Archive for the ‘chiesa e pedofilia’ Category

No all’estradizione del prete pedofilo

13 ottobre 2017

“il manifesto”
13 ottobre 2017

Luca Kocci

La “tolleranza zero” di papa Francesco contro la pedofilia del clero inciampa sull’immunità diplomatica. Non verrà estradato in Canada monsignor Carlo Alberto Capella, funzionario della nunziatura apostolica di Washington (l’ambasciata vaticana in Usa), nei confronti del quale le autorità canadesi hanno emesso un ordine di arresto per il reato – che sarebbe stato commesso in Canada – di detenzione e diffusione di materiale pedopornografico.

Il direttore della sala stampa della Santa sede, Greg Burke, puntualizza che ancora «non c’è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada». Ma l’agenzia Ansa riferisce di aver appreso «da fonti qualificate» che, quando giungerà, il Vaticano la respingerà, opponendo l’immunità diplomatica di cui gode il funzionario di Oltretevere.

Il caso è venuto alla luce questa estate. Il 21 agosto il Dipartimento di Stato Usa ha notificato alla Santa sede l’ipotesi di violazione delle norme in materia di immagini pedopornografiche da parte di mons. Capella, chiedendo contestualmente al Vaticano di rimuovere l’immunità diplomatica. Richiesta respinta dalla Santa sede, che invece ha immediatamente richiamato a Roma il proprio funzionario e affidato le indagini al promotore di giustizia del tribunale vaticano (una sorta di pm), Gian Piero Milano. Subito dopo si è mossa anche la polizia canadese.

L’inchiesta vaticana «richiede collaborazione internazionale e non è ancora terminata», precisa Burke. Se rinviato a giudizio, Capella – che ora risiede in un appartamento nel Collegio dei penitenzieri, lo stesso di mons. Wesolowski, nunzio a Santo Domingo, morto di infarto pochi giorni prima che in Vaticano cominciasse il suo processo per pedofilia – verrebbe processato dentro le mura leonine e non nello Stato in cui ha commesso il reato. E questo, in molti casi, resta il punto debole della sbandierata fermezza vaticana contro la pedofilia.

 

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Bergoglio accusa: «La Chiesa ha agito in ritardo contro la pedofilia»

22 settembre 2017

“il manifesto”
22 settembre 2017

Luca Kocci

Sul contrasto alla pedofilia del clero, «la Chiesa è arrivata un po’ tardi», e «quando la coscienza arriva tardi anche i mezzi per risolvere il problema arrivano tardi». Papa Francesco riceve in udienza i membri della Pontificia commissione per la tutela dei minori ed esprime una chiara autocritica su come le istituzioni ecclesiastiche cattoliche hanno affrontato la questione pedofilia. Per esempio facendo ricorso alla «pratica di spostare da una diocesi all’altra» i preti pedofili, senza denunciarli, e in questo modo consentendo loro di continuare ad commettere abusi altrove, dove non erano conosciuti.

Severo anche il giudizio sull’operato della Congregazione per la dottrina della fede, che si occupa degli abusi e di cui il papa denuncia le lentezze: «Ci sono tanti casi che non vanno avanti». Inoltre nella commissione interna all’ex Sant’Uffizio, aggiunge Francesco, permane ancora l’indulgenza: «Ci sono troppi canonisti, esaminano se tutto il processo va bene, se non c’è un qui pro quo», ma così «c’è la tentazione degli avvocati di abbassare la pena».

L’autocritica del papa è anche personale, in riferimento al caso di don Mauro Inzoli – il prete di Cl condannato a 4 anni e 9 mesi per pedofilia – e alla sua decisione di non procedere immediatamente alla dimissione dallo stato clericale, arrivata solo dopo la condanna penale. «Ma dopo due anni questo è ricaduto», confessa Francesco, che ammette di «aver imparato da questo sbaglio»: «Anche un solo abuso su minori, se provato, è sufficiente per ricevere la condanna senza appello», afferma il pontefice. «Chi viene condannato può rivolgersi al papa per chiedere la grazia. Io mai ho firmato una di queste e mai lo firmerò». Resta tuttavia il nodo della denuncia del prete pedofilo alle autorità civili: questo ancora non avviene, e Francesco non ne fa cenno nel suo discorso. Un punto dolente che, se non affrontato, rende meno credibile la “tolleranza zero” applicata a livello canonico.

Frattanto da Oltretevere arriva anche un’altra notizia: la gendarmeria vaticana, ufficialmente per ragioni di «sicurezza» – ma qualcuno parla di «decoro» –, ha allontanato dall’area di piazza san Pietro i clochard, aumentati da quando papa Francesco ha fatto costruire un dormitorio oltre che bagni e docce sotto al colonnato. Un intervento “stile Minniti” che ha suscitato perplessità, tanto da costringere il direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, ad una precisazione: «Sono state esclusivamente ragioni di sicurezza ad aver determinato l’allontanamento dei senza fissa dimora da alcune aree extraterritoriali nei pressi del Vaticano. I clochard possono tornare la sera a dormire sotto i propilei dell’ultimo tratto di via della Conciliazione e sotto il colonnato di piazza san Pietro per proteggersi dalla pioggia. Ma di giorno non possono più restare per ragioni di sicurezza: le loro borse e valigie non possono essere continuamente controllate e non sempre si riusciva poi a sapere di chi erano quando le lasciavano per andarsene in giro».

Il coro di Ratisbona, un inferno di violenze per 547 bambini e adolescenti

19 luglio 2017

“il manifesto”
19 luglio 2017

Luca Kocci

Almeno 547 bambini e adolescenti del coro di voci bianche del duomo di Ratisbona, in Baviera, fra il 1945 e il 1992 – negli anni in cui a dirigere il coro ci fu anche il fratello del papa emerito Joseph Ratzinger, Georg – avrebbero subito violenze di ogni tipo dai preti e dai propri educatori, molti di loro anche abusi sessuali.

La denuncia è arrivata dall’avvocato tedesco Ulrich Weber, che dal 2015 sta indagando sullo scandalo che ha investito la diocesi di Ratsibona, un vero e proprio crimine ai danni di minori di cui si parlava già da molti anni, ma non con l’evidenza e soprattutto le dimensioni che sono state rivelate ieri, durante una conferenza stampa in cui l’avvocato ha presentato i risultati della sua inchiesta.

Nel gennaio 2016 Weber aveva parlato “solo” di 231 casi di percosse, privazioni del cibo, abusi e violenze sessuali. Ora il numero è più che raddoppiato: 547 bambini subirono maltrattamenti fisici e psicologici, 67 di loro anche violenze sessuali, da parte di 49 fra preti ed educatori che sarebbero stati identificati ma che difficilmente andranno a processo per via della prescrizione (finora solo due religiosi sono comparsi in un tribunale penale tedesco: un ex insegnante di religione vicedirettore del liceo, allontanato nel 1958, e un ex direttore del convitto, entrambi morti nel 1984). E i numeri potrebbero crescere ancora, fino a far assumere al “caso Ratisbona” una rilevanza pari a quella di altri scandali internazionali di pedofilia ecclesiastica, dagli Stati Uniti all’Irlanda.

«Le vittime hanno descritto i loro anni di scuola come una prigione, come l’inferno e come un campo di concentramento. Molti si ricordano di quegli anni come il periodo peggiore della loro vita, caratterizzato da paura e violenza», usata come «metodo» per ottenere «massimi risultati» e «assoluta disciplina», ha spiegato l’avvocato Weber nel rapporto presentato alla stampa. Un vero e proprio «sistema della paura», fatto di violenze, sottomissione psicologica, incapacità di reagire, omertà e silenzi, che ha avvolto per anni l’ambiente dei Regensburger domspatzen,  i «passeri del duomo di Ratisbona», come venivano chiamati i bambini e i ragazzi del coro delle voci bianche.

Il rapporto non condanna direttamente come autore delle violenze ma nemmeno assolve mons. Georg Ratzinger, fratello del papa emerito Benedetto XVI, direttore del coro fra il 1964 e il 1994, che avrebbe «fatto finta di non vedere» e che sarebbe colpevole «di non essere intervenuto, nonostante fosse a conoscenza» di ciò che accadeva. Da parte sua, Georg Ratzinger, chiamato in causa già diversi anni fa, si è sempre difeso: «Se fossi stato a conoscenza dell’eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa», dichiarò in passato in un’intervista ad un giornale bavarese, ammettendo quindi che una dose “equilibrata” di violenza veniva praticata.

Non ne esce bene nemmeno il cardinal Gerhard Müller, vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012 prima di essere chiamato da papa Ratzinger in Vaticano a dirigere la Congregazione per la Dottrina della fede (l’ex Sant’Uffizio), incarico che qualche settimana fa, allo scadere del quinquennio, papa Francesco non gli ha rinnovato (anche per divergenze teologiche: Müller rappresenta una linea conservatrice rispetto alle aperture pastorali di Bergoglio). Pur non essendo coinvolto né direttamente né indirettamente – tutte le violenze sarebbero avvenute prima che Müller assumesse la guida della diocesi –, il rapporto dell’avvocato Weber critica il modo con cui ha gestito la vicenda, dopo le prime denunce: in particolare non avrebbe cercato alcun dialogo con le vittime né si sarebbe impegnato a chiarire cosa fosse realmente accaduto nel coro delle voci bianche della cattedrale della sua diocesi. Diocesi che poi, andato via Müller, ha parzialmente cominciato ad ammettere i fatti dei decenni precedenti, assicurando un indennizzo massimo di 20mila euro per ciascuna vittima.

La prossima settimana, in Australia, si aprirà un nuovo processo per casi di pedofilia ecclesiastica: davanti ai magistrati andrà il cardinale George Pell, attuale capo – sebbene “in aspettativa” – della segreteria per l’Economia, il ministero dell’economia del Vaticano.

 

Abusi sessuali sui minori, incriminato il cardinale Pell

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Il cardinale George Pell, prefetto della Segreteria vaticana per l’economia, è stato incriminato da un tribunale australiano per abusi sessuali su minori, che avrebbe commesso quando era giovane prete. La notizia è stata diffusa nella notte di mercoledì dalla polizia australiana dello Stato di Victoria e confermata dal Vaticano e dallo stesso Pell, il quale ha dichiarato la propria innocenza, ha temporaneamente lasciato ogni incarico in Curia (o è stato costretto a lasciare?)  e, fatto inedito per un prelato del suo rango, il prossimo 18 luglio sarà in aula, in Australia, a rispondere ai magistrati.

La polizia di Victoria, dopo la notifica dell’incriminazione ai legali del cardinale, si è limitata a comunicare che ci sono «più querelanti» ad aver raccontato di aver subito molestie e abusi sessuali da Pell negli anni ‘70, quando il prefetto della Segreteria per l’economia era un semplice prete a Ballarat, sua città natale. In particolare, secondo le ricostruzioni della stampa australiana non confermate dalla polizia, le vittime sarebbero tre minori, oggi adulti.

A queste si sommano accuse provenienti da un altro filone d’indagine, l’inchiesta della Commissione governativa australiana che da quattro anni indaga sugli abusi sui minori commessi anche da preti e religiosi in tutta l’Australia. In questo caso Pell – che ha sempre respinto ogni addebito – non è accusato di aver commesso abusi, ma di aver insabbiato alcuni scandali e di aver coperto alcuni preti pedofili nelle diocesi di cui è stato vescovo, Melbourne e Sidney.

Appena la notizia dell’incriminazione si è diffusa, alle 4.30 di notte il portavoce vaticano Greg Burke ha convocato via e-mail i giornalisti per una conferenza stampa estemporanea, in cui sarebbe stato presente lo stesso Pell, alle 8.30 di ieri mattina, mentre a San Pietro si ultimavano i preparativi per la messa dei santi Pietro e Paolo. Segno inequivocabile della gravità della situazione.

«L’indagine è in corso da due anni, ci sono state fughe di notizie ai media, si tratta di un accanimento senza tregua», ha contrattaccato Pell, ma «adesso sono contento che finalmente potrò difendermi nei tribunali. Ribadisco la mia innocenza, le accuse sono false, la sola idea di abuso sessuale è per me ripugnante». Ha poi aggiunto di aver tenuto costantemente informato papa Francesco, il quale, visto il precipitare della situazione, gli ha concesso «un congedo temporaneo» per poter dimostrare la propria estraneità ai fatti. Pell dunque il prossimo 18 luglio, data dell’udienza, si recherà in Australia per difendersi direttamente in tribunale davanti ai magistrati e, forse, ai suoi accusatori. «Sono sempre stato coerente e chiaro nel respingere le accuse – ha concluso –, le notizie di queste ore rafforzano la mia risolutezza e il processo giudiziario mi offre la possibilità di difendere il mio nome e tornare al mio lavoro a Roma».

Al di là delle accuse ancora da dimostrare e degli esiti processuali, il fatto che un cardinale del livello di Pell – ultraconservatore, uomo di fiducia di papa Francesco, che lo ha voluto nel Consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e lo ha messo a capo del superministero dell’Economia: di fatto è il n. 3 in Vaticano, dopo il papa e il segretario di Stato Parolin – si rechi in un tribunale penale a difendersi dalle accuse di pedofilia è una novità nella condotta vaticana, che finora ha sempre interposto scudi diplomatici di varia natura per salvare dai processi i propri membri. Lo stesso Pell, del resto, in almeno due occasioni ha testimoniato e risposto alle domande dei magistrati – sia nell’ambito dell’inchiesta dello Stato di Victoria che della Commissione governativa –, ma sempre in videoconferenza, da Roma, mai in aula.

Alle dichiarazioni di Pell è seguita una nota della sala stampa vaticana in cui, con reticenza tipicamente clericale, si conferma tutto ma non si fa alcun riferimento alla natura delle accuse rivolte al cardinale: «La Santa sede ha appreso con rincrescimento la notizia del rinvio a giudizio in Australia del card. George Pell per imputazioni riferibili a fatti accaduti alcuni decenni orsono», si legge nel comunicato. «Messo al corrente del provvedimento, il card. Pell, nel pieno rispetto delle leggi civili e riconoscendo l’importanza della propria partecipazione affinché il processo possa svolgersi in modo giusto e favorire così la ricerca della verità, ha deciso di far ritorno nel suo Paese per affrontare le accuse. Il santo padre, informato di ciò dallo stesso card. Pell, gli ha concesso un periodo di congedo per potersi difendere. La Santa sede esprime il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate. Allo stesso tempo va ricordato che il card. Pell da decenni ha condannato apertamente e ripetutamente gli abusi commessi contro minori come atti immorali e intollerabili, ha cooperato in passato con le Autorità australiane e, come vescovo diocesano in Australia ha introdotto sistemi e procedure per la protezione di minori, e per fornire assistenza alle vittime di abusi». Il 18 luglio la resa dei conti.

«Francesco da buon gesuita sa che l’autocritica è il rimedio contro le critiche»

30 giugno 2017

“il manifesto”
30 giugno 2017

Luca Kocci

Chiesa cattolica e pedofilia: crimini commessi da singoli ed isolati preti e religiosi oppure problema più ampio che chiama in causa l’istituzione ecclesiastica nella sua struttura? Ne abbiamo parlato con Augusto Cavadi, consulente filosofico e teologo laico, autore, qualche anno fa, del volume Non lasciate che i bambini vadano a loro. Chiesa cattolica e abusi su minori (con prefazione di Vito Mancuso, Falzea editore).

Il cardinale Pell, incriminato per gravi reati sessuali da un tribunale australiano, è un prelato ai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica cattolica ed è stato collocato in quella posizione da papa Francesco. Queste accuse possono gettare un’ombra anche sul pontefice e sulla azione riformatrice?

«Penso che un papa, nel dare incarichi ai collaboratori, non possa basarsi su voci riguardanti i pregressi lontani. Deve valutare in base a dati oggettivi o, per lo meno, attendibili. Sarebbe stato grave, piuttosto, se avesse opposto qualche ostacolo a che, ora, il cardinale si presentasse in tribunale e venisse processato come un qualsiasi cittadino. Avrebbe significato far prevalere, ancora una volta, il principio omertoso dei panni sporchi che si lavano, quando si lavano, in famiglia. Ma a quanto pare Pell risponderà alle accuse, recandosi direttamente in tribunale, in Australia. E questo mi sembra un passo avanti».

È cambiato qualcosa nella Chiesa cattolica, sulla questione pedofilia, nel passaggio da papa Wojtyla, a papa Ratzinger fino, oggi, a papa Francesco?

«Distinguerei i mutamenti di percezione del fenomeno dall’effettività dello stesso. È chiaro che con Giovanni Paolo II e con Benedetto XVI, il quale da cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede gestiva la questione anche prima di diventare papa, prevaleva la preoccupazione di salvare l’immagine della Chiesa-istituzione rispetto ai diritti degli abusati. E da questo derivava una certa resistenza delle autorità ecclesiastiche nel deferire i preti denunziati all’autorità giudiziaria civile».

E con Francesco?

«Papa Francesco, da buon gesuita, ha capito che l’autocritica è il metodo migliore per arginare le critiche e che una maggiore trasparenza anche sui difetti ecclesiastici è l’unico modo per evitare il disastro irreversibile. Tuttavia episodi recentissimi, come le dimissioni dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori di due autorevoli componenti laici come Marie Collins e  Peter Saunders (a loro volta abusati da preti cattolici) i quali hanno denunciato resistenze e ritardi procedurali, attestano che, come in altri settori della vita cattolica, le conversioni proclamate dall’alto stentano a incarnarsi ai livelli inferiori. Qui, come in altri ambiti, non basta che cambi un papa se, negli anni del suo governo, non riesce a cambiare il papato e l’intera macchina ecclesiastica che, purtroppo per chi condivide la fraternità annunziata da Gesù, dal papato, verticisticamente, dipende».

Perché la pedofilia clericale è una piaga così difficile da estirpare? Si tratta di errori compiuti da poche “mele marce” o c’è invece un problema strutturale che riguarda l’istituzione ecclesiastica?

«Pur essendo stato violentemente attaccato da molti preti per il mio libro sulla questione pedofilia, ci tengo a ribadire, per onestà intellettuale, quello che ho scritto nelle prime pagine: la pedofilia non è statisticamente più diffusa tra preti celibi che tra i pastori protestanti sposati, insegnanti, allenatori di calcio o commessi viaggiatori. Vi sono dunque cause remote, generali e generiche, che non vanno sottovalutate. Poi ci sono delle concause specifiche legate soprattutto al mondo cattolico».

Quali?

«Ne evidenzio due: il clima di morbosità che nella formazione dei preti avvolge e deforma tutta la sfera sessuale e il ruolo di padre-padrone che il prete svolge nella comunità parrocchiale. Il primo fattore influenza gli atteggiamenti perversi degli adulti, il secondo condiziona il silenzio reverente degli abusati. Se a questi due elementi aggiungiamo la quasi certezza dell’immunità dei colpevoli nel passato, anche recente, abbiamo una griglia interpretativa abbastanza chiarificatrice».

Polemiche intorno al romanzo di Walter Siti su un prete pedofilo dedicato a don Milani

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani». Con questa dedica contenuta all’inizio del suo nuovo romanzo, Bruciare tutto (Rizzoli), che narra la storia di don Leo, un prete pedofilo, lo scrittore Walter Siti ha acceso una miccia che ha provocato un’esplosione i cui effetti sono durati diversi giorni, costringendo l’autore ad una impacciata retromarcia.

«Che cosa vuol dire Siti? – si è chiesta Michela Marzano, che su Repubblica (13/4) ha aperto il caso – Forse insinuare il fatto che anche don Milani avrebbe dovuto sopportare il calvario di don Leo? Che anche lui avrebbe resistito inutilmente alla tentazione perché non solo non ha senso resistere, ma rischia di essere dannoso?». Insomma, che anche don Milani era un prete pedofilo?

«Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani», spiega lo stesso Siti qualche giorno dopo (Repubblica, 19/4). Le frasi maggiormente “incriminate” – ma assolutamente decontestualizzate da Siti – sono presenti in una lettera di Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959, pubblicata integralmente in un volume curato dallo stesso Pecorini (I care ancora. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, Emi, Bologna 2001; v. Adista Notizie n. 9/01): «E io come potevo spiegare a loro (…) che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola (…). E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Aggiunge Siti: «Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno».

«Ogni etichetta a lui lontanissima, attribuita leggendo frasi sparse, avulse dal loro contesto, è un’offesa, prima ancora che a lui, alla correttezza intellettuale», tagliano corto Michele e Francesco Gesualdi, i due fratelli che per primi arrivarono a Barbiana e che lì vissero insieme a don Milani. Quelle frasi sono «metafore, iperboli, che facevano parte del modo di parlare, libero e consapevolmente provocatorio, che utilizzava don Milani per scuotere le teste e le coscienze», spiega Giorgio Pecorini (Repubblica, 21/4), destinatario della “lettera dello scandalo”. «Parole che richiamano il suo ben noto testamento spirituale – prosegue –, in cui confessa di aver voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio, ma confidando nel fatto che Dio avrebbe messo in conto a sé quell’amore. E legate al suo tipico modo di pensare l’amore, in polemica con le gerarchie ecclesiastiche che gli rimproveravano un amore “classista”: si possono amare, diceva, solo coloro con cui si sta in relazione, credere di poter amare tutti è un’imbecillità».

Spiegano ad Adista Anna Carfora e Sergio Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e curatori del doppio volume di Tutte le opere di don Milani appena uscito nella collana dei Meridiani Mondadori (v. notizia successiva): «Amare le creature più che il Creatore, in ciò consiste, per Milani, il rischio di peccare contro il sesto comandamento, come scrive a Pecorini. Che poi egli esprima il concetto non solo in questa forma ma renda l’idea in maniera provocatoria, paradossale, da “lurido sboccato”, come definisce se stesso nella lettera a Cesare Locatelli del 26 dicembre del 1949, questo fa parte non solo del linguaggio milaniano, ma di ciò che anche attraverso di esso si esprime, ossia la piena umanizzazione del prete, la sua laicità, l’interpretazione non religiosa della sua fede e del suo sacerdozio. È in questa luce che si legge e si comprende quello che Siti ha così malamente interpretato. Milani va contro l’educazione “spiritualizzata” dei seminari dell’epoca, tentazione forse non ancora del tutto abbandonata, quell’educazione che disincarna l’amore, rendendolo una cosa rinsecchita e che egli racchiude in un’icona carica d’ironia: il “cuore universale”».

Il punto – presupponendo la buona fede di Siti e tralasciando l’ipotesi di una furbacchiona operazione pubblicitaria nel cinquantenario della morte di don Milani – è quel «forzando l’interpretazione» che lo stesso Siti ammette. Chiunque abbia una conoscenza non superficiale dei testi di Milani, nella loro interezza e integrità, sa che il priore di Barbiana utilizza deliberatamente un lessico, un registro e uno stile urticanti, graffianti, a tratti violenti. Lo spiega lo stesso Milani, per esempio, in una lettera del 25 luglio 1952 indirizzata a Giulio Vaggi, che in quel periodo dirigeva il periodico Adesso al posto di don Primo Mazzolari, che l’aveva fondato e sui cui era levata la censura ecclesiastica: «Mi dispiace che lei s’abbia avuto a male delle mie parole. Quelli che mi stanno intorno non ci badano, ormai lo sanno che mi piacciono i vocaboli coloriti» E lo spiega soprattutto in uno dei suoi testi più potenti e meno conosciuti – che affronta, fra l’altro, il tema del linguaggio clericale –, “Un muro di foglio e di incenso”, articolo del 1959 inviato a Politica, settimanale della sinistra Dc, che ne rifiutò la pubblicazione, e che fu pubblicato solo postumo dall’Espresso, nel 1968: «Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome – scriveva don Milani –. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose viene in visita in Italia e i galateo vuole che lo si accolga con il sorriso» (il riferimento è al presidente francese De Gaulle, in visita in Italia, nel mezzo della guerra di Algeria e delle torture dei soldati francesi sugli algerini).

Ignorare lo stile paradossale di don Milani, attribuendogli un significato letterale, è quantomeno una forzatura. Che lo stesso Siti pare aver compreso: «L’intenzione della dedica non era negativa e non volevo dire che Milani si fosse coperto di chissà quali macchie, era solo un omaggio alla forza e alla dignità di questo prete»

Contrasto alla pedofilia e bilanci trasparenti. Cattolici brindisini scrivono al vescovo Caliandro

17 febbraio 2017

“Adista”
n. 7, 18 febbraio 2017

Luca Kocci

Il gruppo di cattolici brindisini riuniti nel gruppo “Manifesto 4 ottobre” riprende le proposte che il movimento Noi Siamo Chiesa aveva indirizzato ai vescovi italiani su trasparenza dei bilanci economici delle diocesi e questione pedofilia del clero (v. Adista Notizie n. 5/17) e le rilancia al proprio vescovo, mons. Domenico Caliandro, della diocesi di Brindisi-Ostuni: bilancio pubblico e trasparente, giornata di penitenza e misure di contrasto alla pedofilia clericale.

«Noi Siamo Chiesa ha fatto riferimento al fatto che la diocesi di Padova, dopo un percorso di tre anni, ha reso noto il 29 ottobre scorso in un incontro pubblico con il vescovo mons. Guido Cipolla, il bilancio della diocesi dopo aver coinvolto le strutture diocesane e le parrocchie», scrivono i cattolici brindisini (v. Adista n. 40/16). «Ella ricorderà – si rivolgono direttamente al vescovo Caliandro – che nel 2014 in una nostra lettera aperta alla Chiesa locale (v. Adista Notizie n. 41/14), in coerenza con una Chiesa povera e solidale, così chiedevamo: “Con l’aiuto di tutto il Popolo di Dio speriamo che si possa superare il sistema tariffario sostituendolo con altre forme di cooperazione economica che siano svincolate dalla liturgia e dall’amministrazione dei sacramenti. L’amministrazione dei beni diocesani o parrocchiali sia composta solo da laici competenti e diretta a miglior uso per il bene della comunità tutta” (Celam, Medellin, 1968). I bilanci preventivi e consuntivi della diocesi e delle parrocchie siano resi pubblici almeno sui siti web. Ci conforta trovare consonanze anche in altre realtà ecclesiali nazionali le quali ritengono che l’esempio della diocesi di Padova possa essere seguìto dalle altre chiese locali. In questo modo le risorse potrebbero essere considerate come una vera “proprietà” (e responsabilità) di tutti i credenti di quella diocesi o di quella parrocchia e impiegate d’intesa con il vescovo in coerenza col Vangelo. La pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi. Le notizie che si hanno sulla trasparenza e l’impiego delle risorse sono tali da far temere che il messaggio di papa Francesco venga largamente disatteso fatte salve alcune meritorie esperienze locali».

Quello della pedofilia del clero è l’altro tema su cui si soffermano i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che già in passato si erano più volte rivolti al vescovo e alla Chiesa locale a partire da alcune inchieste penali – e anche condanne – che hanno coinvolto preti della diocesi (v. Adista Notizie nn. 21 e 26/15, 24/16). «Sul problema della pedofilia – scrivono oggi a mons. Caliandro – Noi Siamo Chiesa ha richiamato l’esperienza dei vescovi svizzeri i quali il 5 dicembre scorso hanno organizzato nella basilica di Valère (Sion) una giornata di penitenza in espiazione “degli abusi sessuali, del silenzio e della mancanza di aiuto alle vittime” per i casi di delitti di pedofilia compiuti dal clero», istituendo anche un fondo di 500mila franchi (poco più di mezzo milione di euro) per gli indennizzi alle vittime, e dei vescovi francesi che il 7 novembre hanno promosso un giorno di preghiera e di digiuno a Lourdes e, fra le altre misure, «hanno costituito una “Commissione nazionale indipendente” per occuparsi del problema, composta da magistrati, psicologi, familiari delle vittime». «Anche su questo tema – proseguono – il nostro gruppo aveva avanzato alcune proposte le cui finalità largamente coincidono con quelle, che facciamo nostre, del movimento Noi Siamo Chiesa»: «è il momento di riconoscere che le “Linee guida” della Cei del maggio 2012 e poi quelle del 2014 sono insufficienti (v. Adista Notizie nn. 21/12 e 14/14), è il momento di obbligare i vescovi a denunciare alla magistratura i fatti sicuri (anche se non c’è un obbligo di legge deve essere deciso un obbligo canonico), è il momento di istituire, anche in Italia e in ogni diocesi, strutture del tutto indipendenti, che ascoltino le vittime e che facciano da tramite col vescovo e con le istituzioni. Il modello francese può servire molto, nella sua concretezza, così come quelli di molti altri episcopati e della diocesi di Bolzano». Infine «è giunto il momento per la Chiesa italiana di organizzare una “Giornata nazionale di penitenza e di preghiera” che sfoci in decisioni concrete sul tipo di quelle indicate, che sarebbero coerenti con quanto chiesto esplicitamente da papa Francesco sulla linea della “tolleranza zero”».

Cei, volge al termine l’era Bagnasco

24 gennaio 2017

“il manifesto”
24 gennaio 2017

Luca Kocci

Volge al termine l’era del cardinal Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana. Si è aperta ieri l’ultima riunione del Consiglio episcopale permanente (una sorta di consiglio dei ministri) presieduto dall’arcivescovo di Genova. A maggio l’Assemblea generale dei vescovi eleggerà i tre nomi fra i quali papa Francesco individuerà il nuovo presidente.

Forse anche per questo la prolusione di Bagnasco è stata breve e ha toccato pochi temi. A cominciare dalla povertà. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei –, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila, oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali: il «Reddito d’inclusione (Rei)», il «Piano nazionale contro la povertà» e quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire».

Eppure la politica si occupa di altro, ad esempio di fine vita». Che il dibattito sia incentrato su questo se n’è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha segnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche nel suo quasi commiato – l’ultima prolusione di Bagnasco sarà all’assemblea di maggio – non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con implicazioni assai delicate e controverse in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo», «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati», con una proposta che farà infuriare Salvini: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

E dopo un inevitabile pensiero alle vittime del terremoto e del maltempo, ma anche ai soccorritori, la conclusione che lancia il prossimo appuntamento, «l’Assemblea generale dove saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava Francesco, ovvero l’elezione diretta del presidente come avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi il papa sceglierà il nuovo presidente. Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, quindi la discontinuità non è affatto assicurata.

Si è dimesso Martin Drennan, vescovo che coprì i preti pedofili

30 luglio 2016

“il manifesto”
30 luglio 2016

Luca Kocci

Ci sono voluti sei anni, ma alla fine ha lasciato la guida della diocesi di Galway e Kilmacduagh (Irlanda) mons. Martin Drennan, ex vescovo ausiliare di Dublino, accusato di aver coperto gli abusi sessuali sui minori compiuti da alcuni preti della sua diocesi denunciati nei due rapporti governativi – Ryan e Murphy, risalenti al 2009 – che svelarono il pesante coinvolgimento del clero irlandese in uno dei più grandi scandali di pedofilia che ha riguardato la Chiesa cattolica.

Dal punto di vista formale non si tratta di una rimozione. «Il santo padre Francesco ha accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Galway and Kilmacduagh, presentata da mons. Drennan, in conformità al can. 401 paragrafo 2 del Codice di diritto canonico», si legge nello scarno comunicato della sala stampa vaticana. Ma il paragrafo 2 – a differenza del paragrafo 1, che determina il pensionamento ordinario per raggiunti limiti di età, 75 anni – regola le dimissioni «per infermità o altra grave causa», una formula che spesso nasconde il coinvolgimento dei vescovi in faccende indicibili. E infatti nella nota della Conferenza episcopale irlandese si spiegano le dimissioni «sulla base di motivi di salute e per suggerimento dei medici», e nella breve biografia di mons. Drennan non si fa alcun riferimento alla questione pedofilia.

Insomma, al di là dell’estremo tentativo di nascondere i fatti del passato, quelle di Drennan – che a gennaio ha compiuto 72 anni e quindi avrebbe avuto almeno altri due anni e mezzo di episcopato davanti a sé – sarebbero dimissioni “incoraggiate” dalla Santa sede. Anche se qualche dubbio permane, dal momento che la regola non varrebbe per tutti. Infatti dei sei vescovi chiamati in causa dai rapporti governativi per aver insabbiato i casi di abusi sessuali sui minori – ma che si sono sempre dichiarati non responsabili dei fatti loro addebitati –, Drennan è il quarto ad essere stato pensionato, ma altri due, mons. Eamonn Walsh e mons. Raymond Field, benché abbiano presentato le dimissioni a fine 2009 – quando sul soglio pontificio sedeva papa Ratzinger, che pure mise in riga la Chiesa irlandese dopo la pubblicazione dei rapporti governativi – sono tuttora in servizio come vescovi ausiliari di Dublino. Segno che Oltretevere non sono convinti di un loro effettivo coinvolgimento, oppure che si preferisce fare finta di nulla.

Il primo dei due rapporti, quello della commissione presieduta dal giudice dell’Alta corte Sean Ryan, pubblicato nel maggio 2009, prese in esame un periodo di oltre 60 anni, a partire dal 1936, indagando su oltre 30mila casi di abusi sessuali, fisici e psicologici su minori che vivevano per lo più in scuole, orfanotrofi e riformatori gestiti da enti cattolici. Risultarono coinvolti oltre 800 fra preti, religiosi, suore e laici, molti dei quali appartenenti alle congregazioni dei Christian brothers e delle Sisters of Mercy.

Il rapporto Murphy – pubblicato nel novembre 2009, alla fine di un’indagine condotta da una commissione indipendente incaricata dal governo e guidata dal giudice dell’Alta corte Yvonne Murphy – analizzò invece decine di denunce contro preti e religiosi per abuso sessuale tra il 1975 e il 2004, per valutare le conseguenti azioni delle istituzioni ecclesiastiche. Emerse che «la preoccupazione principale dell’arcidiocesi di Dublino nella gestione dei casi di abuso sessuale su minori, almeno fino alla metà degli anni ‘90, è stata mantenere il segreto, evitare lo scandalo, proteggere la reputazione della Chiesa e preservare il suo patrimonio. Tutte le altre considerazioni, compreso il benessere dei bambini e la giustizia per le vittime erano subordinate a queste priorità. L’Arcidiocesi non ha rispettato le norme del diritto canonico e ha fatto del suo meglio per evitare qualsiasi applicazione della legge dello Stato».

Spotlight pugliese. A Brindisi, ancora un prete arrestato per pedofilia. I fedeli: il vescovo intervenga

3 luglio 2016

“Adista”
n. 24, 2 luglio 2016

Luca Kocci

È stato arrestato a metà giugno, con l’accusa di atti sessuali continuati e pluriaggravati su un minore, don Francesco Caramia, parroco di San Giustino de Jacobis, a Brindisi, fino al dicembre 2015, quando si dimise dall’incarico dopo aver appreso di essere indagato dalla magistratura, anche se ufficialmente «per motivi di salute». Si tratta del terzo arresto in poco più di anno, tanto che un gruppo di cattolici brindisini riuniti nel gruppo “Manifesto 4 ottobre”, che da tempo chiede al proprio arcivescovo, mons. Domenico Caliandro, di prendere provvedimenti più energici di quelli adottati finora e di istituire una commissione diocesana di inchiesta sulla pedofilia, parla di un vero e proprio «caso Spotlight» pugliese, il film premio Oscar (Il Caso Spotlight), che ha raccontato gli abusi sessuali sui minori commessi da decine di preti dell’arcidiocesi di Boston negli anni ‘80 e ‘90.

L’ordine di arresto di don Caramia da parte del Gip è scattato dopo aver ascoltato la testimonianza della vittima, che ha raccontato di aver subito numerosi abusi da parte del parroco – che si professa innocente –, spesso al termine degli incontri di catechismo, nel periodo 2009-2010, quando aveva circa dieci anni.

L’ex parroco di San Giustino de Jacobis è il terzo prete brindisino a finire nel mirino della magistratura. Il primo fu don Giampiero Peschiulli, arrestato a maggio 2015 con l’accusa di abusi sessuali su minori (a dare il via alle indagini era stato un servizio della trasmissione televisiva Le Iene) e a gennaio condannato in primo grado con rito abbreviato a 3 anni e 8 mesi, che il prete sta scontando ai domiciliari in una comunità di recupero per religiosi (prima della sentenza della magistratura era arrivata quella del Vaticano, il 3 dicembre 2015, con il decreto di dimissioni dallo stato clericale di don Peschiulli). Poi toccò a don Francesco Legrottaglie, accusato di detenzione di materiale pedopornografico – nel 2000 aveva già subito una condanna a un anno e dieci mesi (pena sospesa) per analoghi reati commessi negli anni ’90 – e condannato in primo grado, con l’aggravante della recidiva, a quattro anni. E secondo alcune indiscrezioni di stampa, sotto indagine ci sarebbe anche un quarto prete, di cui non si conosce il nome.

«Nel maggio 2015 – spiegano i cattolici del “Manifesto 4 ottobre” – dopo l’arresto del primo prete, Peschiulli, scrivemmo al vescovo di Brindisi una lettera con la quale, sull’esempio di quanto fatto in altre diocesi, si proponeva l’istituzione di una commissione di indagine (v. Adista Notizie n. 21/15, ndr). Nessuna risposta! Nel novembre successivo, dopo l’arresto del secondo prete ad Ostuni con l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico, richiedemmo al vescovo Caliandro “se a fronte di certi comportamenti sia sufficiente l’allontanamento dal ministero pubblico dei presbiteri coinvolti o se, invece, nel dare segnali chiari e rigorosi di riprovazione, non sia giusto procedere, rapidamente, dopo le prescritte verifiche, alla sospensione da qualsiasi funzione pastorale e sacramentale in pubblico e in privato (sospensione a divinis), almeno fino a quando non risultasse l’innocenza degli accusati”». E allora la risposta del vescovo fu caustica: «Ci sono alcuni laici che credono di essere più santi degli altri» (v. Adista Notizie n. 45/15).

Ora il nuovo arresto di don Caramia. «La comunità ecclesiale e quella civile – interviene di nuovo il gruppo “Manifesto 4 ottobre” – sono ferite e preoccupate davanti a tali fatti, ai quali non si può sommariamente rispondere con un’intervista concessa dal vescovo sulla stampa locale; si tratta di eventi e di problematiche che coinvolgono prima di tutto la Chiesa diocesana nella sua totalità. Ci permettiamo pertanto di chiedere al nostro vescovo di favorire una diffusa e meditata attenzione ad una questione così grave in tutti gli organismi della Chiesa diocesana, perché esca dal circuito del mugugno e del facile scandalismo, se ne individuino le cause ed i fattori favorenti e si ponga mano a coraggiosi correttivi in una prospettiva di corresponsabilità interna ed anche nei riguardi di tutta la società».