Archive for the ‘chiesa e politica’ Category

Quella sul biotestamento è una legge «equilibrata». I gesuiti di “Aggiornamenti sociali” a favore delle Dat

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

«Pur suscettibile di miglioramenti, l’approvazione del progetto di legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) dovrebbe essere considerata un passo avanti». Il gruppo di studio sulla bioetica di Aggiornamenti Sociali – il mensile dei gesuiti del Centro San Fedele di Milano – esprime una valutazione positiva sul “testamento biologico” ed incoraggia il Senato ad approvare la legge che ha già incassato il consenso della Camera dei deputati.

Il testo approvato dalla Camera contiene «numerosi elementi positivi» e rappresenta «un punto di mediazione sufficientemente equilibrato da poter essere condiviso», si legge nella nota di Aggiornamenti Sociali redatta dagli autorevoli componenti del gruppo di studio sulla bioetica: don Maurizio Chiodi (teologo della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano e neo-componente della Pontificia accademia per la vita), Alberto Giannini (responsabile della Terapia intensiva pediatrica al Policlinico di Milano), don Pier Davide Guenzi (docente di Teologia morale alla Facoltà teologica di Milano), Mario Picozzi (medico legale), Massimo Reichlin (filosofo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano), p. Giacomo Costa e Paolo Foglizzo (rispettivamente direttore e redattore di Aggiornamenti Sociali). «Le questioni legate alla fine della vita suscitano accesi contrasti nella nostra società, abitata da un forte pluralismo morale – si legge –. Il progetto di legge promuove la consapevolezza della complessità delle questioni, afferma il principio del consenso ai trattamenti e il rifiuto di ogni irragionevole ostinazione terapeutica, imposta una relazione tra medico e paziente centrata sulla pianificazione anticipata delle cure, non presta il fianco a derive nella direzione dell’eutanasia».

Il dibattito è spinoso e divide il mondo cattolico, perché «mette in luce grandi questioni umane, etiche e culturali, la cui densità coinvolge credenti e non credenti, in un processo di dialogo e apprendimento reciproco», scrive Aggiornamenti Sociali. «Affrontando la questione delle Dat, come società ci misuriamo con l’inquietudine dell’esperienza del morire e di una tecnologia medica capace di mantenere sospeso il momento del trapasso senza restituire la salute». Premesso che «la sfida sta nel custodire le relazioni fino all’ultimo, anche nel caso della perdita di coscienza», tuttavia «uno Stato democratico è composto di cittadini impegnati a rispettare le differenti etiche, visioni del mondo e religioni, in un contesto di reciproca inclusione e sincera ospitalità, senza che una pretenda di imporsi sulle altre». E da questo punto di vista, la legge in discussione al Parlamento costituisce «un punto di mediazione equilibrato». Infatti, si legge sulla rivista dei gesuiti milanesi, il testo «sembra assumere un orientamento che supera il tradizionale paternalismo, senza cadere negli eccessi di una autonomia assoluta, ma promuovendo l’efficacia della relazione di cura grazie a scelte condivise».

Ad esempio sul versante della «pianificazione delle cure», che si verifica «quando il paziente soffre di una patologia cronica, caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, di cui ha piena consapevolezza». In questo caso, si legge nella nota, «egli condivide con il medico che lo sta curando quali trattamenti siano coerenti con il suo progetto di vita e siano da attuare quando non sia più in grado di esprimersi, coinvolgendo se lo desidera i familiari».

Ma le Dat possono ovviamente essere redatte da un cittadino anche quando non è malato e al di fuori della relazione con il medico, in previsione di una sua eventuale definitiva incapacità di esprimere la propria volontà. È questo il punto centrale del cosiddetto “testamento biologico”, che gli consente «di vedere riconosciute le proprie preferenze di cura, così che l’équipe curante possa definire in modo più preciso il beneficio per il paziente all’interno del quadro clinico oggettivo». Naturalmente «non possono prevedere tutti i possibili casi particolari» ed è «necessario interpretarle alla luce delle effettive condizioni cliniche del paziente e delle terapie disponibili». Ma, precisa Aggiornamenti Sociali, «in caso di definitiva incapacità decisionale, esse rappresentano il riferimento prioritario di valutazione: il loro valore, infatti, pur non vincolante l’atto medico in senso assoluto, non può ritenersi meramente orientativo».

Anche sul punto più controverso della legge, la posizione di Aggiornamenti Sociali è chiara: nutrizione e idratazione artificiali (Nia) sono trattamenti medici, e come tali possono essere rifiutati. «Nella riflessione cattolica – si legge – si è spesso affermato che questi mezzi sono sempre doverosi; in realtà, la Nia è un intervento medico e tecnico e come tale non sfugge al giudizio di proporzionalità. Né si può escludere che talvolta essa non sia più in grado di raggiungere lo scopo di procurare nutrimento al paziente o di lenirne le sofferenze. Il primo caso può verificarsi nella malattia oncologica terminale; il secondo in uno stato vegetativo che si prolunga indefinitamente, qualora il paziente abbia in precedenza dichiarato tale prospettiva non accettabile. Poiché non si può escludere che in casi come questi la Nia divenga un trattamento sproporzionato, la sua inclusione fra i trattamenti rifiutabili è corretta».

Francesco e Sergio, perfetta letizia

11 giugno 2017

“il manifesto”
11 giugno 2017

Luca Kocci

Lavoro, migranti, collaborazione Stato-Chiesa. Sono stati i principali temi affrontati ieri nell’incontro fra Mattarella e papa Francesco, che si è recato al Quirinale per ricambiare la visita che il presidente della Repubblica gli aveva fatto in Vaticano nel 2015.

È la seconda volta di Francesco al Quirinale, dopo la prima nel 2013, quando sul Colle c’era Napolitano, e il sesto papa (da Pio XII in poi) a varcare la soglia di quella che fu la residenza di trenta pontefici fino al 1870, anno della presa di Roma.

La sintonia fra i due è totale, come emerso anche dalla consonanza sui temi, a cominciare dal lavoro. «Ribadisco l’appello a generare e accompagnare processi che diano luogo a nuove opportunità di lavoro dignitoso. Il disagio giovanile, le sacche di povertà, la difficoltà che i giovani incontrano nel formare una famiglia e nel mettere al mondo figli trovano un denominatore comune nell’insufficienza dell’offerta di lavoro, a volte talmente precario o poco retribuito da non consentire una seria progettualità», ha detto Francesco, richiamando quanto affermato all’Ilva di Genova: è necessario che «le risorse finanziarie siano poste al servizio di questo obiettivo», non «distolte e disperse in investimenti prevalentemente speculativi». Ha fatto eco Mattarella: «L’occupazione deve costituire il centro dell’esercizio delle responsabilità di istituzioni e forze sociali».

Poi i migranti. Il papa – e il presidente – ha ricordato l’accoglienza messa in atto dall’Italia, sollecitando un impegno comune: «È indispensabile e urgente che si sviluppi un’ampia e incisiva cooperazione internazionale».

Quindi la collaborazione Stato-Chiesa, «confermata» dal Concordato – hanno sottolineato entrambi –, nella separazione stabilita dalla Costituzione: una «laicità, non ostile e conflittuale, ma amichevole e collaborativa, seppure nella rigorosa distinzione delle competenze», ha detto Francesco (rimarca l’Osservatore romano di oggi: «Laicità amichevole e collaborativa»).

Da Mattarella un richiamo al «rispetto dell’ambiente», citando la Laudato si’ di Francesco e lanciando una stoccata a Trump: l’Accordo di Parigi sul clima «rappresenta un punto di partenza al quale non intendiamo abdicare». Da Francesco uno spot per la famiglia, prima di salutare duecento bambini giunti dalle zone terremotate del centro Italia e di tornare in Vaticano, dove sabato prossimo riceverà un altro leader europeo: Angela Merkel.

 

Bagno di tute blu per il papa a Genova

28 maggio 2017

“il manifesto”
28 maggio 2017

Luca Kocci

L’imprenditoria buona che crea lavoro dignitoso e quella «mercenaria» preoccupata solo del profitto. Il lavoro come «riscatto sociale» ma anche come arma di «ricatto». La ferita del lavoro nero, la piaga della disoccupazione. Il falso mito della «meritocrazia» usato come «legittimazione etica della disuguaglianza». Il lavoro «cattivo» che produce armi e violenta la natura.

È stato un discorso a 360 gradi sul tema del lavoro quello che ieri – mentre a Taormina era in corso il G7 su ambiente, economia e migrazioni – papa Francesco, in visita a Genova, ha tenuto all’Ilva di Cornigliano, rispondendo alle domande di quattro persone, accuratamente selezionate sulla base del principio dell’interclassismo, pilastro della Dottrina sociale della Chiesa: un imprenditore, una sindacalista, un operaio, una disoccupata.

«Non c’è buona economia senza buon imprenditore», ha detto Francesco. Ma «chi pensa di risolvere il problema della sua impresa licenziando la gente, non è un buon imprenditore, è un commerciante, oggi vende la sua gente, domani vende la propria dignità». È uno «speculatore», un «mercenario» che «usa azienda e lavoratori per fare profitto. Licenziare, chiudere, spostare l’azienda (delocalizzare, ndr) non gli crea alcun problema, perché lo speculatore usa, strumentalizza, “mangia” persone e mezzi per i suoi obiettivi di profitto». E «qualche volta – ha proseguito – il sistema politico sembra incoraggiare chi specula sul lavoro e non chi investe e crede nel lavoro».

Il papa ha dato ragione alla sindacalista, che ha parlato della necessità di rendere il lavoro «una forma concreta di riscatto sociale», e ha aggiunto il tema del lavoro usato come «ricatto», con un episodio che ha detto essergli stato raccontato da una ragazza a cui era stato proposto un lavoro da 10-11 ore al giorno per 800 euro al mese: «800 soltanto? 11 ore?. E lo speculatore, non era imprenditore, le ha detto: “Signorina, guardi dietro di lei la coda: se non le piace, se ne vada”. Questo non è riscatto ma ricatto!». Poi il «lavoro in nero», quello dei “caporali”, ma anche le forme apparentemente soft: «Un’altra persona – ha aggiunto Francesco – mi ha raccontato che ha lavoro, ma da settembre a giugno: viene licenziata a giugno, e ripresa a settembre». Non c’è bisogno di andare nei campi della Puglia, basta entrare in una scuola pubblica per verificare la normalità di tale prassi.

«La mancanza di lavoro è molto più del venir meno di una sorgente di reddito», è assenza di «dignità». Per questo, ha detto il papa, l’obiettivo «non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti! Perché senza lavoro per tutti non ci sarà dignità per tutti». Lo afferma il primo articolo della Costituzione, ha ricordato Francesco: «L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro». E allora «togliere il lavoro alla gente o sfruttare la gente con lavoro indegno o malpagato, è anticostituzionale».

«Competitività» e «meritocrazia», secondo il papa due «disvalori» da rimuovere. La prima perché mette i lavoratori in guerra gli uni contro gli altri («quando un’impresa crea scientificamente un sistema di incentivi individuali che mettono i lavoratori in competizione fra loro, magari nel breve periodo può ottenere qualche vantaggio, ma finisce presto per minare quel tessuto di fiducia che è l’anima di ogni organizzazione»). Con la seconda, «il nuovo capitalismo dà una veste morale alla diseguaglianza» («se due bambini nascono diversi per talenti o opportunità sociali ed economiche, il mondo economico leggerà i diversi talenti come merito, e li remunererà diversamente») e rende il povero «un demeritevole, e quindi un colpevole. E se la povertà è colpa del povero, i ricchi sono esonerati dal fare qualcosa».

La visita del papa è poi proseguita in cattedrale, dove ha incontrato i vescovi, i preti, i religiosi e le religiose («basta tratta delle novizie», ha ammonito, riferendosi alla shopping di vocazioni religiose femminili che molte congregazioni compiono nei Paesi poveri); poi i giovani, al santuario della Madonna della Guardia, dove è tornato sul tema dei migranti: «È normale che il Mediterraneo sia diventato un cimitero? È normale che tanti Paesi, non l’Italia che è tanto generosa, chiudano le porte a questa gente che fugge dalla fame e dalla guerra?». Pranzo con alcuni rifugiati, senza fissa dimora e detenuti, un saluto ai degenti dell’ospedale Gaslini, messa a piazzale Kennedy e, in serata, rientro in Vaticano.

Il sermone ai leader di papa Francesco: «Senza memoria»

25 marzo 2017

“il manifesto”
25 marzo 2017

Luca Kocci

Priva di memoria e lacerata dai populismi e dai particolarismi egoistici. È l’Europa secondo papa Francesco, così come l’ha mostrata ieri sera ai 27 capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione europea, ricevuti in Vaticano in occasione del sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma.

Rispetto alle precedenti due puntate del discorso del papa alle istituzioni europee – la prima con gli interventi al Parlamento europeo e al Consiglio d’Europa nel novembre 2014 a Strasburgo, la seconda per la consegna  del premio “Carlo Magno” nel maggio 2016 –, questa volta i toni sono più pacati, ma i contenuti chiari.

La memoria è il punto di partenza, e non poteva essere diversamente dal momento che i leader dell’Ue sono a Roma per commemorare un evento. Una memoria che «non può essere solo un viaggio nei ricordi» – «sarebbe infatti sterile se non servisse a indicarci un cammino» –, ma deve servire per affrontare «le sfide dell’oggi e del domani», ammonisce Francesco, secondo il quale «i nostri giorni» sembrano contraddistinti  da un «vuoto di memoria» che ha cancellato la «fatica» profusa per «far cadere» il muro che divideva l’Europa («quell’innaturale barriera dal Mar Baltico all’Adriatico»). «Laddove generazioni ambivano a veder cadere i segni di una forzata inimicizia, ora si discute di come lasciare fuori i “pericoli” del nostro tempo – ecco, secondo il papa, il simbolo del «vuoto di memoria» di oggi –: a partire dalla lunga colonna di donne, uomini e bambini, in fuga da guerra e povertà, che chiedono solo la possibilità di un avvenire per sé e per i propri cari». I leader europei ascoltano in silenzio.

Francesco fa riferimento alle radici cristiane dell’Europa – come fa del resto il premier italiano Gentiloni, nel saluto iniziale, associandole alle conquiste dell’Illuminismo –, ma senza insistere troppo, anzi parla della necessità di «edificare società autenticamente laiche, scevre da contrapposizioni ideologiche, nelle quali trovano ugualmente posto l’oriundo e l’autoctono, il credente e il non credente».

Insiste invece sulla «solidarietà», parola chiave dell’Europa da costruire, affinché i Trattati non rimangano «lettera morta». Una solidarietà «quanto mai necessaria oggi, davanti alle spinte centrifughe, come pure alla tentazione di ridurre gli ideali fondativi dell’Unione alle necessità produttive, economiche e finanziarie». Soprattutto, puntualizza il pontefice, una «solidarietà che è anche il più efficace antidoto ai moderni populismi» e che non deve rimanere «un buon proposito», ma un’azione politica, «caratterizzata da fatti e gesti concreti, che avvicinano al prossimo, in qualunque condizione si trovi. Al contrario, i populismi fioriscono proprio dall’egoismo, che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente di superare la limitatezza dei propri pensieri e “guardare oltre”».

È «alla politica che spetta tale leadership ideale, che eviti di far leva sulle emozioni per guadagnare consenso, ma piuttosto elabori, in uno spirito di solidarietà e sussidiarietà, politiche che facciano crescere tutta quanta l’Unione in uno sviluppo armonico, così che chi riesce a correre più in fretta possa tendere la mano a chi va più piano e chi fa più fatica sia teso a raggiungere chi è in testa». In un certo senso si tratta di una rilettura in chiave solidaristica dell’Europa “a due velocità”. Il premier greco Tsipras sembra annuire, la cancelliera tedesca Merkel ascolta immobile. «L’Europa – aggiunge Francesco – non è un insieme di regole da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire», e anche da questo deriva «la sensazione che sia in atto uno “scollamento affettivo” fra i cittadini e le Istituzioni europee, sovente percepite lontane e non attente alle diverse sensibilità che costituiscono l’Unione».

Oltre alla solidarietà, secondo il papa, il futuro di un’Europa, liberata dalla «paura di false sicurezze» e alleggerita da un benessere che sembra «averle tarpato le ali», risiede del «dialogo», nella «pace» e nello «sviluppo». «La sua storia è fortemente determinata dall’incontro con altri popoli e culture e la sua identità è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale», «non ci si può limitare a gestire la grave crisi migratoria di questi anni come fosse solo un problema numerico, economico o di sicurezza», prosegue il pontefice. «Lo sviluppo non è dato da un insieme di tecniche produttive. Esso riguarda tutto l’essere umano: la dignità del suo lavoro, condizioni di vita adeguate, la possibilità di accedere all’istruzione e alle necessarie cure mediche». «Non c’è vera pace – conclude – quando ci sono persone emarginate o costrette a vivere nella miseria. Non c’è pace laddove manca lavoro o la prospettiva di un salario dignitoso».

All’insegna della cordialità e (forse) del dissenso, il papa riceve i leader europei

24 marzo 2017

“il manifesto”
24 marzo 2017

Luca Kocci

Questa sera in Vaticano papa Francesco riceverà i capi di Stato e di governo dell’Unione europea appena arrivati in Italia per il sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, le cui celebrazioni si terranno domani, in una Roma più blindata che mai, dopo il nuovo allarme per l’attentato terroristico di Londra di due giorni fa.

L’incontro si svolgerà all’insegna della cordialità – come recitano sempre gli irenici comunicati della Santa sede relativi a queste udienze –, ma c’è da scommettere che papa Francesco non perderà l’occasione per richiamare i leader europei sui temi sociali che già in passato ha posto all’attenzione dei Paesi dell’Unione europea: i diritti umani e dei migranti, il lavoro, lo strapotere della finanza, il disarmo. Anche se non è escluso che, pur senza l’enfasi e i toni da crociata di papa Wojtyla e papa Ratzinger, sottolineerà anche la necessità della difesa della famiglia tradizionale e della vita che nasce (ovvero no all’aborto) e la «colonizzazione ideologica» della cultura del gender.

«Sogno un’Europa in cui essere migrante non è un delitto», invece quella che si vede oggi è un’Europa che costruisce attorno a sé «recinti» e «trincee», disse nel maggio 2016 ai leader europei accorsi in Vaticano per presenziare al conferimento al pontefice del premio “Carlo Magno”. In quell’occasione Francesco parlò un un’Europa che aveva smarrito i «grandi ideali» dei fondatori, «tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione». Il mese prima, in visita al campo profughi dell’isola di Lesbo, aveva ricordato che «l’Europa è la patria dei diritti umani, e chiunque metta piede in terra europea dovrebbe poterlo sperimentare». E al Parlamento europeo, a novembre 2014, era stato ancora più chiaro: «Non si può tollerare che il mar Mediterraneo diventi un grande cimitero!».

A Strasburgo Francesco aveva parlato anche di economia e lavoro, ammonendo gli europarlamentari a difendere il valore delle «democrazie», «evitando che la loro forza reale sia rimossa davanti alla pressione di interessi multinazionali non universali, che le indeboliscano e le trasformino in sistemi uniformanti di potere finanziario al servizio di imperi sconosciuti». E a salvaguardare il diritto al lavoro: «È tempo di favorire le politiche di occupazione, soprattutto è necessario ridare dignità al lavoro, garantendo adeguate condizioni per il suo svolgimento – disse agli europarlamentari –. Ciò implica, da un lato, reperire nuovi modi per coniugare la flessibilità del mercato con le necessità di stabilità e certezza delle prospettive lavorative, indispensabili per lo sviluppo umano dei lavoratori; d’altra parte, significa favorire un adeguato contesto sociale, che non punti allo sfruttamento delle persone, ma a garantire, attraverso il lavoro, la possibilità di costruire una famiglia e di educare i figli».

Di guerra e conflitti aveva parlato invece al Consiglio d’Europa, puntando il dito sulla produzione e sul commercio di armamenti, di cui diversi Paesi europei, fra cui l’Italia, sono leader mondiali. La guerra «è foraggiata da un traffico di armi molto spesso indisturbato» e da una «corsa agli armamenti» che «è una delle piaghe più gravi dell’umanità».

Il braccio destro di Francesco, il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ha anticipato il senso politico del discorso di questa sera del papa: «La politica è il servizio alla polis portato avanti con abnegazione», ha detto ieri alla Stampa. «Purtroppo oggi la politica viene ridotta ad un insieme di reazioni, spesso urlate, spia della carenza d’ideali e della tendenza moderna a barcamenarsi. La politica è finita per essere solo la ricerca immediata del consenso elettorale» ed ostaggio dei «populismi».

Nel clima di autocelebrazione e di unanimismo che caratterizzerà le celebrazioni romane dei leader europei, le uniche parole fuori dal coro potranno arrivare dalle manifestazioni dei movimenti e,forse, da papa Francesco, che disse di «sognare un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia». Il contrario della Fortezza Europa.

Bagnasco, ultima prolusione contro il testamento biologico

21 marzo 2017

“il manifesto”
21 marzo 2017

Luca Kocci

Dalla famiglia tradizionale alla «cultura del gender», dalle unioni omosessuali al fine vita. Nella sua ultima prolusione al Consiglio episcopale permanente (cominciato ieri a Roma) prima di lasciare la presidenza della Conferenza episcopale italiana, come in una sorta di testamento – non biologico –, il card. Bagnasco elenca e richiama i temi che hanno caratterizzato il suo decennio alla guida dei vescovi italiani. A maggio infatti l’Assemblea generale sarà chiamata ad eleggere – per la prima volta nella storia della Cei, il cui presidente è stato sempre nominato direttamente dal papa – la terna di vescovi che verrà presentata a Francesco perché individui il successore.

L’occasione, quindi, era imperdibile: ora o mai più, perlomeno da capo dell’episcopato italiano. E Bagnasco non la manca.

Dopo un breve accenno a crisi economica e mancanza di lavoro soprattutto per i giovani e al sud (temi anch’essi spesso presenti nelle prolusioni degli ultimi anni), snocciola quelli che erano i «principi non negoziabili» dell’era Wojtyla-Ratzinger, a cominciare dalla vita come «bene indisponibile», demolendo dalle fondamenta la legge sul testamento biologico in discussione in Parlamento: è «radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato», afferma il presidente della Cei. «La categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva», e «si rimane sconcertati vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza». La conclusione: «La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento terapeutico – affermazione che potrebbe sembrare un passo avanti rispetto ad alcune vicende del recente passato –, ma neppure anticipata con l’eutanasia», di cui peraltro nel ddl non si parla.

Quindi la famiglia, «fondata sul matrimonio e aperta alla vita», costantemente sotto attacco da «un certo pensiero unico» che «continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione», nonché a «presentarla come un modello superato o fra altri, tutti equivalenti». E se la legge sulle unioni civili fa ormai parte dell’ordinamento dello Stato, c’è sempre il rischio che qualcuno provi a rilanciare il tema delle adozioni anche da parte delle coppie omosessuali. Pertanto Bagnasco ribadisce «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino». Chi agisce diversamente, «nega ai minori un diritto umano basilare» che «non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri», magari facendo ricorso alla «pratica della maternità surrogata», che altro non è, secondo il presidente della Cei, «una violenza discriminatoria verso le donne».

Infine la «cultura del gender» diffusa nelle scuole con cui «si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento». Bagnasco rilancia le parole più volte pronunciate da papa Francesco, che su questo tema non ha mai mostrato intenzioni di analisi più approfondite e complesse: «Indottrinamento della teoria del gender» e «inaccettabile “colonizzazione ideologica”». E invita docenti e genitori alla vigilanza attiva: «nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori».

Memoria e impegno. A Locri la XXII giornata per le vittime delle mafie

20 marzo 2017

“Adista”
n. 12, 25 marzo 2017

Luca Kocci

«Facciamo obiezione di coscienza alla mentalità mafiosa, prepotente e arrogante». Con queste parole il vescovo della diocesi di Locri-Gerace (Rc), mons. Francesco Oliva, saluta i partecipanti alla ventiduesima Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime della mafie promossa da Libera – la rete antimafia fondata e guidata da don Luigi Ciotti – che il prossimo 21 marzo, come da tradizione, si svolgerà per la prima volta nella sua diocesi, da anni in prima linea nelle attività per la giustizia, per la legalità e contro le mafie.

«Memoria ed impegno sono due parole chiave del nostro cammino civile e religioso», scrive mons. Oliva. «La memoria richiama il sangue versato da faide violente che hanno seminato morte e distrutto i nostri paesi, della sofferenza che il tempo dei sequestri ha cagionato. Memoria delle tante vittime spezzate dalla violenza della mafia, vite di uomini e donne, giovani e meno giovani, ragazzi e bambini, vittime innocenti di una criminalità spietata che non si è mai fermata davanti a niente. Stringiamoci ai familiari delle tante vittime innocenti delle mafie. Vittime delle mafie anche loro. Facciamo nostro il loro dolore, ponendoci accanto a loro e condividendone la sofferenza. Essi ci consegnano un messaggio importante: dare al dolore il senso della cittadinanza responsabile, del servizio alla comunità. Una consegna che in questa terra può trasformare le fragilità ed il dolore in risorse preziose per un cammino nuovo».

Ma non solo memoria, anche «impegno» che, spiega il vescovo di Locri, deve diventare «volontà di cambiamento, di conversione e di vita nuova». Aggiunge mons. Oliva: «Mai più nella nostra terra violenza e spargimento di sangue, sequestri di persone e faide distruttive! Scompaia ogni tentazione di fare uso della forza e della vendetta! Vengano meno tutte le forme di associazione criminale! Vogliamo condividere lo stesso sentimento, rinnegare ogni forma di comportamento mafioso. La ‘ndrangheta è morte per la nostra terra, la causa principale del nostro sottosviluppo. Chi uccide non è uomo di onore, ma un vero disonore per la nostra terra. Ogni uomo e donna di buona volontà dica per sempre no ad ogni forma di illegalità e criminalità. Facciamo obiezione di coscienza di fronte a qualunque progetto di morte ed alla mentalità mafiosa, prepotente ed arrogante. Impegno è volontà di costruire una società nuova, di ridare dignità alla nostra terra, di ricostruire rapporti di pace e di riconciliazione, di favorire legami di cooperazione nel bene, di volere un lavoro per tutti».

C’è spazio anche per una autocritica rispetto alle omissioni della Chiesa. «La condanna dei mafiosi, l’invito al pentimento e a cambiare vita  espresso da papa Francesco in terra di Calabria (il 21 giugno 2014, durante la visita pastorale a Cassano allo Jonio, all’epoca guidata dall’attuale segretario della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, papa Francesco pronunciò la scomunica ai mafiosi, n.d.r.) ha riscattato silenzi e timidezze che troppo spesso hanno caratterizzato anche la nostra azione», riconosce mons. Oliva. «Da qui l’impegno a non aver paura e a ritrovare il coraggio e la speranza di andare avanti. La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno è tutto questo: un tempo propizio per ripartire».

A Locri sono attese decine di migliaia di partecipanti, soprattutto giovani, da tutta Italia. Si comincia il 18 marzo, con l’assemblea dei familiari delle vittime innocenti delle mafie all’auditorium del Palazzo vescovile. Il giorno successivo l’incontro con un familiare “illustre” di una vittima di mafia, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il cui fratello, Piersanti, all’epoca presidente della Regione Sicilia, venne ucciso da Cosa Nostra a Palermo il 6 gennaio 1980. Il 21 marzo la giornata clou, con la grande marcia per le vie di Locri e la lettura, arrivati in Piazza dei Martiri, dei nomi delle vittime innocenti delle mafie.

Per la prima volta quest’anno l’iniziativa ha il formale riconoscimento delle Istituzioni, dal momento che il Parlamento, lo scorso primo marzo, ha approvato in via definitiva (418 voti a favore e nessun contrario), la legge che istituisce il 21 marzo quale Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. «Abbiamo segnato un passo di grande valore simbolico nella lotta alle mafie. L’approvazione della legge che istituisce il 21 marzo Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia, testimonia la volontà delle Istituzioni di rendere patrimonio vivo e fecondo l’esempio di quanti sono caduti sotto i colpi della violenza mafiosa», spiega Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia. «È un lungo elenco, di donne e uomini, anziani, giovani e bambini che da oltre vent’anni, grazie a Libera, nel primo giorno di primavera risuona in tante piazze del Paese e che finalmente da oggi diventa la data in cui tutta l’Italia si riconosce nell’impegno comune contro l’illegalità e la criminalità organizzata. Ringrazio le centinaia di familiari che con grande dignità ci hanno insegnato a cercare con tenacia la verità, a non rimuovere la realtà, a non cadere nell’indifferenza. La storia d’Italia è anche storia dei condizionamenti dei poteri mafiosi e il valore civile di una memoria condivisa rappresenta una condizione essenziale per fronteggiare le nuove mafie, sempre più collusive e meno violente, promuovere la giustizia e difendere la democrazia».

Una conciliazione pagata cara. L’anniversario del Patti lateranensi e del “nuovo concordato”

24 febbraio 2017

“Adista”
n. 8, 25 febbraio 2017

Luca Kocci

Era il 18 febbraio 1984 quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il cardinale segretario di Stato vaticano Agostino CasaroliGiovanni Paolo II regnante – firmarono l’Accordo di revisione dei Patti lateranensi del 1929. E se i Patti dell’11 febbraio 1929 – costituiti da Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria – sottoscritti da Mussolini e dal card. Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XI, chiudevano la “questione romana” apertasi nel Risorgimento, l’Accordo del 1984 li aggiornava, tenendo conto, si legge nel preambolo, «del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II».

Gli eventi sono stati celebrati anche quest’anno, come ogni anno, lo scorso 14 febbraio a Palazzo Borromeo, ambasciata d’Italia presso la Santa sede, alla presenza delle più alte cariche istituzionali italiane (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e vaticane (il segretario di Stato card. Pietro Parolin). Ma al di là del valore storico-politico della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Otto per mille: un miliardo l’anno

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. In apparenza trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà, come è noto, presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario, ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato nell’apposita casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando i quattro quinti delle risorse, ovvero 1.018.842.766,06 euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

La ripartizione dei fondi del 2016 è, in termini percentuali, sostanzialmente la stessa da diversi anni: il 20-25% per le attività di solidarietà sociale, il 40-45% per il culto e la pastorale, il 35-40% per il sostentamento del clero. E anche la cifra complessiva incassata, da 12 anni a questa parte, si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo (tranne nel 2015: 995 milioni).

Continua a diminuire invece la percentuale dei contribuenti che firmano la casella dell’otto per mille pro-Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% – nel 2016 (dichiarazioni dei redditi 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9% (a cui non ha corrisposto una diminuzione degli incassi perché c’è stato un aumento del gettito Irpef), segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. Disaffezione che risulta più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie, possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

Assistenza religiosa a spese dello Stato

Un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi (sono 200), ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del Ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

L’ora di religione

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di Religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato, ma la parità scolastica dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer nel 2000: 500 milioni di euro nel 2016), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono individuati dai vescovi diocesani – che possono togliergli l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: una separazione matrimoniale, una convivenza, la scoperta dell’omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato, come un qualsiasi insegnante. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica – nonostante religione cattolica sia una materia facoltativa, e il numero di coloro che vi si avvalgono è in lenta ma progressiva diminuzione –, mentre gli altri sono supplenti annuali o temporanei, per una spesa annua superiore ad 800 milioni di euro.

Privilegi ed esenzioni concordatarie

Ci sono poi una serie di esenzioni che riguardano esclusivamente il Vaticano e che trovano fondamento nel Concordato, come per esempio l’articolo 6 del Trattato tra Italia e Santa Sede, che fa parte dei Patti lateranensi: «L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acque in proprietà». Nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva bollette arretrate nei confronti dell’Acea (l’azienda municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire. Ne nacque un contenzioso, ma a saldare i conti fu il Ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno). Il Vaticano però non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005».

E sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali (la farmacia, il supermercato, la tabaccheria all’interno delle mura leonine oppure le pompe di benzina in Vaticano e al Laterano, in teoria accessibili solo ai residenti e ai dipendenti vaticani, in realtà con movimenti e giri di affari decisamente superiori: 10 milioni l’anno la tabaccheria, 21 milioni il supermercato, 27 milioni il benzinaio) e turistiche (come per esempio l’Opera romana pellegrinaggi) che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità – stabilito dal Concordato –, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Un salasso Concordato

11 febbraio 2017

“il manifesto”
11 febbraio 2017

Luca Kocci

Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato, nominando a tale effetto due Plenipotenziari, cioè, per parte di Sua Santità, Sua Eminenza Reverendissima il signor Cardinale Pietro Gasparri, Suo Segretario di Stato, e, per parte di Sua Maestà, Sua Eccellenza il signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo».

Comincia con queste parole, lettere maiuscole incluse, il Trattato tra Santa sede e l’Italia, primo atto dei Patti lateranensi – che comprendevano anche Concordato e Convenzione finanziaria –, firmati da Mussolini e dal cardinal Gasparri l’11 febbraio del 1929. Si chiudeva così la “questione romana”, apertasi nel Risorgimento. Ma, al di là degli elementi storico-politici della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 Craxi-Casaroli – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Apparentemente trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – quelle dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti  (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016 la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato in una casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando – grazie ad una sorta di “premio di maggioranza” da far impallidire qualsiasi Italicum – i quattro quinti delle risorse, ovvero 1 miliardo e 18 milioni di euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

Se l’otto per mille è la principale fonte di introito economico per la Chiesa italiana, un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi, sono 200, ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Marcianò, in passato lo fu anche il card. Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato ma la parità scolastica di Luigi Berlinguer nel 2000), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono scelti dai vescovi diocesani – che possono ritirare loro l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: separazione matrimoniale, convivenza, omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica, per una spesa annua di circa 800 milioni.

Trovano esclusivo fondamento nel Concordato invece una serie di privilegi ed esenzioni fiscali, come per esempio la fornitura gratuita dell’acqua per la Città del Vaticano oppure l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche (per esempio quelle dell’Opera romana pellegrinaggi) con sede legale nei palazzi che godono del regime di extraterritorialità e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Una conciliazione pagata cara

Papa Francesco: «Cambiare sistema», non basta il «buon samaritano»

5 febbraio 2017

“il manifesto”
5 febbraio 2017

Luca Kocci

Occorre «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», non limitarsi ad «imitare il buon samaritano».

Papa Francesco ha incontrato ieri in Vaticano un migliaio di partecipanti all’incontro “Economia di comunione” (movimento nato all’interno dell’esperienza dei Focolari di Chiara Lubich, fondato in Brasile nel 1991) in corso fino ad oggi a Castel Gandolfo e ha colto l’occasione per parlare di nuovo dei mali del capitalismo. Senza suggerirne un suo superamento – del resto tutta la dottrina sociale della Chiesa si muove in un’ottica interna al sistema capitalistico –, ma denunciandone le disfunzioni e proponendo un riformismo radicale, perché «quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una struttura idolatrica, una forma di culto». «Non a caso – ha ricordato il papa – la prima azione pubblica di Gesù, nel Vangelo di Giovanni, è la cacciata dei mercanti dal tempio».

I «mercanti» di oggi sono più astuti e cinici. «Il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare, il principale problema etico di questo capitalismo è la creazione di scarti per poi cercare di nasconderli o curarli per non farli più vedere», ha detto Francesco. «Gli aerei inquinano l’atmosfera, ma con una piccola parte dei soldi del biglietto pianteranno alberi, per compensare parte del danno creato. Le società dell’azzardo finanziano campagne per curare i giocatori patologici che esse creano. E il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia!».

Non è uno scenario futuribile quello delineato dal papa, ma già in atto da tempo. Fino a pochi anni, per esempio, Finmeccanica, la principale industria armiera italiana, finanziava il progetto Dream della Comunità di Sant’Egidio, un programma contro la fame e per la prevenzione e cura dell’Aids in Africa, dove finisce una discreta quota di armi italiane. E non c’è nemmeno bisogno di allontanarsi dal colonnato di San Pietro dal momento che Deutsche Bank, al primo posto nella classifica delle “banche armate” che fanno affari con le industrie armiere italiane, è una delle banche di appoggio del Vaticano.

Non si tratta, secondo Francesco, di «curare le vittime», ma di «costruire un sistema dove le vittime siano sempre di meno, dove possibilmente esse non ci siano più». Come? Puntando a «cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale», perché «imitare il buon samaritano del Vangelo non è sufficiente». Certo, ha aggiunto il papa, «quando l’imprenditore o una qualsiasi persona si imbatte in una vittima, è chiamato a prendersene cura, e magari, come il buon samaritano, associare anche il mercato (l’albergatore) alla sua azione», ma «occorre agire soprattutto prima che l’uomo si imbatta nei briganti, combattendo le strutture di peccato che producono briganti e vittime».

Il sistema è riformabile? Qualche dubbio pare averlo lo stesso Francesco: «Il capitalismo conosce la filantropia, non la comunione. È semplice donare una parte dei profitti, senza abbracciare e toccare le persone che ricevono quelle “briciole”», ha detto alla fine del suo discorso, indirizzato più ai singoli credenti che alle istituzioni economiche e politiche: «Il modo migliore e più concreto per non fare del denaro un idolo è condividerlo, condividerlo con altri, soprattutto con i poveri, o per far studiare e lavorare i giovani, vincendo la tentazione idolatrica», ha detto rivolgendosi agli aderenti ad Economia di comunione. Una cosa però si può fare subito, questa anche a livello politico: combattere l’evasione fiscale. La solidarietà, ha affermato il papa, «viene negata dall’evasione ed elusione fiscale, che, prima di essere atti illegali sono atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso».

Poche ore prima dell’udienza, nel centro di Roma erano comparsi decine di manifesti di contestazione a papa Francesco. Un primo piano di Bergoglio particolarmente accigliato, sotto una scritta in romanesco: «A France’, hai commissariato Congregazioni, rimosso sacerdoti, decapitato l’Ordine di Malta e i Francescani dell’Immacolata, ignorato Cardinali… ma n’do sta la tua misericordia?». Anonimi come la pasquinate di antica memoria, ma la firma sembra evidente: settori ecclesiali conservatori e gruppi integralisti critici nei confronti della linea pastorale del papa.