non va giù alla dirigente scolastica, evidentemente insofferente al diritto di critica e alla libertà di pensiero dei propri docenti, la quale decide di avviare un procedimento disciplinare nei confronti del docente (le cui conseguenze potrebbero andare da una formale «censura» fino ad una sospensione dal servizio). Mazzeo, secondo la tesi della dirigente, con i suoi articoli si sarebbe macchiato di «esternazioni in pubblico riguardanti l’istituzione scolastica e la figura dirigenziale che non possono essere ricondotte ad una legittima critica dell’operato del datore di lavoro, e ciò sia per la loro offensività e per i termini utilizzati con potenziale gravissimo pregiudizio per l’istituto scolastico stesso». «Si tratta – prosegue la contorta prosa della dirigente – di inadempienze plateali, gravi e lesive di obblighi basilari posti dalla legge alla base del rapporto di lavoro e della correlata fiducia tra le parti». È vero che c’è la Costituzione (articolo 21: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»), è costretta ad ammettere la dirigente. La quale però poi asserisce che «tale libertà non è assoluta», perché il dipendente pubblico ha l’obbligo di «non assumere comportamenti che possono nuocere all’immagine dell’Amministrazione e di astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’Amministrazione stessa». Quindi, sostiene Cacciolla, le affermazioni di Mazzeo – che però non si capisce dove e come avrebbe «offeso» l’amministrazione scolastica – assumono «valore altamente offensivo e diffamatorio della sfera professionale dell’istituzione scolastica e dei suoi organi collegiali, sicuramente esorbitanti dai limiti della libera manifestazione del pensiero» e il suo comportamento «costituisce grave mancanza ai propri doveri di servizio». Insomma vietato parlare, vietato scrivere e forse anche vietato pensare.

Il “processo” si svolgerà il prossimo 11 giugno. Frattanto, dice Mazzeo, «continuerò a battermi in ogni modo al processo di aziendalizzazione, privatizzazione e militarizzazione della scuola, nel pieno rispetto dei principi costituzionali. Continuerò ad oppormi, ad obiettare e disertare, qualsivoglia attività di “relazione” tra forze armate e studenti, a difesa delle sacrosante prerogative didattico-pedagogiche che spettano solo agli insegnati e agli educatori. Continuerò a sostenere ed argomentare in tutte le sedi che ogni attività o programma che vede “cooptare” i minori in ambito bellico-militare rappresenta una grave violazione dell’articolo 38 della Convenzione internazionale a difesa e protezione dei diritti del fanciullo».

I Cobas hanno espresso «totale solidarietà» ad Antonio Mazzeo (oltre alla assistenza legale, qualora la dirigente scolastica decidesse di portare avanti il processo alla libertà di pensiero e al diritto di critica). Sul portale Change.org una petizione in difesa del docente ha ottenuto, fino ad ora, quasi 1.300 firme. E già da diversi anni Pax Christi promuove la campagna “scuole smilitarizzate”, invitando gli istituti a sottoscrivere un “Manifesto della scuola smilitarizzata” (v. Adista Segni Nuovi 19/13). «L’istituto si impegna a rafforzare il suo impegno nell’educazione alla pace e alla nonviolenza», si legge nel manifesto; ad «escludere dal proprio Piano dell’offerta formativa le attività proposte dalle Forze armate»; a «non esporre manifesti pubblicitari delle Forze armate né accogliere iniziative finalizzate a propagandare  l’arruolamento e a far sperimentare la vita militare »; a «non organizzare visite che comportino l’accesso degli alunni a caserme, poligoni di tiro, portaerei e ogni altra struttura riferibile all’attività di guerra, anche nei casi in cui questa attività venga presentata con l’ambigua espressione di missione di pace». «Sappiamo che le Forze armate italiane stanno investendo molto per entrare nelle scuole», spiega don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «Se porti i bambini nel bosco fanno esperienza della natura e imparano a rispettarla, se li fai accompagnare dall’Esercito imparano ad apprezzare l’Esercito, e se poi il generale spiega loro la prima guerra mondiale, la grande guerra… ancora di più! Questa è cultura… di guerra. Questa è propaganda di guerra!».

Sì al lavoro, no alle armi. Il vescovo di Iglesias contro le bombe sarde per la guerra in Yemen

22 maggio 2018

“Adista”
n. 18, 19 maggio 2018

Luca Kocci

Niente può giustificare la produzione di armi, nemmeno la mancanza di lavoro, particolarmente grave nel Sulcis (Ca). Sono nettissime le parole di mons. Giovanni Paolo Zedda, vescovo di Iglesias, e dell’intero Consiglio presbiterale diocesano sulla questione delle bombe prodotte dalla Rwm Italia munitions (“costola” della Rheinmetall Defence, colosso tedesco degli armamenti) nello stabilimento sardo di Domusnovas (Ca) e vendute all’Arabia Saudita per la guerra che dal almeno tre anni sta conducendo in Yemen (v. Adista notizie nn. 40 e 43/15; 6, 7, 9, 31 e 36/16; 19, 30 e 34/17).

«Di fronte alle inquietudini che il momento presente comporta, ci sentiamo sollecitati da due urgenze», scrivono in una nota vescovo e Consiglio diocesano: « il lavoro dignitoso per le persone e le famiglie del nostro Territorio e la coerenza coi valori che fondano la nostra fede e la nostra convivenza civile». La situazione economica e sociale in Sulcis è pesante. «È nota a tutti la gravissima situazione occupativa nella quale ci troviamo. I nostri paesi – scrive il clero iglesiente –, le nostre parrocchie conoscono bene gli effetti preoccupanti della mancanza di lavoro: giovani costretti ad emigrare; cassintegrati impossibilitati a nuove prospettive di assunzione; situazioni che divengono drammatiche nelle famiglie monoreddito o in presenza di mutui precedentemente assunti».

Tutto questo, proseguono mons. Zedda e i preti del Consiglio diocesano, non solo non ci lascia «indifferenti», ma ci spinge «tutti a cercare le convergenze più opportune perché si pongano in atto iniziative e politiche volte ad una inversione di tendenza capace di generare un futuro di speranza». Eppure anche questa «gravissima situazione economico-sociale non può legittimare qualsiasi attività economica e produttiva, senza che ne valutiamo responsabilmente la sostenibilità, la dignità e l’attenzione alla tutela dei diritti di ogni persona».

Il vescovo si riferisce proprio alle bombe di Domusnovas sganciate sui civili dello Yemen. «Non si può omologare – si legge nella nota – la produzione di beni necessari per la vita con quella che sicuramente produce morte. Tale è il caso delle armi che, è purtroppo certo, vengono prodotte nel nostro territorio e usate per una guerra che ha causato e continua a generare migliaia di morti». E proprio per questo il mese scorso Rwm è stata denunciata alla Procura di Roma da da Rete italiana per il disarmo, European Center for Constitutional and Human Rights e l’organizzazine yemenita Mwatana Organization for Human Rights (v. Adista Notizie n. 16/18).

«Qualunque idea di conservazione o di allargamento di produzione di armi è da rifiutare», prosgue mons Zedda. Contemporaneamente però, aggiunge «si dovrà studiare con serietà e impegno la possibilità di un lavoro dignitoso agli operai che sono attualmente impegnati in tale attività». Ce lo chiede «la nostra fede, ce lo dice la parola di Gesù Cristo e l’insegnamento della Chiesa, ribadito con forza da papa Francesco». Ma «ce lo dicono anche la nostra legge fondante, la Costituzione (articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra”) e le leggi italiane (legge 185/90 sul commercio di armi, che vieta l’export a Paesi in guerra, n.d.r.); ce lo dice il Trattato sul commercio delle armi, adottato dall’Assemblea generale dell’Onu; ce lo dicono le risoluzioni europee, in particolare quelle del 25 febbraio 2016 e del 15 giugno 2017, in cui il Parlamento europeo ha chiesto espressamente “l’embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”».

«Nessuno di noi giustificherebbe mai che armi prodotte altrove fossero mandate a bombardare le nostre case, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre chiese, la nostra gente. Ma le popolazioni dello Yemen non hanno i nostri stessi diritti?», chiedono vescovo e Consiglio presbiterale. «La comunità diocesana, pur sapendo che esula dalla sua specifica responsabilità e competenza la soluzione, propriamente tecnica e politica, di questo tema, desidera incoraggiare chi si sta impegnando a trovare le modalità più adeguate per superare questa realtà problematica che ci riguarda da vicino». Come per esempio chi (Amnesty international Italia, movimento dei Focolari, fondazione Finanza etica, Oxfam Italia, Rete della pace e Rete italiana per il disarmo) sta lavorando per la riconversione produttiva della Rwm, peraltro finora rifiutata dall’azienda che anzi, puntando sul ricatto della mancanza di lavoro, ha minacciato di spostare la produzione all’estero (v. Adista Notizie n. 12/18).

«È doveroso affrontare questa questione non isolatamente, né tantomeno in contrapposizione con ogni altra difficoltà che la realtà odierna del mondo del lavoro e dell’economia fa pesare sulla serenità delle persone e delle famiglie», conclude la nota della diocesi di Iglesias. «C’è una sola strada da percorrere, ed è compito peculiare della politica e delle istituzioni sociali: quella di cercare uno sviluppo diverso per tutte le attività del nostro Territorio e della nostra Regione; uno sviluppo rispettoso della dignità delle persone, di tutte le persone; uno sviluppo che sia riguardoso dell’ambiente; uno sviluppo che valorizzi le nostre risorse locali, la nostra storia, la nostra Terra. Come Diocesi dobbiamo e vogliamo lavorare soprattutto per la formazione delle coscienze e per ricordare a tutti la necessità e il dovere della coerenza con il rispetto dei diritti di ogni uomo e di ogni donna. Perciò auspichiamo che tutti vogliano cooperare con le migliori energie in una prospettiva di riscatto e di nuova speranza: per un vero sviluppo integrale del nostro territorio; per la cessazione di ogni conflitto; per l’affermazione della pace nel mondo».

«Un vescovo fatto Vangelo». “Civiltà Cattolica” ricorda don Tonino Bello

30 aprile 2018

“Adista”
n. 15, 28 aprile 2018

Luca Kocci

«Don Tonino Bello: un vescovo fatto Vangelo». Così La Civiltà Cattolica ricorda don Tonino Bello alla vigilia della visita di papa Francesco ad Alessano (Le), dove è nato e sepolto, e a Molfetta (Ba), dove è stato vescovo dal 1986 fino alla morte, il 20 aprile 1993, a 58 anni di età.

Una nuova tappa di Francesco nel percorso di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti “scomodi” e di frontiera del secondo Novecento, che ebbero un rapporto non sempre facile – per usare un eufemismo – con l’istituzione ecclesiastica del loro tempo: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (viaggio del 20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (visita a Nomadelfia il prossimo 10 maggio), ora (20 aprile) don Tonino Bello che, se non subì l’ostracismo e cui vennero sottoposti gii altri tre, tuttavia fu considerato da molto un vescovo sopra le righe, o fuori dal coro.

Insieme alla visita del papa arriva anche il riconoscimento del quindicinale dei gesuiti Civilità Cattolica, le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana, quindi è lecito supporre anche ad una sorta di semaforo verde alla prossima beatificazione dell’ex vescovo di Molfetta nonché presidente di Pax Christi, il cui iter, avviato dieci anni fa, è stato “validato” dalla Congregazione per le cause dei santi il 17 aprile 2015.

«Sono passati 25 anni dalla sua morte, causata da un tumore. Un’esistenza breve (58 anni) ma intensa, semplice ma provocatoria, sobria ma ricca di amore per i poveri e i diseredati, umile e aperta a tutti: di lui oggi possiamo dire con verità che la sua vita e la sua opera di pastore sono state un’esegesi vivente del Vangelo», scrive, sul quaderno 4027 di Civiltà Cattolica (7 aprile 2018), il gesuita Giancarlo Pani, il un articolo che intende mettere a fuoco «l’eredità spirituale» di Tonino Bello.

A cominciare dalla felice formula, coniata dall’ex vescovo di Molfetta, di «Chiesa del grembiule». «È l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo – scriveva Bello –. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale». «La Chiesa del grembiule per don Tonino è semplicemente la Chiesa», scrive Pani, «la Chiesa povera è l’unico modo per essere vicini a ogni uomo, per essere presi sul serio e divenire credibili».

«Don Tonino ci ha insegnato un’altra caratteristica della “Chiesa del grembiule”: una Chiesa che è “serva”», come indicato da Gesù nella lavanda dei piedi, ricorda il gesuita scrittore di Civiltà Cattolica. «La prospettiva di don Tonino è nella linea di papa Giovanni XXIII e del Vaticano II: scrutare i segni dei tempi e avere il coraggio di essere disponibili a quanto ci viene richiesto. La vocazione della Chiesa è il servizio dell’uomo, soprattutto dei poveri, dei più deboli, dei piccoli, degli ultimi, dei diseredati, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito5. È questa la missione dei discepoli». E Bello, scrive Pani, «ha parlato più volte della necessità di una Chiesa “estroversa”, cioè non autoreferenziale, “in uscita” (come direbbe oggi papa Francesco), dedita al servizio del mondo. Con un segno che deve qualificare l’azione cristiana: “Pensare globalmente e agire localmente”. E lui è stato il primo a darne un esempio: ha aperto il palazzo vescovile agli sfrattati; ha accolto quanti bussavano alla sua porta; è stato vicino agli operai che lottavano per una più umana giustizia, ma soprattutto ai malati di Aidas e alle prostitute; ha difeso la causa dei disabili, dei disoccupati, dei primi immigrati dall’Albania».

Infine l’eredità forse maggiormente profetica di Tonino Bello: «il suo essere testimone della nonviolenza e della pace. Non solo nella terra del Salento, ma anche nella Chiesa italiana, soprattutto

da quando fu nominato presidente del movimento Pax Christi», ricorda Civiltà Cattolica. «Nel 1991, la guerra del Golfo era particolarmente sentita a Molfetta, poiché quattro concittadini, operai in Iraq, erano stati presi in ostaggio dal regime iracheno. In quella circostanza, così delicata e sofferta, don Tonino ebbe il coraggio di ribadire il rifiuto della guerra, e di ogni guerra, nella linea di Giovanni Paolo II. Quando gli Usa minacciarono di dichiarare guerra, egli cercò la solidarietà dei vescovi italiani per lanciare un appello alla ragione. Pare che nessuno abbia risposto. L’Italia poi si schierò nell’alleanza contro Saddam Hussein. Allo scoppio del conflitto, don Tonino affermò anche che la guerra era stata dichiarata per ragioni subdole, perché erano in gioco gli interessi petroliferi nella regione». Poi l’anno seguente, scrive Pani, «quando il tumore lo aveva già gravemente colpito, don Tonino si impegnò per la Marcia dei Cinquecento a Sarajevo, con l’ideatore dell’impresa, don Albino Bizzotto, con il gruppo “Beati i costruttori di pace” di Padova e diversi parlamentari. Vi partecipò di persona insieme a monsignor Luigi Bettazzi, suo amico (nonché suo predecessore alla guida di Pax Christi, n.d.r.). Tra tante difficoltà, trattative, rimandi e dinieghi, nonostante i blocchi dell’esercito e dei paramilitari, sotto la mira dei cecchini i Cinquecento riuscirono nell’impossibile: raggiungere Sarajevo sotto assedio, di notte, proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Fu un segno di speranza per la

popolazione martoriata, che viveva nell’incubo della fame e della morte. Don Tonino in quell’occasione ebbe a proclamare, durante un’assemblea, il valore della nonviolenza e della pace fra le diverse etnie: “Siamo qui, allineati sulla grande idea della nonviolenza attiva […]. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati. Abbiamo sperimentato che ci sono alternative alle logiche della violenza…”. Al ritorno a Molfetta, egli scrisse: “Non siamo andati a Sarajevo per risolvere il problema della guerra, ma “per testimoniare a quella gente la nostra solidarietà, per dire che l’Europa non si è dimenticata di loro, per dire che c’è nel mondo gente che ama la pace e che ci sono oggi alternative nuove alla difesa armata della guerra”». Quattro mesi dopo, il 20 aprile 1993, «don Tonino concludeva il suo doloroso calvario».

La Chiesa di Bergoglio riabilita il vescovo che predicava la pace

21 aprile 2018

“il manifesto”
21 aprile 2018

Luca Kocci

Vescovo, pacifista, antimilitarista, in prima linea accanto ad operai e sfrattati in lotta per il lavoro e per la casa e ai migranti albanesi che sbarcavano sulle coste pugliesi. Tutto questo è stato don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi.

Ieri, a 25 anni dalla sua morte (20 aprile 1993, a 58 anni), papa Francesco gli ha reso omaggio, con una visita di mezza giornata ad Alessano (Le) – dove è nato e dove è sepolto – e Molfetta, dove oggi Pax Christi svolge la sua assemblea nazionale. Nuova tappa del percorso, avviato da Bergoglio, di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti scomodi e di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana dei loro tempi: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (Nomadelfia il 10 maggio), ieri don Tonino Bello. Il quale, se non subì l’ostracismo a cui vennero sottoposti gli altri tre, tuttavia fu considerato un vescovo che parlava e agiva un po’ troppo fuori dal coro dai gerarchi ecclesiastici, insofferenti alla sua «Chiesa del grembiule», «l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo», scriveva Bello, che rinunciò ad insegne e titoli («liberarsi dai segni del potere per dare spazio al potere dei segni») e volle essere chiamato, anche da vescovo, non «monsignore» ma solo don Tonino; e da alcuni settori del potere politico e militare, con i quali più volte si scontrò sulla guerra, sugli armamenti, sull’obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari.

È stato «un pastore fattosi popolo», lo ha ricordato ieri papa Francesco, durante la messa al porto di Molfetta, davanti a 40mila persone. Un popolo non categoria sociologica, ma costituito di impoveriti, senza casa – che spesso il vescovo di Molfetta accoglieva nel palazzo episcopale –, disoccupati, migranti. «Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino», ha detto il papa ad Alessano: sia di monito alla Chiesa, «di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda».

Poi il suo impegno nel sociale e per la pace e la giustizia: «Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro», ha sottolineato Francesco. «Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe».

Un impegno che si manifesta già alla fine degli anni ’70, quando è parroco a Tricase: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà. Nel 1982 è vescovo di Molfetta, tre anni dopo presidente di Pax Christi, successore di monsignor Luigi Bettazzi. Interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo di Craxi (subendo le bacchettate del cardinal Poletti, presidente della Cei) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte”, che nel 1990 otterrà la legge 185 sul commercio di armi; in diocesi accompagna le lotte di cassintegrati, disoccupati e sfrattati.

Nel 1991 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad in diretta tv. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e ipotizza di «esortare direttamente i soldati a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi», come ripete anche davanti alle telecamere di Samarcanda di Michele Santoro. Arrivano i rimproveri di ecclesiastici militaristi e di politici patriottici. Ma tira dritto. A dicembre 1992 è a Sarajevo, sotto le bombe, insieme a cinquecento pacifisti organizzati dai Beati i costruttori di pace di don Albino Bizzotto.

Intanto in Puglia arrivano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari. Don Tonino è sui moli, ad organizzare l’accoglienza. E il saluto di papa Francesco – che è anche un monito all’Europa –, prima di rientrare in vaticano, è per la Puglia, «che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché si spalanca ai tanti Sud del mondo»: che « il Mediterraneo non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».

Uno sgarbo al Parlamento: i dati sull’export di armi arrivano prima alla stampa

20 aprile 2018

“Adista”
n. 14, 21 aprile 2018

Luca Kocci

Calano le esportazioni di armi italiane nel 2017, ma per il secondo anno consecutivo restano sopra la soglia record di dieci miliardi di euro.

Le indiscrezioni arrivano da una fonte autorevole, e quindi si presumono essere attendibili: il direttore dell’Autorità nazionale per le autorizzazione delle esportazioni di armamento (Uama), Francesco Azzarello, che, in un’intervista all’agenzia Ansa (3 aprile), commenta i dati prima ancora che sia stata consegnata al Parlamento la relazione annuale (prevista dalla legge 185/90 entro il 31 marzo di ogni anno) che fa il punto sull’export di armi italiane nel mondo. E infatti le associazioni da anni impegnate sui temi del disarmo (Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) denunciano «il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento», tenuto all’oscuro di tutto.

Il valore delle vendite di armi italiane all’estero nel 2017 è di 10,3 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, afferma Azzarello. Lo scorso anno il dato complessivo dell’export italiano, rispetto al 2016 quando il valore delle licenze di esportazione è stato di 14,9 miliardi, «ha subito una contrazione del 31%, benché quello del 2017 sia il secondo valore più alto di sempre», spiega il direttore dell’Uama. «In particolare nel 2016 pesava una singola licenza di 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait, mentre nel 2017 quella da 3,8 miliardi di navi e missili al Qatar». E sulla vendita di armi italiane verso l’Arabia Saudita, che ha causato polemiche nei mesi scorsi per il loro uso in Yemen, il direttore dell’Uama dice che «le licenze sono passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017», un calo di quasi l’88%. In particolare, «la Rwm Italia (la società che fabbrica le bombe d’aereo) è scesa da 489 milioni di licenze nel 2016 a 68 milioni nel 2017, con vendite in 17 Paesi, tra cui numerosi membri della Nato e dell’Ue».

«A ciò – sottolinea Azzarello – si aggiunga una generalizzata riduzione della domanda dal nostro tradizionale primo mercato di sbocco: l’Ue, in particolare Regno Unito, Germania, Spagna e Francia». Tolti i grandi contratti verso Paesi del Golfo, infatti, «i Paesi Ue-Nato sono destinatari del 76% delle nostre autorizzazioni». Tra le grandi società produttrici in Italia, «Fincantieri e Leonardo hanno il 65% del valore delle licenze di esportazione. Ma il totale delle aziende che hanno esportato nel 2017, quasi tutte medio-piccole, è cresciuto da 124 a 136. Così come i Paesi destinatari, passati da 82 a 85». In sostanza, un business per l’Italia che «rappresenta lo 0,9% del Pil e a cui lavorano, tra diretto, indiretto e indotto, circa 150 mila persone».

«È solo grazie ad un lancio di agenzia che siamo venuti a conoscenza di primi dati parziali sulle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate nel 2017», protestano le associazioni pacifiste, che evidenziamo come Azzarello, oltre a rendere noti alcuni dati, «ha svolto una serie di considerazioni anche di tipo politico». Per questo evidenziamo «innanzitutto il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento: Azzarello con la sua intervista ha presentato ai media dati salienti dell’export militare italiano ancor prima che la Relazione governativa (prevista dalla legge 185/90) sia stata resa nota ai parlamentari (al momento non sappiamo se sia stata o meno già “inviata” alle Presidenze dei due rami del Parlamento, che rimane l’organo sovrano e di controllo anche su questa importante area della nostra politica estera, ma sicuramente non è stata notificata ai membri di Camera e Senato, né risulta essere pubblicata sui rispettivi siti dei due rami del Parlamento). A nostra memoria non è mai accaduto che il direttore di Uama (o il consigliere militare della Presidenza del Consiglio cui faceva capo il coordinamento sull’export militare fino a pochi anni fa) informasse la stampa, con commenti e analisi di natura anche “politica”, poco attinenti al ruolo di Autorità nazionale di controllo, dei dati della Relazione ex legge 185/90 prima che questa fosse pubblicata e soprattutto fosse nella disponibilità di deputati e senatori».

Nel merito dei dati, le associazioni si soffermano in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. Dall’intervista «si evidenzierebbe un calo delle licenze verso l’Arabia Saudita, passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017. Tali autorizzazioni sono da anni contestate dalle nostre organizzazioni visto il coinvolgimento del regno Saudita nel sanguinoso e devastante conflitto in Yemen. Anche in presenza di un calo cospicuo di questa natura è opportuno ricordare come il controvalore citato corrisponderebbe comunque a forniture per diverse migliaia di bombe, una quantità davvero molto problematica vista la situazione attuale in Yemen, senza che poi si sia chiarito quale sia stata l’effettiva quantità esportata (non solo autorizzata) nel corso del 2017 e se le licenze degli anni precedenti siano state completamente esaurite o meno. Nonostante diverse Risoluzioni del Parlamento europeo abbiano chiesto ai governi di imporre un embargo di armamenti all’Arabia Saudita, i dati rivelati confermano che il governo italiano ha deciso di non ascoltare le richieste dei parlamentari europei e della società civile: qualsiasi diminuzione nelle licenze non sarà mai considerata positiva dalle nostre organizzazioni finché le stesse (e soprattutto le autorizzazioni al trasferimento finale dei materiali d’armamento) non giungeranno a zero. Fermando così finalmente la complicità del nostro Paese in una delle maggiori catastrofi umanitarie attualmente presenti al mondo, con vittime dirette e indirette in particolare nella popolazione civile».

L’Osservatore Romano condanna: rappresaglia atlantica senza prove

15 aprile 2018

“il manifesto”
15 aprile 2018

Luca Kocci

Una «rappresaglia» contro Bashar Al Assad da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. È netto il giudizio del Vaticano sui bombardamenti in Siria della scorsa notte, affidato all’articolo di apertura dell’Osservatore Romano di oggi. «Il presidente degli Stati Uniti ha sciolto le riserve e, a una settimana dal presunto attacco chimico alla città siriana di Douma, ha ordinato la rappresaglia in stretto coordinamento con Londra e Parigi», si legge nell’apertura del quotidiano della Santa sede che titola a tutta pagina «Missili sulla Siria».

Nessuna parola da parte di papa Francesco, ma molto probabilmente le dirà oggi, durante il Regina coeli da piazza San Pietro. Del resto in passato Bergoglio, oltre a denunciare le guerre in corso («una terza guerra mondiale a pezzi») e il proliferare delle armi, è spesso intervenuto sulla Siria, per condannare la repressione e la guerra ma anche per scongiurare un attacco militare contro Damasco.

L’ultima volta domenica scorsa, da piazza San Pietro, all’indomani della strage di Douma: «Giungono dalla Siria notizie terribili di bombardamenti con decine di vittime, di cui molte sono donne e bambini, di tante persone colpite dagli effetti di sostanze chimiche contenute nelle bombe. Non c’è una guerra buona e una cattiva, e niente, niente può giustificare l’uso di tali strumenti di sterminio contro persone e popolazioni inermi. Preghiamo perché i responsabili politici e militari scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non sia quella della morte e della distruzione».

La prima cinque anni fa, quando sembrava imminente un intervento armato occidentale contro la Siria: in estate scrisse ai leader del G20 riuniti a San Pietroburgo per chiedere ai “grandi” di «abbandonare ogni vana pretesa di una soluzione militare» in Siria; poi promosse una giornata di digiuno e una veglia di preghiera per la pace in piazza san Pietro (7 settembre 2013) in particolare per la Siria. Allora i bombardieri non decollarono. Questa notte invece i missili sono partiti.

Se il papa per ora tace, parlano invece i vescovi siriani. «È sorprendente che l’attacco sia avvenuto proprio mentre stava per iniziare la missione degli ispettori dell’Onu chiamati ad indagare sull’uso delle armi chimiche attribuito al regime di Damasco», ha detto ai microfoni di Radio Vaticana e Tv2000 monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo. I Paesi occidentali, che alimentano «il commercio delle armi», «attaccano per dimostrare che la forza e il potere sono nelle loro mani». Secondo il vescovo di Aleppo, la Siria sta pagando «gli effetti del conflitto fra Stati Uniti e Russia» e, a livello regionale, «della guerra a distanza tra Arabia Saudita e Iran». Monsignor Audo nutre forti dubbi sul fatto che l’attacco chimico a Duma sia opera del regime siriano: «Come è possibile che Assad – si chiede – abbia usato armi chimiche mentre il suo esercito ha riconquistato la regione di Ghouta? Non è logico». Spera «che sia fatta luce su tutto ed emerga la verità, non come hanno fatto con l’Iraq in cui hanno distrutto il Paese dicendo che c’erano le armi chimiche». E si augura che Usa e Russia «raggiungano un accordo per una vera pace».

Durissimo il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen: «Con questi missili hanno gettato la maschera. Prima era una guerra per procura. Ora a combattere sono gli attori principali. Sono sette anni, è iniziato l’ottavo, che si combatte sul suolo siriano, e ora che gli attori minori sono stati sconfitti, in campo sono scesi i veri protagonisti del conflitto». Gli esperti dovranno indagare «sul presunto attacco chimico a Douma, ma dopo questi raid sarà tutto più difficile», constata monsignor Abou Khazen. «Intanto cresce la sofferenza della popolazione che chiede pace e in cambio ottiene bombe e missili. La gente si aspettava qualcosa di simile e purtroppo è avvenuto». L’auspicio del vicario apostolico di Aleppo è che «questi attacchi non si allarghino anche in altri luoghi della regione, perché sarebbe davvero pericoloso e tutto potrebbe sfuggire di mano. Serve una soluzione condivisa da raggiungere senza menzogne».

Pax Christi ai candidati alle elezioni: siete per il disarmo o no?

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Cari candidato, cara candidata al Parlamento, sei a favore del disarmo e della riconversione dell’industria armiera oppure ritieni che produzione e commercio delle armi siano attività economiche da valorizzare e da implementare?

È questa la domanda che Pax Christi intende rivolgere ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo. Dalle risposte che arriveranno – o che non arriveranno – si potranno ricevere preziose indicazioni di voto.

Il punto di partenza sono le parole pronunciate da papa Francesco al Cairo, in Egitto, lo scorso 28 aprile 2017: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace (…) è fondamentale bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali».

È sulla base di questo appello che il Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi alla Casa della pace di  Firenze il 20 e 21 gennaio, a Firenze ha discusso ed approvato un documento da sottoporre a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche, ai quali sarà chiesto di esprimersi pubblicamente in merito.

Agli aspiranti deputati e senatori si chiede in particolare che l’Italia aderisca al trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari; la sospensione della partecipazione italiana al programma di produzione ed acquisto dei caccia bombardieri F35, capaci di portare e di guidare da remoto le nuovissime bombe atomiche B61-12; la riconversione sociale delle spese militari e dell’industria bellica, a partire dalla Rwm di Domusnovas in Sardegna, che produce le bombe vendute all’Arabia Saudita e da essa usate sulla inerme popolazione yemenita. Si chiede inoltre la rigorosa applicazione delle legge 185/90 sul commercio delle armi ed il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali svolte al di fuori delle risoluzioni dell’Onu, a cominciare dall’ultima appena approvata, quella in Niger.

Nelle prossime settimane, quando arriveranno le risposte, si capirà meglio l’orientamento dei candidati. Intanto, qualche che sarà il nuovo Parlamento che uscirà dalle urne del 4 marzo, il Consiglio nazionale di Pax Christi «auspica che possa continuare e crescere l’impegno di un gruppo interparlamentare per la pace che promuova anche azioni di pressione per far uscire l’Italia dalla Nato, per una riforma dell’Europa ed un rafforzamento dell’Onu al fine di garantire la pace e la giustizia nel rispetto del diritto internazionale».

“Rivoluzione” Bergoglio

29 dicembre 2017

“il manifesto”
29 dicembre 2017

Luca Kocci

Quasi alla fine del quinto anno di pontificato (13 marzo 2018), la “rivoluzione” di Francesco continua a dividere mondo cattolico, osservatori laici e stampa.

Gli ultrà del papa argentino la evocano ogni giorno, anche in questo 2017 appena concluso, trasformando ogni gesto di Francesco, compreso il più innocuo, in rivoluzionario. Gli oppositori, specularmente, gridano alla rivoluzione, ma con timore e terrore, denunciando ogni atto come eversivo del bimillenario ordine costituito, capace di far naufragare la barca di Pietro nel mare tempestoso del relativismo, del terzomondismo, addirittura del comunismo. Poi c’è la narrazione della rivoluzione mancata – particolarmente di successo in un anno in cui i numeri 3 e 4 della gerarchia della Santa sede (il card. Müller, fino a luglio custode dell’ortodossia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il card. Pell, superministro dell’economia di Oltretevere, da giugno in Australia a difendersi dalle accuse di pedofilia), insieme al revisore generale dei conti del Vaticano (Libero Milone, a giugno) e al vicedirettore dello Ior (Giulio Mattietti, a novembre) sono stati allontanati dai Sacri palazzi – perché ostacolata dalla Curia cattiva, rafforzata dalle parole di papa Francesco ai cardinali per gli auguri di Natale: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».

Ma quale rivoluzione? In realtà non è mai stata all’ordine del giorno, se alla parola assegniamo l’autentico significato di mutamento radicale delle strutture. Le riforme sì. Più decise quelle finanziarie (ma in ordine a trasparenza e legalità, non alla povertà), più modeste quelle curiali (accorpamento di dicasteri) e liturgiche (autonomia alle Conferenze episcopali nazionali per la traduzione dei testi), senza intaccare la dottrina.

Tuttavia sono cambiate la percezione e la prassi, con il lento spostamento dal primato della Verità (i “principi non negoziabili”, non archiviati ma collocati in seconda linea) alla centralità delle questioni sociali (migranti, ambiente, disarmo). Per la Chiesa cattolica non è poco.

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione? Probabilmente no. I nodi da affrontare, scogliere e tagliare ci sarebbero, ma resteranno lì, temperati dalla pastorale di misericordia. Gli scontri, mediatici e non, continueranno. E la barca di Pietro proseguirà la propria navigazione.

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».