Archive for the ‘chiesa e guerra’ Category

Pax Christi ai candidati alle elezioni: siete per il disarmo o no?

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Cari candidato, cara candidata al Parlamento, sei a favore del disarmo e della riconversione dell’industria armiera oppure ritieni che produzione e commercio delle armi siano attività economiche da valorizzare e da implementare?

È questa la domanda che Pax Christi intende rivolgere ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo. Dalle risposte che arriveranno – o che non arriveranno – si potranno ricevere preziose indicazioni di voto.

Il punto di partenza sono le parole pronunciate da papa Francesco al Cairo, in Egitto, lo scorso 28 aprile 2017: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace (…) è fondamentale bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali».

È sulla base di questo appello che il Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi alla Casa della pace di  Firenze il 20 e 21 gennaio, a Firenze ha discusso ed approvato un documento da sottoporre a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche, ai quali sarà chiesto di esprimersi pubblicamente in merito.

Agli aspiranti deputati e senatori si chiede in particolare che l’Italia aderisca al trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari; la sospensione della partecipazione italiana al programma di produzione ed acquisto dei caccia bombardieri F35, capaci di portare e di guidare da remoto le nuovissime bombe atomiche B61-12; la riconversione sociale delle spese militari e dell’industria bellica, a partire dalla Rwm di Domusnovas in Sardegna, che produce le bombe vendute all’Arabia Saudita e da essa usate sulla inerme popolazione yemenita. Si chiede inoltre la rigorosa applicazione delle legge 185/90 sul commercio delle armi ed il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali svolte al di fuori delle risoluzioni dell’Onu, a cominciare dall’ultima appena approvata, quella in Niger.

Nelle prossime settimane, quando arriveranno le risposte, si capirà meglio l’orientamento dei candidati. Intanto, qualche che sarà il nuovo Parlamento che uscirà dalle urne del 4 marzo, il Consiglio nazionale di Pax Christi «auspica che possa continuare e crescere l’impegno di un gruppo interparlamentare per la pace che promuova anche azioni di pressione per far uscire l’Italia dalla Nato, per una riforma dell’Europa ed un rafforzamento dell’Onu al fine di garantire la pace e la giustizia nel rispetto del diritto internazionale».

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“Rivoluzione” Bergoglio

29 dicembre 2017

“il manifesto”
29 dicembre 2017

Luca Kocci

Quasi alla fine del quinto anno di pontificato (13 marzo 2018), la “rivoluzione” di Francesco continua a dividere mondo cattolico, osservatori laici e stampa.

Gli ultrà del papa argentino la evocano ogni giorno, anche in questo 2017 appena concluso, trasformando ogni gesto di Francesco, compreso il più innocuo, in rivoluzionario. Gli oppositori, specularmente, gridano alla rivoluzione, ma con timore e terrore, denunciando ogni atto come eversivo del bimillenario ordine costituito, capace di far naufragare la barca di Pietro nel mare tempestoso del relativismo, del terzomondismo, addirittura del comunismo. Poi c’è la narrazione della rivoluzione mancata – particolarmente di successo in un anno in cui i numeri 3 e 4 della gerarchia della Santa sede (il card. Müller, fino a luglio custode dell’ortodossia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il card. Pell, superministro dell’economia di Oltretevere, da giugno in Australia a difendersi dalle accuse di pedofilia), insieme al revisore generale dei conti del Vaticano (Libero Milone, a giugno) e al vicedirettore dello Ior (Giulio Mattietti, a novembre) sono stati allontanati dai Sacri palazzi – perché ostacolata dalla Curia cattiva, rafforzata dalle parole di papa Francesco ai cardinali per gli auguri di Natale: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».

Ma quale rivoluzione? In realtà non è mai stata all’ordine del giorno, se alla parola assegniamo l’autentico significato di mutamento radicale delle strutture. Le riforme sì. Più decise quelle finanziarie (ma in ordine a trasparenza e legalità, non alla povertà), più modeste quelle curiali (accorpamento di dicasteri) e liturgiche (autonomia alle Conferenze episcopali nazionali per la traduzione dei testi), senza intaccare la dottrina.

Tuttavia sono cambiate la percezione e la prassi, con il lento spostamento dal primato della Verità (i “principi non negoziabili”, non archiviati ma collocati in seconda linea) alla centralità delle questioni sociali (migranti, ambiente, disarmo). Per la Chiesa cattolica non è poco.

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione? Probabilmente no. I nodi da affrontare, scogliere e tagliare ci sarebbero, ma resteranno lì, temperati dalla pastorale di misericordia. Gli scontri, mediatici e non, continueranno. E la barca di Pietro proseguirà la propria navigazione.

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».

Fu «inutile strage»? L’“Osservatore Romano” pubblica lo storico Menozzi su Benedetto XV

19 dicembre 2017

“Adista”
n. 43, 16 dicembre 2017

Nel centenario della Lettera di papa Benedetto XV ai «capi di popoli belligeranti» che stavano combattendo la prima guerra mondiale (1 agosto 1917) – nella quale è contenuta la definizione del conflitto in corso come «inutile strage» –, L’Osservatore Romano pubblica (29/11) un ampio articolo (in realtà la parte di una relazione ad un convegno) di Daniele Menozzi sulle categorie interpretative della grande guerra.

Una scelta che evidenzia il riposizionamento del quotidiano della Santa sede, in particolare sul tema della pace e della guerra, anche in conseguenza del pontificato di Francesco. Infatti Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Scuola normale superiore di Pisa (dopo diversi anni trascorsi alla Fondazione per le scienze religiose di Bologna, fondata da Giuseppe Dossetti), studioso rigoroso del papato, non è certamente catalogabile fra gli storici aprioristicamente allineati alle posizioni vaticane. Inoltre l’articolo offre un ritratto non apologetico ma complesso di Benedetto XV, non riducibile alla formula decontestualizzata della «inutile strage» – trasformata il slogan –, evidenzia le innovazioni ma anche i residui del passato di papa della Chiesa. Il quale, scrive Menozzi, resta saldamente ancorato all’intransigentismo ottocentesco, che «indicava nel ritorno alla società cristiana medievale la via con cui il mondo moderno avrebbe potuto risolvere tutti i suoi mali», fra cui la guerra. «La proposta del ritorno al regime di cristianità trovava infatti uno degli elementi centrali nella mitica convinzione che, nella ierocratica società medievale, il papa aveva fruito del potere di sciogliere in via autoritativa i conflitti tra i popoli, garantendo così una pacifica convivenza internazionale», prosegue. E «agli occhi del cattolicesimo intransigente l’assunzione da parte del papato di un ruolo arbitrale nella comunità internazionale non rappresentava l’ideologico vagheggiamento di un’anacronistica nostalgia medievalistica; costituiva invece la concreta proposta con cui il papato (…) si reinseriva, dopo l’isolamento dell’età di Pio IX, nel concerto internazionale del mondo contemporaneo».

Per leggere correttamente la Lettera di Benedetto XV, è fondamentale comprendere il contesto del conflitto in corso. «Sul versante degli Imperi centrali», speiga Menozzi, «non solo l’imperatore austriaco Carlo I aveva stemperato le rigidità del predecessore, Francesco Giuseppe, verso ogni concessione all’Italia. Anche l’assunzione del cancellierato tedesco da parte del moderato Georg Michaelis offriva l’opportunità di dare seguito alla mozione di pace votata dal Reichstag il 19 luglio. Sul fronte opposto (quello della Triplice intesa, n.d.r.) l’annuncio di una conferenza, prevista a Londra intorno al 10 agosto, di tutti i governanti dei Paesi aderenti all’Intesa, forniva l’occasione per accordi rapidi e diretti». Inoltre «in entrambi gli schieramenti, i comandi militari registravano la stanchezza dei soldati per un confronto bellico che, ormai ristagnante da anni negli scontri di trincea, pareva non avere altri sbocchi che distruzioni, rovine e morte. Crescenti erano poi le inquietudini delle autorità civili per la tenuta dell’ordine interno. L’insofferenza delle popolazioni, che ormai ovunque dovevano fare i conti con una drammatica scarsezza di generi alimentari, poteva sfociare nell’inverno del quarto anno di guerra in una crisi sociale, che la propaganda eversiva dei circoli socialisti rivoluzionari avrebbe saputo sfruttare».

A dare un’ulteriore spinta al papa probabilmente contribuiva anche un’iniziativa congiunta di alcuni vescovi luterani del nord Europa che si offrivano come «intermediari» fra le nazioni. E «ovviamente Roma – nota Menozzi –, che proclamava il proprio ruolo primaziale sulla cristianità, non poteva assistere passivamente a una iniziativa di pacificazione promossa dalle Chiese separate». Senza contare l’attivismo del presidente Usa Woodrow Wilson che, prospettando una «pace senza vittoria», «aveva specificato le regole politiche, ma anche morali, cui avrebbero dovuto attenersi le relazioni internazionali»., conquistando così una leadership morale di primo piano.

Il papa non poteva restare a guardare, e così Benedetto XV operò «una specifica costruzione di senso in ordine alla guerra da poco scoppiata», ricordando «ai fedeli, ma più generalmente a tutti uomini del suo tempo, che, in quanto castigo per l’allontanamento della società moderna dalle norme cristiane, essa poteva essere superata nella misura in cui si abbandonavano i peccati che l’avevano prodotta. Tra questi

assumeva un ruolo centrale il peccato della modernità: l’indipendenza dalla Chiesa nell’organizzazione del consorzio civile. In tal modo il conflitto, pur continuando a mantenere una connotazione negativa, appariva anche come una possibile via di restaurazione di quella pacifica civiltà cristiana che trovava il suo referente ideale in un regime di cristianità a direzione pontificia. I sacrifici e le sofferenze, imposte da una guerra frutto dell’apostasia del mondo moderno, diventavano intellegibili e giustificabili nella prospettiva della ricostruzione di un ordinamento cristiano del consorzio civile».

Tuttavia, puntualizza Menozzi, «sarebbe riduttivo restringere la lettura soltanto a questo aspetto». La Lettera, infatti, delinea anche «i principi di tipo politico-morale che avrebbero dovuto garantire una pace duratura»: il «disarmo», «l’istituzione dell’arbitrato per la soluzione delle controversie tra gli Stati» e «la definizione dei futuri assetti europei sulla base del criterio delle aspirazioni dei popoli, in luogo del più ristretto principio di nazionalità, in modo da prevedere anche stati multietnici».

Qui compare il punto chiave della «inutile strage». L’espressione, spiega Menozzi, è usata «per mostrare che Benedetto XV anticipò, profeticamente, la posizione che attualmente vede la corretta risposta cattolica alla guerra nel metodo della non-violenza». Ma, anche in questo caso le cose sono complesse, per comprenderne il reale significato storico, occorre partire da una adeguata ricostruzione della linea adottata da Benedetto XV in ordine alla questione della pace e della guerra. «Il papa – aggiunge – aveva da subito prospettato come criterio per l’orientamento dei fedeli quel principio fondamentale della teologia della guerra giusta che si suole chiamare principio di presunzione. Si presumeva infatti che solo i governanti avessero le informazioni necessarie per poter stabilire se, in seguito a una violazione della giustizia nelle relazioni internazionali, fosse necessario o meno il ricorso alla violenza bellica per ristabilirla. Ne derivava un corollario fondamentale. Una volta che essi avessero deciso di iniziare una guerra, un solo comportamento era moralmente lecito ai cattolici: la diligente sottomissione agli ordini dell’autorità. Infatti attraverso l’esercizio della virtù dell’obbedienza, essi potevano acquisire meriti in vista del bene primario che erano tenuti a perseguire, la salvezza ultraterrena». E questo consentiva a Benedetto XV di governare «una Chiesa universale in cui le Chiese nazionali erano fortemente coinvolte nel sostegno dello sforzo bellico dei rispettivi Paesi». Tale dottrina, infatti, «permetteva ai cattolici dei due schieramenti di darsi reciprocamente la morte senza mettere in questione l’unità cattolica di cui il pontefice era custode. Inoltre anche per questa via il papa poteva combattere l’infiltrazione nel mondo cattolico delle letture nazionalistiche della guerra che la presentavano come una crociata in cui la morte per la patria era dipinta come un martirio in grado di permettere l’accesso automatico alla vita eterna. Ricondurre l’impegno bellico del credente a un mero dovere di obbedienza, secondo gli schemi della teologia della guerra giusta, evitava pericolosi scivolamenti verso la divinizzazione della nazione e l’esaltazione del martirio per la patria».

«Bandire l’atomica, aprire le frontiere»

30 novembre 2017

“il manifesto”
30 novembre 2017

Luca Kocci

Appello ad una nuova resistenza contro chi minaccia di distruggere il pianeta e la convivenza fra i popoli, con due impegni prioritari: lottare perché gli Stati firmino il Trattato Onu per l’interdizione delle armi atomiche e perché sia attuato lo ius migrandi, ovvero «il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita».

Lo chiedono quattro premi Nobel per la pace: Adolfo Perez Esquivel (difensore dei diritti umani negli anni della dittatura militare in Argentina), Shirin Ebady (leader nella lotta per i diritti delle donne e delle bambine in Iran), Jodi Williams (promotrice abolizione mine antiuomo, presidente del Nobel Women’s Initiative) e Mairead Corrigan-Maguire (fondatrice con Betti Williams del Northern Ireland Peace Movement). E lo chiedono giuristi (Luigi Ferrajoli, Lorenza Carlassare, Ugo Mattei, Paolo Maddalena), uomini e donne di Chiesa che si richiamano al magistero di papa Francesco (il card. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli), attivisti per la giustizia e la pace (Luisa Morgantini, Riccardo Petrella, Giorgio Nebbia), artisti (Fiorella Mannoia, Moni Ovadia) e altri ancora.

Il documento (“Per un mondo non genocida, patria di tutti patria dei poveri”) è stato presentato ieri alla Camera dei deputati, in una conferenza stampa con Domenico Gallo, Raniero La Valle ed Enrico Calamai, lo “Schlinder argentino”, ex console italiano nell’Argentina dei generali.

Nel 1948 gli Stati adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Ma oggi si ragiona e si governa «come se quella scelta non ci fosse stata», si legge nell’appello. «Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Usa significa ammettere come ipotesi il genocidio; pretendere di  rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come danno collaterale è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè  genocida; incendiare il clima e devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio».

Una situazione che, spiegano i promotori, rende attuale quello che san Paolo descriveva come «il mistero dell’anomia», cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere di mettersi al di sopra di tutto. All’epoca si annunciava «una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione». Oggi quella resistenza va rilanciata.

Anche chiuse nelle loro stive, le armi nucleari uccidono. Il papa incontra i Nobel per la Pace

25 novembre 2017

“Adista”
n. 40, 25 novembre 2017

Luca Kocci

«Il solo modo per assicurare una pace mondiale sostenibile e per impedire che le armi nucleari si diffondano e vengano usate è abolirle». Così hanno scritto nel documento che hanno consegnato a papa Francesco gli 11 premi Nobel che, il 10-11 novembre, hanno preso parte al simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale guidato dal card. Peter Turkson, a cui hanno partecipato circa 350 rappresentanti di associazioni e movimenti di tutto il mondo. «Sarà il lavoro costante di questi settori – scrivono i Nobel – ad aprire il cammino perché gli Stati dotati di armi nucleari finalmente abbandonino tali armi, capaci di cancellare la vita così come la conosciamo in un battere di ciglia. Non sarà un compito facile, ma è possibile».

L’iniziativa vaticana parte da quando all’Onu, la scorsa primavera, si sono aperti i negoziati per il Trattato sul divieto delle armi nucleari, poi adottato dall’Assemblea generale il 7 luglio (v. Adista Notizie nn. 12 e 14/17), con il voto favorevole di 122 Paesi, fra i quali non ci sono né l’Italia né gli altri aderenti alla Nato. «Perché l’Italia non ha firmato? Forse perché fa parte della Nato?», ha chiesto mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi, associazione presente al simposio.

Il papa ha pronunciato un denso discorso a favore del disarmo, con barlumi di speranza, ma intriso di «un fosco pessimismo»: «Le prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale appaiono sempre più remote»; «i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani». Pessimismo che diventa «inquietudine» se si considerano «le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari».

La condanna delle armi da parte del pontefice è netta: sia della «minaccia del loro uso», sia del semplice «possesso», «la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali – ha aggiunto – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza». In questo senso le vittime – sono intervenuti anche alcuni hibakusha, le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki – rappresentano «voci profetiche», di «monito soprattutto per le nuove generazioni!». Ma «gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare».

Nel fallimento nel Diritto internazionale, le uniche «luci di speranza» sembrano allora essere rappresentate dalla firma del Trattato Onu, che «ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra». «È stato così colmato – ha sottolineato – un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali». Un piccolo segnale ma importante secondo il pontefice, che «può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa».

«Non voglio sapere quante migliaia siano le armi nucleari, ma sono certo che siano più che sufficienti per distruggere questo mondo tantissime volte. È una forma estrema di pazzia», ha detto il “banchiere dei poveri” Muhammad Yunus, fondatore della Grameen Bank e premio Nobel per la pace nel 2006. «Occorre rimuovere le cause strutturali della povertà, e gli armamenti sono una di queste – ha aggiunto –. La povertà è stata creata dal sistema che abbiamo costruito intorno a noi».

«Questo simposio ha una grande importanza», spiega ad Adista don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi. «È una nuova tappa della campagna per il disarmo nucleare che unisce laici e cattolici e può contribuire a smuovere anche le comunità cristiane, tanto più che nella Chiesa l’idea del disarmo totale non è poi così scontata: esistono ancora residui della vecchia dottrina della guerra giusta. Ma bisognerà evitare che resti una mera occasione celebrativa da consegnare agli archivi, trasformando le discussioni e le analisi di questi giorni in mobilitazione sociale, anche nelle parrocchie e nelle comunità cattoliche. Su questo fronte, la Chiesa non può essere timida».

 

Papa Francesco: «Illegali, immorali e illogiche: abolite le armi nucleari»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«Illegali, immorali, illogiche: vanno abolite». Sono le armi nucleari secondo papa Francesco, i premi Nobel per la pace e gli esponenti delle associazioni pacifiste, riuniti ieri e oggi in Vaticano per il simposio internazionale “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale”.

Un appuntamento inedito per la Santa sede – è la prima volta che si parla di disarmo nei sacri palazzi insieme a molti soggetti della società civile anche esterni al mondo cattolico –, promosso dal Dicastero vaticano per il servizio dello sviluppo umano integrale, che incidentalmente capita nel mezzo delle tensioni fra Corea del Nord e Usa. Ma è un’azione di mediazione del Vaticano fra Pyongyang e Washington, anche se il card. Peter Turkson, prefetto del Dicastero per lo sviluppo umano integrale, non la esclude: «Stiamo parlando con alcuni membri della Conferenza episcopale coreana (del sud) per vedere come si può entrare in contatto con il regime della Corea del Nord. Non so se ci riusciremo, ma ci stiamo provando», ha rivelato aprendo i lavori del simposio.

L’iniziativa di questi giorni parte da lontano. Da quando all’Onu, nella scorsa primavera, si sono aperti i negoziati per il Trattato sul divieto delle armi nucleari, poi adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 7 luglio, con il voto favorevole di 122 Paesi, fra i quali non c’è l’Italia né gli altri aderenti alla Nato, la cui vice-segretaria generale, Rose Gottemoeller, partecipa al convegno in Vaticano. «Perché l’Italia non ha firmato? Forse perché fa parte della Nato?», ha chiesto provocatoriamente mons. Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi.

Ieri c’è stato l’intervento di papa Francesco, che ha ricevuto in udienza i 350 partecipanti al simposio e ha pronunciato un denso discorso a favore del disarmo, con barlumi di speranza, ma intriso di «un fosco pessimismo», dal momento che «le prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale appaiono sempre più remote».

«La spirale della corsa agli armamenti non conosce sosta», ha detto il papa, e «i costi di ammodernamento e sviluppo delle armi, non solo nucleari, rappresentano una considerevole voce di spesa per le nazioni, al punto da dover mettere in secondo piano le priorità reali dell’umanità sofferente: la lotta contro la povertà, la promozione della pace, la realizzazione di progetti educativi, ecologici e sanitari e lo sviluppo dei diritti umani». Pessimismo che diventa «inquietudine» se si considerano «le catastrofiche conseguenze umanitarie e ambientali che derivano da qualsiasi utilizzo degli ordigni nucleari» e i rischi «di una detonazione accidentale».

La condanna delle armi da parte del pontefice è netta: sia della «minaccia del loro uso», sia del semplice «possesso», «la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano. Le relazioni internazionali – ha aggiunto – non possono essere dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici. Le armi di distruzione di massa, in particolare quelle atomiche, altro non generano che un ingannevole senso di sicurezza e non possono costituire la base della pacifica convivenza fra i membri della famiglia umana». In questo senso le vittime – sono presenti alcuni hibakusha, le persone colpite dalle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki – rappresentano «voci profetiche», di «monito soprattutto per le nuove generazioni!». Ma «gli armamenti che hanno come effetto la distruzione del genere umano sono persino illogici sul piano militare», ha ammonito Francesco, facendo tornare alla mente le parole della Pacem in Terris di Giovanni XXIII (la guerra «alienum a ratione», estranea alla ragione), che però egli stesso ha consentito fosse recentemente nominato santo patrono dell’Esercito italiano: contraddizioni di un pontificato non facile da decifrare.

Nel fallimento nel diritto internazionale (incapace di impedire «che nuovi Stati si aggiungessero alla cerchia dei possessori di armi atomiche»), le uniche «luci di speranza» sembrano allora essere rappresentate dalla firma del Trattato Onu, che «ha stabilito che le armi nucleari non sono solamente immorali ma devono anche considerarsi un illegittimo strumento di guerra». «È stato così colmato – ha sottolineato papa Francesco – un vuoto giuridico importante, giacché le armi chimiche, quelle biologiche, le mine antiuomo e le bombe a grappolo sono tutti armamenti espressamente proibiti attraverso Convenzioni internazionali». Un piccolo segnale ma importante secondo il pontefice, che «può rendere attuabile l’utopia di un mondo privo di micidiali strumenti di offesa, nonostante la critica di coloro che ritengono idealistici i processi di smantellamento degli arsenali».

I lavori sono andati avanti tutto il giorno. Fra gli altri sono intervenuti Muhammad Yunus (fondatore della Grameen Bank), che ha sottolineato come occorra rimuovere le «cause strutturali della povertà» e come gli armamenti siano una di queste cause strutturali; Jody Williams (presidente del Nobel women’s initiative), «indignata di fronte alle enormi spese militari e per gli armamenti»; Adolfo Pérez Esquivel, che ha parlato del «dialogo tra i popoli e delle prospettive per il disarmo»; Beatrice Fihn, direttrice esecutiva della Campagna internazionale per la messa al bando delle armi nucleari (Ican), che ha spiegato come si è giunti all’adozione del Trattato e le prospettive future. E cinque premi Nobel per la pace (El Baradei, Maguire, Pérez Esquivel, Williams e Yunus) hanno redatto e consegnato al papa un documento in cui auspicano che sia «il lavoro coordinato della società civile, delle comunità religiose, delle organizzazioni internazionali ad aprire la strada affinché gli Stati abbandonino queste armi, capaci nello spazio di un attimo di far scomparire la vita. L’unico modo di garantire la pace mondiale e di prevenire la diffusione delle armi nucleari è abolirle. Non sarà facile, ma è possibile».

«Una nuova tappa della lotta laica e cattolica per il disarmo»

11 novembre 2017

“il manifesto”
11 novembre 2017

Luca Kocci

«L’idea del disarmo totale non è scontata nemmeno nella Chiesa cattolica, dove esiste ancora qualche residuo della vecchia dottrina della guerra giusta. Quindi questo convegno che si svolge in Vaticano e a cui prende parte anche papa Francesco ha un valore doppio: è una tappa ulteriore della lotta collettiva per il disarmo nucleare che unisce laici e cattolici e può contribuire a smuovere anche le comunità cristiane».

È il giudizio di don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi Italia, sul simposio sul disarmo che si sta svolgendo in Vaticano a cui sta partecipando insieme ad altri dirigenti del movimento cattolico internazionale per la pace e a 350 esponenti di organizzazioni e associazioni di tutto il mondo.

Don Sacco, questo convegno è davvero così importante?

«Direi proprio di sì, perché cade in un momento storico particolare, con i nuovi venti di guerra che spirano nel mondo, e perché non è estemporaneo ma frutto di un percorso che dura da tempo. Certo poi bisognerà fare in modo che non resti una mera occasione celebrativa da consegnare agli archivi».

E come si fa ad evitarlo?

«Facendo uscire da queste stanze i contenuti che qui si stanno discutendo e trasformandoli in mobilitazione sociale e, per quanto riguarda la Chiesa cattolica, in azioni culturali ed educative verso i cittadini».

Anche verso il governo italiano che ha deciso, senza nemmeno dare spiegazioni, di non firmare il Trattato Onu sul divieto delle armi nucleari?

«Certamente. Il nostro Paese non ha firmato perché fa parte della Nato, e ovviamente la Nato ha bloccato qualsiasi adesione. Del resto siamo anche noi uno Stato nucleare: ormai si sa che in Italia sono conservate diverse decine di bombe atomiche. Allora bisogna essere in grado di avviare una mobilitazione dal basso, della società civile ma anche delle parrocchie e delle comunità cattoliche, per spingere il governo a sottoscriverlo. In questa azione non bisogna essere timidi, nemmeno la Chiesa».

Ci sarà questa mobilitazione?

«Dobbiamo impegnarci tutti. Il disarmo non è materia da addetti ai lavori ma deve diventare patrimonio di tutti. E per questo ci vuole anche un’azione culturale capace di scardinare l’idea di dover attaccare, magari per primi, non sono nelle guerre ma anche nella vita di tutti i giorni. I fatti di Ostia di questi giorni, con l’aggressione ai giornalisti Rai, non sono forse un indizio che questa cultura è radicata e diffusa?».

La sua parrocchia si trova non troppo lontano da Cameri, dove si stanno assemblando i cacciabombardieri F35, che fra l’altro sono in grado di portare e sganciare ordigni nucleari…

«È vero. E tutto succede nel disinteresse generale e nel silenzio della politica, che anzi è complice, perché in fondo vede nella guerra un grande business. Perciò dico che iniziative come quella di questi giorni sono importanti se riescono ad accendere i riflettori su queste zone in ombra e se si trasformano in mobilitazioni, in campagne, in scelte ed azioni concrete».

Il papa alle Ardeatine e a Nettuno: «Non più la guerra»

3 novembre 2017

“il manifesto”
3 novembre 2017

Luca Kocci

Cento anni dopo l’appello di Benedetto XV «ai capi dei popoli belligeranti» che combattevano la prima guerra mondiale a fermare «l’inutile strage», un nuovo grido di pace risuona in mezzo alle croci del cimitero americano di Nettuno con la voce di papa Francesco, che ieri, 2 novembre, vi si è recato in visita: «Non più la guerra. Non più questa strage inutile».

Il pontefice ricorda i morti delle guerre di ieri, troppo spesso mascherati da eroi dalla retorica patriottarda: «Oggi è un giorno di lacrime – dice il papa nell’omelia della messa al cimitero dove sono sepolti 7.861 militari statunitensi morti durante la seconda guerra mondiale, fra lo sbarco in Sicilia del 10 luglio 1943 e la battaglia di Anzio dei primi mesi del 1944 –. Lacrime come quelle che sentivano e facevano le donne quando arrivava la posta: “Lei, signora, ha l’onore che suo marito è stato un eroe della Patria; che i suoi figli sono eroi della Patria”. Sono lacrime che oggi l’umanità non deve dimenticare». Pensa anche alle guerre di oggi: «Non più la guerra. Dobbiamo dirlo oggi, che il mondo un’altra volta è in guerra e si prepara per andare più fortemente in guerra. “Non più, Signore. Non più”. Con la guerra si perde tutto», la guerra è «la distruzione di noi stessi». E denuncia la lezione della storia che «l’umanità non ha imparato» e «sembra che non voglia impararla». «Quando tante volte nella storia gli uomini pensano di fare una guerra – conclude –, sono convinti di portare un mondo nuovo, sono convinti di fare una “primavera”. E finisce in un inverno, brutto, crudele, con il regno del terrore e la morte. Oggi preghiamo per tutti i defunti, ma in modo speciale per questi giovani, in un momento in cui tanti muoiono nelle battaglie di ogni giorno di questa guerra a pezzetti», perché «questo è il frutto della guerra: la morte».

Nel tardo pomeriggio, seconda tappa di questo particolare pellegrinaggio sui luoghi della memoria e della violenza, alle Fosse Ardeatine, dove sono sepolte le 335 vittime della rappresaglia nazista delle Ss di Kappler dopo l’azione militare dei Gap a via Rasella il 23 marzo 1944.

Francesco sosta in una lunga preghiera silenziosa accanto alla lapide che ricorda i partigiani uccisi: «Fummo trucidati in questo luogo perché lottammo contro la tirannide interna, per la libertà e contro lo straniero, per l’indipendenza della Patria. Sognammo un’Italia libera, giusta, democratica. Il nostro sacrificio ed il nostro sangue ne siano la sementa ed il monito per le generazioni che verranno». Depone un fiore sulle prime lapidi del sacrario, «luogo consacrato ai caduti per la libertà e la giustizia» dove dobbiamo «toglierci i calzari dell’egoismo e dell’indifferenza, come ricorda nelle parole pronunciate dopo la preghiera del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. E, prima di far ritorno in Vaticano, firma il Libro d’onore: «Questi sono i frutti della guerra: odio, morte, vendetta».

Papa Francesco e papa Giovanni patrono dell’esercito: chi non corregge acconsente

2 novembre 2017

“Adista”
n. 38, 4 novembre 2017

Luca Kocci

Chi tace acconsente, recita il vecchio adagio. Ma in questo caso si può affermare che chi non corregge acconsente. Il soggetto è papa Francesco, l’oggetto è papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano.

Pochi giorni fa, infatti, Francesco ha soavemente rimproverato ma decisamente corretto il card. Robert Sarah, prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, autore di una interpretazione restrittiva del Motu proprio di papa Francesco Magnum Principium, con il quale, in linea con il Concilio Vaticano II, viene aumentata l’autonomia delle Conferenze episcopali nazionali e regionali in merito alle traduzioni liturgiche.

Ma il cardinale ultraconservatore Sarah è lo stesso che il 17 giugno ha firmato il Decreto – lo scorso 12 settembre solennemente consegnato dall’ordinario militare-generale di corpo d’armata mons. Santo Marcianò nelle mani del capo di Stato maggiore Danilo Errico alla presenza della ministra della Difesa Roberta Pinotti – con cui, «in virtù delle facoltà concesse dal Sommo Pontefice Francesco», san Giovanni XXIII papa viene stabilito «patrono presso Dio dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie n. 32/17).

Su questo aspetto, nonostante il profilo basso mantenuto anche in occasione della memoria liturgica di papa Roncalli (11 ottobre) – quando non c’è stata “l’invasione” di piazza San Pietro da parte di migliaia di militari in divisa come annunciato dall’Ordinariato militare (v. Adista Notizie n. 36/17), papa Francesco non ha detto nulla, tantomeno ha ritenuto di dover “correggere” il card. Sarah.

Eppure in tanti si erano mossi a chiedere al prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti di ripensarci e al papa di ordinare il dietrofront per non far indossare la mimetica al papa santo della Pacem in Terris: innanzitutto il movimento Pax Christi, che con il proprio presidente, mons. Giovanni Ricchiuti, ha affermato subito di ritenere «irrispettoso coinvolgere come patrono delle Forze armate colui che, da papa, denunciò ogni guerra con l’enciclica Pacem in Terris e diede avvio al Concilio che, nella Costituzione Gaudium et spes, condanna ogni guerra totale, come di fatto sono tutte le guerre di oggi»; poi diciassette vescovi hanno firmato un documento nel quale domandano come può Giovanni XXIII «proteggere un corpo armato che, per sua natura, imbraccia mezzi di morte e distruzione» e chiedono di «rivedere la decisione di proclamare papa Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano» (v. Adista Notizie nn. 34 e 36/17); infine centinaia di associazioni, movimenti e singoli cattolici.

A questo punto, nulla essendo accaduto, è fin troppo facile – e, riteniamo, per nulla arbitrario – trarre qualche conclusione. Se Francesco ha corretto il card. Sarah sui testi liturgici, questo significa che un cardinale può essere corretto dal papa, nel momento in cui emana un atto o esprime un parere ritenuto errato o fuori luogo. Il papa però non ha corretto il cardinale sulla decisione di proclamare Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano, pertanto si deduce che papa Francesco condivida pienamente tale scelta. Con buona pace di chi sosteneva – o forse sperava – che Francesco fosse stato scavalcato e che il nuovo patronato, fortemente sponsorizzata dall’Ordinariato militare e dai vertici delle Forze armate, fosse stato stabilito all’insaputa, se non contro, papa Francesco. Ma chi non corregge acconsente