Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

Papa Francesco: «Illegali, immorali e illogiche: abolite le armi nucleari»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«Illegali, immorali, illogiche: vanno abolite». Sono le armi nucleari secondo papa Francesco, i premi Nobel per la pace e gli esponenti delle associazioni pacifiste, riuniti ieri e oggi in Vaticano per il simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”.

Un appuntamento inedito per la Santa sede – è la prima volta che si parla di disarmo nei sacri palazzi insieme a molti soggetti della società civile anche esterni al mondo cattolico –, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, che incidentalmente capita nel mezzo delle tensioni fra Corea del Nord e Usa. Ma è un’azione di mediazione del Vaticano fra Pyongyang e Washington, anche se il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, non la esclude: «Stiamo parlando con alcuni membri della Conferenza episcopale coreana (del sud) per vedere come si può entrare in contatto con il regime della Corea del Nord. Non so se ci riusciremo, ma ci stiamo provando», ha rivelato aprendo i lavori del simposio.

L’iniziativa di questi giorni parte da lontano. Da quando all’Onu, nella scorsa primavera, si sono aperti i negoziati per il Trattato sul divieto delle armi nucleari, poi adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 7 luglio, con il voto favorevole di 122 Paesi, fra i quali non c’è l’Italia né gli altri aderenti alla Nato, la cui vice-segretaria generale, Rose Gottemoeller, partecipa al convegno in Vaticano. «Perché l’Italia non ha firmato? Forse perché fa parte della Nato?», ha chiesto provocatoriamente mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi.

Ieri c’è stato l’intervento di papa Francesco, che ha ricevuto in udienza i 350 partecipanti al simposio e ha pronunciato un denso discorso a favore del disarmo, con barlumi di speranza, ma intriso di «un fosco pessimismo», dal momento che «le prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale appaiono sempre più remote».

«La spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta», ha detto il papa, e «i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani». Pessimismo che diventa «inquietudine» se si considerano «le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari» e i rischi «di una detonazione accidentale».

La condanna delle armi da parte del pontefice è netta: sia della «minaccia del loro uso», sia del semplice «possesso», «la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali – ha aggiunto – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana». In questo senso le vittime – sono presenti alcuni hibakusha, le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki – rappresentano «voci profetiche», di «monito soprattutto per le nuove generazioni!». Ma «gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare», ha ammonito Francesco, facendo tornare alla mente le parole della Pacem in Terris di Giovanni XXIII (la guerra «alienum a ratione», estranea alla ragione), che però egli stesso ha consentito fosse recentemente nominato santo patrono dell’Esercito italiano: contraddizioni di un pontificato non facile da decifrare.

Nel fallimento nel diritto internazionale (incapace di impedire «che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche»), le uniche «luci di speranza» sembrano allora essere rappresentate dalla firma del Trattato Onu, che «ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra». «È stato così colmato – ha sottolineato papa Francesco – un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali». Un piccolo segnale ma importante secondo il pontefice, che «può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa, nonostante la critica di coloro che ritengono idealistici i processi di smantellamento degli arsenali».

I lavori sono andati avanti tutto il giorno. Fra gli altri sono intervenuti Muhammad Yunus (fondatore della Grameen Bank), che ha sottolineato come occorra rimuovere le «cause strutturali della povertà» e come gli armamenti siano una di queste cause strutturali; Jody Williams (presidente del Nobel women’s initiative), «indignata di fronte alle enormi spese militari e per gli armamenti»; Adolfo Pérez Esquivel, che ha parlato del «dialogo tra i popoli e delle prospettive per il disarmo»; Beatrice Fihn, direttrice esecutiva della Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari (Ican), che ha spiegato come si è giunti all’adozione del Trattato e le prospettive future. E cinque premi Nobel per la pace (El Baradei, Maguire, Pérez Esquivel, Williams e Yunus) hanno redatto e consegnato al papa un documento in cui auspicano che sia «il lavoro coordinato della società civile, delle comunità religiose, delle organizzazioni internazionali ad aprire la strada affinché gli Stati abbandonino queste armi, capaci nello spazio di un attimo di far scomparire la vita. L’unico modo di garantire la pace mondiale e di prevenire la diffusione delle armi nucleari è abolirle. Non sarà facile, ma è possibile».

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«Una nuova tappa della lotta laica e cattolica per il disarmo»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«L’idea del disarmo totale non è scontata nemmeno nella Chiesa cattolica, dove esiste ancora qualche residuo della vecchia dottrina della guerra giusta. Quindi questo convegno che si svolge in Vaticano e a cui prende parte anche papa Francesco ha un valore doppio: è una tappa ulteriore della lotta collettiva per il disarmo nucleare che unisce laici e cattolici e può contribuire a smuovere anche le comunità cristiane».

È il giudizio di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, sul simposio sul disarmo che si sta svolgendo in Vaticano a cui sta partecipando insieme ad altri dirigenti del movimento cattolico internazionale per la pace e a 350 esponenti di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo.

Don Sacco, questo convegno è davvero così importante?

«Direi proprio di sì, perché cade in un momento storico particolare, con i nuovi venti di guerra che spirano nel mondo, e perché non è estemporaneo ma frutto di un percorso che dura da tempo. Certo poi bisognerà fare in modo che non resti una mera occasione celebrativa da consegnare agli archivi».

E come si fa ad evitarlo?

«Facendo uscire da queste stanze i contenuti che qui si stanno discutendo e trasformandoli in mobilitazione sociale e, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, in azioni culturali ed educative verso i cittadini».

Anche verso il governo italiano che ha deciso, senza nemmeno dare spiegazioni, di non firmare il Trattato Onu sul divieto delle armi nucleari?

«Certamente. Il nostro Paese non ha firmato perché fa parte della Nato, e ovviamente la Nato ha bloccato qualsiasi adesione. Del resto siamo anche noi uno Stato nucleare: ormai si sa che in Italia sono conservate diverse decine di bombe atomiche. Allora bisogna essere in grado di avviare una mobilitazione dal basso, della società civile ma anche delle parrocchie e delle comunità cattoliche, per spingere il governo a sottoscriverlo. In questa azione non bisogna essere timidi, nemmeno la Chiesa».

Ci sarà questa mobilitazione?

«Dobbiamo impegnarci tutti. Il disarmo non è materia da addetti ai lavori ma deve diventare patrimonio di tutti. E per questo ci vuole anche un’azione culturale capace di scardinare l’idea di dover attaccare, magari per primi, non sono nelle guerre ma anche nella vita di tutti i giorni. I fatti di Ostia di questi giorni, con l’aggressione ai giornalisti Rai, non sono forse un indizio che questa cultura è radicata e diffusa?».

La sua parrocchia si trova non troppo lontano da Cameri, dove si stanno assemblando i cacciabombardieri F35, che fra l’altro sono in grado di portare e sganciare ordigni nucleari…

«È vero. E tutto succede nel disinteresse generale e nel silenzio della politica, che anzi è complice, perché in fondo vede nella guerra un grande business. Perciò dico che iniziative come quella di questi giorni sono importanti se riescono ad accendere i riflettori su queste zone in ombra e se si trasformano in mobilitazioni, in campagne, in scelte ed azioni concrete».

Il papa alle Ardeatine e a Nettuno: «Non più la guerra»

3 novembre 2017

“il manifesto”
3 novembre 2017

Luca Kocci

Cento anni dopo l’appello di Benedetto XV «ai capi dei popoli belligeranti» che combattevano la prima guerra mondiale a fermare «l’inutile strage», un nuovo grido di pace risuona in mezzo alle croci del cimitero americano di Nettuno con la voce di papa Francesco, che ieri, 2 novembre, vi si è recato in visita: «Non più la guerra. Non più questa strage inutile».

Il pontefice ricorda i morti delle guerre di ieri, troppo spesso mascherati da eroi dalla retorica patriottarda: «Oggi è un giorno di lacrime – dice il papa nell’omelia della messa al cimitero dove sono sepolti 7.861 militari statunitensi morti durante la seconda guerra mondiale, fra lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943 e la battaglia di Anzio dei primi mesi del 1944 –. Lacrime come quelle che sentivano e facevano le donne quando arrivava la posta: “Lei, signora, ha l’onore che suo marito è stato un eroe della Patria; che i suoi figli sono eroi della Patria”. Sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare». Pensa anche alle guerre di oggi: «Non più la guerra. Dobbiamo dirlo oggi, che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra. “Non più, Signore. Non più”. Con la guerra si perde tutto», la guerra è «la distruzione di noi stessi». E denuncia la lezione della storia che «l’umanità non ha imparato» e «sembra che non voglia impararla». «Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra – conclude –, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una “primavera”. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte. Oggi preghiamo per tutti i defunti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti», perché «questo è il frutto della guerra: la morte».

Nel tardo pomeriggio, seconda tappa di questo particolare pellegrinaggio sui luoghi della memoria e della violenza, alle Fosse Ardeatine, dove sono sepolte le 335 vittime della rappresaglia nazista delle Ss di Kappler dopo l’azione militare dei Gap a via Rasella il 23 marzo 1944.

Francesco sosta in una lunga preghiera silenziosa accanto alla lapide che ricorda i partigiani uccisi: «Fummo trucidati in questo luogo perché lottammo contro la tirannide interna, per la libertà e contro lo straniero, per l’indipendenza della Patria. Sognammo un’Italia libera, giusta, democratica. Il nostro sacrificio ed il nostro sangue ne siano la sementa ed il monito per le generazioni che verranno». Depone un fiore sulle prime lapidi del sacrario, «luogo consacrato ai caduti per la libertà e la giustizia» dove dobbiamo «toglierci i calzari dell’egoismo e dell’indifferenza, come ricorda nelle parole pronunciate dopo la preghiera del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. E, prima di far ritorno in Vaticano, firma il Libro d’onore: «Questi sono i frutti della guerra: odio, morte, vendetta».

Papa Francesco e papa Giovanni patrono dell’esercito: chi non corregge acconsente

2 novembre 2017

“Adista”
n. 38, 4 novembre 2017

Luca Kocci

Chi tace acconsente, recita il vecchio adagio. Ma in questo caso si può affermare che chi non corregge acconsente. Il soggetto è papa Francesco, l’oggetto è papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.

Pochi giorni fa, infatti, Francesco ha soavemente rimproverato ma decisamente corretto il card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore di una interpretazione restrittiva del Motu proprio di papa Francesco Magnum Principium, con il quale, in linea con il Concilio Vaticano II, viene aumentata l’autonomia delle Conferenze episcopali nazionali e regionali in merito alle traduzioni liturgiche.

Ma il cardinale ultraconservatore Sarah è lo stesso che il 17 giugno ha firmato il Decreto – lo scorso 12 settembre solennemente consegnato dall’ordinario militare-generale di corpo d’armata mons. Santo Marcianò nelle mani del capo di Stato maggiore Danilo Errico alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti – con cui, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco», san Giovanni XXIII papa viene stabilito «patrono presso Dio dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie n. 32/17).

Su questo aspetto, nonostante il profilo basso mantenuto anche in occasione della memoria liturgica di papa Roncalli (11 ottobre) – quando non c’è stata “l’invasione” di piazza San Pietro da parte di migliaia di militari in divisa come annunciato dall’Ordinariato militare (v. Adista Notizie n. 36/17), papa Francesco non ha detto nulla, tantomeno ha ritenuto di dover “correggere” il card. Sarah.

Eppure in tanti si erano mossi a chiedere al prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di ripensarci e al papa di ordinare il dietrofront per non far indossare la mimetica al papa santo della Pacem in Terris: innanzitutto il movimento Pax Christi, che con il proprio presidente, mons. Giovanni Ricchiuti, ha affermato subito di ritenere «irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in Terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»; poi diciassette vescovi hanno firmato un documento nel quale domandano come può Giovanni XXIII «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione» e chiedono di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie nn. 34 e 36/17); infine centinaia di associazioni, movimenti e singoli cattolici.

A questo punto, nulla essendo accaduto, è fin troppo facile – e, riteniamo, per nulla arbitrario – trarre qualche conclusione. Se Francesco ha corretto il card. Sarah sui testi liturgici, questo significa che un cardinale può essere corretto dal papa, nel momento in cui emana un atto o esprime un parere ritenuto errato o fuori luogo. Il papa però non ha corretto il cardinale sulla decisione di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, pertanto si deduce che papa Francesco condivida pienamente tale scelta. Con buona pace di chi sosteneva – o forse sperava – che Francesco fosse stato scavalcato e che il nuovo patronato, fortemente sponsorizzata dall’Ordinariato militare e dai vertici delle Forze armate, fosse stato stabilito all’insaputa, se non contro, papa Francesco. Ma chi non corregge acconsente

Basta armi nucleari. Tra Kim e Trump ci si mette il papa

31 ottobre 2017

“il manifesto”
31 ottobre 2017

Luca Kocci

Mentre la tensione fra Corea del nord e Stati Uniti resta alta, e Kim Jong-un e Donald Trump paventano il ricorso all’atomica, la Santa sede organizza in Vaticano per il 10-11 novembre un convegno internazionale dal titolo “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” a cui parteciperanno 11 premi Nobel per la pace (fra cui Beatrice Fihn, direttrice dell’Ican, la campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari), i vertici di Onu, Nato e gli ambasciatori di molti Stati, fra cui gli Usa.

«Ma è falso parlare di una mediazione da parte della Santa sede» fra Nord Corea e Stati Uniti, precisa il direttore della sala stampa vaticana, Greg Burke. Del resto la preparazione dell’iniziativa da parte del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale era cominciata ben prima dell’aumento della temperatura fra Pyongyang e Washington ed aveva l’intenzione di sostenere l’adozione, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite (lo scorso 7 luglio con il voto di 122 Paesi), del Trattato sul divieto delle armi nucleari.

Un accordo per la cui firma papa Francesco si era speso direttamente, scrivendo a Elayne Whyte Gómez, che guidava i negoziati. «Se si prendono in considerazione le principali minacce alla pace e alla sicurezza in questo mondo multipolare del XXI secolo, come il terrorismo, i conflitti asimmetrici, le problematiche ambientali, la povertà, non pochi dubbi emergono circa l’inadeguatezza della deterrenza nucleare a rispondere efficacemente a tali sfide», scriveva Francesco. Le preoccupazioni aumentano «quando consideriamo le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari con devastanti effetti indiscriminati e incontrollabili nel tempo e nello spazio», senza considerare «lo spreco di risorse per il nucleare a scopo militare, che potrebbero invece essere utilizzate per priorità più significative, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano». Pertanto, concludeva il papa, «l’obiettivo finale dell’eliminazione totale delle armi nucleari diventa sia una sfida sia un imperativo morale e umanitario».

Quello per il disarmo è un terreno sul quale l’impegno di Francesco è stato sempre netto, senza le contraddizioni che si notano in altri campi. Sabato scorso, all’apertura della Settimana sociale dei cattolici, a Cagliari sul tema del lavoro, ha puntato il dito contro quei «lavori che nutrono le guerre con la costruzione di armi», incassando il sostegno del presidente di Pax Christi, mons. Ricchiuti, che ha ricordato «le fabbriche che proprio qui in Sardegna producono bombe che poi l’Italia vende tranquillamente all’Arabia Saudita impegnata da anni a bombardare lo Yemen. I lavoratori sono in una sorta di ricatto, proprio per la mancanza di lavoro».

Proprio sul fronte italiano, ci sono due iniziative nate dal mondo cattolico di base.

La prima del movimento Noi Siamo Chiesa che ha promosso una lettera aperta al card. Bassetti, presidente della Cei, perché i vescovi – sempre in prima linea sui “valori non negoziabili” – incoraggino i cattolici alla mobilitazione affinché l’Italia firmi il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Onu (il nostro Paese non l’ha votato, allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici, i grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, il Parlamento ne ha discusso «in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse la sua posizione»).

La seconda da parte dei delegati della diocesi di Iglesias alla Settimana sociale (dove ha sede il Comitato riconversione Rwm, la fabbrica che vende le bombe all’Arabia Saudita per la guerra in Yemen) che in una petizione pubblica chiedono al premier Gentiloni, in questi giorni in visita anche in Arabia, che «si adoperi per fermare immediatamente l’invio di quegli ordigni» e «per la riconversione della fabbrica a produzioni civili, con piena salvaguardia dell’occupazione».

La Chiesa italiana si mobiliti per il disarmo nucleare. Cattolici scrivono al card. Bassetti

23 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

La Conferenza episcopale italiana chiami i cattolici alla mobilitazione in favore del Trattato sul divieto delle armi nucleari approvato a luglio dall’Assemblea generale dell’Onu (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/17). Lo chiedono decine di cattolici – molti laici ma anche diversi preti e religiosi – che hanno firmato una lettera indirizzata al card. Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, promossa dal movimento Noi Siamo Chiesa, su una «una questione che interpella nel profondo la nostra coscienza cristiana».

«Sull’umanità tutta, dopo Hiroshima e Nagasaki, incombe il rischio della catastrofe nucleare», si legge nella lettera. Un rischio mai superato, che anzi sta progressivamente generando «assuefazione, passività, e, quasi, dimenticanza». Eppure, «pur non divenendo movimenti di massa, combattive iniziative di contrasto sono continuate in tutto il mondo negli anni, soprattutto da parte di organizzazioni pacifiste e della società civile», a cui si sono uniti anche molti Stati – quelli liberi da armi nucleari – per «pretendere quello che il buonsenso e la ragionevolezza chiedono, cioè la cancellazione dalla storia dell’umanità di questo incubo». Ma la marcia dell’umanità, prosegue la lettera, va in un’altra direzione: «La progressiva riduzione e successiva eliminazione delle armi nucleari, pur prevista dall’art. 6 del Trattato di non proliferazione del 1968, non è quasi mai iniziata. Al contrario, dopo una ben modesta riduzione negli anni ‘90, assistiamo ora a una modernizzazione di queste armi che aumenta la loro potenza nel contesto di un aggravamento continuo delle tensioni di ogni tipo nelle relazioni internazionali».

Il Trattato sul divieto delle armi nucleari adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 7 luglio 2017 con il voto favorevole di 122 Paesi è allora un’importante novità, che potrebbe rilanciare la battaglia anti-atomiche. Prevede infatti l’avvio di «trattative su misure efficaci per la cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare» e vieta la «minaccia d’uso» delle armi atomiche, bocciando così la logica della deterrenza, cioè l’equilibrio del terrore». Ma perché sia giuridicamente vincolante ha bisogno della ratifica di almeno 50 Stati. L’Italia – che detiene armi nucleari, benché di proprietà Usa, nella basi di Ghedi (Bs) e Aviano (Pn) –, denuncia la lettera a Bassetti, non l’ha votato, «senza dare spiegazioni di qualche minima credibilità», ma evidentemente allineandosi alla posizione dei propri alleati atlantici. I grandi mezzi di informazione non ne hanno parlato, e il Parlamento ne ha discusso, «con inaccettabile ritardo, alla fine di luglio in sbrigative sedute di basso livello, senza che il governo motivasse veramente la sua posizione».

«La logica e il potere delle strutture militari fanno ogni resistenza a questo Trattato», che invece – si legge nella lettera – ha incassato il sostegno convinto di papa Francesco, il quale, fra l’altro, ha scritto alla presidente della Conferenza Onu in cui si è discusso del Trattato, Elayne Whyte Gòmez: «Mi auguro che questo Trattato – ha affermato il papa – possa rappresentare anche un passo decisivo nel cammino verso un mondo senza armi nucleari. Sebbene questo sia un obiettivo di lungo periodo estremamente complesso, non è al di fuori della nostra portata». E poi, il 26 luglio, Giornata mondiale dell’Onu per il disarmo nucleare, ha ribadito su twitter: «Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte».

Anche per questo, Noi Siamo Chiesa ha promosso la lettera a Bassetti: «A partire dalla nostra fede – si legge –, ci sentiamo coinvolti in una questione che attiene al senso stesso della nostra civiltà. Che fare? Abbiamo pensato che le nostre parrocchie, le nostre associazioni, i nostri movimenti debbano diventare più consapevoli e poi mobilitarsi perché il nostro Paese non sia più assente. Si tratta di una mobilitazione che può essere condivisa da tutti nel nostro mondo cattolico, può contribuire molto a creare una nuova generale consapevolezza dell’opinione pubblica, coinvolgendo credenti e non credenti e superando gli schieramenti politici. L’obiettivo concreto e immediato è quello di ottenere che la nostra Repubblica, quella dell’articolo11 della Costituzione, partecipi a questo tentativo sulla strada della pace, anzitutto aderendo al Trattato e diventando anche, in tal modo, punto di riferimento per altri paesi in una condizione analoga alla nostra di oggi». Quindi l’appello finale al presidente della Cei: « Caro card. Bassetti, da lei e dai vescovi speriamo e attendiamo un contributo decisivo per un vero movimento d’opinione nel senso che abbiamo proposto. Lo chiede la nostra coscienza che si ispira all’Evangelo».

«Un patto mondiale sulle migrazioni per battere la fame»

17 ottobre 2017

“il manifesto”
17 ottobre 2017

Luca Kocci

La fame non è una «malattia inguaribile» generata da un destino avverso, ma la conseguenza di «conflitti e cambiamenti climatici».

Papa Francesco, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, nell’anniversario della fondazione della Fao (16 ottobre 1945), si reca alla sede romana dell’agenzia Onu per la nutrizione e l’agricoltura, propone la sua analisi (guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e cambiamenti climatici cause della fame e delle migrazioni) e detta la sua ricetta per combattere la malnutrizione: «l’amore che ispira la giustizia» e che dovrebbe essere trasformato in azioni concrete dagli organismi internazionali.

Un discorso che mette a fuoco le cause e che poi propone soluzioni tanto condivisibili quanto generiche. Del resto Francesco parla da pontefice e fa appello alle coscienze.

L’analisi individua le ragioni della fame e delle migrazioni: i «conflitti e i cambiamenti climatici». «Come si possono superare i conflitti?», si chiede papa Francesco. Impegnandosi «per un disarmo graduale e sistematico» e fermando la «funesta piaga del traffico delle armi»: a che serve «denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?».

«Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze», aggiunge Francesco. L’Accordo di Parigi sul clima affronta il problema, ma «alcuni si stanno allontanando». Al presidente Usa Trump saranno fischiate le orecchie. «Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto», prosegue il papa, che auspica «un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi». «Guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile».

L’invito è a «cambiare rotta». Non con le ricette maltusiane («diminuire il numero delle bocche da sfamare» «è una falsa soluzione se si pensa ai modelli di consumo che sprecano tante risorse»), ovviamente irricevibili per la dottrina sociale della Chiesa, ma con un’equa distribuzione delle risorse. Anche se, precisa Francesco, «ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo».

Interviene allora il comandamento evangelico dell’amore, «principio di umanità nel linguaggio delle

relazioni internazionali». «La pietà – aggiunge il papa – si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia». Declinato concretamente significa contribuire a che «ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare», «pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo» (fermando il land grabbing) per «non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario», e quindi emigra dove vede «una speranza di vita», senza che nessuna «barriera» possa fermarlo.

Un mistero la paternità della giornata per “Giovanni XXIII patrono dell’esercito”. E anche un flop

16 ottobre 2017

“Adista”
n. 36, 21 ottobre 2017

Luca Kocci

San Giovanni XXIII è il nuovo patrono dell’Esercito italiano, così perlomeno è stato acclamato nella messa alla chiesa dell’Aracoeli (alle spalle di piazza Venezia e del Vittoriano, a Roma), presieduta dall’ordinario militare-generale di corpo di armata, mons. Santo Marcianò, nel giorno della memoria liturgica di papa Roncalli, l’11 ottobre. Ma la presenza a piazza San Pietro di migliaia di soldati in divisa per l’udienza generale di papa Francesco – annunciata nelle settimane precedenti dall’Ordinariato militare – non c’è stata. Anzi dalla sala stampa della Santa sede dicono che in Vaticano non ne sapevano nulla.

Si sia trattato di una risposta diplomatica per celare l’annullamento di un evento che aveva destato perplessità e proteste da parte di molti o di un dietrofront da parte dei vertici dell’Esercito resta avvolto dalla nebbia. Certo è che l’udienza non c’è stata, e che in piazza, tranne quelle impegnate nella gestione dell’ordine pubblico, non si è vista nemmeno una divisa. Interpellata da Adista, la vice direttrice della Sala stampa della Santa sede, Paloma García Ovejero fa sapere che «non è stata mai prevista una udienza; forse era una proposta, forse una petizione, forse una promessa, oppure si trattava di un saluto, ma non era in agenda». Mons. Angelo Frigerio, vicario generale dell’Ordinariato militare-generale di divisione – che, intervistato da Adista ad inizio settembre, aveva annunciato l’evento (v. Adista Notizie n. 32/17) –, invece è irreperibile dall’11 ottobre. E fonti interne alle Forze armate confermano che i comandanti delle caserme dell’Esercito, soprattutto quelle di Roma e Lazio, erano stati invitati dai superiori a dare la massima disponibilità di uomini e mezzi per partecipare alla grande adunata in piazza San Pietro ma che poi è stata innestata la marcia indietro. «È evidente che il vertice dell’Esercito e l’Ordinariato, dopo le polemiche dei giorni scorsi, hanno preferito evitare di alimentarne altre dando vita all’ennesimo spreco di denaro pubblico», commenta su Agenparl Luca Marco Comellini, segretario del Partito per la tutela dei diritti dei militari e forze di polizia, che aggiunge, sul filo dell’ironia: «La rinuncia alla pacifica invasione del Vaticano dal punto di vista economico (spese per i mezzi di trasporto e indennità per il personale) rappresenta sicuramente un piccolo ma significativo gesto di buona volontà nel mare magnum degli sprechi della Difesa e inaspettatamente dimostra, anche ai più scettici, che quando i generali vogliono, possono e sanno far risparmiare i contribuenti».

Comunque sia andata, in Vaticano, pur confermando il Decreto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti del card. Robert Sarah che stabilisce «San Giovanni XXIII patrono presso Dio dell’Esercito italiano», hanno mantenuto un profilo basso, segno evidente dell’imbarazzo per una scelta contestata anche da molti vescovi (v. Adista Notizie n. 34/17). Papa Francesco, nei saluti in lingua italiana al termine dell’udienza in piazza San Pietro, si è limitato a ricordare «San Giovanni XXIII, di cui oggi ricorre la memoria liturgica», senza fare alcun cenno al nuovo patronato. E poi ha affidato un tweet a @Pontifex: «Come san Giovanni XXIII, che ricordiamo oggi, diamo testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio e della sua misericordia». La Conferenza episcopale, con il segretario generale, mons. Nunzio Galantino, pur riconoscendo la legittimità della decisione della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti («Abbiamo dato un patrono agli schermitori, ai macellai… non capisco perché la gente che porta la divisa non possa pregare Giovanni XXIII»), ha fatto intendere di non essere stata nemmeno interpellata: «La Conferenza episcopale italiana non è stata assolutamente coinvolta in questo tipo di pronunciamento e decisione» (v. Adista Notizie n. 35/17).

Al contrario crescono i consensi sull’appello di Pax Christi critico nei confronti di papa Giovanni patrono dell’Esercito. Ai quattordici vescovi che già l’avevano sottoscritto, se ne sono aggiunti altri tre: mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta), mons. Francesco Savino (vescovo di Cassano allo Jonio) e mons. Antonio De Luca (vescovo di Teggiano Policastro). Appello che però non ha avuto alcuna risposta e a cui Pax Christi sta cercando di capire se come dare seguito

Anche 14 vescovi nell’appello al card. Sarah: Giovanni XXIII sia patrono della nonviolenza

11 ottobre 2017

“Adista”
n. 34, 7 ottobre 2017

Luca Kocci

Come può Giovanni XXIII, il papa della Pacem in Terris, «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?». Vi chiediamo di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Quattordici vescovi e molte personalità del mondo cattolico chiedono alla Santa sede di annullare il decreto con il quale l’ultraconservatore card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione vaticana per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, ha stabilito papa Giovanni come santo patrono dell’Esercito italiano (v. Adista notizie n. 32/17).

L’iniziativa è di Pax Christi che, dopo aver manifestato a caldo con il suo presidente mons. Giovanni Ricchiuti una forte contrarietà alla decisione vaticana («Mi sembra irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»), promuove ora una lettera aperta indirizzata al card. Sarah e al presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, raccoglie l’adesione di ben quattordici vescovi: oltre a Ricchiuti (vescovo di Altamura) hanno firmato mons. Luigi Bettazzi (vescovo emerito di Ivrea, già presidente nazionale e internazionale di Pax Christi), mons. Kevin Dowling, (vescovo di Rustenburg, Sudafrica, co-presidente di Pax Christi International), mons. Antonio J. Ledesma (arcivescovo di Cagayan de Oro, Filippine, presidente di Pax Christi Filippine), mons. Tommaso Valentinetti (arcivescovo di Pescara Penne, già presidente nazionale di Pax Christi), mons. Domenico Mogavero (vescovo di Mazara del Vallo, Tp), mons. Calogero Marino (vescovo di Savona), mons. Giorgio Biguzzi (vescovo emerito di Makeni, Sierra Leone), mons. Francesco Alfano (arcivescovo di Sorrento-Castellammare di Stabia), mons. Antonio Napolioni (vescovo di Cremona), mons. Marco Arnolfo (arcivescovo di Vercelli), mons. Francesco Ravinale (vescovo di Asti), mons. Domenico Cornacchia (vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi), mons. Roberto Filippini (vescovo di Pescia). E poi autorevoli personalità del mondo cattolico: Rosalba Poli e Andrea Goller (responsabili del ‘Movimento dei Focolari Italia), Cristina Simonelli (presidente del Coordinamento teologhe italiane), p. Mario Menin (direttore di Missione Oggi), p. Efrem Tresoldi (direttore di Nigrizia), p. Alex Zanotelli (direttore di Mosaico di pace), suor Paola Moggi (direttrice di Combonifem), p. Giovanni Munari (superiore provinciale dei Missionari comboniani in Italia), don Tonio Dell’Olio (presidente Pro Civitate Christiana), la Comunità monastica di Bose, Gianni Novello (fraternità di Romena), lo storico Alberto Melloni, il magistrato Nicola Colaianni, don Giuseppe Ruggeri, don Luigi Ciotti, don Virginio Colmegna, don Giovanni Nicolini, don Pierluigi di Piazza, don Giacomo Panizza, don Bruno Bignami (presidente della Fondazione don Primo Mazzolari e postulatore della causa di canonizzazione del parroco di Bozzolo) e altri ancora.

«Noi, donne e uomini che crediamo nella costruzione della pace con mezzi di pace, intendiamo manifestarvi il nostro profondo disappunto di fronte alla dichiarazione di san Giovanni XXIII, papa, quale “patrono presso Dio dell’Esercito italiano”», si legge nella lettera aperta. «Siamo infatti convinti che la vita e le opere del santo papa non possano essere associate alle Forze armate. Come può proprio lui, il papa della Pacem in Terris, il papa del Concilio Vaticano II e delle genti, l’uomo del dialogo proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione?», si chiedono i firmatari della lettera al card. Sarah. «È stato affermato che papa Roncalli è stato scelto quale patrono dell’esercito perché, giovane prete, era stato cappellano militare durante la prima guerra mondiale e perché, da nunzio apostolico, visitò spesso gruppi di militari e perché, da pontefice, ricordò come “indimenticabile” il suo servizio pastorale nell’esercito. Ci sembra che una tale giustificazione sia alquanto debole e rischi di tirare il “papa buono” per la talare a scopi impropri, dimenticando l’evoluzione umana e spirituale che ha fatto di questo pastore da oltre mezzo secolo l’emblema della pace e del rifiuto della guerra per credenti e non credenti. Né si può dimenticare che egli contribuì in maniera del tutto singolare a scongiurare il pericolo di un conflitto mondiale, mediando tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica per superare la crisi dei missili a Cuba».

Non sono questi i patroni che servono, si legge nella lettera. «In un mondo segnato da una “terza guerra mondiale a pezzi”, da un aumento vertiginoso delle spese militari, da nuovi muri che si innalzano tra popoli e frontiere, la nostra Chiesa non ha bisogno di santi che proteggano gli eserciti quanto piuttosto di valorizzare il senso e l’amore per la pace, quella disarmata, fondata sulla verità, sulla giustizia, sulla libertà, sull’amore, come ci ricorda la Pacem in Terris, i cui insegnamenti risultano di una profetica attualità. Noi riteniamo – proseguono i firmatari – che la pace vada costruita con strumenti di pace e non di guerra, di morte e di distruzione. Se, come scrisse proprio papa Roncalli nella Pacem in Terris, la guerra è “alienum a ratione”, come è possibile al tempo stesso che lo stesso Roncalli sia invocato quale protettore dell’esercito? A noi sembra fin troppo evidente la contraddizione! E se, come ci invita la Gaudium et spes, siamo obbligati “a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova”, non possiamo che ripetere con papa Francesco che solo la nonviolenza è la strada maestra per la risoluzione dei conflitti».

Alla luce di tutto ciò, concludono i sottoscrittori della lettera, «ci associamo ad una vasta parte del mondo cattolico nel chiedervi di rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano». Piuttosto la figura e l’esempio di papa Roncalli siano «proposti a protezione di quanti, credenti e non, si adoperano per un’umanità libera da eserciti (Caschi bianchi, Corpi civili di pace, operatori umanitari…) e sono impegnati con lo strumento della nonviolenza attiva nel disinnescare e risolvere i conflitti. La proclamazione di san Giovanni XXIII patrono della nonviolenza attiva sarebbe una scelta profetica per quanti si adoperano concretamente per la pace in un mondo minacciato da guerre e dalla corsa al riarmo».

La protesta del mondo cattolico cresce quindi, in vista del prossimo 11 ottobre, memoria liturgica di san Giovanni XXIII, quando a san Pietro Roncalli sarà proclamato per la prima volta patrono dell’esercito, davanti a settemila militari, ricevuti in udienza dal papa. Adista apprende che il card. Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, che dovrebbe presiedere l’eucaristia, probabilmente non ci sarà. Un indizio di una frenata da parte della Santa sede? Forse. Intanto in molti sperano che lo stesso papa Francesco, o qualcun altro in Vaticano, ordini il dietrofront

 

 

Verso gli altari don Primo Mazzolari, «tromba dello Spirito Santo»

30 settembre 2017

“Adista”
n. 33, 30 settembre 2017

Luca Kocci

Ha preso ufficialmente il via il processo di canonizzazione di don Primo Mazzolari. Lo scorso 8 settembre il vescovo di Cremona, mons. Antonio Napolioni, ha firmato il decreto («Io Antonio Napolioni (…) convinto del fondamento solido della causa e che non esistono ostacoli perentori contro la stessa, come consta dal nihil obstat della Congregazione delle Cause dei Santi del 26 marzo 2015 (…), in virtù delle mie facoltà ordinarie: decreto l’introduzione della causa di Canonizzazione del servo di Dio don Primo Mazzolari ed ordino che si apra il processo sulla vita, virtù e fama di santità»); e il 18 settembre i membri del Tribunale diocesano hanno prestato giuramento in cattedrale.

Nato a Cremona nel 1890, ordinato presbitero nel 1912, conquistato alla causa dell’interventismo democratico, Mazzolari nel 1915 si arruolò come volontario nella prima guerra mondiale e poi divenne cappellano militare. Ma, concluso il conflitto, rinnegò profondamente quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante la guerra. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze».

Parroco prima a Cicognara (1921-1932) e poi a Bozzolo (fino alla sua morte, nel 1959), fu un antifascista militante: nel 1925 fu denunciato dai fascisti per essersi rifiutato di cantare il Te Deum dopo il fallito attentato a Mussolini da parte di Tito Zaniboni; e nell’agosto del 1931 i fascisti gli spararono tre colpi di rivoltella che tuttavia non lo colpirono. Poi partecipò attivamente alla Resistenza, fu arrestato e poi entrò in clandestinità, fino alla Liberazione del 25 aprile 1945. Credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nel 1949 fondò il quindicinale Adesso, del quale fu direttore, attirando su di sé le censure delle gerarchie ecclesiastiche, che ordinarono la chiusura del giornale e imposero a Mazzolari varie restrizioni: divieto di predicare fuori diocesi senza autorizzazione e di pubblicare articoli senza una preventiva revisione dell’autorità ecclesiastica. Convinto nonviolento, nel 1955 pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica – che comunque ordinerà di ritirare il libro –, che contiene un duro attacco alla dottrina della guerra giusta.

Sempre messo ai margini, ottenne un “risarcimento” poco prima di morire e poi post mortem: nel novembre del 1957 l’allora arcivescovo di Milano, Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI, lo chiamò a predicare nella propria diocesi; nel febbraio del 1959 Giovanni XXIII lo ricevette in udienza privata e lo salutò pubblicamente chiamandolo «tromba dello Spirito Santo in terra mantovana». Nello scorso mese di giugno papa Francesco si è recato in pellegrinaggio a Bozzolo per pregare sulla sua tomba (e poi a Barbiana su quella di don Lorenzo Milani). Anche per questo il cammino verso la canonizzazione (postulatore è don Bruno Bignami (storico e presidente della Fondazione Mazzolari) pare in discesa.