Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

«Un vescovo fatto Vangelo». “Civiltà Cattolica” ricorda don Tonino Bello

30 aprile 2018

“Adista”
n. 15, 28 aprile 2018

Luca Kocci

«Don Tonino Bello: un vescovo fatto Vangelo». Così La Civiltà Cattolica ricorda don Tonino Bello alla vigilia della visita di papa Francesco ad Alessano (Le), dove è nato e sepolto, e a Molfetta (Ba), dove è stato vescovo dal 1986 fino alla morte, il 20 aprile 1993, a 58 anni di età.

Una nuova tappa di Francesco nel percorso di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti “scomodi” e di frontiera del secondo Novecento, che ebbero un rapporto non sempre facile – per usare un eufemismo – con l’istituzione ecclesiastica del loro tempo: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (viaggio del 20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (visita a Nomadelfia il prossimo 10 maggio), ora (20 aprile) don Tonino Bello che, se non subì l’ostracismo e cui vennero sottoposti gii altri tre, tuttavia fu considerato da molto un vescovo sopra le righe, o fuori dal coro.

Insieme alla visita del papa arriva anche il riconoscimento del quindicinale dei gesuiti Civilità Cattolica, le cui bozze vengono lette e corrette dalla Segreteria di Stato vaticana, quindi è lecito supporre anche ad una sorta di semaforo verde alla prossima beatificazione dell’ex vescovo di Molfetta nonché presidente di Pax Christi, il cui iter, avviato dieci anni fa, è stato “validato” dalla Congregazione per le cause dei santi il 17 aprile 2015.

«Sono passati 25 anni dalla sua morte, causata da un tumore. Un’esistenza breve (58 anni) ma intensa, semplice ma provocatoria, sobria ma ricca di amore per i poveri e i diseredati, umile e aperta a tutti: di lui oggi possiamo dire con verità che la sua vita e la sua opera di pastore sono state un’esegesi vivente del Vangelo», scrive, sul quaderno 4027 di Civiltà Cattolica (7 aprile 2018), il gesuita Giancarlo Pani, il un articolo che intende mettere a fuoco «l’eredità spirituale» di Tonino Bello.

A cominciare dalla felice formula, coniata dall’ex vescovo di Molfetta, di «Chiesa del grembiule». «È l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo – scriveva Bello –. Il quale Vangelo, per la Messa solenne celebrata da Gesù nella notte del Giovedì Santo non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale». «La Chiesa del grembiule per don Tonino è semplicemente la Chiesa», scrive Pani, «la Chiesa povera è l’unico modo per essere vicini a ogni uomo, per essere presi sul serio e divenire credibili».

«Don Tonino ci ha insegnato un’altra caratteristica della “Chiesa del grembiule”: una Chiesa che è “serva”», come indicato da Gesù nella lavanda dei piedi, ricorda il gesuita scrittore di Civiltà Cattolica. «La prospettiva di don Tonino è nella linea di papa Giovanni XXIII e del Vaticano II: scrutare i segni dei tempi e avere il coraggio di essere disponibili a quanto ci viene richiesto. La vocazione della Chiesa è il servizio dell’uomo, soprattutto dei poveri, dei più deboli, dei piccoli, degli ultimi, dei diseredati, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito5. È questa la missione dei discepoli». E Bello, scrive Pani, «ha parlato più volte della necessità di una Chiesa “estroversa”, cioè non autoreferenziale, “in uscita” (come direbbe oggi papa Francesco), dedita al servizio del mondo. Con un segno che deve qualificare l’azione cristiana: “Pensare globalmente e agire localmente”. E lui è stato il primo a darne un esempio: ha aperto il palazzo vescovile agli sfrattati; ha accolto quanti bussavano alla sua porta; è stato vicino agli operai che lottavano per una più umana giustizia, ma soprattutto ai malati di Aidas e alle prostitute; ha difeso la causa dei disabili, dei disoccupati, dei primi immigrati dall’Albania».

Infine l’eredità forse maggiormente profetica di Tonino Bello: «il suo essere testimone della nonviolenza e della pace. Non solo nella terra del Salento, ma anche nella Chiesa italiana, soprattutto

da quando fu nominato presidente del movimento Pax Christi», ricorda Civiltà Cattolica. «Nel 1991, la guerra del Golfo era particolarmente sentita a Molfetta, poiché quattro concittadini, operai in Iraq, erano stati presi in ostaggio dal regime iracheno. In quella circostanza, così delicata e sofferta, don Tonino ebbe il coraggio di ribadire il rifiuto della guerra, e di ogni guerra, nella linea di Giovanni Paolo II. Quando gli Usa minacciarono di dichiarare guerra, egli cercò la solidarietà dei vescovi italiani per lanciare un appello alla ragione. Pare che nessuno abbia risposto. L’Italia poi si schierò nell’alleanza contro Saddam Hussein. Allo scoppio del conflitto, don Tonino affermò anche che la guerra era stata dichiarata per ragioni subdole, perché erano in gioco gli interessi petroliferi nella regione». Poi l’anno seguente, scrive Pani, «quando il tumore lo aveva già gravemente colpito, don Tonino si impegnò per la Marcia dei Cinquecento a Sarajevo, con l’ideatore dell’impresa, don Albino Bizzotto, con il gruppo “Beati i costruttori di pace” di Padova e diversi parlamentari. Vi partecipò di persona insieme a monsignor Luigi Bettazzi, suo amico (nonché suo predecessore alla guida di Pax Christi, n.d.r.). Tra tante difficoltà, trattative, rimandi e dinieghi, nonostante i blocchi dell’esercito e dei paramilitari, sotto la mira dei cecchini i Cinquecento riuscirono nell’impossibile: raggiungere Sarajevo sotto assedio, di notte, proprio in occasione della Giornata internazionale dei diritti umani. Fu un segno di speranza per la

popolazione martoriata, che viveva nell’incubo della fame e della morte. Don Tonino in quell’occasione ebbe a proclamare, durante un’assemblea, il valore della nonviolenza e della pace fra le diverse etnie: “Siamo qui, allineati sulla grande idea della nonviolenza attiva […]. Gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati. Abbiamo sperimentato che ci sono alternative alle logiche della violenza…”. Al ritorno a Molfetta, egli scrisse: “Non siamo andati a Sarajevo per risolvere il problema della guerra, ma “per testimoniare a quella gente la nostra solidarietà, per dire che l’Europa non si è dimenticata di loro, per dire che c’è nel mondo gente che ama la pace e che ci sono oggi alternative nuove alla difesa armata della guerra”». Quattro mesi dopo, il 20 aprile 1993, «don Tonino concludeva il suo doloroso calvario».

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La Chiesa di Bergoglio riabilita il vescovo che predicava la pace

21 aprile 2018

“il manifesto”
21 aprile 2018

Luca Kocci

Vescovo, pacifista, antimilitarista, in prima linea accanto ad operai e sfrattati in lotta per il lavoro e per la casa e ai migranti albanesi che sbarcavano sulle coste pugliesi. Tutto questo è stato don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi.

Ieri, a 25 anni dalla sua morte (20 aprile 1993, a 58 anni), papa Francesco gli ha reso omaggio, con una visita di mezza giornata ad Alessano (Le) – dove è nato e dove è sepolto – e Molfetta, dove oggi Pax Christi svolge la sua assemblea nazionale. Nuova tappa del percorso, avviato da Bergoglio, di “riabilitazione” e valorizzazione di quei preti scomodi e di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana dei loro tempi: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani (20 giugno 2017 a Bozzolo e Barbiana), il mese prossimo don Zeno Saltini (Nomadelfia il 10 maggio), ieri don Tonino Bello. Il quale, se non subì l’ostracismo a cui vennero sottoposti gli altri tre, tuttavia fu considerato un vescovo che parlava e agiva un po’ troppo fuori dal coro dai gerarchi ecclesiastici, insofferenti alla sua «Chiesa del grembiule», «l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo», scriveva Bello, che rinunciò ad insegne e titoli («liberarsi dai segni del potere per dare spazio al potere dei segni») e volle essere chiamato, anche da vescovo, non «monsignore» ma solo don Tonino; e da alcuni settori del potere politico e militare, con i quali più volte si scontrò sulla guerra, sugli armamenti, sull’obiezione di coscienza al servizio e alle spese militari.

È stato «un pastore fattosi popolo», lo ha ricordato ieri papa Francesco, durante la messa al porto di Molfetta, davanti a 40mila persone. Un popolo non categoria sociologica, ma costituito di impoveriti, senza casa – che spesso il vescovo di Molfetta accoglieva nel palazzo episcopale –, disoccupati, migranti. «Don Tonino ci richiama a non teorizzare la vicinanza ai poveri, ma a stare loro vicino», ha detto il papa ad Alessano: sia di monito alla Chiesa, «di fronte alla tentazione ricorrente di accodarci dietro ai potenti di turno, di ricercare privilegi, di adagiarci in una vita comoda».

Poi il suo impegno nel sociale e per la pace e la giustizia: «Non temeva la mancanza di denaro, ma si preoccupava per l’incertezza del lavoro», ha sottolineato Francesco. «Non perdeva occasione per affermare che al primo posto sta il lavoratore con la sua dignità, non il profitto con la sua avidità. Non stava con le mani in mano: agiva localmente per seminare pace globalmente, nella convinzione che il miglior modo per prevenire la violenza e ogni genere di guerre è prendersi cura dei bisognosi e promuovere la giustizia. Infatti, se la guerra genera povertà, anche la povertà genera guerra. La pace, perciò, si costruisce a cominciare dalle case, dalle strade, dalle botteghe».

Un impegno che si manifesta già alla fine degli anni ’70, quando è parroco a Tricase: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà. Nel 1982 è vescovo di Molfetta, tre anni dopo presidente di Pax Christi, successore di monsignor Luigi Bettazzi. Interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo di Craxi (subendo le bacchettate del cardinal Poletti, presidente della Cei) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte”, che nel 1990 otterrà la legge 185 sul commercio di armi; in diocesi accompagna le lotte di cassintegrati, disoccupati e sfrattati.

Nel 1991 l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad in diretta tv. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e ipotizza di «esortare direttamente i soldati a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi», come ripete anche davanti alle telecamere di Samarcanda di Michele Santoro. Arrivano i rimproveri di ecclesiastici militaristi e di politici patriottici. Ma tira dritto. A dicembre 1992 è a Sarajevo, sotto le bombe, insieme a cinquecento pacifisti organizzati dai Beati i costruttori di pace di don Albino Bizzotto.

Intanto in Puglia arrivano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari. Don Tonino è sui moli, ad organizzare l’accoglienza. E il saluto di papa Francesco – che è anche un monito all’Europa –, prima di rientrare in vaticano, è per la Puglia, «che Don Tonino chiamava “terra-finestra”, perché si spalanca ai tanti Sud del mondo»: che « il Mediterraneo non sia mai un arco di guerra teso, ma un’arca di pace accogliente».

Uno sgarbo al Parlamento: i dati sull’export di armi arrivano prima alla stampa

20 aprile 2018

“Adista”
n. 14, 21 aprile 2018

Luca Kocci

Calano le esportazioni di armi italiane nel 2017, ma per il secondo anno consecutivo restano sopra la soglia record di dieci miliardi di euro.

Le indiscrezioni arrivano da una fonte autorevole, e quindi si presumono essere attendibili: il direttore dell’Autorità nazionale per le autorizzazione delle esportazioni di armamento (Uama), Francesco Azzarello, che, in un’intervista all’agenzia Ansa (3 aprile), commenta i dati prima ancora che sia stata consegnata al Parlamento la relazione annuale (prevista dalla legge 185/90 entro il 31 marzo di ogni anno) che fa il punto sull’export di armi italiane nel mondo. E infatti le associazioni da anni impegnate sui temi del disarmo (Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari, Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) denunciano «il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento», tenuto all’oscuro di tutto.

Il valore delle vendite di armi italiane all’estero nel 2017 è di 10,3 miliardi di euro, pari allo 0,9% del Pil, afferma Azzarello. Lo scorso anno il dato complessivo dell’export italiano, rispetto al 2016 quando il valore delle licenze di esportazione è stato di 14,9 miliardi, «ha subito una contrazione del 31%, benché quello del 2017 sia il secondo valore più alto di sempre», spiega il direttore dell’Uama. «In particolare nel 2016 pesava una singola licenza di 7,3 miliardi per 28 Eurofighter al Kuwait, mentre nel 2017 quella da 3,8 miliardi di navi e missili al Qatar». E sulla vendita di armi italiane verso l’Arabia Saudita, che ha causato polemiche nei mesi scorsi per il loro uso in Yemen, il direttore dell’Uama dice che «le licenze sono passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017», un calo di quasi l’88%. In particolare, «la Rwm Italia (la società che fabbrica le bombe d’aereo) è scesa da 489 milioni di licenze nel 2016 a 68 milioni nel 2017, con vendite in 17 Paesi, tra cui numerosi membri della Nato e dell’Ue».

«A ciò – sottolinea Azzarello – si aggiunga una generalizzata riduzione della domanda dal nostro tradizionale primo mercato di sbocco: l’Ue, in particolare Regno Unito, Germania, Spagna e Francia». Tolti i grandi contratti verso Paesi del Golfo, infatti, «i Paesi Ue-Nato sono destinatari del 76% delle nostre autorizzazioni». Tra le grandi società produttrici in Italia, «Fincantieri e Leonardo hanno il 65% del valore delle licenze di esportazione. Ma il totale delle aziende che hanno esportato nel 2017, quasi tutte medio-piccole, è cresciuto da 124 a 136. Così come i Paesi destinatari, passati da 82 a 85». In sostanza, un business per l’Italia che «rappresenta lo 0,9% del Pil e a cui lavorano, tra diretto, indiretto e indotto, circa 150 mila persone».

«È solo grazie ad un lancio di agenzia che siamo venuti a conoscenza di primi dati parziali sulle autorizzazioni all’esportazione di armamenti rilasciate nel 2017», protestano le associazioni pacifiste, che evidenziamo come Azzarello, oltre a rendere noti alcuni dati, «ha svolto una serie di considerazioni anche di tipo politico». Per questo evidenziamo «innanzitutto il grave sgarbo istituzionale verso il Parlamento: Azzarello con la sua intervista ha presentato ai media dati salienti dell’export militare italiano ancor prima che la Relazione governativa (prevista dalla legge 185/90) sia stata resa nota ai parlamentari (al momento non sappiamo se sia stata o meno già “inviata” alle Presidenze dei due rami del Parlamento, che rimane l’organo sovrano e di controllo anche su questa importante area della nostra politica estera, ma sicuramente non è stata notificata ai membri di Camera e Senato, né risulta essere pubblicata sui rispettivi siti dei due rami del Parlamento). A nostra memoria non è mai accaduto che il direttore di Uama (o il consigliere militare della Presidenza del Consiglio cui faceva capo il coordinamento sull’export militare fino a pochi anni fa) informasse la stampa, con commenti e analisi di natura anche “politica”, poco attinenti al ruolo di Autorità nazionale di controllo, dei dati della Relazione ex legge 185/90 prima che questa fosse pubblicata e soprattutto fosse nella disponibilità di deputati e senatori».

Nel merito dei dati, le associazioni si soffermano in particolare sulla questione Arabia Saudita-Yemen. Dall’intervista «si evidenzierebbe un calo delle licenze verso l’Arabia Saudita, passate da 427 milioni di euro nel 2016 a 52 milioni nel 2017. Tali autorizzazioni sono da anni contestate dalle nostre organizzazioni visto il coinvolgimento del regno Saudita nel sanguinoso e devastante conflitto in Yemen. Anche in presenza di un calo cospicuo di questa natura è opportuno ricordare come il controvalore citato corrisponderebbe comunque a forniture per diverse migliaia di bombe, una quantità davvero molto problematica vista la situazione attuale in Yemen, senza che poi si sia chiarito quale sia stata l’effettiva quantità esportata (non solo autorizzata) nel corso del 2017 e se le licenze degli anni precedenti siano state completamente esaurite o meno. Nonostante diverse Risoluzioni del Parlamento europeo abbiano chiesto ai governi di imporre un embargo di armamenti all’Arabia Saudita, i dati rivelati confermano che il governo italiano ha deciso di non ascoltare le richieste dei parlamentari europei e della società civile: qualsiasi diminuzione nelle licenze non sarà mai considerata positiva dalle nostre organizzazioni finché le stesse (e soprattutto le autorizzazioni al trasferimento finale dei materiali d’armamento) non giungeranno a zero. Fermando così finalmente la complicità del nostro Paese in una delle maggiori catastrofi umanitarie attualmente presenti al mondo, con vittime dirette e indirette in particolare nella popolazione civile».

L’Osservatore Romano condanna: rappresaglia atlantica senza prove

15 aprile 2018

“il manifesto”
15 aprile 2018

Luca Kocci

Una «rappresaglia» contro Bashar Al Assad da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia. È netto il giudizio del Vaticano sui bombardamenti in Siria della scorsa notte, affidato all’articolo di apertura dell’Osservatore Romano di oggi. «Il presidente degli Stati Uniti ha sciolto le riserve e, a una settimana dal presunto attacco chimico alla città siriana di Douma, ha ordinato la rappresaglia in stretto coordinamento con Londra e Parigi», si legge nell’apertura del quotidiano della Santa sede che titola a tutta pagina «Missili sulla Siria».

Nessuna parola da parte di papa Francesco, ma molto probabilmente le dirà oggi, durante il Regina coeli da piazza San Pietro. Del resto in passato Bergoglio, oltre a denunciare le guerre in corso («una terza guerra mondiale a pezzi») e il proliferare delle armi, è spesso intervenuto sulla Siria, per condannare la repressione e la guerra ma anche per scongiurare un attacco militare contro Damasco.

L’ultima volta domenica scorsa, da piazza San Pietro, all’indomani della strage di Douma: «Giungono dalla Siria notizie terribili di bombardamenti con decine di vittime, di cui molte sono donne e bambini, di tante persone colpite dagli effetti di sostanze chimiche contenute nelle bombe. Non c’è una guerra buona e una cattiva, e niente, niente può giustificare l’uso di tali strumenti di sterminio contro persone e popolazioni inermi. Preghiamo perché i responsabili politici e militari scelgano l’altra via, quella del negoziato, la sola che può portare a una pace che non sia quella della morte e della distruzione».

La prima cinque anni fa, quando sembrava imminente un intervento armato occidentale contro la Siria: in estate scrisse ai leader del G20 riuniti a San Pietroburgo per chiedere ai “grandi” di «abbandonare ogni vana pretesa di una soluzione militare» in Siria; poi promosse una giornata di digiuno e una veglia di preghiera per la pace in piazza san Pietro (7 settembre 2013) in particolare per la Siria. Allora i bombardieri non decollarono. Questa notte invece i missili sono partiti.

Se il papa per ora tace, parlano invece i vescovi siriani. «È sorprendente che l’attacco sia avvenuto proprio mentre stava per iniziare la missione degli ispettori dell’Onu chiamati ad indagare sull’uso delle armi chimiche attribuito al regime di Damasco», ha detto ai microfoni di Radio Vaticana e Tv2000 monsignor Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo. I Paesi occidentali, che alimentano «il commercio delle armi», «attaccano per dimostrare che la forza e il potere sono nelle loro mani». Secondo il vescovo di Aleppo, la Siria sta pagando «gli effetti del conflitto fra Stati Uniti e Russia» e, a livello regionale, «della guerra a distanza tra Arabia Saudita e Iran». Monsignor Audo nutre forti dubbi sul fatto che l’attacco chimico a Duma sia opera del regime siriano: «Come è possibile che Assad – si chiede – abbia usato armi chimiche mentre il suo esercito ha riconquistato la regione di Ghouta? Non è logico». Spera «che sia fatta luce su tutto ed emerga la verità, non come hanno fatto con l’Iraq in cui hanno distrutto il Paese dicendo che c’erano le armi chimiche». E si augura che Usa e Russia «raggiungano un accordo per una vera pace».

Durissimo il vicario apostolico di Aleppo dei Latini, monsignor Georges Abou Khazen: «Con questi missili hanno gettato la maschera. Prima era una guerra per procura. Ora a combattere sono gli attori principali. Sono sette anni, è iniziato l’ottavo, che si combatte sul suolo siriano, e ora che gli attori minori sono stati sconfitti, in campo sono scesi i veri protagonisti del conflitto». Gli esperti dovranno indagare «sul presunto attacco chimico a Douma, ma dopo questi raid sarà tutto più difficile», constata monsignor Abou Khazen. «Intanto cresce la sofferenza della popolazione che chiede pace e in cambio ottiene bombe e missili. La gente si aspettava qualcosa di simile e purtroppo è avvenuto». L’auspicio del vicario apostolico di Aleppo è che «questi attacchi non si allarghino anche in altri luoghi della regione, perché sarebbe davvero pericoloso e tutto potrebbe sfuggire di mano. Serve una soluzione condivisa da raggiungere senza menzogne».

Pax Christi ai candidati alle elezioni: siete per il disarmo o no?

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Cari candidato, cara candidata al Parlamento, sei a favore del disarmo e della riconversione dell’industria armiera oppure ritieni che produzione e commercio delle armi siano attività economiche da valorizzare e da implementare?

È questa la domanda che Pax Christi intende rivolgere ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo. Dalle risposte che arriveranno – o che non arriveranno – si potranno ricevere preziose indicazioni di voto.

Il punto di partenza sono le parole pronunciate da papa Francesco al Cairo, in Egitto, lo scorso 28 aprile 2017: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace (…) è fondamentale bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali».

È sulla base di questo appello che il Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi alla Casa della pace di  Firenze il 20 e 21 gennaio, a Firenze ha discusso ed approvato un documento da sottoporre a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche, ai quali sarà chiesto di esprimersi pubblicamente in merito.

Agli aspiranti deputati e senatori si chiede in particolare che l’Italia aderisca al trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari; la sospensione della partecipazione italiana al programma di produzione ed acquisto dei caccia bombardieri F35, capaci di portare e di guidare da remoto le nuovissime bombe atomiche B61-12; la riconversione sociale delle spese militari e dell’industria bellica, a partire dalla Rwm di Domusnovas in Sardegna, che produce le bombe vendute all’Arabia Saudita e da essa usate sulla inerme popolazione yemenita. Si chiede inoltre la rigorosa applicazione delle legge 185/90 sul commercio delle armi ed il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali svolte al di fuori delle risoluzioni dell’Onu, a cominciare dall’ultima appena approvata, quella in Niger.

Nelle prossime settimane, quando arriveranno le risposte, si capirà meglio l’orientamento dei candidati. Intanto, qualche che sarà il nuovo Parlamento che uscirà dalle urne del 4 marzo, il Consiglio nazionale di Pax Christi «auspica che possa continuare e crescere l’impegno di un gruppo interparlamentare per la pace che promuova anche azioni di pressione per far uscire l’Italia dalla Nato, per una riforma dell’Europa ed un rafforzamento dell’Onu al fine di garantire la pace e la giustizia nel rispetto del diritto internazionale».

“Rivoluzione” Bergoglio

29 dicembre 2017

“il manifesto”
29 dicembre 2017

Luca Kocci

Quasi alla fine del quinto anno di pontificato (13 marzo 2018), la “rivoluzione” di Francesco continua a dividere mondo cattolico, osservatori laici e stampa.

Gli ultrà del papa argentino la evocano ogni giorno, anche in questo 2017 appena concluso, trasformando ogni gesto di Francesco, compreso il più innocuo, in rivoluzionario. Gli oppositori, specularmente, gridano alla rivoluzione, ma con timore e terrore, denunciando ogni atto come eversivo del bimillenario ordine costituito, capace di far naufragare la barca di Pietro nel mare tempestoso del relativismo, del terzomondismo, addirittura del comunismo. Poi c’è la narrazione della rivoluzione mancata – particolarmente di successo in un anno in cui i numeri 3 e 4 della gerarchia della Santa sede (il card. Müller, fino a luglio custode dell’ortodossia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il card. Pell, superministro dell’economia di Oltretevere, da giugno in Australia a difendersi dalle accuse di pedofilia), insieme al revisore generale dei conti del Vaticano (Libero Milone, a giugno) e al vicedirettore dello Ior (Giulio Mattietti, a novembre) sono stati allontanati dai Sacri palazzi – perché ostacolata dalla Curia cattiva, rafforzata dalle parole di papa Francesco ai cardinali per gli auguri di Natale: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».

Ma quale rivoluzione? In realtà non è mai stata all’ordine del giorno, se alla parola assegniamo l’autentico significato di mutamento radicale delle strutture. Le riforme sì. Più decise quelle finanziarie (ma in ordine a trasparenza e legalità, non alla povertà), più modeste quelle curiali (accorpamento di dicasteri) e liturgiche (autonomia alle Conferenze episcopali nazionali per la traduzione dei testi), senza intaccare la dottrina.

Tuttavia sono cambiate la percezione e la prassi, con il lento spostamento dal primato della Verità (i “principi non negoziabili”, non archiviati ma collocati in seconda linea) alla centralità delle questioni sociali (migranti, ambiente, disarmo). Per la Chiesa cattolica non è poco.

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione? Probabilmente no. I nodi da affrontare, scogliere e tagliare ci sarebbero, ma resteranno lì, temperati dalla pastorale di misericordia. Gli scontri, mediatici e non, continueranno. E la barca di Pietro proseguirà la propria navigazione.

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».

Fu «inutile strage»? L’“Osservatore Romano” pubblica lo storico Menozzi su Benedetto XV

19 dicembre 2017

“Adista”
n. 43, 16 dicembre 2017

Nel centenario della Lettera di papa Benedetto XV ai «capi di popoli belligeranti» che stavano combattendo la prima guerra mondiale (1 agosto 1917) – nella quale è contenuta la definizione del conflitto in corso come «inutile strage» –, L’Osservatore Romano pubblica (29/11) un ampio articolo (in realtà la parte di una relazione ad un convegno) di Daniele Menozzi sulle categorie interpretative della grande guerra.

Una scelta che evidenzia il riposizionamento del quotidiano della Santa sede, in particolare sul tema della pace e della guerra, anche in conseguenza del pontificato di Francesco. Infatti Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa (dopo diversi anni trascorsi alla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, fondata da Giuseppe Dossetti), studioso rigoroso del papato, non è certamente catalogabile fra gli storici aprioristicamente allineati alle posizioni vaticane. Inoltre l’articolo offre un ritratto non apologetico ma complesso di Benedetto XV, non riducibile alla formula decontestualizzata della «inutile strage» – trasformata il slogan –, evidenzia le innovazioni ma anche i residui del passato di papa della Chiesa. Il quale, scrive Menozzi, resta saldamente ancorato all’intransigentismo ottocentesco, che «indicava nel ritorno alla società cristiana medievale la via con cui il mondo moderno avrebbe potuto risolvere tutti i suoi mali», fra cui la guerra. «La proposta del ritorno al regime di cristianità trovava infatti uno degli elementi centrali nella mitica convinzione che, nella ierocratica società medievale, il papa aveva fruito del potere di sciogliere in via autoritativa i conflitti tra i popoli, garantendo così una pacifica convivenza internazionale», prosegue. E «agli occhi del cattolicesimo intransigente l’assunzione da parte del papato di un ruolo arbitrale nella comunità internazionale non rappresentava l’ideologico vagheggiamento di un’anacronistica nostalgia medievalistica; costituiva invece la concreta proposta con cui il papato (…) si reinseriva, dopo l’isolamento dell’età di Pio IX, nel concerto internazionale del mondo contemporaneo».

Per leggere correttamente la Lettera di Benedetto XV, è fondamentale comprendere il contesto del conflitto in corso. «Sul versante degli Imperi centrali», speiga Menozzi, «non solo l’imperatore austriaco Carlo I aveva stemperato le rigidità del predecessore, Francesco Giuseppe, verso ogni concessione all’Italia. Anche l’assunzione del cancellierato tedesco da parte del moderato Georg Michaelis offriva l’opportunità di dare seguito alla mozione di pace votata dal Reichstag il 19 luglio. Sul fronte opposto (quello della Triplice intesa, n.d.r.) l’annuncio di una conferenza, prevista a Londra intorno al 10 agosto, di tutti i governanti dei Paesi aderenti all’Intesa, forniva l’occasione per accordi rapidi e diretti». Inoltre «in entrambi gli schieramenti, i comandi militari registravano la stanchezza dei soldati per un confronto bellico che, ormai ristagnante da anni negli scontri di trincea, pareva non avere altri sbocchi che distruzioni, rovine e morte. Crescenti erano poi le inquietudini delle autorità civili per la tenuta dell’ordine interno. L’insofferenza delle popolazioni, che ormai ovunque dovevano fare i conti con una drammatica scarsezza di generi alimentari, poteva sfociare nell’inverno del quarto anno di guerra in una crisi sociale, che la propaganda eversiva dei circoli socialisti rivoluzionari avrebbe saputo sfruttare».

A dare un’ulteriore spinta al papa probabilmente contribuiva anche un’iniziativa congiunta di alcuni vescovi luterani del nord Europa che si offrivano come «intermediari» fra le nazioni. E «ovviamente Roma – nota Menozzi –, che proclamava il proprio ruolo primaziale sulla cristianità, non poteva assistere passivamente a una iniziativa di pacificazione promossa dalle Chiese separate». Senza contare l’attivismo del presidente Usa Woodrow Wilson che, prospettando una «pace senza vittoria», «aveva specificato le regole politiche, ma anche morali, cui avrebbero dovuto attenersi le relazioni internazionali»., conquistando così una leadership morale di primo piano.

Il papa non poteva restare a guardare, e così Benedetto XV operò «una specifica costruzione di senso in ordine alla guerra da poco scoppiata», ricordando «ai fedeli, ma più generalmente a tutti uomini del suo tempo, che, in quanto castigo per l’allontanamento della società moderna dalle norme cristiane, essa poteva essere superata nella misura in cui si abbandonavano i peccati che l’avevano prodotta. Tra questi

assumeva un ruolo centrale il peccato della modernità: l’indipendenza dalla Chiesa nell’organizzazione del consorzio civile. In tal modo il conflitto, pur continuando a mantenere una connotazione negativa, appariva anche come una possibile via di restaurazione di quella pacifica civiltà cristiana che trovava il suo referente ideale in un regime di cristianità a direzione pontificia. I sacrifici e le sofferenze, imposte da una guerra frutto dell’apostasia del mondo moderno, diventavano intellegibili e giustificabili nella prospettiva della ricostruzione di un ordinamento cristiano del consorzio civile».

Tuttavia, puntualizza Menozzi, «sarebbe riduttivo restringere la lettura soltanto a questo aspetto». La Lettera, infatti, delinea anche «i principi di tipo politico-morale che avrebbero dovuto garantire una pace duratura»: il «disarmo», «l’istituzione dell’arbitrato per la soluzione delle controversie tra gli Stati» e «la definizione dei futuri assetti europei sulla base del criterio delle aspirazioni dei popoli, in luogo del più ristretto principio di nazionalità, in modo da prevedere anche stati multietnici».

Qui compare il punto chiave della «inutile strage». L’espressione, spiega Menozzi, è usata «per mostrare che Benedetto XV anticipò, profeticamente, la posizione che attualmente vede la corretta risposta cattolica alla guerra nel metodo della non-violenza». Ma, anche in questo caso le cose sono complesse, per comprenderne il reale significato storico, occorre partire da una adeguata ricostruzione della linea adottata da Benedetto XV in ordine alla questione della pace e della guerra. «Il papa – aggiunge – aveva da subito prospettato come criterio per l’orientamento dei fedeli quel principio fondamentale della teologia della guerra giusta che si suole chiamare principio di presunzione. Si presumeva infatti che solo i governanti avessero le informazioni necessarie per poter stabilire se, in seguito a una violazione della giustizia nelle relazioni internazionali, fosse necessario o meno il ricorso alla violenza bellica per ristabilirla. Ne derivava un corollario fondamentale. Una volta che essi avessero deciso di iniziare una guerra, un solo comportamento era moralmente lecito ai cattolici: la diligente sottomissione agli ordini dell’autorità. Infatti attraverso l’esercizio della virtù dell’obbedienza, essi potevano acquisire meriti in vista del bene primario che erano tenuti a perseguire, la salvezza ultraterrena». E questo consentiva a Benedetto XV di governare «una Chiesa universale in cui le Chiese nazionali erano fortemente coinvolte nel sostegno dello sforzo bellico dei rispettivi Paesi». Tale dottrina, infatti, «permetteva ai cattolici dei due schieramenti di darsi reciprocamente la morte senza mettere in questione l’unità cattolica di cui il pontefice era custode. Inoltre anche per questa via il papa poteva combattere l’infiltrazione nel mondo cattolico delle letture nazionalistiche della guerra che la presentavano come una crociata in cui la morte per la patria era dipinta come un martirio in grado di permettere l’accesso automatico alla vita eterna. Ricondurre l’impegno bellico del credente a un mero dovere di obbedienza, secondo gli schemi della teologia della guerra giusta, evitava pericolosi scivolamenti verso la divinizzazione della nazione e l’esaltazione del martirio per la patria».

«Bandire l’atomica, aprire le frontiere»

30 novembre 2017

“il manifesto”
30 novembre 2017

Luca Kocci

Appello ad una nuova resistenza contro chi minaccia di distruggere il pianeta e la convivenza fra i popoli, con due impegni prioritari: lottare perché gli Stati firmino il Trattato Onu per l’interdizione delle armi atomiche e perché sia attuato lo ius migrandi, ovvero «il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita».

Lo chiedono quattro premi Nobel per la pace: Adolfo Perez Esquivel (difensore dei diritti umani negli anni della dittatura militare in Argentina), Shirin Ebady (leader nella lotta per i diritti delle donne e delle bambine in Iran), Jodi Williams (promotrice abolizione mine antiuomo, presidente del Nobel Women’s Initiative) e Mairead Corrigan-Maguire (fondatrice con Betti Williams del Northern Ireland Peace Movement). E lo chiedono giuristi (Luigi Ferrajoli, Lorenza Carlassare, Ugo Mattei, Paolo Maddalena), uomini e donne di Chiesa che si richiamano al magistero di papa Francesco (il card. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli), attivisti per la giustizia e la pace (Luisa Morgantini, Riccardo Petrella, Giorgio Nebbia), artisti (Fiorella Mannoia, Moni Ovadia) e altri ancora.

Il documento (“Per un mondo non genocida, patria di tutti patria dei poveri”) è stato presentato ieri alla Camera dei deputati, in una conferenza stampa con Domenico Gallo, Raniero La Valle ed Enrico Calamai, lo “Schlinder argentino”, ex console italiano nell’Argentina dei generali.

Nel 1948 gli Stati adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Ma oggi si ragiona e si governa «come se quella scelta non ci fosse stata», si legge nell’appello. «Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Usa significa ammettere come ipotesi il genocidio; pretendere di  rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come danno collaterale è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè  genocida; incendiare il clima e devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio».

Una situazione che, spiegano i promotori, rende attuale quello che san Paolo descriveva come «il mistero dell’anomia», cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere di mettersi al di sopra di tutto. All’epoca si annunciava «una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione». Oggi quella resistenza va rilanciata.

Anche chiuse nelle loro stive, le armi nucleari uccidono. Il papa incontra i Nobel per la Pace

25 novembre 2017

“Adista”
n. 40, 25 novembre 2017

Luca Kocci

«Il solo modo per assicurare una pace mondiale sostenibile e per impedire che le armi nucleari si diffondano e vengano usate è abolirle». Così hanno scritto nel documento che hanno consegnato a papa Francesco gli 11 premi Nobel che, il 10-11 novembre, hanno preso parte al simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale guidato dal card. Peter Turkson, a cui hanno partecipato circa 350 rappresentanti di associazioni e movimenti di tutto il mondo. «Sarà il lavoro costante di questi settori – scrivono i Nobel – ad aprire il cammino perché gli Stati dotati di armi nucleari finalmente abbandonino tali armi, capaci di cancellare la vita così come la conosciamo in un battere di ciglia. Non sarà un compito facile, ma è possibile».

L’iniziativa vaticana parte da quando all’Onu, la scorsa primavera, si sono aperti i negoziati per il Trattato sul divieto delle armi nucleari, poi adottato dall’Assemblea generale il 7 luglio (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/17), con il voto favorevole di 122 Paesi, fra i quali non ci sono né l’Italia né gli altri aderenti alla Nato. «Perché l’Italia non ha firmato? Forse perché fa parte della Nato?», ha chiesto mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi, associazione presente al simposio.

Il papa ha pronunciato un denso discorso a favore del disarmo, con barlumi di speranza, ma intriso di «un fosco pessimismo»: «Le prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale appaiono sempre più remote»; «i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani». Pessimismo che diventa «inquietudine» se si considerano «le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari».

La condanna delle armi da parte del pontefice è netta: sia della «minaccia del loro uso», sia del semplice «possesso», «la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali – ha aggiunto – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza». In questo senso le vittime – sono intervenuti anche alcuni hibakusha, le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki – rappresentano «voci profetiche», di «monito soprattutto per le nuove generazioni!». Ma «gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare».

Nel fallimento nel Diritto internazionale, le uniche «luci di speranza» sembrano allora essere rappresentate dalla firma del Trattato Onu, che «ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra». «È stato così colmato – ha sottolineato – un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali». Un piccolo segnale ma importante secondo il pontefice, che «può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa».

«Non voglio sapere quante migliaia siano le armi nucleari, ma sono certo che siano più che sufficienti per distruggere questo mondo tantissime volte. È una forma estrema di pazzia», ha detto il “banchiere dei poveri” Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank e premio Nobel per la pace nel 2006. «Occorre rimuovere le cause strutturali della povertà, e gli armamenti sono una di queste – ha aggiunto –. La povertà è stata creata dal sistema che abbiamo costruito intorno a noi».

«Questo simposio ha una grande importanza», spiega ad Adista don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «È una nuova tappa della campagna per il disarmo nucleare che unisce laici e cattolici e può contribuire a smuovere anche le comunità cristiane, tanto più che nella Chiesa l’idea del disarmo totale non è poi così scontata: esistono ancora residui della vecchia dottrina della guerra giusta. Ma bisognerà evitare che resti una mera occasione celebrativa da consegnare agli archivi, trasformando le discussioni e le analisi di questi giorni in mobilitazione sociale, anche nelle parrocchie e nelle comunità cattoliche. Su questo fronte, la Chiesa non può essere timida».