Archive for the ‘chiesa e pedofilia’ Category

La retromarcia del papa sul Cile punisce il vescovo Barros. E non finisce qui

12 giugno 2018

“il manifesto”
12 giugno 2018

Luca Kocci

Papa Francesco ha rimosso dalla guida della diocesi di Osorno (Cile) il vescovo Juan Barros, accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori da parte del suo “maestro”, padre Karadima.

Il “caso Barros” aveva fatto esplodere lo scandalo pedofilia in Cile (80 preti coinvolti), che Francesco aveva affrontato con superficialità, minimizzando le responsabilità («non ci sono prove, sono tutte calunnie», aveva detto a gennaio in Cile). Fino a quando l’indagine del suo inviato, mons. Scicluna, non ha rivelato le evidenze di abusi e coperture che hanno spinto il papa alla retromarcia: ha ricevuto le vittime e ha convocato in Vaticano i vescovi cileni, che a maggio hanno presentato le dimissioni.

Oltre a Barros, Francesco ha rimosso altri due vescovi, formalmente per raggiunti limiti di età (75 anni): Caro (di Puerto Montt) e Duarte (di Valparaíso), quest’ultimo accusato di comportamenti scorretti da alcuni ex seminaristi.

La vicenda non è conclusa. Scicluna è di nuovo in Cile per un supplemento di indagine. Si attende la rimozione di altre tre vescovi insabbiatori e “discepoli” di Karadima e forse di due cardinali over 75: Ezzati (vescovo di Santiago) ed Errázuriz, fra i consiglieri di papa Francesco.

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Australia, condannato per abusi sessuali monsignor Wilson

23 maggio 2018

“il manifesto”
23 maggio 2018

Luca Kocci

Non si è ancora chiuso il caso Cile, che un nuovo scandalo di pedofilia del clero ha investito la Chiesa cattolica, stavolta in Australia.

Ieri il tribunale penale di Newcastle (nel New South Wales, a 160 chilometri da Sidney) ha riconosciuto monsignor Philip Wilson, arcivescovo di Adelaide e vicepresidente della Conferenza episcopale australiana, colpevole di aver nascosto gli abusi sessuali su giovanissimi chierichetti compiuti da un altro prete, James Fletcher (a sua volta già condannato e morto in carcere nel 2006, all’età di 65 anni). A giugno verrà resa nota la sentenza. Monsignor Wilson, 67 anni, che conquista il record mondiale del prelato cattolico più alto in grado finora condannato per questo reato, rischia una pena fino a due anni di reclusione.

I fatti risalgono agli anni ‘70 e ‘80, quando sia Wilson che Fletcher esercitavano il ministero nella diocesi di Maitland-Newcastle. Fletcher viene accusato di aver commesso abusi sessuali su almeno quattro minori e nel 2005 è condannato ad otto anni di reclusione per aver abusato di un chierichetto di 13 anni tra il 1989 e il 1991. Monsignor Wilson sapeva – questa l’accusa di alcune delle vittime che hanno portato l’arcivescovo in tribunale – ma ha sempre taciuto, coprendo l’altro prete. Il mese scorso, durante il processo in cui era imputato, Wilson ha negato davanti ai giudici che gli ex chierichetti gli avessero mai detto di essere stati abusati sessualmente da Fletcher, adducendo come giustificazione l’Alzheimer, di cui il prelato soffre. Ma i magistrati non gli hanno creduto e ieri è arrivata la condanna.

Momentaneamente Wilson resta libero su cauzione, dovrà presentarsi in tribunale il prossimo 19 giugno, quando verrà resa nota la sentenza.

«L’arcivescovo Philip Wilson è stato dichiarato colpevole per non aver informato la polizia in merito alle accuse di abusi sessuali su minori, non è ancora chiaro se farà appello al verdetto», ha spiegato in una nota monsignor Mark Coleridge, arcivescovo di Brisbane e presidente della Conferenza episcopale australiana, il quale ha poi ribadito che «la Chiesa cattolica australiana, come altre istituzioni, ha imparato molto sulla tragedia degli abusi sessuali su minori e ha implementato programmi, politiche e procedure più forti per proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili». Il riferimento è alla grande inchiesta nazionale della Commissione governativa australiana – oltre a quelle di diversi tribunali locali – che per cinque anni, fino all’estate scorsa, ha indagato sugli abusi sui minori commessi all’interno di organizzazioni laiche, scuole, società sportive ma anche da parte di preti e religiosi in tutta l’Australia (decine di migliaia di casi tra il 1950 e il 2010).

Se la condanna di Wilson ha provocato un piccolo terremoto, a breve la Chiesa australiana potrebbe essere travolta da un vero e proprio tsunami i cui effetti arriverebbero direttamente in Vaticano.

Lo scorso primo maggio, infatti, ad essere rinviato a giudizio per diversi casi di abusi su minori che sarebbero avvenuti tra gli anni ‘70 e ‘80 a Ballarat e a cavallo del 2000 a Melbourne è stato il cardinale George Pell, che papa Francesco prima ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia, di fatto il numero tre di Oltretevere) e poi messo temporaneamente “in congedo” ed inviato in Australia per affrontare il processo penale a suo carico. E questo, ovvero la collaborazione con le autorità civili che spesso non viene favorita, resta il nodo principale della questione pedofilia nella Chiesa.

Presto arriverà la sentenza. La condanna di Wilson da parte del tribunale di Newcastle è un precedente significativo, non come viatico di colpevolezza anche per Pell, ma come dimostrazione che la giustizia australiana non ha avuto alcuna remora a sanzionare il numero due della gerarchia cattolica dell’isola.

Nei prossimi giorni, poi, arriveranno anche le decisioni del papa sul caso Cile. Dopo alcuni “scivoloni” da parte di Francesco – che ha difeso ad oltranza il vescovo Barros, accusato di aver coperto un prete pedofilo “seriale” –, le indagini del suo inviato in Cile (monsignor Scicluna, vescovo di Malta) hanno svelato numerosi casi di pedofilia e il coinvolgimento di diversi preti e vescovi. Convocati in Vaticano la scorsa settimana e accusati dallo stesso Francesco di «gravissime negligenze nella protezione dei bambini» (mancate denunce, spostamento di preti pedofili da una diocesi all’altra) e di occultamento di prove («documenti distrutti»), i 34 vescovi cileni, fra cui due cardinali, si sono dimessi quasi in blocco (tutti meno cinque). Ora toccherà al papa decidere chi lasciare al proprio posto e chi invece allontanare dall’incarico.

Pedofilia in Cile, l’esame del papa

13 maggio 2018

“il manifesto”
13 maggio 2018

Luca Kocci

Tre giorni a porte chiuse fra papa Francesco e i vescovi cileni, dal 15 al 17 maggio, per affrontare i numerosi casi di pedofilia verificatisi nel Paese andino negli ultimi anni e che hanno avuto come protagonisti decine di preti e religiosi. È probabile che salterà qualche testa: quella del vescovo di Osorno, Juan de la Cruz Barros – il principale imputato –, ma anche quelle di altri vescovi e prelati le cui responsabilità e silenzi complici sono stati evidenziati dalle indagini portate avanti dagli inviati speciali del papa in Cile, monsignor Scicluna (arcivescovo di Malta) e don Bertomeu (della Congregazione per la dottrina della fede).

L’annuncio della riunione riservata fra Francesco e i vescovi cileni – nell’aria da settimane – è arrivato ieri dalla sala  stampa della Santa sede. Il papa, si legge nel comunicato, «richiamato dalle circostanze e dalle sfide straordinarie poste dagli abusi di potere, sessuali e di coscienza che si sono verificati in Cile negli ultimi decenni, ritiene necessario esaminare approfonditamente le cause e le conseguenze, così come i meccanismi che hanno portato in alcuni casi all’occultamento e alle gravi omissioni nei confronti delle vittime». Parteciperanno 31 vescovi in attività (in tutto sono 33) più due emeriti (in pensione), e il papa sarà affiancato dal cardinal Ouellet, prefetto della Congregazione vaticana per i vescovi, il dicastero che sovraintende ai vescovi di tutto il mondo. L’obiettivo è «discernere insieme», spiega il comunicato, «la responsabilità di tutti e di ciascuno in queste ferite devastanti, nonché studiare cambiamenti adeguati e duraturi che impediscano la ripetizione di questi atti sempre riprovevoli. È fondamentale ristabilire la fiducia nella Chiesa attraverso dei buoni pastori» che «sappiano accompagnare la sofferenza delle vittime e lavorare in modo determinato e instancabile nella prevenzione degli abusi».

La storia degli abusi sessuali in Cile non comincia oggi, ma è piuttosto vecchia, sebbene sia sempre stata nascosta sotto il tappeto. Ed è stata aggravata dallo stesso Francesco, che evidentemente si è reso conto degli errori commessi e che, dopo aver chiesto pubblicamente scusa, sembra ora intenzionato a correre ai ripari.

Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Lo scandalo però è esploso nel 2011, quando la Santa sede ha condannato don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, pedofilo seriale colpevole di numerosi abusi su minori. E soprattutto quando papa Francesco ha promosso da ordinario militare a vescovo di Osorno monsignor Barros, “discepolo” di Karadima, da molti accusato (insieme ad almeno altri tre vescovi) di essere stato a conoscenza delle violenze compiute dal suo maestro.

In Cile, in particolare ad Osorno, è montata la protesta dei fedeli. Francesco non solo non è riuscito a placare le contestazioni, ma anzi ha contribuito ad amplificarle. Prima nel maggio 2017 quando, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda». Poi a gennaio di quest’anno, durante il viaggio in Cile, quando ha ribadito ai giornalisti che contro Barros «non c’è una prova, sono tutte calunnie». Affermazione grave (criticata persino dal cardinale statunitense O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco), parzialmente corretta durante il volo di ritorno da Lima a Roma ma in maniera maldestra: «La parola “prova” non era la migliore, parlerei piuttosto di “evidenza”».

Subito dopo Francesco deve essersi accorto di averla combinata grossa e così ha inviato in Cile due “investigatori” (Scicluna e Bertomeu) che, dopo aver sentito oltre sessanta testimoni, hanno presentato al papa un dossier che ha ribaltato la situazione. Tanto che ad inizio aprile Francesco ha convocato a Roma alcuni vescovi cileni e ha consegnato loro una lettera di mea culpa. «Riconosco che sono incorso in gravi sbagli di valutazione e di percezione della situazione, specialmente per mancanza di informazione veritiera ed equilibrata», ha ammesso il papa, puntando implicitamente il dito contro chi avrebbe dovuto fornirgli notizie autentiche e non l’ha fatto, come il cardinal Errazuriz (membro del C9, il consiglio dei cardinali che sta lavorando con Francesco alla riforma della Curia romana) e il nunzio in Cile, monsignor Scapolo, grande sponsor di Barros. E alla fine di aprile ha ospitato in Vaticano tre vittime del prete pedofilo Karadima, che hanno accolto le scuse di Francesco ma hanno anche detto di aspettarsi ora delle misure severe nei confronti di tutti i colpevoli: i vescovi che hanno coperto gli abusi e i preti che li hanno commessi.

La prossima settimana la resa dei conti in Vaticano con un episcopato cileno più diviso e lacerato che mai.

Arrestato in Vaticano con l’accusa di pedopornografia monsignor Capella

8 aprile 2018

“il manifesto”
8 aprile 2018

Luca Kocci

È stato arrestato ieri in Vaticano dalla gendarmeria pontificia monsignor Carlo Alberto Capella, fino a pochi mesi fa secondo segretario della nunziatura apostolica a Washington. L’accusa è grave: pedopornografia. I reati sarebbero stati commessi in Usa e in Canada, in occasione di un viaggio in Ontario nel periodo in cui il prelato lavorava appunto all’ambasciata vaticana nella capitale degli Stati Uniti.

Ne ha dato notizia un comunicato della sala stampa della Santa sede in cui si informa che, «su proposta del promotore di giustizia» (una sorta di pubblico ministero), «il giudice istruttore del tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di mons. Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla gendarmeria vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria».

L’ordine di arresto è stato emanato dal promotore di giustizia vaticano sulla base dell’articolo 10 del codice penale pontificio, che punisce «chiunque, con qualsiasi mezzo, anche per via telematica, distribuisce, divulga, trasmette, importa, esporta, offre, vende o detiene per tali fini materiale pedopornografico, o distribuisce o divulga notizie o informazioni finalizzate all’adescamento o allo sfruttamento sessuale di minori». Ovvero pedopornografia

L’arresto di monsignor Capella non giunge come il proverbiale fulmine a ciel sereno. Il diplomatico vaticano, infatti, era sotto indagine della magistratura pontificia – ma anche di quella statunitense e canadese – già da diversi mesi.

La prima segnalazione era arrivata dal Centro nazionale di coordinamento contro lo sfruttamento dei bambini della polizia canadese. Capella era indiziato di possesso e distribuzione di materiale pedopornografico, diffuso in rete durante un soggiorno che il prelato aveva effettuato in Canada tra il 24 e il 27 dicembre 2016, utilizzando il computer di una parrocchia di Windsor (Ontario), a cui si era risaliti mediante l’indirizzo Ip. Poi il 21 agosto 2017, per via diplomatica, il Dipartimento di Stato Usa – Paese nel quale Capella lavorava – aveva notificato al Vaticano la possibile violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte del diplomatico. E la Santa sede, poco prima che in Canada fosse emesso anche un ordine di arresto, aveva richiamato il prete in Vaticano, «secondo la prassi adottata dagli Stati sovrani», come precisato in una nota della sala stampa datata 15 settembre 2017, aprendo contestualmente un’indagine, in collaborazione con le autorità canadesi e statunitensi.

L’inchiesta ora si è chiusa, e per Capella è scattato l’arresto. Se sarà rinviato a giudizio, come appare molto probabile, verrà processato in Vaticano. Rischia una pena da uno a cinque anni di reclusione e una multa da 2.500 a 50mila, che potrà essere aumentata perché il materiale pedopornografico detenuto e diffuso sembra di «ingente quantità». Resterà però da vedere come si comporterà la Santa sede se da Usa e Canada arriverà la richiesta di processare Capella: lo spedirà oltreoceano a rispondere ai magistrati oppure, essendo stato giudicato in Vaticano, considererà chiusa la questione? In tal caso, allora, invece di “tolleranza zero”, sarebbe più corretto parlare di processo entro le mura vaticane per sottrarre un proprio diplomatico alla giustizia canadese. Ma ora è presto per dirlo.

A breve per la Santa sede potrebbe aprirsi anche un altro fronte, stavolta nel Pacifico. Nei prossimi giorni, infatti, il tribunale australiano di Melbourne dovrà decidere se incriminare per pedofilia il cardinale George Pell. Formalmente Pell è ancora prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia), ma papa Francesco ha congelato il suo incarico e lo ha inviato in Australia per rispondere ai magistrati. Il cardinale nelle scorse settimane è stato interrogato in aula. Dopo il 17 aprile accusa e difesa presenteranno le loro conclusioni e subito dopo i giudici decideranno se ritenere Pell estraneo alle accuse oppure andare avanti con il processo. In quest’ultimo caso per la Santa sede sarebbe un vero e proprio terremoto.

Pedofilia, Bergoglio si scusa ma su Barros non torna indietro

23 gennaio 2018

“il manifesto”
23 gennaio 2018

Luca Kocci

Ha chiesto scusa alle vittime dei preti pedofili per le parole «infelici» usate in Cile, ma papa Francesco si è infilato in un vicolo cieco da cui non riesce ad uscire – nemmeno con la sottigliezza gesuitica con la quale distingue le «prove» dalle «evidenze» – e che sta minando profondamente la sua immagine di fautore della «tolleranza zero» (dice di aver ricevuto 25-30 domande di grazia da preti pedofili e di non averne firmato nessuna) e, più in generale, di pontefice dalla parte delle vittime sempre e comunque.

Ieri, durante la conferenza stampa sull’aereo che da Lima lo ha riportato a Roma dopo il viaggio apostolico in Cile e Perù, c’è stata un’ulteriore puntata del caso di monsignor Juan Barros, il vescovo di Osorno (Cile) che, nonostante da più parti sia accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori dell’anziano ex parroco don Fernando Karadima (di cui Barros è stato discepolo), Francesco difende a spada tratta, sebbene le associazioni delle vittime e mezza diocesi ne chiedano la rimozione. Come ha fatto, per esempio, nel suo ultimo giorno in Cile, a Iquique, rispondendo ai giornalisti: «Quando mi porteranno una prova contro il vescovo Barros, allora parlerò. Fino ad ora non c’è una prova, sono tutte calunnie». Tanto da prendersi anche i rimproveri del cardinale statunitense Sean O’Malley, presidente della commissione della Santa sede contro gli abusi sui minori voluta proprio da papa Francesco (appena “scaduta”, verrà rinnovata a giorni) e vescovo di Boston, inviato lì per “fare pulizia” dopo il caso Spotlight, il mega-scandalo pedofilia nella diocesi guidata dal suo predecessore, il cardinal Bernard Law. «È comprensibile» che le parole di papa Francesco siano state «fonte di grande dolore per le vittime degli abusi sessuali da parte del clero», ha detto O’Malley. L’impressione che queste parole trasmettono è che il papa le stia «abbandonando», perché «comunicano il messaggio che se non puoi provare le tue affermazioni, allora non sarai creduto».

Inevitabilmente, sul volo Lima-Roma, molte domande – a cui Francesco non si è sottratto – insistevano sulla vicenda. «Devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito tanti abusati. Non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Chiedo loro scusa se li ho feriti senza accorgermene e senza volerlo. Il papa che dice in faccia “portatemi una prova è uno schiaffo”, mi accorgo che la mia espressione non è stata felice, non ci ho pensato», ha ammesso Francesco. «La parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato. Io parlerei piuttosto di “evidenza”. So che molta gente abusata non può portare una prova o ne ha vergogna e soffre in silenzio. Il dramma degli abusati è tremendo».

Tuttavia, nel merito della situazione del vescovo Barros, Francesco non è arretrato di un millimetro. «È un caso che ho studiato e ristudiato. E non ci sono evidenze per condannare. Se condannassi senza evidenza, senza certezza morale, commetterei un delitto di cattivo giudizio», ha ribadito. «Molti hanno chiesto le dimissioni di Barros e lui ha dato le dimissioni, è venuto a Roma e io gli ho detto: no, così non si gioca, è come ammettere la colpevolezza previa. Quando poi è stato nominato a Osorno, e c’è stato il movimento di protesta, lui ha dato le dimissioni per la seconda volta e io gli ho detto: no, vai avanti. Ho parlato a lungo con lui, altri hanno parlato a lungo con lui. Non posso condannarlo se non arrivano evidenze. Ma sono anche convinto che sia innocente».

Non ha dubbi Luis Badilla, direttore del blog Il sismografo (indipendente, ma ben accreditato in Vaticano) e profondo conoscitore della realtà cilena (ha collaborato al governo Allende, prima di lasciare il Paese come esule): «La prima cosa da fare, per ripristinare serenità e rispetto reciproco e avviare una soluzione adeguata della questione, è chiara. Il vescovo di Osorno, mons. Barros, deve rinunciare, e il papa dovrebbe accettare subito questa decisione del presule». Ma Francesco, stavolta, sembra preoccupato soprattutto di salvaguardare l’istituzione.

Bergoglio alla prova del Cile, nel gorgo dei preti pedofili

17 gennaio 2018

“il manifesto”
17 gennaio 2018

Luca Kocci

Ricomincia dalla Moneda il viaggio apostolico di papa Francesco in Cile. Dal balcone del palazzo presidenziale, 31 anni fa (1 aprile 1987), Giovanni Paolo II si affacciò a salutare la folla insieme al generale Pinochet (un’ultima versione accreditata in Vaticano narra ora che Wojtyla fu fatto affacciare lì con l’inganno). Ieri Francesco è tornato alla Moneda per incontrare la presidente Michelle Bachelet e le autorità civili del Paese, fra cui c’era anche il presidente eletto, Sebastian Pinera, che si insedierà l’11 marzo.

«Continuate a lavorare perché la democrazia, ben al di là degli aspetti formali, sia veramente un luogo d’incontro per tutti», ha detto il papa, toccando uno dei temi politici sensibili della vita del Cile e della sua visita, quello del popoli indigeni, a cui sarà dedicata parte della giornata di oggi a Temuco, in territorio mapuche, dove sono possibili proteste, come ve ne sono state ieri a Santiago e in altre parti del Paese, contro il papa e il governo. «La pluralità etnica, culturale e storica esige di essere custodita da ogni tentativo di parzialità o supremazia», ha aggiunto, «è indispensabile ascoltare i popoli autoctoni, spesso dimenticati, i cui diritti devono ricevere attenzione e la cui cultura protetta, perché non si perda una parte dell’identità e della ricchezza di questa Nazione».

Ma il punto dolente è un altro: la questione della pedofilia del clero. «Non posso fare a meno di esprimere il dolore e la vergogna, vergogna che sento davanti al danno irreparabile causato a bambini da parte di ministri della Chiesa», ha detto il papa. «È giusto chiedere perdono e appoggiare con tutte le forze le vittime, mentre dobbiamo impegnarci perché ciò non si ripeta». Con i preti e i religiosi, incontrati nel pomeriggio nella cattedrale, ha invece usato parole più morbide: c’è il «dolore per il danno e la sofferenza delle vittime» ma «anche per voi, che avete vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione», che «a volte avete subito insulti sulla metropolitana o camminando per la strada».

Il nodo in Cile è particolarmente aggrovigliato, le parole del papa ne evidenziano le contraddizioni. Da anni il Paese è attraversato da uno scandalo che Bergoglio non solo non ha risolto ma anzi ha contribuito a complicare. Secondo BishopAccountability.org (un gruppo Usa di monitoraggio sulla pedofilia) dal 2000 ad oggi circa ottanta preti sono stati accusati di aver compiuto abusi sessuali su giovani. Tra questi don Fernando Karadima, per anni parroco a Santiago, nel 2011 condannato dalla Santa sede per abusi su minori.

Fra i “discepoli” di Karadima, accusati di complicità con il loro formatore, ci sono anche tre vescovi (consacrati da papa Wojtyla). Uno dei tre, mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, prima ordinario militare, è stato promosso da papa Francesco vescovo di Osorno – con la forte sponsorizzazione del discusso nunzio mons. Ivo Scapolo –, quando le accuse nei suoi confronti erano già note e nonostante le proteste dei fedeli. Che Bergoglio sapesse è emerso chiaramente pochi giorni fa, quando l’Associated press ha pubblicato una lettera di Francesco ai vescovi del Cile, datata 31 gennaio 2015, in cui il papa diceva di conoscere la situazione di Barros, a cui il nunzio aveva suggerito – così come agli altri due vescovi amici di Karadima – di prendersi «un anno sabbatico». Poi però, per una fuga di notizie (i nomi degli altri due dovevano restare segreti), il provvedimento è saltato, e Barros è restato regolarmente al proprio posto, dove è ancora, nonostante le contestazioni, mai interrotte. E ancora Francesco, a maggio 2017, incontrando a margine di un’udienza in Vaticano alcuni cattolici di Osorno vicini a Barros – che hanno registrato la conversazione – ha detto loro che contro Barros «non ci sono prove» e che quindi i fedeli «non devono farsi prendere in giro da quegli stupidi che hanno montato la vicenda».

Una inversione a U da parte di papa Francesco – dall’anno sabbatico alla difesa vigorosa – difficilmente spiegabile se non, forse, con la volontà di salvaguardare l’istituzione. Un comportamento che però mal si accorda con la richiesta di perdono pronunciata ieri.

No all’estradizione del prete pedofilo

13 ottobre 2017

“il manifesto”
13 ottobre 2017

Luca Kocci

La “tolleranza zero” di papa Francesco contro la pedofilia del clero inciampa sull’immunità diplomatica. Non verrà estradato in Canada monsignor Carlo Alberto Capella, funzionario della nunziatura apostolica di Washington (l’ambasciata vaticana in Usa), nei confronti del quale le autorità canadesi hanno emesso un ordine di arresto per il reato – che sarebbe stato commesso in Canada – di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

Il direttore della sala stampa della Santa sede, Greg Burke, puntualizza che ancora «non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada». Ma l’agenzia Ansa riferisce di aver appreso «da fonti qualificate» che, quando giungerà, il Vaticano la respingerà, opponendo l’immunità diplomatica di cui gode il funzionario di Oltretevere.

Il caso è venuto alla luce questa estate. Il 21 agosto il Dipartimento di Stato Usa ha notificato alla Santa sede l’ipotesi di violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di mons. Capella, chiedendo contestualmente al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica. Richiesta respinta dalla Santa sede, che invece ha immediatamente richiamato a Roma il proprio funzionario e affidato le indagini al promotore di giustizia del tribunale vaticano (una sorta di pm), Gian Piero Milano. Subito dopo si è mossa anche la polizia canadese.

L’inchiesta vaticana «richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata», precisa Burke. Se rinviato a giudizio, Capella – che ora risiede in un appartamento nel Collegio dei penitenzieri, lo stesso di mons. Wesolowski, nunzio a Santo Domingo, morto di infarto pochi giorni prima che in Vaticano cominciasse il suo processo per pedofilia – verrebbe processato dentro le mura leonine e non nello Stato in cui ha commesso il reato. E questo, in molti casi, resta il punto debole della sbandierata fermezza vaticana contro la pedofilia.

 

Bergoglio accusa: «La Chiesa ha agito in ritardo contro la pedofilia»

22 settembre 2017

“il manifesto”
22 settembre 2017

Luca Kocci

Sul contrasto alla pedofilia del clero, «la Chiesa è arrivata un po’ tardi», e «quando la coscienza arriva tardi anche i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi». Papa Francesco riceve in udienza i membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori ed esprime una chiara autocritica su come le istituzioni ecclesiastiche cattoliche hanno affrontato la questione pedofilia. Per esempio facendo ricorso alla «pratica di spostare da una diocesi all’altra» i preti pedofili, senza denunciarli, e in questo modo consentendo loro di continuare ad commettere abusi altrove, dove non erano conosciuti.

Severo anche il giudizio sull’operato della Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa degli abusi e di cui il papa denuncia le lentezze: «Ci sono tanti casi che non vanno avanti». Inoltre nella commissione interna all’ex Sant’Uffizio, aggiunge Francesco, permane ancora l’indulgenza: «Ci sono troppi canonisti, esaminano se tutto il processo va bene, se non c’è un qui pro quo», ma così «c’è la tentazione degli avvocati di abbassare la pena».

L’autocritica del papa è anche personale, in riferimento al caso di don Mauro Inzoli – il prete di Cl condannato a 4 anni e 9 mesi per pedofilia – e alla sua decisione di non procedere immediatamente alla dimissione dallo stato clericale, arrivata solo dopo la condanna penale. «Ma dopo due anni questo è ricaduto», confessa Francesco, che ammette di «aver imparato da questo sbaglio»: «Anche un solo abuso su minori, se provato, è sufficiente per ricevere la condanna senza appello», afferma il pontefice. «Chi viene condannato può rivolgersi al papa per chiedere la grazia. Io mai ho firmato una di queste e mai lo firmerò». Resta tuttavia il nodo della denuncia del prete pedofilo alle autorità civili: questo ancora non avviene, e Francesco non ne fa cenno nel suo discorso. Un punto dolente che, se non affrontato, rende meno credibile la “tolleranza zero” applicata a livello canonico.

Frattanto da Oltretevere arriva anche un’altra notizia: la gendarmeria vaticana, ufficialmente per ragioni di «sicurezza» – ma qualcuno parla di «decoro» –, ha allontanato dall’area di piazza san Pietro i clochard, aumentati da quando papa Francesco ha fatto costruire un dormitorio oltre che bagni e docce sotto al colonnato. Un intervento “stile Minniti” che ha suscitato perplessità, tanto da costringere il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, ad una precisazione: «Sono state esclusivamente ragioni di sicurezza ad aver determinato l’allontanamento dei senza fissa dimora da alcune aree extraterritoriali nei pressi del Vaticano. I clochard possono tornare la sera a dormire sotto i propilei dell’ultimo tratto di via della Conciliazione e sotto il colonnato di piazza san Pietro per proteggersi dalla pioggia. Ma di giorno non possono più restare per ragioni di sicurezza: le loro borse e valigie non possono essere continuamente controllate e non sempre si riusciva poi a sapere di chi erano quando le lasciavano per andarsene in giro».

Il coro di Ratisbona, un inferno di violenze per 547 bambini e adolescenti

19 luglio 2017

“il manifesto”
19 luglio 2017

Luca Kocci

Almeno 547 bambini e adolescenti del coro di voci bianche del duomo di Ratisbona, in Baviera, fra il 1945 e il 1992 – negli anni in cui a dirigere il coro ci fu anche il fratello del papa emerito Joseph Ratzinger, Georg – avrebbero subito violenze di ogni tipo dai preti e dai propri educatori, molti di loro anche abusi sessuali.

La denuncia è arrivata dall’avvocato tedesco Ulrich Weber, che dal 2015 sta indagando sullo scandalo che ha investito la diocesi di Ratsibona, un vero e proprio crimine ai danni di minori di cui si parlava già da molti anni, ma non con l’evidenza e soprattutto le dimensioni che sono state rivelate ieri, durante una conferenza stampa in cui l’avvocato ha presentato i risultati della sua inchiesta.

Nel gennaio 2016 Weber aveva parlato “solo” di 231 casi di percosse, privazioni del cibo, abusi e violenze sessuali. Ora il numero è più che raddoppiato: 547 bambini subirono maltrattamenti fisici e psicologici, 67 di loro anche violenze sessuali, da parte di 49 fra preti ed educatori che sarebbero stati identificati ma che difficilmente andranno a processo per via della prescrizione (finora solo due religiosi sono comparsi in un tribunale penale tedesco: un ex insegnante di religione vicedirettore del liceo, allontanato nel 1958, e un ex direttore del convitto, entrambi morti nel 1984). E i numeri potrebbero crescere ancora, fino a far assumere al “caso Ratisbona” una rilevanza pari a quella di altri scandali internazionali di pedofilia ecclesiastica, dagli Stati Uniti all’Irlanda.

«Le vittime hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l’inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della loro vita, caratterizzato da paura e violenza», usata come «metodo» per ottenere «massimi risultati» e «assoluta disciplina», ha spiegato l’avvocato Weber nel rapporto presentato alla stampa. Un vero e proprio «sistema della paura», fatto di violenze, sottomissione psicologica, incapacità di reagire, omertà e silenzi, che ha avvolto per anni l’ambiente dei Regensburger domspatzen,  i «passeri del duomo di Ratisbona», come venivano chiamati i bambini e i ragazzi del coro delle voci bianche.

Il rapporto non condanna direttamente come autore delle violenze ma nemmeno assolve mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI, direttore del coro fra il 1964 e il 1994, che avrebbe «fatto finta di non vedere» e che sarebbe colpevole «di non essere intervenuto, nonostante fosse a conoscenza» di ciò che accadeva. Da parte sua, Georg Ratzinger, chiamato in causa già diversi anni fa, si è sempre difeso: «Se fossi stato a conoscenza dell’eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa», dichiarò in passato in un’intervista ad un giornale bavarese, ammettendo quindi che una dose “equilibrata” di violenza veniva praticata.

Non ne esce bene nemmeno il cardinal Gerhard Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012 prima di essere chiamato da papa Ratzinger in Vaticano a dirigere la Congregazione per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), incarico che qualche settimana fa, allo scadere del quinquennio, papa Francesco non gli ha rinnovato (anche per divergenze teologiche: Müller rappresenta una linea conservatrice rispetto alle aperture pastorali di Bergoglio). Pur non essendo coinvolto né direttamente né indirettamente – tutte le violenze sarebbero avvenute prima che Müller assumesse la guida della diocesi –, il rapporto dell’avvocato Weber critica il modo con cui ha gestito la vicenda, dopo le prime denunce: in particolare non avrebbe cercato alcun dialogo con le vittime né si sarebbe impegnato a chiarire cosa fosse realmente accaduto nel coro delle voci bianche della cattedrale della sua diocesi. Diocesi che poi, andato via Müller, ha parzialmente cominciato ad ammettere i fatti dei decenni precedenti, assicurando un indennizzo massimo di 20mila euro per ciascuna vittima.

La prossima settimana, in Australia, si aprirà un nuovo processo per casi di pedofilia ecclesiastica: davanti ai magistrati andrà il cardinale George Pell, attuale capo – sebbene “in aspettativa” – della segreteria per l’Economia, il ministero dell’economia del Vaticano.

 

Abusi sessuali sui minori, incriminato il cardinale Pell

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, è stato incriminato da un tribunale australiano per abusi sessuali su minori, che avrebbe commesso quando era giovane prete. La notizia è stata diffusa nella notte di mercoledì dalla polizia australiana dello Stato di Victoria e confermata dal Vaticano e dallo stesso Pell, il quale ha dichiarato la propria innocenza, ha temporaneamente lasciato ogni incarico in Curia (o è stato costretto a lasciare?)  e, fatto inedito per un prelato del suo rango, il prossimo 18 luglio sarà in aula, in Australia, a rispondere ai magistrati.

La polizia di Victoria, dopo la notifica dell’incriminazione ai legali del cardinale, si è limitata a comunicare che ci sono «più querelanti» ad aver raccontato di aver subito molestie e abusi sessuali da Pell negli anni ‘70, quando il prefetto della Segreteria per l’economia era un semplice prete a Ballarat, sua città natale. In particolare, secondo le ricostruzioni della stampa australiana non confermate dalla polizia, le vittime sarebbero tre minori, oggi adulti.

A queste si sommano accuse provenienti da un altro filone d’indagine, l’inchiesta della Commissione governativa australiana che da quattro anni indaga sugli abusi sui minori commessi anche da preti e religiosi in tutta l’Australia. In questo caso Pell – che ha sempre respinto ogni addebito – non è accusato di aver commesso abusi, ma di aver insabbiato alcuni scandali e di aver coperto alcuni preti pedofili nelle diocesi di cui è stato vescovo, Melbourne e Sidney.

Appena la notizia dell’incriminazione si è diffusa, alle 4.30 di notte il portavoce vaticano Greg Burke ha convocato via e-mail i giornalisti per una conferenza stampa estemporanea, in cui sarebbe stato presente lo stesso Pell, alle 8.30 di ieri mattina, mentre a San Pietro si ultimavano i preparativi per la messa dei santi Pietro e Paolo. Segno inequivocabile della gravità della situazione.

«L’indagine è in corso da due anni, ci sono state fughe di notizie ai media, si tratta di un accanimento senza tregua», ha contrattaccato Pell, ma «adesso sono contento che finalmente potrò difendermi nei tribunali. Ribadisco la mia innocenza, le accuse sono false, la sola idea di abuso sessuale è per me ripugnante». Ha poi aggiunto di aver tenuto costantemente informato papa Francesco, il quale, visto il precipitare della situazione, gli ha concesso «un congedo temporaneo» per poter dimostrare la propria estraneità ai fatti. Pell dunque il prossimo 18 luglio, data dell’udienza, si recherà in Australia per difendersi direttamente in tribunale davanti ai magistrati e, forse, ai suoi accusatori. «Sono sempre stato coerente e chiaro nel respingere le accuse – ha concluso –, le notizie di queste ore rafforzano la mia risolutezza e il processo giudiziario mi offre la possibilità di difendere il mio nome e tornare al mio lavoro a Roma».

Al di là delle accuse ancora da dimostrare e degli esiti processuali, il fatto che un cardinale del livello di Pell – ultraconservatore, uomo di fiducia di papa Francesco, che lo ha voluto nel Consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e lo ha messo a capo del superministero dell’Economia: di fatto è il n. 3 in Vaticano, dopo il papa e il segretario di Stato Parolin – si rechi in un tribunale penale a difendersi dalle accuse di pedofilia è una novità nella condotta vaticana, che finora ha sempre interposto scudi diplomatici di varia natura per salvare dai processi i propri membri. Lo stesso Pell, del resto, in almeno due occasioni ha testimoniato e risposto alle domande dei magistrati – sia nell’ambito dell’inchiesta dello Stato di Victoria che della Commissione governativa –, ma sempre in videoconferenza, da Roma, mai in aula.

Alle dichiarazioni di Pell è seguita una nota della sala stampa vaticana in cui, con reticenza tipicamente clericale, si conferma tutto ma non si fa alcun riferimento alla natura delle accuse rivolte al cardinale: «La Santa sede ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono», si legge nel comunicato. «Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse. Il santo padre, informato di ciò dallo stesso card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere. La Santa sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il card. Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le Autorità australiane e, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi». Il 18 luglio la resa dei conti.