Archive for the ‘chiesa e omosessualità’ Category

La Chiesa dei senza Bergoglio

31 gennaio 2016

“il manifesto”
31 gennaio 2016

Luca Kocci

Gli organizzatori del Family day avevano promesso che quella del Circo Massimo non sarebbe stata una piazza «contro», ma una piazza «per», per gridare «la bellezza della famiglia». Eppure la parola che più forte e chiara è risuonata – scandita dalla folla con coretti da stadio – è stata «no!». No al ddl Cirinnà. No alle unioni civili. No alla stepchild adoption. No all’utero in affitto, che nemmeno è previsto dalla legge in discussione.

Del resto il portavoce del Comitato “Difendiamo i nostri figli” – promotore del Family day –, Massimo Gandolfini, in mattinata ricevuto al Viminale da Alfano, lo ha detto chiaramente durante il suo intervento: «Il ddl Cirinnà è inaccettabile dalla prima all’ultima parola, non è possibile modificarlo, va totalmente respinto». Un esempio di «maquillage» che, secondo Gandolfini, va smascherato? «La trasformazione di stepchild adoption in “affido rafforzato” non è altro che un tentativo di far passare in maniera surrettizia una vera e propria adozione, mascherandola da affido».

Quello rivolto ai parlamentari, in particolare i parlamentari cattolici, più che un appello pare un avvertimento: «Ci ricorderemo di voi – ammonisce Galdolfini –. Controlleremo l’iter del ddl e vedremo chi avrà raccolto il messaggio di questa piazza è chi invece lo avrà messo sotto le scarpe. Al momento delle elezioni ci ricorderemo di chi è schierato dalla parte della famiglia e chi no». Nei confronti di chi invoca la libertà di coscienza, Gandolfini è spietato: «Valutate bene la vostra coscienza, perché un giorno, delle azioni che compierete oggi, dovrete rendere conto!».

Il Circo Massimo è pieno, ma molto meno di quanto ci si sarebbe aspettato. Gandolfini spara due milioni di persone, in realtà sono 200mila o poco più. Non poche, ma nemmeno così tante da far dire a Sacconi, via twitter, «la più grande manifestazione del dopoguerra per difendere costituzione formale e materiale».

A riempirlo sono soprattutto i neocatecumenali – chiamati direttamente dal card. Bagnasco, come ha spiegato il fondatore del Cammino neocatecumenale, Kiko Arguello –, gruppi di famiglie numerose organizzatissimi con teli, chitarre, tamburelli e i cartelloni o gli striscioni delle varie comunità che arrivano da Brescia (città di Gandolfini, neocatecumenale anche lui), Roma, Sora, Modugno, Campi salentino e molte altre città. Invocano Kiko, il loro capo carismatico, ma Kiko non parlerà dal palco. «Non sta bene, non è potuto venire», spiega Gandolfini. In realtà lo stesso Gandolfini tre giorni prima del Family day aveva scritto a Kiko – rivela il vaticanista dell’Espresso Sandro Magister sul suo blog – chiedendogli di non intervenire per non dare una connotazione «confessionale» alla manifestazione. Più probabilmente gli organizzatori temevano un bis del Family day del 20 giugno 2015 quando Kiko parlò e, in preda all’estasi predicatoria, arrivò a dire che alcuni comportamenti delle donne possono alimentare i femminicidi.

Dal palco si canta “Mamma”, poi interviene Mario Adinolfi, direttore del quotidiano La Croce: «Il ddl Cirinnà vuole appendere il cartellino del prezzo sul ventre delle madri. Renzi ci ricorderemo, fai le scelte giuste!». La piazza si scalda. Sventolano i vessilli degli integralisti di Alleanza cattolica e gli striscioni di Militia Christi, ma anche le bandiere dei comitati locali di “Difendiamo i nostri figli”, Movimento per la vita, Manif pour tous, Pro Vita, si vedono le magliette del combattivo settimanale Tempi (vicino a Cl) e un grande striscione di Comunione e Liberazione, anche se il movimento non ha ufficialmente aderito alla manifestazione.

Dal palco interviene Gianfranco Amato (Giuristi per la vita), autore di un vademecum per i manifestanti su come evitare le domande dei giornalisti: «Il ddl Cirinnà è un pasticcio giuridico a cui ci opporremo senza se e senza ma, non si può mercificare il corpo di una donna per soddisfare il desiderio di due uomini». Toni Brandi (Pro Vita) evoca scenari apocalittici di migliaia di bambini, prodotti dagli uteri in affitto, «che non sapranno su quale tomba potranno piangere la propria madre che non conoscono».

La piazza è decisamente cattolica, «qui c’è tutto il popolo di Dio», grida Gandolfini. Ma in realtà si tratta solo di una parte di mondo cattolico: le grandi associazioni laicali (Azione cattolica, Agesci e Acli), pur con qualche equilibrismo, si sono dissociate dal Family day; le Comunità cristiane di base e Noi Siamo Chiesa hanno posizioni diametralmente opposte. Ma gli oratori dal palco non se ne accorgono: per loro tutti i cattolici sono qui. Le citazioni sono indicative: Giovanni Paolo II batte papa Francesco 5 a 1, Bergoglio viene richiamato – accolto da applausi tiepidi – solo per la frase di qualche giorno fa al Tribunale della Rota («Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione»).

Le parole conclusive di Gandolfini sono un tuffo nel passato dell’intransigentismo ottocentesco: «L’apostasia delle proprie radici giudaico-cristiane sono la causa di tanti mali della società di oggi». E sulle note di Nessun dorma di Puccini, «Vincerò!», la manifestazione finisce e il Circo Massimo si svuota.

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Card. Bagnasco: «Nessuna confusione fra la famiglia voluta da Dio e altre unioni»

30 gennaio 2016

“Adista”
n. 5, 6 febbraio 2016

Luca Kocci

Non è arrivato, da parte del card. Angelo Bagnasco, durante la prolusione al Consiglio episcopale permanente della Conferenza episcopale italiana (25-27 gennaio), l’avallo ufficiale al Family Day del 30 gennaio, ma solo una sorta di “benedizione a distanza” – senza peraltro mai nominare esplicitamente l’evento – dell’iniziativa contro il ddl Cirinnà promossa dal comitato “Difendiamo i nostri figli”.

Non era stato così una settimana fa, a Genova, quando il presidente della Cei aveva detto che il Family Day è una manifestazione «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie». Ad aver pesato sulla parziale “frenata” di Bagnasco, il fatto che papa Francesco ha annullato la tradizionale udienza con il presidente della Cei nei giorni immediatamente precedenti il Consiglio permanente, da molti osservatori interpretato come un invito a mantenere un basso profilo non tanto sul tema – del resto lo stesso Francesco, in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota romana il 22 gennaio, aveva ribadito: «Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione» –, quanto sulla manifestazione di piazza.

Soprattutto a suggerire prudenza a Bagnasco è stato il fatto che, sulla manifestazione del 30 gennaio, i vescovi italiani non la pensano tutti allo stesso modo. Tutti sono concordi con il papa nell’affermare che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione», ma non tutti approvano il coinvolgimento diretto dell’episcopato nel Family Day. E se è vero che alcuni si sono esposti pubblicamente a favore della manifestazione (il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia: «Partecipare alla manifestazione è cosa buona»; mons. Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Bojano: «I pastori devono camminare con le proprie pecore e dunque io penso che ci sarò sabato al Family Day, non per gridare contro qualcuno o per fare uno show ma per sostenere i valori in cui crediamo»), da parte di altri continua ad esserci un silenzio eloquente.

Quindi, per non trascinare in piazza l’intera Cei, in cui albergano sensibilità diverse, nella prolusione Bagnasco ha ponderato parole, ribadendo il principio non negoziabile della famiglia naturale, ma senza nominare il Family Day (che pure è restato sullo sfondo). «Sul fronte vitale della famiglia si è accesa una particolare attenzione e un acceso dibattito», ha detto il presidente della Cei. «È bene ricordare che i Padri costituenti ci hanno consegnato un tesoro preciso, che tutti dobbiamo apprezzare e custodire come il patrimonio più caro e prezioso, coscienti che (le parole del papa alla Rota, ndr) “non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione”».

Sul nodo della stepchild adoption – anch’esso non nominato esplicitamente – Bagnasco è stato netto: «In questo scrigno di relazioni, di generazioni e di generi, di umanesimo e di grazia, vi è una punta di diamante: i figli. Il loro vero bene deve prevalere su ogni altro, poiché sono i più deboli ed esposti: non sono mai un diritto, poiché non sono cose da produrre; hanno diritto ad ogni precedenza e rispetto, sicurezza e stabilità. Hanno bisogno di un microcosmo completo nei suoi elementi essenziali, dove respirare un preciso respiro: “I bambini hanno diritto di crescere con un papà e una mamma. La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico”» (una seconda citazione di papa Francesco, tratta dal “Discorso ai partecipanti al Colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna”).

Pertanto – l’auspicio di Bagnasco – lo Stato deve assumere «doveri e oneri verso la famiglia fondata sul matrimonio, perché riconosce in lei non solo il proprio futuro, ma anche la propria stabilità e prosperità. Auspichiamo che nella coscienza collettiva mai venga meno l’identità propria e unica di questo istituto».

Nel resto della prolusione, più breve del solito, Bagnasco si è soffermato su alcuni temi sociali: quello dei migranti, che continuano ad arrivare anche in Italia («Davanti alle tragedie umane, che si consumano quotidianamente nella vita di questi fratelli, nessuno può rassegnarsi a una cultura dell’indifferenza»), e della crisi che, segnala il presidente della Cei, nonostante «voci autorevoli» segnalino «la ripresa complessiva dell’economia», continua a produrre disoccupazione, precarietà e povertà.

Nell’arena romana il gran Family day dei cattolici integralisti

28 gennaio 2016

“il manifesto”
28 gennaio 2016 (supplemento)

Luca Kocci

Hanno previsto che piazza San Giovanni non sarebbe riuscita a contenere tutti i partecipanti al Family day di sabato 30 gennaio, così gli organizzatori hanno cambiato in corsa il programma e hanno prenotato l’arena del Circo Massimo, trasformando quello che sarebbe dovuto essere un corteo per le vie della Capitale in un «raduno statico», dalle due del pomeriggio in poi.

«Con grande soddisfazione abbiamo registrato una massiccia risposta alla convocazione del Family day, da tempo richiesta a gran voce e con determinazione dal nostro popolo, tanto che il favore incontrato ci ha spinto al cambiamento di piazza», spiega Massimo Gandofini, presidente del comitato “Difendiamo i nostri figli”, che ha promosso la manifestazione con un obiettivo preciso: affossare il Ddl Cirinnà. La piazza riempita dal “popolo cattolico” come strumento di pressione sui parlamentari (soprattutto cattolici), affinché respingano la legge e salvino così la «famiglia naturale».

Quella di sabato sarà prevalentemente, se non esclusivamente, una “piazza cattolica”. Ma niente affatto rappresentativa della pluralità del mondo cattolico, bensì culturalmente e politicamente definita, perché la maggior parte delle associazioni, dei movimenti e dei gruppi che hanno risposto alla “chiamata alle armi” contro il Ddl Cirinnà è riconducibile ad un’area ecclesiale omogenea conservatrice e tradizionalista, quando non integralista (mancheranno infatti associazioni come Azione cattolica, Agesci, Acli).

Motore dell’iniziativa è il Comitato “Difendiamo i nostri figli” – ovviamente si autoproclama «nato spontaneamente al di fuori di ogni appartenenza politica e confessionale» –, che ha avuto il suo “battesimo del fuoco” il 20 giugno 2015, data del Family day n. 1, concluso in piazza San Giovanni. Una struttura leggera, ma un manifesto programmatico pesante, che si ispira ai ratzingeriani «principi non negoziabili»: diritto alla vita «dal concepimento alla morte naturale» (quindi no ad aborto, eutanasia e testamento biologico), famiglia «naturale fondata sull’unione matrimoniale fra un uomo e una donna» (no a coppie di fatto e unioni civili, soprattutto omosessuali), «diritto di ogni bambino ad avere e crescere con una mamma/femmina ed un papà/maschio» (no a stepchild adoption) e ad «essere educato nel rispetto ed in coerenza con la propria identità sessuata, maschio o femmina» (no ad «ideologia gender»).

Scorrendo alcuni nomi del comitato promotore (16 persone, di cui solo 3 donne), la connotazione di “Difendiamo i nostri figli” risulta chiara, e soprattutto si capisce chi sarà in piazza sabato: il portavoce, Gandolfini, neurochirurgo e padre di 7 figli adottivi, già vicepresidente dell’associazione “Scienza & Vita” (nata oltre 10 anni su impulso dell’allora presidente della Cei, card. Ruini, per contrastare la legge 40 sulla fecondazione assistita), tra i responsabili delle comunità neocatecumenali bresciane; Mario Adinolfi, ex deputato Pd, ora direttore del quotidiano La Croce (organo dell’associazione “Voglio La Mamma”); la giornalista, blogger e scrittrice Costanza Miriano, autrice di libri come Sposati e sii sottomessa e Obbedire è meglio; i dirigenti di “Generazione famiglia”, il ramo italiano dell’originale francese “La manif pour tous” (l’associazione transalpina che si oppone al matrimonio omosessuale e alle leggi anti-omofobia), Jacopo Coghe, Filippo Savarese (neocatecumenale anche lui) e Maria Rachele Ruiu; il presidente nazionale dei “Giuristi per la Vita”, Gianfranco Amato; Toni Brandi, presidente dell’associazione ProVita.

«Non esiste un elenco ufficiale di adesioni, chi vuole scendere in piazza è libero di farlo», ci rispondono dall’ufficio stampa di “Difendiamo i nostri figli”. Ma è comunque possibile tracciare una mappa delle principali associazioni e movimenti che saranno al Circo Massimo.

In prima fila i neocatecumenali – un milione in tutto il mondo, 250mila in Italia –, ampiamente rappresentati nel comitato promotore di “Difendiamo i nostri figli” (oltre a Gandolfini e Savarese, ci sono anche Paolo Maria Floris, vicepresidente dell’associazione “Identità cristiana”, e il leader dei neocatecumenali romani, Giampiero Donnini), ma soprattutto in grado di mobilitare decine di migliaia di persone ad un solo cenno del loro capo carismatico, Kiko Arguello, a cui i seguaci tributano obbedienza cieca e assoluta. Se non ci fosse stata la massa d’urto dei neocatecumenali, il Family day del 20 giugno sarebbe stata poco più che una manifestazione di paese. Lo schema si ripeterà anche il 30 gennaio, quando Kiko parlerà di nuovo dal palco, come fece già a San Giovanni: allora, forse in preda all’estasi predicatoria, arrivò a dire che alcuni comportamenti delle donne possono alimentare i femminicidi, chissà questa volta…

Nutrita sarà anche la presenza del Rinnovamento nello Spirito santo, movimento carismatico che solo in Italia conta 250mila adepti. Nessun ruolo organizzativo, ma al Circo Massimo saranno in migliaia. «Il Rinnovamento nello Spirito Santo valuta necessario che ci siano uomini e donne che in virtù della propria cittadinanza attiva manifestino a Roma il 30 gennaio contro un disegno di legge ingiusto, fuorviante rispetto alle reali richieste del Paese e dunque non condivisibile», annuncia la nota del Comitato nazionale del movimento. L’aut-aut ai parlamentari cattolici è netto: riflettete e soprattutto pregate «per discernere il bene dal male, la verità dall’errore».

Insieme ai movimenti, a riempire il Circo Massimo saranno le 400 associazioni familiari riunite nel Forum delle famiglie, guidato dal neopresidente Gianluigi De Palo, ex capo delle Acli romane ed ex assessore alla Famiglia della giunta Alemanno. Al Forum aderisce anche l’associazione famiglie numerose (i cui aderenti devono avere almeno quattro figli): «Le nostre famiglie sono felici di scendere in piazza, sono convinte e fiduciose di esserci», spiegano i presidenti nazionali Raffaella e Giuseppe Butturini. «Il matrimonio è uno solo: quello di una mamma, di un papà e dei figli. Siamo sereni: la famiglia resiste, soprattutto quella con figli. Ha una storia millenaria dietro le spalle. È come una molla, più la comprimi, più scatta forte. Sul campo la vittoria sarà sua».

Mobilitata è anche la scuola cattolica. Gli istituti dell’Opus Dei associati alla Faes (Famiglie e scuole) hanno dato l’adesione ufficiale. Ma sarà soprattutto l’Agesc (Associazione genitori scuole cattoliche) a portare a Roma migliaia di famiglie, con bambini e ragazzi al seguito, anche perché ha garantito che pagherà la metà delle spese di trasporto in pullman: invitiamo «tutti i nostri soci a partecipare per testimoniare la bellezza della famiglia naturale, il diritto di ogni bambino ad avere un padre e una madre, l’indisponibilità della persona, l’intangibilità dell’umanità».

Ad animare la partecipazione al Family day, il combattivo cartello dei mezzi di informazione cattolici conservatori. Oltre alla Croce di Adinolfi, c’è il filo-ciellino Tempi diretto da Luigi Amicone (che sta organizzando anche dei treni speciali) e gli integralisti La nuova bussola quotidiana (sottotitolo: «Fatti per la Verità») e Il Timone (sottotitolo: «Informazione e formazione apologetica».

Insomma la piazza sarà “cattolica”, ma una parte consistente del mondo cattolico non ci sarà.

Dai dogmi alla morale, le due chiese nell’era Bergoglio

28 gennaio 2016

“il manifesto”
28 gennaio 2016 (supplemento)

Luca Kocci

«Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». La frase pronunciata da papa Francesco il 22 gennaio in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del Tribunale della Rota romana – ad una settimana dal Family day del 30 gennaio – ha ricompattato il fronte ecclesiastico, dato per diviso, e messo d’accordo tutti: il card. Bagnasco e mons. Galantino, vescovi conservatori e “aperturisti”.

Ma su molte questioni che ruotano attorno al Ddl Cirinnà, Vaticano e Conferenza episcopale italiana non la pensano completamente allo stesso modo. Non si tratta di fossati larghi e profondi, tutti sono saldamente uniti attorno al punto chiave: il matrimonio è quello «naturale» fra un uomo e una donna, punto e basta. Ma alcune differenze ci sono, di merito e di metodo. Non era così ai tempi della Cei guidata dal card. Ruini e dal primo Bagnasco – Wojtyla e Ratzinger papi regnanti –, quando l’episcopato era, e voleva apparire, allineato e compatto, e i vescovi “autonomi” erano solitarie eccezioni.

L’atteggiamento soft di papa Francesco ha giovato alla formazione di una sensibilità diversa – o ha favorito la libertà di esprimerla –, c’è stato un cambio di passo, ma un cambio di direzione è ancora di là da venire. Su molte questioni, stile e linguaggio si sono modificati, ma la sostanza è rimasta la stessa.

Del resto, dal punto di vista dei temi etici, papa Francesco conserva una visione tradizionale. Quello che ha detto alla Rota romana («Non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione»; «La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo appartiene al “sogno” di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità») è perfettamente in linea con la dottrina tradizionale della Chiesa, e Francesco lo ha sempre ripetuto. Non si capisce, quindi, la sorpresa di alcuni o la soddisfazione di altri.

La novità consiste semmai in un approccio meno dogmatico e più pastorale, che non ha fatto cadere muri, ma ha ammorbidito le posizioni: dalla crociata sui «principi non negoziabili» (che tuttavia non sono stati smantellati) si è passati al «chi sono io per giudicare un gay?». La dottrina non è cambiata di una virgola (come ha confermato anche il Sinodo dei vescovi sulla famiglia), ma la disponibilità all’accoglienza si è fatta più visibile. Con la contraddizione di fondo che in molti casi – come la questione delle coppie omosessuali – è difficile, se non impossibile, accogliere pienamente senza aggiornare la dottrina.

L’altro elemento di novità è tattico, tra la Chiesa della «presenza» (copyright Wojtyla e Ruini) che scende direttamente in campo, o in piazza, e quella bergogliana della testimonianza, che invece non apprezza le prove muscolari (anche se ne può condividere qualche obiettivo) e teme le radicalizzazioni.

Differenze di forma e di stile che si ripercuotono nella Chiesa italiana. Per cui se il presidente della Cei Bagnasco dice che il Family day è una manifestazione «condivisibile» e dalle finalità «assolutamente necessarie» – anche se nella prolusione al Consiglio permanente della Cei, il 25 gennaio, ha tenuto un profilo basso, senza citare il Family day – (subito applaudito dall’immarcescibile Ruini che rimarca: al massimo si potrebbe «attribuire i diritti alle singole persone che formano la coppia, e non alla coppia come tale»), il segretario Galantino (molto vicino a papa Francesco) sorvola sulla manifestazione e sostiene che «lo Stato ha il dovere di dare risposte a tutti, nel rispetto del bene comune» (bocciando però senza appello la stepchild adoption). Ma ovviamente entrambi sottoscrivono l’affermazione iniziale e fondante che «non può esserci confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione».

La Chiesa italiana, pur nella sua varietà, è maggiormente in sintonia con le posizioni di Bagnasco. Si moltiplicano le adesioni ufficiali (o “morali”) al Family day da parte delle Conferenze episcopali (Piemonte e Valle d’Aosta, Umbria, in parte Liguria) e di molti vescovi, che magari non andranno perché non sta bene, ma incoraggiano i fedeli a partecipare. Dissensi non pervenuti. Al massimo qualche silenzio eloquente.

Dario Fo: Papa Francesco, rivoluzionario a rischio

31 dicembre 2015

“il manifesto”
31 dicembre 2015

Luca Kocci

Il 2015 è stato l’anno anche di papa Francesco. Il terzo del suo pontificato, quello più denso di eventi, almeno finora.

A maggio la beatificazione di mons. Romero – il vescovo di San Salvador ucciso nel 1980 dagli squadroni della morte della giunta militare per il suo impegno per la giustizia – dopo oltre 30 anni di ostracismi e boicottaggi da parte della curia romana e dell’episcopato conservatore che temevano, insieme a Romero, la legittimazione dell’odiata teologia della liberazione. A giugno l’enciclica socio-ambientale Laudato si’, ispirata da Francesco d’Assisi e anche dalle tesi altermondialiste. A settembre il viaggio nelle Americhe, passando da Fidel e Raul Castro ad Obama e il Congresso Usa, testimonianza del disgelo ormai avvenuto ma non ancora concluso, anche per l’ostinato mantenimento del bloqueo contro Cuba. Ad ottobre la conclusione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, ancora in attesa di un pronunciamento ufficiale papale che apra (forse) le porte che il Sinodo ha preferito tenere socchiuse. A novembre il primo viaggio in Africa, con l’apertura della prima “porta santa” giubilare a Bangui (Repubblica centrafricana) ma il silenzio assoluto sulle leggi che discriminano (e condannano all’ergastolo) le persone omosessuali. L’8 dicembre, infine, l’inizio solenne del Giubileo dedicato alla misericordia, a San Pietro, riaffermando, nei fatti, la centralità romana.

Un anno importante quindi, da leggere in chiaroscuro: la novità di papa Francesco o la svolta che ancora non c’è? Dario Fo propende decisamente per la prima ipotesi: quello di Bergoglio è un pontificato rivoluzionario. «Papa Francesco – spiega – è un uomo di grande coraggio, ha il coraggio di dire la verità e di dirla in faccia. Quando parla fa nomi e cognomi, e quando non li fa esplicitamente, tutti capiamo di chi parla e a chi si rivolge. Inoltre chiede perdono, chiede perdono per la Chiesa, ammettendo quindi che nella Chiesa ci sono cose indegne. Altrimenti perché chiederebbe perdono?».

Chiede perdono per alcune colpe storiche della Chiesa…

«La Chiesa ha commesso atti infami, illegali, crimini, e papa Francesco chiede perdono. Pensa se un nostro dirigente di Stato chiedesse perdono per i propri errori, per esempio per quello di pochi giorni fa».

Cosa è successo?

«Il nostro presidente della Repubblica ha firmato la grazia per i due agenti della Cia coinvolti nel rapimento di Abu Omar».

L’imam egiziano rapito a Milano nel 2003 in collaborazione con i nostri servizi e la polizia?

«È la prova che siamo un Paese senza nessuna autonomia, perché gli agenti della Cia possono venire da noi, rapire chi vogliono, portarlo via dal luogo in cui vive, poi si fa il processo, vengono condannati, ma alla fine arriva il presidente della Repubblica che dice: nessuna condanna, liberi tutti. E non solo, perché veniamo a sapere che la nostra polizia e i nostri servizi segreti coprivano i rapitori, cioè evitavano che ci fossero delle interferenze. È un’infamia, e noi siamo un popolo senza autorità e senza dignità. Queste cose non le fanno mica in Svezia o in Danimarca. Se poi fosse successo negli Usa, sarebbe scoppiata l’ira di Dio! Dovrebbero dire: scusate, ci vergogniamo, abbiamo tolto la potestà al nostro popolo, ci siamo venduti a chi è più forte, abbiamo ceduto a chi ha autorità mentre noi non ne abbiamo».

Torniamo a papa Francesco. A quale richieste di perdono per le colpe della Chiesa si riferisce? Alle parole sulla corruzione presente anche nella Chiesa? Al fatto che l’istituzione ecclesiastica ha rinunciato alla povertà e ha abbracciato ricchezza e potere?

«A tutto. Papa Francesco ha parlato della dignità, ha detto che non esiste dignità se non c’è giustizia, ha denunciato l’equilibrismo dei governanti tale che i furbi e i potenti abbiano la possibilità di muoversi come vogliono, che il ricco può tutto e il povero deve pagare. Ha parlato anche delle banche, e pensiamo a quello che accade in questi giorni».

Su altri temi caldi, che riguardano più da vicino la Chiesa – le persone e le coppie omosessuali, il ruolo delle donne –, però Francesco pare più timido.

«Guarda che lui ha detto fin dall’inizio: quest’uomo vuole sposarsi con un altro uomo, che autorità ho io per impedirglielo? È omosessuale, e io cosa devo dirgli, che non si fa? Quale autorità, che diritto ho io di impedirlo?»

Veramente si è limitato a dire «chi sono io per giudicare un gay».

«E allora? Basta questo. Cosa vuoi di più?»

Che alle parole, nuove ed importanti, seguano anche dei fatti, delle riforme che intervengano sulla struttura ecclesiastica e sulla disciplina canonica, altrimenti il rischio è che passato Francesco nulla sia cambiato e tutto rimanga uguale.

«Ma se per “farlo fuori” si sono inventati che ha un cancro alla testa, benigno per carità! Tentano di far vedere che è malato alla testa, quindi non può essere sereno, lineare e logico in quello che dice. Quando si arriva a dei gesti di questo genere, puoi aspettarti di tutto, anche che lo ammazzino. Cosa vuoi di più da uno che si espone fino a far impazzire i vescovi, i cardinali, tutti coloro che nei secoli hanno goduto di privilegi e vantaggi? Non dobbiamo perdere mai di vista gli equilibri, perché sennò andiamo avanti a fare chiacchiere. È intervenuto anche perché fosse dichiarato beato il vescovo che difendeva i diritti dei poveri, ucciso in America latina».

Monsignor Romero?

«Sì. L’altro papa invece, Wojtyla, si è messo in ginocchio sulla sua tomba, ma non ha fatto nulla».

Alcuni gesti e parole del papa rimandano al tema della Chiesa povera e dei poveri…

«Ma certo, del resto si chiama Francesco. Il papa lo ha detto: nel momento in cui mi chiamo Francesco, io scelgo di essere Francesco. E chi è Francesco? È uno a cui, 40 anni dopo la sua morte, hanno deciso di cambiargli completamente la vita. Hanno preso la sua vita e ne hanno scritta un’altra, inventando miracoli che non aveva compiuto e cancellando tutte le cose straordinarie che aveva fatto».

Francesco d’Assisi è stato riportato all’ordine, trasformato in una sorta “santino” dal potere ecclesiastico, perché fosse meno scomodo.

«Certo. Gli hanno cambiato i connotati, gli hanno dato un’altra faccia, un altro modo di vivere. E allora un papa che ha il coraggio di prendere quel nome, che la Chiesa ha falsificato e ha buttato via, è un gigante».

Molte scelte individuali di papa Francesco – abitare a Santa Marta, rinunciare ad abiti sfarzosi, muoversi con semplici automobili – stanno rendendo il papato più “normale”?

«No, non è normale, è fuori dalle regole!»

Normale nel senso che ridimensionano la “sacralità” e la “potenza” del papato costruite attraverso i secoli…

«Questa è una scelta rivoluzionaria, che nella Chiesa non c’è mai stata. Altri ci hanno provato, hanno fatto dei bei discorsi, ma quando hanno cercato di mettere a posto le cose, si sono dovuti dimettere, come Celestino V. Perché papa Celestino aveva una bella idea, ma glie l’hanno fatta passare subito e l’hanno tolto di mezzo: o te ne vai o ti ammazziamo».

Oltretevere è scoppiato un nuovo Vatileaks: fuga di documenti riservati, episodi di corruzione, notizie false, come appunto il tumore di cui sarebbe affetto il papa. Cosa ne pensa?

«È la solita tecnica del potere: il potere sputtana. Il potere cerca di farti passare per scemo. Quando non ha a disposizione altri mezzi, il potere deve cercare di convincere la gente che dici delle cose giuste, che fanno impressione, ma che sono dette da uno che non è sano, da uno che è via di testa».

La Chiesa cambierà? L’istituzione ecclesiastica tornerà al Vangelo?

«Solo se nella Chiesa si creerà un movimento forte capace di imporre il Vangelo a tutti i furbacchioni. Perché questi personaggi che hanno l’abitazione all’ultimo piano che costa come una cattedrale, fin quando vivranno tranquillamente e avranno qualcuno che li sosterrà, non sarà mica vinta la battaglia, la battaglia va avanti».

Quindi papa Francesco deve essere sostenuto dalla base?

«Sì, perché se non sarà sostenuto si ritroverà come Celestino V».

I cattolici al tempo di papa Francesco. Intervista al sociologo Marco Marzano

26 dicembre 2015

“Adista”
n. 45, 26 dicembre 2015

Luca Kocci

Un viaggio fra i cattolici al tempo di papa Francesco. Lo ha compiuto Marco Marzano, docente di sociologia all’università di Bergamo e autore di diverse monografie sul mondo cattolico (v. Adista Segni Nuovi nn. 27/12 e 44/13), per il Fatto Quotidiano: dieci puntate pubblicate sul quotidiano diretto da Marco Travaglio che hanno percorso in lungo e in largo la Chiesa e il mondo cattolico, attraverso non le statistiche ufficiali ed ufficiose o gli studi e le ricerche più o meno serie e attendibili, ma recandosi direttamente sul posto, nelle parrocchie, nei seminari, nei gruppi, nelle sacrestie, incontrando parroci, seminaristi, religiose, laici impegnati, famiglie, coppie, persone divorziate, omosessuali. Il risultato è un affresco a colori vivi della Chiesa cattolica reale al tempo di papa Francesco, diventato ora anche un volume (Inchiesta sui cattolici al tempo di Francesco, euro 2,50) che esce a partire dal 18 dicembre insieme al Fatto Quotidiano.

«Il progetto – spiega Marzano ad Adista – nasce dal desiderio di raccontare l’evoluzione del cattolicesimo italiano al tempo di Francesco, lontano dai palazzi e dai suoi intrighi. Andando quindi nelle periferie cattoliche per descrivere la situazione reale della Chiesa italiana di base. Dando voce a delle “storie minori”, cioè alle narrazioni di persone sconosciute, la cui vicenda viene raccontata nella prima parte di ciasuno dei dieci microsaggi».

Molte questioni affrontate nella tua inchiesta sono fra i temi di cui si è discusso al Sinodo dei vescovi sulla famiglia concluso nello scorso mese di ottobre. A cominciare dal nodo dei divorziati riposati. Come emerso dalla tua indagine?

«Soprattutto l’anacronismo di una norma che considera il divorzio fonte del massimo degli scandali. Nelle nostre società, i peccati percepiti come principali e più gravi sono certamente altri. Su questo come su altri temi la Chiesa sembra non voler cedere al primato della coscienza individuale sulla norma ecclesiale. Nella realtà, la tolleranza verso i divorziati è molto ampia e la sfiducia verso la norma lo è ancor di più: a credere che l’esclusione dei divorziati dalla comunione sia conseguenza di una legge giusta non ci crede più quasi nessuno. Nondimeno anche qui, come in altri campi, la sofferenza delle persone escluse è reale».

L’inchiesta parte da una storia di vita…

«Si tratta di una coppia di divorziati risposati che nella loro prima unione stavano con persone lontanissime dalla Chiesa e dalla vita religiosa. È proprio incontrandosi che hanno invece riscoperto l’importanza e la bellezza di un sincero percorso spirituale. Ed è però proprio ora che ne sono esclusi».

Una storia davvero paradossale… Per quanto riguarda le persone e le coppie omosessuali è invece tutto più chiaro?

«I singoli fedeli gay sono talvolta accolti e talvolta no, le coppie non sono accolte mai. L’omosessualità non è mai ufficialmente riconosciuta come una tendenza compatibile con la formazione di un nucleo familiare. Su questo abbiamo ricevuto alcune lettere belle, intense e drammatiche. Una difficoltà ulteriore nell’affrontare questa questione nasce dal fatto che, se lo facesse, la Chiesa dovrebbe fare i conti anche con un suo gigantesco problema interno: quello dell’omosessualità del clero».

Hai affrontato anche il nodo del celibato ecclesiastico…

«E si è scatenato un vero e proprio putiferio. Ho ricevuto decine di lettere – diverse delle quali sono pubblicate nel libro –, il pezzo è stato messo sul mio blog e lì ha ricevuto un’infinità di commenti. Lo stesso è avvenuto su Facebook. Migliaia di condivisioni e di commenti, molti agguerriti e aggressivi. Ho riflettuto su quel che è avvenuto e ho compreso una cosa che non mi era chiara: e cioè che la purezza sessuale dei preti è, per molti, un elemento davvero decisivo della loro sacralizzazione e dunque della santità della Chiesa. Per tanti credenti, la Chiesa è santa se il clero è casto, cioè se il clero mantiene fede alla promessa di non avere una propria vita sessuale e affettiva, e quindi in questo modo e per questa via, assomigliare a Gesù, diventare semidivino. C’è bisogno di rifletterci ancora e a lungo».

In questo scenario come ti sembra che si stia muovendo papa Francesco?

«Difficile a dirsi. Sembra di intuire una volontà riformatrice che però fatica a tradursi in decisioni concrete. Il terreno forse più promettente è quello dei divorziati, sul quale ha lavorato il Sinodo e che dovrebbe essere oggetto di una prossima esortazione apostolica. Sugli altri mi sembra che tutto taccia. Sull’omosessualità il Sinodo non ha fatto nessun passo in avanti, nemmeno timido. Idem sulle donne. Anche la sola idea del diaconato femminile non ha riscosso nessun consenso. La Chiesa fatica a riformarsi e reagisce ad ogni alito di novità con un ulteriore irrigidimento. In questa situazione, molto spesso i fedeli fanno da soli e si scoprono capaci di autonomia e di intelligenza, comprendono di non avere così tanto bisogno delle gerarchie per vivere una vita cristiana piena e soddisfacente, all’insegna di quell’autenticità così importante per noi “moderni”».

I sei giorni di Bergoglio all’insegna della pace

1 dicembre 2015

“il manifesto”
1 dicembre 2015

Luca Kocci

Si è concluso ieri sera, con l’atterraggio a Ciampino alle 18.30, il viaggio apostolico in Africa di papa Francesco, l’undicesima trasferta internazionale del suo pontificato, la prima in terra africana.

Il pontefice ha attraversato tre Paesi, Kenya, Uganda e Repubblica Centrafricana. In quest’ultima, domenica scorsa, ha simbolicamente avviato il Giubileo straordinario dedicato alla misericorda (l’inaugurazione ufficiale in pompa magna sarà a Roma, a San Pietro, il prossimo 8 dicembre), aprendo la “porta santa” della cattedrale di Bangui. «Oggi Bangui diviene la capitale spirituale del mondo», ha detto Bergoglio dopo aver varcato la porta della chiesa. «L’Anno santo della misericordia viene in anticipo in questa terra, che soffre da diversi anni la guerra e l’odio, l’incomprensione, la mancanza di pace. Ma in questa terra sofferente ci sono anche tutti i Paesi che stanno passando attraverso la croce della guerra». E il riferimento alla Siria, alla Palestina, ma anche al terrorismo internazionale appare piuttosto evidente.

Un atto inedito e simbolicamente significativo quello di dare il via – sebbene in maniera ufficiosa – all’Anno santo in Africa e non in Vaticano. All’interno tuttavia di un evento, il Giubileo, che più tradizionale non si può e che, nonostante l’operazione di “decentralizzazione” voluta da Francesco, non farà altro che rafforzare il papato e il centralismo romano della Chiesa cattolica, la quale, va ricordato, ha cominciato a celebrare giubilei in piena età medievale, con Bonifacio VIII nel 1300, per affermare la supremazia del potere religioso su quello politico, del pontefice sui sovrani laici.

Se l’apertura della “porta santa” è stato l’evento principale del viaggio in Africa – decisamente più pastorale e sociale che politico, nonostante i numerori incontri con le autorità civili dei tre Paesi –, il tema chiave dei sei giorni trascorsi in Africa (25-30 novembre) è stato la pace, introdotto da quel «maledetti coloro che fanno le guerre» pronunciato durante un’omelia in Vaticano alla vigilia della partenza per il Kenya: da papa Francesco è arrivata la condanna della guerra e del terrorismo, la denuncia del commercio e del traffico di armi, dello sfruttamento indiscriminato delle risorse e degli squilibri sociali, l’appello alle religioni ad essere operatrici di pace e di unità e non strumenti di conflitto e divisioni. «La guerra è un affare, un affare grande. “Il bilancio va male? Facciamo una guerra”. Dietro ci sono interessi, vendita di armi, potere», ha detto ancora ieri sull’aereo che lo riportava a Roma.

«Tra cristiani e musulmani siamo fratelli, dobbiamo dunque considerarci come tali e comportarci come tali», ha detto ieri Bergoglio nel corso della visita alla moschea centrale di Koudoukou a Bangui. «Insieme diciamo no all’odio, no alla vendetta, no alla violenza, in particolare a quella che è perpetrata in nome di una religione o di Dio. Dio è pace, Dio salam». Ma durante tutto il viaggio è tornato più volte sull’argomento. «L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione», ha detto appena arrivato in Kenya. E «a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo», nella messa a Bangui – dopo aver aperto la porta santa – ha chiesto: «Deponete questi strumenti di morte, armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace».

Alle parole e ai gesti netti sul tema della guerra – a partire dalla scelta di visitare anche la Repubblica Centrafricana, nonostante molti osservatotri consigliassero di evitare questa tappa a causa dell’instabilità politica del Paese –, non sono però state affiancate affermazioni altrettanto nette sulla questione dei diritti civili delle persone omosessuali. Gli attivisti delle associazioni lgbt – ma anche la petizione internazionale #PopeSpeakOut – avevano chiesto al papa di essere ricevuti in udienza (anche solo privatamente) e di condannare le discriminazioni delle persone omosessuali in Kenya e soprattutto in Uganda, dove l’omosessualità è un reato penale punito anche con l’ergastolo. Nessun intervento pubblico c’è stato e, a quanto risulta, nessuna udienza, nemmeno privata. Contraddizioni del pontificato di Bergoglio che ogni tanto riemergono, perlomeno su alcuni temi sensibili.

Il papa: «La povertà alimenta il terrorismo»

26 novembre 2015

“il manifesto”
26 novembre 2015

Luca Kocci

È la povertà ad alimentare il terrorismo. Papa Francesco, appena arrivato in Kenya, prima tappa del suo viaggio apostolico in Africa cominciato ieri e che nei prossimi giorni lo porterà anche in Uganda e Repubblica Centrafricana, interviene sul tema di maggiore attualità di queste settimane.

Lo fa pochi minuti dopo il suo atterraggio all’aeroporto internazionale “Jomo Kenyatta” di Nairobi quando – dopo aver effettuato una breve visita di cortesia al presidente della Repubblica del Kenya, Uhuru Kenyatta, e aver piantato un albero nel giardino della State House di Nairobi – incontra, oltre al presidente, i ministri del governo e gli ambasciatori.

«Fintanto che le nostre società sperimenteranno le divisioni, siano esse etniche, religiose o economiche, tutti gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a operare per la riconciliazione e la pace», dice Bergoglio nel suo discorso. «Nell’opera di costruzione di un solido ordine democratico, di rafforzamento della coesione e dell’integrazione, della tolleranza e del rispetto per gli altri, il perseguimento del bene comune deve essere un obiettivo primario. L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione».

Dalla giustizia sociale all’ambiente, anche perché, spiega Bergoglio, «vi è un chiaro legame tra la protezione della natura e l’edificazione di un ordine sociale giusto ed equo». C’è la denuncia dello sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, da parte soprattutto dei Paesi industrializzati del nord, spesso proprio a danno dei popoli dell’Africa. «Il Kenya è stato benedetto non soltanto con una immensa bellezza, nelle sue montagne, nei suoi fiumi e laghi, nelle sue foreste, nelle savane e nei luoghi semi-deserti, ma anche con un’abbondanza di risorse naturali», dice Bergoglio. «La grave crisi ambientale che ci sta dinnanzi esige una sempre maggiore sensibilità nei riguardi del rapporto tra gli esseri umani e la natura. Noi abbiamo una responsabilità nel trasmettere la bellezza della natura nella sua integrità alle future generazioni e abbiamo il dovere di amministrare in modo giusto i doni che abbiamo ricevuto. Tali valori sono profondamente radicati nell’anima africana. In un mondo che continua a sfruttare piuttosto che proteggere la casa comune, essi devono ispirare gli sforzi dei governanti a promuovere modelli responsabili di sviluppo economico».

Di ecologia si è parlato anche nell’incontro fra la delegazione vaticana, guidata dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, e quella keniana, in cui era presente il ministro dell’Ambiente che, riferisce il direttore della Sala stampa della Santa sede padre Lombardi, ha introdotto il tema della tutela del clima in vista della Cop21 di Parigi e assicurato l’impegno del Kenya per il vertice. E quello ambientale sarà uno dei temi che ricorrerà più volte durante i sei giorni della trasferta africana. Già questo pomeriggio, quando papa Francesco, dopo un incontro ecumenico ed interreligioso con i rappresentanti di varie fedi e una messa nel campus dell’università (molto probabilmente saranno ricordati i 147 studenti uccisi, ad aprile, dagli jihadisti di Al-Shabaab al Garissa University College), farà visita alla sede Onu di Nairobi, una delle più grandi al mondo, dove ci sono gli uffici della Unep (agenzia per l’ambiente) e dell’Un-Habitat (agenzia per gli insediamenti umani): «Ci si attende un discorso ampio che riprenda i temi della Laudato si’», ha anticipato Lombardi.

Domani Bergoglio partirà per l’Uganda, da dove, riferisce Frank Mugisha, leader della ong Sexual minorities, è giunta al papa da parte degli attivisti gay la richiesta di un’udienza privata e l’appello affinché denunci le leggi omofobiche: in Uganda l’omosessualità è un reato, punito anche con l’ergastolo.

Missione di pace del papa

25 novembre 2015

“il manifesto”
25 novembre 2015

Luca Kocci

Prende il via oggi l’undicesimo viaggio internazionale di papa Francesco, il primo in Africa, dove il pontefice attraverserà Kenya (25-27 novembre), Uganda (27-28) e Repubblica Centrafricana (29-30).

Negli ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi e la strage di Bamako (Mali), da più parti si erano levate voci perché la trasferta africana fosse rinviata, o perlomeno ridimensionata, per motivi di sicurezza, ma il Vaticano ha confermato l’intero programma. «Dopo gli attentati, il messaggio di pace e riconciliazione del viaggio in Africa non viene modificato, semmai rafforzato», ha spiegato padre Lombardi, direttore della sala stampa della Santa sede. Le uniche incertezze riguardano l’ultima tappa della visita, nella Repubblica Centrafricana – dove la situazione politica è instabile e nelle ultime settimane ci sono stati disordini –, ma pare difficile che Bergoglio ci rinunci, anche perché nella capitale Bangui, domenica pomeriggio, il papa avvierà informalmente il Giubileo della misericordia con l’apertura della “porta santa” della cattedrale. «Non è cambiato niente – ha ribadito Lombardi –: il papa desidera andare in Centrafrica, noi ci orientiamo tutti in questo senso, come ogni persona saggia monitoriamo la situazione e si vede quello che succede. Tuttavia, allo stato attuale noi continuiamo a prevedere di andare in Centrafrica».

A differenza di altri viaggi in cui le ricadute politiche erano più marcate – come quello di settembre a Cuba e negli Stati Uniti –, questa visita ha caratteri prevalentemente pastorali e sociali. Il programma è fitto: tre Paesi da visitare, decine di incontri ed eventi pubblici, 19 discorsi, alcuni molto attesi, come quello che Francesco terrà giovedì a Nairobi, alla sede delle agenzie Onu per l’ambiente e l’habitat. Presumibilmente saranno tre i temi che emergeranno sugli altri: la condanna della guerra e della violenza in nome delle religioni – dopo il «maledetti coloro che fanno le guerre», pronunciato durante l’omelia della messa a Santa Marta giovedì scorso – e il dialogo fra le fedi e il contributo di cristiani e musulmani alla pace; la difesa dell’ambiente; la lotta alla povertà e alle ingiustizie sociali.

Li ha anticipati in un’intervista al Centro televisivo vaticano il cardinal Parolin, segretario di Stato, che accompagnerà il papa nelle prime due tappe del viaggio, prima di volare a Parigi per l’apertura della Cop21. La visita, e in particolare l’incontro interreligioso ed ecumenico in Kenya – dove in aprile gli jihadisti di Al-Shabaab hanno ucciso 147 studenti al Garissa University College –, spiega Parolin, sarà l’occasione «per rinnovare l’appello agli appartenenti a tutte le religioni a non usare il nome di Dio per giustificare la violenza» e a rendere le fedi «fattori di riconciliazione, di pace, di fraternità». Poi l’ambiente e la giustizia sociale: nell’intervento all’Onu, spiega Lombardi, «ci si attende un discorso ampio che riprenda i temi della Laudato si’». E sempre in a Nairobi, durante la visita allo slum di Kangemi, «il papa farà un discorso in continuità con quello pronunciato ai movimenti popolari in Bolivia».

Venerdì il trasferimento in Uganda, un «Paese ferito, insanguinato – in 53 anni di indipendenza – da rivolte interne e colpi di Stato che hanno visto sempre chi andava al potere vendicarsi su chi c’era prima», ha spiegato alla Radio Vaticana il vescovo di Lira, monsignor Franzelli. Bergoglio ricorderà soprattutto i martiri cristiani (previste visite ai santuari dei martiri anglicani e cattolici e una messa per tutti i martiri), molti dei quali – secondo il martirologio romano – uccisi per aver rifiutato di «accondiscendere alle turpi richieste del re», ovvero rapporti omosessuali. Un nodo intricato, perché le associazioni Lgbt chiedono che il papa condanni pubblicamente la discriminazione delle persone omosessuali, poiché in Kenya e soprattutto in Uganda l’omosessualità è un reato penale punito anche con l’ergastolo. «La tua visita apostolica è una grande opportunità per affermare i diritti umani di tutte le persone, soprattutto delle minoranze sessuali e di genere», si legge nella petizione #PopeSpeakOut rilanciata in Italia dall’agenzia Adista. «Contribuisci a fermare la discriminazione, l’odio e la violenza contro le persone Lgbtqi condannando pubblicamente le leggi ingiuste».

Domenica e lunedì l’ultima tappa, quella più delicata, nella Repubblica Centrafricana, retta da un governo di transizione in attesa che il mese prossimo si svolgano le elezioni presidenziali. Prevista la visita alla moschea di Bangui e, con l’apertura della “porta santa” della cattedrale, l’inizio “ufficioso” del Giubileo, che poi, l’8 dicembre, verrà riaperto a Roma.

Un sindaco mai amato. E le campane suonano a festa

31 ottobre 2015

“il manifesto”
31 ottobre 2015

Luca Kocci

Fra coloro che esultano per la caduta del sindaco di Roma Ignazio Marino, un posto in prima fila spetta al card. Bagnasco. «Roma ha bisogno di un’amministrazione, di guide, che la città merita moltissimo, tanto più in questo momento in cui il Giubileo è alle porte. Ci auguriamo che Roma possa procedere a testa alta e con grande efficienza», ha dichiarato ieri il presidente della Cei a Radio Vaticana, appena lo scioglimento del Consiglio comunale è apparso sicuro. E ha rincarato L’Osservatore Romano: la vicenda ha assunto «i contorni di una farsa», «al di là di ogni altra valutazione resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende».

È noto il “tempismo” delle gerarchie ecclesiastiche che, forse fedeli alla massima maoista di «bastonare il cane che annega», affondano il colpo di grazia ad un uomo di governo solo quando è politicamente morto, quindi inservibile. È accaduto così anche con Berlusconi, “scomunicato” dallo stesso Bagnasco solo nel settembre 2011 («comportamenti non solo contrari al pubblico decoro, ma intrinsecamente tristi e vacui», «stili di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il decoro delle istituzioni e della vita pubblica»), quando gli scandali sessuali dell’ex premier avevano ormai fatto il giro del mondo.

Nel caso dell’ex sindaco, però, le gerarchie cattoliche – soprattutto italiane – bruciano i tempi, cominciando ad attaccare Marino ben prima che salga al Campidoglio. Il chirurgo ha infatti un pessimo curriculum, soprattutto in tema di «principi non negoziabili» che, benché ridimensionati – ma non cancellati – da papa Francesco, per la Cei e per molti vescovi costituiscono tuttora una sorta di stella polare.

Il “peccato originale” di Marino è un dialogo con il card. Martini (“Così è la vita”) pubblicato dall’Espresso del 2006 in cui vennero affrontati, con grande apertura, tutti i temi etici su cui i vescovi avevano innalzato le barricate: fine vita, accanimento terapeutico e testamento biologico; fecondazione assistita (dopo la “vittoria” referendaria del card. Ruini contro la legge 40); aborto e inizio vita; ricerca sulle cellule staminali embrionali e, in generale, confini e limiti della scienza; adozioni per i single; uso del profilattico per la prevenzione dell’Aids. Un dialogo dai contenuti dirompenti (diventato poi un libro, Credere e conoscere, Einaudi, curato da Alessandra Cattoi, fedelissima di Marino in Campidoglio) che mise in grande imbarazzo le gerarchie ecclesiastiche: il disappunto era forte, ma era difficile attaccare frontalmente un cardinale come Martini.

Diverso invece il discorso nei confronti di Marino, che da quel momento finisce sul “libro nero” dei vescovi, come del resto altri “cattolici adulti”. Anche perché negli anni successivi, da senatore del Pd, continua ad intervenire: sostiene le scelte di Piergiorgio Welby e di Beppino Englaro, promuove una legge per il testamento biologico, afferma che la 194 non è un tabù.

Quando si candida come sindaco di Roma, nei sacri palazzi la febbrilazione sale. I media cattolici fanno di tutto per sbarrare la strada al chirurgo che però viene eletto, e subito diffidato da Avvenire ad «aprire campi di battaglia sulle questioni che investono valori primari». Come succede nell’ottobre 2014, quando il sindaco trascrive nei registri comunali i matrimoni celebrati all’estero da 16 coppie omosessuali. «Scelta ideologica, che certifica un affronto istituzionale senza precedenti», tuona il Vicariato di Roma.

Gli ultimi giorni di Marino sono un calvario. Prima il caso del “non invito” a Philadelphia in occasione del viaggio negli Usa di papa Francesco, il quale, in maniera piuttosto irrituale, risponde alla domanda di un cronista: «Io non ho invitato il sindaco Marino a Philadelphia, chiaro?». Poi le rivelazioni di mons. Paglia – presidente del Pontificio consiglio per la Famiglia ma soprattutto storica guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio –, “rubate” dalla trasmissione radiofonica La zanzara: «Marino si è imbucato, nessuno lo ha invitato, il papa era furibondo» (e pochi giorni dopo di nuovo la Comunità di Sant’Egidio – che a Roma, anche a livello politico, ha sempre giocato un ruolo importante – sbugiarda il sindaco, smentendo che suoi esponenti abbiano partecipato ad una cena registrata dai famosi scontrini). Da ultimo è il card. Vallini, vicario del papa per la diocesi di Roma, ad invocare una «nuova classe dirigente».

Uscito di scena il sindaco, sarà evitato un incontro imbarazzante: domani, infatti, il papa celebrerà una messa al cimitero Verano, dove era atteso anche Marino, il quale però, essendo decaduto, non ci sarà. E il 5 novembre, a San Giovanni in Laterano, verrà presentata la Lettera aperta alla città di Roma redatta dal Consiglio pastorale diocesano, presieduto da Vallini. Conterrà l’invito a «ripartire dalle molte risorse religiose e civili presenti a Roma» per scegliere chi governerà la capitale. L’inizio della campagna elettorale.