Archive for the ‘conclave 2013’ Category

Il rottamatore di Dio

17 marzo 2013

“il manifesto”
17 marzo 2013

Luca Kocci

Quello di questa mattina, con l’Angelus in piazza san Pietro, sarà il primo vero bagno di folla di papa Bergoglio. In attesa di martedì quando, con la messa di inizio pontificato, è atteso a Roma un milioni di persone, con oltre 100 capi di Stato e di governo.

Intanto, nelle occasioni pubbliche di questi giorni, Bergoglio si conferma papa mediatico e innovatore, perlomeno nei gesti e nelle parole. «Un rottamatore che sta smontando pezzo dopo pezzo il cerimoniale moderno dei pontefici», dice lo storico Alberto Melloni. Ieri, per esempio, alla fine dell’udienza ai 5mila giornalisti che hanno seguito il conclave, il papa ha eliminato la benedizione solenne, che Ratzinger faceva spesso in latino. «Dato che molti di voi non appartengono alla Chiesa e non sono credenti – ha detto in spagnolo –, imparto la benedizione, in silenzio, rispettando la coscienza di ciascuno».

Bergoglio ha anche svelato come sono andate le cose per la scelta del nome Francesco. Appena superato il quorum del 77 voti, il suo vicino di posto in conclave, il francescano brasiliano Hummes, gli ha detto «non dimenticare i poveri». Subito, spiega Bergoglio, «ho pensato a Francesco d’Assisi, l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato, e in questo momento noi non abbiamo una buona relazione con il creato». E ha confessato anche il suo desiderio di «una Chiesa povera e per i poveri». Un’affermazione decisamente in controtendenza rispetto al trionfalismo trasmesso dagli ultimi due pontificati di Wojtyla e Ratzinger. Che tuttavia, facendo un po’ di esegesi, rivela una visione diversa da quella conciliare: papa Roncalli parlò di «Chiesa dei poveri», quella di Bergoglio è una Chiesa «per i poveri», in cui quindi la componente paternalistica e caritatevole sembra prevalere rispetto a quella di liberazione.

Arrivano anche i primi atti di governo del nuovo papa, con la conferma, scontata, dei capi dei dicasteri curiali e vaticani «donec aliter provideatur», cioè fino a che non si provveda altrimenti. Tuttavia, nel comunicato della sala stampa, c’è una precisazione non scontata: «Il santo padre desidera riservarsi un certo tempo per la riflessione, la preghiera e il dialogo, prima di qualunque nomina o conferma definitiva». Non andò così con Ratzinger il quale, due giorni dopo la sua elezione a papa, confermò come segretario di Stato il cardinal Sodano, citandolo espressamente, e lasciandolo al suo posto per oltre un anno, fino al raggiungimento dell’età pensionabile. E così fece con molti altri, a partire dai due sostituti della Segreteria di Stato, per gli Affari generali e per i Rapporti con gli Stati (i ministri degli Interni e degli Esteri). Sembrerebbe invece che Bergoglio – perlomeno a questo fa pensare l’inciso del comunicato ufficiale – voglia prendersi ancora qualche settimana di tempo per poi procedere ad un ricambio robusto e generalizzato dei vertici della curia e del governatorato, cominciando proprio dalla Segreteria di Stato di Bertone. Saranno proprio queste nomine a rivelare se veramente quello di Bergoglio sarà un pontificato di rottura e quale direzione potrà prendere, al di là dei gesti e delle parole apparentemente “rivoluzionarie” di questi giorni.

Domani ci sarà la prima udienza del papa con un capo di Stato: la presidente argentina Cristina Kirchner. E fra i due i rapporti sono tutt’altro che pacifici: Bergoglio, da presidente della Conferenza episcopale argentina (fino al 2011) e da vescovo di Buenos Aires, non è mai stato un suo sostenitore.

Una sorpresa, non una novità

14 marzo 2013

“il manifesto”
14 marzo 2013

Luca Kocci

Fumata bianca. L’arcivescovo di Buenos Aires, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, è il 266mo papa della Chiesa cattolica romana. L’annuncio è stato dato ieri sera dalla loggia delle benedizioni della basilica di San Pietro dal protodiacono, il cardinale Jean-Louis Pierre Tauran, con il tradizionale Habemus papam, seguito dal nome in latino di Bergoglio, che ha scelto per sé il nome di Francesco.

Un’elezione che ha rovesciato le previsioni della vigilia – che davano un testa a testa fra l’arcivescovo di Milano, Angelo Scola, e quello di San Paolo, il brasiliano Odilo Pedro Scherer –, anche se il cardinale argentino, soprattutto negli ultimi giorni, aveva fatto la comparsa in alcune liste di papabili. E un’elezione densa di novità: il primo gesuita che diventa pontefice e il primo papa americano, anzi latinoamericano. «Il dovere del conclave era dare un vescovo a Roma: sembra che i miei fratelli cardinali sono andati a prenderlo quasi alla fine del mondo», ha detto Bergoglio dal balcone di San Pietro, appena eletto. Ed è il primo pontefice ad assumere il nome di Francesco. Un appellativo da molti ritenuto “scomodo”, per il riferimento a Francesco d’Assisi e per l’evidente valore programmatico: il papa che deciderà di chiamarsi Francesco vorrà riprendere il mano la profezia, mai attuata, del Concilio Vaticano II della “Chiesa povera e dei poveri”. Si vedrà presto se Bergoglio procederà su questa strada o se la sua è stata solo una scelta popolare e mediatica, subito applaudita dai fedeli che erano in piazza. «Cominciamo questo cammino della Chiesa di Roma, vescovo e popolo insieme, di fratellanza, amore, fiducia tra noi. Preghiamo l’uno per l’altro, per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza», ha detto ancora, prima di benedire la folla, di chiedere la benedizione per sé e di ritirarsi nel palazzo apostolico. Parole semplici, da cui emergono due elementi: non si definisce «papa» ma «vescovo di Roma» – e così fa anche per Ratzinger, ricordandolo – e ripete il termine «fratellanza». Segnali che potrebbero essere il preludio ad un ridimensionamento del centralismo papale e ad un ampliamento della collegialità episcopale. Lo si capirà meglio dai primi atti del nuovo pontefice.

Ad uscire vincitore dal conclave è comunque il partito dei “pastori”, quello dei cardinali vescovi di diocesi, critici verso la curia romana e fautori di una riforma del governo centrale ma anche di una maggiore collegialità e trasparenza nella Chiesa. Gli sconfitti sono i curiali del partito “romano”, Bertone e Sodano su tutti. Bergoglio è stato eletto ieri pomeriggio, al quinto scrutinio – il primo sì è svolto martedì sera, ieri ce ne sono stati quattro, due al mattino e due al pomeriggio, fra cui quello decisivo –, uno in più di Ratzinger, che venne scelto al quarto scrutinio, con 84 voti. È assai probabile – dettagli e indiscrezioni su come sono realmente andate le cose nel conclave si sapranno, forse, nelle prossime settimane, quando qualche cardinale racconterà in forma anonima gli esiti delle votazioni – che si sia verificata una situazione di stallo fra i primi due, Scola e Scherer, e che per uscire dall’impasse sia venuto fuori il nome di Bergoglio. Che è una sorpresa ma non una novità, perché già nel conclave del 2005, quello che elesse Ratzinger, era in lizza, sempre in quota riformatori: al secondo e terzo scrutinio, infatti, incassò prima 35 e poi 40 voti (ottenendo anche quelli che al primo scrutinio erano andati a Martini), mentre Ratzinger viaggiava sui 70-72. A quel punto, visto che al tedesco mancavano 5 voti per raggiungere il quorum, Bergoglio preferì fare un passo indietro, spianando la strada a Benedetto XVI.

Nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, Bergoglio (che è di origine italiana: i genitori emigrarono in Argentina dall’astigiano) è un tecnico chimico ma sceglie presto di entrare nella Compagnia di Gesù, i gesuiti, e viene ordinato prete nel 1969. Lavora sempre all’interno della Compagnia – come insegnante, formatore, provinciale dell’Argentina –, fino a quando nel 1992 Giovanni Paolo II lo nomina vescovo ausiliare di Buenos Aires, di cui diventa arcivescovo nel 1998. È cardinale dal 2001 e dal 2005 al 2011 è stato anche presidente della Conferenza episcopale argentina. Viene considerato un riformatore dal punto di vista ecclesiale, ma un conservatore sotto l’aspetto dottrinale: nel 2011, per esempio, contesta duramente la legge argentina sulle unioni omosessuali, definendola frutto della «invidia del demonio» che «vuole distruggere il piano di Dio». È attento alle questioni sociali, ma non per questo vicino alla teologia della liberazione, che anzi ha più volte criticato. E con un passato non del tutto trasparente: alcuni, fra cui diversi preti argentini di base, lo accusano di silenzi ed omissioni nei confronti del regime militare della dittatura argentina, tra il 1976 e il 1983. A questo proposito, il giornalista argentino Horacio Verbitsky, che più volte ha analizzato il ruolo delle gerarchie ecclesiastiche nel periodo della dittatura, anche grazie a documenti riservati, rivela che quando Bergoglio era provinciale dei gesuiti per l’Argentina (dal 1973 al 1979) isolò alcuni gesuiti particolarmente vicini alla teologia della liberazione e impegnati nei movimenti che si opponevano alla dittatura, consegnandoli di fatto ai militari. Un passato che ora inevitabilmente tornerà alla luce.

Fumo nero sul tetto che scotta in Vaticano

13 marzo 2013

“il manifesto”
13 marzo 2013

Luca Kocci

Dal comignolo posto sul tetto della Cappella sistina ieri sera è uscito fumo nero. Il papa non è stato eletto e la Chiesa cattolica è ancora senza un capo.

Non è una sorpresa. Nel primo giorno del conclave si svolge un solo scrutinio e non è mai accaduto nella storia del papato contemporaneo un’elezione già al primo turno. Il voto iniziale serve a svelare i candidati veri, dopo dieci giorni di consultazioni ufficiali nelle congregazioni generali e di conciliaboli e incontri riservati in cui i due partiti – quello “romano” dei curiali guidati da Bertone e Sodano e quello dei “pastori”, i cardinali vescovi di diocesi che chiedono riforme istituzionali nel governo centrale della Chiesa di Roma – hanno messo a punto strategie, stretto alleanze ed individuato i migliori papabili. Restano in campo due o tre candidati forti, che raccolgono buona parte dei suffragi, e altri tre o quattro, con pochi voti ciascuno. Le mosse successive si sviluppano a partire da questa iniziale scrematura, come ha spiegato anche il direttore della sala stampa vaticana, padre Lombardi: «Uno parte votando quello che ritiene il candidato migliore secondo la sua prospettiva. Poi però, in un tempo relativamente rapido, ognuno capisce quali sono i candidati maggiormente in grado di ricevere consenso e quindi converge su quello, così da orientare la scelta in quella direzione».

I primi due ai blocchi di partenza sono l’arcivescovo di Milano Scola (accreditato di 35-40 voti) per il partito dei “pastori” e il brasiliano Scherer, arcivescovo di San Paolo e “controllore” dello Ior, sostenuto dai curiali (25-30 voti). La giornata di oggi risulterà decisiva: se Scola, nei quattro scrutini previsti (due al mattino e due al pomeriggio) – o Scherer – sarà in grado di aumentare progressivamente i propri consensi, si andrà ad un’elezione rapida e ad un conclave breve, che potrebbe chiudersi con una fumata bianca oggi o domani. Se invece si verificherà una situazione di stallo («il cardinale di curia Agagianian, patriarca armeno, ed io – raccontò papa Roncalli a proposito del conclave che lo elesse nel 1958 – eravamo appaiati, i nostri nomi si avvicendavano or su or giù, come i ceci nell’acqua bollente»), allora potrebbero eliminarsi a vicenda e la partita riaprirsi, facendo emergere le seconde file (Oullet, Dolan, Schönborn) oppure un outsider imprevedibile.

Negli ultimi tre conclavi – gli unici su cui ci sono informazioni attendibili anche sull’andamento del voto – andò così: Luciani nel 1978 e Ratzinger nel 2005 aumentarono i propri consensi fra il primo e il secondo scrutinio (Luciani passò da 23 a 53 voti, arrivando poi a 70 nel terzo; Ratzinger partì da 47 e salì a 70 nel secondo) ed entrambi vennero eletti al quarto; sempre nel ’78, invece, i due candidati forti, il conservatore Siri e il progressista moderato Benelli, rimasero fermi e l’impasse venne superata dall’outsider Wojtyla, eletto dopo otto scrutini. Quindi il favorito Scola potrebbe affacciarsi dalla loggia di san Pietro con i paramenti papali già oggi, o domani. Ma se si arrivasse a venerdì – quando comincerà il decimo scrutinio – senza Habemus papam, sarebbe il segnale che lo stallo non è stato superato e i giochi si potrebbero riaprire. Del resto il quorum del due terzi (77 voti su 115 cardinali votanti), esteso all’intera procedura elettorale da papa Ratzinger (prima dopo 34 scrutini bastava la maggioranza assoluta), consente ad un gruppo, custode di un buon pacchetto di voti, di far impantanare l’elezione.

La giornata di ieri si è svolta secondo programma e in mondovisione, con il Centro televisivo vaticano che, come già per l’addio a san Pietro di papa Ratzinger, ha ripreso tutto minuto per minuto con oltre 30 telecamere: un’operazione mediatica in grande stile. La mattina la messa pro eligendo pontifice presieduta da Sodano; poi l’ingresso nella Sistina fra due ali di guardie svizzere, i cardinali che invocano lo Spirito santo – il vero pope maker, secondo la liturgia cattolica – il giuramento e l’extra omnes con cui il cerimoniere ha invitato tutti ad abbandonare la Sistina. Uno degli ultimi ad uscire è stato padre George Ganswein, segretario di Ratzinger e prefetto della casa pontificia, che starà a stretto contatto anche con il prossimo pontefice. Il segnale che Ratzinger è diventato emerito, ma continua ad aleggiare nel conclave e nei sacri palazzi.

Due partiti per un solo papa

12 marzo 2013

“il manifesto”
12 marzo 2013

Luca Kocci

Questo pomeriggio le porte della Cappella sistina si chiuderanno in mondovisione e inizierà il conclave per l’elezione del successore di papa Ratzinger, un mese dopo l’annuncio delle sue dimissioni, l’11 febbraio. La prima “fumata” arriverà intorno alle 20, ma sarà nera, come prevede anche padre Federico Lombardi, direttore della Sala stampa vaticana. Il primo scrutino è infatti “di studio”, serve per vedere chi sono realmente i candidati in campo e qual è la loro consistenza numerica. E quest’anno, a differenza del conclave precedente – che elesse Ratzinger a tempo di record –, la situazione è più incerta. «Manca un Ratzinger», ovvero un candidato nettamente più forte degli altri», ripetono tanti cardinali. «Dovremo aspettare almeno i risultati del primo turno», aggiunge il francese Barbarin. E un altro francese, il cardinale di Parigi Vingt-Trois, parla di «una mezza dozzina di candidati» in pista.

Lo schema è chiaro. Due partiti, entrambi conservatori sulle questioni dottrinali e teologiche ed entrambi arroccati in difesa dei principi non negoziabili, ma divisi sulle “riforme istituzionali”: quello dei “pastori”, i cardinali vescovi di diocesi che chiedono una riforma della Curia romana e una maggiore collegialità e trasparenza nella Chiesa; e il partito “romano”, quello dei curiali, guidato da Bertone e Sodano, di nuovo alleati in nome del centralismo romano e del mantenimento dello status quo. L’arcivescovo di Milano Scola è il candidato dei primi, sostenuto a distanza anche da Ratzinger; il brasiliano Scherer quello dei curiali. Ma nessuno con una maggioranza netta. Ci sono poi altri 3-4 candidati in seconda fila. In caso di stallo prolungato – per eleggere il papa ci vuole un quorum dei due terzi, ovvero 77 voti su 115 –, potrebbe emergere una delle seconde linee, oppure un outsider, come accadde con Wojtyla nel ’78, che si inserì nello scontro fra conservatori e progressisti. Questa sera le posizioni saranno più chiare, perlomeno in conclave, perché all’esterno non dovrebbe trapelare nulla: tutti, cardinali e personale laico, hanno giurato assoluta riservatezza. E da domani 4 scrutini al giorno – due al mattino e due nel pomeriggio –, fino all’Habemus papam.

Ieri intanto si è svolta l’ultima congregazione generale, durante la quale il cardinal Bertone, presidente della Commissione di vigilanza sullo Ior, ha parlato della banca vaticana, da mesi nell’occhio del ciclone per sospetta violazione della normativa antiriciclaggio, per cui è ancora indagato l’ex presidente Ettore Gotti Tedeschi. Ma anche del rapporto Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta la conformità degli Stati alla normativa internazionale antiriciclaggio e che blocca ancora l’ingresso del Vaticano nella white list dei Paesi virtuosi. Un tentativo, quello di Bertone, di rintuzzare le dure critiche sulla gestione opaca della Segreteria di Stato e dello Ior che sabato scorso, nella penultima congregazione generale, ha esternato il cardinale brasiliano Braz de Aviz, strappando, pare, gli applausi di diversi cardinali. Padre Lombardi minimizza – lo Ior non ha rappresentato il «punto principale per avere criteri su come scegliere il nuovo papa» –, ma le questioni economiche avranno un peso non indifferente in conclave. Penalizzando il blocco curiale, che però può contare su almeno 30 voti di partenza. E quello della collegialità e della trasparenza è il tema di un nuovo appello rivolto ai cardinali da una serie di realta cattoliche di base (le riviste Adista e Missione Oggi, Noi Siamo Chiesa, le Comunità di base, gli omosessuali credenti di Nuova Proposta e altre): «Il conclave affidi al futuro papa il mandato di un radicale rinnovamento della gestione del governo centrale della Chiesa ispirato al Concilio Vaticano II».

I papabili

12 marzo 2013

“il manifesto”
12 marzo 2013

Luca Kocci

L’arcivescovo di Milano il favorito

Angelo Scola (1941), arcivescovo di Milano, entra in Conclave da favorito, benché non abbia una maggioranza schiacciante. È il candidato del partito dei “pastori”, i cardinali vescovi diocesani che si oppongono al partito “romano” dei curiali. Discepolo di don Giussani, benché il loro rapporto non sia stato sempre idilliaco, è stato per anni organico a Comunione e Liberazione. Se ne distanzia solo ultimamente – mantenendo però salda l’idea dell’interventismo cattolico nella società e nella politica –, preoccupato che l’eccessiva identificazione con il movimento potesse nuocergli, magari pensando già al conclave. Vescovo dal 1991 (a Grosseto), nel 2002 Wojtyla lo nomina patriarca di Venezia e subito dopo cardinale. Ottime relazioni internazionli, soprattutto con il mondo orientale, nel 2011 Benedetto XVI lo promuove arcivescovo di Milano: una sorta di investitura per quello che è anche il candidato di Ratzinger.

Un brasiliano trasversale

Odilo Pedro Scherer (1949), brasiliano di origine tedesca, è il candidato del partito “romano”. Conservatore, ostile alla teologia della liberazione: straordinaria – dice – purché amputata dei contenuti sociali e politici. Un modo soft per svuotarla. Vescovo di San Paolo dal 2002, ma assiduo fequentatore della curia romana: prima alla Congregazione dei vescovi insieme al sodaniano card. Re. E poi nelle finanze: fa parte del Consiglio per i problemi economici della Santa Sede e della Commissione di vigilanza dello Ior. Sodano e Bertone lo hanno scelto perché il suo profilo misto di pastore curiale potrebbe attirare voti trasversali.

L’americano conservatore

Timothy Dolan (1950), statunitense, arcivescovo di New York e presidente della Conferenza episcopale Usa. Tranne una parentesi romana (rettore del collegio nordamericano e docente di Storia della Chiesa alla Gregoriana), la sua esperienza è interamente pastorale, nelle parrocchie e nei seminari Usa. Nel 2002 Wojtyla lo nomina arcivescovo di Milwaukee, nel 2009 Ratzinger lo promuove a New York. Brillante comunicatore, fautore di una riforma della curia romana in direzione di maggiore trasparenza, ma nettamente conservatore su temi politico-sociali: oppositore della riforma sanitaria di Obama, strenuo difensore dei principi non negoziabili.

Ratzingeriano canadese

Marc Ouellet (1944), canadese di Québec, di cui è stato arcivescovo dal 2002 al 2010. Ha alternato l’insegnamento nelle università pontificie e la direzione dei seminari del suo ordine, la Compagnia dei sacerdoti di san Sulpizio. Ma ha anche una lunga esperienza nella curia romana, alla Congregazione per la dottrina della fede guidata da Ratzinger, che poi, nel 2010, lo ha nominato prefetto della Congregazione per i Vescovi. Conservatore, strenuo difensore della fede cattolica e dei principi non negoziabili, individua il relativismo, la secolarizzazione e il femminismo come i principali nemici dell’uomo. Un ratzingeriano di ferro.

Lotta alla pedofilia la marca dell’austriaco

Christoph Schönborn (1945), austriaco (anche se è nato in Boemia), domenicano, teologo di valore internazionale, arcivescovo di Vienna. Allievo di Ratzinger a Ratisbona, è legato al papa emerito da 40 anni. Con lui – insieme anche a Scola e a Ouellet – ha condiviso anche l’esperienza di Communio, la rivista teologica internazionale conservatrice contrapposta alla progressista Concilium, sebbene nel corso degli anni Schönborn abbia ammorbidito le sue posizioni spostandosi su un fronte più moderato. Paladino della lotta alla pedofilia: arrivò a Vienna nel 1995 per sostituire il vescovo pedofilo Groër che chiese invano a Sodano di processare.

Le dimissioni di Ratzinger: una «occasione irripetibile» per riformare la Chiesa

11 marzo 2013

“Adista”
n. 10, 16 marzo 2013

Luca Kocci

Le dimissioni di Benedetto XVI e il Conclave che dovrà eleggere il nuovo papa sono una «occasione irripetibile» per cambiare la Chiesa cattolica, a condizione che si faccia una puntuale autocritica sul recente passato e si mettano in atto riforme sostanziali e radicali. Se invece tale congiuntura si limiterà a nascondere la polvere sotto il tappeto e a rinnovare l’intonaco senza però intervenire sulle mura portanti, all’insegna del gattopardesco “cambiare tutto per non cambiare nulla”, allora sarà solo un’occasione perduta.
È l’opinione di Noi Siamo Chiesa che, in due ampi documenti – di cui ha parlato anche una delegazione internazionale del movimento lo scorso 7 marzo a Roma al Monastero delle Suore camaldolesi all’Aventino – rivolti principalmente ai cardinali riuniti in Vaticano per le Congregazione e per il Conclave, denuncia i ritardi e le omissioni della Chiesa e disegna e sogna, come fece anche il card. Martini poco prima di morire, un nuovo futuro per la comunità dei credenti e per l’istituzione ecclesiastica. «C’è molta attesa per una svolta nella Chiesa cattolica romana che liberi le tante energie positive presenti nel Popolo di quanti credono nel messaggio evangelico e che soprattutto faccia ascoltare di più il Vangelo di Gesù nel mondo di oggi», si legge in uno dei due documenti. «Il collegio dei cardinali ha di fronte il compito di riconoscere la gravità della situazione ma anche di riconoscere i segni dei tempi, che sono anche quelli dell’attesa e della speranza. I cardinali hanno in mano insieme il Vangelo e il Concilio Vaticano II, li leggano, li meditino, contengono le indicazioni, implicite ma anche molto esplicite sulla strada sulla quale avviarsi».

I nodi irrisolti
La messa a fuoco dei «problemi irrisolti» dal pontificato di Ratzinger è il punto di partenza individuato dal movimento. «L’ottica eurocentrica del suo magistero, l’insistenza sul “relativismo” e sul rapporto fede/ragione si sono rivelati insufficienti o sbagliati se rapportati a un insegnamento che dovrebbe mirare ad essere punto di riferimento generale per i popoli e per le culture di tutto il mondo». «L’ecumenismo ha segnato il passo, a causa della sua convinzione di chiamare “comunità ecclesiali” le Chiese della Riforma e per le occasioni perse con l’Ortodossia; lo stesso si dica del dialogo interreligioso», nonostante l’incontro delle religioni ad Assisi, replica di quello di Giovanni Paolo II del 1986.
E poi gli altri punti dolenti, diversi dei quali frutto del «personale orientamento conservatore» di Benedetto XVI: l’apertura ai lefebvriani, la ripresa della liturgia in latino della messa di San Pio V, il rifiuto di aprire il dibattito sui temi relativi alla sessualità, i reiterati «interventi punitivi sui teologi ritenuti non ortodossi, e non solo su quelli della teologia della liberazione, limitando così l’utilità per la Chiesa di contributi indispensabili alla sua riforma».
Per quanto riguarda invece la questione della pedofilia del clero, Noi Siamo Chiesa ritiene che lo scandalo «è esploso dall’esterno e non per un percorso autocritico delle gerarchie ecclesiastiche, le quali invece hanno protetto tutto e dovunque finché hanno potuto. Benedetto XVI ha inviato alcuni messaggi e segnali nella direzione giusta, ma c’è la consapevolezza diffusa che troppo è ancora coperto». Sorprende poi che Ratzinger «non abbia reagito nei confronti delle “Linee Guida” per combattere la pedofilia del clero emanate della Conferenza episcopale italiana, che non contemplano il dovere del vescovo di adire immediatamente i giudici civili» (v. Adista Notizie n. 21/12).
Ci sono poi le questioni relative all’istituzione ecclesiastica e all’ecclesiologia. «Per quanto riguarda l’apertura a qualche forma di collegialità, o anche solo di corresponsabilità, il pontificato di Ratzinger ha, se possibile, peggiorato la situazione», spiega Noi Siamo Chiesa. «Tallonato da una Curia divisa e sotto il pugno di ferro di Bertone – la cui nomina alla Segreteria di Stato viene definita nel documento un «errore» –, il papa ha nominato i vescovi con scelte quasi sempre a senso unico e in modo sostanzialmente autocratico, negando spazio alla pluralità delle posizioni presenti nell’universo cattolico. In modo simile i Sinodi dei vescovi sono stati solo un momento di conoscenza reciproca e di discussione tra i vescovi, ma hanno continuato a non avere alcuna funzione decisionale e tantomeno operativa nella gestione del centro della Chiesa. Così il ruolo del pontificato e della Curia romana è stato ulteriormente consolidato».

L’atto più innovativo di Ratzinger
In questo scenario, aggiunge Noi Siamo Chiesa, la scelta di Benedetto XVI di dimettersi è stato «l’atto più innovativo del suo pontificato, qualora però lo si viva come la desacralizzazione del ministero di Pietro e non come la desacralizzazione dell’uomo Joseph Ratzinger. Quest’ultima invece è l’interpretazione accettata dalla Curia e dalla galassia dei tradizionalisti, e che pare emergere dalle stesse parole del pontefice».
Ma siccome è sempre possibile l’eterogenesi dei fini, «la sua rinuncia potrebbe sprigionare, questa la speranza, un cammino impegnativo di rinnovamento, ora e nel futuro, nel modo di essere e di organizzarsi della nostra Chiesa».

Le riforme per il futuro della Chiesa
Per cambiare la Chiesa, è necessaria una «direzione centrifuga» nell’organizzazione dell’istituzione ecclesiastica. «Il sistema, accentrato sulla figura e sul ruolo del papa, è teologicamente discutibile e ha mostrato, soprattutto negli ultimi dieci anni, i suoi limiti, anche dal punto di vista del buon governo. Il modello sinodale, ai vari livelli, deve essere ipotizzato, sperimentato e, infine, messo in pratica senza paura. La nomina dei vescovi, anche di quella del vescovo di Roma, deve finalmente tornare ad essere più partecipata e condivisa, abbandonando il sistema attuale della segretezza e della discrezionalità più completa». Infine «la Curia romana deve essere fortemente ridimensionata, trasferendo funzioni e autorità alle Chiese locali».
Fin da subito, aggiunge Noi Siamo Chiesa, «si deve fare pulizia vera nei confronti di quanto è emerso negli scandali recenti, condannando chi ne è stato la causa, non chi li ha resi noti. Tutto deve essere portato alla luce, soprattutto tutto ciò che riguarda la pedofilia del clero. Il popolo di Dio giudicherà». E poi, riprendendo anche i temi sollevati dal card. Giacomo Lercaro al Concilio Vaticano II, «insieme al ridimensionamento delle strutture curiali dovranno essere praticati stili di vita ispirati alla sobrietà e alla semplicità. I titoli onorifici appaiono oggi superati, oltre che ridicoli; in tali questioni la forma è anche sostanza. Anche per quanto riguarda la gestione delle risorse materiali è necessaria una svolta radicale. I beni della Chiesa sono beni di tutti, soprattutto dei poveri. Dovrebbero essere distribuiti per opere di giustizia sociale dove, come in Italia, sono eccessivi e devono essere gestiti dovunque con criteri di trasparenza, come ora raramente avviene, ed ispirarsi a uno spirito di povertà».
Noi Siamo Chiesa invoca anche un aggiornamento del magistero, che ammorbidisca rigidità che si configurano come antievangeliche, per cui le questioni che riguardano la sessualità e la famiglia «dovrebbero avere minore centralità nella pastorale e lasciare il posto a un atteggiamento fondato più sulla libertà di coscienza che sulla precettistica di una teologia morale ormai superata ed aspramente criticata un po’ dovunque. Si deve considerare di più il vissuto ed il contesto in cui si trova il credente, che merita più comprensione e misericordia che non esclusioni o condanne. Pensiamo alle rigidità da superare: il divieto della contraccezione, il giudizio sull’omosessualità, lo stesso celibato imposto ai preti, il non accoglimento dei divorziati risposati all’Eucaristia. Per ognuna di queste situazioni vi sono ricerche teologiche e pastorali, proposte precise, vi sono credenti che soffrono e che pongono il problema. Vi sono impazienti attese per un orientamento che riconcilii la fede di tanti con la loro presenza quotidiana nelle parrocchie e in ogni comunità cristiana e che impedisca che molti si allontanino dall’Evangelo a causa di posizioni che non vengono capite e che si fa fatica a ricondurre a insegnamenti evangelici».
Ma le rigidità riguardano anche i ministeri, per i quali, scrive Noi Siamo Chiesa, «deve prevalere il servizio alla comunità e non norme ecclesiastiche che li rendono difficili. I problemi sono: il celibato obbligatorio del clero, l’esclusione delle donne dai ministeri, la riammissione dei presbiteri sposati e l’ammissione di viri probati ai ministeri, ma soprattutto il superamento della condizione di subalternità e di scarsa autorità in cui si trovano, nella generalità dei casi, le donne religiose e laiche», che tanto reggono di fatto l’animazione e l’organizzazione delle nostre comunità cristiane.
E poi la collocazione ai primi posti della “agenda” per il nuovo pontefice dei temi della pace e della giustizia sociale: la difesa dei diritti umani per tutti, la denuncia della povertà e del’iniquità fra nord e sud del mondo, l’impegno contro gli armamenti e per il disarmo, il no a qualsiasi guerra, anche se umanitaria.
Allora, se questo programma verrà preso in considerazione, le dimissioni di Ratzinger potranno essere l’alba di un nuovo inizio.

«Romani» e «pastori», indecisi decisivi

10 marzo 2013

“il manifesto”
10 marzo 2013

Luca Kocci

Ad essere decisivi alla fine saranno gli indecisi. Come del resto succede anche nelle elezioni “mondane” in cui non si invoca lo Spirito santo prima di deporre la scheda nell’urna e si sceglie un partito, non un papa. E i senza partito contano tanto più quanto gli schieramenti sembrano appaiati e non c’è un leader forte.

È questa la situazione che si presenta anche nel collegio dei cardinali che da martedì si chiuderà nella Cappella sistina per eleggere il successore di Ratzinger. Lo scacchiere, ormai delineato, presenta delle varianti rispetto al passato. La classica divisione fra progressisti e conservatori è saltata, perché i progressisti non ci sono: sono estinti o talmente minoritari da risultare irrilevanti. Esisteva ai tempi dei conclavi che elessero Luciani e poi Wojtyla. Ed esisteva nel 2005, sebbene i progressisti guidati da Martini fossero già in posizioni di netta minoranza, come del resto dimostrò l’elezione lampo di Ratzinger. Oggi non ci sono più, anche perché i 115 elettori sono tutti cardinali creati da Wojtyla e Ratzinger, che hanno azzerato la componente progressista.

I due schieramenti, benché smentiti dal portavoce della Santa sede padre Lombardi, sono allora rappresentati dal partito “romano” da una parte – non gli italiani, bensì i cardinali di curia che da anni abitano i sacri palazzi del Vaticano e da lì governano la Chiesa universale – e dal partito dei “pastori” dall’altra, i cardinali a capo di una diocesi. Due schieramenti che, rispetto alle questioni dottrinali e teologiche, sono allineati: l’insistenza sui «principi non negoziabili», sulla morale sessuale, sui pericoli rappresentati da relativismo e secolarizzazione – ma anche la decapitazione degli episcopati più vivaci e il silenzio imposto ai teologi più avanzati durante i 35 anni di Wojtyla e Ratzinger – è stata efficace, per cui su questi temi le differenze si solidificano in un blocco compatto.

Diverse sono invece le posizioni, anche a causa degli scandali che hanno coinvolto la curia romana, sul sistema di governo centrale e sul funzionamento dell’istituzione ecclesiastica. I curiali del partito romano – guidato da Bertone e Sodano, tatticamente alleati dopo anni di conflitto per sbarrare la strada agli avversari – sono contrari a qualsiasi riforma istituzionale e difendono il centralismo vaticano. Invece i cardinali pastori, soprattutto i non italiani, chiedono innovazioni in ordine all’organizzazione e alla trasparenza dei dicasteri curiali, alla collegialità e ai rapporti fra potere romano e Chiese locali, allentando il centralismo.

C’è un altro tema che spacca i due fronti: la pedofilia. Prima di adeguarsi al silenzio imposto dall’alto, il cardinale di Chicago George ha detto che chi è stato coinvolto nell’insabbiamento del caso di padre Maciel – il fondatore dei Legionari di Cristo, padre di almeno 6 figli, responsabile di abusi sessuali nei confronti di decine di giovani studenti e seminaristi, protetto fino a pochi anni prima della sua morte, nel 2008 – va isolato: implicito il riferimento a Sodano e ad una parte di curia.

In mezzo ci sono i cardinali senza appartenenza “di bandiera”, un buon 40%: saranno loro l’ago della bilancia.

I due partiti hanno individuato anche i loro candidati. Per i romani parte in pole position il brasiliano di origine tedesca Scherer. Conservatore, un suo parente fu cardinale e vescovo di Porto Alegre per 35 anni, lui è arcivescovo di San Paolo (e quindi potrebbe intercettare anche i voti dei pastori) ma anche ben inserito nella curia, dove ha lavorato con il sodaniano cardinal Re, inoltre fa parte della Commissione di vigilanza dello Ior, in quota Bertone. I pastori invece puntano sul cardinal Scola, arcivescovo di Milano: fra i prediletti del papa emerito Ratzinger, non è compromesso con la curia romana, ha ottime relazioni internazionali; ha l’appoggio di Ruini (che non entrerà in conclave, ma è stato attivissimo nella campagna elettorale) e la forte ostilità di Bertone; inoltre i trascorsi con Comunione e liberazione, da cui ha tentato di distanziarsi negli ultimi anni, potrebbero giocare a suo sfavore. Di riserva, sono pronti i ratzingeriani Oullet (franco canadese) e Schönborn (austriaco), oppure uno statunitense come O’Malley o Dolan.

Ma c’è anche la possibilità, tutt’altro che remota, dello stallo, visto anche il quorum fissato a quota 77. Se nessuno riuscisse ad ottenere un numero consistente di voti da riuscire ad attirare gli indecisi, potrebbe venir fuori qualche outsider. Nel 1978 andò così: collegio diviso fra il conservatore Siri e il “progressista” Benelli, finché non spunto Wojtyla.

«Scegliete un papa che si spogli del potere e guardi ai poveri»

10 marzo 2013

“il manifesto”
10 marzo 2013

Luca Kocci

Il nuovo papa convochi subito un Concilio Vaticano III per «affrontare collegialmente» i grandi problemi della Chiesa. È una delle richieste contenute in un appello ai cardinali che dovranno eleggere il successore di Ratzinger da parte della Comunità di base di san Paolo di Roma, lo storico gruppo che si radunò negli anni ’70 attorno all’ex abate Giovanni Franzoni.

Del resto, fra la sorpresa di tutti e le preoccupazioni dei conservatori, papa Roncalli, appena tre mesi dopo la sua elezione al soglio pontificio, annunciò il Concilio Vaticano II, un evento che pose le basi per una radicale riforma della Chiesa, in realtà mai messa in atto, anzi soffocata, dai suoi successori. Quindi l’appello della Comunità di san Paolo ha dei precedenti.

Ma non c’è solo il Concilio – uno nuovo da convocare e quello vecchio ancora da attuare – negli auspici della Comunità di dom Franzoni. Eleggete un papa, chiedono ai cardinali, che «ascolti il grido degli impoveriti, denunci senza timore le cause profonde delle disparità sociali, si liberi da ogni compromesso con i poteri politici e finanziari, renda trasparente la gestione dei beni della Santa Sede» senza nascondersi dietro il Concordato e «avvii un ripensamento radicale della sua sovranità sullo Stato della Città del Vaticano spogliandosi, per amore del Vangelo, del potere mondano e incamminandosi nella via che porterà a rimettere in discussione ogni residuo di costantinismo».

Un papa che riformi profondamente la struttura ecclesiastica: faccia scegliere democraticamente i vescovi ai fedeli e governi collegialmente la Chiesa, insieme anche ai laici, donne e uomini; lasci libera la ricerca biblica e teologica, «accogliendo anche quelle voci che denunciano con franchezza le storture del potere ecclesiastico» e restituendo «l’onore ecclesiale ai teologi e teologhe dai suoi predecessori ingiustamente repressi, intimiditi e puniti»; apra le porte alle donne e agli uomini, anche sposati, «che si dimostrino idonei al servizio della Comunità, senza steccati artificiali che si oppongono al l’azione dello Spirito santo, anche ai più alti livelli di ministero».

Conclave, la data c’è ma l’accordo non si vede

9 marzo 2013

“il manifesto”
9 marzo 2013

Luca Kocci

Il Conclave che eleggerà il successore di papa Ratzinger comincerà nel pomeriggio del 12 marzo. Lo hanno deciso ieri pomeriggio i 115 cardinali elettori riuniti per l’ottavo incontro delle congregazioni generali, le consultazioni che ne precedono l’inizio. Nella mattinata verrà celebrata, a san Pietro, la messa pro eligendo pontifice. Poi nel pomeriggio i cardinali entreranno nella Cappella sistina e, dopo l’extra omnes (“fuori tutti”) pronunciato dal cerimoniere pontificio, le porte si chiuderanno fino alla proclamazione del nuovo papa.

La scelta della data di inizio Conclave non era una decisione meramente formale, ma assai indicativa per valutare i rapporti di forza all’interno del collegio cardinalizio. Ratzinger infatti, prima di lasciare il pontificato, con l’emanazione del motu proprio “Normas nonnullas”, aveva concesso la possibilità di anticiparne l’avvio rispetto ai 15 giorni previsti dalla legge canonica. Il “partito curiale” puntava a cominciare il più presto possibile – fra domenica e lunedì –, per accorciare il dibattito, impedire la circolazione di informazioni e indiscrezioni sul Vatileaks e concedere ai cardinali “residenziali” (i vescovi diocesani) meno tempo per organizzare una candidatura forte. La decisione di cominciare nella serata di martedì è quindi un compromesso fra chi voleva accelerare e chi invece ritardare. Segno pertanto di un sostanziale equilibrio fra le forze in campo e possibile preludio ad un Conclave più lungo del solito, sicuramente più di quello che 8 anni fa elesse Ratzinger il secondo giorno. Anche perché ad oggi non emerge ancora un candidato nettamente più forte degli altri.

Ancora tre giorni e mezzo quindi per le discussioni nelle congregazioni generali, per i conciliaboli informali e, soprattutto, per gli incontri “carbonari” nelle residenze dei cardinali stranieri e nelle case dei curiali, dove vengono messe a punto alleanze, strategie e candidature prima del voto. Ad ispirare gli elettori sarà anche lo Spirito santo – perlomeno viene invocato –, ma poiché a votare sono gli uomini, gli accordi fra le cordate sono determinanti. Fra i più attivi in questo lavoro dietro le quinte fatto di cene e incontri riservati è Ruini che, avendo compiuto 82 anni, non entrerà in Conclave (conservano il diritto di voto solo gli under 80), e potrà sparare le ultime cartucce – per lo più dirette contro Bertone – fino a lunedì sera.

Alcuni temi caldi che orienteranno i cardinali nella scelta del nuovo papa sono emersi durante le congregazioni generali di questi giorni durante le quali, per 5 minuti a testa, hanno preso la parola oltre 100 cardinali, più dei due terzi dei circa 150 (115 elettori e 35-40 non elettori ultraottantenni) che vi hanno partecipato: nuova evangelizzazione, ecumenismo, ma anche pedofilia, finanze e, proprio ieri, ruolo della donna nella Chiesa. Su tutti però, soprattutto per gli interventi dei cardinali non italiani, sono emersi i temi della collegialità e della riorganizzazione della Curia romana, che gli scandali degli ultimi mesi hanno rivelato essere un porto delle nebbie, se non un nido di vipere. Come del resto dimostra il fatto che nulla è trapelato della relazione segreta sul caso Vatileaks, redatta da tre cardinali che pure erano presenti e che più volte sono stati interpellati dagli altri: la prova più evidente che il rapporto contiene informazioni sensibili, che in caso contrario sarebbero state diffuse senza particolari difficoltà.

Se sui «principi non negoziabili» di vita e famiglia e sugli altri temi eticamente sensibili la chiusura sembra totale – del resto è difficile immaginare aperture in un collegio cardinalizio interamente nominato da Wojtyla e Ratzinger –, la collegialità all’interno dell’istituzione ecclesiastica e la riforma della Curia romana sono invece gli ambiti in cui potrebbe avviarsi qualche timida riforma. E infatti sono anche i temi che delineano i due “partiti” in un Conclave in cui i progressisti sono del tutto assenti: quello “romano” e curiale, ostile a qualsiasi cambiamento della struttura, e quello dei “pastori” (i cardinali vescovi diocesani) che invece sollecitano “riforme istituaizonali”. Un peso lo avrà anche la questione pedofilia, tema che taglia verticalmente il collegio, riproponendo la divisione fra curiali più indulgenti – a cominciare da Sodano – e residenziali più intransigenti.

Acque agitate sulla via per la Cappella Sistina

8 marzo 2013

“il manifesto”
8 marzo 2013

Luca Kocci

Il collegio dei cardinali che dovrà eleggere il nuovo papa è al completo – l’ultimo ritardatario, il vietnamita Pahm Minh Man, è arrivato ieri –, ma la data del Conclave ancora non c’è. Forse verrà fissata oggi. E da questa decisione risulteranno più chiari anche i rapporti di forza all’interno del collegio cardinalizio: se comincerà lunedì 11, in anticipo rispetto alla tradizione, sarà il segnale che la fazione curiale, desiderosa di accelerare i tempi anche per tenere lontani i riflettori dal caso Vatileaks che riguarda essenzialmente gli inquilini dei sacri palazzi, avrà vinto; se invece le porte della Cappella Sistina si chiuderanno più tardi, allora avranno avuto la meglio quei cardinali “residenziali” (vescovi di diocesi), statunitensi e non solo, che tirano il freno per avere più tempo per confrontarsi, informarsi sugli intrighi di Oltretevere ed individuare il loro candidato più forte.

Che le tensioni e i nodi stiano venendo al pettine emerge anche dall’altolà dato dal decano dei cardinali, Sodano, e dal camerlengo, Bertone, ai loquaci cardinali Usa, che nei primi due giorni delle congregazioni generali hanno organizzato delle conferenze stampa parallele nella loro residenza romana al Gianicolo. Diktat recepito, interviste e incontri sospesi. Uno «schiaffo», ha commentato il gesuita Thomas Reese, ex direttore del settimanale America (fatto dimettere per ordine di Ratzinger, appena eletto papa, nel 2005), che ha ributtato la palla nella metà campo avversaria: i responsabili delle fughe di notizie sono gli italiani che fanno filtrare indiscrezioni ai giornalisti amici. Tanto che ieri, il direttore della sala stampa vaticana, padre Lombardi ha invitato ad «evitare ogni nazionalizzazione delle considerazioni sulla riservatezza e la sua mancata osservanza».

Del resto la trasparenza non è mai stata gradita Oltretevere, che fin dall’inizio ha scelto la linea del silenzio: prima il Motu proprio per velocizzare i tempi del Conclave senza attendere i canonici 15-20 giorni dalla sede vacante; poi l’attacco di Bertone alla stampa rea di diffondere false notizie per «influenzare» l’elezione del papa; infine il solenne giuramento di segretezza imposto a tutti i cardinali, e fin qui non sempre rispettato. Ma nonostante la corsa a chiudere il recinto, i buoi continuano a scappare o scapperanno, come ha rivelato ieri un anonimo “corvo” a Repubblica: non c’è solo l’ex maggiordomo Paolo Gabriele, «i corvi sono tanti, più di venti. Siamo donne e uomini, laici e prelati» e potremmo «tornare a parlare». Un avvertimento a cui Lombardi ha reagito con una certa durezza: «Se uno ha delle cose da dire meglio che le dica chiaramente, con il suo nome e cognome, assumendosi le sue responsabilità, oppure è meglio che non le dica».

Il convitato di pietra resta il Vatileaks e la relazione segreta che Ratzinger, prima di fare le valigie, ha blindato per il suo successore. E su cui i tre cardinali che l’hanno redatta – Herranz, De Giorgi e Tomko –, pur interpellati da molti elettori, sono reticenti. Ma riaffiora anche lo scandalo pedofilia: dopo lo rinuncia al Conclave da parte dello scozzese O’Brien – che ha ammesso «comportamenti inappropriati» nei confronti di 4 giovani preti negli anni ‘80 –, nuove accuse di aver coperto preti pedofili stanno circolando in Italia contro il card. Calcagno (da parte di una vittima, Francesco Zanardi), in Messico contro il card. Rivera e negli Usa contro 12 cardinali, da parte di Snap, un’organizzazione delle vittime di abusi, che però non precisa le circostanze e include nella lista alcuni paladini della lotta alla pedofilia, come il francescano O’Malley che ha bonificato la diocesi di Boston. Non si abbassa nemmeno l’attenzione sullo Ior: alla lettera delle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di pace contro la nomina del nuovo presidente fabbricante di armi Von Freyberg, si aggiunge ora una petizione lanciata dalla Comunità delle Piagge di Firenze e già sottoscritta da centinaia di persone e comunità cattoliche (si può firmare sul sito http://www.adista.it) e una presa di posizione di Famiglia Cristiana: «Basta con lo Ior, sì alle banche etiche». E ieri sera a Roma una delegazione del movimento internazionale Noi Siamo Chiesa ha rilanciato le «aspettative del popolo di Dio» per il Conclave: «Collegialità e pulizia. È un’occasione irripetibile».