Archive for the ‘chiesa e migranti’ Category

Bagno di tute blu per il papa a Genova

28 maggio 2017

“il manifesto”
28 maggio 2017

Luca Kocci

L’imprenditoria buona che crea lavoro dignitoso e quella «mercenaria» preoccupata solo del profitto. Il lavoro come «riscatto sociale» ma anche come arma di «ricatto». La ferita del lavoro nero, la piaga della disoccupazione. Il falso mito della «meritocrazia» usato come «legittimazione etica della disuguaglianza». Il lavoro «cattivo» che produce armi e violenta la natura.

È stato un discorso a 360 gradi sul tema del lavoro quello che ieri – mentre a Taormina era in corso il G7 su ambiente, economia e migrazioni – papa Francesco, in visita a Genova, ha tenuto all’Ilva di Cornigliano, rispondendo alle domande di quattro persone, accuratamente selezionate sulla base del principio dell’interclassismo, pilastro della Dottrina sociale della Chiesa: un imprenditore, una sindacalista, un operaio, una disoccupata.

«Non c’è buona economia senza buon imprenditore», ha detto Francesco. Ma «chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità». È uno «speculatore», un «mercenario» che «usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda (delocalizzare, ndr) non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto». E «qualche volta – ha proseguito – il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro».

Il papa ha dato ragione alla sindacalista, che ha parlato della necessità di rendere il lavoro «una forma concreta di riscatto sociale», e ha aggiunto il tema del lavoro usato come «ricatto», con un episodio che ha detto essergli stato raccontato da una ragazza a cui era stato proposto un lavoro da 10-11 ore al giorno per 800 euro al mese: «800 soltanto? 11 ore?. E lo speculatore, non era imprenditore, le ha detto: “Signorina, guardi dietro di lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!». Poi il «lavoro in nero», quello dei “caporali”, ma anche le forme apparentemente soft: «Un’altra persona – ha aggiunto Francesco – mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a settembre». Non c’è bisogno di andare nei campi della Puglia, basta entrare in una scuola pubblica per verificare la normalità di tale prassi.

«La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito», è assenza di «dignità». Per questo, ha detto il papa, l’obiettivo «non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti! Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Lo afferma il primo articolo della Costituzione, ha ricordato Francesco: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». E allora «togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato, è anticostituzionale».

«Competitività» e «meritocrazia», secondo il papa due «disvalori» da rimuovere. La prima perché mette i lavoratori in guerra gli uni contro gli altri («quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione»). Con la seconda, «il nuovo capitalismo dà una veste morale alla diseguaglianza» («se due bambini nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente») e rende il povero «un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

La visita del papa è poi proseguita in cattedrale, dove ha incontrato i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose («basta tratta delle novizie», ha ammonito, riferendosi alla shopping di vocazioni religiose femminili che molte congregazioni compiono nei Paesi poveri); poi i giovani, al santuario della Madonna della Guardia, dove è tornato sul tema dei migranti: «È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale che tanti Paesi, non l’Italia che è tanto generosa, chiudano le porte a questa gente che fugge dalla fame e dalla guerra?». Pranzo con alcuni rifugiati, senza fissa dimora e detenuti, un saluto ai degenti dell’ospedale Gaslini, messa a piazzale Kennedy e, in serata, rientro in Vaticano.

«I muri non fermino la solidarietà». XXXIX Convegno nazionale delle Caritas diocesane

28 aprile 2017

“Adista”
n. 16, 29 aprile 2017

Luca Kocci

“Per uno sviluppo umano integrale” è stato il tema del trentanovesimo Convegno nazionale delle Caritas diocesane italiane che si è svolto a Castellaneta (Ta) dal 27 al 30 marzo. Appuntamento importante, ma quasi sempre trascurato dalla stampa – anche quella di settore –, a cui hanno preso parte cinquecento delegati in rappresentanza di 155 diocesi per fare il punto sul cammino e sulle azioni future dell’organismo pastorale della Conferenza episcopale italiana che ha la solidarietà sociale come mission.

«Sono qui per ricordare che l’uomo è al centro», ha detto il card. Francesco Montenegro, presidente di Caritas italiana, nel suo intervento iniziale che ha preso le mosse dal cinquantesimo anniversario della Populorum progressio di Paolo VI. Dobbiamo essere «una Chiesa che non sta alla finestra e non prende le distanze da ciò che succede per strada, ma che cammina lungo le strade gridando la profezia e scandalizza coi suoi gesti d’amore», ha esortato Montenegro. «Quella stessa Chiesa che “trasale davanti al grido d’angoscia dei popoli della fame”, come disse papa Paolo VI cinquanta anni fa nell’enciclica Populorum progressio pubblicata il 26 marzo 1967 e dedicata al tema dello sviluppo dei popoli, presupposto fondamentale per il riconoscimento dei diritti dei poveri e degli ultimi. La proposta era quella di un nuovo modello di sviluppo, aperto alla cooperazione, all’accoglienza e al dialogo tra le culture, essendo coscienti che le trasformazioni economiche, politiche, tecnologiche si ripercuotono necessariamente sullo sviluppo integrale dell’uomo e sulla crescita dei popoli. A cinquant’anni dalla sua pubblicazione, resta purtroppo attuale la forte denuncia degli squilibri planetari che si salda strettamente al magistero di papa Francesco, non limitandosi soltanto a denunciare gli squilibri, ma analizzandone le cause».

Ha ricordato, il card. Montenegro, anche un altro anniversario: quello dei sessanta anni dalla firma dai Trattati di Roma, primo mattone di una Unione europea che fa acqua da tutte le parti. «L’Europa, minata dalla crisi economica, è travolta dall’arrivo di migliaia di profughi», ha detto il presidente di Caritas italiana. «L’Unione europea non riesce a trovare risposte condivise e finora ha solo prodotto scelte pericolose. Si spendono energie e risorse per rafforzare risposte militari, misure di repressione e controllo alle frontiere. Tutto questo proprio mentre si celebrano i sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma, che rischiano di essere calpestati da politiche e scelte di chiusura, difesa degli interessi particolari, esclusione. È più che mai urgente – ammonisce i governi europei – invertire la rotta e le priorità tra Vangelo e legge, uomo e regole dei codici, servizio e potere. Ci accorgiamo che la crisi economica suscita anche crescenti migrazioni. Finora molte scelte pericolose che non danno soluzioni. Si spendono energie e risorse per muri, fili spinati, repressione e controllo alle frontiere. Se ognuno cambia il pezzettino di mondo in cui è inserito è già un pezzettino di Europa che cambia. Dove c’è la parola potere noi accanto dobbiamo scrivere servizio, dove c’è scritto regole noi dobbiamo aggiungere condivisione».

Del tema specifico dello “sviluppo umano integrale” ha parlato in particolare il card. Peter Turkson, presidente del neonato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, costituito da papa Francesco con un motu proprio dell’agosto 2016, accorpando – nell’ambito della riforma della Curia romana a cui lavora da più di quattro anni il cosiddetto C9 dei cardinali – i Pontifici consigli della giustizia e della pace, “Cor Unum”, della pastorale per i migranti e gli itineranti e quello della pastorale per gli operatori sanitari, che sono stati contestualmente soppressi. «Per la Chiesa lo sviluppo umano integrale ha alla base la dignità di ogni persona umana», ha detto il card. Turkson, che due giorni dopo il suo intervento a Castellaneta attaccherà le politiche antisociali del presidente Usa Donald Trump (v. Adista Notizie n. 15/17). «Dunque il vero sviluppo deve essere universale e di tutti, e deve comprendere la dimensione materiale ma anche quella spirituale, perseguendo il bene comune secondo il principio di solidarietà, con un’attenzione preferenziale ai più poveri, agli esclusi e ai meno tutelati». Anche se, ha precisato il cardinale riprendendo parole più volte pronunciate da papa Francesco, «la Chiesa non è una Ong assistenziale, ma è dalla fede che nasce l’impegno concreto e la testimonianza. Non si può dunque proporre un umanesimo senza Dio. Con questa coerenza – ha concluso il cardinale – le Caritas diocesane italiane potranno dare il loro contributo alla grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione».

Le conclusioni del Convegno – a cui hanno partecipato diversi ospiti e si è svolto soprattutto con la modalità collegiale dei lavori di gruppo – le ha tratte don Francesco Soddu, direttore di Caritas italiana. Molteplici le tematiche affrontate: sfruttamento del lavoro, disoccupazione, degrado ambientale, disgregazione familiare. Questioni che dovremmo «riassumere all’interno del nostro impegno per lo sviluppo umano integrale, ben sapendo che tale sviluppo non potrebbe mai attuarsi se non si coniugano tra loro le grandi tematiche che sono sempre state oggetto della nostra attenzione pastorale e sociale: giustizia, pace e salvaguardia del creato», ha detto Soddu, il quale ha poi evidenziato che «un muro non può dividere l’amore». «I muri che sempre più vengono costruiti nel mondo, anche in Europa, quelli che vengono pianificati, ostentati, minacciati, ci possono separare dai nostri fratelli migranti e da quelli che hanno bisogno di noi, ma non potranno mai fermare la nostra solidarietà». Il direttore di Caritas italiana ha quindi indicato la prospettiva di lavoro comune nell’era della complessità e delle crisi: «Esserci, abitare con responsabilità il territorio, sperimentare con coraggio nuove forme di carità. Un nuovo approccio dunque che coinvolge tutte le aree del nostro lavoro: la funzione pedagogica, la concreta progettazione sociale, la tutela dei diritti».

Bergoglio: i centri per rifugiati sono campi di concentramento

23 aprile 2017

“il manifesto”
23 aprile 2017

Luca Kocci

I centri per i rifugiati sono i nuovi «campi di concentramento», i migranti sono i martiri del nostro tempo. Lo ha detto ieri papa Francesco durante la veglia di preghiera per i “nuovi martiri” del XX e XXI secolo organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio nella basilica di san Bartolomeo all’Isola Tiberina.

Le parole non erano contenute nel testo dell’omelia consegnato alla stampa, sono state aggiunte a braccio dal papa, che ha preso spunto da un episodio durante la sua visita a Lesbo, quando incontrò un uomo musulmano la cui moglie, cristiana, era stata uccisa dai terroristi islamici. «Non so se quell’uomo è ancora a Lesbo – ha detto Francesco –, non so se è stato capace di uscire da quel campo di concentramento, perché i campi di rifugiati sono di concentramento. I popoli generosi che li accolgono devono portare avanti anche questo peso, perché gli accordi internazionali sembra che siano più importanti dei diritti umani». E all’uscita dalla chiesa ha aggiunto: «Questa generosità del sud, di Lampedusa, della Sicilia, di Lesbo, possa contagiare un po’ il nord. È vero: noi siamo una civiltà che non fa figli, ma anche chiudiamo la porta ai migranti. Questo si chiama suicidio».

Il sermone ai leader di papa Francesco: «Senza memoria»

25 marzo 2017

“il manifesto”
25 marzo 2017

Luca Kocci

Priva di memoria e lacerata dai populismi e dai particolarismi egoistici. È l’Europa secondo papa Francesco, così come l’ha mostrata ieri sera ai 27 capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea, ricevuti in Vaticano in occasione del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma.

Rispetto alle precedenti due puntate del discorso del papa alle istituzioni europee – la prima con gli interventi al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa nel novembre 2014 a Strasburgo, la seconda per la consegna  del premio “Carlo Magno” nel maggio 2016 –, questa volta i toni sono più pacati, ma i contenuti chiari.

La memoria è il punto di partenza, e non poteva essere diversamente dal momento che i leader dell’Ue sono a Roma per commemorare un evento. Una memoria che «non può essere solo un viaggio nei ricordi» – «sarebbe infatti sterile se non servisse a indicarci un cammino» –, ma deve servire per affrontare «le sfide dell’oggi e del domani», ammonisce Francesco, secondo il quale «i nostri giorni» sembrano contraddistinti  da un «vuoto di memoria» che ha cancellato la «fatica» profusa per «far cadere» il muro che divideva l’Europa («quell’innaturale barriera dal Mar Baltico all’Adriatico»). «Laddove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo – ecco, secondo il papa, il simbolo del «vuoto di memoria» di oggi –: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari». I leader europei ascoltano in silenzio.

Francesco fa riferimento alle radici cristiane dell’Europa – come fa del resto il premier italiano Gentiloni, nel saluto iniziale, associandole alle conquiste dell’Illuminismo –, ma senza insistere troppo, anzi parla della necessità di «edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente».

Insiste invece sulla «solidarietà», parola chiave dell’Europa da costruire, affinché i Trattati non rimangano «lettera morta». Una solidarietà «quanto mai necessaria oggi, davanti alle spinte centrifughe, come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie». Soprattutto, puntualizza il pontefice, una «solidarietà che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi» e che non deve rimanere «un buon proposito», ma un’azione politica, «caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”».

È «alla politica che spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa». In un certo senso si tratta di una rilettura in chiave solidaristica dell’Europa “a due velocità”. Il premier greco Tsipras sembra annuire, la cancelliera tedesca Merkel ascolta immobile. «L’Europa – aggiunge Francesco – non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire», e anche da questo deriva «la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione».

Oltre alla solidarietà, secondo il papa, il futuro di un’Europa, liberata dalla «paura di false sicurezze» e alleggerita da un benessere che sembra «averle tarpato le ali», risiede del «dialogo», nella «pace» e nello «sviluppo». «La sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale», «non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza», prosegue il pontefice. «Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche». «Non c’è vera pace – conclude – quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso».

All’insegna della cordialità e (forse) del dissenso, il papa riceve i leader europei

24 marzo 2017

“il manifesto”
24 marzo 2017

Luca Kocci

Questa sera in Vaticano papa Francesco riceverà i capi di Stato e di governo dell’Unione europea appena arrivati in Italia per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, le cui celebrazioni si terranno domani, in una Roma più blindata che mai, dopo il nuovo allarme per l’attentato terroristico di Londra di due giorni fa.

L’incontro si svolgerà all’insegna della cordialità – come recitano sempre gli irenici comunicati della Santa sede relativi a queste udienze –, ma c’è da scommettere che papa Francesco non perderà l’occasione per richiamare i leader europei sui temi sociali che già in passato ha posto all’attenzione dei Paesi dell’Unione europea: i diritti umani e dei migranti, il lavoro, lo strapotere della finanza, il disarmo. Anche se non è escluso che, pur senza l’enfasi e i toni da crociata di papa Wojtyla e papa Ratzinger, sottolineerà anche la necessità della difesa della famiglia tradizionale e della vita che nasce (ovvero no all’aborto) e la «colonizzazione ideologica» della cultura del gender.

«Sogno un’Europa in cui essere migrante non è un delitto», invece quella che si vede oggi è un’Europa che costruisce attorno a sé «recinti» e «trincee», disse nel maggio 2016 ai leader europei accorsi in Vaticano per presenziare al conferimento al pontefice del premio “Carlo Magno”. In quell’occasione Francesco parlò un un’Europa che aveva smarrito i «grandi ideali» dei fondatori, «tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione». Il mese prima, in visita al campo profughi dell’isola di Lesbo, aveva ricordato che «l’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare». E al Parlamento europeo, a novembre 2014, era stato ancora più chiaro: «Non si può tollerare che il mar Mediterraneo diventi un grande cimitero!».

A Strasburgo Francesco aveva parlato anche di economia e lavoro, ammonendo gli europarlamentari a difendere il valore delle «democrazie», «evitando che la loro forza reale sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». E a salvaguardare il diritto al lavoro: «È tempo di favorire le politiche di occupazione, soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo adeguate condizioni per il suo svolgimento – disse agli europarlamentari –. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli».

Di guerra e conflitti aveva parlato invece al Consiglio d’Europa, puntando il dito sulla produzione e sul commercio di armamenti, di cui diversi Paesi europei, fra cui l’Italia, sono leader mondiali. La guerra «è foraggiata da un traffico di armi molto spesso indisturbato» e da una «corsa agli armamenti» che «è una delle piaghe più gravi dell’umanità».

Il braccio destro di Francesco, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ha anticipato il senso politico del discorso di questa sera del papa: «La politica è il servizio alla polis portato avanti con abnegazione», ha detto ieri alla Stampa. «Purtroppo oggi la politica viene ridotta ad un insieme di reazioni, spesso urlate, spia della carenza d’ideali e della tendenza moderna a barcamenarsi. La politica è finita per essere solo la ricerca immediata del consenso elettorale» ed ostaggio dei «populismi».

Nel clima di autocelebrazione e di unanimismo che caratterizzerà le celebrazioni romane dei leader europei, le uniche parole fuori dal coro potranno arrivare dalle manifestazioni dei movimenti e,forse, da papa Francesco, che disse di «sognare un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia». Il contrario della Fortezza Europa.

Consiglio permanente Cei: in fine mandato prolusione in tono minore del card. Bagnasco

1 febbraio 2017

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Forse perché quella con cui ha aperto il Consiglio permanente della Conferenza episcopale del 23-25 gennaio era la sua penultima prolusione prima di lasciare, dopo dieci anni, la guida dei vescovi italiani – a maggio, nell’Assemblea generale, voteranno la terna all’interno della quale papa Francesco sceglierà il nuovo presidente della Cei – che il discorso con cui il card. Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del “consiglio dei ministri” dei vescovi è stato particolarmente breve.

Pochissimi i temi affrontati. Inevitabile un pensiero alle vittime dei terremoti e del maltempo di queste settimane – ma anche ai «parroci che non hanno lasciato la terra» e a tutti coloro che sono impegnati «per salvare le vite altrui», «il volto migliore del nostro Paese» –, prima di cominciare con la povertà, in grande crescita. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei – le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila mentre oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali, come l’introduzione del «Reddito d’inclusione» – una proposta su cui da anni si sta spendendo un cartello di associazioni che comprende, fra le altre, Acli, Azione Cattolica, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Movimento dei Focolari –, la «predisposizione del Piano nazionale contro la povertà» (v. Adista Notizie nn. 41/13, 28/14, 36/15 e 7/16) e tutti quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire». E che invece fanno «fatica a essere realmente presi in carico e portati a effettivo compimento».

Nonostante questa urgenza, la politica si occupa di altro, «ad esempio il fine vita». Che il dibattito politico di queste settimane sia incentrato su questo tema se ne è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni civili omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha accompagnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche in questo suo penultimo discorso non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato Bagnasco – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con le implicazioni, assai delicate e controverse, in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo»; «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte. Crediamo che la risposta alle domande di senso che avvolgono la sofferenza e la morte non possa essere trovata con soluzioni semplicistiche o procedurali; la tutela costituzionale della salute e della vita deve restare non solo quale riferimento ideale, bensì quale impegno concreto di sostegno e accompagnamento».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati ed esposti ad ogni sorta di abuso». Su questo tema, dalla Cei arriva una proposta importante, che farà infuriare Salvini, ammesso che il segretario della Lega si dedichi alla lettura delle Prolusione del presidente della Cei: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

All’ordine del giorno dei vescovi la preparazione due documenti: un sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente e una comunicazione in vista del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (v. Adista Notizie n. 4/17). E poi l’Assemblea generale di maggio, quando, ricorda Bagnasco, «saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava papa Francesco – ovvero l’elezione diretta del presidente, come del resto avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo –, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi tre il papa sceglierà il nuovo presidente. Il “totonomi” è già partito: Galantino (segretario generale della Cei), Bassetti (arcivescovo di Perugia), Zuppi (arcivescovo di Bologna), Semeraro (vescovo di Albano) oppure un outsider “francescano” – nel senso di Bergoglio – come Menichelli (arcivescovo di Ancona). Sembra però un esercizio piuttosto velleitario: in questi quasi quattro anni di pontificato, Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, e la terna la eleggeranno loro. Quindi la discontinuità non è affatto assicurata.

La legge elettorale che vogliamo: diritto di voto per gli immigrati. Una proposta del Centro per la pace di viterbo

15 gennaio 2017

15 gennaio 2017

Luca Kocci

Fra Italicum, Mattarellum e Consultellum, al Parlamento italiano che nei prossimi mesi dovrà presumibilmente rimettere mano alla legge elettorale arriva anche un’altra proposta: riconoscere il diritto di voto ai cittadini immigrati e residenti nel nostro Paese, perché «l’Italia, essendo una repubblica democratica, non può continuare a negare il primo diritto democratico a milioni di persone che vivono stabilmente qui».

L’idea, sotto forma di lettera aperta ai parlamentari italiani, è di Peppe Sini, del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo, è ha incassato il sostegno, fra gli altri, del comboniano p. Alex Zanotelli, di Francesco Gesualdi (fondatore e animatore del Centro nuovo modello di sviluppo nonché ex allievo della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani), di Lidia Menapace, di Alberto L’Abate (presidente onorario di Ipri – Rete Corpi civili di pace) e di Daniele Lugli (presidente onorario del Movimento nonviolento).

«Vivono stabilmente in Italia oltre cinque milioni di persone non native, che qui risiedono, qui lavorano, qui pagano le tasse, qui mandano a scuola i loro figli che crescono nella lingua e nella cultura del nostro Paese», si legge nella lettera aperta ai parlamentari. «Queste persone rispettano le nostre leggi, contribuiscono intensamente alla nostra economia, contribuiscono in misura determinante a sostenere il nostro sistema pensionistico, contribuiscono in modo decisivo ad impedire il declino demografico del nostro Paese, sono insomma milioni di nostri effettivi conterranei che arrecano all’Italia ingenti benefici ma che tuttora sono privi del diritto di contribuire alle decisioni pubbliche che anche le loro vite riguardano». Quindi questa è «l’occasione propizia» perché si possa finalmente riconoscere loro il diritto di voto, con legge ordinaria per le elezioni amministrative (nelle quali peraltro il diritto di voto è già riconosciuto agli stranieri provenienti da altri paesi dell’Unione Europea), e con legge costituzionale per le elezioni politiche.

«Il riconoscimento dei diritti politici – prosegue la lettera – è il modo migliore, la guarentigia indispensabile, per contrastare adeguatamente il razzismo e lo schiavismo, due crimini da cui anche il nostro Paese è aggredito», nonché «l’emarginazione e la disperazione di persone che private degli elementari diritti democratici divengono ipso facto vittime reali o potenziali di ogni sorta di abusi e umiliazioni». E quindi è anche il modo migliore per contrastare «il conseguente montare dello smarrimento e del risentimento e con essi le possibili derive violente e criminali da parte di persone così brutalmente sopraffatte e fin annichilite da perdere la cognizione del bene e del male e divenir preda di poteri mafiosi e terroristi, di farneticanti, sadici e necrofili criminali predicatori d’odio e seminatori di strage. La barbarie si contrasta con il diritto, con la civiltà, con l’umanità». E con la democrazia

Riforma della Chiesa, migranti, povertà: la lettera di Natale dei preti del Nord-Est

14 gennaio 2017

“Adista”
n. 2, 14 gennaio 2017

Luca Kocci

Una Chiesa non «clericale» ma «umana», che apra i ministeri, anche quello presibiterale, agli uomini sposati e alle donne. È una delle proposte che emerge dalla ormai tradizionale “Lettera di Natale” di un gruppo di preti del nord est (Pierluigi Di Piazza, Franco Saccavini, Mario Vatta, Pierino Ruffato, Paolo Iannaccone, Giacomo Tolot, Piergiorgio Rigolo, Renzo De Ros, Luigi Fontanot, Alberto De Nadai, Albino Bizzotto, Antonio Santini) presentata il 21 dicembre al Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud).

Ministero presbiterale per tutte e tutti

«La diminuzione drastica e inarrestabile dei preti dovrebbe sollecitare a percorrere altre strade, ad aprirsi ad altre possibilità con una decisione prioritaria, irrinunciabile che, ad enunciarla, potrebbe sembrare scontata, ma tale non è: quella del ritorno sine glossa, senza parentesi, adeguamenti, facilitazioni e scorciatoie, al Vangelo di Gesù di Nazareth, alla rivoluzione del Vangelo, perché tale è, e a scelte di vita conseguenti come persone, come comunità, come Chiesa», scrivono i preti che propongono un nuovo modello di Chiesa, non più «clericale», maschile e verticale, ma semplicemente «umana».

«Ci pare – scrivono – che si sia perso tempo, con la chiusura nelle tradizionali ma presunte sicurezze clericali di essere sicuri, bravi ed efficienti. Si sono persi decenni senza promuovere e riconoscere il protagonismo attivo di donne e di uomini di fede disponibili e responsabili, di diaconi, donne e uomini, che oggi potrebbero assumere, senza essere pallide e conformiste controfigure del clero, compiti significativi di guida, animazione, coordinamento delle esperienze comunitarie. Avvertiamo ancora titubanze e freni anche rispetto alle celebrazioni delle comunità senza la presenza del prete; eppure si tratta di esperienze che sono vissute da decenni in migliaia di comunità in Africa, America Latina e altrove nel mondo».

Quindi «i diversi ministeri nelle comunità siano diversificati in modo aperto e pluralista», e «il ministero del presbiterato possa essere esercitato da uomini celibi, da uomini sposati nelle condizioni di poter essere ordinati, da preti che si sono sposati e a motivo della legge del celibato obbligatorio hanno dovuto lasciare il loro ministero ma sentono giusto e importante poterlo esercitare nuovamente; da donne ordinate prete. Soprattutto queste ultime potrebbero portare alla comunità, come tante di loro già fanno senza riconoscimento ufficiale, la ricchezza della loro diversità di genere. Questa Chiesa sarebbe più umana, più coinvolta nella vita delle persone, più credibile, certo sempre in stretto, continuo e vivo rapporto con Gesù e il suo Vangelo e con la fedele e coerente testimonianza».

«I migranti ci svelano il mondo»

La Lettera di Natale affronta anche temi sociali, a cominciare da quello dei migranti, i quali, scrivono i preti, ci «rivelano le situazioni del mondo: la povertà, le violenze e la violazione dei diritti umani, le guerre, i disastri ambientali, il più delle volte provocati dal potere dei molti soldi nelle mani di pochi». E la «loro presenza ci provoca a liberarci dalla convinzione secolare che ha identificato il mondo con il “nostro” mondo e che ha indotto a considerare gli altri mondi comunque inferiori e quindi da poter dominare, opprimere e sfruttare».

Ma «il nostro mondo si chiama fuori dalle gravi responsabilità nella storia passata e recente nei loro confronti, come se loro stessi fossero causa dei loro esodi costretti. Volutamente, con ignoranza consapevole e colpevole, dichiariamo la nostra innocenza e con ipocrisia proponiamo, ora che arrivano da noi, di intervenire nei loro Paesi per fermarne i flussi». Interrogativi, perplessità e paure sono comprensibili, perché «espressione di un contesto sociale, culturale, umano e religioso segnato da difficoltà personali e relazionali, economiche, etiche e politiche». Sono «un vissuto da riconoscere e su cui riflettere, non sono da sminuire ed esorcizzare», ma nemmeno da amplificare, come spesso capita: «Molte situazioni di rifiuto che fanno capo a ideologie di stampo razzista non suscitano purtroppo indignazione perfino nel nostro mondo cattolico».

Che fare? «Non abbiamo la capacità di indicare progetti concreti di grande scala, operiamo entro contesti ristretti, nel piccolo, per come ci è possibile, cerchiamo di vivere l’accoglienza delle persone che fanno fatica, senza distinzioni fra residenti e immigrati», confessano i dodici preti della Lettera di Natale, che avanzano una proposta pragmatica: riteniamo che lo Stato e la Regione «dovrebbero orientarsi a progetti d’inserimento lavorativo in zone spopolate e abbandonate dove è necessaria la presenza di persone e un impegno lavorativo che riguardi l’ambiente, l’agricoltura, l’allevamento, la lavorazione dei prodotti; e questo coinvolgendo insieme italiani e stranieri».

I poveri, «carne di Cristo»

Infine i «poveri». «I problemi reali nelle nostre città sono tanti e di varia natura – scrivono i preti del nord est –. È paradossale che quello delle strade da “ripulire” dalla povera gente appaia il principale impegno da affrontare per un’amministrazione pubblica», tanto più se questi termini – «fare pulizia» – vengono usati per indicare la «presenza ingombrante di gente ai margini, povera, indicata come mendicante, immigrata, che “importuna” con la questua, presenze scomode che “deturpano” (sic) i siti urbani più adatti a una presentazione della città in modo adeguato che a ospitare visioni… puzzolenti di gente che trascina la propria disgrazia, non raramente ostentata attraverso vere o false menomazioni. Si amplificano le tinte, si esaspera la rappresentazione degli scenari: le amministrazioni reagiscono minacciando sanzioni, multe, repressione e non raramente forme di “deportazione urbana”».

Anche in questo caso, la proposta è «umana». «Far rispettare la legge e contemporaneamente rispettare la dignità delle persone sono due doveri che non possono venire scissi», scrivono i preti: «I cristiani che in qualche modo aderiscono al messaggio evangelico, non possono dimenticare che Francesco, il vescovo di Roma, ha definito, in linea con il Maestro di Nazareth, che i poveri “sono la carne di Cristo”. Una città che vuol spazzar via i poveri si troverà a breve impoverita dei valori che l’hanno, negli anni, caratterizzata».

Solo l’amore salva

«Chi e che cosa può salvarci?», si chiedono gli autori della Lettera di Natale. «Il pensiero, la scienza, la tecnica sono stati straordinari, sono indispensabili e hanno contribuito e contribuiscono a tante situazioni umane positive. Guardando le situazioni drammatiche del mondo attuale dobbiamo però constatare che non ci salvano: non ci salvano dalla fame, dalle guerre, dalle migliaia di morti in mare, dalla distruzione dell’ambiente vitale. E questo, soprattutto, perché si sono configurate come concentrazione di potere, perseguendo un’illusione di onnipotenza e perché non hanno saputo convertire la ricchezza delle loro scoperte e realizzazioni al servizio umile e disinteressato del bene comune».

Potrà salvarci la fede, ma solo «sentendoci salvati, portiamo segni di salvezza nella storia», perché «la fede senza amore può diventare facilmente spiritualismo astratto, istituzione di potere, ritualismo vuoto». Così come «la speranza senza amore può essere illusione temporanea» e «volontarismo affannoso». Non resta che l’amore, perché «solo l’amore sollecita la fede a farsi concreta prossimità, a incarnarsi nella storia per contribuire a renderla più umana» e solo «l’amore rende consistente la speranza che, così, può esprimere parole e gesti di bene, riprendendo energia e forza interiore dopo sconferme, stanchezze e avvilimenti».

Il crocifisso obbligatorio

15 ottobre 2016

“il manifesto”
15 ottobre 2016

Luca Kocci

Ci sono «questi che da una parte vogliono difendere il cristianesimo in Occidente e dall’altra parte sono contro i rifugiati e le altre religioni». È una «contraddizione», è «ipocrita dirsi cristiano e cacciare via un rifugiato», lo vediamo «ai telegiornali tutti i giorni».

Con chi ce l’aveva papa Francesco quando l’altro ieri ha risposto così alle domande dei giovani luterani tedeschi in pellegrinaggio a Roma?

Il papa non fa nomi, si dice il peccato ma non il peccatore, si sa. Ma il pensiero corre subito ai deputati leghisti che vorrebbero affondare le barche dei migranti – anzi, dei «clandestini» – e chiudere tutte le moschee, ma che hanno da poco presentato in Parlamento una proposta di legge (primo firmatario Roberto Simonetti) per affiggere «in luogo elevato e ben visibile» il crocifisso («emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana, elemento essenziale e costitutivo e perciò irrinunciabile del patrimonio storico e civico-culturale dell’Italia») in tutti i luoghi pubblici: non solo nelle solite aule scolastiche, anche nelle università e nelle accademie, negli uffici delle pubbliche amministrazioni e degli enti locali, nelle aule consiliari regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, nei seggi elettorali, nelle carceri, nei tribunali, negli ospedali, persino nelle stazioni, nelle autostazioni, nei porti e negli aeroporti. E per chi lo «rimuova in odio ad esso» oppure «rifiuti» di esporlo, multe salate: da 500 a 1.000 euro.

Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo. Un libro di Pierluigi Di Piazza

26 settembre 2016

“Adista”
n. 32, 24 settembre 2016

Luca Kocci

«Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. È il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». Così scriveva don Lorenzo Milani nella lettera inviata ai giudici che, nel 1965, lo stavano processando per “apologia di reato” dopo la sua lettera ai cappellani militari. E I care, me ne importa, potrebbe essere la sintesi e la proposta che emerge dall’ultimo libro di don Pierluigi Di Piazza, fondatore, ormai quasi trent’anni fa del Centro di accoglienza “Ernesto Balducci” di Zugliano (Ud), Il mio nemico è l’indifferenza. Essere cristiani nel tempo del grande esodo (Laterza, Roma-Bari 2016, pp. 96, euro 12), dedicato soprattutto – ma non solo – al temi dell’immigrazione.

«Non ci si può dichiarare cristiani e prendere parte alle ingiustizie, alle discriminazioni, alla distruzione dell’ambiente», spiega ad Adista don Di Piazza. «Ma ho l’impressione che oggi prevalga drammaticamente l’atteggiamento di Caino che risponde a Dio che gli chiede dov’è Abele: “Non so. Sono forse io il custode di mio fratello?”. Indifferenza, paura, distacco, difesa da ogni possibile coinvolgimento. Allora l’I care sul cartello appeso alla parete della scuola di Barbiana assume una valenza di forza profetica ed insieme commovente. È il fondamento pedagogico di ogni storia personale che qualifica la maggior o minor umanità.Prendere a cuore, vibrare intimamente e profondamente, sentirsi interpellati, muoversi verso, agire, coinvolgersi, prendersi cura accompagnare. Contrario del motto fascista “me ne frego”: se ne frega perché si sente forte, superiore e pretende di decidere della vita dell’altro, della sua libertà, dei suoi diritti, dei suoi bisogni, specie se è diverso, fragile, debole, indifeso. Per questo me ne frego è un’espressione del fascismo mentre “I care” lo è di  umanità autentica, profonda, del Vangelo vissuto nell’incontro con gli altri».

Il tuo libro prende spunto dall’espressione “globalizzazione dell’indifferenza” utilizzata da papa Francesco a Lampedusa. Come si manifesta nel nostro tempo questa “indifferenza”?

«Dallo scostare lo sguardo per dirigerlo dall’altra parte, o dal guardare in modo frettoloso, superficiale, ad esempio anche scorrendo velocemente dei numeri ma senza pensare che dietro a  ciascuno c’è una storia umana. Nel non ascoltare il grido, il gemito e di non interpretare quei silenzi che coprono dolori immensi e  per i quali sono necessarie antenne particolarmente sensibili, ricettive; oppure nell’ascoltare in modo frettoloso, superficiale. Si può considerare come alle volte l’indifferenza sia, almeno in parte, motivata dalla difesa di se stessi, dal prendere le distanze per non essere coinvolti nella sofferenza. Può esserci questo vissuto che di fatto poi conduce ad una diminuzione della sensibilità, ad un ritrarsi in una posizione individualistica o di un piccolo gruppo. Le paure possono allontanare e portare a chiusura, per questo è importante esprimerle, condividerle, analizzare le cause e cercare e trovare insieme il modo per poter convivere con esse o per riuscire a liberarsene. Diametralmente opposti sono l’atteggiamento e le azioni di chi alimenta e diffonde le paure, perché su di esse si può agire in modo strumentale, sostenendo e incrementando avversione nei confronti di coloro che nella logica semplificatoria del capro espiatorio. Le paure sono contagiose e diffondono in modo esteso sfiducia e sospetto nei confronti degli altri; diventano insieme una grande occasione per politiche che si nutrono all’emotività irrazionale che alimentano e diffondono trovando così terreno fertile per linguaggi, atteggiamenti, decisioni disumane, antitetiche al messaggio del Vangelo di Gesù che questa stessa politica richiama per quella religione facile del consenso che non ha nulla a che vedere con la fede nel Dio di Gesù».

In alcuni casi si ha l’impressione di trovarci di fronte a problemi più grandi di noi, di fronti a quali gli sforzi e l’impegno delle persone posso fare poco-niente. Che fare?

«Certamente viviamo un tempo storico di densa complessità e di profonde tribolazioni. Le grandi questioni dell’umanità per il cui cambiamento ci si è impegnati nei decenni passati – ingiustizia, violenze e guerre, discriminazioni e razzismo, distruzione dell’ambiente vitale – si ripresentano in situazioni drammatiche; le istituzioni e la politica, per altro indispensabili, mancano di progettualità e di decisioni operative di immediato, medio e lungo termine; a mio avviso questo avviene per la grave lacuna di una profonda riflessione antropologica e una ridefinizione dei contenuti e dei fini di un’etica mondiale, laicamente intesa, arricchita della ispirazioni delle fedi religiose e dei diversi umanesimi. Se la politica non può o non cerca di alimentarsi a queste fonti dove mai troverà motivazioni, contenuti, fini? Sarà guidata da interessi particolari e dai calcoli che questi esigono. C’è papa Francesco che con parole e segni straordinari di fatto si pone come guida. Ma quanti oltre ad ascoltare e ad esprimere con le parole il suo nome lo seguono poi nelle scelte di vita? A me pare di percepire che le ricadute nelle diocesi e nelle parrocchie siano scarse, ancora meno nella politica. Allora, che fare? Continuare a riflettere, a incontrarsi, a dialogare, a scegliere e a vivere esperienze positive significative. E insieme scoprire i segni positivi presenti nella nostra società, sul Pianeta e nella Chiesa, nelle altre fedi religiose. Vivere costantemente la memoria storica delle donne, degli uomini, delle comunità profetiche e martiri, di coloro che hanno vissuto resistenze con forza interiore, con coraggio, con dedizione fino  a dare la vita stessa».

Nel libro metti il nodo su una contraddizione dell’Europa: da un lato la rivendicazione – in verità negli ultimi tempi un po’ meno aggressiva – delle “radici cristiane”, dall’altro lato le legislazioni e le azioni contro i migranti…

«In verità negli ultimi tempi si è diluita anche questa rivendicazione. L’evidenza dell’assenza dell’Europa dei popoli è mortificante e triste. Mancano classi dirigenti illuminate, capaci, decise, in continuità con il pensiero e l’azione dei fondatori. Rispetto alla questione dei migranti, un’evidente vergogna: non si è stati capaci di nessuna decisione se non di quella incredibile e disumana dell’accordo con la Turchia al costo di 3 miliardi e mezzo di euro. Si tratta di un vero e proprio “traffico istituzionale degli esseri umani”. In questi mesi abbiamo visto con dolore muri, fili spinati, bombe lacrimogene, pallottole di gomma sparate ad altezza di bambino; il campo di Idomeni, al confine fra Grecia e Macedonia, con 14mila persone e 4mila bambini, dovrebbe far parte della memoria storica delle azioni della disumanità».

Nel libro affronti soprattutto in tema delle migrazioni. Ma l’indifferenza dei cristiani si manifesta anche su altre questioni. Quali ti sembrano quelle più urgenti?

«Tutte quelle in cui le persone per motivi culturali, religiosi, sessuali, di malattia, di condizione esistenziale e sociale, si pensi ad esempio ai carcerati, non sono riconosciute nella loro dignità di esseri umani e subiscono indifferenza, discriminazione, umiliazione, abbandono».

Cosa ci insegnano gli ultimi, come s’intitola un capitolo del libro?

«Prima di tutto evidenziano i criteri del tutto arbitrari, spesso disumani, della classificazione  delle persone, senza conoscere le loro storie, ma solo per motivazioni sociali, culturali, moralistiche, economiche e anche religiose. L’essere primi, cioè considerati positivamente, dovrebbe derivare dalla sensibilità, dall’attenzione agli altri, dal bene espresso. Tante volte da persone considerate ultime nella società e nella Chiesa mi sono sentito profondamente istruito in umanità».

Un altro capitolo ha come titolo “Il Vangelo e la rivoluzione”. Anche la rivoluzione del Vangelo è stata soffocata da una sorta di “riformismo”?

«Il Vangelo è un’autentica rivoluzione. Non si può essere cristiani e capitalisti, cristiani e razzisti, cristiani e militari, cristiani e indifferenti, cristiani e complici della distruzione dell’ambiente. Una rivoluzione che continua a provocarci, ma nei confronti della quale si sono approntati antidoti che purtroppo hanno funzionato e continuano a funzionare. Spesso il messaggio del Vangelo è tradotto nel supporto a un quieto vivere, a una tranquillizzazione interiore, ad un anestetico dei cuori, delle coscienze, delle menti, a quella religione sociale che nulla muove e conferma l’esistente».