Archive for the ‘chiesa e mafie’ Category

Nuovo documento antimafia dei vescovi siciliani. L’analisi di Augusto Cavadi e Alessandra Dino

26 maggio 2018

“Adista”
n. 19, 26 maggio 2018

Luca Kocci

S’intitola “Convertitevi!” la lettera che la Conferenza episcopale siciliana (Cesi) ha reso nota lo scorso 9 maggio, in occasione del venticinquesimo anniversario dell’ormai storica invettiva antimafia di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento («Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!… Convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!»).

«Tutti i mafiosi sono peccatori, quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi», si legge nella lettera della Cesi (pubblicata anche da Il Pozzo di Giacobbe). Le mafie sono «strutture di peccato» e, scrivono i vescovi, sono peccati non solo omicidi, stragi e traffici illeciti grandi e piccoli dentro e fuori la Sicilia (o l’Italia), ma anche «l’omertà» (il «silenzio» di chi diventa «complice») e la «la mentalità mafiosa», che «si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione».

La lettera affronta in termini autocritici anche il nodo dei legami fra Chiesa cattolica e mafia. «La mafia – scrivono i vescovi – è un problema che tocca la Chiesa, la sua consistenza storica e la sua presenza sociale in determinati territori e ambienti, il vissuto dei suoi membri, di quelli che resistono all’invadenza mafiosa e di quelli che invece se ne lasciano dominare». Per molto tempo la Chiesa è restata in «silenzio» davanti al fenomeno mafioso. Ora la «comunità credente, nel suo complesso», ne ha «preso le distanze». Però, notano i vescovi, «rischiamo di passare dal silenzio alle sole parole», e «il discorso ecclesiale riguardante le mafie» di essere più descrittivo che profetico». Vanno bene le «scomuniche», ma hanno «eco brevissima». Invece devono entrare nelle «parrocchie» (con una «catechesi interattiva, pratica e contestuale»), attraversare «le strade delle nostre città e dei nostri paesi», «scuotere davvero i mafiosi» ad una «conversione sincera» («chi si affilia alle organizzazioni mafiose pur continuando a farsi il segno della croce»).

«In in questo messaggio si riconosce l’impronta di un episcopato giovane che ha avuto modo di analizzare, negli anni della sua formazione al ministero, il fenomeno mafioso (anche sulla scia di docenti come don Francesco Michele Stabile, don Pino Ruggeri  e monsignor Cataldo Naro), un episcopato rappresentato da presuli come don Corrado Lorefice che, nel discorso di insediamento alla guida della diocesi di, cita Peppino Impastato accanto a don Pino Puglisi», spiega ad Adista Augusto Cavadi, fondatore della Casa dell’equità e della bellezza di Palermo e autore, fra l’altro, de Il Dio dei mafiosi (San Paolo, 2009). «In questo messaggio – prosegue – i vescovi cercano di rimediare a un grosso limite della lettura della mafia da parte di Giovanni Paolo II che vi vedeva esclusivamente l’aspetto criminoso-militare e non anche la valenza corruttivo-politica. Né il papa allora né vescovi oggi, però, accennano alla portata “mafiogena” della dottrina teologica cattolica: invocano infatti un recupero della religiosità come antidoto alla mafia senza sospettare che il cattolicesimo meridionale, per certi versi antidoto alla mentalità mafiosa, per altri versi ne è una riserva di idee, pregiudizi, simboli… Basti pensare soltanto alla concezione di un Padre-padrino che si placa solo al cospetto del sangue del Figlio o alla convinzione che Egli conceda grazia e favori terreni solo per la raccomandazione di mediatori celesti come la Madonna e i santi del calendario».

Coglie luci e ombre del documento anche Alessandra Dino, docente di Sociologia della devianza, studiosa dei rapporti fra Chiesa cattolica e mafie e autrice, fra l’altro de La Mafia devota (Laterza, 2008). «Dopo il Concilio Vaticano II e dopo la strage di Ciaculli del 1963 – spiega ad Adista –, anche la Chiesa siciliana comincia a porsi esplicitamente il problema mafia dopo decenni caratterizzati da silenzi, forme di “coabitazione” ed episodi di compromissione con esponenti mafiosi. In particolare tra il 1973 e il 1982, la Cesi parla più volte delle moderne forme di gangsterismo mafioso, dell’accumulazione parassitaria, della violenza che affligge la Sicilia, esortando le comunità ecclesiali a un ruolo attivo di educatori, soprattutto nei confronti dei giovani. Il tema però, pur evocato a parole, resta perlopiù confinato nei documenti, non ha ricadute diffuse e univoche nella prassi ecclesiale e pastorale di vescovi e parroci, anche se non mancano decise prese di posizione, come l’iniziativa promossa, nell’agosto del 1982, dai parroci del cosiddetto triangolo della morte (Bagheria, Altavilla Milicia, Casteldaccia) o le dure e accorate omelie del card. Pappalardo, o la Nota della Cesi del 1994 Nuova Evangelizzazione e Pastorale in cui la mafia è inequivocabilmente definita come “struttura di peccato”». Tuttavia, prosegue Alessandera Dino, si assiste ad un procedere ondivago con avanzamenti, in occasione di eventi eclatanti, arretramenti e spaccature profonde, quando a essere chiamati in causa sono questioni cruciali (pentimento/collaborazione, giustizia divina/giustizia terrena) o soggetti interni alla Chiesa stessa (si pensi, per fare solo un esempio, all’effetto prodotto sulla comunità religiosa dall’arresto di padre Mario Frittitta e alle critiche seguite alla pubblicazione del documento dei saggi che definiva il comportamento del carmelitano una “indebita cappellania”)». Quanto all’oggi, conclude, «la nuova lettera dei vescovi di Sicilia presenta indubbie novità sia nel corredo di immagini che accompagna il testo (e che, pur senza nominarle, mostra i volti di alcune importanti “vittime laiche” di mafia) sia nel lessico e nello stile volutamente incentrato sul registro dell’annuncio evangelico, risoluto contro il fenomeno mafioso ma ugualmente deciso a preservare la “propria identità”, riconoscendo nella mafia “un problema che ha dei contraccolpi anche sull’autoconsapevolezza della Chiesa e sull’immagine che di sé essa offre”. Meno attento però è il documento nell’analisi del fenomeno mafioso che viene prevalentemente presentato nelle sue dimensioni e ricadute culturali (“deficit culturale” contrapposto ad “impegno pedagogico”), rischiando di sottovalutare le sue radici economiche, politiche e sociali e il suo intreccio, non occasionale ma strutturale, con i luoghi del potere. Un potere criminale in grado di dialogare e colludere anche con ambienti religiosi, con effetti che vanno oltre il comportamento di “qualche ministro di Dio, pavido e infedele,” indotto a “dimenticare il diritto di resistere a ogni costo a ciò che è contrario al Vangelo”. Insieme allora ai pur importanti pronunciamenti, penso che il punto di svolta siano le prassi concrete, quell’ “efficacia performativa” cui il nuovo documento della Cesi fa rifermento e che dovrebbe, non solo “interpellare i mafiosi”, ma anche portare gli uomini di Chiesa a riflettere sulle scelte concrete da intraprendere nel quotidiano esercizio del loro ministero».

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L’attacco dei vescovi ai mafiosi: «Siete tutti peccatori»

10 maggio 2018

“il manifesto”
10 maggio 2018

Luca Kocci

Era il 9 maggio 1993 quando Giovanni Paolo II, nella Valle dei templi di Agrigento, gridò ai mafiosi quel «Convertitevi!» diventato storico.

Ieri i vescovi di Sicilia, ad Agrigento, dopo 25 anni, hanno ricordato l’evento, pubblicando una lettera, titolata Convertitevi! (per «prolungare l’eco dell’appello alla conversione») che esce proprio nel giorno del quarantesimo anniversario dell’omicidio mafioso di Peppino Impastato, il cui volto è riprodotto in una bella fotografia – alle sue spalle, il balcone di Radio Aut – all’interno del lungo testo dei vescovi (47 pagine), edito da Il Pozzo di Giacobbe.

«Tutti i mafiosi sono peccatori, quelli con la pistola e quelli che si mimetizzano tra i cosiddetti colletti bianchi», scrivono i vescovi, per i quali – l’affermazione non è nuova – le mafie sono «strutture di peccato». «Peccati» non sono solo omicidi, stragi e traffici illeciti grandi e piccoli dentro e fuori la Sicilia (o l’Italia), ma anche «l’omertà» (il «silenzio» di chi diventa «complice») e la «la mentalità mafiosa», che «si esprime nei gesti quotidiani di prevaricazione».

Viene affrontato il nodo – meno intricato ma non ancora del tutto sciolto – dei legami fra Chiesa cattolica e mafia. «La mafia è un problema che tocca la Chiesa, la sua consistenza storica e la sua presenza sociale in determinati territori e ambienti, il vissuto dei suoi membri, di quelli che resistono all’invadenza mafiosa e di quelli che invece se ne lasciano dominare», scrivono i vescovi. Per molto tempo la Chiesa è restata in «silenzio» davanti al fenomeno mafioso. Ora la «comunità credente, nel suo complesso», ne ha «preso le distanze». Però, notano i vescovi, «rischiamo di passare dal silenzio alle sole parole», e «il discorso ecclesiale riguardante le mafie» di essere più descrittivo che profetico». Vanno bene le «scomuniche», ma hanno «eco brevissima». Invece devono entrare nelle «parrocchie» (con una «catechesi interattiva, pratica e contestuale»), attraversare «le strade delle nostre città e dei nostri paesi», «scuotere davvero i mafiosi» ad una «conversione sincera» («chi si affilia alle organizzazioni mafiose pur continuando a farsi il segno della croce»).

«Dopo il Concilio Vaticano II e la strage di Ciaculli del 1963 – spiega al manifesto Alessandra Dino, docente di Sociologia della devianza all’università di Palermo, studiosa dei rapporti fra Chiesa cattolica e mafie –, anche la Chiesa siciliana comincia a porsi esplicitamente il problema mafia dopo decenni caratterizzati da silenzi, forme di “coabitazione”, episodi di compromissione con esponenti mafiosi».

«In particolare – prosegue Dino – tra il 1973 e il 1982, la Conferenza episcopale siciliana parla più volte delle moderne forme di gangsterismo mafioso, dell’accumulazione parassitaria, della violenza che  affligge la Sicilia, esortando le comunità ecclesiali a un ruolo educativo soprattutto dei giovani. Il tema però resta perlopiù confinato nei documenti. Non ha ricadute diffuse e univoche nella prassi pastorale di vescovi e parroci. Si assiste ad un procedere ondivago, con avanzamenti, arretramenti e spaccature profonde, quando ad essere chiamati in causa sono le questioni cruciali o soggetti interni alla Chiesa stessa. Il punto di svolta sono le prassi concrete, quella “efficacia performativa” di cui parla il documento dei vescovi, che dovrebbe non solo “interpellare i mafiosi” ma anche portare gli uomini di Chiesa a riflettere sulle scelte concrete da intraprendere nel quotidiano esercizio del loro ministero».

Intimidazione mafiosa a don Stamile, prete anti-’ndrangheta

22 gennaio 2018

“Adista”
n. 2, 20 gennaio 2018

Luca Kocci

Intimidazione mafiosa contro don Ennio Stamile, prete anti-’ndrangheta e coordinatore di Libera per la regione Calabria.

È accaduto la notte dell’Epifania, a Cetraro (Cs), piccolo centro della provincia di Cosenza, dove il prete è stato per molti anni parroco di San Benedetto. Intorno alla mezzanotte, dopo la cena in un ristorante del paese con i capi scout, insieme anche al sindaco della città, Angelo Aita, don Stamile si è diretto alla sua automobile, scoprendo che allo specchietto retrovisore esterno era stato legato un sacco per la spazzatura contenente la carcassa di un capretto. Un chiaro messaggio intimidatorio, secondo il lessico e la simbologia mafiosa.

A don Stamile è immediatamente arrivata la solidarietà di don Luigi Ciotti, fondatore e presidente di Libera. «Ancora una grave atto intimidatorio che sollecita le nostre coscienze ad essere più vigili – ha dichiarato don Ciotti –, e che ci richiama a sentire sempre prepotente dentro di noi il morso del più, del dare e impegnarci di più. La strada da percorrere nella lotta alla criminalità organizzata, alle illegalità è ancora lunga. Ognuno, la politica, le istituzioni, i cittadini sono chiamati a fare la propria parte. Resistere vuol dire esserci, fare, assumerci la nostra quota di responsabilità. Perché il problema più grave non è tanto chi fa il male, ma quanti guardano e lasciano fare. Siamo vicini a don Ennio e andiamo avanti, senza paura e senza alcuna esitazione, consapevoli che il nostro impegno non subirà alcun cedimento».

Accanto al prete anche la Cgil Calabria. «L’atto mafioso compiuto verso don Ennio Stamile è un atto da intendersi contro tutta la comunità che cerca ogni giorno di battersi contro la ‘ndrangheta, per l’affermazione della legalità e della crescita sociale e civile», ha dichiarato il segretario generale, Angelo Sposato. «Conosciamo da anni don Ennio – ha proseguito Sposato –, è un punto di riferimento per noi e di tante libere associazioni, di cittadini, di forze sociali, politiche, ed è per questo che da anni conduciamo insieme battaglie comuni su legalità, sviluppo e lavoro. L’atto intimidatorio non fermerà don Ennio nelle tante battaglie comuni che continueremo a fare insieme per il riscatto sociale della nostra terra. L’atto intimidatorio non va sottovalutato.  Riteniamo sia indispensabile un reazione ed iniziativa della società civile e della politica contro tale atto. Occorre attivare tutte le forme cautelative, pertanto chiediamo alla Prefettura di compiere gli atti necessari per la sicurezza di don Ennio e di Libera Calabria».

Non è la prima volta che don Stamile – il quale nella sua attività pastorale e sociale ha più volte denunciato la presenza e il potere della ‘ndrangheta nel territorio, esortando i fedeli a fare altrettanto, rinunciando all’omertà – viene fatto oggetto di atti intimidatori e minacce mafiose. Più volte la sua auto è stata danneggiata, la canonica in cui viveva a Cetraro vandalizzata e cinque anni fa – in un avvertimento simile a quello della notte dell’Epifania – davanti alla porta di casa è stata fatta ritrovare una testa di maiale mozzata, con uno straccio in bocca (v. Adista Notizie n. 5/12).

E don Stamile non è l’unico prete calabrese impegnato anche nella lotta alla ‘ndrangheta che, nel corso degli anni, è stato bersaglio di avvertimenti mafiosi. Nel novembre 2009 furono manomessi i freni di alcune automobili per il trasporto disabili della comunità Progetto Sud di don Giacomo Panizza a Lamezia Terme (v. Adista Notizie n. 117/09). Un mese dopo fu il vescovo di Lamezia (Cz), mons. Luigi Antonio Cantafora, a ricevere una busta contenente una sua foto e il disegno di una bara. Nell’estate del 2010 vennero squarciate le gomme delle automobili di don Salvatore Giovinazzo – parroco a Cittanova (Rc), che lavorava in un bene confiscato alla ‘ndrangheta – e di don Ermenegildo Albanese, parroco a Seminara (Rc). Nell’estate del 2011 toccò invece a don Tonino Vattiata, parroco di Pannaconi di Cessaniti (Vv) e fra gli estensori di un documento anti-‘ndrangheta sottoscritto da 14 parroci del vibonese (v. Adista Notizie n. 85/08), e poi a don Giuseppe Campisano, parroco a Gioiosa Jonica (Rc), avere le proprie auto danneggiate (v. Adista Notizie n. 65/11). Fra dicembre 2011 e febbraio 2012 altre due azioni contro don Giacomo Panizza, a Lamezia: nella notte di Natale un ordigno venne fu esplodere davanti al portone di ingresso di un centro di accoglienza per minori non accompagnati; successivamente un colpo di pistola venne sparato alla finestra di un edificio – confiscato alla cosca lametina dei Torcasio e assegnato a Progetto sud – che ospitava un centro sociale per disabili non autosufficienti. Nell’ottobre 2012 furono bucate le gomme dell’automobile di don Mario Fuscà, parroco a Piscopio (Vv) e del pulmino della parrocchia di santa Maria Assunta a Cropalati (Cs), utilizzata da don Giovanni Sommario.

Si spera che con quella a don Stamile non riprendano le intimidazioni ai preti calabresi in prima linea contro la ‘ndrangheta che da qualche anno sembravano esseri fermate

Fra solidarietà e minacce, la pastorale di frontiera di mons. Riboldi

23 dicembre 2017

“Adista”
n. 44, 23 dicembre 2017

Luca Kocci

È morto a Stresa (Vb), nella casa dei Rosminiani dove alloggiava già da qualche mese, lo scorso 10 dicembre, mons. Antonio Riboldi, 94 anni, vescovo emerito di Acerra (Na).

La sua vita e la sua azione pastorale sono legate a due emergenze sociali che lo hanno visto in prima linea schierato con il popolo che gli era stato affidato: il terremoto del Belice del 1968 e la camorra napoletana degli anni ’80.

Nato a Tregasio (Mi), il 16 gennaio 1923, terzo di sette figli di una famiglia di modeste condizioni economiche, entra giovanissimo, a 13 anni, nell’Aspirantato rosminiano di Pusiano (Co). Ordinato prete nel 1951, dopo aver operato in diverse case dei Rosminiani, il 15 agosto 1958 viene inviato come parroco a Santa Ninfa, nel Belice, in Sicilia, nella Diocesi di Mazara del Vallo (Tp). Dieci anni dopo, nella notte fra il 14 e il 15 gennaio 1968, Santa Ninfa viene rasa al suolo dal terremoto che colpisce il Belice, uno dei più devastanti della storia dell’Italia repubblicana (oltre 350 morti, mille feriti, diecimila sfollati). Don Riboldi si salva dal sisma e resta a vivere per anni in una baracca di legno, insieme agli altri sfollati, partecipando e animando la lotta per la ricostruzione del Belice distrutto dal terremoto, denunciando e combattendo contro sprechi, ritardi e ruberie.

«Ad opporsi alla furia della natura e alla voracità degli uomini – ricorda Enrico Fierro (Il fatto quotidiano, 11/12), tre personaggi. Vito Bellofiore, sindaco comunista di Santa Ninfa, Danilo Dolci, che nel Belice aveva piantato la sua tenda, e lui, don Riboldi. “In quegli anni – ha ricordato nei suoi scritti Bellofiore – operava un grande parroco, don Riboldi, con cui, io sindaco comunista, e lui sacerdote lombardo, mi trovai a collaborare per la ricostruzione e la rivendicazione dei giusti diritti della nostra popolazione”. E furono scioperi alla rovescia, proteste, marce dei terremotati. A Palermo ma anche a Roma». Nel Natale 1975 don Riboldi fa scrivere a 700 bambini del Belice una lettera di denuncia delle condizioni di vita a sette anni dal sisma a Paolo VI, al presidente della Repubblica Giovanni Leone e ai presidenti di Camera e Senato Sandro Pertini e Giovanni Spagnoli. E nel 1978, a dieci anni dal terremoto, porta 50 bambini, insieme alle loro mamme, a Roma per denunciare ritardi e sprechi: ottengono 300 miliardi dal governo e la solidarietà di Pertini, neo presidente della Repubblica, che definisce il Belice post terremoto come «la vergogna d’Italia».

Sempre nel 1978 Paolo VI lo nomina vescovo di Acerra, terra di camorra. E qui comincia il suo nuovo impegno per la giustizia e la legalità, che sfida frontalmente l’organizzazione criminale. Come quando organizza una storica marcia a Ottaviano, in “casa” del boss della Nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo. O quando, nel 1982, redige e pubblica, firmato da tutti i vescovi della Campania, un profetico documento contro la camorra: “Per amore del mio popolo non tacerò” (v. notizia successiva). «Un’analisi acuta su quanto stava accadendo e una capacità di previsione su ciò che sarebbe avvenuto», spiega ad Adista Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli. «Nel documento – prosegue – si denunciano chiaramente le “risorse” della camorra: droga, estorsioni, tangenti sugli appalti; “una scuola di devianza per i giovani” attratti “dal mito della forza e del rapido, seppur rischioso, guadagno”; “la diffidenza e la sfiducia dell’uomo del Sud nei confronti delle istituzioni”; la consapevolezza della collusione tra politica e camorra; il diffuso senso di insicurezza personale che “determina, non di rado, il ricorso alla difesa organizzata per clan o l’accettazione della protezione camorristica”; l’opacità del lavoro, considerato più una concessione camorristica che un diritto; infine la carenza o l’insufficienza, anche nell’azione pastorale, di una vera educazione sociale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l’uomo e il cittadino maturo».

Anni intensi, non privi di rischi e minacce – tanto che a mons. Riboldi viene assegnata una scorta – che segnano una tappa importante dell’impegno della Chiesa cattolica contro la camorra. Negli anni ’80 inizia a frequentare molte carceri italiane, dove incontra diversi boss reclusi – fra cui lo stesso Cutolo – e numerosi pentiti della lotta armata. E all’inizio degli anni ’90 è protagonista di un discusso e discutibile tentativo di mediazione fra il clan Moccia, magistratura e politica per consentire la “dissociazione” dei boss di camorra, come già era avvenuto per i militanti in carcere delle organizzazioni della lotta armata dell’estrema sinistra (Brigate rosse, Prima linea e altre): un’operazione fermata dalla netta contrarietà delle procure secondo cui la possibilità della dissociazione (con i relativi benefici di legge) avrebbe inevitabilmente bloccato la collaborazione con i magistrati di alcuni boss che avevano iniziato a fare delle rivelazioni importanti per le indagini e il contrasto alla camorra.

Dopo questo episodio, la figura di mons. Riboldi risulterà, parzialmente ridimensionata e il suo impegno meno “frontale”. Nel dicembre 1999, quasi due dopo il compimento dei canonici 75 anni, Giovanni Paolo II accoglie le sue dimissioni per raggiunti limiti di età

 

“Per amore del mio popolo non tacerò”: la Nota profetica ispirata da mons. Riboldi

23 dicembre 2017

“Adista”
n. 44, 23 dicembre 2017

Luca Kocci

“Per amore del mio popolo non tacerò” è il titolo della Nota pastorale che i vescovi della Campania rendono pubblica il 29 giugno 1982, rompendo un silenzio che durava da molto tempo. Mons. Antonio Riboldi, da quattro anni vescovo di Acerra, ha un ruolo fondamentale nella elaborazione di un documento profetico – tanto che alcuni lo attribuiscono pressoché interamente a lui –, che analizza con precisione la natura e l’azione della camorra in Campania, evidenzia le omissioni della Chiesa cattolica nel denunciare e fronteggiare il sistema e propone delle alternative dal punto di vista pastorale (v. notizia precedente). È la prima volta che una Conferenza episcopale, benché regionale, pronuncia la parola camorra, infrangendo una mentalità e una prassi che la faceva considerare estranea alle preoccupazioni e alla prassi pastorale.

La camorra, scrivono i vescovi della Campania nella Nota pastorale, «è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella nostra società campana». «Al profondo senso di solidarietà cristiana che da sempre ha segnato la fisionomia delle popolazioni campane – proseguono –, la camorra oggi oppone: violenti scontri di interessi privati di vario genere capaci soltanto di produrre frutti di morte registrati in un necrologio impressionante per numero e per atrocità; un sistema capillare di canali per lo spaccio della droga, moltiplicandone così il consumo e creando schiere di fratelli che si emarginano dalla vita e determinano drammi familiari e sociali di inaudita gravità; una rete di estorsione che scoraggia ogni capacità produttiva e mette in crisi piccole industrie agricoltori commercianti e professionisti; un sistema di tangenti sui lavori edili. sugli appalti e sulla stessa ricostruzione delle zone terremotate le quali, invece richiedono onestà operativa buona amministrazione e tempi celeri di realizzazione; una scuola di devianza per i giovani, provocati dal mito della forza e del rapido seppur rischioso, guadagno». Spesso con la «complicità di uomini politici che, in cambio del sostegno elettorale o addirittura per scopi comuni, assicurano copertura e favori».

Esiste una «contrapposizione stridente tra i falsi messaggi della camorra e il messaggio di Gesù Cristo», sottolineano i vescovi, i quali notano come tuttavia essa per esempio abbia «inserito i suoi tentacoli nella vita sacramentale attraverso la distorsione della figura del padrino di battesimo, di cresima e di matrimonio, legando a sé creature ignare con le loro famiglie e coppie di sposi, più o meno conniventi con il loro parentado». E pretenda «di avere una sua religiosità, riuscendo a volte ad ingannare oltre che fedeli anche sprovveduti o ingenui pastori di anime», talvolta con allettanti «elargizioni non disinteressate per le feste patronali e facilitazioni per ottenere, tramite i protettori politici, contribuzioni dovute o anche indebite».

In tutto ciò, per i vescovi campani c’è anche una responsabilità strutturale della Chiesa cattolica. Per esempio a causa della «carenza» e «dell’insufficienza nell’azione pastorale, di una vera educazione sociale, quasi che si possa formare un cristiano maturo senza formare l’uomo e il cittadino maturo». Pertanto è necessario cambiare rotta, con una rinnovata azione educativo-pastorale che sappia «demitizzare isolare la camorra»; «rinnovare la proclamazione del genuino Vangelo di Gesù Cristo, il quale annuncia all’uomo la liberazione totale, sia quella soprannaturale e definitiva sia quella umana e storica»; «educare incessantemente alla verità e alla giustizia nella vita personale e comunitaria, privata e pubblica, rilevando che le grandi ingiustizie trovano sostegno, alimento e giustificazione nelle piccole falsità ingiustizie e disonestà quotidiane di cui si macchiano spesso con disinvoltura coloro che condannano e temono la camorra»; «curare che la nostra predicazione non sia distaccata o contraddetta dalla testimonianza della vita dei pastori e dei fedeli». Inoltre, ammoniscono i vescovi, «non permettere che la funzione di padrino, nei Sacramenti che lo richiedono, sia esercitata da persone di cui non sia notoria l’onestà della vita privata e pubblica e la maturità cristiana. Non ammettere ai sacramenti chiunque tenti di esercitare indebite pressioni in carenza della necessaria iniziazione sacramentale. Non consentire esibizioni e particolarità in contrasto con le norme stabilite per tutti per l’ammissione ai sacramenti. Non celebrare con solennità la liturgia funebre per coloro che notoriamente siano stati legati alla camorra».

La Nota pastorale dei vescovi campani – nonostante presenti alcune omissioni, a cominciare dalle responsabilità ecclesiastiche sugli intrecci camorra e politica (ovvero Democrazia cristiana) – non avrà grande successo e sarà presto dimenticato. Uno dei pochi a riprenderlo ed attualizzarlo sarà don Peppe Diana, parroco di Casal di Principe, che nel Natale del 1991, insieme ai parroci della zona, divulgherà nelle parrocchie un documento contro la camorra avente lo stesso titolo: “Per amore del mio popolo non tacerò”. Poco più di due anni dopo, il 19 marzo 1994, don Diana verrà ucciso dai killer dei casalesi

«Non un santino da venerare ma un esempio da seguire». Il card. Bassetti ricorda don Puglisi

30 settembre 2017

“Adista”
n. 33, 30 settembre 2017

Luca Kocci

«Fra la mafia e il Vangelo non può esserci alcuna convivenza o tantomeno connivenza». Il presidente della Conferenza episcopale italiana, card. Gualtiero Bassetti, in occasione della veglia di preghiera in onore di p. Pino Puglisi che si è svolta a Palermo, nel quartiere di Brancaccio, lo scorso 15 settembre – ventiquattresimo anniversario dell’omicidio di Puglisi – ribadisce la assoluta incompatibilità fra mafia e Vangelo e ricorda la figura del parroco di Brancaccio, ucciso dai killer di Cosa nostra il 15 settembre 1993.

«Egli era un prete che “abitava il territorio”», dice di presidente della Cei. «Abitava le periferie – prosegue –, viveva le frontiere. In quelle frontiere, che oggi sono troppo spesso al centro delle polemiche, don Pino invece viveva quotidianamente per stare accanto ai poveri e ai disperati e prendersi cura di loro. Abitava la frontiera senza paura. Anzi, egli è stato un prete che faceva paura alla mafia perché predicava l’amore e smascherava ciò che si celava dietro al codice d’onore mafioso». In particolare «i giovani erano il suo tesoro. Un tesoro da custodire e soprattutto da preservare dagli inganni suadenti e dalle scorciatoie promesse dai malavitosi. In una terra di miseria e disoccupazione, Puglisi intuì, come don Milani, che era fondamentale fornire dignità ai poveri partendo dall’educazione».

Tuttavia, puntualizza Bassetti, sarebbe «riduttivo definire don Puglisi solamente come “un prete antimafia”. Non si può ridurre la sua grande figura soltanto all’impegno sociale, perché egli è stato, prima di tutto, un prete palermitano che si è fatto annunciatore del Vangelo con semplicità e purezza di cuore» e che «ha lottato per la giustizia perché i suoi giovani e i suoi poveri potessero vivere liberi dalla paura e dal ricatto della mafia». E proprio «annunciare il Vangelo dell’amore e della libertà dei figli di Dio lo ha portato alla testimonianza più autentica: lo ha portato al martirio».

Ma la causa dell’omicidio di p. Puglisi è da rintracciarsi nel suo impegno evangelico antimafia. «Don Pino – ricorda il presidente dei vescovi italiani – riesce ad inaugurare il Centro “Padre Nostro” il 29 gennaio 1993. Pochi mesi dopo, dopo numerosi avvertimenti mafiosi, lo stesso giorno del suo compleanno, il 15 settembre, venne ucciso in modo spietato. Un esecuzione fredda compiuta in odio alla fede. Perché, come ammise uno dei suoi killer, era diventato una “spina nel fianco” del sistema malavitoso. Con le sue prediche “prendeva i ragazzini e li toglieva dalla strada”. È stato ucciso, dunque, per la sua attività pastorale. Una “felice colpa” che nel maggio del 2013 lo ha fatto diventare beato e martire.

È proprio a partire dal ricordo dell’azione pastorale e sociale di p. Puglisi che Bassetti sottolinea la condanna delle organizzazioni e della mentalità mafiose, in continuità con le affermazione di Giovanni Paolo II nella Valle dei templi di Agrigento (che «ha chiesto a gran voce ai mafiosi di convertirsi perché “verrà il giudizio di Dio”»), di Benedetto XVI (che «proprio qui a Palermo ha ribadito che la mafia è “incompatibile” con il Vangelo) e di Francesco (che «nella piana di Sibari ha affermato con la sua voce profetica che la malavita “è adorazione del male e disprezzo del bene comune2 e che, soprattutto, quegli uomini che “vivono di malaffare e violenza” non sono in comunione con Dio e quindi sono “scomunicati”»). «Chi è un discepolo di Cristo, chi è figlio della luce è tenuto a denunciare le tenebre, quindi le organizzazioni criminali – aggiunge il presidente della Cei –. Denunciarle con le parole, con i gesti, con la sua testimonianza, ma anche rivolgendosi alle forze dell’ordine e alla magistratura che in questo territorio, come nel resto dell’Italia, hanno pagato anche con il sangue il loro impegno contro l’illegalità». Ma non c’è, secondo il cardinale, solo quella spirituale, perché «don Pino ci lascia anche una preziosa eredità civile, che vorrei riassumere con una frase: con la mafia non si convive. Fra la mafia e il Vangelo non può esserci alcuna convivenza o tantomeno connivenza. Non può esserci alcun contatto ne alcun deprecabile inchino. So bene che le organizzazioni criminali per realizzare i loro progetti creano un clima di paura che sfrutta la miseria e la disoccupazione, la disperazione sociale e l’assenza della certezza del diritto. Proprio per questo è assolutamente necessaria la presenza dello Stato».

Padre Puglisi beato – è stato dichiarato martire nel 2013 – è un segno potente, ma anche un rischio, da cui Bassetti mette in guardia: «Non dobbiamo correre il rischio di trasformare il beato Puglisi in un “santino”, un nome da richiamare qualche volta magari per sentirci con la coscienza a posto. Don Pino, infatti, ci parla ancora oggi» e ci esorta a dire «il nostro no fermo a ogni forma di criminalità», chiedendoci «di impegnarci nell’educazione alla “vita buona” che è legalità, apertura dell’altro, rispetto delle regole e della convivenza civile».

No ai mafiosi come padrini di Battesimo e di Cresima: decreto del vescovo di Monreale

2 aprile 2017

“Adista”
n. 13, 1 aprile 2017

Luca Kocci

Divieto per i mafiosi di fare i padrini di battesimo e di cresima. Lo ha stabilito l’arcivescovo di Monreale (Pa), mons. Michele Pennisi, con un decreto datato 15 marzo e valido per l’intero territorio della diocesi che proibisce una pratica spesso utilizzata dai mafiosi per sancire o rafforzare affiliazioni e per ribadire il loro potere di controllo.

«Il canone 874  del Codice di diritto canonico prevede che per essere ammesso all’incarico di  padrino    vi sia una condotta di vita conforme alla fede e all’incarico che si assume», si legge nel decreto. «Tutti  coloro che, in qualsiasi modo deliberatamente, fanno parte della mafia o ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa, debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, alla sua Chiesa». Quindi il divieto, condiviso dall’intero consiglio presbiterale diocesano: «Non possono essere ammessi all’incarico di  padrino di  battesimo e  di  cresima coloro che si sono resi colpevoli di reati disonorevoli o che con il loro comportamento provocano scandalo» e «coloro che appartengono ad associazioni di stampo mafioso o ad associazioni più o meno segrete contrarie ai valori evangelici ed hanno avuto sentenza di condanna per delitti non colposi passata in giudicato».

Quasi dieci anni fa mons. Pennisi, quando era vescovo di Piazza Armerina (En) proibì i funerali solenni per il boss di Cosa Nostra Daniele Emmanuello (che vennero celebrati poi in forma privata presso la cappella del cimitero di Gela, per decisione del questore di Caltanissetta per prevenire eventuali problemi di ordine pubblico, v. Adista Notizie n. 17/08). Ma allora si tratto di una iniziativa isolata ed estemporanea, benché importante. Nel 2013 invece mons. Antonino Raspanti, vescovo di Acireale, formalizzò in un decreto ufficiale, valido in tutta la diocesi, la proibizione di celebrare i funerali religiosi per i condannati per mafia (v. Adista Notizie n. 25/13.

Manca ancora un provvedimento complessivo che riguarda l’intera Sicilia, anche se pochissimi giorni, nella sessione primaverile della Conferenza episcopale siciliana (Nicosia, 16-18 marzo), i vescovi dell’isola, nel loro comunicato finale,  hanno ribadito che «tutti coloro che, in qualsiasi modo deliberatamente, fanno parte della mafia o ad essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa, debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, alla sua Chiesa».

Provvedimento che invece esiste in Calabria, dove la Conferenza episcopale regionale, nell’estate del 2015, ha approvato gli Orientamenti pastorali Per una Nuova Evangelizzazione della pietà popolare, un ampio testo che, pur valorizzando le espressioni della «pietà popolare», mette in guardia da possibili distorsioni antievangeliche della stessa e, per prevenire questi rischi, offre delle indicazioni precise a tutte le diocesi: no a mafiosi scelti come padrini e madrine di battesimo e cresima oppure come testimoni di nozze; sì ai funerali per gli ‘ndranghetisti, purché siano sobri e senza rilevanza pubblica; feste patronali e processioni religiose senza le cosche e senza “inchini” delle statue di fronte alle abitazioni dei boss (v. Adista Notizie n. 31/15). Un documento che potrebbe costituire un modello anche per altre regioni ecclesiastiche centro-meridionali.

Memoria e impegno. A Locri la XXII giornata per le vittime delle mafie

20 marzo 2017

“Adista”
n. 12, 25 marzo 2017

Luca Kocci

«Facciamo obiezione di coscienza alla mentalità mafiosa, prepotente e arrogante». Con queste parole il vescovo della diocesi di Locri-Gerace (Rc), mons. Francesco Oliva, saluta i partecipanti alla ventiduesima Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime della mafie promossa da Libera – la rete antimafia fondata e guidata da don Luigi Ciotti – che il prossimo 21 marzo, come da tradizione, si svolgerà per la prima volta nella sua diocesi, da anni in prima linea nelle attività per la giustizia, per la legalità e contro le mafie.

«Memoria ed impegno sono due parole chiave del nostro cammino civile e religioso», scrive mons. Oliva. «La memoria richiama il sangue versato da faide violente che hanno seminato morte e distrutto i nostri paesi, della sofferenza che il tempo dei sequestri ha cagionato. Memoria delle tante vittime spezzate dalla violenza della mafia, vite di uomini e donne, giovani e meno giovani, ragazzi e bambini, vittime innocenti di una criminalità spietata che non si è mai fermata davanti a niente. Stringiamoci ai familiari delle tante vittime innocenti delle mafie. Vittime delle mafie anche loro. Facciamo nostro il loro dolore, ponendoci accanto a loro e condividendone la sofferenza. Essi ci consegnano un messaggio importante: dare al dolore il senso della cittadinanza responsabile, del servizio alla comunità. Una consegna che in questa terra può trasformare le fragilità ed il dolore in risorse preziose per un cammino nuovo».

Ma non solo memoria, anche «impegno» che, spiega il vescovo di Locri, deve diventare «volontà di cambiamento, di conversione e di vita nuova». Aggiunge mons. Oliva: «Mai più nella nostra terra violenza e spargimento di sangue, sequestri di persone e faide distruttive! Scompaia ogni tentazione di fare uso della forza e della vendetta! Vengano meno tutte le forme di associazione criminale! Vogliamo condividere lo stesso sentimento, rinnegare ogni forma di comportamento mafioso. La ‘ndrangheta è morte per la nostra terra, la causa principale del nostro sottosviluppo. Chi uccide non è uomo di onore, ma un vero disonore per la nostra terra. Ogni uomo e donna di buona volontà dica per sempre no ad ogni forma di illegalità e criminalità. Facciamo obiezione di coscienza di fronte a qualunque progetto di morte ed alla mentalità mafiosa, prepotente ed arrogante. Impegno è volontà di costruire una società nuova, di ridare dignità alla nostra terra, di ricostruire rapporti di pace e di riconciliazione, di favorire legami di cooperazione nel bene, di volere un lavoro per tutti».

C’è spazio anche per una autocritica rispetto alle omissioni della Chiesa. «La condanna dei mafiosi, l’invito al pentimento e a cambiare vita  espresso da papa Francesco in terra di Calabria (il 21 giugno 2014, durante la visita pastorale a Cassano allo Jonio, all’epoca guidata dall’attuale segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, papa Francesco pronunciò la scomunica ai mafiosi, n.d.r.) ha riscattato silenzi e timidezze che troppo spesso hanno caratterizzato anche la nostra azione», riconosce mons. Oliva. «Da qui l’impegno a non aver paura e a ritrovare il coraggio e la speranza di andare avanti. La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno è tutto questo: un tempo propizio per ripartire».

A Locri sono attese decine di migliaia di partecipanti, soprattutto giovani, da tutta Italia. Si comincia il 18 marzo, con l’assemblea dei familiari delle vittime innocenti delle mafie all’auditorium del Palazzo vescovile. Il giorno successivo l’incontro con un familiare “illustre” di una vittima di mafia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, all’epoca presidente della Regione Sicilia, venne ucciso da Cosa Nostra a Palermo il 6 gennaio 1980. Il 21 marzo la giornata clou, con la grande marcia per le vie di Locri e la lettura, arrivati in Piazza dei Martiri, dei nomi delle vittime innocenti delle mafie.

Per la prima volta quest’anno l’iniziativa ha il formale riconoscimento delle Istituzioni, dal momento che il Parlamento, lo scorso primo marzo, ha approvato in via definitiva (418 voti a favore e nessun contrario), la legge che istituisce il 21 marzo quale Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. «Abbiamo segnato un passo di grande valore simbolico nella lotta alle mafie. L’approvazione della legge che istituisce il 21 marzo Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, testimonia la volontà delle Istituzioni di rendere patrimonio vivo e fecondo l’esempio di quanti sono caduti sotto i colpi della violenza mafiosa», spiega Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia. «È un lungo elenco, di donne e uomini, anziani, giovani e bambini che da oltre vent’anni, grazie a Libera, nel primo giorno di primavera risuona in tante piazze del Paese e che finalmente da oggi diventa la data in cui tutta l’Italia si riconosce nell’impegno comune contro l’illegalità e la criminalità organizzata. Ringrazio le centinaia di familiari che con grande dignità ci hanno insegnato a cercare con tenacia la verità, a non rimuovere la realtà, a non cadere nell’indifferenza. La storia d’Italia è anche storia dei condizionamenti dei poteri mafiosi e il valore civile di una memoria condivisa rappresenta una condizione essenziale per fronteggiare le nuove mafie, sempre più collusive e meno violente, promuovere la giustizia e difendere la democrazia».

Locri: già devastato dai clan l’ostello confiscato alla ‘ndrangheta. Ma Goel va avanti, con il sostegno del vescovo

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci

Nonostante quello che sembra essere stato l’ultimo velenoso colpo di coda delle cosche, l’ostello “Locride” – nato in un immobile confiscato ad un clan di ‘ndrangheta – è stato consegnato, lo scorso 20 febbraio al consorzio sociale Goel, che lo gestirà nell’ambito di un progetto di turismo responsabile tramite una cooperativa del gruppo (v. Adista Notizie n. 6/17).

Non era affatto scontato che la consegna avvenisse, perché l’ostello, pochi giorni dopo essere stato formalmente assegnato al Goel – vincitore di una gara pubblica indetta dal Comune di Locri guidato dal sindaco Giovanni Calabrese – era stato devastato dai clan, che non tollerano che quello che era un proprio bene venga restituito alla società.

Il danneggiamento e il furto ai danni dell’ostello sorto in un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) sono avvenuti nella notte fra l’11 e il 12 febbraio. Nella mattinata di domenica è stata segnalata una ingente fuoriuscita di acqua dai locali e sono state avvisate le autorità competenti. Ignoti erano entrati nei locali caldaie della struttura, avevano divelto la porta, distrutta la telecamera di videosorveglianza, sottratte tre caldaie ed il gruppo di pressurizzazione, provocando danni per almeno ventimila euro.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata nell’aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan, come infatti pare essersi verificato. Al secondo avviso pubblico, nell’ottobre 2016, che riproponeva agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si sono presentati due soggetti, e l’immobile è stato assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale per restituire valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

«Questo è il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel», spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel, «Non avevamo partecipato alla prima gara, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini». E nonostante l’atto vandalico-intimidatorio (l’ennesimo subito dalle cooperative del gruppo, (v. Adista Notizie nn. 27 e 31/06, 33/07, 3/12, 32/14, 39/15) intendono andare avanti: «Tutta la comunità di Goel – prosegue Linarello – è fermamente decisa ad andare avanti e a non indietreggiare minimamente. Anzi, questo atto criminale ci motiva a prodigarci per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie e avviare prima possibile l’attività dell’ostello che abbiamo voluto chiamare “Locride” perché rappresenta un simbòlo. La ‘ndrangheta fa alla Locride ciò che gli autori di questo atto criminale hanno fatto a questo ostello: distrugge e ostacola ogni possibilità di lavoro per la gente e di sviluppo per il territorio. Goel, invece, sta al fianco della gente, creando ogni giorno, dal nulla, speranza e lavoro».

La consegna dell’ostello al Goel sembra il primo passo, «un segno delle positività che ci sono nella nostra terra», ha commentato mons. Francesco Oliva, vescovo di Locri-Gerace, presente alla cerimonia di consegna. «Questo è un segno di speranza, attraverso di esso vediamo il volto bello della Calabria, è un segno di riscatto per la nostra terra», «dobbiamo guardarci dall’isolazionismo, dal non aprirci all’altro, occorre una maggiore attenzione a quello che accade intorno a noi e crediamo che questo sia imprescindibile per una crescita della nostra città. È necessaria una maggiore attenzione al bene comune e ai beni che sono di tutti».

Locri: edificio della ‘ndrangheta diventa ostello. Un progetto di turismo responsabile del Goel

9 febbraio 2017

“Adista”
n. 6, 11 febbraio 2017

Luca Kocci

Un edificio confiscato alla cosca dei Cataldo di Locri (Rc) diventa un ostello inserito nei percorsi di turismo responsabile. A gestirlo sarà una cooperativa del Goel, consorzio nato oltre dieci anni fa – anche per impulso di mons. Giancarlo Bregantini quando era vescovo di Locri – che da tempo lavora e promuove l’imprenditoria sociale per contrastare il fenomeno mafioso e contribuire alla rinascita economico-sociale della Calabria.

Il bene, confiscato nel 2005 alla ‘ndrangheta, era stato ristrutturato dall’amministrazione comunale di Locri con i fondi sociali del Pon Sicurezza nel 2009. La prima gara di assegnazione gratuita, pubblicata il 9 aprile del 2016 e rivolta agli enti non-profit, era andata deserta, forse anche per i timori di possibili ritorsioni del clan. Al secondo avviso pubblico, del 27 ottobre 2016, che ripropone agli enti non-profit del territorio il bando per l’affidamento decennale della struttura situata nella città della Locride, si presentano in due, e l’immobile viene assegnato al Goel, con un progetto di sviluppo turistico e sociale che restituisca valore al territorio in una modalità esattamente opposta e contraria all’usurpazione mafiosa che, invece, paralizza lo sviluppo e crea disoccupazione e precarietà per tutti.

È il primo bene confiscato in Calabria affidato al Goel. «Non avevamo partecipato alla prima gara – spiega ad Adista Vincenzo Linarello, presidente del Goel –, ma dal momento che non si è presentato nessuno, alla seconda abbiamo deciso di esserci, anche per non vanificare la possibilità che un bene confiscato alla ‘ndrangheta fosse restituito ai cittadini».

Nelle prossime settimane verranno completati gli atti amministrativi, per riuscire a far partire l’attività in primavera. L’ostello, che si chiamerà “Locride” – «in onore a questa terra dignitosa e martoriata di cui aspira a diventare un simbolo di riscatto», spiega Linarello – e si trova nel centro di Locri, è una struttura ricettiva nuova e moderna di cinque piani, in grado di ospitare fino a 45 persone, ideata per una green experience, orientata alla responsabilità ecologica del soggiorno. Una scommessa, come spiega Linarello: «Il progetto è definito, ora si tratterà di convincere le persone a venire a visitare la Locride»