Archive for the ‘finanze vaticane’ Category

Una conciliazione pagata cara. L’anniversario del Patti lateranensi e del “nuovo concordato”

24 febbraio 2017

“Adista”
n. 8, 25 febbraio 2017

Luca Kocci

Era il 18 febbraio 1984 quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il cardinale segretario di Stato vaticano Agostino CasaroliGiovanni Paolo II regnante – firmarono l’Accordo di revisione dei Patti lateranensi del 1929. E se i Patti dell’11 febbraio 1929 – costituiti da Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria – sottoscritti da Mussolini e dal card. Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XI, chiudevano la “questione romana” apertasi nel Risorgimento, l’Accordo del 1984 li aggiornava, tenendo conto, si legge nel preambolo, «del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II».

Gli eventi sono stati celebrati anche quest’anno, come ogni anno, lo scorso 14 febbraio a Palazzo Borromeo, ambasciata d’Italia presso la Santa sede, alla presenza delle più alte cariche istituzionali italiane (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e vaticane (il segretario di Stato card. Pietro Parolin). Ma al di là del valore storico-politico della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Otto per mille: un miliardo l’anno

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. In apparenza trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà, come è noto, presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario, ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato nell’apposita casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando i quattro quinti delle risorse, ovvero 1.018.842.766,06 euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

La ripartizione dei fondi del 2016 è, in termini percentuali, sostanzialmente la stessa da diversi anni: il 20-25% per le attività di solidarietà sociale, il 40-45% per il culto e la pastorale, il 35-40% per il sostentamento del clero. E anche la cifra complessiva incassata, da 12 anni a questa parte, si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo (tranne nel 2015: 995 milioni).

Continua a diminuire invece la percentuale dei contribuenti che firmano la casella dell’otto per mille pro-Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% – nel 2016 (dichiarazioni dei redditi 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9% (a cui non ha corrisposto una diminuzione degli incassi perché c’è stato un aumento del gettito Irpef), segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. Disaffezione che risulta più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie, possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

Assistenza religiosa a spese dello Stato

Un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi (sono 200), ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del Ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

L’ora di religione

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di Religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato, ma la parità scolastica dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer nel 2000: 500 milioni di euro nel 2016), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono individuati dai vescovi diocesani – che possono togliergli l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: una separazione matrimoniale, una convivenza, la scoperta dell’omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato, come un qualsiasi insegnante. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica – nonostante religione cattolica sia una materia facoltativa, e il numero di coloro che vi si avvalgono è in lenta ma progressiva diminuzione –, mentre gli altri sono supplenti annuali o temporanei, per una spesa annua superiore ad 800 milioni di euro.

Privilegi ed esenzioni concordatarie

Ci sono poi una serie di esenzioni che riguardano esclusivamente il Vaticano e che trovano fondamento nel Concordato, come per esempio l’articolo 6 del Trattato tra Italia e Santa Sede, che fa parte dei Patti lateranensi: «L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acque in proprietà». Nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva bollette arretrate nei confronti dell’Acea (l’azienda municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire. Ne nacque un contenzioso, ma a saldare i conti fu il Ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno). Il Vaticano però non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005».

E sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali (la farmacia, il supermercato, la tabaccheria all’interno delle mura leonine oppure le pompe di benzina in Vaticano e al Laterano, in teoria accessibili solo ai residenti e ai dipendenti vaticani, in realtà con movimenti e giri di affari decisamente superiori: 10 milioni l’anno la tabaccheria, 21 milioni il supermercato, 27 milioni il benzinaio) e turistiche (come per esempio l’Opera romana pellegrinaggi) che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità – stabilito dal Concordato –, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Un salasso Concordato

11 febbraio 2017

“il manifesto”
11 febbraio 2017

Luca Kocci

Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato, nominando a tale effetto due Plenipotenziari, cioè, per parte di Sua Santità, Sua Eminenza Reverendissima il signor Cardinale Pietro Gasparri, Suo Segretario di Stato, e, per parte di Sua Maestà, Sua Eccellenza il signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo».

Comincia con queste parole, lettere maiuscole incluse, il Trattato tra Santa sede e l’Italia, primo atto dei Patti lateranensi – che comprendevano anche Concordato e Convenzione finanziaria –, firmati da Mussolini e dal cardinal Gasparri l’11 febbraio del 1929. Si chiudeva così la “questione romana”, apertasi nel Risorgimento. Ma, al di là degli elementi storico-politici della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 Craxi-Casaroli – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Apparentemente trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – quelle dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti  (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016 la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato in una casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando – grazie ad una sorta di “premio di maggioranza” da far impallidire qualsiasi Italicum – i quattro quinti delle risorse, ovvero 1 miliardo e 18 milioni di euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

Se l’otto per mille è la principale fonte di introito economico per la Chiesa italiana, un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi, sono 200, ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Marcianò, in passato lo fu anche il card. Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato ma la parità scolastica di Luigi Berlinguer nel 2000), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono scelti dai vescovi diocesani – che possono ritirare loro l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: separazione matrimoniale, convivenza, omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica, per una spesa annua di circa 800 milioni.

Trovano esclusivo fondamento nel Concordato invece una serie di privilegi ed esenzioni fiscali, come per esempio la fornitura gratuita dell’acqua per la Città del Vaticano oppure l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche (per esempio quelle dell’Opera romana pellegrinaggi) con sede legale nei palazzi che godono del regime di extraterritorialità e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Una conciliazione pagata cara

Vatileaks 2. Prosciolti Fittipaldi e Nuzzi, condannati Balda e Chaouqui

8 luglio 2016

“il manifesto”
8 luglio 2016

Luca Kocci

Condannati mons. Ángel Lucio Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, prosciolti i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.

Con questa sentenza emessa ieri pomeriggio dal Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, si chiude il cosiddetto Vatileaks 2 – ai tempi di papa Ratzinger ci fu un Vatileaks 1, per cui venne condannato e poi graziato il maggiordomo di Benedetto XVI –, il processo per il trafugamento e la diffusione di documenti vaticani riservati, in particolare “fuoriusciti” dalla Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede istituita da papa Francesco nel luglio 2013.

La condanna più pesante è toccata a mons. Vallejo Balda, appartenente alla Società sacerdotale della Santa Croce (legata all’Opus Dei), segretario della Cosea e per un periodo anche segretario della Prefettura degli affari economici della Santa sede, nominato direttamente da papa Francesco. I promotori di giustizia vaticani (i pubblici ministeri) avevano chiesto tre anni e un mese, il tribunale lo ha condannato a 18 mesi, non riconoscendo il reato di associazione a delinquere ma solo il trafugamento e la diffusione di documenti. Stessa sorte per Francesca Chaouqui, pure lei simpatizzante dell’Opus Dei, inserita nella Cosea su segnalazione dello stesso Balda, e in passato protagonista di altri “scandalicchi” vaticani, come l’organizzazione – di nuovo insieme a mons. Balda – di una sorta di ricevimento per 150 vip (fra cui Bruno Vespa) sulla terrazza della Prefettura degli affari economici per seguire dall’alto la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, allietati da un sontuoso buffet: l’accusa aveva chiesto tre anni e nove mesi, il tribunale l’ha condannata a dieci mesi per «il concorso nel reato commesso da Balda», con pena sospesa per cinque anni. Gli imputati hanno tre giorni di tempo per presentare appello.

Prosciolti i giornalisti Nuzzi e Fittipaldi, destinatari dei documenti riservati che sono poi finiti nelle pagine dei due best-seller Via Crucis (Chiarelettere) e Avarizia (Feltrinelli). L’accusa aveva chiesto l’assoluzione per insufficienza di prove per Fittipaldi e la condanna ad un anno per Nuzzi. Il tribunale ha assolto entrambi per «difetto di giurisdizione», dal momento che «i fatti contestati agli imputati sono avvenuti al di fuori del proprio ambito ordinario di giurisdizione», cioè fuori dalle mura vaticane. Nella sentenza c’è anche il riconoscimento della «sussistenza radicata e garantita dal Diritto divino della libertà di manifestazione del pensiero e della libertà di stampa nell’ordinamento giuridico vaticano».

Il Vaticano è diventato improvvisamente il paladino della libertà di informazione? No, semplicemente Oltretevere si sono accorti del vicolo cieco in cui si erano andati a cacciare e del caso di proporzioni globali che sarebbe scoppiato se i cronisti fossero stati condannati. Quindi meglio il proscioglimento, arricchito dall’apologia della «liberta di stampa» per «diritto divino». Tanto che padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana, può ribadire che «questo non era in alcun modo un processo contro la libertà di stampa» e sottolineare le «sentenze di assoluzione di cui non ci si può che rallegrare».

Al termine di una vicenda durata otto mesi e 21 udienze, quello che emerge con sufficiente chiarezza, al di là del gossip boccaccesco che ha riempito le cronache – dal babydoll scomparso di Francesca Chaouqui agli sms a luci rosse di mons. Balda –, è che le lotte di potere nei sacri palazzi non sono terminate (non è un caso che la vicenda abbia ruotato intorno alle strutture economico-finanziarie vaticane). E nessuno può escludere che dopo un Vatileaks 1 e un Vatileaks 2 arrivi anche un Vatileaks 3.

 

Papa Francesco, gli arrampicatori e l’otto per mille

18 maggio 2016

“il manifesto”
18 maggio 2016

Luca Kocci

La sete di potere e di soldi è la malattia della Chiesa, dei cristiani e, più in generale, degli esseri umani. Nella quotidiana messa mattutina a casa Santa Marta, ieri papa Francesco è tornato a parlare della «tentazione mondana del potere» e a bacchettare gli «arrampicatori» sociali ed ecclesiali, come aveva fatto anche due giorni fa, aprendo i lavori della 69ma Assemblea generale della Cei.

Lo spunto per la breve omelia sul potere gli è stata fornita dalla lettura del Vangelo del giorno, in cui si legge che gli apostoli discutevano fra loro su «chi fosse il più grande». «Parlano un linguaggio da arrampicatori: chi andrà più in alto nel potere?». Ma questa, ha spiegato Francesco, «è una storia che accade ogni giorno nella Chiesa: da noi chi è il più grande, chi comanda? Le ambizioni. C’è sempre questa voglia di arrampicarsi, di avere il potere».

Dopo oltre tre anni di pontificato, all’interno dell’ultima corte rinascimentale sopravvissuta in Europa, il papa parla per esperienza. «La vanità, il potere, la voglia mondana non di servire ma di essere servito, le chiacchiere, sporcare gli altri… L’invidia e le gelosie fanno questa strada e distruggono. Questo accade oggi in ogni istituzione della Chiesa: parrocchie, collegi, anche nei vescovadi». «Ci farà bene – ha concluso – pensare alle tante volte che abbiamo visto questo nella Chiesa e alle tante volte che noi abbiamo fatto questo».

La prima puntata c’era stata lunedì, quando papa Francesco, parlando ai 235 vescovi italiani riuniti in Vaticano per la loro assemblea sul tema del «rinnovamento del clero», aveva tracciato una sorta di identikit del prete: dia alle fiamme «ambizioni di carriera e di potere», non sia «un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione», perché «non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza». Sembra risuonare, ma Francesco non lo ha citato, il titolo di un libro di Eugen Drewermann, teologo e psicoanalista tedesco – prete per oltre 30 anni, nel 2005 lasciò la Chiesa cattolica –, Funzionari di Dio. Ha nominato però un vescovo in passato poco popolare in Vaticano, per la sua scelta di povertà assoluta e la sua vicinanza alla teologia della liberazione, il brasiliano dom Hélder Câmara: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo!». Un invito ai preti a condurre uno «stile di vita semplice ed essenziale», e alla Chiesa a non restare incollata alle proprie sicurezze e a riflettere sulla «gestione delle strutture e dei beni economici». «In una visione evangelica – ha detto Francesco –, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione», «mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».

Nei prossimi giorni – l’assemblea finirà giovedì – i vescovi parleranno anche della ripartizione del miliardo di euro dell’otto per mille. Si vedrà l’effetto dell’appello di papa Francesco.

Inchiesta sull’attico che scotta

1 aprile 2016

“il manifesto”
1 aprile 2016

Luca Kocci

L’appartamento dell’ex segretario di Stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone, continua a far parlare di sé.

Ieri il Vaticano ha confermato un’anticipazione dell’Espresso: Giuseppe Profiti, ex presidente del Cda dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”, e Massimo Spina, ex tesoriere, sono indagati dalla magistratura vaticana. L’accusa sarebbe di peculato, appropriazione e uso illecito di denaro. Avrebbero cioè utilizzato i soldi della Fondazione “Bambin Gesù” per pagare i lavori di ristrutturazione dell’appartamento vaticano dell’ex segretario di Stato che, secondo il settimanale, sarebbero costati 422mila euro (e che in passato Bertone ha sostenuto di aver pagato di tasca sua, per un importo di 300mila euro). Contestualmente il vicedirettore della Sala stampa della Santa sede, Greg Burke, precisa che «Bertone non è indagato».

L’Espresso in edicola oggi pubblica un’inchiesta di Emiliano Fittipaldi – autore del bestseller Avarizia, sotto processo in Vaticano insieme a Gianluigi Nuzzi (autore di Via Crucis), a mons. Lucio Vallejo Balda e a Francesca Immacolata Chaouqui, in passato componenti della Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede, nell’ambito dell’inchiesta “Vatileaks” sulla divulgazione di documenti riservati – sul caso “attico” di Bertone.

In particolare il settimanale rende noto un carteggio fra Profiti e Bertone risalente al novembre 2013. In una lettera del 7 novembre, Profiti propone al cardinale di ospitare, in «quella che sarà la dimora dell’Eminenza vostra», una serie di «riunioni e incontri con i più rappresentativi referenti delle istituzioni politiche ed economiche» per «veicolare progetti e istanze» dell’ospedale. La presenza di Bertone, scrive Profiti, «sarebbe garanzia certa di successo in quanto a partecipazione e relativamente nei successivi ritorni istituzionali ed economici». Per questo motivo, scrive l’ex presidente del “Bambin Gesù”, «sia gli incombenti necessari a realizzare in modo adeguato quanto occorrente a ospitare tali incontri quanto gli oneri per il loro svolgimento» sarebbero a carico della Fondazione.

Il giorno dopo parte la risposta di Bertone, che accoglie la proposta, precisando «che sarà mia cura fare in modo che la copertura economica occorrente alla realizzazione degli interventi proposti nella documentazione che allego, venga messa a disposizione della Fondazione a cura di terzi, affinché nulla resti a carico di codesta Istituzione».

Con questa risposta, spiega l’avvocato di Bertone, Michele Gentiloni Silveri, il cardinale chiarisce la propria volontà «di nulla porre a carico della Fondazione “Bambin Gesù”», precisando che sarà sua cura «procedere alla ricerca di finanziamenti per lavori da espletarsi nell’appartamento. Successivamente – prosegue l’avvocato – il cardinale Bertone, non avendo ricevuto sussidio da parte di terzi, ha pagato personalmente l’importo richiesto dal Governatorato in relazione ai lavori effettuati nell’appartamento a lui assegnato e di proprietà di quest’ultimo. Il cardinale ribadisce di non aver mai dato indicazioni, o autorizzato, la Fondazione “Bambin Gesù” ad alcun pagamento in relazione all’appartamento da lui occupato».

Inappuntabile. Però a questo punto non si spiega per quale motivo mesi fa lo stesso Bertone avrebbe versato 150mila euro alla Fondazione “Bambin Gesù”, come dichiarato a dicembre dalla nuova presidente del Cda dell’ospedale, Mariella Enoc: «Il cardinal Bertone non ha ricevuto direttamente del denaro, ma ha riconosciuto che abbiamo avuto un danno e quindi ci viene incontro con una donazione di 150mila euro». Se la Fondazione non ha speso un centesimo, quale «danno» avrebbe subito che Bertone si è poi sentito in obbligo di risarcire? L’inchiesta andrà avanti e, forse, i dubbi verranno chiariti.

La ricchezza sporca del Vaticano. Avarizia, il libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi

23 dicembre 2015

“il manifesto”
23 dicembre 2015

Luca Kocci

Se questa storia fosse accaduta quattro secoli fa, il Tribunale dell’inquisizione probabilmente avrebbe condannato al rogo il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, la sorte che toccò a centinaia di liberi pensatori, riformatori radicali e donne trasformate in streghe.

Oggi Fittipaldi – e con lui Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis (Chiarelettere) – non corre più il rischio di essere arso sulla pubblica piazza, ma una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, se il tribunale pontificio lo condannerà per un reato introdotto nel codice penale vaticano da papa Francesco nel luglio 2013: sottrazione e diffusione di documenti riservati.

L’eventualità pare improbabile: bisognerebbe provare che i giornalisti abbiano commesso il reato in territorio vaticano e, in caso di condanna, la Santa sede dovrebbe ottenere l’estradizione dall’Italia, aprendo un caso di proporzioni globali e certificando che la libertà di stampa non è gradita Oltretevere, anzi è una colpa da punire.

La responsabilità di questo processo surreale nei confronti dei giornalisti è Avarizia, il libro firmato da Fittipaldi e pubblicato da Feltrinelli che, come annunciato dal sottotitolo, presenta «le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco».

Il volume non ci ha convinto del tutto. Molte delle rivelazioni erano in realtà già note, e la stampa ne aveva dato ampia notizia. Inoltre Fittipaldi mette insieme, talvolta mescolando le carte senza troppe distinzioni, i conti del Vaticano con quelli della Chiesa italiana, condendoli qua e là con gli scandali finanziari che riguardano alcune diocesi italiane (Terni, Trapani, Salerno) ed estere (Limburg in Germania, Maribor in Slovenia) e alcuni ordini religiosi (salesiani, francescani, figli dell’Immacolata concezione). Fatti che, messi in fila, producono un’immagine della Chiesa cattolica più simile al dantesco cerchio degli avari e dei prodighi che alla comunità dei fedeli nel Vangelo di Gesù di Nazaret, ma che non contribuiscono a fare chiarezza, perché il Vaticano non è la Conferenza episcopale italiana, e la Cei non c’entra nulla con i salesiani o i francescani. Ed è la tesi di fondo del volume a destare qualche perplessità: ovvero quella di un Francesco rivoluzionario accerchiato dai cardinali cattivi e spendaccioni. Una tesi sposata da quasi tutti media, che però non aiuta a comprendere la complessità del sistema – di cui il papa è parte –, che non funziona nella sua struttura e non solo in qualche elemento.

Detto questo, il volume offre una serie di informazioni, dati e documenti inediti, che svelano aspetti sconosciuti dell’istituzione ecclesiastica. A cominciare dal «tesoro del papa» – così lo chiama Fittipaldi –, ovvero la quantificazione (per difetto) del patrimonio del Vaticano: oltre 10 miliardi di euro, di cui 9 in titoli (detenuti per lo più da Ior e Apsa) e 1 in immobili, facenti capo a 26 diverse istituzioni vaticane, che però avrebbero un valore di mercato superiore ai 4 miliardi. E infatti il problema della Cosea (la Commissione sull’organizzazione e la struttura economica-amministrativa della Santa sede di cui facevano parte mons. Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, accusati di aver passato le carte a Fittipaldi e a Nuzzi) non è la ridistribuzione ai poveri, ma la possibilità di farli fruttare di più, risolvendo una serie di errori gestionali che vanno dai «canoni di locazione molto bassi» (di cui spesso beneficiano giornalisti, politici e potenti vari), ad uno «uso inefficiente delle unità» fino a «nessuna gestione del tasso di rendimento».

In Vaticano ci sono alcune “miniere d’oro”, che producono annualmente ricavi milionari: i Musei vaticani (90 milioni), la Fabbrica di San Pietro (15 milioni) e una serie di esercizi commerciali esentasse in teoria accessibili solo ai dipendenti vaticani, in pratica aperti a tutti o quasi, come la farmacia (32 milioni, una normale farmacia incassa 700mila euro all’anno), il distributore di benzina (27 milioni), il supermercato (21 milioni), la tabaccheria (10 milioni). Tutto lecito ma, nota Fittipaldi, «se i clienti fanno ottimi affari e il Vaticano guadagna somme enormi», «l’erario italiano continua a rimetterci: è un trascurabile effetto collaterale». Miniere d’oro sono anche quelle istituzione caritatevoli che però fanno pochissima carità, a cominciare dall’Obolo di San Pietro, che usa qualcosa per i poveri ma accumula molto di più: al 2013 aveva un tesoretto di ben 378 milioni di euro, investiti in vari modi.

Accanto alle “miniere d’oro” ci sono i “pozzi senza fondo”: Radio Vaticana, che perde 26 milioni l’anno, e l’Osservatore Romano, in deficit per 5 milioni l’anno. E “pozzi senza fondo” sono anche alcuni cardinali: il solito Bertone, il cui appartamento da 296 metri quadri è stato ristrutturato anche con 200mila euro dalla Fondazione “Bambin Gesù”, nata per sostenere la ricerca sulle malattie infantili (e a cui Bertone nei giorni scorsi, forse per placare i propri sensi di colpa, ha annunciato di devolvere 150mila euro) ; ma anche il card. Pell, scelto da Francesco come superministro vaticano dell’Economia, che in sei mesi ha fatto spendere al suo dicastero oltre 500mila euro, fra cui 7.292 euro di tappezzeria, 4.600 per un sottolavello, 2.500 euro di abiti.

Ce la farà Francesco a riformare la Chiesa?, chiedono in molti. La domanda corretta pare però un’altra: il problema sono gli uomini o le strutture ecclesiastiche? E se la riposta è “la seconda che hai detto”, allora, forse, non c’è Francesco che tenga.

Mons. Bettazzi: «La Chiesa rinuncia al patrimonio»

14 novembre 2015

“il manifesto”
14 novembre 2015

Luca Kocci

«Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrivevano 50 anni fa i 40 vescovi che il 16 novembre 1965, durante la fase finale del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto delle catacombe. «Io non vivo nel lusso, il mio appartamento è di 296 metri quadrati, e non ci vivo da solo, abito con una comunità di tre suore che mi aiutano», dichiara oggi l’ex segretario di Stato vaticano di papa Ratzinger, il card. Tarcisio Bertone.

La distanza che separa le due affermazioni mostra con evidenza il cammino enunciato ma mai percorso fino in fondo dall’istituzione ecclesiastica; e indica soprattutto la coesistenza, nella stessa Chiesa cattolica, di due modi opposti di vivere il Vangelo, perlomeno in ordine al tema della povertà e dell’uso dei beni, oggi come ieri.

Autunno 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della «Chiesa dei poveri», lanciato da Giovanni XXIII, è stato poco presente nel dibattito in assemblea, ancor meno nei documenti ufficiali, anche per il timore, in clima di guerra fredda, di fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente capitalista.

Proprio per questo, il 16 novembre 1965, il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli (che poi verrà ucciso durante gli anni della dittatura) e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscrivono quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’è anche mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo ausiliare del card. Lercaro a Bologna –, che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, oggi 92enne, l’unico sopravvissuto di quel gruppo.

Mons. Bettazzi, come è nato il Patto delle catacombe?

«Al collegio belga di Roma si riuniva regolarmente un gruppo informale di una cinquantina di vescovi, autodefinitosi della “Chiesa dei poveri”, che rifletteva sul tema della povertà nella Chiesa. Paolo VI non gradiva che al Concilio si parlasse della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica. Diceva che lo avrebbe affrontato egli stesso in un’enciclica, che sarebbe poi stata la Populorum progessio. Allora il gruppo della “Chiesa dei poveri” decise di prendere l’iniziativa».

Cosa fecero?

«Si accordarono per celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e di formalizzare una serie impegni concreti sul tema della povertà che ciascun vescovo avrebbe personalmente assunto una volta tornato nella propria diocesi. Io venni a saperlo e ci andai».

E firmò il Patto…

«Il vescovo di Tournai, mons. Himmer, presiedeva la messa. Alla fine lesse questo elenco di impegni: non abitare in edifici lussuosi, rinunciare agli abiti sfarzosi, ai titoli onorifici, ai conti in banca, stare vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati. Firmammo in 40, ci impegnammo a farlo sottoscrivere ad altri, ed in poco tempo ci furono circa 500 adesioni. Poi il card. Lercaro lo portò al papa, insieme ad altri materiali sul tema della povertà che, su richiesta riservata di Paolo VI, aveva elaborato con un piccolo gruppo di vescovi».

Come mai al Concilio si parlò poco di questo tema, che infatti è scarsamente presente nei documenti finali?

«Paolo VI non voleva che venisse trattato esplicitamente. Eravamo in piena guerra fredda, c’era l’Unione sovietica e il comunismo, e il papa aveva paura che parlare di Chiesa dei poveri fosse interpretato in chiave anti-occidentale, una presa di posizione contro l’Occidente atlantico e capitalista».

E poi c’erano gli episcopati ricchi…

«Certo, perché chi guidava i lavori erano gli episcopati del nord Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda, poco sensibili al tema della Chiesa dei poveri».

Bisognerà aspettare la teologia della liberazione…

«Esattamente. Nel 1967 Paolo VI pubblicò la Populorum progressio, anche sulla base dei materiali che gli aveva fornito Lercaro, che è un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non tratta espressamente il tema della povertà. Invece, nel 1968, con l’assemblea dei vescovi latinoamericani a Medellin, per la prima volta si parla di “scelta preferenziale dei poveri”, ovvero guardare ed affrontare la realtà dal punto di vista degli esclusi».

Cosa ne è stato del Patto delle catacombe in questi 50 anni?

«Ognuno di noi ha cercato di fare del proprio meglio nella propria diocesi, ma senza collegarsi con gli altri».

Oggi che Chiesa viviamo?

«Mi sembra che papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo la sua azione pastorale incontra molte resistenze».

Resistenze soprattutto interne…

«Sì. Del resto cambiare una struttura è molto più difficile che non farne una nuova, come è difficile far cambiare una certa mentalità alle persone…».

Un impegno concreto per la Chiesa da attuare subito?

«Innanzitutto la trasparenza e la veridicità dei bilanci economici e finanziari, a tutti i livelli, dal Vaticano alla singola parrocchia. E poi un’autentica comunione, perché nella Chiesa il clericalismo è molto forte».

È pensabile che la Chiesa rinunci davvero a beni e patrimoni?

«Se leggo gli ultimi documenti di papa Francesco, mi pare che si vada in questa direzione. Certamente l’operazione deve essere portata avanti con saggezza. Lo Ior, per esempio, è un problema che non può essere risolto con un taglio netto, bisogna vedere come riuscire a trasformare quello che è diventato un potere finanziario in un servizio, ciò che in realtà dovrebbe essere. Per fare questo ci vuole tempo e persone adatte».

Papa Francesco potrà farcela?

Lo spero. È molto difficile rinnovare una Chiesa che per secoli è stata un potere, con un papa re addirittura».

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Il Patto delle catacombe

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

– Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cfr. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

– Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

– Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cfr. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi e i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cfr. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cfr. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cfr. At 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cfr. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

Firmatari:
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, Germania
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, Argentina
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira, Brasile
Luigi BETTAZZI (1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), Italia
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, Cuba
Gérard Marie CODERRE (1904-1993)Vescovo di Saint Jean de Québec, Canada
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970) – Vescovo di Xuzhou, Cina
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, Dominica
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, Argentina
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, India
Georges Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975) – Vescovo di Pala, Ciad
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, India
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús, Brasile
Adrien Edmond Maurice GAND (1907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille, Francia
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu, Brasile
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di
Rennes, Francia
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, Congo
George HAKIM (1908-2001) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), Israele
Barthélémy Joseph Pierre Marie Henri HANRION, Frati
minori (1914-2000) – Vescovo di Dapango, Togo
Charles Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, Belgio
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979) – Vescovo di Gibuti, Gibuti
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980) – Vicario apostolico di Eliopoli, Egitto
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, Corea del sud
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999) ­– Vescovo di Dali (Tali), Cina
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro, Brasile
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975) – Vescovo di Port Victoria, Seychelles
François MARTY
(1904-1994) – Arcivescovo di Reims, Francia
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), Cina
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991), Vescovo di Laghouat, Algeria
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, Spagna
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória, Brasile
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj, Croazia
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife, Brasile
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, India
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , Cina
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem, India
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, India
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, India
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984) – Vicario apostolico del Borneo olandese, Indonesia
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, Grecia

Caccia ai «corvi» in Vaticano, due arresti

3 novembre 2015

“il manifesto”
3 novembre 2015

Luca Kocci

Retata in Vaticano. La gendarmeria pontificia ha arrestato un monsignore spagnolo, Lucio Angel Vallejo Balda, e una donna, Francesca Immacolata Chaouqui, entrambi di area Opus Dei ed ambedue in passato componenti della Cosea, la Commissione referente di studio e indirizzo sull’organizzazione delle strutture economico-amministrative della Santa sede istituita da papa Francesco nel luglio 2013 e poi sciolta al compimento del suo mandato.

Sono sospettati di essere coinvolti in una nuova fuga di notizie e documenti riservati – dopo il Vatileaks del 2012, che vide come unico colpevole Paolo Gabriele, aiutante di camera di papa Ratzinger –, che costituerebbero la “materia prima” di due libri in uscita nei prossimi giorni, Avarizia (Feltrinelli) di Emiliano Fittipaldi e Via Crucis (Chiarelettere) di Gianluigi Nuzzi (il quale, fra l’altro, per il suo precedente volume, Sua Santità, si avvalse della collaborazione di Gabriele).

Gli arresti sono stati entrambi convalidati fra sabato e domenica dal promotore di giustizia vaticano, una sorta di pubblico ministero. Ma Francesca Chaouqui ieri è stata rimessa in libertà dal momento che non sono si sono più state ravvisate esigenze cautelari, anche perché ha deciso di collaborare alle indagini, come conferma la sua avvocata, Giulia Bongiorno: il contenuto delle sue dichiarazione «è stato ritenuto apprezzabile, è già tornata a casa e nei prossimi giorni chiarirà la sua posizione». Resta invece agli arresti mons. Vallejo Balda, la cui posizione è ancora al vaglio del promotore di giustizia.

Non c’è dubbio che sia in atto un nuovo Vatileaks. Nei giorni scorsi c’erano state alcune avvisaglie: prima la pubblicazione sul blog del vaticanista dell’Espresso Sandro Magister della lettera riservata al papa, firmata da 13 cardinali (alcuni dei quali hanno però smentito), contenente severe critiche a Bergoglio sulla conduzione del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, le cui conclusioni sarebbero state predeterminate dallo stesso papa mediante il suo “cerchio magico”; poi l’indiscrezione, lanciata dal Quotidiano nazionale, sul presunto tumore al cervello del papa; infine la notizia – anticipata da Luigi Bisignani nella trasmissione televisiva Virus – che era stato violato il pc di Libero Milone, revisore generale della Santa sede (anche su questo episodio la Gendarmeria vaticana ha aperto un’inchiesta). E ora gli arresti di Vallejo Balda e Chaouqui.

Rispetto al primo Vatileaks, questa volta non si tratterebbe di documenti personali sottratti dall’appartamento pontificio, anche perché Bergoglio ha deciso di trasferire il proprio quartier generale nella residenza Santa Marta, forse anche per sfuggire ai “corvi” che volteggiano nelle sacre stanze. Bensì di materiale – documenti o conversazioni “rubate” forse allo stesso papa – di natura economico-finanziaria. Ma i due arrestati, rispetto al maggiordomo Gabriele, sono due “pezzi da 90”. Mons. Vallejo Balda, appartenente alla Società sacerdotale della Santa Croce (legata all’Opus Dei), è attualmente segretario della Prefettura degli affari economici della Santa sede ed è stato, fin quando ha funzionato, segretario della Cosea. Proprio lui ha suggerito l’inserimento nella commissione di Francesca Chaoqui, pure lei vicina all’Opus Dei, la quale in passato si era già trovata al centro di alcuni scandali: prima per la diffusione di alcuni tweet – uno su una presunta leucemia di Ratzinger e uno contro il card. Bertone, sebbene quest’ultimo solo rilanciato dal sito Dagospia – e poi per aver organizzato, insieme a mons. Vallejo Balda, una sorta di ricevimento per 150 vip (fra cui Bruno Vespa) sulla terrazza della Prefettura degli affari economici per seguire dall’alto la canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, allietati da un sontuoso buffet.

Si tratta di un nuovo complotto della Curia contro il papa? È possibile: si vorrebbe avvalorare l’idea che in fondo, Ratzinger o Bergoglio, in Vaticano nulla è cambiato. Ma più probabilmente ci si trova di fronte ad una non nuova lotta di potere all’interno dei sacri palazzi. Non è un caso che la vicenda ruoti intorno a questioni e strutture economico-finanziarie, quelle che sono state sottoposte ad un più vigoroso ricambio e aggiornamento, con la costituzione della nuova Segreteria per l’economia (una sorta di superministero dell’economia e delle finanze) affidata alla guida del cardinale australiano Pell e il cui numero due sarebbe dovuto essere quel Vallejo Balda ora agli arresti, se papa Francesco, all’ultimo minuto, non gli avesse preferito un proprio uomo di fiducia, il maltese mons. Xuereb.

La banca del papa, fra scandali e riforma

27 settembre 2015

“Adista”
n. 32, 26 settembre 2015

Luca Kocci

«Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». Lo disse il cardinale africano John Onaiyekan, fra le perplessità di molti altri cardinali, durante le Congregazioni generali immediatamente precedenti al conclave che poi elesse Bergoglio al soglio pontificio. Qualche settimana dopo fu lo stesso papa Francesco ad intervenire durante un’omelia di una messa mattutina a Santa Marta a cui partecipavano anche alcuni dipendenti della banca vaticana: «Quando la Chiesa vuole vantarsi della sua quantità, moltiplica gli uffici e diventa burocratica, perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in un’organizzazione. Certo, ci sono quelli dello Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Bastarono queste due affermazioni perché molta stampa iniziasse a favoleggiare sulla imminente chiusura dello Ior (v. Adista Notizie n. 22/13). Adesso, dopo due anni di regno di papa Francesco, archiviate le favole messe in circolazione con troppa facilità e ingenuità, tutto risulta più chiaro. Lo Ior non può chiudere, perché è fondamentale per l’esistenza stessa dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede per mettere in sicurezza i bilanci del Vaticano. Sia perché è uno strumento necessario per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Ma da qualche anno è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una sorta di banca dei poveri, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger nella seconda parte del suo pontificato, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, sebbene la corsa sia appena avviata e le contraddizioni restino sul tavolo.

Altri due attori sono cambiati: è uscito di scena il card. Tarcisio Bertone (e molti italiani), potente segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior; e ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato e voluto da papa Francesco (v. Adista Notizie n. 9/14). Ma non si tratta, come una troppo semplicistica vulgata che ha identificato nel card. Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere automaticamente tutti gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli amici degli amici, allo Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si tenta di stoppare gli scandali più macroscopici – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma anche di fare soldi, possibilmente più e meglio del passato.

Francesco Peloso, che scrive di Vaticano e Chiesa per Vatican Insider e Internazionale, racconta con attenzione questa storia, senza facili scoop a buon mercato e senza indugiare troppo nel passato dello Ior (Marcinkus, Calvi, Sindona…), ma analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciano le vicende dello Ior con quando accaduto Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio (Francesco Peloso, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16).

In questa storia lo Ior, pur non essendo l’unico protagonista, è uno dei personaggi principali. Perché alla vigilia delle dimissioni di Ratzinger il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi (e molti documenti riguardavano proprio la banca del papa, l’allora presidente Gotti Tedeschi e più in generale i soldi del Vaticano) e la situazione dello Ior e del Vaticano (versante finanzia) era critica: il Dipartimento di Stato Usa – ricorda Peloso – aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale; Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) aveva bocciato il Vaticano (v. Adista Notizie n. 29/12); la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine gestiti da Deutsche Bank (v. Adista Notizie n. 2/13); la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro su due conti dello Ior presso due banche italiane (Credito artigiano e Banca del Fucino) e messo sotto indagine i massimi dirigenti della banca vaticana per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio (v. Adista Notizie n. 1/11).

È in questo contesto che arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e che in conclave si aggrega un “partito antiromano” – interessato alla riforma della Curia più che alla riforma della Chiesa, come in effetti le cronache vaticane stanno evidenziando – che trova in Bergoglio in proprio candidato in grado di sbaragliare gli avversari curiali (il brasiliano Scherer, che fra l’altro aveva un ruolo importante prorpio nello Ior) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola, lontano dalla Curia ma con un’immagine di uomo di potere fin dai tempi di Comunione e liberazione).

Bergoglio, lentamente – ma non troppo – interviene, consapevole che quello della riforma delle finanze e dello Ior è uno dei mandati ricevuti dal Conclave che lo ha eletto. E così fuori gli italiani dalle stanze del potere finanziario sostituiti dagli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e appartenenti o vicini all’Opus Dei sempre e comunque in prima fila); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: “un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per riuscire ad entrare nella white list degli Stati virtuosi (e di conseguenza uscire dalla black list dei Paesi a rischio); collaborazione con la magistratura italiana, come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava con maggior frequenza), tuttora sotto indagine (anche se l’accordo riguarda gli anni successivi al 2009: un modo per cominciare una nuova stagione di pulizia, mettendo però una “pietra tombale” sul passato).

L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, di tentare di liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», talvolta usato come «lavatrice» per operazioni sospette. Il percorso è cominciato, non si sa ancora come e dove finirà. «In che modo reagirà la Curia al suo ridimensionamento, alla riduzione di peso e di ruolo nel campo delle finanze?», si chiede Peloso. «Quali organizzazioni e quali personalità faranno sentire il loro peso sotto il profilo della gestione economica della Chiesa dei prossimi anni? E sarà possibile in tale ambito mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Perché il card. Pell, superministro vaticano dell’economia e uomo di fiducia di Bergoglio, ha il perfetto profilo del teocon anglosassone. Conservatore sotto il profilo politico-ecclesiale, ultraliberista in economia, il suo pensiero è ben espresso da un’intervista rilasciata all’agenzia statunitense Catholic News Service, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa sede, che gli ha conferito quindi una sorta di ufficialità: «Se bisogna aiutare i poveri, dobbiamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone possiamo svolgere». La stella polare è la parabola evangelica del buon samaritano, secondo l’interpretazione non di qualche teologo ma di Margaret Thatcher. «Ricordo il commento della Thatcher – spiega Pell –: se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

San Pietro non aveva una banca, e non ce l’aveva nemmeno la Chiesa delle origini, quella della prima comunità di Gerusalemme raccontata dagli Atti degli Apostoli, che condivideva i propri beni, profondamente diversa dalla Chiesa romana, elefantiaca e centralistica dei nostri tempi. La contraddizione dello Ior, allora, è la contraddizione della stessa struttura ecclesiastica e di come si è andata configurando ed organizzando nel tempo.

Una turbofinanza senza scandali

3 settembre 2015

“il manifesto”
3 settembre 2015

Luca Kocci

Due volte, negli ultimi tempi, si è favoleggiato sulla chiusura dello Ior, la banca del Vaticano. La prima nei giorni del pre-conclave che elesse papa Bergoglio, quando il cardinale africano Onaiyekan disse: «Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». La seconda poco dopo, quando lo stesso Francesco, in un’omelia a Santa Marta, affermò: «Poi c’è lo Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Ora, dopo due anni di pontificato, anche il papa sa che lo Ior è necessario per la sopravvivenza dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede. Sia perché è uno strumento fondamentale per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che, in tempi di capitalismo globale, si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Tuttavia è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una “banca dei poveri”, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, ma la corsa è appena avviata e le contraddizioni restano tutte sul tavolo.

Sono cambiati anche i personaggi: è uscito di scena il card. Bertone (e gli italiani, da sempre di casa nella banca vaticana), segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione di vigilanza sullo Ior; ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato da papa Francesco. Ma non si tratta, come vorrebbe la vulgata che ha identificato in Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli “amici degli amici”, ad uno Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si evitano gli scandali – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma si continuano a fare soldi.

Il vaticanista Francesco Peloso (La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16) racconta questa storia, analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciando le vicende dello Ior con quello che è successo Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio, un “terremoto” in cui lo Ior è stato uno degli attori principali.

Mentre il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi, il Dipartimento di Stato Usa aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale, Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) lo teneva fuori dalla white list, la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine, la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro dello Ior depositati in due banche italiane e messo sotto indagine i massimi dirigenti per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio. In questo clima arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e in conclave si aggrega un “partito antiromano” che trova in Bergoglio il candidato che sbaraglia gli avversari curiali (il brasiliano Scherer) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola).

Papa Francesco inizia ad intervenire: escono gli italiani e arrivano gli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e Opus Dei sempre ben piazzati); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: «Un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per entrare nella white list degli Stati virtuosi; collaborazione con la magistratura italiana (anche se solo per gli anni successivi al 2009, mettendo però una “pietra tombale” sul passato), come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava di solito), da poco scarcerato ma ancora indagato per riciclaggio. L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», spesso usato come «lavatrice» per operazioni sospette.

«Sarà possibile – si chiede Peloso – mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Certo, tutto è possibile, ma la contraddizione pare insanabile.

Per questo san Pietro non aveva una banca, e la Chiesa non era istituzione ma semplice comunità di credenti.