Archive for the ‘chiesa e politica’ Category

Le associazioni cattoliche ai partiti: «Basta con l’emergenza migranti»

10 febbraio 2018

“il manifesto”
10 febbraio 2018

Luca Kocci

Abrogazione del reato di clandestinità, semplificazione delle modalità di ingresso in Italia superando la divisione fra chi fugge dalla guerra o dalla povertà, cittadinanza, diritto di voto alle elezioni amministrative.

Sono alcune delle proposte sulla questione migrazioni rivolte ai partiti in vista delle politiche del prossimo 4 marzo da un cartello di associazioni, istituti missionari e movimenti cattolici, da quelli tradizionalmente più attivi nel sociale (Centro Astalli, Coordinamento nazionale comunità di accoglienza, Comunità di sant’Egidio, Pax Christi) ad altri decisamente più istituzionali (Acli, Azione cattolica, Fuci, Focolari), oltre alla Federazione delle Chiese evangeliche. Segno che il tema migranti sta diventando uno spartiacque sia per i vescovi (card. Bassetti, presidente Cei: «Bisogna reagire a una cultura della paura che non può mai tramutarsi in xenofobia») che per l’associazionismo cattolico-democratico. Anche se resta un blocco numericamente significativo ed elettoralmente pesante di clerico-moderati – o meglio clerico-fascisti – che apprezza, in nome delle “radici cristiane” dell’Italia, le posizioni xenofobe e razziste della destra di Salvini e Meloni, quando non di Forza nuova e Casa Pound.

Le proposte «per una nuova agenda sulle migrazioni in Italia» sono sette. Si comincia da una nuova «legge sulla cittadinanza», perché «troppi cittadini di fatto non sono riconosciuti tali dall’ordinamento». Serve un «nuovo quadro giuridico per accogliere quanti arrivano nel nostro Paese senza costringerli a chiedere asilo», quindi includendo anche i «migranti economici»: riattivazione dei «canali ordinari di ingresso», ripristinando il vecchio «decreto flussi», introducendo il «permesso di soggiorno temporaneo per la ricerca di occupazione», la «attività d’intermediazione tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri» e il «sistema dello sponsor». Occorre poi «regolarizzazione gli stranieri radicati», ovvero coloro che hanno un lavoro o legami familiari comprovati o che abbiano svolto «un percorso fruttuoso di formazione e di integrazione». Bisogna «abrogare al più presto» il reato di immigrazione clandestina, «che è ingiusto, inefficace e controproducente». E consentire «l’elettorato attivo e passivo per le elezioni amministrative a favore degli stranieri titolari del permesso di soggiorno di lungo periodo». Poi «riunificare nello Sprar l’intero sistema» di accoglienza, perché torni «sotto un effettivo controllo pubblico», aumentando «in maniera sostanziale e rapida il numero di posti totali». Infine le «buone pratiche»: siamo «sommersi da casi di cattiva accoglienza», denunciano le associazioni, ma «c’è anche un’altra faccia dell’accoglienza dei migranti, meno esposta e ben più positiva» che «va raccontata il più possibile» perché sia «replicata».

Si tratta di una questione di «giustizia sociale». I partiti devono dire come intendono affrontarla. E i cittadini decidere da che parte stare.

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“Civiltà Cattolica” verso le elezioni: grande coalizione e Gentiloni premier

9 febbraio 2018

“Adista”
n. 5, 10 febbraio 2018

Luca Kocci

Dopo la Conferenza episcopale italiana con il suo presidente card. Gualtiero Bassetti (v. Adista Notizie n. 4/18), anche i gesuiti di Civiltà Cattolica, ad un mese dalle elezioni politiche del prossimo 4 marzo, spingono per le larghe intese, e magari per un Gentiloni bis che possa proseguire il lavoro svolto dal suo governo.

La preferenza – esplicita quella per una grande coalizione dei moderati Pd-Forza Italia, implicita quella per Gentiloni premier – emerge dall’ampio focus di p. Francesco Occhetta (“Alla vigilia delle elezioni politiche in Italia. Tra radici e futuro”), pubblicato sul quaderno n. 23 (3-17 febbraio 2018) del quindicinale dei gesuiti diretto da p. Antonio Spadaro, le cui bozze, prima di andare in stampa, vengono lette e talvolta corrette dalla Segreteria di Stato vaticana.

Il punto di partenza è la Costituzione italiana, i cui principi «continuano a nutrire e a custodire la democrazia italiana», «un dono di cui a volte [il popolo italiano] fatica a percepire e a ricordare il costo», «il faro nelle notti della Repubblica». Ed è proprio sulla base dei valori costituzionali che p. Occhetta, notista politico di Civiltà Cattolica, richiama «alcuni criteri per esprimere un voto responsabile».

Prima di tutto «l’attenzione ai programmi dei partiti per scegliere quelli che costruiscono invece di demolire, che vanno oltre gli slogan elettorali e al di là di singoli temi della campagna elettorale». I programmi, scrive Occhetta, «non sono neutri rispetto ai valori», vanno privilegiati quelli che «rimuovano le disuguaglianze nei grandi temi nell’agenda pubblica, come il lavoro, la giustizia, l’integrazione, la costruzione dell’Europa, la gestione dell’innovazione tecnologica, la green economy, la vita di una società povera di figli».

Poi la scelta del candidato, basata non sullo «storytelling» ma l’«affidabilità» e l’«esperienza amministrativa», perché «per amministrare occorrono non solo onestà ma competenze specifiche». Il grido «onestà onestà» elevato in ogni piazza dai militanti del Movimento 5 cinque stelle è liquidato in due righe. Ma l’attacco più duro ai penta stellati arriva quando p. Occhetta suggerisce di valutare con attenzione la «cultura costituzionale dei partiti e dei loro leader». Il riferimento è al fatto che il parlamentare eletto deve essere libero di agire «senza vincolo di mandato», come del resto prevede la Costituzione all’articolo 67. Quindi «se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare». L’attacco al partito-movimento guidato da Luigi Di Maio è preciso. «Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi – è qui il bersaglio sembra essere piuttosto la destra identitaria di Giorgia Meloni e Matteo Salvini –, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta».

L’invito è a «valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali», sgombrando il campo da «tre illusioni ottiche» della campagna elettorale. «La prima è credere che il centro-destra sia coalizzato e unito; la seconda è pensare che il M5S sia omogeneo e compatto; la terza è che la sinistra sia moderna dopo la frammentazione interna e la re-introduzione del sistema proporzionale. Il M5S – prosegue Occhetta – potrebbe governare con chiunque lo appoggi, anche con Salvini o Grasso, che su questo punto ha preso le distanze dalla Boldrini. Il centro-destra potrebbe governare da solo, molto sbilanciato sulle forze politiche di destra coordinate dalla Meloni e Salvini, che ha preso le distanze da Maroni, la persona della Lega più titolata a governare». Quindi «l’ultima possibilità è quella di una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea».

Fatte le larghe intese, a chi la guida del governo? «I leader dei partiti come Renzi, Berlusconi e quelli delle forze centriste diventerebbero i garanti, ma non i protagonisti, di un’operazione politica più larga». Quindi un leader nuovo. O uno vecchio, come per esempio l’attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. Civiltà Cattolica non lo propone esplicitamente, ma lo lascia intendere abbastanza chiaramente: «L’ultimo atto della legislatura – scrive Occhetta – è il governo guidato da Paolo Gentiloni, che chiude il suo mandato con 65.000 occupati in più a novembre 2017, un dato che uguaglia il record di occupati del 1977, e dopo aver realizzato il reddito d’inclusione, l’equilibrio dei conti pubblici (con la manovra di primavera), la difficile gestione dell’immigrazione e il G7 con il rilancio del progetto europeo. Ma ancora molto rimane da fare».

Regione Sicilia: anche i vescovi contro gli “stipendi d’oro”

9 febbraio 2018

“Adista”
n. 5, 10 febbraio 2018

Luca Kocci

I vescovi siciliani contro gli «stipendi d’oro» della Regione Sicilia.

La polemica contro la decadenza, dal primo gennaio 2018 (come del resto per il Senato della Repubblica, a cui sono agganciati gli stipendi siciliani), del tetto massimo di 240mila euro annui per i salari di assessori regionali, deputati dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) e grandi burocrati della Regione – rivendicata con forza dal presidente dell’Ars, Gianfranco Micciché (Forza Italia) – era partita da don Cosimo Scordato e dalla Comunità di san Francesco Saverio all’Albergheria di Palermo (v. Adista Notizie n. 1/18). Ora viene fatta propria dai massimi vertici della gerarchia ecclesiastica dell’isola, ovvero la Conferenza episcopale siciliana che, al termine della propria sessione invernale – presieduta  da  mons.  Salvatore  Gristina, arcivescovo  di  Catania –, nel comunicato finale ufficiale, ha fatto esplicito riferimento alla questione stipendi. «I vescovi – si legge nella nota –,  attenti  ascoltatori  del  grido  dei  poveri, manifestano convinta condivisione alla denuncia di quanti, anche presbiteri, hanno evidenziato la distanza tra il sentire della nostra gente e le prospettive di chi è interessato a  salvaguardare i privilegi economici di pochi burocrati, a discapito di chi non ha un livello di vita dignitoso». Concetto rinforzato dal vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero: «La gente è stanca di sapere che ci sono fasce elitarie e privilegiate che guadagnano in un anno quanto fasce più povere non arrivano a guadagnare in una vita».

Poche righe, ma emanate da una voce autorevole – quella della Conferenza episcopale sicula – che rilanciano quanto già denunciato da don Scordato. «Caro onorevole Miccichè, abbiamo apprezzato il discorso pronunziato nel giorno del suo insediamento a presidente dell’Assemblea regionale, soprattutto condividiamo con lei il desiderio di una Sicilia bellissima, per sviluppo e trasparenza», scriveva don Scordato nella sua lettera aperta diffusa immediatamente prima di Natale. «Ma ci risulta fortemente imbarazzante il passaggio nel quale lei afferma: “Sono assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti, ma da tempo il mondo ha dichiarato fallito il marxismo: non tutti gli stipendi possono essere uguali, non tutto il lavoro è uguale”; sottintendendo che va data rilevanza a meriti e responsabilità diversi. Avremmo preferito focalizzare l’attenzione sui bisogni e i diritti fondamentali di tutti i siciliani, senza dare precedenza a quelli acquisiti dal personale regionale». «Cosa possiamo rispondere – chiedeva don  Scordato – a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600 e 800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di mille euro (o spesso anche di meno!); ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100mila ai 400mila euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa».

I conti che evidenziano la sperequazione li ha fatti Gian Antonio Stella insieme a Giacinto Pipitone (Corriere della Sera, 24/1). «Se un dipendente della White House (Casa bianca, la residenza ufficiale del presidente Usa, n.d.r.) guadagna mediamente 89.000 dollari l’anno (72.497 euro al cambio di oggi) cioè solo il 35% in più del reddito d’un americano medio, il suo collega all’Assemblea regionale siciliana di euro ne incassa in media 146.500. Che come dicevamo non soltanto è il doppio di quanto Donald Trump paghi mediamente i suoi collaboratori ma il decuplo del reddito pro capite (14.174) di un siciliano delle province più povere come Enna o Agrigento. Il decuplo!». E ancora: «Ridotto da decine di prepensionamenti e pensionamenti a 180 dipendenti di ruolo, il personale del Palazzo dei Normanni, pesa sul bilancio dell’Ars per 26.370.000 euro. Poco meno di quanto pesino su quello della Casa Bianca le 377 persone che mandano avanti quello che è considerato il palazzo del potere per eccellenza: 30.628.312 euro».

I gesuiti stroncano M5S, Lega e Fdi. E votano per le larghe intese

2 febbraio 2018

“il manifesto”
2 febbraio 2018

Luca Kocci

I gesuiti di Civiltà Cattolica votano per le larghe intese, magari con un Gentiloni bis che possa proseguire il lavoro svolto dal suo governo.

La preferenza – esplicita per una grande coalizione dei moderati Pd-Forza Italia, implicita per Gentiloni premier – emerge da un articolo di padre Francesco Occhetta sul fascicolo, in uscita domani, del quindicinale dei gesuiti diretto da padre Antonio Spadaro (ascoltatissimo consigliere di papa Francesco), le cui bozze, prima di andare in stampa, vengono lette e talvolta corrette dalla Segreteria di Stato vaticana.

Se la scelta per le larghe intese è chiara, altrettanto chiaro è chi i gesuiti di Civiltà Cattolica invitano a non votare, alla luce dei principi e dei valori della Costituzione («il faro nelle notti della Repubblica»): Movimento 5 stelle e destre di Meloni e Salvini.

Il parlamentare eletto, scrive il notista politico di Civiltà Cattolica, deve essere libero di agire «senza vincolo di mandato», come del resto prevede la Costituzione all’articolo 67. Quindi «se ci sono partiti le cui regole interne impongono un controllo sui loro deputati, è difficile pensare che governeranno con metodi democratici. La storia ci insegna a vigilare». L’attacco al partito-movimento guidato da Di Maio è durissimo. «Non rientrano nel dettato costituzionale le forze politiche che negano il pluralismo e le minoranze interne, esaltano il nazionalismo per separarsi – è qui il bersaglio sembra essere piuttosto la destra identitaria –, utilizzano i dati dei loro iscritti e sono promotrici di forme demagogiche di democrazia diretta». Occhetta liquida in due righe anche un altro dogma pentastellato: «per amministrare occorrono non solo onestà ma competenze specifiche». E aggiunge che di un candidato non conta lo «storytelling» ma l’«affidabilità» e l’«esperienza amministrativa».

L’invito è a «valutare le coalizioni di governo più che le coalizioni elettorali», sgombrando il campo da «tre illusioni ottiche» da campagna elettorale: «credere che il centro-destra sia coalizzato e unito» (in caso di vittoria sarebbe «molto sbilanciato sulle forze politiche di destra coordinate dalla Meloni e Salvini»); credere «che il M5S sia omogeneo e compatto»; pensare «che la sinistra sia moderna dopo la frammentazione interna». Quindi, conclude Civiltà Cattolica, «l’ultima possibilità è quella di una coalizione di coesione sociale sostenuta dall’area moderata di larghe intese, che garantirebbe anche una cultura istituzionale e più sovranità europea».

Ma a chi la guida del governo? Non a Renzi e Berlusconi, che potrebbero essere i «garanti, ma non i protagonisti, di un’operazione politica più larga». E allora perché non di nuovo Gentiloni? «Chiude il suo mandato con 65.000 occupati in più», con «il reddito d’inclusione, l’equilibrio dei conti pubblici, la difficile gestione dell’immigrazione e il G7 con il rilancio del progetto europeo. Ma ancora molto rimane da fare». Non una dichiarazione di voto, ma quasi.

Elezioni: indicazioni bipartisan dal consiglio permanente della Cei

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Dalla prolusione del presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, al Consiglio episcopale permanente (22-24 gennaio), a poco più di un mese dalle elezioni politiche, una “indicazione di voto” sembra chiara: i cattolici non possono sostenere forze politiche che strizzano l’occhio alla xenofobia e al razzismo. «Quest’anno ci ricorda una pagina buia della storia del nostro Paese: le leggi razziali del 1938», ha detto Bassetti. «Bisogna reagire a una cultura della paura che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente». Non la nomina, ma è evidente il riferimento alla Lega di Matteo Salvini, viste le recentissime esternazioni di Attilio Fontana (Lega), candidato presidente della Lombardia per il centrodestra, che si è impegnato a difendere la «razza italiana».

Ma a parte questa chiara presa di posizione, la prolusione di Bassetti, per quanto riguarda la prossima scadenza elettorale, ha camminato a 360 gradi. Il cardinale ha cominciato con un appello generico e “alto” a «ricostruire», non solo le case distrutte dal terremoto («non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto») ma «il Paese»; ad «unire» e «ricucire la società italiana»; a «pacificare» un Paese «segnato da un clima di rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive». E con l’invito a «superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare» al voto.

Quindi è entrato nel merito. Politiche per il lavoro: «creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo», riassunte dallo slogan «lavorare meglio, lavorare tutti». E lotta alla povertà, considerando che – Bassetti illustra i dati – oltre un milione e mezzo vivono una «condizione di povertà assoluta delle famiglie, con un aumento del 97% rispetto a dieci anni fa». E quando il presidente della Cei ha illustrato i temi più cari ai vescovi è diventato estremamente puntuale e circostanziato. Innanzitutto sostegno alla famiglia, traducendo in atti il «Patto per la natalità, presentato la scorsa settimana dal Forum delle associazioni familiari», ben accolto da «tutti gli esponenti di partito: chiediamo che alle dichiarazioni compiaciute segua la volontà concreta di porre le politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi in vista delle elezioni». Cosa chiede il Patto? «Serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti  alla  natalità». Poi finanziamenti per le scuole paritarie cattoliche, «ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza». Infine «difesa della vita», anche con alcuni rilievi critici mossi alla recente legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat, il testamento biologico), che nel comunicato finale del Consiglio permanente viene definita «ideologica e controversa, specie nel suo definire come terapia sanitaria l’idratazione e la nutrizione artificiale o nel non prevedere la possibilità di obiezione di coscienza da parte del medico».

Sono punti che sembrano contrapporre sinistra e destra (lavoro, povertà e migranti da una parte, famiglia, scuola cattolica e difesa della vita dall’altra) ma che per Bassetti identificano il «bene comune» e devono camminare insieme: «Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto. Un bambino nel grembo materno e un clochard, un migrante e una schiava della prostituzione hanno la stessa necessità di essere difesi nella loro incalpestabile dignità personale. E di essere liberati dalla schiavitù del commercio del corpo umano, dall’affermazione di una tecnoscienza pervasiva e dalla diffusione di una mentalità nichilista e consumista». Ha concluso in cardinale: «È auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione». Una chiamata alle “larghe intese” e alla “grande coalizione”? «No», ha smentito il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, nella conferenza stampa di fine Consiglio, quando è stato presentato il comunicato finale. «Non è un auspicio di una “grande coalizione” – ha spiegato Galantino –, ma un invito a superare le ideologie, perché non la facciano da padrone».

Non di sola politica si è parlato al Consiglio permanente. È stato definito il tema dell’Assemblea generale dei vescovi del prossimo 21-24 maggio: “Quale presenza ecclesiale nell’attuale contesto comunicativo”, in linea con la scansione degli Orientamenti pastorali del decennio. È stato stabilito di ridimensionare ulteriormente la prolusione del presidente – già questa è stata molto breve rispetto  quelle dei cardinali predecessori, Camillo Ruini e Angelo Bagnasco – valorizzando maggiormente il comunicato finale che conterrà la sintesi del pensiero di tutti i vescovi. Si è discusso del prossimo concorso per l’immissione in ruolo di cinquemila nuovi insegnanti di religione cattolica nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado che il ministero dell’Istruzione dovrebbe bandire entro il 2018 per rimpiazzare i docenti andati in pensione negli ultimi anni. Ed è stata decisa l’organizzazione, da parte della Cei – che insieme alla Comunità di sant’Egidio ha aperto un “corridoio umanitario” per i migranti, dopo quelli della Federazione delle Chiese evangeliche, sempre insieme a Sant’Egidio –, di un Incontro internazionale di riflessione e di spiritualità per la pace nel Mediterraneo, coinvolgendo i vescovi cattolici di rito latino e orientale dei Paesi che si affacciano sulle sponde del Mediterraneo. «L’incontro – si legge nel comunicato finale – intende collocarsi idealmente nel solco della visione profetica di Giorgio La Pira, che era solito definire il Mediterraneo come una sorta di “grande lago di Tiberiade”, come il mare che accomuna la «triplice famiglia di Abramo».

Pax Christi ai candidati alle elezioni: siete per il disarmo o no?

1 febbraio 2018

“Adista”
n. 4, 3 febbraio 2018

Luca Kocci

Cari candidato, cara candidata al Parlamento, sei a favore del disarmo e della riconversione dell’industria armiera oppure ritieni che produzione e commercio delle armi siano attività economiche da valorizzare e da implementare?

È questa la domanda che Pax Christi intende rivolgere ai partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche del 4 marzo. Dalle risposte che arriveranno – o che non arriveranno – si potranno ricevere preziose indicazioni di voto.

Il punto di partenza sono le parole pronunciate da papa Francesco al Cairo, in Egitto, lo scorso 28 aprile 2017: «Per prevenire i conflitti ed edificare la pace (…) è fondamentale bloccare i flussi di denaro e di armi verso chi fomenta la violenza. Ancora più alla radice, è necessario arrestare la proliferazione di armi che, se vengono prodotte e commerciate, prima o poi verranno pure utilizzate. Solo rendendo trasparenti le torbide manovre che alimentano il cancro della guerra se ne possono prevenire le cause reali».

È sulla base di questo appello che il Consiglio nazionale di Pax Christi, riunitosi alla Casa della pace di  Firenze il 20 e 21 gennaio, a Firenze ha discusso ed approvato un documento da sottoporre a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni politiche, ai quali sarà chiesto di esprimersi pubblicamente in merito.

Agli aspiranti deputati e senatori si chiede in particolare che l’Italia aderisca al trattato delle Nazioni Unite per la messa al bando delle armi nucleari; la sospensione della partecipazione italiana al programma di produzione ed acquisto dei caccia bombardieri F35, capaci di portare e di guidare da remoto le nuovissime bombe atomiche B61-12; la riconversione sociale delle spese militari e dell’industria bellica, a partire dalla Rwm di Domusnovas in Sardegna, che produce le bombe vendute all’Arabia Saudita e da essa usate sulla inerme popolazione yemenita. Si chiede inoltre la rigorosa applicazione delle legge 185/90 sul commercio delle armi ed il ritiro delle truppe italiane dalle missioni internazionali svolte al di fuori delle risoluzioni dell’Onu, a cominciare dall’ultima appena approvata, quella in Niger.

Nelle prossime settimane, quando arriveranno le risposte, si capirà meglio l’orientamento dei candidati. Intanto, qualche che sarà il nuovo Parlamento che uscirà dalle urne del 4 marzo, il Consiglio nazionale di Pax Christi «auspica che possa continuare e crescere l’impegno di un gruppo interparlamentare per la pace che promuova anche azioni di pressione per far uscire l’Italia dalla Nato, per una riforma dell’Europa ed un rafforzamento dell’Onu al fine di garantire la pace e la giustizia nel rispetto del diritto internazionale».

Cei contro Lega: «I discorsi sulla razza li credevamo sepolti»

23 gennaio 2018

“il manifesto”
23 gennaio 2018

Luca Kocci

Sostegno alla natalità e alla famiglia, soldi alla scuola cattolica, difesa della vita. Lotta alla povertà, alla disoccupazione e al lavoro precario, accoglienza dei migranti. È il programma elettorale della Conferenza episcopale italiana presentato ieri dal cardinal Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, nella prolusione di apertura al Consiglio episcopale permanente. Con la precisazione che «la Chiesa non è un partito e non stringe accordi con alcun soggetto politico», «dialoga» ma «non negozia». Si limita ad elencare le proprie priorità, saranno le forze politiche ad accoglierle o meno. Ben sapendo che, in un sistema in cui nessun partito può autoproclamarsi cattolico con la benedizione delle gerarchie ecclesiastiche, tenteranno un po’ tutti di adeguarsi in parte, per ricevere quanto meno un placet.

Ce n’è per tutti, a destra e a manca.

Si parte con un appello generico e alto a «ricostruire», non solo le case distrutte dal terremoto («non possiamo dimenticare quelle migliaia di persone che hanno perso tutto») ma «il Paese»; ad «unire» e «ricucire la società italiana»; a «pacificare» un Paese «segnato da un clima di rancore sociale», alimentato da una complessa congiuntura economica, da una diffusa precarietà lavorativa e dall’emergere di paure collettive». E con l’invito a «superare ogni motivo di sfiducia e di disaffezione per partecipare» al voto.

Si prosegue con un severo richiamo alla destra di Salvini, non nominata ma chiaramente identificata, grazie alle recenti esternazioni di Attilio Fontana (Lega), candidato presidente della Lombardia per il centrodestra, sulla difesa della «razza italiana». «Quest’anno ci ricorda una pagina buia della storia del nostro Paese: le leggi razziali del 1938», dice Bassetti. «Bisogna reagire a una cultura della paura che, seppur in taluni casi comprensibile, non può mai tramutarsi in xenofobia o addirittura evocare discorsi sulla razza che pensavamo fossero sepolti definitivamente». La conseguenza pare chiara: fede cattolica e voto alla destra xenofoba di Salvini (e degli altri che in questi giorni hanno appoggiato Fontana) sono incompatibili.

Quindi si entra nel merito. Politiche per il lavoro: «creare lavoro, combattere la precarietà e rendere compatibile il tempo di lavoro con il tempo degli affetti e del riposo», riassunte dallo slogan – un po’ populista – «lavorare meglio, lavorare tutti». E lotta alla povertà, considerando che – Bassetti illustra i dati – oltre un milione e mezzo vivono una «condizione di povertà assoluta delle famiglie, con un aumento del 97% rispetto a dieci anni fa».

Quando poi il presidente della Cei illustra i temi più cari ai vescovi (i vecchi e mai abbandonati “principi non negoziabili” di Ratzinger, Ruini, Bagnasco) diventa estremamente puntuale e circostanziato. Innanzitutto sostegno alla famiglia, traducendo in atti il «Patto per la natalità, presentato la scorsa settimana dal Forum delle associazioni familiari», ben accolto da «tutti gli esponenti di partito: chiediamo che alle dichiarazioni compiaciute segua la volontà concreta di porre le politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi in vista delle elezioni». Cosa chiede il Patto? «Serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti  alla  natalità». Poi finanziamenti per le scuole paritarie cattoliche, «ancora in attesa dell’adempimento di promesse relative a sostegni doverosi, da cui dipende la loro stessa sopravvivenza». Infine «difesa della vita», con la richiesta di alcune correzioni alla recente legge sulle Dat (testamento biologico), come la «salvaguardia dell’obiezione di coscienza».

Sono punti che sembrano contrapporre sinistra e destra (lavoro, povertà e migranti da una parte, famiglia, scuola cattolica e difesa della vita dall’altra) ma che per Bassetti identificano il «bene comune» e devono camminare insieme: «Non è in alcun modo giustificabile chiudere gli occhi su un aspetto e considerare una parte come il tutto». Quasi una chiamata alle “larghe intese”: «È auspicabile l’impegno di tutte le persone di buona volontà, chiamate a superare le pur giustificate differenze ideologiche per raggiungere una reale collaborazione».

L’abbazia di Trisulti, dai monaci certosini ai teocon?

22 gennaio 2018

“Adista”
n. 2, 20 gennaio 2018

Luca Kocci

Dai monaci certosini (che la occuparono dal XIII secolo al 1947) e cistercensi ai teocon anglosassoni. Potrebbe essere questa la fine che farà la Certosa di Trisulti, l’antica abbazia costruita in Ciociaria (nel frusinate) nel 1204 per volontà di papa Innocenzo III, al secolo Lotario dei conti di Segni, ciociaro anche lui. I cistercensi – che lì vicino gestiscono anche l’abbazia di Casamari – per problemi economici hanno infatti “restituito” la Certosa al ministero per i Beni culturali. Il dicastero guidato dal ministro Dario Franceschini, nell’ottobre 2016, ha pubblicato un bando per l’assegnazione di tredici beni (fra cui appunto Trisulti), e l’assocazione Dignitatis Humanae Institute (Dhi) si è aggiudicata la Certosa. Anche se qualcuno sostiene che non possiede i requisiti, e quindi la gara potrebbe anche essere annullata.

Sulla matrice integralista e teocon di Dhi non vi sono dubbi. È un’associazione che ha come propria mission «la difesa delle fondamenta giudaico-cristiane della civiltà occidentale »; sul proprio sito internet compare in bella evidenza il volto di Steve Bannon (ex-consigliere del presidente Usa Donald Trump); il suo fondatore e leader è Benjamin Harnwell, conservatore britannico e grande amico di Bannon, ma anche dei “nostri” Rocco Buttiglione e Luca Volonté, rispettivamente “padre fondatore” (founding patron) e “direttore” (chairman) di  Dhi; nel comitato consultivo (advisory board) dell’associazione siedono cardinali ultraconservatori come Francis Arinze, Walter Brandmueller, Raymond Burke (presidente), Malcom Ranjith, Robert Sarah, Angelo Scola ed Elio Sgreccia. Già nel 2015 Dhi tentò di accaparrarsi la Certosa di Trisulti. Il suo presidente onorario, card. Raffaele Martino, dopo aver incassato l’appoggio di p. Silvestro Buttarazzi (abate di Casamari) e di mons. Lorenzo Loppa (vescovo di Anagni-Alatri, la diocesi in cui ricade Trisulti), scrisse direttamente a papa Francesco, chiedendogli di intercedere presso Franceschini, affinché la assegnasse a Dhi, in spregio a qualsiasi briciola di laicità dello Stato e legalità delle procedure. «La decisione dell’assegnazione formale al nuovo ente che subentrerà nella Certosa alla Congregazione Cistercense di Casamari spetta all’onorevole Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali della Repubblica italiana – si legge nella lettera di Martino al papa –. Ciononostante, i restanti tre monaci della Certosa di Trisulti si sono, in modo insolito, rivolti direttamente a lei, santo padre, chiedendole di indicare una comunità che prenderà il loro posto quando se ne andranno. Alla luce di questo appello inatteso, vorremmo accelerare la procedura di assegnazione e poiché lei è stato pubblicamente coinvolto, le chiedo di pronunciarsi, qualora decidesse di farlo, a favore della candidatura del Dhi. In risposta a questo appello pubblico, santità, Le chiedo umilmente che il cardinale segretario di Stato (Pietro Parolin, ndr) scriva, a suo nome, al ministro Dario Franceschini, comunicandogli che è suo desiderio che la Certosa di Trisulti passi all’Istituto Dignitatis Humanae». Il pontefice, a quanto se ne sa, nemmeno rispose.

Ce l’ha fatta ora, vincendo il bando del ministero dei Beni culturali e ottenendo la Certosa di Trisulti, per un canone che dovrebbe aggirarsi intorno ai centomila euro l’anno.

Ma, sostiene Daniela Bianchi, consigliera regionale e vice-presidente della commissione Cultura alla Pisana (Pd, poi passata a Sel), che a sua volta, intorno a Natale, ha scritto a Franceschini per dirgli che Dhi ha finalità e valori non del tutto chiari. E contestano l’assegnazione anche alcune associazioni culturali ciociare. I criteri utilizzati dal ministero per la concessione della Certosa lasciano alcuni dubbi, denunciano al Venerdì di Repubblica (che alla Certosa di Trisulti ha dedicato un’inchiesta, 22/12/17). Tra i requisiti previsti ci sono «un’esperienza almeno quinquennale nella tutela e valorizzazione del patrimonio culturale» e «la gestione negli ultimi cinque anni di almeno un bene culturale». Unica rivale di Dhi è stata l’Accademia nazionale delle arti, però non ammessa alla valutazione finale della commissione per errori nella presentazione dei documenti richiesti. Dignitatis Humanae invece ha vinto il bando nonostante non sembri avere esperienza nella gestione del patrimonio culturale. Secondo Harnwell, la sua associazione rispetterebbe in pieno il primo requisito «attraverso la promozione del Vangelo nella società cattolica italiana». Mentre il secondo sarebbe garantito «grazie alla gestione del piccolo museo monastico di Civita». Si tratta di un’ala del monastero abbandonato di San Nicola, affidata ad Harnwell nel 2015 sempre dall’abate di Casamari insieme ad alcuni oggetti appartenuti alle antiche comunità monastiche di Trisulti, che vi sono attualmente stipati. Gli abitanti di Civita (Fr) sostengono però che il museo non avrebbe mai aperto al pubblico, come conferma anche Francesca Casinelli, responsabile di Cicerone, il centro visite guidate del Lazio: «Mi risulta che il museo sia ancora in allestimento, certo è che le nostre guide non hanno mai portato nessuno a visitarlo». Anche secondo Luciano Rea, presidente di Ciociaria Turismo, «il museo di Civita è ancora un progetto in itinere, o almeno, noi non abbiamo mai organizzato visite al suo interno».

Comunque, se non vi saranno ripensamenti – piuttosto improbabili –, la Certosa verrà trasformata nella sede di un’associazione cattolica integralista, fortemente impegnata in ambito politico, che mostra di avere progetti ambiziosi, come spiega lo stesso card. Martino: «Accogliere un centinaio di giovani provenienti da ogni parte del mondo che vogliono, per un anno, offrirsi a Dio secondo la visione proposta dell’Istituto, pregando insieme e condividendo una vita fraterna in comunità; e, Deo volente, vorremmo che da tale gruppo sorgesse presto una comunità religiosa. Organizzare corsi residenziali di direzione spirituale e di formazione, compresi seminari e ritiri, per coloro che operano nell’ambito politico. Collaborare con una rete ampia di altre organizzazioni internazionali che hanno, come noi, la missione speciale di lavorare con i giovani. Organizzare degli incontri con giovani che provengono da diversi Paesi, sul tema della dignità umana».

Don Cosimo Scordato: «Perché aumentare gli stipendi dei consiglieri regionali siciliani?»

13 gennaio 2018

“Adista”
n. 1, 13 gennaio 2018

Luca Kocci

Botta e risposta fra don Cosimo Scordato, docente alla Facoltà teologica di Sicilia e rettore della chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria (Palermo) dove anima una vivace comunità cristiana, e Gianfranco Micciché (Forza Italia), presidente dell’Assemblea regionale siciliana (Ars) da poco eletta. Tema del confronto, o dello scontro: gli stipendi dei deputati dell’Ars per i quali – come del resto anche per quelli dei senatori della Repubblica – dal primo gennaio 2018 è decaduto il tetto massimo di 240mila euro annui. Una norma che Micciché difende e anzi rivendica. E che invece don Scordato critica, in nome della giustizia sociale e della dignità della politica.

«Caro onorevole Miccichè, abbiamo apprezzato il discorso pronunziato nel giorno del suo insediamento a presidente dell’Assemblea regionale, soprattutto condividiamo con lei il desiderio di una Sicilia bellissima, per sviluppo e trasparenza», scrive don Scordato in una lettera aperta diffusa immediatamente prima di Natale. «Ma ci risulta fortemente imbarazzante – prosegue – il passaggio nel quale lei afferma: “Sono assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti, ma da tempo il mondo ha dichiarato fallito il marxismo: non tutti gli stipendi possono essere uguali, non tutto il lavoro è uguale”; sottintendendo che va data rilevanza a meriti e responsabilità diversi».

Continua il prete dell’Albergheria: «Avremmo preferito focalizzare l’attenzione sui bisogni e i diritti fondamentali di tutti i siciliani, senza dare precedenza a quelli acquisiti dal personale regionale»; e comunque, «se proprio vogliamo parlare di merito, ci chiediamo quale merito ha maturato l’amministrazione regionale (governo e Parlamento siciliano) nella sua storia: la Sicilia è tra le ultime regioni per il livello di occupazione e per la qualità delle infrastrutture (ferrovie, strade, collegamenti…), con la pesante compromissione del turismo; presenta gravi inefficienze nel servizio ospedaliero (con particolari criticità nei pronto soccorso), spingendo molta gente a cercare cure fuori dall’isola; bassi sono i risultati conseguiti nella qualità della vita, tanto più che in diverse città ancora oggi non si riesce a risolvere il problema della raccolta dei rifiuti». Tanto che, ammonisce Scordato, «dovremmo parlare di demerito e addirittura, ma è solo una provocazione, dovremmo parlare di restituzione di stipendi e di premi assegnati».

Inoltre, aggiunge, «è proprio vero che nei posti di responsabilità le persone siano state scelte per competenza e professionalità, e non per appartenenza clientelare, mentre tanti giovani plurilaureati, per farsi apprezzare devono andare fuori dalla Sicilia?». Ma se vogliamo parlare davvero di merito, «c’è la difficoltà di scegliere a chi dare la precedenza; pensiamo allo stuolo di insegnanti che giorno dopo giorno (soprattutto nei quartieri popolari) si trovano a portare avanti i ragazzi in mezzo a tante difficoltà e qualche volta con rischio personale; pensiamo a tutte le persone impegnate in lavori umili e anonimi, dalla pulizia delle strade alla guida degli autobus, a tante persone che fanno i turni di notte; pensiamo al personale ospedaliero che, spesso in condizioni veramente precarie, porta avanti la responsabilità di salvaguardare la vita dei malati; pensiamo agli stessi impiegati del servizio pubblico che dietro gli sportelli debbono far fronte alle esigenze della gente; e come non ricordare i piccoli e medi imprenditori che, spesso schiacciati dalle tasse e da una concorrenza spietata, sono costretti ad abbassare la saracinesca vivendo tristemente in solitudine personale e familiare la propria sconfitta».

Gli stipendi sono già fortemente squilibrati, il venir meno del tetto aumenterà ancora di più la forbice, spiega don Scordato. «Cosa possiamo rispondere a tanti anziani che vivono con una pensione tra 600 e 800 euro; a tanti giovani dei call center che si debbono accontentare di mille euro (o spesso anche di meno!); ai lavoratori comuni che debbono sbarcare il lunario con 1.200 euro mensili quando a certi impiegati pubblici e alla stessa classe politica vengono garantiti dai 100mila ai 400mila euro l’anno? Non sarebbe giusto che ci fosse una certa eguaglianza/perequazione (o almeno una distanza minima) tra gli stipendi? Quel passaggio del suo discorso fa insinuare in noi il sospetto che tante volte la classe politica e l’alta burocrazia (nonostante la buona volontà di alcuni singoli) non sembra promuovere il bene comune e in comune tra tutti i cittadini; piuttosto, sembra promuovere prevalentemente se stessa».

Non si fa attendere la risposta di Miccichè, che sottolinea con puntiglio la «legalità» dell’atto, perché appunto previsto dalla legge.

E allora «cambiate la legge con la quale siete agganciati agli stipendi del Senato» la replica di don Scordato. «Ci sembra che parlare di legalità diventi comodo mentre in verità si sta andando contro la giustizia, ovvero secondo il criterio di una equità, quella condizione che deve far sentire uguali o almeno vicini i cittadini tra di loro, anche a partire dalla vicinanza dei loro stipendi. Dovreste essere ben contenti di percepire cifre che valgono dieci volte tanto lo stipendio medio di un lavoratore anche laureato, e venti volte tanto le grame pensioni di tanta povera gente!».

Oltre che un’evidente misura di equità sociale, il ridimensionamento – o quanto meno il non innalzamento – degli stipendi, secondo Scordato sarebbe un gesto anche per tentare di riscattare la classe politica, «considerata sempre più come una casta separata dalla gente, rispetto alla quale ormai i cittadini nutrono un atteggiamento di rifiuto se non proprio di disgusto. Siamo convinti che l’assenteismo dalle votazioni sia il sintomo grave della distanza siderale che separa coloro che percepiscono stipendi d’oro e la gente comune in condizioni di vita, se non proprio di sopravvivenza o addirittura di morte (ricordiamo con tristezza e amarezza i gravissimi casi di clochard morti di freddo negli ultimi giorni per strada, a Palermo). Vorremmo riscattare il vostro buon nome dinanzi alla collettività, tenuto conto della bassa considerazione espressa nei vostri confronti nei discorsi quotidiani; certamente ne guadagnereste non in soldi ma in stima da parte della gente».

Focolari sulle prossime elezioni: la dignità della persona sia il faro dell’impegno politico

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

A pochi mesi dalle elezioni politiche (forse il prossimo 4 marzo?), il Movimento dei Focolari invita cittadini e cattolici alla «partecipazione attiva e consapevole al voto e all’impegno diretto in campo sociale e politico».

Nessuna indicazione di voto da parte del movimento fondato da Chiara Lubich – anzi la precisazione preventiva che «chi si candida o si impegna come militante di un partito lo fa a titolo personale come espressione della propria libertà di coscienza e non a nome del Movimento dei Focolari» – ma, rilanciando le parole pronunciate da papa Francesco nello scorso mese di giugno in occasione del suo pellegrinaggio a Bozzolo (Mn) sulla tomba di don Primo Mazzolari (v. Adista Notizie nn. 17 e 24/17), il forte invito, tanto più pressante in tempi di antipolitica e di astensionismo (come hanno dimostrato platealmente le ultime elezioni amministrative con una percentuale di votanti che, in qualche caso, è scesa al trenta per cento) , ad «abbandonare ogni forma di spiritualismo o di chiusura in ambiti separati, vincendo, così, la tentazione di stare “alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani” accontentandosi “di criticare, di descrivere con compiacimento amaro e altezzoso gli errori del mondo intorno”».

E se il Movimento politico per l’unità (soggetto politico laico di cittadinanza attiva, espressione del Movimento dei Focolari) non formula, ovviamente, preferenze partitiche, individua tuttavia dei criteri di orientamento in vista del voto e, più in generale, dell’impegno politico. È «decisivo – si legge nella nota dei Focolari – il criterio della responsabilità personale nel saper declinare, in modo credibile, alcuni punti fermi come, ad esempio, la centralità della persona umana in ogni fase della sua esistenza, la cura dell’ambiente coma casa comune, l’accoglienza verso tutti, la promozione della vita e il ripudio della guerra, l’opzione verso gli ultimi e le periferie. Non ci si può esentare da questa scelta politica di nonviolenza attiva da esercitare secondo coscienza e maturità personale».

Per i cattolici poi, «sono di ispirazione le parole del presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinal Gualtiero Bassetti, che invita a non prestarsi alla divisione tra quelli del sociale e quelli della vita perché “non ci si può prendere cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici”».

Leghisti e pseudo-cattolici identitari dei “principi non negoziabili” sono avvisati