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La ricchezza sporca del Vaticano. Avarizia, il libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi

23 dicembre 2015

“il manifesto”
23 dicembre 2015

Luca Kocci

Se questa storia fosse accaduta quattro secoli fa, il Tribunale dell’inquisizione probabilmente avrebbe condannato al rogo il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, la sorte che toccò a centinaia di liberi pensatori, riformatori radicali e donne trasformate in streghe.

Oggi Fittipaldi – e con lui Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis (Chiarelettere) – non corre più il rischio di essere arso sulla pubblica piazza, ma una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, se il tribunale pontificio lo condannerà per un reato introdotto nel codice penale vaticano da papa Francesco nel luglio 2013: sottrazione e diffusione di documenti riservati.

L’eventualità pare improbabile: bisognerebbe provare che i giornalisti abbiano commesso il reato in territorio vaticano e, in caso di condanna, la Santa sede dovrebbe ottenere l’estradizione dall’Italia, aprendo un caso di proporzioni globali e certificando che la libertà di stampa non è gradita Oltretevere, anzi è una colpa da punire.

La responsabilità di questo processo surreale nei confronti dei giornalisti è Avarizia, il libro firmato da Fittipaldi e pubblicato da Feltrinelli che, come annunciato dal sottotitolo, presenta «le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco».

Il volume non ci ha convinto del tutto. Molte delle rivelazioni erano in realtà già note, e la stampa ne aveva dato ampia notizia. Inoltre Fittipaldi mette insieme, talvolta mescolando le carte senza troppe distinzioni, i conti del Vaticano con quelli della Chiesa italiana, condendoli qua e là con gli scandali finanziari che riguardano alcune diocesi italiane (Terni, Trapani, Salerno) ed estere (Limburg in Germania, Maribor in Slovenia) e alcuni ordini religiosi (salesiani, francescani, figli dell’Immacolata concezione). Fatti che, messi in fila, producono un’immagine della Chiesa cattolica più simile al dantesco cerchio degli avari e dei prodighi che alla comunità dei fedeli nel Vangelo di Gesù di Nazaret, ma che non contribuiscono a fare chiarezza, perché il Vaticano non è la Conferenza episcopale italiana, e la Cei non c’entra nulla con i salesiani o i francescani. Ed è la tesi di fondo del volume a destare qualche perplessità: ovvero quella di un Francesco rivoluzionario accerchiato dai cardinali cattivi e spendaccioni. Una tesi sposata da quasi tutti media, che però non aiuta a comprendere la complessità del sistema – di cui il papa è parte –, che non funziona nella sua struttura e non solo in qualche elemento.

Detto questo, il volume offre una serie di informazioni, dati e documenti inediti, che svelano aspetti sconosciuti dell’istituzione ecclesiastica. A cominciare dal «tesoro del papa» – così lo chiama Fittipaldi –, ovvero la quantificazione (per difetto) del patrimonio del Vaticano: oltre 10 miliardi di euro, di cui 9 in titoli (detenuti per lo più da Ior e Apsa) e 1 in immobili, facenti capo a 26 diverse istituzioni vaticane, che però avrebbero un valore di mercato superiore ai 4 miliardi. E infatti il problema della Cosea (la Commissione sull’organizzazione e la struttura economica-amministrativa della Santa sede di cui facevano parte mons. Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, accusati di aver passato le carte a Fittipaldi e a Nuzzi) non è la ridistribuzione ai poveri, ma la possibilità di farli fruttare di più, risolvendo una serie di errori gestionali che vanno dai «canoni di locazione molto bassi» (di cui spesso beneficiano giornalisti, politici e potenti vari), ad uno «uso inefficiente delle unità» fino a «nessuna gestione del tasso di rendimento».

In Vaticano ci sono alcune “miniere d’oro”, che producono annualmente ricavi milionari: i Musei vaticani (90 milioni), la Fabbrica di San Pietro (15 milioni) e una serie di esercizi commerciali esentasse in teoria accessibili solo ai dipendenti vaticani, in pratica aperti a tutti o quasi, come la farmacia (32 milioni, una normale farmacia incassa 700mila euro all’anno), il distributore di benzina (27 milioni), il supermercato (21 milioni), la tabaccheria (10 milioni). Tutto lecito ma, nota Fittipaldi, «se i clienti fanno ottimi affari e il Vaticano guadagna somme enormi», «l’erario italiano continua a rimetterci: è un trascurabile effetto collaterale». Miniere d’oro sono anche quelle istituzione caritatevoli che però fanno pochissima carità, a cominciare dall’Obolo di San Pietro, che usa qualcosa per i poveri ma accumula molto di più: al 2013 aveva un tesoretto di ben 378 milioni di euro, investiti in vari modi.

Accanto alle “miniere d’oro” ci sono i “pozzi senza fondo”: Radio Vaticana, che perde 26 milioni l’anno, e l’Osservatore Romano, in deficit per 5 milioni l’anno. E “pozzi senza fondo” sono anche alcuni cardinali: il solito Bertone, il cui appartamento da 296 metri quadri è stato ristrutturato anche con 200mila euro dalla Fondazione “Bambin Gesù”, nata per sostenere la ricerca sulle malattie infantili (e a cui Bertone nei giorni scorsi, forse per placare i propri sensi di colpa, ha annunciato di devolvere 150mila euro) ; ma anche il card. Pell, scelto da Francesco come superministro vaticano dell’Economia, che in sei mesi ha fatto spendere al suo dicastero oltre 500mila euro, fra cui 7.292 euro di tappezzeria, 4.600 per un sottolavello, 2.500 euro di abiti.

Ce la farà Francesco a riformare la Chiesa?, chiedono in molti. La domanda corretta pare però un’altra: il problema sono gli uomini o le strutture ecclesiastiche? E se la riposta è “la seconda che hai detto”, allora, forse, non c’è Francesco che tenga.

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Mons. Bettazzi: «La Chiesa rinuncia al patrimonio»

14 novembre 2015

“il manifesto”
14 novembre 2015

Luca Kocci

«Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione», scrivevano 50 anni fa i 40 vescovi che il 16 novembre 1965, durante la fase finale del Concilio Vaticano II, firmarono il Patto delle catacombe. «Io non vivo nel lusso, il mio appartamento è di 296 metri quadrati, e non ci vivo da solo, abito con una comunità di tre suore che mi aiutano», dichiara oggi l’ex segretario di Stato vaticano di papa Ratzinger, il card. Tarcisio Bertone.

La distanza che separa le due affermazioni mostra con evidenza il cammino enunciato ma mai percorso fino in fondo dall’istituzione ecclesiastica; e indica soprattutto la coesistenza, nella stessa Chiesa cattolica, di due modi opposti di vivere il Vangelo, perlomeno in ordine al tema della povertà e dell’uso dei beni, oggi come ieri.

Autunno 1965, il Concilio Vaticano II è ormai giunto alle ultime battute. Il tema della «Chiesa dei poveri», lanciato da Giovanni XXIII, è stato poco presente nel dibattito in assemblea, ancor meno nei documenti ufficiali, anche per il timore, in clima di guerra fredda, di fare un favore a Mosca e danneggiare l’Occidente capitalista.

Proprio per questo, il 16 novembre 1965, il vescovo brasiliano Helder Camara, l’argentino Enrique Angelelli (che poi verrà ucciso durante gli anni della dittatura) e altri 38 padri conciliari si danno appuntamento alle catacombe di Domitilla. «Visto che Paolo VI non vuole parlare di povertà, lo facciamo noi», si dicono, e così sottoscrivono quello che passerà alla storia come Patto delle catacombe, un elenco di impegni individuali di povertà da mettere in pratica nel proprio ministero pastorale: la rinuncia ad abiti sfarzosi, a titoli onorifici, a conti in banca, ad abitazioni lussuose. Fra loro c’è anche mons. Luigi Bettazzi – all’epoca vescovo ausiliare del card. Lercaro a Bologna –, che negli anni ’70 diventerà famoso per uno scambio di lettere con il segretario del Pci Enrico Berlinguer, oggi 92enne, l’unico sopravvissuto di quel gruppo.

Mons. Bettazzi, come è nato il Patto delle catacombe?

«Al collegio belga di Roma si riuniva regolarmente un gruppo informale di una cinquantina di vescovi, autodefinitosi della “Chiesa dei poveri”, che rifletteva sul tema della povertà nella Chiesa. Paolo VI non gradiva che al Concilio si parlasse della Chiesa dei poveri, perché temeva che il dibattito finisse in politica. Diceva che lo avrebbe affrontato egli stesso in un’enciclica, che sarebbe poi stata la Populorum progessio. Allora il gruppo della “Chiesa dei poveri” decise di prendere l’iniziativa».

Cosa fecero?

«Si accordarono per celebrare una messa alle catacombe di Domitilla e di formalizzare una serie impegni concreti sul tema della povertà che ciascun vescovo avrebbe personalmente assunto una volta tornato nella propria diocesi. Io venni a saperlo e ci andai».

E firmò il Patto…

«Il vescovo di Tournai, mons. Himmer, presiedeva la messa. Alla fine lesse questo elenco di impegni: non abitare in edifici lussuosi, rinunciare agli abiti sfarzosi, ai titoli onorifici, ai conti in banca, stare vicino ai poveri, ai lavoratori, agli emarginati. Firmammo in 40, ci impegnammo a farlo sottoscrivere ad altri, ed in poco tempo ci furono circa 500 adesioni. Poi il card. Lercaro lo portò al papa, insieme ad altri materiali sul tema della povertà che, su richiesta riservata di Paolo VI, aveva elaborato con un piccolo gruppo di vescovi».

Come mai al Concilio si parlò poco di questo tema, che infatti è scarsamente presente nei documenti finali?

«Paolo VI non voleva che venisse trattato esplicitamente. Eravamo in piena guerra fredda, c’era l’Unione sovietica e il comunismo, e il papa aveva paura che parlare di Chiesa dei poveri fosse interpretato in chiave anti-occidentale, una presa di posizione contro l’Occidente atlantico e capitalista».

E poi c’erano gli episcopati ricchi…

«Certo, perché chi guidava i lavori erano gli episcopati del nord Europa: Germania, Francia, Belgio e Olanda, poco sensibili al tema della Chiesa dei poveri».

Bisognerà aspettare la teologia della liberazione…

«Esattamente. Nel 1967 Paolo VI pubblicò la Populorum progressio, anche sulla base dei materiali che gli aveva fornito Lercaro, che è un’enciclica molto forte sul piano sociale, ma non tratta espressamente il tema della povertà. Invece, nel 1968, con l’assemblea dei vescovi latinoamericani a Medellin, per la prima volta si parla di “scelta preferenziale dei poveri”, ovvero guardare ed affrontare la realtà dal punto di vista degli esclusi».

Cosa ne è stato del Patto delle catacombe in questi 50 anni?

«Ognuno di noi ha cercato di fare del proprio meglio nella propria diocesi, ma senza collegarsi con gli altri».

Oggi che Chiesa viviamo?

«Mi sembra che papa Francesco, dopo 50 anni, stia portando avanti il richiamo della Chiesa dei poveri e della scelta preferenziale dei poveri. Per questo la sua azione pastorale incontra molte resistenze».

Resistenze soprattutto interne…

«Sì. Del resto cambiare una struttura è molto più difficile che non farne una nuova, come è difficile far cambiare una certa mentalità alle persone…».

Un impegno concreto per la Chiesa da attuare subito?

«Innanzitutto la trasparenza e la veridicità dei bilanci economici e finanziari, a tutti i livelli, dal Vaticano alla singola parrocchia. E poi un’autentica comunione, perché nella Chiesa il clericalismo è molto forte».

È pensabile che la Chiesa rinunci davvero a beni e patrimoni?

«Se leggo gli ultimi documenti di papa Francesco, mi pare che si vada in questa direzione. Certamente l’operazione deve essere portata avanti con saggezza. Lo Ior, per esempio, è un problema che non può essere risolto con un taglio netto, bisogna vedere come riuscire a trasformare quello che è diventato un potere finanziario in un servizio, ciò che in realtà dovrebbe essere. Per fare questo ci vuole tempo e persone adatte».

Papa Francesco potrà farcela?

Lo spero. È molto difficile rinnovare una Chiesa che per secoli è stata un potere, con un papa re addirittura».

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Il Patto delle catacombe

Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:

– Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.

– Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cfr. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.

– Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cfr. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.

– Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.

– Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cfr. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.

– Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.

– Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.

– Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi e i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cfr. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1 Cor 4,12 e 9,1-27.

– Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cfr. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.

– Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cfr. At 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.

– Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo: a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere; a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

– Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio; così: ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;  formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito, che capi secondo il mondo; cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…; saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cfr. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai nostri fedeli la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.

Aiutaci Dio ad essere fedeli.

Firmatari:
Julis ANGERHAUSEN (1911-1990) – Vescovo ausiliare di Essen, Germania
Enrique A. ANGELELLI CARLETTI (1923-1976) – Vescovo ausiliare di Córdoba, Argentina
Francisco AUSTREGÉSILO DE MESQUITA FILHO (1924-2006) – Vescovo di Afogados da Ingazeira, Brasile
Luigi BETTAZZI (1923) – Vescovo ausiliare di Bologna (1963), Italia
Eduardo Tomás BOZA MASVIDAL (1915-2003) – Vescovo ausiliare di San Cristóbal de la Habana, Cuba
Gérard Marie CODERRE (1904-1993)Vescovo di Saint Jean de Québec, Canada
Philip CÔTÉ, Gesuiti (1895-1970) – Vescovo di Xuzhou, Cina
Antoon DEMETS, Redentoristi (1905-2000) – Vescovo ausiliare emerito di Roseau, Dominica
Alberto DEVOTO (1918-1984) – Vescovo di Goya, Argentina
Raymond D’MELLO (1907-1971) – Vescovo di Allahabad, India
Georges Hilaire DUPONT, Missionari Oblati di Maria Immacolata (1919-1975) – Vescovo di Pala, Ciad
Angelo Innocent FERNANDES (1913-2000) – Arcivescovo di Delhi, India
Antônio Batista FRAGOSO (1920-2006) – Vescovo di Crateús, Brasile
Adrien Edmond Maurice GAND (1907-1990) – Vescovo ausiliare di Lille, Francia
Henrique Hector GOLLAND TRINDADE, Frati minori (1897-1984) – Arcivescovo di Botucatu, Brasile
Paul Joseph Marie GOUYON (1910-2000) – Arcivescovo di
Rennes, Francia
Joseph GUFFENS, Gesuiti (1895-1973) – Coadiutore del Vicario apostolico di Kwango, Congo
George HAKIM (1908-2001) – Arcivescovo di San Giovanni d’Acri e Tolemaide (greco-melchita), Israele
Barthélémy Joseph Pierre Marie Henri HANRION, Frati
minori (1914-2000) – Vescovo di Dapango, Togo
Charles Marie HIMMER (1902-1994) – Vescovo di Tournai, Belgio
Henri Alfred Bernardin HOFFMANN, Cappuccini (1909-1979) – Vescovo di Gibuti, Gibuti
Amand Louis Marie Antoine HUBERT Società Missioni Africane (1900-1980) – Vicario apostolico di Eliopoli, Egitto
Paul Marie KINAM RO (1902-1984) – Arcivescovo di Seul, Corea del sud
Lucien Bernard LACOSTE (1905-1999) ­– Vescovo di Dali (Tali), Cina
José Alberto LOPES DE CASTRO PINTO (1914-1997) – Vescovo ausiliare di São Sebastião do Rio de Janeiro, Brasile
Marcel Olivier MARADAN, Cappuccini (1899-1975) – Vescovo di Port Victoria, Seychelles
François MARTY
(1904-1994) – Arcivescovo di Reims, Francia
Charles Joseph van MELCKEBEKE, Missionari di Scheut (1898-1980) – Vescovo di Yinchuan (Ninghsia), Cina
Georges MERCIER, Missionari d’Africa (Padri Bianchi), (1902-1991), Vescovo di Laghouat, Algeria
Rafael GONZÁLEZ MORALEJO (1918-2004) – Vescovo ausiliare di Valencia, Spagna
João Batista da MOTA e ALBUQUERQUE (1909-1984) – Arcivescovo di Vitória, Brasile
Josip PAVLISIC (1914-2005) – Vescovo ausiliare di Senj, Croazia
Helder PESSOA CÂMARA (1909-1999) – Arcivescovo di Olinda e Recife, Brasile
Joseph Alberto ROSARIO, Missionari di San Francesco di Sales (1915-1995) – Vescovo di Amravati, India
Paul YÜ PIN (1901-1978) – Arcivescovo di Nanjing , Cina
Venmani S. SELVANATHER (1913-1993) – Vescovo di Salem, India
Oscar SEVRIN, Gesuiti (1884-1975) – Vescovo emerito di Raigarh-Ambikapur, India
Stanislaus TIGGA (1898-1970) – Vescovo di Raigarh-Ambikapur, India
Tarcisius Henricus Joseph van VALENBERG, Cappuccini (1890-1984) – Vicario apostolico del Borneo olandese, Indonesia
Antonio Gregorio VUCCINO, Agostiniani dell’Assunzione (1891-1968) – Arcivescovo emerito di Corfù, Zante e Cefalonia, Grecia

La banca del papa, fra scandali e riforma

27 settembre 2015

“Adista”
n. 32, 26 settembre 2015

Luca Kocci

«Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». Lo disse il cardinale africano John Onaiyekan, fra le perplessità di molti altri cardinali, durante le Congregazioni generali immediatamente precedenti al conclave che poi elesse Bergoglio al soglio pontificio. Qualche settimana dopo fu lo stesso papa Francesco ad intervenire durante un’omelia di una messa mattutina a Santa Marta a cui partecipavano anche alcuni dipendenti della banca vaticana: «Quando la Chiesa vuole vantarsi della sua quantità, moltiplica gli uffici e diventa burocratica, perde la sua principale sostanza e corre il pericolo di trasformarsi in un’organizzazione. Certo, ci sono quelli dello Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Bastarono queste due affermazioni perché molta stampa iniziasse a favoleggiare sulla imminente chiusura dello Ior (v. Adista Notizie n. 22/13). Adesso, dopo due anni di regno di papa Francesco, archiviate le favole messe in circolazione con troppa facilità e ingenuità, tutto risulta più chiaro. Lo Ior non può chiudere, perché è fondamentale per l’esistenza stessa dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede per mettere in sicurezza i bilanci del Vaticano. Sia perché è uno strumento necessario per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Ma da qualche anno è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una sorta di banca dei poveri, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger nella seconda parte del suo pontificato, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, sebbene la corsa sia appena avviata e le contraddizioni restino sul tavolo.

Altri due attori sono cambiati: è uscito di scena il card. Tarcisio Bertone (e molti italiani), potente segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione cardinalizia di vigilanza sullo Ior; e ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato e voluto da papa Francesco (v. Adista Notizie n. 9/14). Ma non si tratta, come una troppo semplicistica vulgata che ha identificato nel card. Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere automaticamente tutti gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli amici degli amici, allo Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si tenta di stoppare gli scandali più macroscopici – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma anche di fare soldi, possibilmente più e meglio del passato.

Francesco Peloso, che scrive di Vaticano e Chiesa per Vatican Insider e Internazionale, racconta con attenzione questa storia, senza facili scoop a buon mercato e senza indugiare troppo nel passato dello Ior (Marcinkus, Calvi, Sindona…), ma analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciano le vicende dello Ior con quando accaduto Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio (Francesco Peloso, La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16).

In questa storia lo Ior, pur non essendo l’unico protagonista, è uno dei personaggi principali. Perché alla vigilia delle dimissioni di Ratzinger il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi (e molti documenti riguardavano proprio la banca del papa, l’allora presidente Gotti Tedeschi e più in generale i soldi del Vaticano) e la situazione dello Ior e del Vaticano (versante finanzia) era critica: il Dipartimento di Stato Usa – ricorda Peloso – aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale; Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) aveva bocciato il Vaticano (v. Adista Notizie n. 29/12); la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine gestiti da Deutsche Bank (v. Adista Notizie n. 2/13); la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro su due conti dello Ior presso due banche italiane (Credito artigiano e Banca del Fucino) e messo sotto indagine i massimi dirigenti della banca vaticana per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio (v. Adista Notizie n. 1/11).

È in questo contesto che arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e che in conclave si aggrega un “partito antiromano” – interessato alla riforma della Curia più che alla riforma della Chiesa, come in effetti le cronache vaticane stanno evidenziando – che trova in Bergoglio in proprio candidato in grado di sbaragliare gli avversari curiali (il brasiliano Scherer, che fra l’altro aveva un ruolo importante prorpio nello Ior) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola, lontano dalla Curia ma con un’immagine di uomo di potere fin dai tempi di Comunione e liberazione).

Bergoglio, lentamente – ma non troppo – interviene, consapevole che quello della riforma delle finanze e dello Ior è uno dei mandati ricevuti dal Conclave che lo ha eletto. E così fuori gli italiani dalle stanze del potere finanziario sostituiti dagli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e appartenenti o vicini all’Opus Dei sempre e comunque in prima fila); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: “un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per riuscire ad entrare nella white list degli Stati virtuosi (e di conseguenza uscire dalla black list dei Paesi a rischio); collaborazione con la magistratura italiana, come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava con maggior frequenza), tuttora sotto indagine (anche se l’accordo riguarda gli anni successivi al 2009: un modo per cominciare una nuova stagione di pulizia, mettendo però una “pietra tombale” sul passato).

L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, di tentare di liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», talvolta usato come «lavatrice» per operazioni sospette. Il percorso è cominciato, non si sa ancora come e dove finirà. «In che modo reagirà la Curia al suo ridimensionamento, alla riduzione di peso e di ruolo nel campo delle finanze?», si chiede Peloso. «Quali organizzazioni e quali personalità faranno sentire il loro peso sotto il profilo della gestione economica della Chiesa dei prossimi anni? E sarà possibile in tale ambito mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Perché il card. Pell, superministro vaticano dell’economia e uomo di fiducia di Bergoglio, ha il perfetto profilo del teocon anglosassone. Conservatore sotto il profilo politico-ecclesiale, ultraliberista in economia, il suo pensiero è ben espresso da un’intervista rilasciata all’agenzia statunitense Catholic News Service, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa sede, che gli ha conferito quindi una sorta di ufficialità: «Se bisogna aiutare i poveri, dobbiamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone possiamo svolgere». La stella polare è la parabola evangelica del buon samaritano, secondo l’interpretazione non di qualche teologo ma di Margaret Thatcher. «Ricordo il commento della Thatcher – spiega Pell –: se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

San Pietro non aveva una banca, e non ce l’aveva nemmeno la Chiesa delle origini, quella della prima comunità di Gerusalemme raccontata dagli Atti degli Apostoli, che condivideva i propri beni, profondamente diversa dalla Chiesa romana, elefantiaca e centralistica dei nostri tempi. La contraddizione dello Ior, allora, è la contraddizione della stessa struttura ecclesiastica e di come si è andata configurando ed organizzando nel tempo.

Una turbofinanza senza scandali

3 settembre 2015

“il manifesto”
3 settembre 2015

Luca Kocci

Due volte, negli ultimi tempi, si è favoleggiato sulla chiusura dello Ior, la banca del Vaticano. La prima nei giorni del pre-conclave che elesse papa Bergoglio, quando il cardinale africano Onaiyekan disse: «Lo Ior non è essenziale al ministero del papa, non credo che san Pietro avesse una banca. Lo Ior non è fondamentale, non è sacramentale, non è dogmatico». La seconda poco dopo, quando lo stesso Francesco, in un’omelia a Santa Marta, affermò: «Poi c’è lo Ior… scusatemi…tutto è necessario, gli uffici sono necessari, ma sono necessari fino ad un certo punto».

Ora, dopo due anni di pontificato, anche il papa sa che lo Ior è necessario per la sopravvivenza dell’istituzione ecclesiastica. Sia per i 50 milioni di euro che ogni anno la banca trasferisce nelle casse della Santa sede. Sia perché è uno strumento fondamentale per diocesi, ordini, congregazioni e istituti religiosi che, in tempi di capitalismo globale, si muovono anche sul terreno della finanza.

Lo Ior non ha chiuso, quindi, né chiuderà. Tuttavia è in atto un robusto processo di riforma, non per trasformarlo in una “banca dei poveri”, ma per renderlo più trasparente e soprattutto più efficiente. Il percorso lo aveva avviato già papa Ratzinger, Bergoglio ha spinto sull’acceleratore, ma la corsa è appena avviata e le contraddizioni restano tutte sul tavolo.

Sono cambiati anche i personaggi: è uscito di scena il card. Bertone (e gli italiani, da sempre di casa nella banca vaticana), segretario di Stato vaticano sotto Benedetto XVI e presidente della Commissione di vigilanza sullo Ior; ha fatto il suo ingresso il cardinale australiano George Pell (e i finanzieri internazionali), prefetto della neonata Segreteria per l’economia, il superdicastero economico creato da papa Francesco. Ma non si tratta, come vorrebbe la vulgata che ha identificato in Bertone la radice di tutti i mali (anche per assolvere gli altri), della trasformazione dello Ior dei traffici e degli intrallazzi nello Ior “casa di vetro” e banca della carità cristiana. Semmai del passaggio da uno Ior molto italiano del “volemose bene” e degli “amici degli amici”, ad uno Ior dell’efficienza e della turbofinanza, in cui si evitano gli scandali – anche per non essere esclusi dal consesso internazionale – ma si continuano a fare soldi.

Il vaticanista Francesco Peloso (La banca del papa. Le finanze vaticane fra scandali e riforma, Marsilio, Venezia 2015, pp. 220, euro 16) racconta questa storia, analizzando quello che è successo dentro e attorno al torrione Niccolò V dal 2009 – quando finisce l’era Caloia (1989-2009) e Ratzinger mette alla guida della banca vaticana Ettore Gotti Tedeschi – ad oggi, intrecciando le vicende dello Ior con quello che è successo Oltretevere: il Vatileaks, le dimissioni di papa Ratzinger, l’elezione di papa Bergoglio, un “terremoto” in cui lo Ior è stato uno degli attori principali.

Mentre il Vatileaks stava sconquassando i Sacri palazzi, il Dipartimento di Stato Usa aveva ufficialmente individuato il Vaticano come un soggetto a rischio riciclaggio internazionale, Moneyval (l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta le normative antiriciclaggio degli Stati) lo teneva fuori dalla white list, la Banca d’Italia aveva bloccato tutti i bancomat all’interno delle mura leonine, la magistratura italiana aveva sequestrato 23 milioni di euro dello Ior depositati in due banche italiane e messo sotto indagine i massimi dirigenti per sospetta violazione delle norme antiriciclaggio. In questo clima arrivano le dimissioni di papa Ratzinger e in conclave si aggrega un “partito antiromano” che trova in Bergoglio il candidato che sbaraglia gli avversari curiali (il brasiliano Scherer) e italiani (l’arcivescovo di Milano Scola).

Papa Francesco inizia ad intervenire: escono gli italiani e arrivano gli stranieri (con gli onnipresenti Cavalieri di Colombo, Cavalieri di Malta e Opus Dei sempre ben piazzati); pulizia dei conti sospetti e “dormienti” (Peloso conta 11.500 conti chiusi, ben di più dei 3.500 dichiarati ufficialmente: «Un repulisti clamoroso? In parte certamente sì. Ma forse anche un modo per cancellare le tracce di presenze discutibili»); progressiva adesione – non ancora completata del tutto – agli standard internazionali per entrare nella white list degli Stati virtuosi; collaborazione con la magistratura italiana (anche se solo per gli anni successivi al 2009, mettendo però una “pietra tombale” sul passato), come dimostra per esempio lo scambio di informazioni sul prelato salernitano Nunzio Scarano, “monsignor 500 euro” (perché, si dice, questi erano i tagli di banconote che maneggiava di solito), da poco scarcerato ma ancora indagato per riciclaggio. L’intento è, sintetizza efficacemente Peloso, liquidare quella sorta di «mondo di mezzo vaticano» in cui diversi prelati si sono trasformati «da pastori di anime in collettori di denaro da trasferire allo Ior», spesso usato come «lavatrice» per operazioni sospette.

«Sarà possibile – si chiede Peloso – mantenere lo spirito riformatore introdotto da Bergoglio senza cadere nelle spire di una tecnocrazia manageriale che cancellerà per forza di cose ogni discorso profetico sulla giustizia e sulla povertà?». Certo, tutto è possibile, ma la contraddizione pare insanabile.

Per questo san Pietro non aveva una banca, e la Chiesa non era istituzione ma semplice comunità di credenti.

Il Vaticano ha i conti in utile. Dai media allo Ior, diocesi e musei

17 luglio 2015

“il manifesto”
17 luglio 2015

Luca Kocci

Il Vaticano chiude in attivo i conti del 2014 registrando complessivamente un saldo positivo di 38 milioni di euro.

I bilanci della Santa sede e del Governatorato della Città del Vaticano sono stati resi noti ieri dalla Segreteria per l’economia, il “superministero” economico voluto da papa Francesco che ha assorbito una serie di competenze fino ad ora distribuite in vari organismi, guidato da un uomo di fiducia di Bergoglio, il cardinale australiano George Pell, un conservatore che ha fra i suoi punti di riferimento Margaret Thatcher, come confessò egli stesso in un’intervista nella quale disse di ispirarsi all’interpretazione della parabola evangelica del buon samaritano della lady di ferro: «Se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

Come succede di solito, la Santa sede va in rosso e conta perdite per oltre 25 milioni (nel 2013 il bilancio segnò -24 milioni). Il Governatorato invece è in attivo per oltre 63 milioni (nel 2013 “solo” +33 milioni). Quindi considerando unitariamente i risultati dei due bilanci – che sono le due gambe di un unico corpo –, il Vaticano chiude il 2014 con un cospicuo attivo di 38 milioni di euro. Se a questa cifra poi venissero aggiunti anche i risultati positivi dello Ior (ente autonomo, con una contabilità separata), che nel 2014 ha fatto segnare un utile netto di 69 milioni, e i proventi dell’Obolo di san Pietro (le offerte al papa «per le necessità della Chiesa universale e per le opere di carità» da parte dei fedeli di tutto il mondo) – non si conoscono le somme raccolte nel 2014, ma nel 2013 furono 78 milioni di dollari (57 milioni di euro) – il risultato finale sarebbe ancora più roseo.

Separando i due bilanci, si registra che la Santa Sede, ovvero il governo centrale della Chiesa cattolica mondiale – che comprende tutti gli organismi della Curia, l’Amministrazione del patrimonio della Santa Sede e i mezzi di comunicazione – ha chiuso il 2014 con un deficit di 25 milioni e 621mila euro. Il maggior capitolo di spesa è quello del personale, 2.880 dipendenti che sono costati oltre 126 milioni di euro. Le cifre non vengono comunicate, ma chiudono in rosso anche i mezzi di comunicazione (Osservatore Romano e Radio Vaticana), mentre sono in attivo il Ctv – il Centro televisivo vaticano che riprende in esclusiva le immagini del papa e degli eventi in Vaticano e le vende alle tv di tutto il mondo – e la Libreria editrice vaticana (Lev), proprietaria dei diritti d’autore sui discorsi e gli scritti del papa (e dei papi dell’ultimo cinquantennio). Su questo fronte è in vista una riorganizzazione, anche per razionalizzare le spese: a fine giugno papa Francesco ha creato la Segreteria per la comunicazione, un nuovo dicastero che coordinerà tutti i media vaticani. Il deficit della Santa sede viene in parte ripianato da «favorevoli investimenti» (non precisati), dai contributi che arrivano dalle diocesi del mondo (21 milioni) e dallo Ior (50 milioni).

Affari ottimi, invece, per il Governatorato della Città del Vaticano, ovvero lo Stato vaticano. Il 2014 si è chiuso con un attivo di 63 milioni e 519mila euro. Gran parte delle entrate sono arrivate dai biglietti di ingresso staccati dai musei vaticani ma soprattutto da «investimenti favorevoli», anche in questo caso non specificati né in natura né in entità.

Il «peccato» venale oltre lo Ior

19 dicembre 2014

“il manifesto”
20 dicembre 2014

Luca Kocci

Adesso i francescani. In passato i salesiani, i camilliani, i Figli dell’Immacolata concezione. Oltre allo Ior e ad alcune diocesi. Quello che in questi giorni coinvolge l’Ordine dei frati minori è solo l’ultimo di una lunga serie di scandali economico-finanziari che vede come protagonisti istitituzioni ecclesiastiche e congregazioni religiose.

È di pochi giorni fa l’apertura di un’indagine, l’ennesima, sullo Ior. Sotto inchiesta sono finiti i massimi dirigenti del dopo Marcinkus – che negano ogni addebito –, quelli chiamati a “risanare” la banca vaticana: Angelo Caloia (presidente dal 1989 al 2009) e Lelio Scaletti (ex direttore generale), indagati dalla magistratura vaticana per peculato. Avrebbero “svenduto” 29 immobili di proprietà dello Ior (per un valore stimato di 160 milioni di euro) a società offshore domiciliate in vari “paradisi fiscali”, controllate in parte dagli stessi indagati che così avrebbero realizzato guadagni per 50-60 milioni di euro, a danno della stesso Ior, rivendendo o affittando gli edifici e gli appartamenti.

Oltrepassando il Tevere e spostandosi in Italia, è cominciata nel 2013 un’inchiesta della procura di Terni che ha messo in luce una serie di operazioni immobiliari sospette, avvenute negli anni in cui a Terni c’era come vescovo mons. Vincenzo Paglia (“guida spirituale” della Comunità di Sant’Egidio, ora a capo del Pontificio consiglio della famiglia), nelle quali sono coinvolti alcuni dirigenti laici della Curia di Terni – per oltre un anno “commissariata” dal Vaticano –, che hanno lasciato un buco nei bilanci della diocesi di circa 20 milioni di euro.

Se poi si passa alle congregazioni religiose, il quadro si fa ancora più intricato. Nel 2013 è finito agli arresti p. Franco Decaminada, ex consigliere delegato della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione – proprietaria dell’Istituto dermatopatico dell’Immacolata, dell’ospedale San Carlo di Nancy e di altre strutture sanitarie a Roma e in Italia –, con l’accusa di bancarotta fraudolenta, false fatturazioni e appropriazione indebita: avrebbe prelevato svariati milioni di euro, mandando quasi sul lastrico la sua stessa congregazione religiosa. Sempre nel 2013 è finito agli arresti anche l’ex superiore generale dei camilliani, p. Renato Salvatore, accusato di essersi appropriato di una decina di milioni di euro del proprio ordine religioso e di aver concorso ad una sorta di sequestro lampo di due confratelli per impedire loro di partecipare alla votazione per l’elezione del nuovo superiore. E il prossimo 22 aprile si aprirà il processo contro don Giovanni Mazzali, ex economo generale dei salesiani, la seconda congregazione al mondo per numero di aderenti, dopo i gesuiti e prima dei francescani. È accusato, insieme ad altri, di truffa nei confronti della propria congregazione a cui, nell’ambito di una complessa vicenda che riguarda l’eredità del marchese Alessandro Gerini (660 milioni) – senatore democristiano e palazzinaro della prima repubblica – avrebbe tentato di sottrarre 100 milioni di euro.

Il Vaticano indaga sullo Ior: sotto inchiesta per peculato Angelo Caloia, successore di Marcinkus

17 dicembre 2014

“Adista”
n. 45, 20 dicembre 2014

Luca Kocci

Il Vaticano ha aperto un’indagine giudiziaria sui vertici dello Ior del dopo Marcinkus: Angelo Caloia (presidente per un ventennio, dal 1989 al 2009, quando fu sostituito da Ettore Gotti Tedeschi) e l’ex direttore generale dell’Istituto, Lelio Scaletti. L’ipotesi di reato formulata da Gian Piero Milano, il promotore di giustizia vaticano – una sorta di pubblico ministero della magistratura di Oltretevere – è di peculato.

I due ex dirigenti della banca, in concorso con l’avvocato Gabriele Liuzzo, fra il 2001 e il 2008 avrebbero “svenduto” 29 immobili tra Roma e Milano di proprietà dello Ior (valore stimato: 160 milioni di euro) a società offshore domiciliate in vari “paradisi fiscali” – come le Bahamas – controllate in parte dagli stessi indagati che così avrebbero realizzato guadagni per 50-60 milioni di euro, a danno della stessa banca vaticana, rivendendo o affittando gli edifici e gli appartamenti. I magistrati hanno sequestrato loro alcuni conti – aperti proprio allo Ior – per un ammontare di quasi 17 milioni di euro, che sarebbero solo una parte di quanto intascato. Per tentare di rintracciare il resto, infatti, non si escludono rogatorie internazionali, anche verso l’Italia.

Il complesso giro di compravendite è emerso dalle indagini della società di revisione contabile Promontory financial group – la società statunitense che da un anno e mezzo sta passando la setaccio i conti dello Ior e da un anno anche le attività dell’Apsa, dopo lo scandalo che ha coinvolto mons. Nunzio Scarano – e dall’ispezione interna dell’Autorità per l’informazione finanziaria vaticana (Aif) condotta all’inizio di quest’anno. Non è la «Chiesa povera e per i poveri» sognata da papa Bergoglio – l’inchiesta della magistratura è scaturita da una denuncia degli attuali vertici dello Ior per i mancati introiti da parte dell’istituto stesso –, ma sicuramente i meccanismi di controllo interni e la ripulitura dei conti stanno cominciando a produrre qualche risultato.

Sia lo Ior che la Santa sede, benché non abbiano voluto comunicare i nomi degli indagati, hanno validato la notizia lanciata dall’agenzia Reuters e ripresa poi da tutti i media. «L’Istituto per le opere di religione si legge in un comunicato dello Ior dello scorso 6 dicembre – conferma di aver denunciato due ex manager e un avvocato alcuni mesi fa, atto che sottolinea il suo impegno a favore della trasparenza e della tolleranza zero, anche in relazione a sospetti su fatti del passato. Le denunce presentate alle autorità vaticane concernono fatti avvenuti tra il 2001 e il 2008 ed emersi nel quadro del processo di verifica interna avviato dell’istituto all’inizio del 2013. I conti tenuti presso lo Ior dagli indagati sono stati sequestrati su ordine del promotore della giustizia. Essendo le indagini giudiziarie in corso, lo Ior si asterrà dal rilasciare ulteriori dichiarazioni pubbliche». «Siamo molto lieti che le autorità vaticane stiano agendo con risolutezza», ha aggiunto il presidente dello Ior, Jean-Baptiste de Franssu. E anche il direttore della sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti, ha ribadito che «il promotore di giustizia del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha aperto un’indagine nei confronti di due ex-dirigenti dello Ior per un’ipotesi di peculato per operazioni immobiliari avvenute nel periodo 2001-2008» e che l’indagine «è estesa anche a un avvocato per concorso nei fatti. Il problema – ha puntualizzato Lombardi – è stato presentato alla Magistratura dello Stato della Città del Vaticano dalle stesse autorità dello Ior a seguito delle operazioni di verifica interne avviate lo scorso anno. I conti degli interessati presso lo Ior sono stati sequestrati a scopo cautelativo qualche settimana addietro».

Quello di Caloia è il nome “grosso” dell’inchiesta. Già segretario regionale della Lombardia della Democrazia cristiana, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano – dove insegna tutt’ora (mentre si è dimesso dalla presidenza della Veneranda fabbrica del duomo di Milano e del Consiglio di amministrazione dell’Almo collegio borromeo – nel 1989 venne chiamato da papa Wojtyla alla presidenza dello Ior per “salvare” la banca travolta dagli scandali finanziari che ebbero come protagonisti Calvi, Sindona e mons. Marcinkus. Se le accuse di peculato dovessero risultare fondate, la sua immagine di risanatore dello Ior sarebbe irrimediabilmente compromessa.

Un thatcheriano alle casse di San Pietro

10 agosto 2014

“il manifesto”
10 agosto 2014

Luca Kocci

Una «Chiesa povera» con le casse piene. Una contraddizione, ma non in Vaticano, dove anzi l’antitesi viene teorizzata non da un prelato qualsiasi, ma dal cardinale George Pell, il “superministro dell’economia” della Santa sede, scelto appositamente da Bergoglio qualche mese fa.

Papa Francesco vuole una «Chiesa povera per i poveri», ma ciò «non significa necessariamente una Chiesa con i forzieri vuoti e certamente non significa una Chiesa sciatta o inefficiente o disposta a farsi derubare», spiega il cardinale in una lunga intervista, due giorni fa, all’agenzia statunitense Catholic News Service, ripresa poi dall’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa sede, a sancirne quindi l’ufficialità.

George Pell, cardinale australiano ultraconservatore – a ottobre parteciperà al pellegrinaggio mondiale dei cattolici tradizionalisti e celebrerà una messa secondo il rito tridentino in una chiesa romana –, vescovo di Sidney fino a febbraio, è uno dei porporati di maggior fiducia di Bergoglio, che prima lo ha nominato del cosiddetto C8 (il consiglio dei cardinali che sta preparando la riforma della Curia e che deve aiutare il papa nel governo della Chiesa universale) e poi lo ha messo a capo della Segreteria per l’Economia, il neonato dicastero che si occupa di tutte le attività economiche e amministrative del Vaticano, assorbendo una serie di competenze fino ad ora distribuite in vari organismi.

Quando ai primi di luglio, in un’affollata conferenza stampa condotta proprio dal cardinal Pell, venne presentato il nuovo presidente dello Ior, la banca vaticana – il finanziere francese Jean-Baptiste de Franssu – e furono illustrate le linee guida della riorganizzazione economica di Oltretevere, l’impressione complessiva fu che era finita l’epoca bertoniana pressappochista e degli “amici degli amici” (vedi il regalo di 15 milioni del cardinal Bertone, con i soldi dello Ior, alla Lux Vide di Ettore Bernabei) e che stava cominciando quella dei professionisti della finanza.

L’intervista di Pell conferma questa impressione. «Stiamo cercando di mettere in atto – spiega il cardinale al Cns – le migliori pratiche gestionali possibili», quelle cioè in grado di rispondere agli «standard internazionali per la contabilità e la gestione del denaro». Non che prima mancasse un impegno in tal senso, precisa, ma poiché la Santa sede ha mezzi finanziari importanti, ora si sta provvedendo a introdurre «tutti i sistemi e le procedure appropriati e prudenti, che siano accettabili nel resto del mondo».

Finanza, quindi. E spending review, perché Pell annuncia prossime riduzioni del personale, senza usare la mannaia. Ci sono aree «dove lentamente e nel lungo termine ci saranno riduzioni – annuncia –. Ci muoveremo con sensibilità e consultandoci, ma in generale avremo meno personale». Prepensionamenti quindi, «nessuna grande purga».

Ma dall’intervista si comprende soprattutto qual è l’ideologia che guida le riforme economiche di Oltretevere: il capitalismo compassionevole. «Se bisogna aiutare i poveri – spiega il ministro vaticano dell’economia –, dobbiamo avere i mezzi per farlo. E meglio gestiamo le nostre finanze, più opere buone possiamo svolgere». La stella polare è la parabola evangelica del buon samaritano, secondo l’interpretazione non di qualche teologo ma di Margaret Thatcher. «Ricordo il commento della Thatcher – spiega Pell –: se il buon samaritano non fosse stato un po’ capitalista, se non avesse accumulato dei soldi, non avrebbe potuto aiutare il prossimo. Anche noi possiamo fare di più se produciamo di più».

Forse Bergoglio non sarà molto contento per la citazione della “lady di ferro” che nel 1982 contro l’Argentina combatté una guerra per le isole Falkland-Malvinas, tuttavia resta il fatto che Pell è stato messo a capo del dicastero economico della Santa sede proprio da papa Francesco. E forse le distanze fra i due sono assai minori di quello che sembrano. Del resto la «Chiesa per i poveri» annunciata da Bergoglio, benché a cambiare sia solo una preposizione, è espressione profondamente diversa dalla «Chiesa dei poveri» di cui si parlava ai tempi del Concilio.

Ior, arriva il nuovo presidente

10 luglio 2014

“il manifesto”
10 luglio 2014

Luca Kocci

È nato ieri il nuovo Ior di papa Bergoglio. Sarà meno italiano – dopo anni di dominio incontrastato di Bertone e dei suoi, stavolta sia nella commissione cardinalizia di vigilanza che nel board laico, dove però mancano ancora 2 nomi, non c’è nemmeno un italiano –, probabilmente più trasparente, sicuramente più efficiente. Con buona pace di chi ipotizzava, con un’ampia dose di fantasia, che papa Francesco, dopo gli scandali degli ultimi anni che hanno coinvolto lo Ior e la finanza vaticana, volesse chiuderlo. Lo Ior non solo non chiude, ma viene rafforzato. E insieme all’Istituto per le opere di religione, appare più forte e centralizzato l’intero apparato economico-finanziario del Vaticano, messo sotto il controllo della Segreteria per l’economia, creata da Bergoglio alla fine di febbraio e affidata al cardinale australiano George Pell, un conservatore, vicino all’Opus Dei – sebbene formalmente non appartenente alla Prelatura fondata da Escriva de Balaguer –, con un passato “opaco” rispetto alla gestione di alcuni casi di pedofilia da parte di alcuni preti australiani ma che gode della fiducia piena da parte di Bergoglio.

Ieri è stata ufficializzata la nomina del nuovo presidente dello Ior, il francese Jean-Baptiste de Franssu, un finanziere di grande esperienza internazionale che ha già i piedi in Vaticano, avendo fatto parte della commissione d’inchiesta sulle strutture economiche della Santa sede ed essendo uno dei 7 laici del Consiglio per l’economia, organismi voluti da papa Francesco. Sostituisce l’avvocato d’affari tedesco Ernst von Freyberg, nominato in quel breve “interregno” fra l’annuncio delle dimissioni di papa Ratzinger e l’elezione di Bergoglio. Von Freyberg lascia lo Ior in attivo di 2,9 milioni, contro gli 86,6 dell’anno precedente. Un risultato negativo, si legge nel bilancio, dovuto al crollo del valore dell’oro e al pessimo andamento degli investimenti, imputati però alla precedente gestione, quella di Gotti Tedeschi. Ma anche al prestito senza interessi per coprire il buco di 20 milioni di euro della diocesi di Terni (allora guidata dal “capo spirituale” della Comunità di S. Egidio, mons. Vincenzo Paglia) e al “regalo” di 15 milioni del card. Bertone alla Lux Vide di Ettore Bernabei.

Ma in questi 17 mesi von Freyberg ha anche fatto un po’ di pulizia nella banca del papa, ha lavorato sull’antiriciclaggio e ha chiuso un po’ di conti che non rispondevano più ai criteri stabiliti dal Consiglio di sovrintendenza (quindi potenzialmente sospetti): per la precisione 396 per un capitale di 44 milioni di euro, mentre su altri 359 (con 183 milioni di euro) gli accertamenti sono in corso. «Ora però deve cominciare la fase 2 – ha precisato von Freyberg – ed è bene che la conduca chi può lavorare allo Ior a tempo pieno e soprattutto conosce l’asset management». Appunto il nuovo presidente de Franssu.

La linea del nuovo Ior – i cui statuti saranno modificati – per i prossimi tre anni è stata sommariamente delineata: «Rafforzare il business dello Ior; spostare gradualmente la gestione del patrimonio a un nuovo e centrale Vatican asset management (Vam), al fine di superare la duplicazione degli sforzi in questo campo tra le istituzioni vaticane; concentrare le attività dello Ior sulla consulenza finanziaria e sui servizi di pagamento per il clero, le congregazioni, diocesi e impiegati laici del Vaticano».

Ma ad assumere centralità assoluta nella riorganizzazione economica di Oltretevere è la Segreteria per l’economia del card. Pell, vero e proprio “superministro” dell’economia, che ha avuto un ruolo decisivo – insieme al maltese Joseph Zahra, anch’egli componente laico del Consiglio per l’economia – nella nomina di de Franssu. La Segreteria assorbirà l’intera sezione ordinaria dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio apostolico della sede apostolica), ovvero avrà in mano la gestione dei beni di proprietà della Santa sede. L’Apsa – guidata da uno degli ultimi reduci bertoniani – invece sarà ridotta a Tesoreria della Santa sede e dello Stato della Città del Vaticano.

Insomma sembra proprio che papa Francesco, dopo il caos degli ultimi anni, voglia riportare tutto saldamente sotto il suo controllo.

Ior, una storia anche di Cosa nostra

13 maggio 2014

“il manifesto”
13 maggio 2014

Luca Kocci

C’è un sottile filo nero che collega lo Ior di ieri – quello di Marcinkus e dei legami con il Banco ambrosiano di Roberto Calvi – a quello di oggi. Un passato che, benché archiviato dalle sentenze della magistratura, ha lasciato delle ceneri mai spente del tutto che in questi ultimi anni, come l’araba fenice, hanno ripreso vita.

A riesumare le storie di ieri per dimostrare i legami con la cronaca di oggi ci pensa un libro che, come la vicenda che racconta, è vecchio e nello stesso tempo nuovo. Le mani della mafia, di Maria Antonietta Calabrò (Chiarelettere, pp. 410, euro 14), ripropone infatti un’inchiesta che, quando uscì nel 1991, contribuì alla riapertura delle indagini sulla morte di Calvi, liquidata come «suicidio», e all’accertamento parziale della verità giudiziaria su quella vicenda: Calvi non si suicidò ma fu ucciso (anche se i tre principali imputati, Flavio Carboni, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi sono stati assolti), Cosa Nostra usava il Banco ambrosiano e lo Ior per riciclare capitali.

Ma questa storia viene aggiornata e collegata al presente, ovvero agli scandali e alle inchieste che da qualche anno hanno riportato la banca vaticana al centro dell’attenzione: il sequestro di 23 milioni di euro dello Ior da parte della Procura di Roma nel settembre 2010 (poi dissequestrati, ma tuttora immobili); le indagini per riciclaggio che hanno coinvolto i massimi dirigenti della banca vaticana (le accuse nei confronti dell’allora presidente, Ettore Gotti Tedeschi, sono state archiviate, mentre andranno a processo l’allora direttore generale, Massimo Tulli, e il suo vice, Paolo Cipriani); il “corvo” del Vaticano e il caso Vatileaks; l’arresto di mons. Scarano, “don 500 euro”, per riciclaggio. Ma anche i processi di riforma avviati Oltretevere da papa Bergoglio – che comunque ha confermato la necessità dello Ior per la Chiesa, mettendo la parola fine alle fantasiose ipotesi di chiusura –, dalla legislazione antiriciclaggio, alle nuove nomine allo Ior, fino alla creazione delle commissioni d’inchiesta sulla banca e sulle finanze vaticane.

«Gli scandali più recenti che hanno coinvolto lo Ior affondano le loro radici nella storia del vecchio Banco ambrosiano», spiega Maria Antonietta Calabrò, che richiama quanto dichiarato qualche mese fa da Pierluigi Maria Dell’Osso, pubblico ministero nel processo per la bancarotta dell’Ambrosiano: «Se si fosse fatto buon governo di quanto avevamo detto allora, non sarebbe accaduto di nuovo».

E questo riguarda sia il Vaticano che l’Italia, perché molti “buchi” del sistema sono nel nostro Paese. A cominciare dai «conti misti in gestione confusa», ovvero quei conti dello Ior sui quali, ai tempi dell’Ambrosiano, si operava senza rivelare i nomi dei clienti. Sembravano morti, invece erano solo dormienti, e la loro esistenza è tornata alla luce quando la Procura di Roma ha ordinato il sequestro dei 23 milioni di euro dello Ior depositati su un conto del Credito artigiano che stavano per essere spostati senza comunicare a chi appartenevano. Una situazione che si è poi ripetuta poco dopo, con l’arresto di mons. Scarano, che spostava soldi per conto terzi utilizzando i suoi conti presso lo Ior, senza dire di chi erano. «Questo particolare funzionamento dello Ior – si legge nell’ordine di arresto di Scarano firmata dal gip di Salerno Dolores Zanone a gennaio – costituisce la ragione per la quale spesso i rapporti bancari ivi radicati vengono scientemente utilizzati per porre in essere operazioni finanziarie ricorrendo a provviste ivi allocate delle quali non si vogliono rendere note né l’origine né tantomeno la titolarità». E proprio quella dei conti misti resta l’oggetto principale del contenzioso fra Italia e Vaticano, tanto che ad oggi lo Ior, per ordine di Bankitalia, non può operare con le banche italiane.

Ma le “falle” sono numerose: le rogatorie che non hanno mai varcato le mura leonine o lo hanno fatto fuori tempo massimo; i contatti con ex boss della Banda della Magliana e oggi ancora in attività, a cominciare da quell’Ernesto Diotallevi assolto per l’omicidio Calvi e arrestato con l’accusa di riciclaggio nel luglio 2012 insieme anche ad un parroco romano titolare di conti allo Ior; i conti ancora da bonificare. Trent’anni dopo la storia continua.