Archive for the ‘chiesa e mafie’ Category

No ai mafiosi come padrini di Battesimo e di Cresima: decreto del vescovo di Monreale

2 aprile 2017

“Adista”
n. 13, 1 aprile 2017

Luca Kocci

Divieto per i mafiosi di fare i padrini di battesimo e di cresima. Lo ha stabilito l’arcivescovo di Monreale (Pa), mons. Michele Pennisi, con un decreto datato 15 marzo e valido per l’intero territorio della diocesi che proibisce una pratica spesso utilizzata dai mafiosi per sancire o rafforzare affiliazioni e per ribadire il loro potere di controllo.

«Il canone 874  del Codice di diritto canonico prevede che per essere ammesso all’incarico di  padrino    vi sia una condotta di vita conforme alla fede e all’incarico che si assume», si legge nel decreto. «Tutti  coloro che, in qualsiasi modo deliberatamente, fanno parte della mafia o ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa, debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, alla sua Chiesa». Quindi il divieto, condiviso dall’intero consiglio presbiterale diocesano: «Non possono essere ammessi all’incarico di  padrino di  battesimo e  di  cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli o che con il loro comportamento provocano scandalo» e «coloro che appartengono ad associazioni di stampo mafioso o ad associazioni più o meno segrete contrarie ai valori evangelici ed hanno avuto sentenza di condanna per delitti non colposi passata in giudicato».

Quasi dieci anni fa mons. Pennisi, quando era vescovo di Piazza Armerina (En) proibì i funerali solenni per il boss di Cosa Nostra Daniele Emmanuello (che vennero celebrati poi in forma privata presso la cappella del cimitero di Gela, per decisione del questore di Caltanissetta per prevenire eventuali problemi di ordine pubblico, v. Adista Notizie n. 17/08). Ma allora si tratto di una iniziativa isolata ed estemporanea, benché importante. Nel 2013 invece mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, formalizzò in un decreto ufficiale, valido in tutta la diocesi, la proibizione di celebrare i funerali religiosi per i condannati per mafia (v. Adista Notizie n. 25/13.

Manca ancora un provvedimento complessivo che riguarda l’intera Sicilia, anche se pochissimi giorni, nella sessione primaverile della Conferenza episcopale siciliana (Nicosia, 16-18 marzo), i vescovi dell’isola, nel loro comunicato finale,  hanno ribadito che «tutti coloro che, in qualsiasi modo deliberatamente, fanno parte della mafia o ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa, debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, alla sua Chiesa».

Provvedimento che invece esiste in Calabria, dove la Conferenza episcopale regionale, nell’estate del 2015, ha approvato gli Orientamenti pastorali Per una Nuova Evangelizzazione della pietà popolare, un ampio testo che, pur valorizzando le espressioni della «pietà popolare», mette in guardia da possibili distorsioni antievangeliche della stessa e, per prevenire questi rischi, offre delle indicazioni precise a tutte le diocesi: no a mafiosi scelti come padrini e madrine di battesimo e cresima oppure come testimoni di nozze; sì ai funerali per gli ‘ndranghetisti, purché siano sobri e senza rilevanza pubblica; feste patronali e processioni religiose senza le cosche e senza “inchini” delle statue di fronte alle abitazioni dei boss (v. Adista Notizie n. 31/15). Un documento che potrebbe costituire un modello anche per altre regioni ecclesiastiche centro-meridionali.

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Memoria e impegno. A Locri la XXII giornata per le vittime delle mafie

20 marzo 2017

“Adista”
n. 12, 25 marzo 2017

Luca Kocci

«Facciamo obiezione di coscienza alla mentalità mafiosa, prepotente e arrogante». Con queste parole il vescovo della diocesi di Locri-Gerace (Rc), mons. Francesco Oliva, saluta i partecipanti alla ventiduesima Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime della mafie promossa da Libera – la rete antimafia fondata e guidata da don Luigi Ciotti – che il prossimo 21 marzo, come da tradizione, si svolgerà per la prima volta nella sua diocesi, da anni in prima linea nelle attività per la giustizia, per la legalità e contro le mafie.

«Memoria ed impegno sono due parole chiave del nostro cammino civile e religioso», scrive mons. Oliva. «La memoria richiama il sangue versato da faide violente che hanno seminato morte e distrutto i nostri paesi, della sofferenza che il tempo dei sequestri ha cagionato. Memoria delle tante vittime spezzate dalla violenza della mafia, vite di uomini e donne, giovani e meno giovani, ragazzi e bambini, vittime innocenti di una criminalità spietata che non si è mai fermata davanti a niente. Stringiamoci ai familiari delle tante vittime innocenti delle mafie. Vittime delle mafie anche loro. Facciamo nostro il loro dolore, ponendoci accanto a loro e condividendone la sofferenza. Essi ci consegnano un messaggio importante: dare al dolore il senso della cittadinanza responsabile, del servizio alla comunità. Una consegna che in questa terra può trasformare le fragilità ed il dolore in risorse preziose per un cammino nuovo».

Ma non solo memoria, anche «impegno» che, spiega il vescovo di Locri, deve diventare «volontà di cambiamento, di conversione e di vita nuova». Aggiunge mons. Oliva: «Mai più nella nostra terra violenza e spargimento di sangue, sequestri di persone e faide distruttive! Scompaia ogni tentazione di fare uso della forza e della vendetta! Vengano meno tutte le forme di associazione criminale! Vogliamo condividere lo stesso sentimento, rinnegare ogni forma di comportamento mafioso. La ‘ndrangheta è morte per la nostra terra, la causa principale del nostro sottosviluppo. Chi uccide non è uomo di onore, ma un vero disonore per la nostra terra. Ogni uomo e donna di buona volontà dica per sempre no ad ogni forma di illegalità e criminalità. Facciamo obiezione di coscienza di fronte a qualunque progetto di morte ed alla mentalità mafiosa, prepotente ed arrogante. Impegno è volontà di costruire una società nuova, di ridare dignità alla nostra terra, di ricostruire rapporti di pace e di riconciliazione, di favorire legami di cooperazione nel bene, di volere un lavoro per tutti».

C’è spazio anche per una autocritica rispetto alle omissioni della Chiesa. «La condanna dei mafiosi, l’invito al pentimento e a cambiare vita  espresso da papa Francesco in terra di Calabria (il 21 giugno 2014, durante la visita pastorale a Cassano allo Jonio, all’epoca guidata dall’attuale segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, papa Francesco pronunciò la scomunica ai mafiosi, n.d.r.) ha riscattato silenzi e timidezze che troppo spesso hanno caratterizzato anche la nostra azione», riconosce mons. Oliva. «Da qui l’impegno a non aver paura e a ritrovare il coraggio e la speranza di andare avanti. La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno è tutto questo: un tempo propizio per ripartire».

A Locri sono attese decine di migliaia di partecipanti, soprattutto giovani, da tutta Italia. Si comincia il 18 marzo, con l’assemblea dei familiari delle vittime innocenti delle mafie all’auditorium del Palazzo vescovile. Il giorno successivo l’incontro con un familiare “illustre” di una vittima di mafia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, all’epoca presidente della Regione Sicilia, venne ucciso da Cosa Nostra a Palermo il 6 gennaio 1980. Il 21 marzo la giornata clou, con la grande marcia per le vie di Locri e la lettura, arrivati in Piazza dei Martiri, dei nomi delle vittime innocenti delle mafie.

Per la prima volta quest’anno l’iniziativa ha il formale riconoscimento delle Istituzioni, dal momento che il Parlamento, lo scorso primo marzo, ha approvato in via definitiva (418 voti a favore e nessun contrario), la legge che istituisce il 21 marzo quale Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. «Abbiamo segnato un passo di grande valore simbolico nella lotta alle mafie. L’approvazione della legge che istituisce il 21 marzo Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, testimonia la volontà delle Istituzioni di rendere patrimonio vivo e fecondo l’esempio di quanti sono caduti sotto i colpi della violenza mafiosa», spiega Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia. «È un lungo elenco, di donne e uomini, anziani, giovani e bambini che da oltre vent’anni, grazie a Libera, nel primo giorno di primavera risuona in tante piazze del Paese e che finalmente da oggi diventa la data in cui tutta l’Italia si riconosce nell’impegno comune contro l’illegalità e la criminalità organizzata. Ringrazio le centinaia di familiari che con grande dignità ci hanno insegnato a cercare con tenacia la verità, a non rimuovere la realtà, a non cadere nell’indifferenza. La storia d’Italia è anche storia dei condizionamenti dei poteri mafiosi e il valore civile di una memoria condivisa rappresenta una condizione essenziale per fronteggiare le nuove mafie, sempre più collusive e meno violente, promuovere la giustizia e difendere la democrazia».

Locri: già devastato dai clan l’ostello confiscato alla ‘ndrangheta. Ma Goel va avanti, con il sostegno del vescovo

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci

Nonostante quello che sembra essere stato l’ultimo velenoso colpo di coda delle cosche, l’ostello “Locride” – nato in un immobile confiscato ad un clan di ‘ndrangheta – è stato consegnato, lo scorso 20 febbraio al consorzio sociale Goel, che lo gestirà nell’ambito di un progetto di turismo responsabile tramite una cooperativa del gruppo (v. Adista Notizie n. 6/17).

Non era affatto scontato che la consegna avvenisse, perché l’ostello, pochi giorni dopo essere stato formalmente assegnato al Goel – vincitore di una gara pubblica indetta dal Comune di Locri guidato dal sindaco Giovanni Calabrese – era stato devastato dai clan, che non tollerano che quello che era un proprio bene venga restituito alla società.

Il danneggiamento e il furto ai danni dell’ostello sorto in un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) sono avvenuti nella notte fra l’11 e il 12 febbraio. Nella mattinata di domenica è stata segnalata una ingente fuoriuscita di acqua dai locali e sono state avvisate le autorità competenti. Ignoti erano entrati nei locali caldaie della struttura, avevano divelto la porta, distrutta la telecamera di videosorveglianza, sottratte tre caldaie ed il gruppo di pressurizzazione, provocando danni per almeno ventimila euro.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata nell’aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan, come infatti pare essersi verificato. Al secondo avviso pubblico, nell’ottobre 2016, che riproponeva agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si sono presentati due soggetti, e l’immobile è stato assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale per restituire valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

«Questo è il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel, «Non avevamo partecipato alla prima gara, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini». E nonostante l’atto vandalico-intimidatorio (l’ennesimo subito dalle cooperative del gruppo, (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15) intendono andare avanti: «Tutta la comunità di Goel – prosegue Linarello – è fermamente decisa ad andare avanti e a non indietreggiare minimamente. Anzi, questo atto criminale ci motiva a prodigarci per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e avviare prima possibile l’attività dell’ostello che abbiamo voluto chiamare “Locride” perché rappresenta un simbòlo. La ‘ndrangheta fa alla Locride ciò che gli autori di questo atto criminale hanno fatto a questo ostello: distrugge e ostacola ogni possibilità di lavoro per la gente e di sviluppo per il territorio. Goel, invece, sta al fianco della gente, creando ogni giorno, dal nulla, speranza e lavoro».

La consegna dell’ostello al Goel sembra il primo passo, «un segno delle positività che ci sono nella nostra terra», ha commentato mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, presente alla cerimonia di consegna. «Questo è un segno di speranza, attraverso di esso vediamo il volto bello della Calabria, è un segno di riscatto per la nostra terra», «dobbiamo guardarci dall’isolazionismo, dal non aprirci all’altro, occorre una maggiore attenzione a quello che accade intorno a noi e crediamo che questo sia imprescindibile per una crescita della nostra città. È necessaria una maggiore attenzione al bene comune e ai beni che sono di tutti».

Locri: edificio della ‘ndrangheta diventa ostello. Un progetto di turismo responsabile del Goel

9 febbraio 2017

“Adista”
n. 6, 11 febbraio 2017

Luca Kocci

Un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) diventa un ostello inserito nei percorsi di turismo responsabile. A gestirlo sarà una cooperativa del Goel, consorzio nato oltre dieci anni fa – anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri – che da tempo lavora e promuove l’imprenditoria sociale per contrastare il fenomeno mafioso e contribuire alla rinascita economico-sociale della Calabria.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata il 9 aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan. Al secondo avviso pubblico, del 27 ottobre 2016, che ripropone agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si presentano in due, e l’immobile viene assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale che restituisca valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

È il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel. «Non avevamo partecipato alla prima gara – spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel –, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini».

Nelle prossime settimane verranno completati gli atti amministrativi, per riuscire a far partire l’attività in primavera. L’ostello, che si chiamerà “Locride” – «in onore a questa terra dignitosa e martoriata di cui aspira a diventare un simbolo di riscatto», spiega Linarello – e si trova nel centro di Locri, è una struttura ricettiva nuova e moderna di cinque piani, in grado di ospitare fino a 45 persone, ideata per una green experience, orientata alla responsabilità ecologica del soggiorno. Una scommessa, come spiega Linarello: «Il progetto è definito, ora si tratterà di convincere le persone a venire a visitare la Locride»

Chiesa e ‘ndrangheta: dalle omissioni alla denuncia. Un’inchiesta del mensile “Jesus”

21 gennaio 2017

“Adista”
n. 3, 21 gennaio 2017

Luca Kocci

C’è anche don Pino Strangio, parroco di San Luca (Rc) e canonico del santuario della Madonna di Polsi, tra gli indagati per la costituzione di un’associazione segreta di tipo massonico nell’ambito della recente inchiesta della Procura di Reggio Calabria su ‘ndrangheta e massonerie deviate. Segnale evidente che, nonostante il parroco si dichiari innocente e prosegua regolarmente nell’esercizio del ministero e delle sue funzioni in attesa che l’indagine vada avanti e la magistratura accerti il suo eventuale effettivo coinvolgimento, le relazioni fra ‘ndrangheta e pezzi di Chiesa esistono e non sono fantasiose invenzioni della stampa e della pubblicistica.

Al tema “Chiesa e ‘ndrangheta” dedica una approfondita inchiesta Jesus (gennaio 2017), il mensile dei religiosi paolini, soffermandosi sulle omissioni e le collusioni di chi nella Chiesa, nel passato e nel presente, ha chiuso gli occhi o si è voltato dall’altra parte, ma anche e soprattutto su «chi dice basta a silenzi e paure» e si impegna per la legalità e la giustizia: comunità ecclesiali, preti e, in alcuni frangenti storici, vescovi, come testimonia anche il volumetto da poco pubblicato dalla casa editrice Tau di Assisi, La ‘ndrangheta è l’antievangelo, che riproduce i principali documenti contro il fenomeno ‘ndranghetista prodotti in cento anni dalla Conferenza episcopale calabra (v. Adista Notizie n. 28/16).

Se per decenni, si legge nell’inchiesta di Jesus firmata da Silvana Pepe, la festa della Madonna della montagna «è stata anche la sagra dei capi della ‘ndrangheta, che a Polsi si sono dati appuntamento per decidere strategie, pianificare omicidi, fare affari, stringere alleanze o dichiarare guerre», da qualche tempo la situazione sembra cambiata. «Ho chiesto perdono a tutti per questi errori», ha spiegato a Jesus mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri (nel cui territorio si trova il santuario di Polsi). «Se qui c’è stata gente di malaffare, ora vogliamo guardare avanti. Non vogliamo più che questo sia considerato il santuario della ‘ndrangheta», questo luogo «deve essere restituito alla gente semplice e umile di questa terra che vede nella Madonna di Polsi la propria Madonna» (e c’è da aggiungere che parole simili vennero utilizzate oltre sei anni fa dall’allora vescovo di Locri, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, che scrisse una “lettera aperta a coloro i quali hanno fatto del santuario di Polsi il centro di incontri e raduni illegali”, v. Adista Notizie n. 64/10).

Allo stesso modo molte diocesi calabre stanno tentando di porre un argine al controllo mafioso delle processioni, spesso utilizzate dai boss come occasioni per riaffermare visibilità, consenso, prestigio e dominio sul territorio (per esempio portando loro stessi le statue della madonna e dei santi, imponendo soste e “inchini” in punti strategici, applicando il pizzo alle bancarelle degli ambulanti della festa, v. Adista Notizie nn. 23/08; 64/10; 65/11; 4/12; 31/14), con la benedizione ecclesiastica: le diocesi di Mileto (Vv) e di Oppido Mamertina (Rc) hanno emanato dei regolamenti molto stringenti per evitare le infiltrazioni da parte dei clan di ‘ndrangheta nell’organizzazione e gestione delle processioni religiose (v. Adista Notizie n. 12/15), anticipando di qualche mese la stessa Conferenza episcopale calabra che nel settembre 2015 ha pubblicato gli Orientamenti pastorali Per una Nuova Evangelizzazione della pietà popolare che, pur valorizzando tutte quelle espressioni della «pietà popolare», mettono in guardia da possibili distorsioni antievangeliche e, per prevenire questi rischi, offrono delle indicazioni precise sulla scelta dei padrini e madrine di battesimo e cresima, sui funerali per gli ‘ndranghetisti, e sulle feste patronali e le processioni religiose (v. Adista Notizie n. 31/15).

Lo riconosce, intervistato da Jesus, anche il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri («Sì, qualcosa è cambiato»), che pure in passato non era stato tenero con gli intrecci fra Chiesa e ‘ndrangheta («‘Ndrangheta e Chiesa camminano per mano», v. Adista Notizie n. 42/13). Sebbene mostri come fra gli ‘ndranghetisti il bisogno di dirsi ed apparire cattolici sia ancora molto forte. «La quasi totalità dei malavitosi appartenenti alla criminalità organizzata si definiscono persone di fede – spiega Gratteri, fra l’altro autore, con Antonio Nicasio, di Acqua santissima. La Chiesa e la ‘ndrangheta: storia di potere, silenzi e assoluzioni –. Nel 2013 sottoposi un questionario a 111 detenuti di alta sicurezza (imputati e condannati per associazione mafiosa) nel carcere di Reggio Calabria: ebbene, alla domanda “lei è religioso?”, 99 detenuti risposero di sì, 10 dissero di no, uno non rispose e un altro disse di esserlo a seconda della convenienza».

«La Chiesa punta da sempre su due direttrici: legalità e sviluppo», spiega a Jesus mons. Vincenzo Bertolone, arcivescovo di Catanzaro e presidente della Conferenza episcopale calabra. «Certo ciascuno dovrà fare una parte, magari quella che normalmente recita. Diceva in proposito il beato Pino Puglisi, assassinato dai sicari della cupola mafiosa di Brancaccio (Bertolone è stato postulatore della causa di beatificazione del parroco di Brancaccio ucciso da Cosa nostra nel 1993, ndr), che se ciascuno fa il suo, allora tutti insieme possono mandare avanti un progetto, che è progetto di nuova evangelizzazione. Per costruire una società più giusta, bisogna scegliere da che parte stare, esporsi, sporcarsi le mani».

Calabria: “cambiamento e riscatto”. Il manifesto del gruppo Goel

9 dicembre 2016

“Adista”
n. 43, 10 dicembre 2016

Luca Kocci

Un manifesto per il «cambiamento e il riscatto della Calabria». Lo ha elaborato e reso pubblico lo scorso 28 novembre il Goel, gruppo cooperativo nato oltre dieci anni fa – anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri – che da tempo lavora e promuove l’imprenditoria sociale per contrastare il fenomeno mafioso e contribuire alla rinascita economico-sociale della Calabria.

Si tratta di una rete che conta 12 cooperative (di cui 10 sociali, per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate, come per esempio disabili ed ex detenuti), 2 associazioni di volontariato, 1 fondazione e 28 aziende, che impiega oltre 200 dipendenti e che nel 2015 ha fatturato quasi 6milioni e 500mila euro, in settori diversi: agroalimentare biologico (Goel Bio), ristorazione, turismo responsabile (I viaggi di Goel), moda (Cangiari), servizi socio-assistenziali. È «l’etica efficace», così declinata dal Goel: «Un’etica che ha come criterio fondante i suoi destinatari più deboli, chi patisce i problemi e la sofferenza, si misura sulla sua capacità di rimuovere da costoro le cause e gli effetti di tale condizione. L’etica non può accontentarsi di essere solo giusta, ma deve essere anche efficace», ed è efficace «se risolve i problemi senza crearne altri, in tutti i campi, economia, società, politica, ambiente, imprenditoria».

L’obiettivo del Goel espresso nel Manifesto è il «cambiamento e il riscatto della Calabria», sulla base di una serie di criteri: l’«affermazione piena della libertà da poteri oppressivi e logiche clientelari», «la democrazia effettiva attraverso la pratica diffusa della partecipazione e della sussidiarietà», «l’equità sociale ed economica», «la pari opportunità delle persone» e delle «fasce sociali più deboli e marginali», «la pari dignità per tutti», «il bene comune delle comunità locali e dei territori», «la nonviolenza attiva come via maestra per la risoluzione dei conflitti», «la salvaguardia dell’ambiente», «la libertà di mercato e la sua effettiva accessibilità».

Un programma fortemente ostacolato dalle mafie, che infatti negli anni hanno più volte aggredito le imprese del Goel, con una serie di attentati ed intimidazioni: furti, incendi e danneggiamenti alle coltivazioni e ai beni strumentali, attentati incendiari, messaggi intimidatori di vario tipo (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15). Nonostante ciò Goel continuerà ad impegnarsi, si legge nel Manifesto, «per opporsi ad ogni movimento di potere che opera all’insegna di violenza, sopraffazione, elitarismo, clientelismo, controllo e manipolazione del consenso, segretezza, mutualismo escludente e legato alle appartenenze di potere, utilizzo privato di risorse pubbliche, controllo sociale attraverso la precarietà, condizionamento a fini speculativi e privati della libertà economica e di mercato». Ovvero opponendosi e contrastando ‘ndrangheta e massonerie deviate, che in Calabria – ma non solo in Calabria – esercitano un controllo e un dominio che ancora non è stato estirpato.

Chiesa e mafia. Verso la liberazione?

22 ottobre 2016

“Adista”
n. 36, 22 ottobre 2016

Luca Kocci

Qual è stato l’atteggiamento dell’episcopato italiano – e in particolare della Cei – rispetto alla mafia? Quale linguaggio ha usato? Quali parole ha detto, o non ha detto? Prova a rispondere a queste domande Rosario Giuè (prete palermitano, già parroco a Brancaccio prima di don Puglisi, oggi saggista e collaboratore dell’edizione palermitana di Repubblica) nel suo ultimo libro, Vescovi e potere mafioso (Cittadella, Assisi 2016, pp. 184, euro 14,90), che esce un anno dopo Peccato di mafia. Potere criminale e questioni pastorali (v. Adista Segni Nuovi n. 11/15), in cui metteva a fuoco in maniera più generale le relazioni fra Chiesa e mafia.

«Sono convinto che occorre conoscere e comprendere ciò che è accaduto nei decenni passati per poter volgere fiduciosi lo sguardo sul futuro, per una rinnovata credibilità della Chiesa italiana nell’annuncio del Vangelo», spiega Giuè ad Adista, che così motiva la sua scelta, ora, di dedicarsi in particolare all’episcopato: «Se non si analizza la posizione della Cei sulla questione del potere mafioso, sarà più difficile chiedere al solitario parroco d’impegnarsi».

Quello di Giuè è un viaggio che passa attraverso le relazioni fra vescovi italiani e mafia, dal Concilio Vaticano II ai nostri giorni: dalla minimizzazione – quando non la cancellazione – del fenomeno mafioso da parte del card. Ruffini alla “doppia stagione” fatta di denunce e di silenzi del card. Pappalardo, dalla Cei del card. Ruini alla Chiesa italiana al tempo di papa Francesco, passando per i martiri di mafia, canonicamente riconosciuti (don Puglisi) o ancora in attesa di essere compresi fino in fondo dalle istituzioni ecclesiastiche (don Diana). Il risultato complessivo è un mosaico di tante tessere e tanti colori, fatto di silenzi, omissioni, denunce e impegno, utile a comprendere la Chiesa di ieri e a capire dove potrà andare quella di domani.

Per tutti gli anni ‘40-‘60 per la Chiesa italiana la mafia “non esiste”, come dimostrano il caso eclatante del card. Ruffini a Palermo ma soprattutto i silenzi generalizzati: ignoranza del fenomeno o disattenzione interessata?

Dopo il lungo pontificato di Pio XII la Chiesa cattolica appariva come una “cittadella assediata”. I tentativi di teologi e di uomini profetici come i preti operai di impegnare la Chiesa nella causa dell’uomo, di mettere al centro il mondo, fu mortificato e condannato. Perché? Perché la paura del comunismo e di esserne strumentalizzati era allora la priorità. Perciò non vi era spazio per testimoniare un Vangelo vissuto politicamente con i lavoratori e dalla parte delle vittime.  Tutto ciò che potesse mettere a rischio, all’interno di delicati equilibri anche politici, la centralità dell’istituzione ecclesiastica era annientato. Chi, al contrario, non contrastava questa dinamica era accettato o tollerato. In riferimento alle mafie il ragionamento era questo: Se la mafia non è contro la Chiesa perché contrastarla? Se anzi quelli che sono indicati come mafiosi sono uomini religiosi e se sul piano politico e dottrinale sostengono le posizioni dell’autorità ecclesiastica, perché prenderne le distanze o denunciarne il potere e le azioni?

Con il Concilio la Chiesa si apre al mondo, ma la mafia continua a essere poco presente – tranne poche eccezioni – nelle preoccupazioni e delle analisi dei vescovi, che invece sono assai interventisti su altri fronti (divorzio, aborto…): come mai?

La recezione del rinnovamento conciliare in Italia fu esitante. Le difficoltà a recepire il modello indicato dal Concilio della “Chiesa nel mondo” erano evidenti, specialmente quando ciò comportava problemi di traduzione pratica in Italia.  Le preoccupazioni maggiori erano date dalle «deviazioni dottrinali» ed era motivo di «inquietudine» la secolarizzazione del Paese. La questione della mafia non era nemmeno minimamente all’ordine del giorno.  Centrale era la preoccupazione per l’eventuale modifica della legislazione familiare e l’introduzione di una legge sul divorzio. Prioritaria, anche per Paolo VI, era salvaguardare l’unità politica dei cattolici.

Il card. Salvatore Pappalardo è una figura decisamente controversa: nella prima parte del suo ministero si distingue per il suo impegno, poi però – anche in seguito allo “sciopero della messa” da parte dei detenuti dell’Ucciardone di Palermo – si raffredda e sceglie il silenzio: che spiegazione dai di questa parabola?

L’arcivescovo di Palermo fu tra i primi a provare a elaborare una lucida analisi della questione mafiosa legandola alla responsabilità pastorale ecclesiale. Ma, successivamente, con l’elezione a papa di Giovanni Paolo II, un uomo che in Polonia aveva combattuto contro il comunismo, nel giro di poco tempo l’asse prioritario della Chiesa italiana fu orientato verso la purezza della dottrina cattolica. La verità e l’uniformità cattolica, anche sul piano politico, doveva ora essere al centro anche della Chiesa italiana. In questo contesto il cardinale Salvatore Pappalardo non poteva e non voleva rimanere solo nella sua testimonianza ministeriale di liberazione anche dalle mafie.

Si può dire che con Giovanni Paolo II c’è una prima svolta?

Direi che la sua invettiva spontanea contro la mafia dopo la messa nella Valle dei Templi del maggio 1993 sul piano simbolico ha rappresentato un segnale nuovo. Ma a tale gesto non ha fatto seguito, a livello episcopale nazionale, alcuna programmazione pastorale adeguata. Sulla questione del potere mafioso, che certo non è costituito, è bene ricordarlo, soltanto dalle storiche organizzazioni criminali, bensì da un intreccio bene più complesso con la politica e pezzi delle istituzioni, come episcopato non ci si è spesi pubblicamente come su altre questioni di interesse cattolico.

La Cei di Ruini non dice una parola sulle stragi di Falcone e Borsellino: è cominciata la stagione dei valori non negoziabili e della questione antropologica?

A quasi un mese dalla strage di Capaci del 23 maggio 1992 la presidenza della Cei pubblicò un documento nel quale si limitò a parlare di «impudenti imprese della criminalità organizzata». Il nome di Falcone venne semplicemente rimosso in un Paese attonito e smarrito per il significato terroristico-mafioso che assumeva la strage di Capaci. Dopo la strage di Via D’Amelio (19 luglio 1992), comunque, si poteva scegliere di scendere a Palermo per convocarvi una riunione straordinaria del Consiglio permanete della Cei. Sarebbe stato un gesto “politico” importante e di vicinanza evangelica, più di cento documenti. Ma accadde nulla di simile. Le priorità saranno altre. Il “progetto culturale”, la battaglia contro la legge sui “Dico” (unioni civili) o contro la legge 40 sulla procreazione assistita. Tale esposizione mediatica non è stata mai spesa contro il potere mafioso.

Negli stessi anni però ci sono anche i primi martiri di mafia: don Puglisi, don Diana…
La mafia uccide i due preti perché rappresentano quella Chiesa, di uomini e donne, che non sta in silenzio, che non si sente autosufficiente, che non vive chiusa dentro il proprio mondo “istituzionale” separato dal mondo reale di tutti e di tutte. Rappresentano quella Chiesa che non cerca privilegi o alleanze con i partiti politici al potere. Puglisi e Diana, come Romero in America Latina, furono uccisi perché simboli di una Chiesa che si presenta non come una istituzione attenta agli equilibri politici tra poteri. Al di là delle specifiche dinamiche dei due delitti, dei loro risvolti processuali e, sul piano storico e non emotivo, dei moventi immediati dei due omicidi, Puglisi e Diana furono uccisi perché diventano operose figure simboliche nella lotta di resistenza e di liberazione, segni di dignità civile di un popolo dentro un territorio e, insieme, esperienza di fedeltà evangelica. E sono sostanzialmente soli.

Come ti sembra la situazione di oggi? Con papa Francesco siamo a una seconda svolta? E la base come reagisce?

Papa Francesco ha rimesso al centro della vita della Chiesa la dimensione religiosa. Con Francesco, cioè, la via della Chiesa è mettere al centro semplicemente il Vangelo. La via politica, la logica ideologico-istituzionale, ora viene messa da parte o, quanto meno, in secondo piano. Il sorprendente arrivo di Francesco forse ha disorientato una parte dell’Episcopato italiano: quello che è più legato alle logiche del passato. Il papa argentino chiede alla Chiesa di essere una chiesa «in uscita», anche sulla questione del potere mafioso. Non era mai accaduto che un papa abbracciasse un uomo come Luigi Ciotti, testimone di un impegno pubblico e infaticabile di denuncia e di liberazione dal potere mafioso. Ma personalità come don Ciotti non sono mai state invitate nei convegni nazionali della Chiesa italiana! Sembra impossibile, ma per decenni è stato così! Con papa Francesco, dunque,  la Chiesa italiana, se lo  desidera, si può rimettere a «camminare» anche sulla questione della liberazione dal potere mafioso. È il mio augurio.

Un prete e il suo popolo. Una testimonianza inedita su don Pino Puglisi

4 ottobre 2016

“Adista”
n. 34, 8 ottobre 2016

Luca Kocci

È il 15 settembre 1993, a Palazzo delle Aquile, sede del Municipio di Palermo, p. Giuseppe Puglisi, parroco a Brancaccio, e i rappresentanti del Comitato intercondominiale, si incontrano con Piero Mattei, vice commissario straordinario del Comune, per sollecitare, per l’ennesima volta, la realizzazione della scuola media, del distretto socio-sanitario e degli altri servizi pubblici che mancano a Brancaccio, quartiere controllato dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, boss di primo piano di Cosa nostra. La riunione è tesa. Alle richieste di avviare subito un’attività sociale in alcuni locali abbandonati, Mattei risponde che si può fare ma che tutte le spese devono essere a carico dei cittadini, del Comitato, della parrocchia. Don Puglisi sbotta: è inutile continuare a discutere – dice al vice commissario –, siamo su due livelli diversi di intendere i problemi sociali. La sera dello stesso 15 settembre don Puglisi viene ucciso dai killer di Cosa nostra.

L’episodio, raccontato da Pino Martinez, uno dei tre leader del Comitato intercondominiale, aiuta a fare luce su un aspetto spesso poco considerato della vita e dell’azione pastorale di don Puglisi: il parroco di Brancaccio non era un “battitore libero” o un “eroe solitario”, ma un prete totalmente immerso nella vita e nei problemi del popolo del suo quartiere; per questo, fino all’ultimo giorno, ha collaborato strettamente con il Comitato («Noi del Comitato intercondominiale» era solito dire Puglisi, ricorda Martinez) per tentare di rendere migliore il quartiere; per questo il suo ministero – e il suo martirio – non possono essere pienamente compresi mettendo fra parentesi questo aspetto. E anzi l’assassinio di Puglisi si capisce proprio perché il parroco di Brancaccio era stato capace di dare vita ad un legame profondo e ad una collaborazione intensa con il Comitato, che poteva mettere a rischio l’egemonia di Cosa Nostra nel quartiere. Un legame da spezzare, con l’intimidazione (come quando una notte vennero bruciate le porte di ingresso degli appartamenti dei tre responsabili del Comitato intercondominiale) e con la violenza omicida, perché questa alleanza – un prete con il suo popolo – costituiva un esempio che, se imitato in altri quartieri della città, poteva essere pericoloso per Cosa Nostra. Questa storia viene ora raccontata da uno dei suoi protagonisti, Pino Martinez, in un testo-testimonianza (Un martire dell’Amore. Per le vie di Brancaccio con don Puglisi) che si può liberamente leggere sul sito I Siciliani Giovani, diretto da Riccardo Orioles (http://www.isiciliani.it/_/wp-content/uploads/downloads/2016/09/un-martire-dell-amore.pdf).

Tutto comincia nei primi mesi del 1991, quando i cittadini del Comitato intercondominiale – che già erano impegnati per migliorare il quartiere – chiedono di incontrare il nuovo parroco di Brancaccio, don Puglisi. In breve tempo, racconta Martinez, nasce «un sodalizio composto da un semplice parroco e semplici cittadini, per il riscatto di un quartiere che si apre alla speranza, per ottenere la libertà dai tiranni mafiosi e dai politici corrotti attraverso una forma d’impegno che a tutt’oggi dà fastidio al potere costituito perché parte dal basso». La prima battaglia è per la realizzazione della fognatura, poi per la scuola media, per il presidio sanitario e per tutti gli altri servizi che mancano a Brancaccio, volutamente lasciato nel degrado dal sistema politico-mafioso per generare sottomissione e creare clientele: raccolte di firme – anche in parrocchia – incontri con gli amministratori locali, denunce pubbliche, manifestazioni, per ottenere come diritto quello che talvolta viene concesso come favore.

È proprio questo che infastidisce: l’avvio di un percorso, avvertito «come un ostacolo dal sistema politico-mafioso che da sempre si sentiva il potere forte che non andava scavalcato e a cui tutti nel quartiere erano abituati a bussare in caso di bisogno». «Eravamo, forse, dei don Chisciotte convinti di volere cambiare il mondo?», si chiede Martinez. «Perché non pensare piuttosto a persone normali che si impegnavano per affermare i diritti di ogni cittadino, il rispetto della dignità donataci da Dio che ci ha fatto a sua immagine e somiglianza e per essere uomini liberi». E per testimoniare nel quotidiano la «incompatibilità tra mafia e Vangelo».

Arrivano le minacce, le intimidazioni – a don Puglisi ma anche ai più impegnati nella battaglia per la riqualificazione e la liberazione di Brancaccio dal dominio mafioso – fino all’assassinio del parroco di San Gaetano, il 15 settembre 1993, 23 anni fa. Oggi beato e martire (perché ucciso «in odium fidei», recita la formula canonica, ma per Martinez sarebbe più corretto dire «in odium amoris» per il suo popolo e per la giustizia), al tempo piuttosto isolato dalla Chiesa palermitana: Martinez ricorda l’indifferenza, quando non l’insofferenza, verso don Puglisi da parte di molti preti, ma anche la freddezza del card. Salvatore Pappalardo, allora vescovo di Palermo. «Il cardinale Pappalardo conosceva abbastanza bene la linea adottata da padre Puglisi per svolgere la sua azione pastorale in un quartiere con una forte presenza mafiosa. Era a conoscenza dei rischi di ritorsione mafiosa, fra l’altro già messi in pratica, che correvano il parroco e alcune persone della comunità di San Gaetano. Se il cardinale avesse preso una chiara posizione per far comprendere che il proprio presbitero non era solo, ma anzi godeva del sostegno della Chiesa palermitana, padre Puglisi sarebbe morto lo stesso? Probabilmente sarebbe ancora con noi», ricorda con amarezza Martinez.

Don Puglisi beato è un riconoscimento ma anche un rischio, perché – avverte Martinez – «posto in una nicchia sopra l’altare è inimitabile e irraggiungibile, una giustificazione per i mediocri e i vigliacchi che consolano la propria coscienza dicendo “solo lui poteva fare queste cose perché santo, eroe”». Ma resiste: non è diventato «un innocuo santino di devozione», dice p. Francesco Michele Stabile, «non è un santo taumaturgo che fa miracoli da attirare le folle», la forza della sua presenza si manifesta ancora «nelle scelte di coraggio di questi suoi amici che si espongono per la verità e per la giustizia, nella nostra coscienza di uomini sensibili alle istanze degli oppressi di tutto il mondo. Puglisi guarisce la coscienza per liberarla dall’apatia e dal disimpegno e spingerla al cambiamento radicale che parte dall’intreccio di nuovi rapporti umani e di nuove strutture sociali. È questo il miracolo capace di far cambiare rotta alla nostra terra».

Carta di Fondi: 30 preti e religiose contro mafie, ingiustizie, degrado ambientale, razzismo

24 settembre 2016

“Adista”
n. 32, 24 settembre

Luca Kocci

Contro le mafie e la corruzione, per l’accoglienza dei migranti e la difesa dell’ambiente. Sono gli impegni contenuti nella Carta di Fondi, sottoscritta da oltre trenta parroci, vicari episcopali, direttori di Caritas, animatori di comunità di accoglienza, religiosi e religiose – molti dei quali collaboratori e amici di Adista – al termine di una tre giorni di approfondimento, riflessione e confronto promossa, fino allo scorso 8 settembre, nel monastero di San Magno di Fondi (Lt), da Libera, la rete di associazioni contro le mafie fondata da don Luigi Ciotti, primo firmatario del documento, insieme, fra gli altri, a don Marcello Cozzi, don Pierluigi Di Piazza, don Aldo Antonelli, don Pino Demasi, don Tonio Dell’Olio, don Tommaso Scicchitano e don Giorgio Pisano.

«Siamo sacerdoti, religiosi e religiose impegnati da anni con le nostre comunità e i nostri gruppi a far incontrare le fatiche degli uomini con la tenerezza di Dio – si legge nella Carta di Fondi –, ci sentiamo sollecitati dal Magistero e dall’azione di papa Francesco a favore degli ultimi e degli emarginati, ci poniamo sulla scia dell’impegno sottoscritto nel “Patto delle catacombe” da numerosi vescovi partecipanti al Concilio Vaticano II» (v. Adista Segni Nuovi n. 40/15).

Per tutto questo, scrivono i religiosi, «ci impegniamo a non tacere dinanzi alle ingiustizie e ad ogni tipo di illegalità; a camminare al fianco delle vittime innocenti delle mafie e di quanti subiscono violenze e sopraffazioni, condividendo il loro dolore e la loro richiesta di giustizia e di verità; a contrastare ogni forma di corruzione perché cancro della civiltà e della democrazia». È netta la presa di distanza dalle commistioni fra religiosità popolare e criminalità organizzata che spesso, anche in tempi recenti, si sono verificate soprattutto nelle regioni del Sud d’Italia, dagli “inchini” delle statue portate in processione sotto le abitazioni dei boss ai condizionamenti delle feste patronali: ci impegniamo «ad evitare qualunque forma di religiosità ritualistica e alienante che deturpa il volto paterno di Dio» e «a vivere ogni manifestazione di pietà popolare nella logica della semplicità e della radicalità evangelica, affinché non si trasformino in esaltazione di personaggi potenti e boss mafiosi, e in mortificazione di poveri ed ultimi».

Poi il capitolo ambiente. Ci impegniamo, scrivono, «a promuovere e ad affermare i principi di una cultura di ecologia integrale; a sentirci parte integrante dell’ambiente perché ogni aggressione ad esso venga vissuto come una ferita inferta a ciascuno di noi; a denunciare ogni tipo di connivenza anche istituzionale che favorisce il degrado ambientale agevolando gli affari delle ecomafie». E l’accoglienza: ci impegniamo «a realizzare luoghi nei quali trovino accoglienza uomini e donne senza nessun pregiudizio di tipo religioso, etnico e sociale; a vivere la misericordia come risposta ad ogni tipo di violenza e come accoglienza agli ultimi, ai poveri, agli emarginati e ai migranti».

L’ultima parte della Carta di Fondi è dedicata ai temi politico-economici. Ci impegniamo «a vivere nella libertà ogni tipo di rapporto con la politica per non cadere nelle maglie di facili strumentalizzazioni; a promuovere l’affermazione di un’informazione che cerchi sempre la verità e tuteli gli ultimi; a liberarci e a liberare da una concezione economicistica della terra, dell’ambiente, del lavoro e delle relazioni umane; a denunciare quella finanza che uccide i poveri e crea disuguaglianze sociali su scala planetaria; a lavorare nell’educazione ad una finanza etica e giusta e ad un’economia di pace; a vivere il rapporto con il denaro nella logica della trasparenza e della competenza perché non si alimentino favoritismi né si assicurino privilegi; ad orientare le risorse economiche sempre verso il bene comune e mai verso interessi di pochi individui o di singoli gruppi, anteponendo il primato della destinazione universale dei beni ai principi della proprietà privata».

Infine la Costituzione, alla vigilia del referendum confermativo della riforma Renzi-Boschi-Alfano-Verdini: ci impegniamo «a tutelare i principi costitutivi della nostra Carta costituzionale, a difendere la sacralità della laicità, a promuovere percorsi virtuosi e responsabili di cittadinanza attiva».

Mons. Bertolone: «La ‘ndrangheta è l’antievangelo». Un secolo di documenti antimafia della Chiesa calabra

28 luglio 2016

“Adista”
n. 28, 30 luglio 2016

Luca Kocci

«Ogni mafia, anche se usa un linguaggio pseudo religioso, è un’organizzazione pagana, atea e areligiosa», e «gli adepti sono degli scomunicati». L’arcivescovo di Catanzaro, mons. Vincenzo Bertolone, ribadisce la condanna senza appello delle organizzazioni mafiose, in particolare della ‘ndrangheta calabrese, la regione di cui, dal settembre 2015, guida la Conferenza episcopale.

L’occasione viene fornita dalla pubblicazione – da parte della casa editrice Tau di Assisi – di un prezioso volumetto che riproduce alcuni dei principali documenti contro il fenomeno ‘ndranghetista prodotti in cento anno dalla Conferenza episcopale calabra (La ‘ndrangheta è l’antievangelo. Un secolo di documenti, pp. 144, euro 12). Una sorta di antologia antimafia che comincia con la Lettera pastorale dell’episcopato calabrese per la Santa Quaresima del 1916, in cui si ponevano le prime basi per una purificazione della pietà popolare, individuando, già allora – e non si può non pensare agli “inchini” di oggi delle statue mariane sotto le case dei boss –, punti deboli come le «processioni, il ruolo dei padrini, la scarsa formazione del clero»; e si conclude, nel giugno 2015, con gli Orientamenti pastorali per le Chiese di Calabria Per una nuova evangelizzazione della pietà popolare (v. Adista Notizie n. 31/15), che si affiancano e completano la Nota pastorale sulla ‘ndrangheta Testimoniare la verità del Vangelo emanata dalla Conferenza episcopale calabra (Cec) il 25 dicembre 2014, la quale definì la mafia «struttura di peccato» (v. Adista Notizie n. 2/15).

Quello della ‘ndrangheta, scrive mons. Bertolone nella presentazione al libro, è «un fenomeno vecchio, capace di trasformarsi continuamente, non parallelo ma intimamente legato al contesto sociale e culturale calabrese» che però viene poi ampiamente superato: a partire dagli anni ’50, aggiunge il presidente della Cec, «le mafie escono dal loro ambito storico dell’onorata società latifondista, trasferendosi dalla campagna alla città, alla Regione, al Paese, al continente europeo e al mondo intero», agendo «come una multinazionale del crimine e degli affari».

In questa storia e in questo percorso si intreccia anche il cammino della Chiesa, dal momento che la ‘ndrangheta – così come le altre mafie – occupa anche lo spazio religioso, utile per lo costruzione del proprio consenso sociale nei territori. Da questo punto di vista, mons. Bertolone riconosce i tentennamenti della Chiesa cattolica, ma rivendica i progressi fatti, soprattutto negli ultimi decenni: ci sono stati «ritardi», che però non possono essere fatti passare «per immobilismo generalizzato, per silenzi, omissioni e in qualche caso larvata connivenza». E vengono citati la Lettera pastorale del 1948 dei vescovi meridionali, la lettera dei vescovi calabresi del 1975 intitolata Episcopato calabro contro la mafia disonorante piaga della società e i documenti della Conferenza episcopale degli anni ’80 e ’90, a cominciare da Educare alla legalità del 1991.

Insomma, conclude Bertolone – che è stato anche postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio ucciso da Cosa Nostra 15 settembre 1993 per il suo impegno pastorale e civile antimafia –, «non sono mancate irresponsabili connivenze di pochi, nonché omertosi silenzi di molti», di cui i credenti «sanno e vogliono chiedere perdono»; ma, soprattutto dopo la «svolta» del Concilio Vaticano II, la Chiesa ha cominciato a parlare con voce più chiara, chiamando «ateismo e irreligione la sensibilità mafiosa, stigmatizzandone il perverso e diabolico tentativo di scimmiottare riti e linguaggi religiosi, o addirittura adulterare processioni, solennità religiose, santuari e aggregazioni di fede». L’antidoto al «veleno mafioso» è sempre lo stesso: il Vangelo.