Archive for the ‘chiesa e pedofilia’ Category

Pedofilia, Bergoglio si scusa ma su Barros non torna indietro

23 gennaio 2018

“il manifesto”
23 gennaio 2018

Luca Kocci

Ha chiesto scusa alle vittime dei preti pedofili per le parole «infelici» usate in Cile, ma papa Francesco si è infilato in un vicolo cieco da cui non riesce ad uscire – nemmeno con la sottigliezza gesuitica con la quale distingue le «prove» dalle «evidenze» – e che sta minando profondamente la sua immagine di fautore della «tolleranza zero» (dice di aver ricevuto 25-30 domande di grazia da preti pedofili e di non averne firmato nessuna) e, più in generale, di pontefice dalla parte delle vittime sempre e comunque.

Ieri, durante la conferenza stampa sull’aereo che da Lima lo ha riportato a Roma dopo il viaggio apostolico in Cile e Perù, c’è stata un’ulteriore puntata del caso di monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno (Cile) che, nonostante da più parti sia accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori dell’anziano ex parroco don Fernando Karadima (di cui Barros è stato discepolo), Francesco difende a spada tratta, sebbene le associazioni delle vittime e mezza diocesi ne chiedano la rimozione. Come ha fatto, per esempio, nel suo ultimo giorno in Cile, a Iquique, rispondendo ai giornalisti: «Quando mi porteranno una prova contro il vescovo Barros, allora parlerò. Fino ad ora non c’è una prova, sono tutte calunnie». Tanto da prendersi anche i rimproveri del cardinale statunitense Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco (appena “scaduta”, verrà rinnovata a giorni) e vescovo di Boston, inviato lì per “fare pulizia” dopo il caso Spotlight, il mega-scandalo pedofilia nella diocesi guidata dal suo predecessore, il cardinal Bernard Law. «È comprensibile» che le parole di papa Francesco siano state «fonte di grande dolore per le vittime degli abusi sessuali da parte del clero», ha detto O’Malley. L’impressione che queste parole trasmettono è che il papa le stia «abbandonando», perché «comunicano il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto».

Inevitabilmente, sul volo Lima-Roma, molte domande – a cui Francesco non si è sottratto – insistevano sulla vicenda. «Devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito tanti abusati. Non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Chiedo loro scusa se li ho feriti senza accorgermene e senza volerlo. Il papa che dice in faccia “portatemi una prova è uno schiaffo”, mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, non ci ho pensato», ha ammesso Francesco. «La parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Io parlerei piuttosto di “evidenza”. So che molta gente abusata non può portare una prova o ne ha vergogna e soffre in silenzio. Il dramma degli abusati è tremendo».

Tuttavia, nel merito della situazione del vescovo Barros, Francesco non è arretrato di un millimetro. «È un caso che ho studiato e ristudiato. E non ci sono evidenze per condannare. Se condannassi senza evidenza, senza certezza morale, commetterei un delitto di cattivo giudizio», ha ribadito. «Molti hanno chiesto le dimissioni di Barros e lui ha dato le dimissioni, è venuto a Roma e io gli ho detto: no, così non si gioca, è come ammettere la colpevolezza previa. Quando poi è stato nominato a Osorno, e c’è stato il movimento di protesta, lui ha dato le dimissioni per la seconda volta e io gli ho detto: no, vai avanti. Ho parlato a lungo con lui, altri hanno parlato a lungo con lui. Non posso condannarlo se non arrivano evidenze. Ma sono anche convinto che sia innocente».

Non ha dubbi Luis Badilla, direttore del blog Il sismografo (indipendente, ma ben accreditato in Vaticano) e profondo conoscitore della realtà cilena (ha collaborato al governo Allende, prima di lasciare il Paese come esule): «La prima cosa da fare, per ripristinare serenità e rispetto reciproco e avviare una soluzione adeguata della questione, è chiara. Il vescovo di Osorno, mons. Barros, deve rinunciare, e il papa dovrebbe accettare subito questa decisione del presule». Ma Francesco, stavolta, sembra preoccupato soprattutto di salvaguardare l’istituzione.

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Bergoglio alla prova del Cile, nel gorgo dei preti pedofili

17 gennaio 2018

“il manifesto”
17 gennaio 2018

Luca Kocci

Ricomincia dalla Moneda il viaggio apostolico di papa Francesco in Cile. Dal balcone del palazzo presidenziale, 31 anni fa (1 aprile 1987), Giovanni Paolo II si affacciò a salutare la folla insieme al generale Pinochet (un’ultima versione accreditata in Vaticano narra ora che Wojtyla fu fatto affacciare lì con l’inganno). Ieri Francesco è tornato alla Moneda per incontrare la presidente Michelle Bachelet e le autorità civili del Paese, fra cui c’era anche il presidente eletto, Sebastian Pinera, che si insedierà l’11 marzo.

«Continuate a lavorare perché la democrazia, ben al di là degli aspetti formali, sia veramente un luogo d’incontro per tutti», ha detto il papa, toccando uno dei temi politici sensibili della vita del Cile e della sua visita, quello del popoli indigeni, a cui sarà dedicata parte della giornata di oggi a Temuco, in territorio mapuche, dove sono possibili proteste, come ve ne sono state ieri a Santiago e in altre parti del Paese, contro il papa e il governo. «La pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia», ha aggiunto, «è indispensabile ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa Nazione».

Ma il punto dolente è un altro: la questione della pedofilia del clero. «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa», ha detto il papa. «È giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta». Con i preti e i religiosi, incontrati nel pomeriggio nella cattedrale, ha invece usato parole più morbide: c’è il «dolore per il danno e la sofferenza delle vittime» ma «anche per voi, che avete vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione», che «a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada».

Il nodo in Cile è particolarmente aggrovigliato, le parole del papa ne evidenziano le contraddizioni. Da anni il Paese è attraversato da uno scandalo che Bergoglio non solo non ha risolto ma anzi ha contribuito a complicare. Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Tra questi don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, nel 2011 condannato dalla Santa sede per abusi su minori.

Fra i “discepoli” di Karadima, accusati di complicità con il loro formatore, ci sono anche tre vescovi (consacrati da papa Wojtyla). Uno dei tre, mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, prima ordinario militare, è stato promosso da papa Francesco vescovo di Osorno – con la forte sponsorizzazione del discusso nunzio mons. Ivo Scapolo –, quando le accuse nei suoi confronti erano già note e nonostante le proteste dei fedeli. Che Bergoglio sapesse è emerso chiaramente pochi giorni fa, quando l’Associated press ha pubblicato una lettera di Francesco ai vescovi del Cile, datata 31 gennaio 2015, in cui il papa diceva di conoscere la situazione di Barros, a cui il nunzio aveva suggerito – così come agli altri due vescovi amici di Karadima – di prendersi «un anno sabbatico». Poi però, per una fuga di notizie (i nomi degli altri due dovevano restare segreti), il provvedimento è saltato, e Barros è restato regolarmente al proprio posto, dove è ancora, nonostante le contestazioni, mai interrotte. E ancora Francesco, a maggio 2017, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno vicini a Barros – che hanno registrato la conversazione – ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che quindi i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda».

Una inversione a U da parte di papa Francesco – dall’anno sabbatico alla difesa vigorosa – difficilmente spiegabile se non, forse, con la volontà di salvaguardare l’istituzione. Un comportamento che però mal si accorda con la richiesta di perdono pronunciata ieri.

No all’estradizione del prete pedofilo

13 ottobre 2017

“il manifesto”
13 ottobre 2017

Luca Kocci

La “tolleranza zero” di papa Francesco contro la pedofilia del clero inciampa sull’immunità diplomatica. Non verrà estradato in Canada monsignor Carlo Alberto Capella, funzionario della nunziatura apostolica di Washington (l’ambasciata vaticana in Usa), nei confronti del quale le autorità canadesi hanno emesso un ordine di arresto per il reato – che sarebbe stato commesso in Canada – di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

Il direttore della sala stampa della Santa sede, Greg Burke, puntualizza che ancora «non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada». Ma l’agenzia Ansa riferisce di aver appreso «da fonti qualificate» che, quando giungerà, il Vaticano la respingerà, opponendo l’immunità diplomatica di cui gode il funzionario di Oltretevere.

Il caso è venuto alla luce questa estate. Il 21 agosto il Dipartimento di Stato Usa ha notificato alla Santa sede l’ipotesi di violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di mons. Capella, chiedendo contestualmente al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica. Richiesta respinta dalla Santa sede, che invece ha immediatamente richiamato a Roma il proprio funzionario e affidato le indagini al promotore di giustizia del tribunale vaticano (una sorta di pm), Gian Piero Milano. Subito dopo si è mossa anche la polizia canadese.

L’inchiesta vaticana «richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata», precisa Burke. Se rinviato a giudizio, Capella – che ora risiede in un appartamento nel Collegio dei penitenzieri, lo stesso di mons. Wesolowski, nunzio a Santo Domingo, morto di infarto pochi giorni prima che in Vaticano cominciasse il suo processo per pedofilia – verrebbe processato dentro le mura leonine e non nello Stato in cui ha commesso il reato. E questo, in molti casi, resta il punto debole della sbandierata fermezza vaticana contro la pedofilia.

 

Bergoglio accusa: «La Chiesa ha agito in ritardo contro la pedofilia»

22 settembre 2017

“il manifesto”
22 settembre 2017

Luca Kocci

Sul contrasto alla pedofilia del clero, «la Chiesa è arrivata un po’ tardi», e «quando la coscienza arriva tardi anche i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi». Papa Francesco riceve in udienza i membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori ed esprime una chiara autocritica su come le istituzioni ecclesiastiche cattoliche hanno affrontato la questione pedofilia. Per esempio facendo ricorso alla «pratica di spostare da una diocesi all’altra» i preti pedofili, senza denunciarli, e in questo modo consentendo loro di continuare ad commettere abusi altrove, dove non erano conosciuti.

Severo anche il giudizio sull’operato della Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa degli abusi e di cui il papa denuncia le lentezze: «Ci sono tanti casi che non vanno avanti». Inoltre nella commissione interna all’ex Sant’Uffizio, aggiunge Francesco, permane ancora l’indulgenza: «Ci sono troppi canonisti, esaminano se tutto il processo va bene, se non c’è un qui pro quo», ma così «c’è la tentazione degli avvocati di abbassare la pena».

L’autocritica del papa è anche personale, in riferimento al caso di don Mauro Inzoli – il prete di Cl condannato a 4 anni e 9 mesi per pedofilia – e alla sua decisione di non procedere immediatamente alla dimissione dallo stato clericale, arrivata solo dopo la condanna penale. «Ma dopo due anni questo è ricaduto», confessa Francesco, che ammette di «aver imparato da questo sbaglio»: «Anche un solo abuso su minori, se provato, è sufficiente per ricevere la condanna senza appello», afferma il pontefice. «Chi viene condannato può rivolgersi al papa per chiedere la grazia. Io mai ho firmato una di queste e mai lo firmerò». Resta tuttavia il nodo della denuncia del prete pedofilo alle autorità civili: questo ancora non avviene, e Francesco non ne fa cenno nel suo discorso. Un punto dolente che, se non affrontato, rende meno credibile la “tolleranza zero” applicata a livello canonico.

Frattanto da Oltretevere arriva anche un’altra notizia: la gendarmeria vaticana, ufficialmente per ragioni di «sicurezza» – ma qualcuno parla di «decoro» –, ha allontanato dall’area di piazza san Pietro i clochard, aumentati da quando papa Francesco ha fatto costruire un dormitorio oltre che bagni e docce sotto al colonnato. Un intervento “stile Minniti” che ha suscitato perplessità, tanto da costringere il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, ad una precisazione: «Sono state esclusivamente ragioni di sicurezza ad aver determinato l’allontanamento dei senza fissa dimora da alcune aree extraterritoriali nei pressi del Vaticano. I clochard possono tornare la sera a dormire sotto i propilei dell’ultimo tratto di via della Conciliazione e sotto il colonnato di piazza san Pietro per proteggersi dalla pioggia. Ma di giorno non possono più restare per ragioni di sicurezza: le loro borse e valigie non possono essere continuamente controllate e non sempre si riusciva poi a sapere di chi erano quando le lasciavano per andarsene in giro».

Il coro di Ratisbona, un inferno di violenze per 547 bambini e adolescenti

19 luglio 2017

“il manifesto”
19 luglio 2017

Luca Kocci

Almeno 547 bambini e adolescenti del coro di voci bianche del duomo di Ratisbona, in Baviera, fra il 1945 e il 1992 – negli anni in cui a dirigere il coro ci fu anche il fratello del papa emerito Joseph Ratzinger, Georg – avrebbero subito violenze di ogni tipo dai preti e dai propri educatori, molti di loro anche abusi sessuali.

La denuncia è arrivata dall’avvocato tedesco Ulrich Weber, che dal 2015 sta indagando sullo scandalo che ha investito la diocesi di Ratsibona, un vero e proprio crimine ai danni di minori di cui si parlava già da molti anni, ma non con l’evidenza e soprattutto le dimensioni che sono state rivelate ieri, durante una conferenza stampa in cui l’avvocato ha presentato i risultati della sua inchiesta.

Nel gennaio 2016 Weber aveva parlato “solo” di 231 casi di percosse, privazioni del cibo, abusi e violenze sessuali. Ora il numero è più che raddoppiato: 547 bambini subirono maltrattamenti fisici e psicologici, 67 di loro anche violenze sessuali, da parte di 49 fra preti ed educatori che sarebbero stati identificati ma che difficilmente andranno a processo per via della prescrizione (finora solo due religiosi sono comparsi in un tribunale penale tedesco: un ex insegnante di religione vicedirettore del liceo, allontanato nel 1958, e un ex direttore del convitto, entrambi morti nel 1984). E i numeri potrebbero crescere ancora, fino a far assumere al “caso Ratisbona” una rilevanza pari a quella di altri scandali internazionali di pedofilia ecclesiastica, dagli Stati Uniti all’Irlanda.

«Le vittime hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l’inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della loro vita, caratterizzato da paura e violenza», usata come «metodo» per ottenere «massimi risultati» e «assoluta disciplina», ha spiegato l’avvocato Weber nel rapporto presentato alla stampa. Un vero e proprio «sistema della paura», fatto di violenze, sottomissione psicologica, incapacità di reagire, omertà e silenzi, che ha avvolto per anni l’ambiente dei Regensburger domspatzen,  i «passeri del duomo di Ratisbona», come venivano chiamati i bambini e i ragazzi del coro delle voci bianche.

Il rapporto non condanna direttamente come autore delle violenze ma nemmeno assolve mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI, direttore del coro fra il 1964 e il 1994, che avrebbe «fatto finta di non vedere» e che sarebbe colpevole «di non essere intervenuto, nonostante fosse a conoscenza» di ciò che accadeva. Da parte sua, Georg Ratzinger, chiamato in causa già diversi anni fa, si è sempre difeso: «Se fossi stato a conoscenza dell’eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa», dichiarò in passato in un’intervista ad un giornale bavarese, ammettendo quindi che una dose “equilibrata” di violenza veniva praticata.

Non ne esce bene nemmeno il cardinal Gerhard Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012 prima di essere chiamato da papa Ratzinger in Vaticano a dirigere la Congregazione per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), incarico che qualche settimana fa, allo scadere del quinquennio, papa Francesco non gli ha rinnovato (anche per divergenze teologiche: Müller rappresenta una linea conservatrice rispetto alle aperture pastorali di Bergoglio). Pur non essendo coinvolto né direttamente né indirettamente – tutte le violenze sarebbero avvenute prima che Müller assumesse la guida della diocesi –, il rapporto dell’avvocato Weber critica il modo con cui ha gestito la vicenda, dopo le prime denunce: in particolare non avrebbe cercato alcun dialogo con le vittime né si sarebbe impegnato a chiarire cosa fosse realmente accaduto nel coro delle voci bianche della cattedrale della sua diocesi. Diocesi che poi, andato via Müller, ha parzialmente cominciato ad ammettere i fatti dei decenni precedenti, assicurando un indennizzo massimo di 20mila euro per ciascuna vittima.

La prossima settimana, in Australia, si aprirà un nuovo processo per casi di pedofilia ecclesiastica: davanti ai magistrati andrà il cardinale George Pell, attuale capo – sebbene “in aspettativa” – della segreteria per l’Economia, il ministero dell’economia del Vaticano.

 

Abusi sessuali sui minori, incriminato il cardinale Pell

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, è stato incriminato da un tribunale australiano per abusi sessuali su minori, che avrebbe commesso quando era giovane prete. La notizia è stata diffusa nella notte di mercoledì dalla polizia australiana dello Stato di Victoria e confermata dal Vaticano e dallo stesso Pell, il quale ha dichiarato la propria innocenza, ha temporaneamente lasciato ogni incarico in Curia (o è stato costretto a lasciare?)  e, fatto inedito per un prelato del suo rango, il prossimo 18 luglio sarà in aula, in Australia, a rispondere ai magistrati.

La polizia di Victoria, dopo la notifica dell’incriminazione ai legali del cardinale, si è limitata a comunicare che ci sono «più querelanti» ad aver raccontato di aver subito molestie e abusi sessuali da Pell negli anni ‘70, quando il prefetto della Segreteria per l’economia era un semplice prete a Ballarat, sua città natale. In particolare, secondo le ricostruzioni della stampa australiana non confermate dalla polizia, le vittime sarebbero tre minori, oggi adulti.

A queste si sommano accuse provenienti da un altro filone d’indagine, l’inchiesta della Commissione governativa australiana che da quattro anni indaga sugli abusi sui minori commessi anche da preti e religiosi in tutta l’Australia. In questo caso Pell – che ha sempre respinto ogni addebito – non è accusato di aver commesso abusi, ma di aver insabbiato alcuni scandali e di aver coperto alcuni preti pedofili nelle diocesi di cui è stato vescovo, Melbourne e Sidney.

Appena la notizia dell’incriminazione si è diffusa, alle 4.30 di notte il portavoce vaticano Greg Burke ha convocato via e-mail i giornalisti per una conferenza stampa estemporanea, in cui sarebbe stato presente lo stesso Pell, alle 8.30 di ieri mattina, mentre a San Pietro si ultimavano i preparativi per la messa dei santi Pietro e Paolo. Segno inequivocabile della gravità della situazione.

«L’indagine è in corso da due anni, ci sono state fughe di notizie ai media, si tratta di un accanimento senza tregua», ha contrattaccato Pell, ma «adesso sono contento che finalmente potrò difendermi nei tribunali. Ribadisco la mia innocenza, le accuse sono false, la sola idea di abuso sessuale è per me ripugnante». Ha poi aggiunto di aver tenuto costantemente informato papa Francesco, il quale, visto il precipitare della situazione, gli ha concesso «un congedo temporaneo» per poter dimostrare la propria estraneità ai fatti. Pell dunque il prossimo 18 luglio, data dell’udienza, si recherà in Australia per difendersi direttamente in tribunale davanti ai magistrati e, forse, ai suoi accusatori. «Sono sempre stato coerente e chiaro nel respingere le accuse – ha concluso –, le notizie di queste ore rafforzano la mia risolutezza e il processo giudiziario mi offre la possibilità di difendere il mio nome e tornare al mio lavoro a Roma».

Al di là delle accuse ancora da dimostrare e degli esiti processuali, il fatto che un cardinale del livello di Pell – ultraconservatore, uomo di fiducia di papa Francesco, che lo ha voluto nel Consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e lo ha messo a capo del superministero dell’Economia: di fatto è il n. 3 in Vaticano, dopo il papa e il segretario di Stato Parolin – si rechi in un tribunale penale a difendersi dalle accuse di pedofilia è una novità nella condotta vaticana, che finora ha sempre interposto scudi diplomatici di varia natura per salvare dai processi i propri membri. Lo stesso Pell, del resto, in almeno due occasioni ha testimoniato e risposto alle domande dei magistrati – sia nell’ambito dell’inchiesta dello Stato di Victoria che della Commissione governativa –, ma sempre in videoconferenza, da Roma, mai in aula.

Alle dichiarazioni di Pell è seguita una nota della sala stampa vaticana in cui, con reticenza tipicamente clericale, si conferma tutto ma non si fa alcun riferimento alla natura delle accuse rivolte al cardinale: «La Santa sede ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono», si legge nel comunicato. «Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse. Il santo padre, informato di ciò dallo stesso card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere. La Santa sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il card. Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le Autorità australiane e, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi». Il 18 luglio la resa dei conti.

«Francesco da buon gesuita sa che l’autocritica è il rimedio contro le critiche»

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Chiesa cattolica e pedofilia: crimini commessi da singoli ed isolati preti e religiosi oppure problema più ampio che chiama in causa l’istituzione ecclesiastica nella sua struttura? Ne abbiamo parlato con Augusto Cavadi, consulente filosofico e teologo laico, autore, qualche anno fa, del volume Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa cattolica e abusi su minori (con prefazione di Vito Mancuso, Falzea editore).

Il cardinale Pell, incriminato per gravi reati sessuali da un tribunale australiano, è un prelato ai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica cattolica ed è stato collocato in quella posizione da papa Francesco. Queste accuse possono gettare un’ombra anche sul pontefice e sulla azione riformatrice?

«Penso che un papa, nel dare incarichi ai collaboratori, non possa basarsi su voci riguardanti i pregressi lontani. Deve valutare in base a dati oggettivi o, per lo meno, attendibili. Sarebbe stato grave, piuttosto, se avesse opposto qualche ostacolo a che, ora, il cardinale si presentasse in tribunale e venisse processato come un qualsiasi cittadino. Avrebbe significato far prevalere, ancora una volta, il principio omertoso dei panni sporchi che si lavano, quando si lavano, in famiglia. Ma a quanto pare Pell risponderà alle accuse, recandosi direttamente in tribunale, in Australia. E questo mi sembra un passo avanti».

È cambiato qualcosa nella Chiesa cattolica, sulla questione pedofilia, nel passaggio da papa Wojtyla, a papa Ratzinger fino, oggi, a papa Francesco?

«Distinguerei i mutamenti di percezione del fenomeno dall’effettività dello stesso. È chiaro che con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI, il quale da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede gestiva la questione anche prima di diventare papa, prevaleva la preoccupazione di salvare l’immagine della Chiesa-istituzione rispetto ai diritti degli abusati. E da questo derivava una certa resistenza delle autorità ecclesiastiche nel deferire i preti denunziati all’autorità giudiziaria civile».

E con Francesco?

«Papa Francesco, da buon gesuita, ha capito che l’autocritica è il metodo migliore per arginare le critiche e che una maggiore trasparenza anche sui difetti ecclesiastici è l’unico modo per evitare il disastro irreversibile. Tuttavia episodi recentissimi, come le dimissioni dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori di due autorevoli componenti laici come Marie Collins e  Peter Saunders (a loro volta abusati da preti cattolici) i quali hanno denunciato resistenze e ritardi procedurali, attestano che, come in altri settori della vita cattolica, le conversioni proclamate dall’alto stentano a incarnarsi ai livelli inferiori. Qui, come in altri ambiti, non basta che cambi un papa se, negli anni del suo governo, non riesce a cambiare il papato e l’intera macchina ecclesiastica che, purtroppo per chi condivide la fraternità annunziata da Gesù, dal papato, verticisticamente, dipende».

Perché la pedofilia clericale è una piaga così difficile da estirpare? Si tratta di errori compiuti da poche “mele marce” o c’è invece un problema strutturale che riguarda l’istituzione ecclesiastica?

«Pur essendo stato violentemente attaccato da molti preti per il mio libro sulla questione pedofilia, ci tengo a ribadire, per onestà intellettuale, quello che ho scritto nelle prime pagine: la pedofilia non è statisticamente più diffusa tra preti celibi che tra i pastori protestanti sposati, insegnanti, allenatori di calcio o commessi viaggiatori. Vi sono dunque cause remote, generali e generiche, che non vanno sottovalutate. Poi ci sono delle concause specifiche legate soprattutto al mondo cattolico».

Quali?

«Ne evidenzio due: il clima di morbosità che nella formazione dei preti avvolge e deforma tutta la sfera sessuale e il ruolo di padre-padrone che il prete svolge nella comunità parrocchiale. Il primo fattore influenza gli atteggiamenti perversi degli adulti, il secondo condiziona il silenzio reverente degli abusati. Se a questi due elementi aggiungiamo la quasi certezza dell’immunità dei colpevoli nel passato, anche recente, abbiamo una griglia interpretativa abbastanza chiarificatrice».

Polemiche intorno al romanzo di Walter Siti su un prete pedofilo dedicato a don Milani

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani». Con questa dedica contenuta all’inizio del suo nuovo romanzo, Bruciare tutto (Rizzoli), che narra la storia di don Leo, un prete pedofilo, lo scrittore Walter Siti ha acceso una miccia che ha provocato un’esplosione i cui effetti sono durati diversi giorni, costringendo l’autore ad una impacciata retromarcia.

«Che cosa vuol dire Siti? – si è chiesta Michela Marzano, che su Repubblica (13/4) ha aperto il caso – Forse insinuare il fatto che anche don Milani avrebbe dovuto sopportare il calvario di don Leo? Che anche lui avrebbe resistito inutilmente alla tentazione perché non solo non ha senso resistere, ma rischia di essere dannoso?». Insomma, che anche don Milani era un prete pedofilo?

«Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani», spiega lo stesso Siti qualche giorno dopo (Repubblica, 19/4). Le frasi maggiormente “incriminate” – ma assolutamente decontestualizzate da Siti – sono presenti in una lettera di Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959, pubblicata integralmente in un volume curato dallo stesso Pecorini (I care ancora. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, Emi, Bologna 2001; v. Adista Notizie n. 9/01): «E io come potevo spiegare a loro (…) che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola (…). E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Aggiunge Siti: «Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno».

«Ogni etichetta a lui lontanissima, attribuita leggendo frasi sparse, avulse dal loro contesto, è un’offesa, prima ancora che a lui, alla correttezza intellettuale», tagliano corto Michele e Francesco Gesualdi, i due fratelli che per primi arrivarono a Barbiana e che lì vissero insieme a don Milani. Quelle frasi sono «metafore, iperboli, che facevano parte del modo di parlare, libero e consapevolmente provocatorio, che utilizzava don Milani per scuotere le teste e le coscienze», spiega Giorgio Pecorini (Repubblica, 21/4), destinatario della “lettera dello scandalo”. «Parole che richiamano il suo ben noto testamento spirituale – prosegue –, in cui confessa di aver voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio, ma confidando nel fatto che Dio avrebbe messo in conto a sé quell’amore. E legate al suo tipico modo di pensare l’amore, in polemica con le gerarchie ecclesiastiche che gli rimproveravano un amore “classista”: si possono amare, diceva, solo coloro con cui si sta in relazione, credere di poter amare tutti è un’imbecillità».

Spiegano ad Adista Anna Carfora e Sergio Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e curatori del doppio volume di Tutte le opere di don Milani appena uscito nella collana dei Meridiani Mondadori (v. notizia successiva): «Amare le creature più che il Creatore, in ciò consiste, per Milani, il rischio di peccare contro il sesto comandamento, come scrive a Pecorini. Che poi egli esprima il concetto non solo in questa forma ma renda l’idea in maniera provocatoria, paradossale, da “lurido sboccato”, come definisce se stesso nella lettera a Cesare Locatelli del 26 dicembre del 1949, questo fa parte non solo del linguaggio milaniano, ma di ciò che anche attraverso di esso si esprime, ossia la piena umanizzazione del prete, la sua laicità, l’interpretazione non religiosa della sua fede e del suo sacerdozio. È in questa luce che si legge e si comprende quello che Siti ha così malamente interpretato. Milani va contro l’educazione “spiritualizzata” dei seminari dell’epoca, tentazione forse non ancora del tutto abbandonata, quell’educazione che disincarna l’amore, rendendolo una cosa rinsecchita e che egli racchiude in un’icona carica d’ironia: il “cuore universale”».

Il punto – presupponendo la buona fede di Siti e tralasciando l’ipotesi di una furbacchiona operazione pubblicitaria nel cinquantenario della morte di don Milani – è quel «forzando l’interpretazione» che lo stesso Siti ammette. Chiunque abbia una conoscenza non superficiale dei testi di Milani, nella loro interezza e integrità, sa che il priore di Barbiana utilizza deliberatamente un lessico, un registro e uno stile urticanti, graffianti, a tratti violenti. Lo spiega lo stesso Milani, per esempio, in una lettera del 25 luglio 1952 indirizzata a Giulio Vaggi, che in quel periodo dirigeva il periodico Adesso al posto di don Primo Mazzolari, che l’aveva fondato e sui cui era levata la censura ecclesiastica: «Mi dispiace che lei s’abbia avuto a male delle mie parole. Quelli che mi stanno intorno non ci badano, ormai lo sanno che mi piacciono i vocaboli coloriti» E lo spiega soprattutto in uno dei suoi testi più potenti e meno conosciuti – che affronta, fra l’altro, il tema del linguaggio clericale –, “Un muro di foglio e di incenso”, articolo del 1959 inviato a Politica, settimanale della sinistra Dc, che ne rifiutò la pubblicazione, e che fu pubblicato solo postumo dall’Espresso, nel 1968: «Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome – scriveva don Milani –. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose viene in visita in Italia e i galateo vuole che lo si accolga con il sorriso» (il riferimento è al presidente francese De Gaulle, in visita in Italia, nel mezzo della guerra di Algeria e delle torture dei soldati francesi sugli algerini).

Ignorare lo stile paradossale di don Milani, attribuendogli un significato letterale, è quantomeno una forzatura. Che lo stesso Siti pare aver compreso: «L’intenzione della dedica non era negativa e non volevo dire che Milani si fosse coperto di chissà quali macchie, era solo un omaggio alla forza e alla dignità di questo prete»

Contrasto alla pedofilia e bilanci trasparenti. Cattolici brindisini scrivono al vescovo Caliandro

17 febbraio 2017

“Adista”
n. 7, 18 febbraio 2017

Luca Kocci

Il gruppo di cattolici brindisini riuniti nel gruppo “Manifesto 4 ottobre” riprende le proposte che il movimento Noi Siamo Chiesa aveva indirizzato ai vescovi italiani su trasparenza dei bilanci economici delle diocesi e questione pedofilia del clero (v. Adista Notizie n. 5/17) e le rilancia al proprio vescovo, mons. Domenico Caliandro, della diocesi di Brindisi-Ostuni: bilancio pubblico e trasparente, giornata di penitenza e misure di contrasto alla pedofilia clericale.

«Noi Siamo Chiesa ha fatto riferimento al fatto che la diocesi di Padova, dopo un percorso di tre anni, ha reso noto il 29 ottobre scorso in un incontro pubblico con il vescovo mons. Guido Cipolla, il bilancio della diocesi dopo aver coinvolto le strutture diocesane e le parrocchie», scrivono i cattolici brindisini (v. Adista n. 40/16). «Ella ricorderà – si rivolgono direttamente al vescovo Caliandro – che nel 2014 in una nostra lettera aperta alla Chiesa locale (v. Adista Notizie n. 41/14), in coerenza con una Chiesa povera e solidale, così chiedevamo: “Con l’aiuto di tutto il Popolo di Dio speriamo che si possa superare il sistema tariffario sostituendolo con altre forme di cooperazione economica che siano svincolate dalla liturgia e dall’amministrazione dei sacramenti. L’amministrazione dei beni diocesani o parrocchiali sia composta solo da laici competenti e diretta a miglior uso per il bene della comunità tutta” (Celam, Medellin, 1968). I bilanci preventivi e consuntivi della diocesi e delle parrocchie siano resi pubblici almeno sui siti web. Ci conforta trovare consonanze anche in altre realtà ecclesiali nazionali le quali ritengono che l’esempio della diocesi di Padova possa essere seguìto dalle altre chiese locali. In questo modo le risorse potrebbero essere considerate come una vera “proprietà” (e responsabilità) di tutti i credenti di quella diocesi o di quella parrocchia e impiegate d’intesa con il vescovo in coerenza col Vangelo. La pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi. Le notizie che si hanno sulla trasparenza e l’impiego delle risorse sono tali da far temere che il messaggio di papa Francesco venga largamente disatteso fatte salve alcune meritorie esperienze locali».

Quello della pedofilia del clero è l’altro tema su cui si soffermano i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che già in passato si erano più volte rivolti al vescovo e alla Chiesa locale a partire da alcune inchieste penali – e anche condanne – che hanno coinvolto preti della diocesi (v. Adista Notizie nn. 21 e 26/15, 24/16). «Sul problema della pedofilia – scrivono oggi a mons. Caliandro – Noi Siamo Chiesa ha richiamato l’esperienza dei vescovi svizzeri i quali il 5 dicembre scorso hanno organizzato nella basilica di Valère (Sion) una giornata di penitenza in espiazione “degli abusi sessuali, del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime” per i casi di delitti di pedofilia compiuti dal clero», istituendo anche un fondo di 500mila franchi (poco più di mezzo milione di euro) per gli indennizzi alle vittime, e dei vescovi francesi che il 7 novembre hanno promosso un giorno di preghiera e di digiuno a Lourdes e, fra le altre misure, «hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi del problema, composta da magistrati, psicologi, familiari delle vittime». «Anche su questo tema – proseguono – il nostro gruppo aveva avanzato alcune proposte le cui finalità largamente coincidono con quelle, che facciamo nostre, del movimento Noi Siamo Chiesa»: «è il momento di riconoscere che le “Linee guida” della Cei del maggio 2012 e poi quelle del 2014 sono insufficienti (v. Adista Notizie nn. 21/12 e 14/14), è il momento di obbligare i vescovi a denunciare alla magistratura i fatti sicuri (anche se non c’è un obbligo di legge deve essere deciso un obbligo canonico), è il momento di istituire, anche in Italia e in ogni diocesi, strutture del tutto indipendenti, che ascoltino le vittime e che facciano da tramite col vescovo e con le istituzioni. Il modello francese può servire molto, nella sua concretezza, così come quelli di molti altri episcopati e della diocesi di Bolzano». Infine «è giunto il momento per la Chiesa italiana di organizzare una “Giornata nazionale di penitenza e di preghiera” che sfoci in decisioni concrete sul tipo di quelle indicate, che sarebbero coerenti con quanto chiesto esplicitamente da papa Francesco sulla linea della “tolleranza zero”».

Cei, volge al termine l’era Bagnasco

24 gennaio 2017

“il manifesto”
24 gennaio 2017

Luca Kocci

Volge al termine l’era del cardinal Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana. Si è aperta ieri l’ultima riunione del Consiglio episcopale permanente (una sorta di consiglio dei ministri) presieduto dall’arcivescovo di Genova. A maggio l’Assemblea generale dei vescovi eleggerà i tre nomi fra i quali papa Francesco individuerà il nuovo presidente.

Forse anche per questo la prolusione di Bagnasco è stata breve e ha toccato pochi temi. A cominciare dalla povertà. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei –, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila, oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali: il «Reddito d’inclusione (Rei)», il «Piano nazionale contro la povertà» e quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire».

Eppure la politica si occupa di altro, ad esempio di fine vita». Che il dibattito sia incentrato su questo se n’è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha segnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche nel suo quasi commiato – l’ultima prolusione di Bagnasco sarà all’assemblea di maggio – non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con implicazioni assai delicate e controverse in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo», «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati», con una proposta che farà infuriare Salvini: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

E dopo un inevitabile pensiero alle vittime del terremoto e del maltempo, ma anche ai soccorritori, la conclusione che lancia il prossimo appuntamento, «l’Assemblea generale dove saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava Francesco, ovvero l’elezione diretta del presidente come avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi il papa sceglierà il nuovo presidente. Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, quindi la discontinuità non è affatto assicurata.