Archive for the ‘chiesa e omosessualità’ Category

Il papa benedice in lettera la «famiglia omosessuale»

13 agosto 2017

“il manifesto”
13 agosto 2017

Luca Kocci

«I pellegrini gay e lesbiche salutano papa Francesco». È lo striscione che questa mattina, durante il tradizionale Angelus del papa della domenica a mezzogiorno a San Pietro, un gruppo di omosessuali cattolici aderenti alla rete nazionale “Cammini di Speranza” e al Progetto Giovani Lgbti esporrà in piazza, al termine di un pellegrinaggio di due settimane lungo la Via Francigena, da Siena a Roma.

Quasi venti anni fa, il 13 gennaio 1998, durante il pontificato di Wojtyla, Alfredo Ormando si diede fuoco in piazza San Pietro, morendo in ospedale dieci giorni dopo, per protestare contro l’atteggiamento discriminatorio della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Oggi, sempre che la gendarmeria vaticana o le forze dell’ordine italiane non intervengano a rimuovere lo striscione, invece gay e lesbiche «salutano» papa Francesco, per «esprimere vicinanza ad un pontefice di cui vogliamo incoraggiare il cammino riformatore», spiega Andrea Rubera, portavoce di Cammini di Speranza. «La nostra non vuole essere una provocazione – aggiunge – ma un sostegno e un invito alla Chiesa ad allargare quelle frontiere affinché possano trovare cittadinanza tutte le persone, nelle condizioni di vita in cui si trovano e che hanno scelto».

Certo è che, nonostante alcune parole pronunciate da papa Francesco durante il suo pontificato («chi sono io per giudicare un gay?»), la questione nei sacri palazzi è ancora un tabù. Come dimostra “l’incidente” che si è verificato nei giorni scorsi fra le stanze della Segreteria di Stato, reso noto in Italia dall’agenzia Adista. Una coppia omosessuale brasiliana, Toni Reis e David Harrad, sposati sei anni fa a Curitiba dopo 27 anni di convivenza, decidono di far battezzare i tre figli che hanno adottato. Quindi scrivono a papa Francesco per raccontare la loro storia, e a luglio ricevono una riposta dal pontefice, firmata da mons. Paolo Borgia, assessore agli Affari generali della Segreteria di Stato vaticana. «Papa Francesco», si legge nella lettera, «porge a voi le sue congratulazioni, invocando per la vostra famiglia l’abbondanza delle grazie divine, affinché viviate costantemente e felicemente la condizione di cristiani, come buoni figli di Dio e della Chiesa, e inviandovi una augurale benedizione apostolica».

«È un grande progresso per un’istituzione che durante l’Inquisizione bruciava i gay e ora ci invia una lettera ufficiale congratulandosi con la nostra famiglia», dichiara Reis alla stampa brasiliana. Ma quando la notizia giunge in Italia, a due passi dal cupolone, lo scorso 9 agosto arriva la precisazione della sala stampa vaticana, firmata dalla vicedirettrice Paloma García Ovejero: «La lettera del papa è una risposta molto generale a una delle migliaia di lettere che riceve ogni giorno a cui non può rispondere in modo personalizzato. È il suo modo di ringraziare le persone». Quindi la lettera c’è, la benedizione papale pure e anche il termine «famiglia» utilizzato per la prima volta per definire una coppia omosessuale. Ma o il clamore mediatico ha allarmato gli zelanti burocrati vaticani che hanno tentato di aggiustare il tiro, oppure è l’ammissione che le lettere inviate al papa nemmeno vengono lette.

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Alcolizzati, drogati, ansiosi: i figli delle coppie gay secondo Università cattolica e “Osservatore romano”

15 luglio 2017

“Adista”
n. 26, 15 luglio 2017

Luca Kocci

Fra i figli di famiglie omosessuali – una madre e un padre – e quelli di famiglie omosessuali – due madri o due padri – esistono profonde differenze. È la tesi di Elena Canzi (docente nella facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano) argomentata nel volume appena pubblicato da Vita e Pensiero, casa editrice della Cattolica, Omogenitorialità, filiazione e dintorni (pp. 144, euro 15), e rilanciata con grande enfasi in un lungo articolo-recensione di Lucetta Scaraffia pubblicato sull’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, dello scorso 3 luglio.

«Oggi abbiamo argomenti più concreti» per sostenere «l’’opposizione al progetto di alcune coppie omosessuali a formarsi una famiglia con la fecondazione assistita o con l’adozione», scrive Scaraffia. E gli «argomenti più concreti» sarebbero appunto quelli contenuti nel volume della psicologa della Cattolica, che intende smontare le ricerche «di parte», soprattutto della sociologia anglosassone, secondo cui «non ci sono differenze fra i bambini che vivono in famiglie omosessuali e gli altri, focalizzandosi su due fattori: la qualità della relazione, in genere come percepita dai genitori, e l’adattamento psicosociale».

Invece, secondo le autrici (della ricerca e della recensione sull’Osservatore), non è affatto così.

Innanzitutto, si legge nell’articolo di Scaraffia, «i figli nati dall’acquisto di seme rivelano di sentirsi disturbati dal fatto che il denaro svolga un ruolo decisivo nel loro concepimento, mentre si dichiarano a favore dell’adozione», si legge nell’articolo di Scaraffia.

Poi «una domanda che si sono posti i ricercatori è relativa all’orientamento sessuale dei figli: avere genitori omosessuali inclina a una scelta omosessuale? La risposta che ci si aspetterebbe è che i genitori omosessuali dimostrino nei confronti del problema maggiore anticonformismo, ma non è sempre così: spesso l’eterosessualità del figlio viene esibita per confermare la “normalità” della famiglia. Ma, esaminando le inchieste nella loro totalità, “sembra di poter rintracciare un trend comune, ossia una maggior probabilità di atteggiamenti e comportamenti omosessuali”, specialmente nei figli di coppie lesbiche». Inoltre – questo perlomeno dimostrerebbero le ricerche di Canzi – «l’analisi del rendimento scolastico conferma che i figli di coppie omosessuali, se in maggioranza sviluppano livelli più elevati di rendimento, sono anche indotti a maggior uso di alcool e droghe, e riportano livelli minori di autonomia e invece livelli superiori di ansia».

C’è infine il trauma del «genitore mancante», ovvero il «donatore di gamete», che ovviamente, secondo Canzi-Scaraffia, riguarda «anche coppie eterosessuali che hanno praticato l’inseminazione eterologa»: «risulta evidente – spiega la ricerca – che i figli con donatore sconosciuto subiscono più pesante stigmatizzazione da parte dei compagni. Certo, il problema dell’assenza dei genitori si pone anche nell’adozione, ma qui il genitore adottivo “non si sostituisce, ma piuttosto si fa carico di quel dolore di origine e lo ripara” mentre diverso è il percorso di chi per scelta procrea figli “orfani”». E infatti «il rapporto più difficile è soprattutto quello con i coetanei, che spesso li sottopongono a derisione e bullismo, facendo emergere sentimenti di inferiorità e anormalità. Una stigmatizzazione che provoca diverse strategie adattative, nelle quali prevale quella di negare il problema, confessando la propria condizione solo a poche persone scelte. Certo, la partecipazione alla vita di comunità omosessuali, con figli relativi, può aiutare a rendere meno pesante questa situazione».

In conclusione, quindi, «“i figli di coppie omosessuali riportano maggior ricorso all’assistenza pubblica, minor identificazione eterosessuale, maggior frequenza di relazioni omosessuali e minor senso di sicurezza sperimentato nella famiglia di origine”. Emerge così un quadro complesso e certamente non univoco, dal quale però si deduce che è davvero difficile sostenere che non esista alcuna differenza fra i figli di famiglie eterosessuali e quelli di famiglie omosessuali».

Progetto Gionata chiede ai giovani Lgbt di far sentire la propria voce al prossimo Sinodo dei vescovi

20 maggio 2017

“Adista”
n. 19, 20 maggio 2017

Luca Kocci

I gruppi degli omosessuali cattolici della rete Progetto Gionata si attivano in vista del prossimo Sinodo dei vescovi sui giovani e invitano tutti gli aderenti ad inviare un proprio contributo all’assemblea, rispondendo allo specifico questionario predisposto dalla Segreteria generale del Sinodo (v. Adista notizie n. 4/17).

«Carissimi fratelli e sorelle, come saprete, dopo il Sinodo sull’Evangelizzazione e sulle Famiglie, nell’ottobre 2018 si terrà, nel corso della XV Assemblea generale ordinaria, un nuovo Sinodo dei vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”», si legge nella lettera-invito firmata dal Progetto giovani cristiani lgbt, nato – interno al più ampio Progetto Gionata – da un gruppo di ragazzi e ragazze, di età compresa fra i 18 ed i 35 anni, che si sono incontrati al IV Forum dei Cristiani lgbt (15-17 Aprile 2016). «La Bibbia è piena di giovani “chi-amati” da Dio per seguirlo e portare la Buona Notizia (Abramo, Mosè, Samuele, Maria, Giovanni e altri apostoli, ma anche il giovane ricco!)», si legge ancora». La fede è sì un dono della grazia, dove ci si sente scelti e amati gratuitamente, ma chiede poi una risposta molto concreta, di vita. Se la vocazione è dunque la vasta gamma di possibilità di realizzazione concreta della propria vita nella gioia dell’amore e nella pienezza derivante dal dono di sé a Dio e agli altri, il discernimento è capire e accogliere il personale progetto di Dio nella nostra vita. Nessuno esente».

Per questo è opportuno far sentire la proprio voce al Sinodo, come peraltro richiesto dalla Segreteria generale. «Il documento preparatorio che i vescovi hanno presentato prevede delle domande a tutti i giovani del mondo, la cui sintesi produrrà l’instrumentum laboris (o documento di lavoro) per i padri sinodali, insieme ad altre risposte pervenute da un altro questionario on line». Quindi, esortano gli omosessuali cattolici di Gionata, «come gruppo di giovani credenti omosessuali, ci sentiamo fortemente interpellati dalla tematica e siamo fermamente convinti che sia una irripetibile occasione (“kairos”) per portare un nostro piccolo ma significativo contributo ai padri sinodali. La Vocazione, umana e cristiana, riguarda qualsiasi giovane ed è davvero la chiave di volta per una vita piena, gioiosa!».

«Desideriamo coinvolgere il maggior numero possibile di ragazzi e ragazze, credenti e non, per stilare un documento finale, sintesi dei vari contributi, da inviare al Sinodo», auspicano gli aderenti a Progetto giovani cristiani lgbt che, operativamente, propongono a tutti – ma specialmente ai giovani fra i 18 e i 35 anni – di iscriversi alla mailing list del Progetto (si può chiedere l’accesso inviando una e-mail a: progettogiovanicristianilgbt@gmail.com), partecipando alla “consultazione” e dando il proprio contributo; e di organizzare o partecipare ad un gruppo di lavoro locale che attraverso alcuni incontri mediti sul documento preparatorio ed elabori un contributo scritto. Ai gruppi dei cristiani lgbt, delle loro famiglie e dei loro amici, viene chiesto un impegno maggiore: destinare alcuni incontri all’elaborazione di un contributo scritto per il Sinodo, selezionando ed approfondendo alcuni degli spunti proposti dal documento preparatorio.

Tutti i contributi vanno elaborati ed inviati entro la fine del mese di luglio per predisporre una sintesi conclusiva da far poi pervenire alla Segreteria generale del Sinodo. Perché il Sinodo dei vescovi sia realmente partecipativo e perché vi possa risuonare anche la voce dei giovani omosessuali credenti

Credenti contro l’omo-transfobia: veglie, contestazioni e passi avanti

17 maggio 2017

“il manifesto”
17 maggio 2017

Luca Kocci

Si celebra oggi la Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia e, come succede ormai da diversi anni, in decine di città italiane ed europee si svolgono veglie, culti e fiaccolate per le vittime della violenza dell’omo-transfobia promosse da gruppi di omosessuali credenti, parrocchie cattoliche, chiese battiste, metodiste e valdesi.

Avviate undici anni fa in maniera semiclandestina da pochi gruppi e comunità di frontiera che decidevano di sfidare l’indifferenza e talvolta l’ostilità delle istituzioni ecclesiastiche – soprattutto cattoliche – oggi, pur non essendo ancora diventate esperienze pienamente condivise, le veglie sono un appuntamento diffuso. Tanto che i settori più tradizionalisti del mondo cattolico e i loro mezzi di informazione (siti web e blog), che fino ad ora hanno quasi sempre scelto di ignorare eventi considerati di nicchia, si sono fatti più aggressivi. A Reggio Emilia c’è stata una dura contestazione degli ultrà cattolici – e il silenzio del vescovo, il ciellino mons. Camisasca – nei confronti del parroco che ha ospitato la veglia nella sua parrocchia, dove si è svolta regolarmente, e con una grande partecipazione, la sera del 14 maggio. E uno dei siti di riferimento della galassia dell’integralismo cattolico (La nuova bussola quotidiana) pubblica articoli dal titolo eloquente: “Veglie per inesistenti vittime dell’omofobia”. Chissà cosa ne pensano gli omosessuali reclusi dei campi di rieducazione in Cecenia.

Sono più di venticinque le città italiane coinvolte. Nei giorni scorsi veglie ed iniziative ecumeniche per le vittime della violenza omo-transfobica si sono già svolte nei tempi valdesi di Milano e Firenze, nella chiesa luterana di Trieste, in una parrocchia cattolica di Pistoia. Stasera sarà la volta di Palermo e di nuovo Firenze (dove le veglie saranno seguite da fiaccolate per le vie della città), Catania, Sanremo, Torino, Varese. E altre nei giorni successivi: Bologna, Cagliari, Napoli, Padova, Siracusa, Genova.

A Roma la veglia ecumenica, organizzata dai cattolici di Cammini di speranza-Nuova proposta e dalla Rete evangelica fede e omosessualità (Refo), si terrà domenica sera in piazza del Campidoglio, al termine della Settimana contro l’omotransfobia: uno spazio pubblico all’aperto anche perché il card. Vallini (vicario del papa per la diocesi di Roma) nei mesi scorsi ha invitato le due parrocchie romane che ospitavano gli incontri periodici dei gruppi di omosessuali cattolici a chiudere loro le porte, per cui la possibilità di svolgere la veglia in una parrocchia non è stata nemmeno presa in considerazione dai promotori. Segnale eloquente che, nonostante i passi avanti, nella Chiesa cattolica il tema è ancora controverso e che l’azione di papa Francesco, camminando sul filo dell’equilibrismo di una pastorale più aperta e inclusiva e di una dottrina immutata, ha modificato il clima ma non ha prodotto cambiamenti strutturali.

Bagnasco, ultima prolusione contro il testamento biologico

21 marzo 2017

“il manifesto”
21 marzo 2017

Luca Kocci

Dalla famiglia tradizionale alla «cultura del gender», dalle unioni omosessuali al fine vita. Nella sua ultima prolusione al Consiglio episcopale permanente (cominciato ieri a Roma) prima di lasciare la presidenza della Conferenza episcopale italiana, come in una sorta di testamento – non biologico –, il card. Bagnasco elenca e richiama i temi che hanno caratterizzato il suo decennio alla guida dei vescovi italiani. A maggio infatti l’Assemblea generale sarà chiamata ad eleggere – per la prima volta nella storia della Cei, il cui presidente è stato sempre nominato direttamente dal papa – la terna di vescovi che verrà presentata a Francesco perché individui il successore.

L’occasione, quindi, era imperdibile: ora o mai più, perlomeno da capo dell’episcopato italiano. E Bagnasco non la manca.

Dopo un breve accenno a crisi economica e mancanza di lavoro soprattutto per i giovani e al sud (temi anch’essi spesso presenti nelle prolusioni degli ultimi anni), snocciola quelli che erano i «principi non negoziabili» dell’era Wojtyla-Ratzinger, a cominciare dalla vita come «bene indisponibile», demolendo dalle fondamenta la legge sul testamento biologico in discussione in Parlamento: è «radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato», afferma il presidente della Cei. «La categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva», e «si rimane sconcertati vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza». La conclusione: «La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento terapeutico – affermazione che potrebbe sembrare un passo avanti rispetto ad alcune vicende del recente passato –, ma neppure anticipata con l’eutanasia», di cui peraltro nel ddl non si parla.

Quindi la famiglia, «fondata sul matrimonio e aperta alla vita», costantemente sotto attacco da «un certo pensiero unico» che «continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione», nonché a «presentarla come un modello superato o fra altri, tutti equivalenti». E se la legge sulle unioni civili fa ormai parte dell’ordinamento dello Stato, c’è sempre il rischio che qualcuno provi a rilanciare il tema delle adozioni anche da parte delle coppie omosessuali. Pertanto Bagnasco ribadisce «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino». Chi agisce diversamente, «nega ai minori un diritto umano basilare» che «non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri», magari facendo ricorso alla «pratica della maternità surrogata», che altro non è, secondo il presidente della Cei, «una violenza discriminatoria verso le donne».

Infine la «cultura del gender» diffusa nelle scuole con cui «si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento». Bagnasco rilancia le parole più volte pronunciate da papa Francesco, che su questo tema non ha mai mostrato intenzioni di analisi più approfondite e complesse: «Indottrinamento della teoria del gender» e «inaccettabile “colonizzazione ideologica”». E invita docenti e genitori alla vigilanza attiva: «nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori».

Radio Maria, sospeso il frate del «castigo divino»

6 novembre 2016

“il manifesto”
6 novembre 2016

Luca Kocci

Il terremoto? Un «castigo di Dio» per le «offese alla legge divina, alla dignità della famiglia e del matrimonio», per esempio con le unioni civili. Così il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, dai microfoni di Radio Maria, ha spiegato perché l’Italia è devastata dal sisma. Ha poi ribadito a Radio24: «Le unioni gay sono un peccato contro natura, meritano il castigo divino». E a Radio Capital ha profetizzato: «Arriveranno altri castighi».

Scontata la condanna del Vaticano («affermazioni offensive e scandalose») e la dissociazione di Radio Maria, che ieri lo ha sospeso «con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile»  (ma per Cavalcoli c’è lo zampino della Massoneria). Tuttavia Radio Maria è recidiva: nel 2011 fu lo storico Roberto De Mattei (vicepresidente del Cnr in era berlusconiana) a dire via radio che i terremoti sono punizioni divine: quello di Fukushima appena accaduto, ma anche quello di Messina del 1908. Chi prese allora le difese di De Mattei? Sempre lui: padre Cavalcoli.

Convegno neofascista sulle unioni civili. Con la benedizione del vescovo ciellino di Ferrara

18 ottobre 2016

“Adista”
n. 36, 22 ottobre 2016

Luca Kocci

Un’associazione di estrema destra vicina ai neofascisti di Forza Nuova organizza un convegno sulle unioni civili e due vescovi vi partecipano come relatori. È accaduto lo scorso 24 settembre a Lavello (Pz), paese in cui nacque e fu parroco don Marco Bisceglia, prete “di lotta”, sempre dalla parte degli oppressi, sospeso a divinis alla fine degli anni ‘70 dalle autorità ecclesiastiche dell’epoca (misura poi annullata dal card. Joseph Ratzinger negli anni ’90) dopo essere caduto in un tranello organizzato da due giornalisti del settimanale di destra Il Borghese: i due si finsero omosessuali cattolici e chiesero a Bisceglia di benedire la loro unione in forma privata, salvo poi rivelarla sul settimanale per creare lo scandalo che portò alla misura canonica nei confronti del parroco di Lavello (la vita di don Marco è raccontata nel bel libro di Rocco Pezzano, Troppo amore ti ucciderà. Le tre vite di don Marco Bisceglia, Edigrafema, Policoro, 2013, pp. 320, 16€, v. Adista Segni Nuovi n. 14/14). È del tutto «irrilevante» che Lavello sia «casualmente» il paese di don Bisceglia – che fu anche fra i fondatori dell’Arcigay -, hanno commentato gli organizzatori. Sarà. Ma la coincidenza – se così la si vuole chiamare – è come minimo singolare, e la partecipazione dei vescovi decisamente inopportuna.

La sezione della Basilicata di “Ordine Futuro”, rivista di approfondimento nonché associazione che si proclama «a sostegno della battaglia per la ricostruzione nazionale», ha organizzato, al teatro San Mauro di Lavello, il convegno “Unioni civili… e adesso?”, un’iniziativa in difesa della «unica vera famiglia, costituita secondo l’immutabile ordine naturale» e «gravemente minata dalla legalizzazione del matrimonio gay». Insieme ad Ordine Futuro – vicina alle posizioni integraliste e neofasciste di Forza Nuova, il movimento politico fondato e guidato da Roberto Fiore che, insieme all’altro fondatore, Massimo Morsello, venne condannato negli anni ‘80 per associazione sovversiva e banda armata, quando gravitava nella galassia dell’estrema destra extraparlamentare – e a ProVita, altre associazioni locali dai nomi emblematici: Circolo Giovanile San Luigi IX e Sturm und Drang.

Fra i relatori, annunciati dal manifesto del convegno, due vescovi: mons. Gianfranco Todisco, vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa (la diocesi in cui si trova Lavello) e il ciellino mons. Luigi Negri, vescovo di Ferrara – che è intervenuto in videoconferenza –, non nuovo ad esternazioni e ad iniziative «non ispirate a misericordia e a carità ma, anzi, sembra, persino al loro contrario», come hanno recentemente scritto in una lettera indirizzata a papa Francesco e ai vertici della Conferenza episcopale italiana (il presidente, card. Angelo Bagnasco, e il segretario generale, mons. Nunzio Galantino) oltre 300 cattolici ferraresi (v. Adista Notizie n. 2/16), sempre più a «disagio» nei confronti del proprio pastore e delle sue affermazioni contro l’Islam («l’unica religione che tematizza la violenza come direttiva teorica e pratica è l’islam») e contro l’accoglienza degli immigrati (v. Adista Notizie n. 17/15).

La mia partecipazione – ha precisato Negri in una nota, dopo essere stato interpellato sul suo intervento – «è stata unicamente frutto dell’accoglimento dell’invito ricevuto dal responsabile culturale Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Lorenzo Roselli», peraltro anche lui relatore al convegno di Ordine Futuro. «Ci chiediamo quale moto d’animo e profondo convincimento interiore abbia spinto mons. Negri a partecipare ad un evento promosso da chi solo pochi giorni fa definiva gli italiani che non aderirono alla Repubblica sociale italiana (lo Stato satellite della Germania nazista creato nel nord Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e affidato a Mussolini, ndr) come “traditori”», hanno commentato Agedo (Associazione di genitori, parenti e amici di omosessuali) e Famiglie Arcobaleno (l’associazione dei genitori omosessuali). «Non potrebbe essere giunta, anche per lui, l’ora di riflettere su come i suoi pregiudizi verso le persone omosessuali e le loro famiglie lo stiano portando decisamente verso “cattive compagnie”?».

L’ossessione del cardinale

18 maggio 2016

“il manifesto”
18 maggio 2016

Luca Kocci

Disoccupazione, aumento della povertà, calo della natalità: sono questi i «problemi veri del Paese», sui quali «la gente vuole vedere il Parlamento impegnato» senza soste. Non si capisce, quindi, perché invece perda tempo sulle unioni civili.

Il cardinal Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, è intervenuto ieri mattina, nella seconda giornata dell’assemblea generale della Cei – dopo che lunedì papa Francesco l’aveva aperta con un discorso contro le «ambizioni di carriera e di potere» e le tentazioni dei beni economici da parte delle istituzioni ecclesiastiche – e ha affondato la legge sulle unioni civili approvata dalla Camera giovedì scorso.

«Non si comprende come così vasta enfasi ed energia sia stata profusa per cause che rispondono non tanto a esigenze, già per altro previste dall’ordinamento giuridico, ma a schemi ideologici», ha detto Bagnasco nella sua relazione, entrando poi nel merito. «La recente approvazione della legge sulle unioni civili – ha precisato il presidente della Cei – sancisce di fatto una equiparazione al matrimonio e alla famiglia, anche se si afferma che sono cose diverse: in realtà, le differenze sono solo dei piccoli espedienti nominalisti, o degli artifici giuridici facilmente aggirabili, in attesa del colpo finale, così già si dice pubblicamente, compresa anche la pratica dell’utero in affitto, che sfrutta il corpo femminile profittando di condizioni di povertà». Per rafforzare il suo pensiero, ha citato la dichiarazione congiunta sottoscritta a febbraio a L’Avana da papa Francesco e da Kirill, patriarca ortodosso di Mosca: «La famiglia si fonda sul matrimonio, atto libero e fedele di amore di un uomo e una donna. Ci rammarichiamo che altre forme di convivenza siano ormai poste allo stesso livello di questa unione». E ha anche richiamato le parole del papa sulla «teoria del gender», «uno sbaglio della mente umana».

Una posizione netta e già nota quella di Bagnasco, il quale alla vigilia del Family day di gennaio aveva salutato la manifestazione al Circo Massimo contro l’allora ddl Cirinnà come un’iniziativa «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Che però coincide più con quella degli integralisti cattolici alla Adinolfi e Gandolfini – promotori del Family day – o degli atei devoti alla Quagliarello e Ferrara, che con quella dell’intero episcopato italiano, non più allineato come una falange macedone con le posizioni della presidenza della Cei, come sembrava accadere ai tempi di Ruini. Al punto che persino Avvenire, all’indomani dell’approvazione delle unioni civili, aveva preso le distanze dalla proposta di referendum abrogativo lanciato dai crociati del centro destra. «Non appaiono utilmente creative la prospettiva, evocata da alcuni, di una battaglia referendaria per abolire totalmente la nuova legge né quella di fare appello all’obiezione di coscienza di quanti saranno chiamati a registrare le unioni civili previste e regolate dalla legge», scriveva venerdì scorso sul quotidiano della Cei Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione giuristi cattolici italiani.

La relazione di Bagnasco – pronunciata nella Giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia, in cui in decine di parrocchie cattoliche e comunità protestanti si celebrano veglie di preghiera in ricordo delle vittime delle discriminazioni – ha affrontato anche altri temi sociali e di politica internazionale, come le violenze contro i cristiani in Medio Oriente e un forte richiamo all’Europa perché accolga i migranti. Per quanto riguarda l’Italia, i problemi si chiamano soprattutto disoccupazione e povertà, che non accennano a diminuire. Poi la diffusione incontrollata del gioco d’azzardo – soprattutto per la «devastante» diffusione delle slot machine negli esercizi commerciali – e il calo della natalità, che richiede misure energiche a favore della famiglia: si vedono «segnali positivi di sostegno e promozione della famiglia» che però «hanno bisogno di essere incentivati» e «diventare strutturali», ha detto Bagnasco, chiedendo «una manovra fiscale coraggiosa che dia finalmente equità alle famiglie con figli a carico».

Il papa apre ai divorziati

9 aprile 2016

“il manifesto”
9 aprile 2016

Luca Kocci

Il Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ad ottobre, aveva aperto qualche spiraglio sulla possibilità per i divorziati risposati di accedere ai sacramenti. Ora papa Francesco allarga quelle fessure e afferma esplicitamente che, in casi particolari, il divieto per i divorziati risposati di fare la comunione può cadere.

Si chiude così, con la pubblicazione dell’ampia esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco Amoris laetitia (“La gioia dell’amore”, un titolo che ricalca quello della prima esortazione del pontefice, Evangelii gaudium, “La gioia del Vangelo”), firmata il 19 marzo ma resa nota ieri mattina, il percorso del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, dopo due anni di dibattito dentro e fuori le mura vaticane. Il Sinodo, infatti, è un organismo solo consultivo, e l’esortazione post-sinodale ne costituisce in un certo senso l’interpretazione autentica e l’attuazione.

Chi si aspettava che il papa avrebbe spalancato tutte le porte che la maggioranza dei vescovi aveva sprangato – per esempio su coppie omosessuali e contraccezione – resterà deluso. Del resto viene esplicitato fin dalle prime righe della Amoris laetitia che non era questa l’intenzione di Bergoglio: «I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche».

Non è stata formulata nessuna nuova norma canonica generale, semmai – scrive il papa – spetta alla Chiese locali di «interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano». La parola chiave per affrontare le situazioni «irregolari» è «discernimento», la stessa che ebbe un posto centrale nella Relazione finale del Sinodo. Che va applicato, da parte dei pastori e degli stessi fedeli coinvolti, soprattutto alla situazione dei divorziati risposati, nei confronti dei quali già il Sinodo si era mostrato maggiormente indulgente, sebbene in modo un po’ ambiguo e piuttosto controverso (un paragrafo “aperturista” della Relazione finale su questa questione fu approvato per un solo voto).

Ora papa Francesco si spinge più in là: i divorziati risposati «non devono sentirsi scomunicati», «nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo»; e scrive – ma curiosamente in due note a piè di pagina – che potranno accedere ai sacramenti, possibilità finora canonicamente preclusa.

Una strada resta quella di ottenere dai tribunali ecclesiastici la «dichiarazione di nullità matrimoniale», le cui procedure sono state recentemente semplificate dallo stesso Francesco, affidando maggiori responsabilità ai vescovi diocesani. Poi c’è il «discernimento» dei pastori, che valuti le «attenuanti» e distingua i casi, perché un conto «è una seconda unione consolidata nel tempo», altro è «una nuova unione che viene da un recente divorzio». Sarebbe «meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale», «come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone». Invece «è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato», «si possa vivere in grazia di Dio», «ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa». E, precisa la nota a piè di pagina redatta dal papa, «in certi casi potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti», considerando che «l’Eucaristia non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli».

A parte queste aperture «caso per caso», la dottrina cattolica tradizionale sul matrimonio è ribadita in più occasioni: «Unione indissolubile tra l’uomo e la donna» contraddistinta dalla «apertura alla vita», quindi tesa alla procreazione («nessun atto genitale degli sposi può negare questo significato, benché per diverse ragioni non sempre possa generare una nuova vita»).

«Altre forme di unione – si legge – contraddicono radicalmente questo ideale, mentre alcune lo realizzano almeno in modo parziale». Un riferimento, quest’ultimo, al «matrimonio solo civile» o persino ad «una semplice convivenza» stabile, tuttavia «da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio». La condanna, invece, è per le unioni tra persone omosessuali, utilizzando fra l’altro – come fece anche il Sinodo – una formulazione redatta a suo tempo dalla Congregazione per la dottrina della fede guidata allora dal card. Ratzinger: «Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia». Ne consegue, inevitabilmente, la considerazione che «ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa»; «diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso».

«Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione», scrive Francesco, evidentemente prevedendo le obiezioni dei conservatori all’apertura sui divorziati risposati. «Ma la Chiesa non è una dogana», e «il Vangelo stesso di richiede di non giudicare e di non condannare». «Questa è la logica che deve prevalere nella Chiesa».

Non è un «balzo in avanti», ma – all’interno di un sistema dottrinale tradizionale e limitatamente ad una situazione circoscritta – una «maglia rotta nella rete».

Monsignor Galantino: «Silenzio per rispetto del Parlamento»

13 febbraio 2016

“il manifesto”
13 febbraio 2016

Che il cardinal Bagnasco e monsignor Galantino su parecchie questioni non la pensino proprio allo stesso modo non è una novità. La distanza fra i due – il primo, presidente della Conferenza episcopale italiana nominato la prima volta da papa Ratzinger; il secondo, segretario della Cei scelto da papa Francesco – è emersa nuovamente ieri, in maniera più evidente che nel passato, su una questione procedurale, ma su tema altamente sensibile: il ddl Cirinnà sulle unioni civili, in questi giorni all’esame del Senato.

«Ci auguriamo che il dibattito in Parlamento e nelle varie sedi istituzionali sia ampiamente democratico, che tutti possano esprimersi, che le loro obiezioni possano essere considerate e che la libertà di coscienza su temi fondamentali per la vita della società e delle persone sia non solo rispettata ma anche promossa con una votazione a scrutinio segreto», aveva dichiarato giovedì Bagnasco, forse ricordandosi che – come ammoniva uno slogan democristiano della campagna elettorale del 1948 – «nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede, Stalin no», in realtà sperando così di agevolare il compito di qualche dissidente cattodem, o pentastellato.

«Per rispetto del Parlamento e delle istituzioni preferisco non parlare», ha voluto precisare ieri Galantino, marcando così il dissenso dalle affermazioni di Bagnasco – peraltro subito sottoscritte da tutto il centrodestra – e in un certo senso sposando la linea del governo (Renzi: «Il regolamento del Parlamento prevede il voto segreto, se ci saranno le condizioni Grasso e non la Cei deciderà») e del presidente del Senato Grasso: «C’è la libertà di espressione, però sulle procedure penso che ci sia la prerogativa delle istituzioni repubblicane di decidere».

Una divergenza netta, testimoniata dal fatto che sulla questione sia dovuto intervenire anche il portavoce della Cei, don Maffeis, gettando acqua sul fuoco: «È chiaro che in un clima come questo basta poco a far parlare di scontro», ha detto all’Ansa, ma «con le sue parole il cardinal Bagnasco non intendeva entrare in un discorso tecnico in alcun modo, questo appartiene alla sovranità delle Camere», il suo «è stato un appello morale per la libertà di coscienza».

Al di là dei tentativi di attenuare le polemiche e di accorciare le distanze, ad essere divisi non sono solo Bagnasco e Galantino, ma i vescovi italiani. Se tutti sono concordi, con papa Francesco, a dire che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione» e a bocciare la stepchild adoption, più di qualcuno ritiene che il riconoscimento delle unioni civili sia un passo quasi inevitabile, a cominciare dallo stesso Galantino, il quale qualche settimana fa ha dichiarato che «lo Stato ha il dovere di dare risposte a tutti, nel rispetto del bene comune». Anche in questo caso una posizione distante – stavolta nel merito – da Bagnasco che ha salutato il Family day come un’iniziativa «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Salvo poi, durante il Consiglio permanente della Cei alla vigilia del raduno del Circo Massimo, mantenere un profilo talmente basso da non nominarlo nemmeno, evidentemente per non irritare altri vescovi e papa Francesco che due giorni prima aveva annullato l’udienza con Bagnasco.