Archive for the ‘chiesa e migranti’ Category

Le associazioni cattoliche ai partiti: «Basta con l’emergenza migranti»

10 febbraio 2018

“il manifesto”
10 febbraio 2018

Luca Kocci

Abrogazione del reato di clandestinità, semplificazione delle modalità di ingresso in Italia superando la divisione fra chi fugge dalla guerra o dalla povertà, cittadinanza, diritto di voto alle elezioni amministrative.

Sono alcune delle proposte sulla questione migrazioni rivolte ai partiti in vista delle politiche del prossimo 4 marzo da un cartello di associazioni, istituti missionari e movimenti cattolici, da quelli tradizionalmente più attivi nel sociale (Centro Astalli, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comunità di sant’Egidio, Pax Christi) ad altri decisamente più istituzionali (Acli, Azione cattolica, Fuci, Focolari), oltre alla Federazione delle Chiese evangeliche. Segno che il tema migranti sta diventando uno spartiacque sia per i vescovi (card. Bassetti, presidente Cei: «Bisogna reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia») che per l’associazionismo cattolico-democratico. Anche se resta un blocco numericamente significativo ed elettoralmente pesante di clerico-moderati – o meglio clerico-fascisti – che apprezza, in nome delle “radici cristiane” dell’Italia, le posizioni xenofobe e razziste della destra di Salvini e Meloni, quando non di Forza nuova e Casa Pound.

Le proposte «per una nuova agenda sulle migrazioni in Italia» sono sette. Si comincia da una nuova «legge sulla cittadinanza», perché «troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento». Serve un «nuovo quadro giuridico per accogliere quanti arrivano nel nostro Paese senza costringerli a chiedere asilo», quindi includendo anche i «migranti economici»: riattivazione dei «canali ordinari di ingresso», ripristinando il vecchio «decreto flussi», introducendo il «permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione», la «attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri» e il «sistema dello sponsor». Occorre poi «regolarizzazione gli stranieri radicati», ovvero coloro che hanno un lavoro o legami familiari comprovati o che abbiano svolto «un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione». Bisogna «abrogare al più presto» il reato di immigrazione clandestina, «che è ingiusto, inefficace e controproducente». E consentire «l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno di lungo periodo». Poi «riunificare nello Sprar l’intero sistema» di accoglienza, perché torni «sotto un effettivo controllo pubblico», aumentando «in maniera sostanziale e rapida il numero di posti totali». Infine le «buone pratiche»: siamo «sommersi da casi di cattiva accoglienza», denunciano le associazioni, ma «c’è anche un’altra faccia dell’accoglienza dei migranti, meno esposta e ben più positiva» che «va raccontata il più possibile» perché sia «replicata».

Si tratta di una questione di «giustizia sociale». I partiti devono dire come intendono affrontarla. E i cittadini decidere da che parte stare.

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Elezioni: indicazioni bipartisan dal consiglio permanente della Cei

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Dalla prolusione del presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, al Consiglio episcopale permanente (22-24 gennaio), a poco più di un mese dalle elezioni politiche, una “indicazione di voto” sembra chiara: i cattolici non possono sostenere forze politiche che strizzano l’occhio alla xenofobia e al razzismo. «Quest’anno ci ricorda una pagina buia della storia del nostro Paese: le leggi razziali del 1938», ha detto Bassetti. «Bisogna reagire a una cultura della paura che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente». Non la nomina, ma è evidente il riferimento alla Lega di Matteo Salvini, viste le recentissime esternazioni di Attilio Fontana (Lega), candidato presidente della Lombardia per il centrodestra, che si è impegnato a difendere la «razza italiana».

Ma a parte questa chiara presa di posizione, la prolusione di Bassetti, per quanto riguarda la prossima scadenza elettorale, ha camminato a 360 gradi. Il cardinale ha cominciato con un appello generico e “alto” a «ricostruire», non solo le case distrutte dal terremoto («non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto») ma «il Paese»; ad «unire» e «ricucire la società italiana»; a «pacificare» un Paese «segnato da un clima di rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive». E con l’invito a «superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare» al voto.

Quindi è entrato nel merito. Politiche per il lavoro: «creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo», riassunte dallo slogan «lavorare meglio, lavorare tutti». E lotta alla povertà, considerando che – Bassetti illustra i dati – oltre un milione e mezzo vivono una «condizione di povertà assoluta delle famiglie, con un aumento del 97% rispetto a dieci anni fa». E quando il presidente della Cei ha illustrato i temi più cari ai vescovi è diventato estremamente puntuale e circostanziato. Innanzitutto sostegno alla famiglia, traducendo in atti il «Patto per la natalità, presentato la scorsa settimana dal Forum delle associazioni familiari», ben accolto da «tutti gli esponenti di partito: chiediamo che alle dichiarazioni compiaciute segua la volontà concreta di porre le politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi in vista delle elezioni». Cosa chiede il Patto? «Serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti  alla  natalità». Poi finanziamenti per le scuole paritarie cattoliche, «ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza». Infine «difesa della vita», anche con alcuni rilievi critici mossi alla recente legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat, il testamento biologico), che nel comunicato finale del Consiglio permanente viene definita «ideologica e controversa, specie nel suo definire come terapia sanitaria l’idratazione e la nutrizione artificiale o nel non prevedere la possibilità di obiezione di coscienza da parte del medico».

Sono punti che sembrano contrapporre sinistra e destra (lavoro, povertà e migranti da una parte, famiglia, scuola cattolica e difesa della vita dall’altra) ma che per Bassetti identificano il «bene comune» e devono camminare insieme: «Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto. Un bambino nel grembo materno e un clochard, un migrante e una schiava della prostituzione hanno la stessa necessità di essere difesi nella loro incalpestabile dignità personale. E di essere liberati dalla schiavitù del commercio del corpo umano, dall’affermazione di una tecnoscienza pervasiva e dalla diffusione di una mentalità nichilista e consumista». Ha concluso in cardinale: «È auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione». Una chiamata alle “larghe intese” e alla “grande coalizione”? «No», ha smentito il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, nella conferenza stampa di fine Consiglio, quando è stato presentato il comunicato finale. «Non è un auspicio di una “grande coalizione” – ha spiegato Galantino –, ma un invito a superare le ideologie, perché non la facciano da padrone».

Non di sola politica si è parlato al Consiglio permanente. È stato definito il tema dell’Assemblea generale dei vescovi del prossimo 21-24 maggio: “Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo”, in linea con la scansione degli Orientamenti pastorali del decennio. È stato stabilito di ridimensionare ulteriormente la prolusione del presidente – già questa è stata molto breve rispetto  quelle dei cardinali predecessori, Camillo Ruini e Angelo Bagnasco – valorizzando maggiormente il comunicato finale che conterrà la sintesi del pensiero di tutti i vescovi. Si è discusso del prossimo concorso per l’immissione in ruolo di cinquemila nuovi insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado che il ministero dell’Istruzione dovrebbe bandire entro il 2018 per rimpiazzare i docenti andati in pensione negli ultimi anni. Ed è stata decisa l’organizzazione, da parte della Cei – che insieme alla Comunità di sant’Egidio ha aperto un “corridoio umanitario” per i migranti, dopo quelli della Federazione delle Chiese evangeliche, sempre insieme a Sant’Egidio –, di un Incontro internazionale di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo, coinvolgendo i vescovi cattolici di rito latino e orientale dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo. «L’incontro – si legge nel comunicato finale – intende collocarsi idealmente nel solco della visione profetica di Giorgio La Pira, che era solito definire il Mediterraneo come una sorta di “grande lago di Tiberiade”, come il mare che accomuna la «triplice famiglia di Abramo».

«Una Chiesa multietnica e delle genti». Presentato il Sinodo dell’arcidiocesi di Milano

28 gennaio 2018

“Adista”
n. 3, 27 gennaio 2018

Luca Kocci

Un Sinodo diocesano per costruire un vera Chiesa multietnica e «delle genti». Si è aperto il 14 gennaio a Milano, l’arcidiocesi più grande d’Europa (1.107 parrocchie), dallo scorso settembre guidata da mons. Mario Delpini, successore del card. Angelo Scola.

Si tratta di un Sinodo minore, perché non tratterà tutti gli aspetti della vita della Chiesa, come nei Sinodi ordinari, ma un solo tema. Ma un tema tutt’altro che “minore”: un percorso di studio, riflessione e decisione per definire le modalità attraverso le quali annunciare adeguatamente il Vangelo, celebrare i sacramenti, vivere l’esperienza della carità nelle parrocchie ambrosiane, tutte sempre più multietniche.

«La Chiesa ambrosiana è la prima in Italia e forse la prima al mondo ad aprire un Sinodo sull’esperienza di fede tra fratelli provenienti da contesti culturali diversi», ha spiegato, nella conferenza stampa di presentazione, Laura Zanfrini, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e responsabile Economia e Lavoro presso la fondazione Ismu (Iniziative e studi sulla multi-etnicità). «D’altra parte – ha proseguito – già da molti anni le parrocchie ambrosiane sono il luogo in cui Milano incontra il mondo, dove si incrociano stili di vita differenti. Non poteva che partire da qui una riflessione sulla dimensione multinazionale della città del prossimo futuro. Oggi quattro nati su dieci ha un genitore straniero e fra meno di una generazione il corpo elettorale sarà espressione di una società multiculturale, anche senza la legge sullo ius soli. Più di un immigrato su quattro ha ormai un’abitazione di proprietà (sebbene spesso gravata da un mutuo). Nelle scuole del territorio si possono stimare oltre 160mila alunni di nazionalità straniera, mentre sono circa 12mila gli studenti stranieri iscritti a uno degli atenei milanesi. Questi inequivocabili indicatori di stabilizzazione segnalano un chiaro orientamento alla sedentarietà o addirittura alla presenza permanente, ma non necessariamente il superamento di una condizione di svantaggio e, a volte, di vera e propria indigenza. Basta considerare che gli stranieri rappresentano il 13,4% dei residenti nei comuni diocesani, ma addirittura il 62,4% delle persone che, nel corso del 2016, si sono rivolte ai centri di ascolto della Caritas ambrosiana».

Si tratta quindi – questo dovrà fare il Sinodo – di evitare due rischi speculari: da un lato, che i cristiani migranti una volta giunti a Milano debbano pregare e celebrare solo tra di loro, per gruppi etnici o linguistici; dall’altro, che siano i cristiani “stranieri” a doversi adeguare al modo di essere Chiesa preesistente. «Il futuro che sta nascendo non lo conosciamo, ma la situazione che viviamo dà dei segnali macroscopici circa la composizione sempre più multietnica delle nostre comunità cristiane – ha detto mons. Delpini presentando il Sinodo in conferenza stampa –. Per questo, mi è sembrato urgente, tra i tanti temi, iniziare proprio ad affrontare questo, attraverso un Sinodo, il cui senso non è trovare ricette per risolvere dei problemi ma avviare una consultazione capillare che cerchi di rispondere alla domanda: come sarà il volto della Chiesa di domani? Quali cambiamenti saranno necessari per quando riguarda il modo di vivere la testimonianza cristiana, in un contesto demografico nuovo, all’interno anche di un modo diverso di vivere l’esperienza lavorativa?».

«Il Sinodo, che vogliamo celebrare in questa forma minore, non è un insieme di riunioni per concludere con un documento che accontenti un po’ tutti», ha spiegato mons. Delpini aprendo ufficialmente il Sinodo, nella basilica di Sant’Ambrogio, non a caso nella Giornata mondiale del migrante e del rifugiato. «È invece un modo di vivere il nostro pellegrinaggio con la responsabilità di prendere la direzione suggerita dallo Spirito di Dio perché la nostra comunità cristiana possa convertirsi per essere la “tenda di Dio con gli uomini, la sposa adorna per il suo sposo”». E per i cristiani che arrivano da Paesi stranieri, Delpini immagina un ruolo da protagonisti, non solo da soggetti per così dire passivi: «Verso le genti che abitano nelle nostre terre i discepoli del Signore continuano ad essere in debito: devono annunciare il Vangelo! Devono mettersi a servizio dell’edificazione della comunità che sia attraente come la città posta sulla cima della montagna. Tutti i discepoli del Signore hanno il compito di essere pietre vive di questo edificio spirituale, tutti! Se parlano altre lingue in modo più sciolto dell’italiano, se celebrano feste e tradizioni più consuete in altri paesi che nelle nostre terre, se amano liturgie più animate e festose di quelle abituali nelle nostre chiese, non per questo possono sottrarsi alla responsabilità di offrire il loro contributo per dare volto alla Chiesa che nasce dalle genti per la potenza dello Spirito Santo».

Dopo l’apertura ufficiale da parte di mons. Delpini, partirà la seconda fase del Sinodo, fino al prossimo primo aprile: i presbiteri (nei decanati) e i fedeli (nei consigli pastorali decanali e parrocchiali) porteranno la propria riflessione. Dopodiché la Commissione raccoglierà i contribuiti nello strumento di lavoro, sulla base del quale i Consigli pastorale e presbiteriale delineeranno le proposizioni, vale a dire le norme giuridiche, che saranno poi promulgate dall’arcivescovo. Il Sinodo si concluderà il 3 novembre 2018, vigilia della festa liturgica in onore di San Carlo Borromeo, pastore della Chiesa ambrosiana che indisse i primi 11 sinodi diocesani.

«Non sappiamo a quale esito giungeremo – ha concluso Delpini –. Ma ci aspettiamo che questo percorso arricchisca la Chiesa ambrosiana della gioia delle fede, che nostri fratelli venuti da altri continenti sono forse più capaci di esprimere di certi milanesi antichi. E allo stesso tempo ci auguriamo che i milanesi non si facciamo paralizzare dalle novità portate dalla globalizzazione e si rammentino che i loro progenitori, nel primo secolo dell’anno mille, seppero fondare un comune autonomo capace di sfidare il grande impero».

«Una buona iniziativa, purché non resti confinata all’interno delle strutture ecclesiali», spiega Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa e impegnato nel territorio della Diocesi di Milano, che del Sinodo milanese ha un giudizio positivo ma anche qualche perplessità. «L’iniziativa del nuovo arcivescovo di Milano di convocare un Sinodo minore sul tema “La Chiesa delle genti” è stata ben accolta dal circuito “conciliare” della città – spiega ad Adista -. Potrebbe consentire di studiare situazioni e problemi  che esistono da tempo ma che al tempo del tanto predicato meticciato del card. Scola ricevevano solo risposte generiche  e con ben  scarso riferimento alla vita quotidiana di tutte le strutture  di una diocesi di cinque milioni di anime e di oltre mille parrocchie».

Una buona notizia quindi?

«Direi di sì, ma con qualche perplessità»

Quali?

«La proposta è quella di un coinvolgimento generale della base. Ma, come mi pare di capire dalle note organizzative del Sinodo, sembra che esso passerà solo dalle strutture ecclesiali: consigli pastorali, decanali. Mi chiedo: sono preparate a riflettere su questioni tanto importanti che, fino ad ora, hanno affrontato, in generale, solo con il tipico attivismo e buon senso ambrosiano? Inoltre l’aver designato mons. Luca Bressan, già uomo di fiducia del card. Scola, a guidare il Sinodo non è stata cosa ben vista da molti».

In ogni caso sia le intenzioni che gli obiettivi sembrano validi…

«Mons. Delpini ha indicato una strada positiva, quella dell’ascolto e del dialogo, che potrebbe suscitare energie in una realtà diocesana sonnolenta. Nel merito, a me pare che una delle questioni  importanti sia quella della permanenza  dei cattolici  di recente immigrazione – i molto devoti  peruviani, filippini, equadoregni ecc… – nelle  loro parrocchie  “etniche”, chiamate “cappellanie”, oppure quella di una maggiore integrazione nelle strutture tradizionali. Un’altra questione è quella del rapporto con i cristiani ortodossi che sono tanti, soprattutto romeni. Un’altra ancora quella del rapporto coi musulmani che, in genere, sono ben accolti, per esempio negli oratori, ma che non hanno luoghi decenti dove pregare».

Cosa ti aspetti dal Sinodo?

«Il Sinodo dovrebbe non concludersi con tante norme o decisioni concrete ma  essere momento per aprire le ricerca e per dare il via a una cultura più a tutto campo, in definitiva più universale, cioè più “cattolica”. Forse è questo  a cui punta il nuovo arcivescovo, che ha avuto il coraggio da subito  di aprire una nuova strada».

Ius soli: i silenzi della Cei e la prudenza del Vaticano

13 gennaio 2018

“Adista”
n. 1, 13 gennaio 2018

Luca Kocci

Il silenzio della Conferenza episcopale italiana e dei vescovi sulla mancata approvazione dello Ius soli, finito su un binario morto al Senato a Camere ormai sciolte. Lo denuncia il movimento Noi Siamo Chiesa, che esprime forte delusione per il «nuovo corso» della Cei guidata dal card. Gualtiero Bassetti, in realtà molto simile al vecchio.

Una posizione, quella della Cei, che del resto fa il paio con quella estremamente prudente della Santa sede, espressa dal segretario di Stato vaticano, card. Pietro Parolin, in un’intervista al Messaggero (23/12/17), all’indomani dello stop allo Ius soli. «Si pensava potesse essere approvata ma ci sono state troppe reazioni negative – ha detto Parolin a Franca Giansoldati –. È apparsa come una legge controversa suscitando risposte diverse da parte di tanti settori dell’opinione pubblica e della gente. Davanti ad un quadro del genere occorre avere il tempo necessario per maturare, per convincere, in modo tale che il passo successivo lo si possa fare ma con il maggiore consenso  possibile. Naturalmente i tempi della politica non li so, non li conosco e non posso prevedere. Penso che sia  meglio che queste cose abbiano lo spazio temporale per maturare a livello di coscienza e mentalità, affinché non siano fonte di conflitto e di lacerazione dentro il Paese. Non si tratta di un aspetto  secondario visto che, per tanti versi, il Paese è già piuttosto lacerato. Il tema dello Ius soli è delicato e importante; deve essere motivo di crescita comune».

La situazione è complessa, lo riconosce anche Noi Siamo Chiesa, ma non giustifica la cautela e la paura. A fronte di molte strutture e associazioni cattoliche di base favorevoli alla legge – e ben sostenute dal quotidiano Avvenire, riconosce il movimento – esiste una «una opinione pubblica trasversale, ovunque largamente diffusa, comprendente anche molti credenti, che si lascia prendere da emozioni, che ha ben scarsa conoscenza di come i problemi si pongono nella realtà, che reagisce con paura e dispetto alla situazione e prova  fastidio nei confronti dei  nuovi italiani. Spesso questa ondata populista della peggior specie  si allarga  nel rifiuto dei migranti, poi dei “politici”, poi delle istituzioni in generale, poi di altro ancora in una confusa catilinaria contro tutto e tutti. Essa deve essere contrastata  senza timore di muoversi contro corrente, rifiutando il qualunquismo in politica e seguendo il comandamento evangelico dell’accoglienza continuamente richiamato da papa Francesco».

Quindi, prosegue Noi Siamo Chiesa, «l’abbandono della legge sullo Ius soli da parte del Senato  ha turbato le coscienze di quanti la consideravano un fatto di civiltà e, soprattutto  per i credenti, un fatto di fraternità. Si trattava inoltre di un provvedimento utile, sotto ogni aspetto, per il vivere civile. Ciò premesso, dobbiamo deplorare il silenzio della generalità  dei vescovi su questo fatto. Esso meritava una denuncia ferma e inequivocabile, senza timore della reazione  di opinioni avverse, a maggior ragione se di forze politiche. Un silenzio pesante, colpevole, non scusabile (a fronte di tanti interventi indebiti in altre occasioni). Solo il card. Francesco Montenegro di Agrigento ne ha parlato».

Eppure, nota ancora Noi Siamo Chiesa, «nelle stesse ore di questa grave offesa  a una parte della società italiana abbiamo assistito  alla inedita coppia Minniti-Bassetti che all’aeroporto di Pratica di Mare (Roma) accoglieva 162 profughi nell’ambito di un’operazione umanitaria concordata tra Cei e governo. Siamo naturalmente ben felici per i 162 . Siamo però amareggiati che tale operazione  sia stata fatta alla vigilia di Natale  gestita in modo enfatico  in ogni media con intenti propagandistici  a fronte del citato rumoroso silenzio sullo Ius soli. A noi e a molti  questo specifico accordo è apparso  come, da parte dei vescovi, esso sia stato soprattutto una copertura d’immagine e un’accettazione di fatto del patto firmato in agosto dal nostro governo con una parte della Libia, che ha ignorato le durissime denunce dell’Onu e di Amnesty, ha dato ruolo e denaro a poteri dalla oscura e ambigua origine e dai comportamenti criminali  ed ha reso vano  il positivo ruolo svolto dalle Ong che soccorrevano i migranti in mare». Un fattore di “distrazione” che – sebbene non via mai stata quella grande copertura mediatica riservata alla Cei –, secondo Noi Siamo Chiesa, potrebbe riguardare anche Mediterranean Hope, l’iniziativa promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Federazione delle Chiese evangeliche per l’apertura di corridoi umanitari: è «sicuramente lodevole e sorta ben al di fuori di logiche governative», tuttavia deve «conservare un valore “profetico” per indicare e sollecitare una politica del tutto diversa dall’attuale nei confronti di chi  vuole giungere nel nostro Paese. Non deve trasformarsi, aldilà della indubbia buona volontà dei promotori, in una foglia di fico usata per tentare di legittimare politiche governative esclusivamente miranti a impedire, con ogni mezzo e il più possibile lontano dagli occhi dell’opinione pubblica, l’arrivo in Italia dei migranti».

Ma al di là della contingenza, Noi Siamo Chiesa manifesta anche forti preoccupazioni per quello che potrà avvenire nei prossimi mesi di campagna elettorale. « La storia dei naufragi e dei lager sulla costa libica continua, come sappiamo dalle notizie delle ultime ore. Durante tutta la campagna elettorale assisteremo su questi problemi a vescovi con la lingua incollata al palato, paurosi della loro ombra, prima preoccupati di non “fare politica” che di ricordarsi del Vangelo? Per non parlare della spedizione neocoloniale in Niger, anche sulla quale il silenzio dei vescovi è totale. È questo il nuovo corso che avevamo sperato nella gestione della Conferenza episcopale del nostro Paese?».

“Rivoluzione” Bergoglio

29 dicembre 2017

“il manifesto”
29 dicembre 2017

Luca Kocci

Quasi alla fine del quinto anno di pontificato (13 marzo 2018), la “rivoluzione” di Francesco continua a dividere mondo cattolico, osservatori laici e stampa.

Gli ultrà del papa argentino la evocano ogni giorno, anche in questo 2017 appena concluso, trasformando ogni gesto di Francesco, compreso il più innocuo, in rivoluzionario. Gli oppositori, specularmente, gridano alla rivoluzione, ma con timore e terrore, denunciando ogni atto come eversivo del bimillenario ordine costituito, capace di far naufragare la barca di Pietro nel mare tempestoso del relativismo, del terzomondismo, addirittura del comunismo. Poi c’è la narrazione della rivoluzione mancata – particolarmente di successo in un anno in cui i numeri 3 e 4 della gerarchia della Santa sede (il card. Müller, fino a luglio custode dell’ortodossia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e il card. Pell, superministro dell’economia di Oltretevere, da giugno in Australia a difendersi dalle accuse di pedofilia), insieme al revisore generale dei conti del Vaticano (Libero Milone, a giugno) e al vicedirettore dello Ior (Giulio Mattietti, a novembre) sono stati allontanati dai Sacri palazzi – perché ostacolata dalla Curia cattiva, rafforzata dalle parole di papa Francesco ai cardinali per gli auguri di Natale: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti».

Ma quale rivoluzione? In realtà non è mai stata all’ordine del giorno, se alla parola assegniamo l’autentico significato di mutamento radicale delle strutture. Le riforme sì. Più decise quelle finanziarie (ma in ordine a trasparenza e legalità, non alla povertà), più modeste quelle curiali (accorpamento di dicasteri) e liturgiche (autonomia alle Conferenze episcopali nazionali per la traduzione dei testi), senza intaccare la dottrina.

Tuttavia sono cambiate la percezione e la prassi, con il lento spostamento dal primato della Verità (i “principi non negoziabili”, non archiviati ma collocati in seconda linea) alla centralità delle questioni sociali (migranti, ambiente, disarmo). Per la Chiesa cattolica non è poco.

Il 2018 sarà l’anno della rivoluzione? Probabilmente no. I nodi da affrontare, scogliere e tagliare ci sarebbero, ma resteranno lì, temperati dalla pastorale di misericordia. Gli scontri, mediatici e non, continueranno. E la barca di Pietro proseguirà la propria navigazione.

Chiese cristiane e migranti: progetto dei luterani italiani per i “dublinati”

19 dicembre 2017

“Adista”
n. 43, 16 dicembre 2017

Luca Kocci

Se metodisti e valdesi sono da anni impegnati per l’apertura dei corridoi umanitari per i migranti che fuggono da guerre e povertà (v. notizia precedente), i luterani italiani lanciano un progetto per l’accoglienza, il sostegno e l’accompagnamento dei “dublinati”, cioè dei migranti titolari di protezione internazionale o richiedenti asilo bloccati o riportati in Italia in base al Regolamento di Dublino.

In vigore dal 2014, il Regolamento Dublino III prevede che ogni domanda di asilo, presentata da un cittadino di un Paese terzo o da un apolide, venga esaminata da un solo Stato membro, e che la competenza per l’esame ricada innanzitutto sullo Stato di primo ingresso nell’Unione europea. Solitamente, per evidenti motivi geografici, tale nazione è l’Italia (o la Grecia). Non solo: il Paese competente per la valutazione della domanda è anche quello in cui la persona, che ottiene la protezione internazionale, potrà risiedere, visto che l’ordinamento dell’Unione non riconosce la libertà di soggiorno in altri Stati membri. Infatti il richiedente asilo o titolare di protezione internazionale, fermato in un Paese differente da quello di primo ingresso, viene rimandato in tale Paese, ovvero molto spesso in Italia. E in base ad una recente ricerca, la quasi totalità dei migranti rinviati nel nostro Paese rimane priva di qualsiasi forma di accoglienza o di supporto nonché di orientamento sociale e legale al momento del proprio arrivo sul territorio. Da qui, ne consegue spesso l’acuirsi della condizione di marginalità che, facilmente, sconfina nell’invisibilità e nell’illegalità.

Il progetto, interamente finanziato con i fondi dell’otto per mille destinati alla Chiesa evangelica luterana in Italia (Celi), prevede, per i casi di vulnerabilità segnalati dalle reti nazionali ed europee della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei), offerta di vitto e alloggio, supporto legale e assistenza per l’inserimento del migrante nel Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar) del Ministero dell’interno. Inoltre intende “intercettare” anche coloro che, per raggiungere altri Paesi, sono intenzionati a lasciare l’Italia, indipendentemente dalla fase della loro procedura di asilo: l’obiettivo è costruire insieme a loro un percorso progettuale di tipo sociale a breve e medio termine. La previsione è di sostenere circa cento migranti (dieci alla volta, ognuno per brevi periodi di circa 40 giorni), fino ad ottobre 2018

«Il progetto per i dublinati nasce dal desiderio cristiano di essere al servizio del Signore mediante l’amore per il prossimo», spiega Daniela Barbuscia, responsabile della Diaconia della Chiesa evangelica luterana in Italia. «Ed è per questo che la Celi ha deciso di sostenere con forza questa iniziativa. Vogliamo donare una speranza e lasciare un segno tangibile nel cuore di chi, in virtù di una normativa, rischia di sentirsi reiteratamente rifiutato dalla società. Vogliamo aiutare i dublinati a intraprendere un percorso che, seppur lungo e difficile, possa permettere loro di crescere, migliorarsi, essere più forti e, in sostanza, rendersi liberi e autonomi. Ecco perché staremo attenti a non commettere l’errore di sostituirci a loro per risolverne i problemi. Ci impegneremo, invece, a sostenerli nell’individuare e raggiungere obiettivi che dovranno essere loro e non nostri. E lo faremo con le nostre competenze professionali e con il trasporto della nostra cristianità convinta».

Don Biancalani e la sua comunità di nuovo nel mirino dei fascioleghisti

4 dicembre 2017

“Adista”
n. 41, 2 dicembre 2017

Luca Kocci

Don Massimo Biancalani e la parrocchia di Vicofaro a Pistoia, dove sono ospitati una cinquantina di giovani migranti provenienti dall’Africa sub sahariana, sono di nuovo al centro dell’attenzione e ancora una volta fatti oggetto degli attacchi di Matteo Salvini, dei neo-fascisti Forza Nuova e della stampa di destra.

Questa estate la “pietra dello scandalo” fu una fotografia dei ragazzi migranti in piscina pubblicata su Facebook da don Massimo a scatenare gli attacchi razzisti alla parrocchia di Vicofaro, fino alla “spedizione” dei militanti di Forza Nuova alla messa domenicale per controllare l’ortodossia dell’omelia del parroco (v. Adista Notizie n. 30/17).

Ora il fatto è oggettivamente più grave, ma non tale da inficiare l’esperienza di accoglienza in parrocchia né da giustificare i beceri attacchi strumentali di fascisti e razzisti: il fermo da parte della polizia di un giovane nigeriano 21enne ospitato da don Biancalani trovato in possesso di dieci grammi di marjuana e sorpreso a spacciare in un parco della città ed ora allontanato da Pistoia con un foglio di via firmato dal questore.

«Ricordate don Biancalani, il parroco “anti-razzista” amante del bagnetto coi “profughi”? Uno dei suoi “bravi ragazzi” è stato arrestato, spacciava droga…Ma lui dice che bisogna capirlo perché “ha una storia di grandi sofferenze”… Taccio», la reazione immediata in un post sul suo profilo Facebook del fascioleghista Salvini (che già questa estate diede il via agli insulti via Facebook a don Massimo esplosi dopo un suo commento). Poche ore dopo, sulla cancellata della scuola “Anna Frank”, situata di fronte alla parrocchia, compare uno striscione di Forza Nuova che attacca tanto violentemente quanto stupidamente don Massimo e una delle attività di autofinanziamento dei migranti, la “Pizzeria Al rifugiato”: «Pizzeria del rifugiato. Specialità della casa: Pizza connection».

«La persona fermata è un giovane proveniente da una delle regioni più martoriate dell’Africa, il Biafra», spiega don Biancalani. «Ha una storia di grandi sofferenze per la perdita prematura dei suo genitori e della sorella e per le gravi violenze subite in Libia. Accogliere significa farsi carico di situazioni umane di grande fragilità. Ogni giorno le nostre comunità di Ramini e Vicofaro aprono le porte a situazioni umane difficili e di profondo disagio. Le difficoltà che possono capitare in questo lavoro non ci devono distogliere dalla costruzione faticosa di percorsi educativi e formati. Talvolta, come in questo caso, questi ragazzi sono in un limbo. Una situazione in cui si può essere tentati di percorrere scorciatoie. Questo non lo può giustificare: è un errore il suo. Avevano intercettato le sue difficoltà, la sua scarsa motivazione, il rischio della depressione. Ma questo è il contesto del quale la nostra comunità si mette al servizio».

Dal vescovo di Pistoia silenzio assoluto: nemmeno una parola – né di condanna né di sostegno – per quanto accaduto. Solidarietà a don Biancalani, invece da parte dell’Assemblea permanente antirazzista antifascista di Pistoia. «Dobbiamo constatare che un episodio marginale di possesso di sostanze stupefacenti da parte di un migrante, ospite delle strutture gestite da Don Massimo Biancalani a Pistoia, sia amplificato a tal punto da sollecitare reazioni e commenti vergognosi e davvero pericolosi nei confronti non solo di coloro che sono al fianco di Don Massimo, ma anche di tutti coloro che, in maniera responsabile, si occupano di accoglienza e integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo», si legge in una comunicato dell’Assemblea che si è stretta – oggi come anche questa estate – accanto a don Biancalani e alla parrocchia di Vicofaro. Ma «il vero problema oggi in Italia non è rappresentato da questi ragazzi disperati che, di fronte al deserto umano ed economico in cui sono costretti a vivere, si improvvisano “spacciatori” – prosegue la nota –. E ancor meno oggi in Italia il problema è rappresentato da uomini come don Massimo Biancalani, o da tutti coloro che quotidianamente si impegnano nei centri di accoglienza, che dedicano la propria esistenza alla testimonianza di un genuino sentimento di fratellanza e di giustizia. Questa sola potrà farci uscire dalla barbarie in cui l’attuale sistema economico e l’attuale sistema politico vorrebbero farci sprofondare! Attaccare la comunità di Don Biancalani è doppiamente ingiusto, visto che la prima sua preoccupazione è stata da subito quella di dare alternative formative concrete a questi ragazzi, proprio per sottrarli alle facili tentazioni della microcriminalità. Rifiutiamo con fermezza la logica del condannare e del respingere, perché solo con l’accoglienza, la protezione, la promozione e l’integrazione del diverso, si può dare un orizzonte di senso alla società futura. È quanto con le loro modeste forze stanno cercando di fare Don Massimo, i suoi collaboratori e le comunità di Vicofaro e di Ramini con i corsi di insegnamento della lingua italiana, con la formazione professionale (dall’orto biologico alla sartoria, alla panificazione, alla pasticceria) con le iniziative di socializzazione, come la Pizzeria Al Rifugiato, frequentata ogni sabato da centinaia di cittadini. Bisogna ripartire, in una società profondamente imbarbarita, dal senso più autentico dell’accoglienza, che non è buonismo o sterile ideologia, ma condivisione dell’umanità nel suo significato più vero».

«Bandire l’atomica, aprire le frontiere»

30 novembre 2017

“il manifesto”
30 novembre 2017

Luca Kocci

Appello ad una nuova resistenza contro chi minaccia di distruggere il pianeta e la convivenza fra i popoli, con due impegni prioritari: lottare perché gli Stati firmino il Trattato Onu per l’interdizione delle armi atomiche e perché sia attuato lo ius migrandi, ovvero «il diritto universale di migrare e stabilirsi nel luogo più adatto a realizzare la propria vita».

Lo chiedono quattro premi Nobel per la pace: Adolfo Perez Esquivel (difensore dei diritti umani negli anni della dittatura militare in Argentina), Shirin Ebady (leader nella lotta per i diritti delle donne e delle bambine in Iran), Jodi Williams (promotrice abolizione mine antiuomo, presidente del Nobel Women’s Initiative) e Mairead Corrigan-Maguire (fondatrice con Betti Williams del Northern Ireland Peace Movement). E lo chiedono giuristi (Luigi Ferrajoli, Lorenza Carlassare, Ugo Mattei, Paolo Maddalena), uomini e donne di Chiesa che si richiamano al magistero di papa Francesco (il card. Francesco Coccopalmerio, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, l’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, don Luigi Ciotti, padre Alex Zanotelli), attivisti per la giustizia e la pace (Luisa Morgantini, Riccardo Petrella, Giorgio Nebbia), artisti (Fiorella Mannoia, Moni Ovadia) e altri ancora.

Il documento (“Per un mondo non genocida, patria di tutti patria dei poveri”) è stato presentato ieri alla Camera dei deputati, in una conferenza stampa con Domenico Gallo, Raniero La Valle ed Enrico Calamai, lo “Schlinder argentino”, ex console italiano nell’Argentina dei generali.

Nel 1948 gli Stati adottarono la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Ma oggi si ragiona e si governa «come se quella scelta non ci fosse stata», si legge nell’appello. «Giocare a minacciarsi l’atomica tra Corea del Nord e Usa significa ammettere come ipotesi il genocidio; pretendere di  rovesciare regimi sgraditi votando alla distruzione i relativi popoli come danno collaterale è già genocidio; mettere in mano a un pugno di persone la maggior parte delle ricchezze di tutto il mondo vuol dire attivare “un’economia che uccide”, cioè  genocida; incendiare il clima e devastare la terra significa ecocidio, cioè scambiare il lucro di oggi con il genocidio di domani; intercettare il popolo dei migranti e dei profughi, fermarlo coi muri e coi cani, respingerlo con navi e uomini armati, discriminarlo secondo che fugga dalla guerra o dalla fame, e toglierlo alla vista così che non esista per gli altri, significa fondare il futuro della civiltà sulla cancellazione dell’altro, che è lo scopo del genocidio».

Una situazione che, spiegano i promotori, rende attuale quello che san Paolo descriveva come «il mistero dell’anomia», cioè la perdita di ogni legge e la pretesa dell’uomo e del potere di mettersi al di sopra di tutto. All’epoca si annunciava «una resistenza, una volontà antagonista che avrebbe trattenuto e raffrenato le forze della distruzione». Oggi quella resistenza va rilanciata.

«Un patto mondiale sulle migrazioni per battere la fame»

17 ottobre 2017

“il manifesto”
17 ottobre 2017

Luca Kocci

La fame non è una «malattia inguaribile» generata da un destino avverso, ma la conseguenza di «conflitti e cambiamenti climatici».

Papa Francesco, per la Giornata mondiale dell’alimentazione, nell’anniversario della fondazione della Fao (16 ottobre 1945), si reca alla sede romana dell’agenzia Onu per la nutrizione e l’agricoltura, propone la sua analisi (guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse del pianeta e cambiamenti climatici cause della fame e delle migrazioni) e detta la sua ricetta per combattere la malnutrizione: «l’amore che ispira la giustizia» e che dovrebbe essere trasformato in azioni concrete dagli organismi internazionali.

Un discorso che mette a fuoco le cause e che poi propone soluzioni tanto condivisibili quanto generiche. Del resto Francesco parla da pontefice e fa appello alle coscienze.

L’analisi individua le ragioni della fame e delle migrazioni: i «conflitti e i cambiamenti climatici». «Come si possono superare i conflitti?», si chiede papa Francesco. Impegnandosi «per un disarmo graduale e sistematico» e fermando la «funesta piaga del traffico delle armi»: a che serve «denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo?».

«Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze», aggiunge Francesco. L’Accordo di Parigi sul clima affronta il problema, ma «alcuni si stanno allontanando». Al presidente Usa Trump saranno fischiate le orecchie. «Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto», prosegue il papa, che auspica «un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi». «Guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile».

L’invito è a «cambiare rotta». Non con le ricette maltusiane («diminuire il numero delle bocche da sfamare» «è una falsa soluzione se si pensa ai modelli di consumo che sprecano tante risorse»), ovviamente irricevibili per la dottrina sociale della Chiesa, ma con un’equa distribuzione delle risorse. Anche se, precisa Francesco, «ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo».

Interviene allora il comandamento evangelico dell’amore, «principio di umanità nel linguaggio delle

relazioni internazionali». «La pietà – aggiunge il papa – si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia». Declinato concretamente significa contribuire a che «ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare», «pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo» (fermando il land grabbing) per «non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario», e quindi emigra dove vede «una speranza di vita», senza che nessuna «barriera» possa fermarlo.

Brindisi: attacchi e solidarietà al parroco che sostiene l’accoglienza dei migranti

17 settembre 2017

“Adista”
n. 31, 16 settembre

Luca Kocci

Il parroco prende posizione a favore dei diritti dei migranti e dei senza casa; un comitato di quartiere, sostenuto anche da alcuni esponenti politici della destra locale, lo contesta pubblicamente; gli altri parroci della città e i cattolici di base si schierano a sostegno del parroco.

Succede a Brindisi, dove il Comitato dei cittadini del rione Paradiso protesta contro l’ipotesi (non confermata dal commissario prefettizio che da tre mesi amministra la città) di realizzare nel quartiere una tendopoli per i migranti, oggi ospitati in un dormitorio in pessime condizione. Ma il parroco di San Nicola, don Cosimo Zecca, non ci sta: non sostiene l’azione del Comitato e anzi dichiara che «la mia chiesa e questa comunità parrocchiale sono aperte a tutti, senza discriminazioni e cercano di vivere il Vangelo che non a caso ha detto: “ero forestiero e mi avete ospitato”. Quando mi si rimprovera che faccio politica, dico: certo, se la politica vuol dire dal termine polis, interessarsi della città». Allora il Comitato organizza una nuova manifestazione contro lo stesso parroco – un presidio sul sagrato della chiesa, durante una messa vespertina di fine agosto –, reo di non aderire alle proteste anti-tendopoli e anzi di predicare l’accoglienza evangelica. «Don Zecca si sta schierando, quando il suo compito da uomo di Chiesa dovrebbe essere quello di riportare il tutto nei giusti binari, con il dialogo e con il confronto», si legge in un comunicato del Comitato dello scorso 4 settembre. «Don Cosimo dovrebbe fare da collante tra i suoi fedeli e non già creare ulteriore astio e divisione».

Ma con don Zecca si schierano anche tutti i parroci di Brindisi, che esprimono «la più profonda solidarietà al nostro confratello don Cosimo Zecca, reo, secondo alcuni, di aver predicato con franchezza il Vangelo del rispetto e dell’accoglienza degli ultimi». Scrivono i parroci: «Constatiamo, nella nostra città e all’interno delle nostre comunità parrocchiali, un diffuso e crescente senso di frustrazione, dovuto, sostanzialmente, a complesse problematiche attribuibili al degrado sociale e alla mancanza di lavoro. Ci duole che alcuni fanno leva su tale malessere per istigare i cittadini a mettere in atto rabbiose manifestazioni di protesta gratuita e provocatoria, a volte anche nei confronti di chi fa solo il proprio dovere, individuando nel luogo comune della paura del diverso il capro espiatorio di ogni malessere collettivo. Non è certamente questa la strada da percorrere, se si vuole venir fuori dai problemi che ristagnano da anni e che hanno bisogno di ben altre soluzioni, pacifiche, condivise e ponderate, le quali devono andare necessariamente nella direzione di serie politiche di convivenza civile e di integrazione sociale». Inoltre, aggiungono i parroci, «troviamo alquanto ingeneroso e offensivo scagliarsi contro le parrocchie e i preti, i quali sovente non si sentono sostenuti nel loro svolgere, nel tessuto connettivo della città, un’opera preziosa di promozione umana, prima che di evangelizzazione, supplendo non di rado a carenze amministrative, organizzando, per così dire, la speranza della gente». Ma non senza una qualche autocritica: «Quanto accaduto ci fa interrogare sulla qualità e l’efficacia del nostro lavoro pastorale. Perciò, a quanti frequentano i nostri itinerari di fede o le nostre assemblee domenicali, ricordiamo che necessariamente dobbiamo sforzarci di incarnare in una fattiva e quotidiana prassi di carità quanto abbiamo ascoltato e pregato. Del resto su questo, e non altro, saremo dal Signore giudicati: “…ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,35-36). In un mondo indifferente e spesso sordo ai richiami dei più poveri, questo deve marcare la  “differenza” cristiana». E, se è doveroso che la politica svolga la propria parte mettendo a punto “schemi alternativi ad una migrazione massiccia e incontrollata” e se è giusto che essa si prodighi affinché siano evitati “disordini e infiltrazioni di violenti e disagi tra coloro che accolgono” – i parroci richiamano il messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato – non dimentichiamo, almeno noi, (le parole del card. Parolin al meeting di Comnione e Liberazione a Rimini, all’indomani dello sgombero dei migranti da piazza Indipendenza a Roma, n.d.r.) che queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli. E questa parola traccia una divisione netta tra coloro che riconoscono Dio nei poveri e nei bisognosi e coloro che non lo riconoscono».

Con don Zecca anche i cattolici di base brindisini del gruppo “Manifesto 4 ottobre” che «esprime solidarietà a don Cosimo e alla comunità parrocchiale di San Nicola e respinge il tentativo di confinare la testimonianza del Vangelo nella pratica di riti e nel rispetto esteriore di precetti al di fuori della storia e dei suoi conflitti. I cristiani stanno dalla parte dei più deboli e degli sfruttati e non comprendono cosa significhi salvare le anime senza salvare l’intera persona dall’ingiustizia. Il Vangelo non propone una “salvezza dell’anima” mentre gli uomini e le donne sono fatti oggetto di soprusi da parte di profittatori e di mafie». Conclude il gruppo: «Molti stranieri poveri a Brindisi vivono già nei diversi quartieri, pagano l’affitto a volte di case fatiscenti, o vivono nelle botteghe di alcuni artigiani o nelle campagne dove lavorano. La paura che si spostino al Paradiso nasce dalla mancanza di conoscenza della realtà. Il quartiere Paradiso ha ben altri problemi: una mortalità generale più alta dell’intera città dovuta alla povertà della sua popolazione, la mancanza di servizi essenziali, vandalismo, bullismo, spaccio di droga, un degrado urbanistico che incide sulla condizione psicosociale di molte persone. Per questo esprimiamo piena solidarietà alla Comunità Parrocchiale di San Nicola ed al suo parroco perché crede e opera per una società più giusta in coerenza col Vangelo».