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Fine dell’era Bagnasco. L’arcivescovo di Perugia verso l’investitura papale

24 maggio 2017

“il manifesto”
24 maggio 2017

Luca Kocci

Manca ancora la decisione ufficiale del papa, che probabilmente arriverà oggi, ma il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia, dovrebbe essere il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana.

Ieri mattina, nel corso dell’assemblea dei vescovi, si sono svolte le votazioni per individuare la terna di nomi da presentare al papa, e Bassetti, come previsto, è risultato il primo degli eletti, con un totale di 134 voti, ottenuti al termine di una complicata procedura di votazioni assembleari e ballottaggi. Al secondo posto monsignor Franco Giulio Brambila (115 preferenze), vescovo di Novara, anch’egli ampiamente annunciato alla vigilia. Terzo è il cardinal Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento in prima linea sulla questione immigrazione (Lampedusa si trova nella sua diocesi) e presidente della Caritas italiana, con 124 voti (il fatto che il terzo abbia più voti del secondo fa parte della farraginosità del sistema elettorale), un nome meno scontato, ma che era comunque entrato nel toto-presidente.

Francesco non è obbligato a scegliere il primo classificato, potrebbe addirittura ignorare la votazione: «Ricordate che non sono vincolato dalla terna», avrebbe detto ieri il papa nella riunione a porte chiuse con i vescovi. Ma visto che tanto ha insistito perché i vescovi eleggessero direttamente il proprio presidente, come avviene in tutte le conferenze episcopali del mondo (la terna è una soluzione di mediazione fra l’elezione diretta e la decisione affidata esclusivamente al papa), pare difficile, nonché poco coerente, che non tenga conto dei risultati e che non nomini la “prima scelta” dei vescovi. Anche se il ritardo della decisione potrebbe far sospettare qualche sorpresa.

In ogni caso Bassetti gode sicuramente del gradimento di Francesco: lo ha nominato cardinale nel suo primo concistoro nel febbraio 2014 rompendo la tradizione delle diocesi cardinalizie (a cui Perugia non appartiene); gli ha affidato la stesura delle meditazioni per la Via Crucis al Colosseo nel 2016; lo ha inserito nella Congregazione vaticana dei vescovi al posto di Bagnasco, presidente della Cei uscente; e al compimento dei 75 anni, quando secondo il Diritto canonico i vescovi presentano le proprie dimissioni al papa per raggiunti limiti di età, lo ha prorogato «donec aliter provideatur» (finché non si disponga diversamente), allungando il suo mandato per un eventuale quinquennio alla Presidenza della Cei.

Impegnato su temi sociali e sull’ecumenismo, Bassetti ha un profilo maggiormente pastorale rispetto a quello di Bagnasco. Non sarebbe un presidente di “rottura” – come potrebbe essere in parte Montenegro, attestato su posizioni “di frontiera” –, ma segnerebbe comunque un moderato cambiamento di linea rispetto a Bagnasco, sempre all’interno del recinto della tradizione.

Dal canto suo, ieri Bagnasco, che è stato salutato da Francesco in modo piuttosto sibillino («la ringrazio per la pazienza, non è facile lavorare con questo papa»; in ogni caso «lei passa da una presidenza all’altra», alludendo al fatto che Bagnasco è stato eletto alla guida del Consiglio delle Conferenze episcopali europee), si è congedato dai vescovi con l’ultima prolusione, nella quale ha voluto richiamare alcuni temi etici e politici che gli sono particolarmente cari. A cominciare dal rischio «populismo che – ha detto –, mentre afferma di voler semplificare problemi complessi e di promuovere nuove forme di partecipazione, si rivela superficiale nell’analisi come nella proposta, interprete di una democrazia solo apparente. Ci si chiede, pertanto, se serva veramente la gente, oppure se ne voglia servire; se intenda veramente affrontare i problemi o non piuttosto usarli per affermarsi». Poi alcuni “cavalli di battaglia”: le «derive antropologiche», l’attacco alla famiglia («la cultura disprezza la famiglia e la politica la maltratta», proponendo «nuove forme, più aggiornate, si dice, più efficaci e libere») e «il sostegno alla scuola paritaria, puntualmente messo in discussione da un pregiudizio ideologico». E con questo termina l’era Bagnasco.

Bergoglio alla prova di «mid term» della Cei

23 maggio 2017

“il manifesto”
23 maggio 2017

Luca Kocci

Si è aperta ieri in Vaticano l’assemblea generale della Conferenza episcopale italiana. Sceglierà il suo nuovo presidente, che succederà al card. Bagnasco, alla guida dei vescovi italiani per un decennio.

L’assemblea è stata introdotta da papa Francesco che, prima di incontrare i vescovi a porte chiuse («vorrei fra di noi un dialogo sincero, in cui si dicano le cose chiaramente», ha chiesto il papa), ha salutato Bagnasco in modo sottilmente ironico e decisamente irrituale, senza nascondere le divergenze: «Vorrei ringraziare il cardinale per questi dieci anni di servizio e per la pazienza che ha avuto con me. Non è facile lavorare con questo papa». E poi: «Ma tanto lei è abituato: passa da una presidenza all’altra», alludendo al fatto che Bagnasco è stato da poco eletto alla guida del Consiglio delle Conferenze episcopali europee.

Battute pontificie a parte (che però potrebbero far irrigidire gli oppositori), la settantesima assemblea della Cei riveste una grande importanza. Perché verrà individuato il nuovo presidente dopo un trentennio di assoluta continuità segnata dalla successione Ruini-Bagnasco. E perché per la prima volta saranno i vescovi, con una votazione democratica, ad indicare la propria preferenza sul presidente.

Non si tratta di una vera e propria elezione diretta, come avrebbe voluto papa Francesco che nell’assemblea del 2014 si era espresso in questa direzione. I vescovi hanno optato per una soluzione intermedia: eleggeranno una terna e poi al papa toccherà la scelta. Un modo per non rinunciare a quei «particolari vincoli dell’episcopato d’Italia con il papa» che consente alla Cei – unica Conferenza episcopale al mondo che non elegge il proprio presidente ma lo lascia scegliere al papa, sebbene ora all’interno di una terna votata a maggioranza – di autoproclamare la propria specificità e, in un certo senso, la propria superiorità. Dalla terna, quindi, si capirà se i 226 vescovi italiani – un terzo nominati da Bergoglio, due terzi scelti da Wojtyla e Ratzinger – sono sintonizzati sulla linea pastorale ed ecclesiale di papa Francesco oppure no.

In un testo non pronunciato ma consegnato ai vescovi, il papa ha dato delle indicazioni sul futuro della Chiesa italiana, invitando alla «collegialità episcopale», a vincere «chiusure e resistenze» e a rinunciare a «logiche di potere e di successo forzatamente presentate come funzionali all’immagine sociale della Chiesa» ma che in realtà sono «indice della mancanza di convinzioni interiori», a «inutili ambizioni», alla «tiepidezza del compromesso, l’indecisione calcolata, l’ambiguità».

Oggi le elezioni, con un complesso sistema di votazioni assembleari e ballottaggi che produrranno la terna da presentare al papa, che già entro la serata potrebbe individuare il nuovo presidente. Diversi i nomi in campo, che potrebbero ottenere un consenso trasversale, senza quindi costituire una svolta decisa: il lombardo Brambilla (vescovo di Novara), cresciuto all’ombra del card. Martini; il toscano Meini (vescovo di Fiesole); il pugliese Santoro, ciellino, conosciuto e apprezzato da papa Francesco, per molti anni vescovo in Brasile – dove si è distinto per la sua opposizione alla teologia della liberazione –, dal 2011 vescovo a Taranto, dove invece si è più volte espresso in maniera critica verso l’Ilva. Potrebbe esserci anche Betori, segretario della Cei ai tempi di Ruini, e sarebbe una scelta chiara di continuità, se non di ritorno al passato. Di “rottura”, e per questo con poche possibilità di successo, potrebbe essere il nome di Zuppi, vescovo di Bologna, impegnato su temi sociali, ma la sua appartenenza alla Comunità di Sant’Egidio – che non gode di consensi unanimi nell’episcopato – potrebbe essere un ostacolo. Oppure quelli emersi nelle ultime ore: Montenegro, creato cardinale da Francesco, presidente della Caritas, vescovo di Agrigento, in prima linea sul tema immigrazione; e Bertolone (vescovo di Catanzaro), che ha promosso con successo la causa di beatificazione di don Puglisi, il parroco di Palermo ucciso da Cosa Nostra. Il candidato di Francesco sembra essere Bassetti, vescovo di Perugia, anche lui creato cardinale e inserito nella Congregazione dei vescovi al posto di Bagnasco. È anziano, ha 75 anni, ma paradossalmente l’età potrebbe essere un punto di forza (anche perché è già stato “prorogato”) se i vescovi puntassero ad un presidente di transizione.

Bagnasco, ultima prolusione contro il testamento biologico

21 marzo 2017

“il manifesto”
21 marzo 2017

Luca Kocci

Dalla famiglia tradizionale alla «cultura del gender», dalle unioni omosessuali al fine vita. Nella sua ultima prolusione al Consiglio episcopale permanente (cominciato ieri a Roma) prima di lasciare la presidenza della Conferenza episcopale italiana, come in una sorta di testamento – non biologico –, il card. Bagnasco elenca e richiama i temi che hanno caratterizzato il suo decennio alla guida dei vescovi italiani. A maggio infatti l’Assemblea generale sarà chiamata ad eleggere – per la prima volta nella storia della Cei, il cui presidente è stato sempre nominato direttamente dal papa – la terna di vescovi che verrà presentata a Francesco perché individui il successore.

L’occasione, quindi, era imperdibile: ora o mai più, perlomeno da capo dell’episcopato italiano. E Bagnasco non la manca.

Dopo un breve accenno a crisi economica e mancanza di lavoro soprattutto per i giovani e al sud (temi anch’essi spesso presenti nelle prolusioni degli ultimi anni), snocciola quelli che erano i «principi non negoziabili» dell’era Wojtyla-Ratzinger, a cominciare dalla vita come «bene indisponibile», demolendo dalle fondamenta la legge sul testamento biologico in discussione in Parlamento: è «radicalmente individualistica, adatta a un individuo che si interpreta a prescindere dalle relazioni, padrone assoluto di una vita che non si è dato», afferma il presidente della Cei. «La categoria di “terapie proporzionate o sproporzionate” si presta alla più ampia discrezionalità soggettiva», e «si rimane sconcertati vedendo il medico ridotto a un funzionario notarile, che prende atto ed esegue, prescindendo dal suo giudizio in scienza e coscienza». La conclusione: «La morte non deve essere dilazionata tramite l’accanimento terapeutico – affermazione che potrebbe sembrare un passo avanti rispetto ad alcune vicende del recente passato –, ma neppure anticipata con l’eutanasia», di cui peraltro nel ddl non si parla.

Quindi la famiglia, «fondata sul matrimonio e aperta alla vita», costantemente sotto attacco da «un certo pensiero unico» che «continua a denigrare l’istituto familiare e a promuovere altri tipi di unione», nonché a «presentarla come un modello superato o fra altri, tutti equivalenti». E se la legge sulle unioni civili fa ormai parte dell’ordinamento dello Stato, c’è sempre il rischio che qualcuno provi a rilanciare il tema delle adozioni anche da parte delle coppie omosessuali. Pertanto Bagnasco ribadisce «il diritto dei figli ad essere allevati da papà e mamma, nella differenza dei generi che, come l’esperienza universale testimonia, completa l’identità fisica e psichica del bambino». Chi agisce diversamente, «nega ai minori un diritto umano basilare» che «non può essere schiacciato dagli adulti, neppure in nome dei propri desideri», magari facendo ricorso alla «pratica della maternità surrogata», che altro non è, secondo il presidente della Cei, «una violenza discriminatoria verso le donne».

Infine la «cultura del gender» diffusa nelle scuole con cui «si banalizza la sessualità umana ridotta ad un vestito da cambiare a piacimento». Bagnasco rilancia le parole più volte pronunciate da papa Francesco, che su questo tema non ha mai mostrato intenzioni di analisi più approfondite e complesse: «Indottrinamento della teoria del gender» e «inaccettabile “colonizzazione ideologica”». E invita docenti e genitori alla vigilanza attiva: «nessuna iniziativa, come nessun testo che promuova concezioni contrarie alle convinzioni dei genitori, deve condizionare lo sviluppo affettivo armonico e la sessualità dei minori».

“Noi siamo chiesa”: «bugia-gaffe» di mons. Galantino sui bilanci diocesani

11 marzo 2017

“Adista”
n. 10, 11 marzo 2017

Luca Kocci

«Galantino dice bugie rispondendo alla nostra richiesta che le diocesi pubblichino i loro bilanci». È la netta conclusione a cui arriva il movimento Noi Siamo Chiesa che, in una lettera indirizzata ai vescovi del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, aveva chiesto che i bilanci delle diocesi fossero resi pubblici e a cui il segretario della Cei, mons. Nunzio Galantino, interpellato da Adista durante la conferenza stampa finale del Consiglio episcopale permanente di fine gennaio, aveva risposto che «i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani» (v. Adista Notizie n. 6/17). Dopo aver verificato – grazie ad una mini inchiesta di Adista (v. Adista Notizie n. 7/17) – che non è così e che i bilanci delle diocesi sono tutt’altro che pubblici, Noi Siamo Chiesa parla di «clamorosa gaffe/bugia» del segretario della Cei e conclude: «I segreti di curia restano segreti, magari avesse ragione Galantino nel sostenere che i bilanci sono pubblici», ma evidentemente il segretario della Cei «non è al corrente di come vanno le cose nelle nostre diocesi».

In realtà la vicenda ha un precedente, che risale esattamente a dieci anni fa, quando sempre il movimento Noi Siamo Chiesa, in seguito ad un convegno sul tema “Povertà della Chiesa e nella Chiesa e gratuità del ministero” (i cui contenuti sono poi stati raccolti nel volumetto Sulla Chiesa povera, edito dalla Meridiana), promosse una ricerca su quanto veniva reso pubblico dalle tante curie sulle proprie risorse, otto per mille compreso. A rispondere fu una sparuta minoranza: sette diocesi sulle 226 interpellate, ma solo relativamente all’otto per mille, non dicendo una parola sui bilanci complessivi della diocesi.

Dopo dieci anni Noi Siamo Chiesa ci ha riprovato. «Dopo aver atteso per anni qualcosa di nuovo con papa Francesco che aveva iniziato a parlare di Chiesa dei poveri – spiegano dal movimento –, dopo aver visto che la diocesi di Padova in ottobre aveva pubblicato il suo bilancio (un vero bilancio con Stato patrimoniale e Conto economico, v. Adista Notizie n. 40/16), ci è sembrato naturale chiedere ai vescovi di esigere che tutte le diocesi andassero nella stessa direzione. Abbiamo scritto una lettera a tutti i membri del Consiglio episcopale permanente che si riuniva, come ci consueto, a fine gennaio (v. Adista Notizie n. 5/17). Non abbiamo ricevuto risposte, la cosa non ci meraviglia. More solito, purtroppo. Ma un redattore di Adista ha chiesto a Galantino nella conferenza stampa che tiene sempre alla fine di questo tipo di incontri se avessero preso in considerazione la lettera di Noi Siamo Chiesa che, nel frattempo, avevamo reso pubblica. La risposta è quella che leggete nel pezzo che Adista ha scritto in proposito (v. Adista Notizie nn. 6 e 7/17). Speriamo proprio che Galantino non cerchi ora di giustificare la sua clamorosa gaffe/bugia con gli interventi indicati nella mappa online del sito http://www.sovvenire.it, che si occupa di ottopermille. Avevamo chiesto non l’elenco degli interventi periferici dell’ottopermille ma il bilancio delle diocesi e degli Istituti per il sostentamento del clero (di questi ultimi, anche la diocesi di Padova non parla, sono una cosa separata, speriamo che a Padova vadano avanti nella meritoria linea che hanno scelto e che crediamo dia fastidio a tutti gli altri vescovi)».

La conclusione di Noi Siamo Chiesa è affidata ad Antonio Rosmini (beatificato nel 2007, quindi dovrebbe trattarsi di figura autorevole per la Chiesa cattolica. «A proposito di Galantino – scrive Noi Siamo Chiesa nella sua nota – dobbiamo ricordare altro, per quanto ci dispiaccia perché sappiamo che è tra gli “amici” di papa Francesco. Nel febbraio del 2014 si tenne un incontro a Roma per il trentennale della firma del nuovo Concordato Craxi-Casaroli. Nel suo intervento Galantino partì dal ricordare le cinque piaghe del Rosmini per giustificare ed apprezzare il sistema in vigore particolarmente quello dell’otto per mille. Ci sembrava un arrampicarsi sugli specchi. Abbiamo riletto la quinta piaga del piede sinistro, quella che parla dei beni ecclesiastici, dove si dicono cose molto esplicite. Il Rosmini sosteneva che gli “antichi vescovi conferivano col loro popolo e col clero anche per ciò che riguardava i beni temporali”, e che si doveva pubblicare “un annuale rendiconto (…) sicchè l’opinione dei fedeli di Dio potesse esprimere una sanzione di pubblica stima o di biasimo”. E nella sesta massima della quinta piaga scriveva che “le risorse siano gestite in modo trasparente e pubblico, ci siano criteri certi, siano amministrate con vigilanza, chi le amministra (preti e diaconi) abbia il suffragio della plebe cristiana secondo la tradizione apostolica (Atti 6, 2): essere persone a lei note di piena sua confidenza”».

Se non vogliono ascoltare Noi Siamo Chiesa – che per molti vescovi è in odore di eresia –, chissà se dalla Cei ascolteranno perlomeno il beato Rosmini

Ordinare «presbiteri di comunità sposati». I dehoniani di “Settimana” rilanciano una proposta latinoamericana

4 marzo 2017

“Adista”
n. 9, 4 marzo 2017

Luca Kocci – Eletta Cucuzza

«A quando i presbiteri di comunità sposati?». È la domanda che pone don Francesco Strazzari su Settimana news (dello scorso 18 febbraio) – versione online del quindicinale dei dehoniani, che ha cessato le pubblicazioni cartacee il 31 dicembre 2015 (v. Adista Notizie nn. 28, 32, 44/15 e 1/16) – rilanciando un dibattito che è piuttosto vivo in altre parti del mondo ma che in Italia non è mai stato avviato.

Lo fa citando, non a caso, tre fonti straniere. Innanzitutto il teologo benedettino p. Ghislain Lafont, che ha definito i «presbiteri di comunità» come «persone umanamente e cristianamente mature» alle quali viene riconosciuto il carisma di presiedere l’assemblea eucaristica (dovrebbero cioé essere formate per l’ordinazione sacerdotale dalle stesse loro comunità di appartenenza – sacerdoti in primis – e svolgerebbero il loro ministero all’interno di esse, magari solo per determinati periodi di tempo o anche a tempo parziale, sposati o no. Adista ha seguito l’iter dei “presbiteri di comunità” nei numeri 17 e 37/2011; 26, 40 e 45/2014; 39/2015).

Ma cita soprattutto il vescovo emerito di Jales (Brasile), dom Demetrio Valentini, per anni presidente della Caritas brasiliana, il quale, nell’omelia al santuario nazionale di Aparecida, lo scorso 14 febbraio, ha invitato la Chiesa del Brasile a riflettere sulla questione dei cattolici che non possono accedere all’eucaristia con frequenza per mancanza di preti. Dom Valentini parlava nel giorno della commemorazione dei 25 anni dell’Associazione nazionale dei presbiteri del Brasile. «Senza eucaristia non esiste comunità cristiana – ha detto Valentini, ripreso da Settimana news –. Questo è stato solennemente affermato qui in questa basilica da papa Benedetto XVI aprendo la quinta Conferenza generale dei vescovi dell’America Latina e dei Caraibi. Senza eucaristia non esiste comunità cristiana. È necessario adesso verificare che conseguenze pratiche tiriamo da questa verità così importante affermata dal papa. Qui entra in pieno di nuovo la questione presbiterale», ha affermato dom Demetrio, aggiungendo tra l’altro: «Papa Francesco con il suo coraggio e, nello stesso tempo, con prudenza ha chiesto alla Conferenza dei vescovi brasiliani di presentare un progetto; sarebbe già una motivazione da assumere con rapidità e dedizione. Personalmente, mi permetto di manifestare qui la mia posizione, ben consapevole che potrà avere poco peso. La vita insegna a relativizzare le aspirazioni personali e a situarle in una dimensione più ampia della storia. Non importa se non vediamo realizzati tutti i nostri sogni, ancora più adesso che, come vescovo emerito, non comando più niente. Ma non posso non dirlo. Mi prendo la libertà di chiedere alla Conferenza dei vescovi brasiliani che faciliti la discussione sul problema inerente alla questione dei presbiteri di comunità perché possa essere definita nei suoi dettagli e possiamo provvedere e attuare la disposizione di papa Francesco di mettere in movimento questo provvedimento, affinché in questa questione, che coinvolge profondamente la vita della Chiesa, il papa non si veda ostacolato dalla resistenza ecclesiale interna, ma possa contare sul chiaro appoggio della Conferenza dei vescovi brasiliani, in special modo dei presbiteri del Brasile rappresentati qui oggi dall’Associazione nazionale dei presbiteri del Brasile».

Infine, ricorda il settimanale dei dehoniani molto diffuso fra il clero – quindi la sua presa di posizione è particolarmente significativa –, a favore dei presbiteri di comunità si erano espressi, il 20 ottobre del 2016, diciotto vescovi di Brasile, Messico, Cile e Argentina, riuniti a Embu, nei pressi di San Paolo, per riflettere su temi riguardanti la loro missione episcopale. In una “mozione” sottoscritta dai diciotto vescovi e inviata al card. Rubén Salazar Gomez, arcivescovo di Bogotà e presidente del Consiglio episcopale latino-americano (Celam) perché venga esaminata «con affetto» e senza attendere troppo, hanno chiesto alle Conferenze episcopali di affrontare «con urgenza» il progetto di ordinare uomini sposati perché possano esercitare il ministero presbiterale nelle loro comunità. «La questione – scrivevano i vescovi – è già da molto tempo sul tappeto ed è giunto il momento di passare all’azione. Ci prendiamo la libertà di suggerire ad ogni Conferenza episcopale di mettere in cammino adeguatamente questo tema, affinché si arrivi quanto prima possibile a quegli ampi consensi che l’iniziativa richiede».

In Italia, intanto, tutto tace, il dibattito sui «presbiteri di comunità» non è mai stato realmente avviato, e la Conferenza episcopale sembra in altre faccende affaccendata.

Il “cammino” dei presbiteri di comunità

“Padre” della locuzione “presbiteri di comunità” è il vescovo emerito Fritz Lobinger, tedesco (esercitò il suo ministero in Sudafrica fra il 1987 e il 2004), che la espose fra l’altro in due suoi libri, Équipe di ministri ordinati e L’altare vuoto (l’editrice tedesca Herder pubblicò il primo nel 2003; la Emi pubblicò nel 2009 Preti per domani; in spagnolo, El altar Vacío è apparso nel 2011, accompagnato da un testo proprio di mons. Valentini; in portoghese Altar Vacío vide la luce per i tipi dell’Edizione Santuario di Aparecida). Un’idea ben nota a papa Francesco (sappiamo peraltro che era già stata sottoposta alle alte sfere vaticane e a papa Ratzinger da un vescovo brasiliano che ha sempre voluto rimanere anonimo) stando a quanto scrisse il settimanale spagnolo Vida nueva (5/12/2014) dopo un colloquio con il vescovo della diocesi brasiliana di Xingu, mons. Erwin Kraütler che aveva incontrato il pontefice il 4 aprile del ‘14: «Lo stesso Bergoglio si riferì ad alcune “teorie interessanti”, come quella già citata del vescovo Lobinger sui ministri ordinati che appartengono alla comunità e che continuano la loro vita familiare e professionale, rivela il prelato brasiliano di origine austriaca (Kraütler, ndr)». A Kraütler, d’altronde, che a Francesco faceva presente il pressante bisogno di sacerdoti nella sua diocesi, il papa aveva detto: siate, voi vescovi più «coraggiosi» nel fornire suggerimenti concreti.

 

Bilanci diocesani in chiaro: finora è chiaro solo che non ci sono

17 febbraio 2017

“Adista”
n. 7, 18 febbraio 2017

Luca Kocci

«Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova», sosteneva Sherlock Holmes, l’investigatore di Arthur Conan Doyle. E sulla questione dei bilanci delle diocesi italiane – che secondo il segretario generale della Conferenza episcopale, mons. Nunzio Galantino, sarebbero tutti pubblici e presenti sui siti internet delle rispettive diocesi – abbiamo raggiunto quota tre indizi: ovvero tre diocesi (Torino, a cui si sono aggiunte anche Milano e Roma) hanno ammesso che i propri bilanci non sono pubblici, tantomeno online sui propri siti, smentendo quindi le affermazioni del segretario generale della Cei e confermando che in materia di trasparenza economico-finanziaria per la Chiesa italiana la strada è ancora lunga. Ricordiamo le tappe della vicenda e aggiungiamo le due nuove puntate.
Dopo che la diocesi di Padova, ad ottobre 2016, pubblica sul sito internet della Chiesa patavina e sul settimanale diocesano La Difesa del Popolo – organizzando anche una conferenza di presentazione – il bilancio della Diocesi comprendente stato patrimoniale e conto economico (v. Adista Notizie n. 40/16), il movimento Noi Siamo Chiesa scrive ai vescovi riuniti a Roma per il Consiglio episcopale permanente (23-25 gennaio 2017) chiedendo che «l’esempio della diocesi di Padova» sia «seguito dalle altre diocesi senza tergiversazioni», poiché «la pubblicità e la trasparenza, nella conoscenza e nella gestione delle risorse, sono la condizione sine qua non perché le parole “Chiesa povera e dei poveri” possano concretizzarsi ». Una tale decisione, secondo Noi Siamo Chiesa, «darebbe credibilità alla Chiesa verso l’esterno ma anche nei confronti del popolo cristiano molto sensibile su queste questioni, disposto a discutere e a dare e a fare la sua parte» (v. Adista Notizie n. 5/17).
Alla conferenza stampa di chiusura del Consiglio episcopale permanente, interpellato da Adista sulla proposta di Noi Siamo Chiesa, mons. Galantino afferma con sicurezza che «i bilanci delle diocesi sono già tutti pubblici, si trovano sui siti internet delle diocesi e sono pubblicati sui settimanali diocesani. Padova ha fatto quello che fanno anche le altre diocesi» (v. Adista Notizie n. 6/17).
Ma questi bilanci, sui siti internet di dieci diocesi “campione” (Torino, Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Palermo e Cagliari), non si trovano. E non si trovano perché non esistono. Come ci conferma l’ufficio amministrativo della Diocesi di Torino, unico – la scorsa settimana – a rispondere ad una nostra domanda sulla presenza del bilancio diocesano sul sito internet: «Come ha già potuto notare – ci scrivono dalla Curia torinese –, i bilanci non sono sul sito, né quello dell’Arcidiocesi né quello delle parrocchie. Resto a disposizione e porgo cordiali saluti».
«Un indizio è un indizio» e nulla di più, direbbe Sherlock Holmes. Ma nella giornata del 3 febbraio – mentre Adista era già in stampa – arriva una seconda risposta, da parte dell’Ufficio comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Milano: «Gentilissimo, i dati che lei chiede non sono disponibili. Grazie e buon lavoro». Due indizi, quindi una semplice coincidenza, se nel tardo pomeriggio dello stesso venerdì 3 febbraio non arrivasse una terza risposta, da parte dell’Ufficio stampa Vicariato di Roma, la diocesi del papa: «Effettivamente i dati da lei richiesti non sono presenti sul sito internet della diocesi di Roma», con l’invito, per saperne di più, a metterci in contatto con l’Ufficio problemi giuridici della Conferenza episcopale italiana. Tre indizi: ovvero una prova.

Consiglio permanente Cei: in fine mandato prolusione in tono minore del card. Bagnasco

1 febbraio 2017

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Forse perché quella con cui ha aperto il Consiglio permanente della Conferenza episcopale del 23-25 gennaio era la sua penultima prolusione prima di lasciare, dopo dieci anni, la guida dei vescovi italiani – a maggio, nell’Assemblea generale, voteranno la terna all’interno della quale papa Francesco sceglierà il nuovo presidente della Cei – che il discorso con cui il card. Angelo Bagnasco ha aperto i lavori del “consiglio dei ministri” dei vescovi è stato particolarmente breve.

Pochissimi i temi affrontati. Inevitabile un pensiero alle vittime dei terremoti e del maltempo di queste settimane – ma anche ai «parroci che non hanno lasciato la terra» e a tutti coloro che sono impegnati «per salvare le vite altrui», «il volto migliore del nostro Paese» –, prima di cominciare con la povertà, in grande crescita. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei – le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila mentre oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali, come l’introduzione del «Reddito d’inclusione» – una proposta su cui da anni si sta spendendo un cartello di associazioni che comprende, fra le altre, Acli, Azione Cattolica, Caritas, Comunità di Sant’Egidio, Movimento dei Focolari –, la «predisposizione del Piano nazionale contro la povertà» (v. Adista Notizie nn. 41/13, 28/14, 36/15 e 7/16) e tutti quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire». E che invece fanno «fatica a essere realmente presi in carico e portati a effettivo compimento».

Nonostante questa urgenza, la politica si occupa di altro, «ad esempio il fine vita». Che il dibattito politico di queste settimane sia incentrato su questo tema se ne è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni civili omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha accompagnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche in questo suo penultimo discorso non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato Bagnasco – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con le implicazioni, assai delicate e controverse, in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo»; «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte. Crediamo che la risposta alle domande di senso che avvolgono la sofferenza e la morte non possa essere trovata con soluzioni semplicistiche o procedurali; la tutela costituzionale della salute e della vita deve restare non solo quale riferimento ideale, bensì quale impegno concreto di sostegno e accompagnamento».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati ed esposti ad ogni sorta di abuso». Su questo tema, dalla Cei arriva una proposta importante, che farà infuriare Salvini, ammesso che il segretario della Lega si dedichi alla lettura delle Prolusione del presidente della Cei: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

All’ordine del giorno dei vescovi la preparazione due documenti: un sussidio sul rinnovamento del clero a partire dalla formazione permanente e una comunicazione in vista del Sinodo dei vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (v. Adista Notizie n. 4/17). E poi l’Assemblea generale di maggio, quando, ricorda Bagnasco, «saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava papa Francesco – ovvero l’elezione diretta del presidente, come del resto avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo –, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi tre il papa sceglierà il nuovo presidente. Il “totonomi” è già partito: Galantino (segretario generale della Cei), Bassetti (arcivescovo di Perugia), Zuppi (arcivescovo di Bologna), Semeraro (vescovo di Albano) oppure un outsider “francescano” – nel senso di Bergoglio – come Menichelli (arcivescovo di Ancona). Sembra però un esercizio piuttosto velleitario: in questi quasi quattro anni di pontificato, Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, e la terna la eleggeranno loro. Quindi la discontinuità non è affatto assicurata.

Cei, volge al termine l’era Bagnasco

24 gennaio 2017

“il manifesto”
24 gennaio 2017

Luca Kocci

Volge al termine l’era del cardinal Bagnasco alla guida della Conferenza episcopale italiana. Si è aperta ieri l’ultima riunione del Consiglio episcopale permanente (una sorta di consiglio dei ministri) presieduto dall’arcivescovo di Genova. A maggio l’Assemblea generale dei vescovi eleggerà i tre nomi fra i quali papa Francesco individuerà il nuovo presidente.

Forse anche per questo la prolusione di Bagnasco è stata breve e ha toccato pochi temi. A cominciare dalla povertà. «Dall’inizio della crisi – ha detto il presidente della Cei –, le persone in povertà assoluta in Italia sono aumentate del 155%: nel 2007 erano 1milione ed 800mila, oggi sono 4milioni e 600mila». Una crisi economica che pesa soprattutto «sui giovani e sul Meridione» e contro la quale è necessario attuare delle misure strutturali: il «Reddito d’inclusione (Rei)», il «Piano nazionale contro la povertà» e quei «provvedimenti a favore della famiglia che potrebbero non solo alleviare le sofferenze, ma anche aiutare il Paese a ripartire».

Eppure la politica si occupa di altro, ad esempio di fine vita». Che il dibattito sia incentrato su questo se n’è accorto forse solo Bagnasco, ma del resto quello dei temi etici (unioni omosessuali, gender, testamento biologico, ecc.) è stato il filo rosso che ha segnato il suo decennio alla guida della Cei. E anche nel suo quasi commiato – l’ultima prolusione di Bagnasco sarà all’assemblea di maggio – non poteva mancare. «La discussione politica – ha sottolineato – verte su altri versanti, quali ad esempio il fine vita, con implicazioni assai delicate e controverse in materia di consenso informato, pianificazione delle cure e dichiarazioni anticipate di trattamento. Ci preoccupano non poco le proposte legislative che rendono la vita un bene ultimamente affidato alla completa autodeterminazione dell’individuo», «sostegni vitali come idratazione e nutrizione assistite, ad esempio, verrebbero equiparate a terapie, che possono essere sempre interrotte».

Quindi i migranti, in particolare i «minori non accompagnati», con una proposta che farà infuriare Salvini: il «riconoscimento della cittadinanza ai minori che hanno conseguito il primo ciclo scolastico».

E dopo un inevitabile pensiero alle vittime del terremoto e del maltempo, ma anche ai soccorritori, la conclusione che lancia il prossimo appuntamento, «l’Assemblea generale dove saremo chiamati a eleggere la terna relativa alla nomina del presidente della Cei». Non è la soluzione pienamente democratica che auspicava Francesco, ovvero l’elezione diretta del presidente come avviene in tutte le Conferenze episcopali del mondo, ma una mediazione: i vescovi voteranno tre nomi e fra questi il papa sceglierà il nuovo presidente. Bergoglio si è distinto per alcune nomine episcopali sorprendenti e fuori dalle cordate tradizionali, ma la maggioranza dei vescovi italiani proviene ancora dall’epoca Ratzinger-Ruini-Bagnasco, quindi la discontinuità non è affatto assicurata.