Archive for the ‘chiesa e politica’ Category

La Cei: «Osare la solidarietà»

20 luglio 2018

“il manifesto”
20 luglio 2018

Luca Kocci

Non possiamo «chiudere frontiere e alzare barriere», il nostro dovere è «l’accoglienza», dice la presidenza della Conferenza episcopale italiana. «Non riapriremo i porti, salveremo vite facendo partire meno gente», risponde il vicepremier Matteo Salvini.

Scontro fra i vescovi e il ministro degli Interni Matteo Salvini sulla questione migranti e sulla decisione del governo di chiudere i porti alle navi delle Ong.

Nella mattinata di ieri arriva una nota firmata Presidenza della Cei dal titolo eloquente: “Migranti, dalla paura all’accoglienza”. L’intervento era atteso: da dieci giorni padre Alex Zanotelli e altri stanno digiunando a staffetta – con un presidio davanti a Montecitorio – in solidarietà con i migranti e lo scorso 14 luglio alcuni esponenti del mondo cattolico (religiosi, docenti di università pontificie, cattolici di base) hanno lanciato un appello sottoscritto da mille persone per chiedere ai vescovi di pronunciarsi contro il «razzismo dilagante».

Alla fine l’intervento è arrivato. Niente nomi – prassi prudenziale della Cei – ma il contenuto del messaggio è chiaro, parla di «imbarbarimento» e di «atteggiamenti aggressivi» e prende le mosse dalle immagini dell’ultimo salvataggio in mare dei migranti, bollate da Salvini come fake news. «Gli occhi sbarrati e lo sguardo vitreo di chi si vede sottratto in extremis all’abisso che ha inghiottito altre vite umane sono solo l’ultima immagine di una tragedia alla quale non ci è dato di assuefarci», scrive la Presidenza della Cei, ovvero il cardinale Gualtiero Bassetti. «Ci sentiamo responsabili di questo esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture – prosegue la nota dei vescovi –. È la storia sofferta di uomini e donne e bambini che, mentre impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere, ci chiede di osare la solidarietà, la giustizia e la pace».

Quello della Cei è un richiamo politico, fondato su considerazioni di tipo morale. «Non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato», scrivono i vescovi, ma «non intendiamo né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi». I destinatari del richiamo sono facilmente identificabili, per questo Salvini ha sentito l’esigenza di rispondere.

«Non possiamo lasciare – prosegue la Cei – che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto». Per questo «continuiamo a prestare la nostra voce a chi ne è privo», sosteniamo chi è impegnato «in un’accoglienza diffusa» e «guardiamo con gratitudine a quanti con la loro disponibilità sono segno di compassione, lungimiranza e coraggio, costruttori di una cultura inclusiva, capace di proteggere, promuovere e integrare» (i tre verbi utilizzati da papa Francesco nei suoi interventi sulla questione migranti). «Avvertiamo in maniera inequivocabile – conclude la nota della Cei – che la via per salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento passa dall’impegno a custodire la vita, ogni vita, a partire da quella più esposta, umiliata e calpestata».

La risposta di Salvini non si fa attendere: «Il nostro obiettivo è salvare più vite possibili, facendo partire meno gente possibile, ma non riapriremo assolutamente i porti», dice ai cronisti a Montecitorio. A pochi metri, proprio di fronte alla Camera, continua a stazionare – dallo scorso 10 luglio – il presidio del “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti” promosso da Zanotelli, dall’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, da don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, da suor Rita Giaretta (impegnata a Caserta per la liberazione delle donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale) e dal sacramentino Giorgio Ghezzi di Castel Volturno. Sono centinaia, in tutta Italia, gli aderenti al digiuno a staffetta. Il presidio a Montecitorio prosegue anche oggi pomeriggio. Domani è stata autorizzata una messa a San Pietro (alle 11 nella cappella episcopale ungherese nelle grotte vaticane). Segno che anche la Santa sede sostiene l’iniziativa.

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Il naufragio dell’umanità: un digiuno per salvare i migranti e combattere l’indifferenza

20 luglio 2018

“Adista”
n. 27, 21 luglio 2018

Luca Kocci

Il mondo cattolico di base e impegnato nel sociale batte un colpo «contro le politiche migratorie di questo governo», e anche per svegliare i tanti cattolici, vescovi compresi, che assistono in silenzio a quello che sta accadendo nel Mediterraneo.

Dal 10 luglio – mentre scriviamo l’iniziativa ancora è in corso – davanti Montecitorio c’è un presidio fisso dove qualche decina di persone, a staffetta (e altre centinaia, a distanza, in tutta Italia), partecipa al “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti” (v. Adista News, 9 luglio 2018) promosso da mons. Raffaele Nogaro (ex vescovo di Caserta da sempre in prima linea per i diritti dei migranti), dal missionario comboniano p. Alex Zanotelli, da don Alessandro Santoro (Comunità delle Piagge di Firenze), da suor Rita Giaretta (Casa Ruth, a Caserta, da oltre vent’anni impegnata per liberare le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale) e dal sacramentino p. Giorgio Ghezzi (Castel Volturno)

«Sono oltre 34mila le vittime accertate perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della Fortezza Europa», si legge nell’appello. «È il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani. È un crimine contro l’umanità, un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta. Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice della Ue dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza». L’Italia, prosegue il documento, «decide ora di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle Ong ed affida invece tale compito alla Guardia costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia. Per questo stiamo di nuovo assistendo a continui naufragi. L’Onu parla di oltre mille morti in questi mesi». Per i religiosi «è il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo  giudicati su: ero straniero… e non mi avete accolto». Per questo «chiediamo a tutti i credenti di reagire, di gridare il proprio dissenso davanti a queste politiche disumane». Il digiuno davanti a Montecitorio è un «piccolo segno visibile per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto  e nel Mediterraneo di migliaia di migranti».

In tanti hanno aderito (fra gli altri p. Adriano Sella, don Andrea Bigalli, don Tonio Dell’Olio, il “laico” Vauro Senesi, le suore comboniane e domenicane, i francescani del Sacro convento di Assisi, il Centro “Ernesto Balducci” di Zugliano, le Comunità cristiane di base dell’Isolotto e di San Paolo, la Pro Civitate Christiana di Assisi, le Cvx dei gesuiti, gli scout dell’Agesci di Caserta, il periodico Il Dialogo, PeaceLink, l’Unione internazionale superiore generali, diverse parrocchie) all’iniziativa che ha preso il via lo scorso 10 luglio da piazza San Pietro. «Non possiamo accettare in silenzio queste politiche contro i migranti che sono un insulto alla civiltà e all’umanità», ha spiegato p. Zanotelli. «Digiuniamo perché il digiuno è uno degli strumenti della resistenza nonviolenta», ha aggiunto, «contestiamo gli slogan “America first” o “Prima gli italiani”, c’è spazio per tutti».

Poi in marcia fino a Montecitorio. Lì altri interventi. Suor Gabiella Bottani, comboniana, coordinatrice della rete mondiale delle religiose contro la tratta “Talità Kum”: «La chiusura delle frontiere è motivata con l’obiettivo di combattere la tratta. Invece la alimenta, perché lasciando donne e uomini nell’irregolarità si favoriscono le organizzazioni criminali che li sfruttano». Vauro: «Nel Mediterraneo e nel Sahara si sta consumando un olocausto, fra l’indifferenza, la complicità e a volte anche il consenso di molti, è un crimine contro l’umanità che bisogna denunciare e combattere, cattolici e uomini e donne di sinistra insieme, mettendo da parte differenze e distinzioni». Don Alessandro Santoro: «Il nostro è anche un tentativo di risvegliare le coscienze dei cristiani, c’è un silenzio che spaventa, invece ci vorrebbe un tuono che lo spezzi e denunci queste politiche. I nostri ministri hanno giurato sulla Costituzione della Repubblica, ma il giorno dopo, con i respingimenti, hanno violato quel giuramento, perché le scelte attuate dal governo sono incompatibili con la Costituzione, oltre che con il Vangelo. E tutto questo sta accadendo fra la disattenzione della sinistra e il silenzio della mia “ditta”, come direbbe don Milani, la Chiesa, un silenzio che sa di prudenza e di paura, invece la Cei dovrebbe avere una posizione più netta e chiara. Sui principi di umanità è la Chiesa che deve prendere posizione in maniera inequivocabile».

Qualche parola, in realtà, nei giorni successivi la Conferenza episcopale italiana l’ha pronunciata. «La logica del cristianesimo rimane accogliere, accompagnare, integrare come dice il papa: e certamente, se c’è una nave che sta nel mare, non si può chiudere i porti, non si può rischiare di far morire o creare dei disagi a delle persone», ha detto il presidente della Cei, card. Gualtiero Bassetti, in visita alla basilica di San Miniato a Monte a Firenze, l’11 luglio. Meglio del silenzio. Ma la parresia è decisamente un’altra cosa

Disobbedienza civile contro l’«abuso dell’umanità» di Salvini. Intervista a mons. Nogaro

20 luglio 2018

“Adista”
n. 27, 21 luglio 2018

Luca Kocci

Fra i principali promotori del “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti” (v. notizia precedente) c’è mons. Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta, da sempre in prima linea per la difesa dei diritti dei migranti (qualche settimana fa, insieme al docente di Storia della Chiesa Sergio Tanzarella, ha scritto una lettera aperta sulla politica dei respingimenti del governo, v. Adista Notizie n. 23/18). Adista lo ha intervistato

 

Padre Nogaro, ci spieghi il senso dell’iniziativa del “Digiuno di giustizia”.

C’è un primato assoluto della persona umana: se è in pericolo, in mezzo al mare, va salvata, altrimenti più nulla ha senso. Non soccorrere è abominevole. Ma è in corso un abuso di umanità che Salvini e questo governo stanno compiendo. Allora con p. Alex Zanotelli ci siamo detti che era necessario alzare la voce e lanciare una forma di protesta pubblica contro questa iniquità. Così è nata l’idea del “Digiuno di giustizia” davanti a Montecitorio.

 

È anche un modo per “svegliare le coscienze”?

Sì. Vorrei che le persone dotate di coscienza si organizzino per una vera e propria disobbedienza civile, perché di fronte a certi provvedimenti, a certi messaggi, a certi comportamenti bisogna disobbedire, non si può acconsentire con il silenzio.

 

Il ministro Salvini però invoca il Vangelo e impugna la corona del rosario…

È inaccettabile. E per me è molto doloroso constatare che tanti cattolici pensino che Salvini abbia ragione, che gli immigrati siano troppi, che le chiese rischino di essere trasformate in moschee. Ma io dico che l’unica cosa che conta è la salvezza delle donne e degli uomini abbandonati in mezzo al mare, che solo se li salviamo e li accogliamo mettiamo in pratica il Vangelo, che le religioni non c’entrano, che non conta quale sia la fede professata. È un oltraggio, anzi è diabolico, pensare di difendere il cristianesimo abbandonando le persone, è diabolico pensare che questo sia cristiano. Bisogna gridare contro l’Europa infedele e contro l’Italia infedele.

 

Tranne alcune eccezioni, i vescovi e la Conferenza episcopale italiana non alzano la voce…

Sono meravigliato e profondamente a disagio per questo silenzio dei miei confratelli. È in atto una trasformazione di umanità, non si può tacere, bisogna gridare.

 

Molti dicono che non si può accogliere tutti. Qual è la soluzione?

Posso capirlo. Ma dico anche che ogni anno centomila giovani italiani lasciano il nostro Paese per andare all’estero e da noi arrivano trentamila migranti… L’Italia è un Paese che sta invecchiando, bisogna ricostruirlo, e i migranti ci possono aiutare in questo. In ogni caso quando una persona è abbandonata in mare o si butta sulle nostre coste bisogna salvarla e accoglierla. Poi, insieme, Italia ed Europa, trovare le soluzioni politiche

I domenicani d’Europa scendono in campo: l’Ue cambi politica sulle migrazioni

17 luglio 2018

“Adista”
n. 26, 14 luglio 2018

Luca Kocci

L’Unione europea non si volti dall’altra parte, magari chiedendo aiuto a Paesi che non rispettano in diritti umani, ma si assuma le proprie responsabilità nella difesa dei diritti dei migranti.

I promotori provinciali di giustizia, pace e salvaguardia del creato dei Domenicani di tutta Europa, riuniti a Lille (Francia) dal 27 al 29 giugno per parlare anche della «sfida delle migrazioni» – incontro che, per singolare coincidenza, si è tenuto negli stessi giorni del vertice del Consiglio europeo che ha invece ribadito la linea di chiusura netta –, chiedono ai governi dei 28 Paesi membri dell’Ue di attivare «un’altra politica sulla migrazioni».

«Ancora una volta, la politica migratoria dell’Unione europea si concentra sull’esternalizzazione, il controllo e il ritorno di migranti e rifugiati», una risposta che «ignora la difficile situazione delle persone stesse nel fuggire dai loro Paesi», si legge nel documento finale dei promotori provinciali di giustizia, pace e salvaguardia del creato dei Domenicani europei (p. Alessandro Cortesi, Italia; p. Xabier Gómez Garcia, p. Jesus Ngmema e p. Salvador Becoba, Spagna; p. Rui Manuel Gracios das Neves, Portogallo; p. Petro Balog, Polonia e Ucraina; p. Ivan Marija Tomič, Croazia; p. Richard Finn, Regno Unito; p. Jacques-Benoît Rauscher, Francia; p. Benoît Ente, Francia e Belgio; p. Tobias Krahler, Austria; insieme a p. Mike Deeb, Sud Africa, promotore generale giustizia, pace e salvaguardia del creato).

«Denunciamo la politica di immigrazione che non parla delle cause e del rispetto dei diritti di queste persone, né degli accordi internazionali al riguardo», proseguono i religiosi dell’ordine fondato da Domenico di Guzman. «Chiediamo che i fondi europei per l’asilo siano utilizzati per garantire il diritto di ottenere rifugio per coloro che fuggono dalla guerra e da persecuzioni».

«Riteniamo che sia un errore creare centri controllati orientati al modello di hotspot dove è permesso che le persone siano detenute. Non capiamo perché in un momento in cui gli arrivi nell’Unione europea sono particolarmente bassi rispetto al 2015, i leader dell’Unione europea trasmettono un senso di allarme al fine di eludere gli obblighi derivanti dalla legge e dai Trattati internazionali volti a proteggere le persone vulnerabili». Proponiamo invece «la creazione di percorsi legali e sicuri e la necessità di procedere verso un sistema di asilo comune, basato sulla solidarietà tra gli Stati membri. Siamo preoccupati per il fatto che l’Unione europea nel progettare ‘piattaforme di sbarco regionali’ trasferisce la responsabilità a Paesi in cui il rispetto dei diritti umani non è garantito».

L’appello finale dei religiosi domenicani è a tutti gli Stati membri dell’Unione europea: riconoscano e riaffermino «la loro comune responsabilità nel difendere i diritti dei migranti e adempiere i loro obblighi di salvataggio e protezione».

Sindaco di Domodossola: «i migranti portano malattie». Le Chiese: «parole razziste»

17 luglio 2018

“Adista”
n. 26, 14 luglio 2018

Luca Kocci

«I migranti sono spesso portatori di malattie contagiose», bisogna «che i bambini vengano vaccinati nella stessa stanza dei richiedenti asilo». Lo ha chiesto il sindaco di Domodossola, Lucio Pizzi (Pdl), in una lettera indirizzata al nuovo direttore generale dell’Asl della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, Angelo Penna.

Al sindaco Pizzi hanno prontamente risposto, in una lettera pubblicata anche dal settimanale della diocesi di Novara, L’Informatore, il coordinatore nazionale di Pax Christi (nonché parroco a Verbania) don Renato Sacco, il direttore della Caritas diocesana di Novara don Giorgio Borroni e il responsabile del programma per i migranti e profughi della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia Paolo Naso. «Ciò che lei ha detto è davvero grave e ci chiediamo se lei sia consapevole della portata  delle sue parole», scrivono i tre, che accusano il sindaco di aver parlato «con leggerezza e senza citare alcun dato scientifico ed oggettivo», contribuendo a «procura un allarme sociale e incoraggia comportamenti xenofobici».

Proseguono Sacco, Borroni e Naso: «Lei parla degli immigrati come degli appestati, come donne e uomini infetti che minacciano la salute della nostra comunità, e dei bambini in particolare.  Tutto questo non risponde a verità, caro Sindaco, e crediamo che lei lo sappia almeno quanto noi. Gli immigrati che arrivano in Italia con i famosi “barconi”, vengono immediatamente visitati al momento dello sbarco; successivamente, quando vengono inseriti in un centro di accoglienza – di qualsiasi tipo – vengono nuovamente visitati ed inseriti nelle procedure ordinarie del sistema sanitario nazionale. In altre parole, è più probabile un contagio da parte di un turista giapponese – che quando entra in Italia non viene sottoposto ad alcuna visita medica – che beve un cappuccino al nostro stesso tavolino da bar che di un immigrato».

Purtroppo, proseguono, «la politica di oggi si nutre di dichiarazioni ad effetto grazie alle quali un amministratore arriva all’onore delle cronache. E la tecnica è tanto più remunerativa quando non implica dei costi come si renderebbe necessario, ad esempio, per offrire opportunità ai giovani  o migliorare i servizi agli anziani ed ai disabili. Lanciare un allarme sociale nei confronti degli immigrati, invece, non costa niente». In questo modo, «utilizzando il potere e l’autorità di primo cittadino, lei fa intendere a tante persone che da oggi in poi dovranno guardarsi dall’avvicinarsi a un immigrato; che chi ha figli o nipoti a scuola avrà ragione a chiedere classi “senza immigrati portatori di malattie contagiose”; che un datore di lavoro farà meglio a non assumere un dipendente immigrato potenzialmente pericoloso, se non altro sotto il profilo medico, per l’azienda e i  colleghi».

«Caro sindaco – concludono –, questo schema di pensiero produce razzismo. Sì, razzismo, che non è solo quello dell’apartheid sudafricano o del segregazionismo degli Usa ai tempi di Martin Luther King. È anche un atteggiamento sottile, persino nutrito della buona fede di chi finisce per credere che gli immigrati siano “clandestini”, delinquenti ed ora anche pericolosamente infettivi. Con il suo teorema, se applicato, finiremo per discriminare gli immigrati negli ambulatori e poi – perché no? – nelle scuole, sugli automezzi pubblici, magari al supermercato. Ma la nostra Costituzione vieta ogni discriminazione basata su distinzioni  “di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E per questo, sicuri che vorrà onorarla, speriamo di potere rubricare la sua esternazione come un malinteso o come un’improvvisazione favorita da un clima politico acceso che dà spazio alla voce del bar. Capita, ma un bravo sindaco impara a trattenersi e a misurare le parole. Questo, con rispetto, le auguriamo».

«Parlare di razzismo e apartheid è solo strumentalizzazione», replica il sindaco, per nulla “pentito” delle proprie esternazioni. Anzi rilancia, dicendo di non credere «alla storiella dei migranti che arriverebbero nelle nostra città in perfetta salute». Del resto Pizzi non è recidivo: in passato aveva chiesto – invano –

al prefetto di istituire una sorta di coprifuoco, imponendo ai migranti di rientrare nei loro alloggi entro le ore 20. E il suo programma – con cui è stato eletto – parla chiaro: «Stop all’utilizzo della città come centro di accoglienza di un’immigrazione ormai fuori controllo in Italia e in Europa»

“Digiuno di giustizia” in marcia a Roma. «Disobbedienza civile, basta tacere»

11 luglio 2018

“il manifesto”
11 luglio 2018

Luca Kocci

«Non possiamo accettare in silenzio queste politiche contro i migranti che sono un insulto alla civiltà e all’umanità. Ecco perché siamo qui».

Così il missionario comboniano Alex Zanotelli spiega  il senso del “Digiuno di giustizia in solidarietà con i migranti», promosso insieme all’ex vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, a don Alessandro Santoro della Comunità delle Piagge di Firenze, a suor Rita Giaretta delle orsoline di Casa Ruth di Caserta (che lavorano con le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale) e al sacramentino Giorgio Ghezzi di Castel Volturno.

Alle sue spalle c’è il cupolone e piazza San Pietro, attraversata dai turisti incuriositi da quello che sta succedendo. Una cinquantina di persone fra cui diversi religiose e religiosi – non tantissime, ma non erano attesi i grandi numeri – in cerchio oltre le transenne che delimitano il colonnato del Bernini (ordine della polizia) attorno ad una lampada accesa inviata dai francescani di Assisi, assenti ma aderenti all’iniziativa.

Arrivano gli scout di Caserta che aprono lo striscione (“Digiuno di giustizia”). «Digiuniamo perché il digiuno è uno degli strumenti della resistenza nonviolenta», aggiunge Zanotelli, «contestiamo gli slogan “America first” o “Prima gli italiani”, c’è spazio per tutti». «È un tentativo di risvegliare le coscienze dei cristiani, e non solo», spiega Santoro, «c’è un silenzio che spaventa, invece ci vorrebbe un tuono che lo spezzi e denunci queste politiche».

Il piccolo corteo si muove lungo via della Conciliazione, “scortato” da qualche agente in borghese: non si sa mai ci sia qualche pericoloso sovversivo infiltrato! Ci sono diverse suore (comboniane, orsoline, di santa Giovanna Antida Thouret), alcuni religiosi, aderenti alla Comunità di base di San Paolo (che in questi giorni ricorda Giovanni Franzoni ad un anno dalla morte) e alla Rete Radié Resch, c’è Vauro. «Nel Mediterraneo e nel Sahara si sta consumando un olocausto, fra l’indifferenza, la complicità e a volte anche il consenso di molti», ci dice Vauro, «un crimine contro l’umanità che bisogna denunciare e combattere, cattolici e uomini e donne di sinistra insieme, mettendo da parte differenze e distinzioni».

Si supera il Tevere, si cammina – sul marciapiede – lungo corso Vittorio Emanuele, fino a piazza Navona. Di fronte a Palazzo Madama gli scout provano ad aprire lo striscione, subito fermati dai solerti rappresentanti delle forze dell’ordine: «Non si può, è vietato!». Si arriva a piazza Montecitorio dove si forma il piccolo presidio, questo autorizzato. Don Santoro legge l’appello: «Sono oltre 34mila le vittime accertate perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della Fortezza Europa», «è il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta» e dell’Italia che «decide di non accogliere, di chiudere i porti», «è il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo  giudicati su: ero straniero e non mi avete accolto».

Suor Gabiella Bottani, comboniana, coordinatrice della rete mondiale delle religiose contro la tratta: «La chiusura delle frontiere è motivata con l’obiettivo di combattere la tratta. Invece la alimenta, perché lasciando donne e uomini nell’irregolarità si favoriscono le organizzazioni criminali che li sfruttano». Il presidente di Pax Christi, monsignor Giovanni Ricchiuti, telefona e comunica l’adesione di Pax Christi. Uno dei promotori, monsignor Nogaro (assente per ragioni di salute) spiega al manifesto: «Abbandonare i migranti in mare è un abuso di umanità che questo governo sta compiendo, bisogna organizzare una disobbedienza civile, non si può più tacere».

In serata il presidio si scioglie. Oggi si riprende con il digiuno a staffetta, a cui hanno aderito in molti. «I rappresentanti del governo – dice Santoro – hanno giurato sulla Costituzione della Repubblica ma il giorno dopo, con i respingimenti, hanno violato quel giuramento. Sarebbe bello se il ministro Salvini venisse qui in piazza a confrontarsi con noi». Salvini, però, non si è fatto vedere.

 

 

Migranti, cattolici di base in piazza. Presidio alla Camera

10 luglio 2018

“il manifesto”
10 luglio 2018

Luca Kocci

Il mondo cattolico di base e impegnato nel sociale batte un colpo «contro le politiche migratorie di questo governo», e anche per svegliare i tanti cattolici che assistono in silenzio a quello che sta accadendo nel Mediterraneo.

L’appuntamento è questa mattina a mezzogiorno, in piazza San Pietro. Da lì partirà un corteo – grande o piccolo, a seconda di chi ci sarà – verso Montecitorio, dove verrà installato un presidio fisso davanti alla Camera e avviato un digiuno «di giustizia» a staffetta «in solidarietà con i migranti».

L’iniziativa è stata lanciata da monsignor Raffaele Nogaro, ex vescovo di Caserta da sempre in prima linea per i diritti dei migranti, e dal missionario comboniano Alex Zanotelli. Insieme a loro don Alessandro Santoro e la Comunità delle Piagge di Firenze, suor Rita Giaretta e le orsoline di Casa Ruth di Caserta (da vent’anni impegnate per liberare le donne vittime di tratta e di sfruttamento sessuale), il sacramentino Giorgio Ghezzi (ora a Castel Volturno) e i francescani di Assisi. Strada facendo si sono aggiunti altri: i gesuiti di varie comunità, le suore domenicane, la Comunità di base di San Paolo a Roma, molti gruppi scout dell’Agesci. Altre adesioni stanno arrivando in queste ore (email: digiunodigiustizia@hotmail.com).

«Sono oltre 34mila le vittime accertate (tutti i nomi il manifesto li ha pubblicati lo scorso 22 giugno, ndr) perite nel Mediterraneo per le politiche restrittive della Fortezza Europa», scrivono i promotori. «È il naufragio dei migranti, dei poveri, dei disperati, ma è anche il naufragio dell’Europa, e dei suoi ideali di essere la patria dei diritti umani. È un crimine contro l’umanità, un’umanità impoverita e disperata, perpetrato dall’opulenta Europa che rifiuta chi bussa alla sua porta. Un rifiuto che è diventato ancora più brutale con lo scorso vertice della Ue dove i capi di governo hanno deciso una politica di non accoglienza».

Quindi si passa all’Italia, che «decide ora di non accogliere, di chiudere i porti alle navi delle Ong ed affida invece tale compito alla Guardia costiera libica, che se salverà i migranti, li riporterà nell’inferno che è la Libia. Per questo stiamo di nuovo assistendo a continui naufragi. L’Onu parla di oltre mille morti in questi mesi». Per i religiosi «è il sangue degli impoveriti, degli ultimi che interpella tutti noi, in particolare noi cristiani che saremo  giudicati su: ero straniero… e non mi avete accolto». Per questo «chiediamo a tutti i credenti di reagire, di gridare il proprio dissenso davanti a queste politiche disumane». Il digiuno davanti a Montecitorio è un «piccolo segno visibile per dire che non possiamo accettare questa politica delle porte chiuse che provoca la morte nel deserto  e nel Mediterraneo di migliaia di migranti».

Un regalo per Salvini: da Casa Rut, il “grembiule del servizio”

23 giugno 2018

“Adista”
n. 23, 23 giugno 2018

Luca Kocci

“Il grembiule del servizio” è il dono che le religiose e le donne di Casa Rut (spazio di accoglienza per donne migranti, sole o con figli, in gravi situazioni di difficoltà e vittime di sfruttamento ed esperienza di punta nella lotta alla tratta degli esseri umani e nel contrasto alla prostituzione forzata) hanno inviato al neopresidente del Consiglio Giuseppe Conte, al vicepresidente del Consiglio nonché ministro dello Sviluppo economico, del Lavoro e delle Politiche sociali Luigi Di Maio e all’altro vicepresidente – ma forse il vero premier è proprio lui, perlomeno a giudicare dalle prime settimane di attività del governo – nonché ministro degli Interni Matteo Salvini.

A Matteo Salvini, che in questi giorni si sta occupando soprattutto di immigrazione (vedi la vicenda della nave Aquarius, con 629 migranti a bordo, a cui è stato interdetto l’approdo nei porti italiani) e che ha pronunciato parole molto dure nei confronti degli immigrati («è finita la pacchia»), le religiose e le donne di Casa Rut hanno scritto anche una lettera (e pochi giorni prima Salvini aveva ricevuto un’altra lettera da parte di una religiosa, suor Eugenia Bonetti, indignata per le parole contro gli immigrati del neo ministro degli Interni, v. Adista News del 7/6/2018).

«Caro ministro, Matteo Salvini –  si legge –, da alcuni giorni sei diventato il ministro dell’Interno di questo nostro governo da voi definito del “cambiamento”. Lo speriamo di tutto cuore!»

Scrivono ancora suor Rita Giaretta (superiosa di Casa Rut), le altre tre orsoline del Sacro Cuore di Maria (Assunta, Nazarena e Agnese) e le socie lavoratrici e tirocinanti della cooperative. newHope, laboratorio tessile nato all’interno di Casa Rut (Mirela, Oksana, Elizabeth, Josephine, Joy, Ada, Sara, Mercy, Stella, Maddalena, Ode, Sara, Marilena, Maris, Diomande, Success). «Oggi, anche a te, come segno del nostro sentirci cittadine attive e come è nostra usanza, desideriamo donare all’inizio del tuo mandato un dono speciale: un manufatto creato da giovani donne migranti, le quali, dopo tante e sofferte vicissitudini, hanno dato vita alla cooperativa sociale “newHope” – nuova speranza, dove oggi lavorano con regolare contratto e dove si offrono opportunità di tirocini formativi per altre donne migranti. Questo dono è il “grembiule del servizio”. A te il coraggio di indossarlo con responsabilità e umiltà. Gli italiani aspettano da te un’operatività governativa trasparente, coraggiosa e lungimirante che manifesti l’impegno e la ricerca del bene per la nostra Italia e per la nostra gente, a partire dai più poveri».

Il grembiule è un simbolo. Per don Tonino Bello era «l’unico paramento» indossato da Gesù nell’ultima cena, simbolo di una Chiesa che non detiene il potere ma si mette a servizio degli ultimi («la Chiesa del grembiule»). Per le religiose è le donne di Casa Rut è metafora del servizio ai cittadini a cui i ministri sono chiamati, come del resto suggerisce l’etimologia latina della parola: minister, ovvero servitore.

«Indossare il grembiule del servizio – si legge nella lettera inviata a Salvini – ti ricorda che l’autorità che ti è stata concessa attraverso il voto (i tuoi elettori sono stati il 17 per cento, quindi c’è tanto altro) deve essere da te interpretata come servizio e non come esercizio di potere. Questo grembiule del servizio ti ricorda che sei chiamato a tenerti lontano da sottili e invitanti logiche di potere, di spartizioni, anche della “tunica degli ultimi”, ma di “fare strada ai poveri senza farti strada” (don Lorenzo Milani). Questo grembiule del servizio ti ricorda che devi impegnarti e lottare per debellare quel “vassallaggio clientelare” che è il vero bubbone maligno delle nostre strutture; non si ruba solo quando si ricava profitto dalla merce, si ruba anche quando si ricava potere sulle coscienze”. Questo grembiule del servizio ti ricorda che sei chiamato a privilegiare l’eloquenza dei fatti alle chiacchiere per la trasformazione del nostro Paese, delle nostre città rendendole uno spazio di umanità, uno spazio aperto alla “convivialità delle differenze”. Questo grembiule del servizio ti ricorda che il nostro Paese ha urgente necessità di alimentare la fiducia e non le paure, di ritrovare i valori della solidarietà, della fraternità e non di creare i ‘nemici’; ti ricorda che sei chiamato ad aprire cammini di vita e di speranza per tutte e per tutti».

Il presidente della Cei Bassetti: «Non soffiare sul fuoco della rabbia sociale»

8 giugno 2018

“il manifesto”
8 giugno 2018

Luca Kocci

Quello presieduto da Giuseppe Conte sarà anche un governo ad alta densità di oltranzisti cattolici – dal vicepremier Salvini che ha chiuso la campagna elettorale brandendo la corona del rosario, al ministro per la famiglia Fontana, “crociato” dei principi non negoziabili –, ma la Chiesa italiana, dai vertici alla base, lo osserva con attenzione e preoccupazione.

Lo ha ribadito ieri sera il cardinal Bassetti, presidente della Cei, nella basilica romana di Santa Maria in Trastevere, durante la Veglia di preghiera per l’Italia promossa dalla Comunità di Sant’Egidio, sottolineando la «conflittualità» presente nel Paese e paventando il rischio che alcune misure annunciate dal governo in tema di immigrazione snaturino la «vocazione» dell’Italia di essere ponte sul Mediterraneo.

Si avverte «un clima di tensione», ha detto Bassetti, che ha ricordato anche la «rabbia sociale» contro il presidente della Repubblica. Adesso è ora di «cominciare a lavorare per il bene comune dell’Italia, senza partigianeria, con carità e responsabilità, senza soffiare sul fuoco della frustrazione e della rabbia sociale». Anche perché, ha ammonito il presidente della Cei citando le parole del profeta Osea: «Hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta».

Quello della «patria, di una comunità nazionale», è un «dono», ha proseguito il capo dei vescovi italiani. «Coloro che l’hanno persa o che ne sono stati scacciati o l’hanno dovuta abbandonare sanno bene quale valore essa abbia», per questo «tanti rifugiati e profughi cercano una patria con un volto materno». Allora, ha ammonito Bassetti, «non possiamo mancare alle nostre responsabilità, che hanno reso il nostro Paese conosciuto e simpatico nel mondo intero. C’è un’umanità italiana che non dobbiamo perdere o lasciar stravolgere da odi o razzismi, ma incrementare e trasmettere ai nostri figli». I politici, ha concluso il presidente della Cei, «s’impegnino per il bene comune, in particolare per le fasce più povere della popolazione, memori che l’Italia, per la sua storia e la sua collocazione geografica in Europa e nel Mediterraneo, ha una particolare vocazione e una sua responsabilità».

Nei giorni scorsi si erano rivolti al ministro degli Interni Salvini, dopo le sue esternazioni anti-immigrati («è finita la pacchia»), anche diversi religiosi di base. La vita delle donne africane «schiavizzate per migliaia di italiani che di giorno o di notte le comprano e le ributtano sulla strada come merce usa e getta» non è una «pacchia», hanno scritto suor Eugenia Bonetti e Oria Gargano, da anni accanto alle donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale. E due preti palermitani, Cosimo Scordato e Franco Romano: e se, ministro Salvini, invece di respingerli, «li accogliessimo a braccia aperte, non solo per alleviare la loro sofferenza e disperazione, ma anche considerando la loro venuta come un’opportunità di rinnovamento e di ringiovanimento della nostra società?».

“Civiltà Cattolica”: lo spettro di Marx ancora si aggira per il mondo

2 giugno 2018

“Adista”
n. 20, 2 giugno 2018

Luca Kocci

A duecento anni dalla nascita di Karl Marx (5 maggio 1818), La Civiltà Cattolica analizza e rilancia il pensiero dell’autore del Capitale, sottolineandone quello che ritiene essere l’aspetto maggiormente attuale e profetico, soprattutto in tempo di crisi economica: la critica la capitalismo selvaggio.

Il quindicinale dei gesuiti (le cui bozze vengono lette e talvolta corrette in Segreteria di Stato vaticana prima di andare in stampa) non è diventato improvvisamente marxista. L’articolo firmato da p. Giovanni Cucci (“Cosa resta di Karl Marx?”) pubblicato sul fascicolo n. 4.030 di Civiltà Cattolica (16 maggio-2giugno) segnala tuttavia una ripresa di interesse per il filosofo di Treviri da parte della Chiesa cattolica, come dimostrano anche le recenti interviste del card. Reinhard Marx (arcivescovo di Monaco di Baviera, presidente dei vescovi tedeschi, nonché uno dei più stretti collaboratori di papa Francesco) sul suo omonimo al quotidiano Reinische Post Online (20/4) e alla Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung (v. Adista News del 6/5/2018).

Un interesse critico e problematico, che però non demonizza l’autore (insieme ad Engels) del Manifesto del Partito comunista, ma anzi ne sottolinea, insieme alle complessità, i meriti.

«La fortuna di Marx non è legata alla sua teoria economica e nemmeno alla visione politica, di fatto puramente negativa, concentrata sulla necessità di abbattere un sistema ingiusto, senza poter elaborare una proposta alternativa, se non per “sottrazione” (lo Stato marxista è senza proprietà privata, senza Dio, senza patria, senza esercito, senza diritto, senza famiglia, senza classi sociali)», scrive p. Cucci, secondo il quale «il successo del pensiero di Marx è legato piuttosto alla grande capacità dialettica di dare voce alla protesta nei confronti di un modello di società: il capitalismo industriale».

Insomma, secondo il gesuita, quello di Marx è un socialismo più «utopico» che «scientifico», in grado tuttavia di cogliere con straordinario anticipo i limiti e le contraddizioni del «capitalismo selvaggio», che proprio per aver ignorato Marx è oggi in crisi. «Dopo il crollo del blocco sovietico – scrive Cucci –, il liberalismo statunitense si è presentato come vincitore assoluto sulla scena mondiale. Ma negli ultimi 30 anni il liberalismo ha dimenticato alcuni aspetti della critica marxista che rischiano oggi di portarlo alla rovina». Infatti, prosegue, «quello che Marx attribuiva alla classe operaia del secolo XIX può essere oggi esteso alle professioni dell’intera società, dove sempre più persone, indipendentemente dal titolo e dalla professionalità conseguiti, si trovano costrette a vivere di espedienti, senza alcuna certezza di stabilità occupazionale», mentre «una fascia sempre più ristretta di popolazione si arricchisce in modo abnorme» ed utilizza tale «guadagno accumulato» non «per favorire la produzione, ma per aumentare la ricchezza di questi pochi, per lo più in investimenti fittizi. Si amplifica così la frattura tra capitale e lavoro, che rischia di portare il sistema al collasso».

Questo è stato, secondo Civiltà Cattolica, il «merito indiscusso» di Marx: «aver lanciato un formidabile grido di allarme a una società che ha fatto del denaro il proprio dio. In secondo luogo, egli ha cercato

di dare voce a chi non aveva voce (il proletariato) di fronte al volto disumano del capitalismo selvaggio, prospettando un immaginario futuro. A conclusione del Manifesto, egli notava che, se il capitalismo

non rimette in discussione i propri presupposti, finisce per diventare il becchino di se stesso. Alla luce delle analisi più recenti sopra riportate, questo è un avvertimento da non prendere troppo alla leggera. In questo senso il suo “spettro” torna ad aggirarsi a ogni, più grave, crisi economica».