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Don Milani e suo padre. Un libro ricostruisce un rapporto finora sconosciuto

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

C’è un’area poco illuminata nella vita di don Lorenzo Milani, di cui il 26 giugno ricorrono i cinquanta anni dalla morte: l’infanzia e l’adolescenza in famiglia e, in particolare, il rapporto con suo padre, Albano.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Colma ora questa lacuna Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco nota della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Nato nel 1885, laureato in chimica, a causa della morte prematura dei genitori, Albano si dedica ad amministrare il cospicuo patrimonio familiare, tra cui la tenuta di Gigliola a Montespertoli (Fi), dove Lorenzo Milani trascorre parte della sua infanzia. Ma è anche uomo di profonda cultura: conosce varie lingue straniere (traduce Il processo e Il castello di Kafka quando ancora non sono arrivati in Italia), compone poesie in latino (fra cui una dedicata alla vestizione del figlio: Filio suo tunicam accipienti, A suo figlio che riceve l’abito sacerdotale), disegna, approfondisce lo studio della storia e delle religioni. Nelle lettere inviate da Albano alla moglie Alice dal 4 luglio al 4 agosto 1944, durante l’occupazione tedesca e il passaggio del fronte in Toscana, si apprendono particolari inediti della vita di don Milani che per aiutare il padre fa la spola tra il seminario, a Firenze, e la tenuta di Gigliola, occupata dai tedeschi, dove si salva per un soffio da una cannonata che aveva colpito la sua stanza.

«Quello di Valeria Milani Comparetti – ha spiegato Sergio Tanzarella, uno dei quattro curatori dell’Opera Omnia  di don Milani appena pubblicata nella collana dei Meridiani Mondadori (v. Adista Notizie n. 17/17), durante la presentazione romana del libro, lo scorso 13 giugno – non è un libro celebrativo, non è un album dei ricordi di famiglia, ma è un attento recupero di fonti preziose, sottoposte ad un rigoroso vaglio critico, che getta nuova luce sulle relazioni fra don Milani e suo padre, finora restate in ombra, tanto da far ritenere molti che fossero pressoché inesistenti».

Fra i tanti elementi che emergono nel rapporto fra don Milani e suo padre ne segnaliamo due: la religiosità (e quindi, indirettamente, la conversione di Lorenzo Milani) e la “fede” nella parola e nella lingua, che non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete, ma è una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, grazie soprattutto al padre.

Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

Ora viene invece svelato il ruolo del padre, non l’artefice ma sicuramente una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

L’altro aspetto, che sarà fondamentale nell’azione pastorale e sociale di don Milani, è la parola. La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Le biografie hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista. Ma anche l’educazione e la passione linguistica di Milani devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina, gioca con i figli proponendo quiz sulle etimologie delle parole ed è solito condividere in famiglia e con gli amici i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti. Non è ancora l’anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa, ma gli indizi originari di una prassi, quella di far leggere i propri testi ai ragazzi della scuola e ad alcune persone fidate, regolarmente usata da don Milani .

«Con il linguaggio quindi – scrive Valeria Milani Comparetti – nella famiglia del futuro don Milani si gioca insieme per capire e costruire il mondo così come per socializzare. Ma si dimostra anche all’altro il proprio attaccamento e il proprio affetto, il proprio riconoscimento e responsabilità, la propria attenzione e fiducia. Ci si fanno quindi le carezze, si sostituiscono le difficili carezze fisiche – per i coniugi Milani Comparetti non contemplate nei compiti genitoriali – con questo gioco che dà piacere e che viene ad assumere un  valore molto più alto di quello che generalmente si dà in altre famiglie». Un “gioco” che poi don Milani rende prassi pastorale ed azione sociale in tutta la sua vita di maestro e di prete fra i giovani operai di Calenzano e i piccoli contadini e montanari di Barbiana, dove si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali».

 

“L’uomo che disse di no a Hitler”. Un libro su Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza al nazismo

27 maggio 2017

“Adista”
n. 20, 27 maggio 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: il lager, a Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

È stato questo il motivo per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si è arenato: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione in odium fidei (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser. Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di p. Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei? Fino a luglio 2016 quando, dopo otto anni in cui era rimasto fermo in Vaticano, il processo si sblocca e Mayr-Nusser viene beatificato e riconosciuto martire, lo scorso 18 marzo (v. Adista Segni Nuovi n. 13/17).

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, che ha raccontato la sua vita in un volume appena pubblicato dalla casa editrice Il Margine di Trento (L’uomo che disse no a Hitler, pp. 192, 15€). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Andreas Hofer Bund, cellula di resistenza al nazifascismo attiva sulla direttrice del Brennero.

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

Lorenzo Milani. A lezione dagli ultimi, tra lingua e lotta di classe con lo sguardo alla scuola

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, nato il 27 maggio di 94 anni fa (1923), e di cui il prossimo 26 giugno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (1967). Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Quello sulla parola e sulla lingua è solo uno dei temi che è possibile percorrere attraverso gli scritti di don Milani, per la prima volta annotati criticamente e raccolti tutti insieme in due volumi appena pubblicati nei “Meridiani” Mondadori, grazie ad una collaborazione tra la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, diretto da Sergio Tanzarella (Don Milani, Tutte le opere, a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Fedrico Ruozzi, Sergio Tanzarella, pp. 2.976, € 140): Esperienze Pastorali (ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio nel 1958 perché «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede), il Catechismo (lezioni di catechismo «secondo uno schema storico»), gli articoli, gli interventi pubblici, la Lettera ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa (firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva) e oltre 1.100 lettere private, di cui cento inedite, riportate nella loro integrità testuale.

Una miniera di testi, per leggere don Milani nella sua interezza e verificare la “profezia” che egli stesso scrive in una lettera alla madre, poco prima di lasciare Calenzano per l’esilio di Barbiana: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Lorenzo Milani. L’apprendistato alla scrittura

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La “fede” nella parola e nella lingua non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete. È una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, quando era ancora solo Lorenzo.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, rintracciando le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista.

Mai era stata approfondita la figura del padre di don Milani, Albano, eclissato dalla ben più presente madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio. Lo fa adesso Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco illuminata della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Fra i tanti, ne segnaliamo due. L’educazione e la passione linguistica di Milani, che devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina ed è solito condividere in famiglia i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti (anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa?). E la religiosità. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

Don Milani diventa un “classico”: tutte le opere nei Meridiani Mondadori

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«Abbiamo iniziato questo lavoro circa cinque anni fa con un duplice intento: raccogliere in un un’opera sola tutti gli scritti di don Lorenzo Milani, restituire agli scritti una quanto più possibile aderenza agli originali, dove questi esistevano ed erano accessibili». Così Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Gregoriana e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli (retta dai gesuiti), illustra ad Adista contenuto e significato dell’opera – di cui è uno dei curatori – presentata lo scorso 23 aprile a “Tempo di libri”, la fiera dei libro di Milano, e appena pubblicata nella prestigiosa collana “Meridiani” Mondadori: Don Milani, Tutte le opere (2 volumi, pp. 2.976, € 140).

Dichiarata «di interesse nazionale» dal ministero per i Beni Culturali, l’opera è il frutto della collaborazione tra la Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro” (diretto da Tanzarella), ente di ricerca della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. L’opera omnia di don Milani è stata curata da Federico Ruozzi (ricercatore della fondazione bolognese), Valentina Oldano (università di Genova) e da Anna Carfora e Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica di Napoli. Raccoglie tutti gli scritti di don Milani al momento disponibili (all’appello mancano sicuramente molte lettere private, di difficile reperibilità o non messe a diposizione da chi le possiede), criticamente presentati e annotati e – le lettere – riportate nella loro integrità testuale.

Il primo volume comprende le opere “pubbliche” di Milani, curate da Ruozzi: Esperienze Pastorali, l’unico volume interamente scritto e firmato da don Milani, ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio perché ritenuto «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede (v. Adista Notizie nn. 15 e 45/14); il cosiddetto Catechismo, le lezioni di catechismo «secondo uno schema storico» di don Milani, poi accantonate dalla stesso autore e pubblicate postume in un volumetto della Libreria editrice fiorentina curato da Michele Gesualdi, ex allievo di Barbiana; e altri scritti sparsi (articoli di giornale, conferenze, ecc.). Poi le opere più note: Lettera a una professoressa (in realtà firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva con gli allievi della scuola della), curata da Oldano; Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, entrambe curate da Tanzarella.

Il secondo volume, interamente curato da Carfora e Tanzarella, è sicuramente quello più interessante e originale, perché contiene l’intero epistolario di don Milani – fra cui circa cento lettere inedite –, per la prima volta messo insieme. «L’epistolario raccoglie 1.100 lettere in un unico volume, superando la dispersione che è durata fino ad ora – spiega Tanzarella –. Alle lettere note si sono aggiunte circa cento lettere inedite, mentre numerosissime sono state quelle restaurate nella versione originale superando tagli arbitrari o rielaborazioni di testi. Da queste lettere emergono con chiarezza le calunnie, la persecuzione e l’isolamento subito da Milani nei vent’anni di vita sacerdotale, l’insensibilità mostrata verso di lui dalla Curia fiorentina, la sua sofferenza ma anche la straordinaria capacità di totale condivisione con i senza parola e i senza diritti che sentiva gli erano stati affidati impegnandosi a farne dei cittadini critici e pensanti. Ma emerge anche l’affettuoso e premuroso clima familiare nei confronti di ragazzi e ragazze che a San Donato di Calenzano e Barbiana trovarono in Milani un prete, un padre e un maestro». Aggiunge Carfora: «Le lettere di Milani attraversano quasi un ventennio, cruciale nella storia civile e religiosa dell’Italia, con la quale si intersecano in maniera propositiva, provocatoria e profetica. Nella presente edizione, oltre alle lettere restituite nella loro integralità, senza le omissioni dovute al rispetto della privacy di viventi, alle remore di coloro che, essendogli stati molto vicini temevano di non rispettare il profilo e il pensiero di Milani pubblicando indiscriminatamente, vi sono lettere consultabili solo presso gli archivi e anche recentemente ritrovate. Rendere accessibile ai lettori questo patrimonio è un contributo di chiarificazione, un antidoto all’uso pubblico della figura di Milani, il quale continua ad essere, da vivo come da morto, tirato per la talare lungo opposte direzioni e usato, quando non dolosamente mistificato e calunniato, sovente proprio attraverso un saccheggio di frasi pescate tra lettere, nella migliore delle ipotesi senza comprenderne il senso».

Polemiche intorno al romanzo di Walter Siti su un prete pedofilo dedicato a don Milani

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani». Con questa dedica contenuta all’inizio del suo nuovo romanzo, Bruciare tutto (Rizzoli), che narra la storia di don Leo, un prete pedofilo, lo scrittore Walter Siti ha acceso una miccia che ha provocato un’esplosione i cui effetti sono durati diversi giorni, costringendo l’autore ad una impacciata retromarcia.

«Che cosa vuol dire Siti? – si è chiesta Michela Marzano, che su Repubblica (13/4) ha aperto il caso – Forse insinuare il fatto che anche don Milani avrebbe dovuto sopportare il calvario di don Leo? Che anche lui avrebbe resistito inutilmente alla tentazione perché non solo non ha senso resistere, ma rischia di essere dannoso?». Insomma, che anche don Milani era un prete pedofilo?

«Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani», spiega lo stesso Siti qualche giorno dopo (Repubblica, 19/4). Le frasi maggiormente “incriminate” – ma assolutamente decontestualizzate da Siti – sono presenti in una lettera di Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959, pubblicata integralmente in un volume curato dallo stesso Pecorini (I care ancora. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, Emi, Bologna 2001; v. Adista Notizie n. 9/01): «E io come potevo spiegare a loro (…) che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola (…). E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Aggiunge Siti: «Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno».

«Ogni etichetta a lui lontanissima, attribuita leggendo frasi sparse, avulse dal loro contesto, è un’offesa, prima ancora che a lui, alla correttezza intellettuale», tagliano corto Michele e Francesco Gesualdi, i due fratelli che per primi arrivarono a Barbiana e che lì vissero insieme a don Milani. Quelle frasi sono «metafore, iperboli, che facevano parte del modo di parlare, libero e consapevolmente provocatorio, che utilizzava don Milani per scuotere le teste e le coscienze», spiega Giorgio Pecorini (Repubblica, 21/4), destinatario della “lettera dello scandalo”. «Parole che richiamano il suo ben noto testamento spirituale – prosegue –, in cui confessa di aver voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio, ma confidando nel fatto che Dio avrebbe messo in conto a sé quell’amore. E legate al suo tipico modo di pensare l’amore, in polemica con le gerarchie ecclesiastiche che gli rimproveravano un amore “classista”: si possono amare, diceva, solo coloro con cui si sta in relazione, credere di poter amare tutti è un’imbecillità».

Spiegano ad Adista Anna Carfora e Sergio Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e curatori del doppio volume di Tutte le opere di don Milani appena uscito nella collana dei Meridiani Mondadori (v. notizia successiva): «Amare le creature più che il Creatore, in ciò consiste, per Milani, il rischio di peccare contro il sesto comandamento, come scrive a Pecorini. Che poi egli esprima il concetto non solo in questa forma ma renda l’idea in maniera provocatoria, paradossale, da “lurido sboccato”, come definisce se stesso nella lettera a Cesare Locatelli del 26 dicembre del 1949, questo fa parte non solo del linguaggio milaniano, ma di ciò che anche attraverso di esso si esprime, ossia la piena umanizzazione del prete, la sua laicità, l’interpretazione non religiosa della sua fede e del suo sacerdozio. È in questa luce che si legge e si comprende quello che Siti ha così malamente interpretato. Milani va contro l’educazione “spiritualizzata” dei seminari dell’epoca, tentazione forse non ancora del tutto abbandonata, quell’educazione che disincarna l’amore, rendendolo una cosa rinsecchita e che egli racchiude in un’icona carica d’ironia: il “cuore universale”».

Il punto – presupponendo la buona fede di Siti e tralasciando l’ipotesi di una furbacchiona operazione pubblicitaria nel cinquantenario della morte di don Milani – è quel «forzando l’interpretazione» che lo stesso Siti ammette. Chiunque abbia una conoscenza non superficiale dei testi di Milani, nella loro interezza e integrità, sa che il priore di Barbiana utilizza deliberatamente un lessico, un registro e uno stile urticanti, graffianti, a tratti violenti. Lo spiega lo stesso Milani, per esempio, in una lettera del 25 luglio 1952 indirizzata a Giulio Vaggi, che in quel periodo dirigeva il periodico Adesso al posto di don Primo Mazzolari, che l’aveva fondato e sui cui era levata la censura ecclesiastica: «Mi dispiace che lei s’abbia avuto a male delle mie parole. Quelli che mi stanno intorno non ci badano, ormai lo sanno che mi piacciono i vocaboli coloriti» E lo spiega soprattutto in uno dei suoi testi più potenti e meno conosciuti – che affronta, fra l’altro, il tema del linguaggio clericale –, “Un muro di foglio e di incenso”, articolo del 1959 inviato a Politica, settimanale della sinistra Dc, che ne rifiutò la pubblicazione, e che fu pubblicato solo postumo dall’Espresso, nel 1968: «Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome – scriveva don Milani –. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose viene in visita in Italia e i galateo vuole che lo si accolga con il sorriso» (il riferimento è al presidente francese De Gaulle, in visita in Italia, nel mezzo della guerra di Algeria e delle torture dei soldati francesi sugli algerini).

Ignorare lo stile paradossale di don Milani, attribuendogli un significato letterale, è quantomeno una forzatura. Che lo stesso Siti pare aver compreso: «L’intenzione della dedica non era negativa e non volevo dire che Milani si fosse coperto di chissà quali macchie, era solo un omaggio alla forza e alla dignità di questo prete»

Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

Giovanni Miccoli. Uno storico della Chiesa attento alle “alternative”

30 marzo 2017

“il manifesto”
30 marzo 2017

Luca Kocci

È morto il 28 marzo a Trieste, città dove era nato e nella cui università ha insegnato per molti anni, all’età di 84 anni, Giovanni Miccoli, uno dei più autorevoli studiosi di Storia della Chiesa.

Storico rigoroso, allergico e distante da un uso mediatico della storia utile a conquistare le prime pagine dei giornali o le “ospitate” nelle prime serate televisive spesso a detrimento della serietà della ricerca, senza tuttavia rinunciare a partecipare al dibattito pubblico e ad esprimere giudizi sempre argomentati e mai acriticamente apologetici o aprioristicamente di condanna – ad esempio sulle contraddizioni del pontificato di Giovanni Paolo II o sulla virata anticonciliare di Ratzinger sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che come papa Benedetto XVI –, con la sua scomparsa la cultura e la storiografia italiana perdono un protagonista di primo piano.

Nato nel 1933 a Trieste, si è laureato all’università di Pisa in Storia medievale e poi diplomato alla Scuola normale superiore, dove è stato allievo, fra gli altri, del grande storico modernista Delio Cantimori, e dove ha insegnato Storia della Chiesa dal 1962 al 1967. Nel 1968 è tornato a Trieste, e lì – tranne una breve parentesi a Venezia – ha trascorso tutta la sua vita accademica, insegnando Storia medievale e soprattutto Storia della Chiesa. Ha fatto parte dei comitati scientifici di Cristianesimo nella storia e della Rivista di storia del cristianesimo comitato e della direzione di Studi storici, la rivista dell’Istituto Gramsci. Dal punto di vista politico-culturale è stato vicino all’area della sinistra cristiana, senza farne mai parte organicamente: negli anni ‘70 e ‘80 ha partecipato attivamente ai convegni di Bozze, la rivista diretta da Raniero La Valle quando era parlamentare della Sinistra indipendente nelle liste del Pci, e negli 2000 è stato più volte invitato a tenere relazioni ai convegni dei preti operai italiani (l’ultima volta nel 2011).

I suoi interessi storiografici hanno spaziato dal medioevo all’età contemporanea. Ha studiato la riforma gregoriana dell’XI secolo e ha scritto un importante volume su Francesco d’Assisi, pubblicato da Einaudi nel 1991 e recentemente riproposto da Donzelli (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, 2013). Prima, nel 1975, aveva dato un significativo contribuito alla monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi con il lungo saggio Storia religiosa dall’alto Medioevo al ‘500. Ma il volume che probabilmente gli ha dato maggiore notorietà è stato I dilemmi e i silenzi di Pio XII (Rizzoli, 2000), uno dei primi libri ad indagare il ruolo di papa Pacelli durante la Shoah. Negli ultimi anni si occupato prevalentemente del papato contemporaneo, osservando con occhio critico ma sempre attento il pontificato di Wojtyla (In difesa della fede, Rizzoli 2007), la parabola di Ratzinger e il nuovo vigore del tradizionalismo cattolico (La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, 2011).

Un impegno storiografico mai disgiunto dalla militanza civile. Nel 2011Miccoli è stato promotore di un appello «Contro i lager italiani» (i Cie); e nel 2014 ha firmato un appello, promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa, per la «riabilitazione» di Ernesto Buonaiuti, prete e storico modernista, scomunicato, espulso dall’università da Mussolini perché non aveva giurato al fascismo, mai riammesso per l’applicazione retroattiva di una norma dei Patti lateranensi che prevedeva il divieto, per un prete scomunicato, di occupare una cattedra in un’università statale.

«Voglio ricordare in particolare due aspetti della ricerca di Miccoli», spiega al manifesto Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e curatore (insieme Giuseppe Battelli) di un volume dedicato allo storico appena scomparso (Una storiografia inattuale? Giovanni Miccoli e la funzione civile della ricerca storica, Viella, 2005): «L’attenzione al papato nel lungo periodo e al suo ruolo nel voler orientare la presenza dei cattolici nella storia e nella società. E, in maniera speculare, l’attenzione alle alternative, per esempio Francesco d’Assisi, e alle proposte di chi nella Chiesa ha seguito un percorso meno istituzionale e più evangelico».

Libri per pensare criticamente. una nuova collana di storia del cristianesimo

4 febbraio 2017

“Adista”
n. 5, 4 febbraio 2017

Luca Kocci

Libri per «pensare», per «costruire ponti», per «sopravvivere nel deserto delle città», per «guadare la solitudine e il dolore», per «attraversare frontiere». È l’obiettivo che si propone la nuova collana promossa dall’editore trapanese Il pozzo di Giacobbe, “Il pellicano. Fonti e testi di Storia del cristianesimo”.

Una collana che, spiegano Anna Carfora e Sergio Tanzarella (docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli), che la dirigono, «nasce sotto l’esergo “Pie Pelicane, Jesu Domine” tratto dall’Adoro te devote di Tommaso d’Aquino. Egli invoca così Gesù, riferendosi alla diffusa tradizione iconografica che vuole che il pellicano per alimentare i suoi piccoli si strappasse pezzi della propria carne dal petto. In un tempo nel quale la storia del cristianesimo sembra conoscere nelle accademie una progressiva marginalizzazione, nel movimentismo integralismi e banalizzazioni, nelle chiese nuovi clericalismi, l’impegno de “Il Pellicano” vuole essere coraggiosamente contro corrente. Invitare il lettore alla scoperta o riscoperta di libri e autori che hanno segnato la cristianità, alimentandolo con nuove o prime traduzioni di testi che aiutano a pensare, a costruire ponti, ad attraversare frontiere, seguendo l’esempio e il volo del Pellicano».

Il primo titolo, uscito a dicembre 2016, è una raccolta di testi cosiddetti “minori” – ma solo perché poco conosciuti – di Lev Tolstoj (Sulla pazzia del nostro tempo e del mezzo per rinsavire, a cura degli Amici di Tolstoj, pp. 70, euro 9.90), scritti subito dopo la sua profonda crisi spirituale e la conversione al cristianesimo, alla soglia dei cinquanta anni. «Ho vissuto al mondo 55 anni e, ove si escludano i 14 o 15 anni, dell’infanzia, ne ho vissuti 35 da nichilista, nel significato autentico del termine, mancante di ogni fede», scrive il grande romanziere russo. «Cinque anni fa credetti nella dottrina del Cristo e all’improvviso la mia vita mutò: cessai di volere quello che volevo prima e incominciai a volere quello che non volevo. Quello che prima mi sembrava buono mi apparve cattivo e quello che prima mi sembrava cattivo mi apparve buono». Una conversione che influisce profondamente anche sulla sia produzione letteraria: inizia a scrivere lettere, appelli, piccoli libri polemici su questioni concrete del suo tempo, prende posizione contro la tortura e la pena di morte. «Una produzione di scritti immensa e complessivamente scarsamente conosciuta, quando non volontariamente ignorata e rinchiusa nel comodo recinto della produzione minore – spiega Tanzarella nella postfazione –. Ma sono proprio quegli scritti che ne mostrano la grandezza morale e intellettuale di profeta anarchico e cristiano, che mette sono esame la società e ne critica la struttura, accusando i governi, attaccando i sentimenti patriottici e le Chiese nazionali». «È tempo, per noi, di capire che la nostra salvezza non sta nel proseguire lungo la strada che abbiamo percorso finora – scrive Tolstoj nella Legge della violenza e la legge dell’amore, uno dei testi presenti nel volume –, bensì nel riconoscere che abbiamo percorso una strada sbagliata e siamo finiti in un pantano». E qual è la nuova strada da percorrere? Semplicemente quella dell’amore, confessa Tolstpj: «Credete solo al bene dell’amore, che si apre davanti a voi e vi chiama».

Il secondo volume della collana, sebbene anch’esso considerato un’opera minore, è un classico dell’antimilitarismo cristiano: Militia Christi. La religione cristiana e il ceto militare nei primi tre secoli, del teologo e storico del cristianesimo tedesco Adolf Harnack (pp. 170, euro 14.90), il “maestro” di Dietrich Bonhoeffer. Benché pubblicato per la prima volta nel 1905, il saggio di Harnack resta un riferimento insostituibile per capire come i primi cristiani hanno affrontato il tema della guerra e del servizio militare. Perché è proprio nei primi secoli che il cristianesimo passa progressivamente da religione di pace ad un forma di militanza che prevederà, in nome di Cristo l’uso delle armi e della violenza sotto le insegne del papa, dell’imperatore o del potere politico cristianamente devoto. «Nella cristianità occidentale infiammata da sempre nove guerre – scrive Tanzarella nell’ampia introduzione – il sogno di Costantino non sarebbe stato interrotto, i soldati di Cristo si sarebbero sempre e di nuovo concretamente riarmati e il giuramento militare avrebbe assunto un particolare valore religioso, mentre messe da campo, benedizioni della bandiera, battesimo dei gagliardetti militari e preghiere del fante, del marinaio e dell’aviatore avrebbero confermato l’inverosimile possibilità di una fedeltà cristiana armata e disposta ad uccidere o a morire da buon soldato cristiano, producendo la trasformazione del soldato morto in guerra in caduto da eroe, e da eroe a martire».

Don Lorenzo Milani. La battaglia quotidiana per una scuola “non di classe”

11 gennaio 2017

“il manifesto”
11 gennaio 2017

Luca Kocci

Cinquanta anni fa, il 26 giugno 1967, moriva don Lorenzo Milani. Di origine ebraica, appartenente ad una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, a vent’anni si convertì al cattolicesimo, diventò prete, si sforzò di vivere il Vangelo in modo radicale accanto ai giovani operai di Calenzano e ai giovanissimi montanari del Mugello, scontrandosi con i poteri politici, militari e clericali dell’Italia democristiana e conformista degli anni ’50-‘60, legò la sua vita e la sua azione pastorale alle lotte civili per una scuola democratica e non di classe e per l’obiezione di coscienza al militarismo, fu autore di testi dirompenti come la Lettera ai cappellani militari e, insieme ai ragazzi e alle ragazze della scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa.

In questo 2017, cinquantesimo anniversario della morte, a don Milani saranno dedicati convegni e libri, alcuni già usciti nelle scorse settimane, altri in calendario nei prossimi mesi. A cominciare dal volume dei Meridiani Mondadori – in primavera – che raccoglierà per la prima volta l’opera omnia di don Milani (a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Federico Ruozzi e Sergio Tanzarella, diretta da Alberto Melloni): Esperienze pastorali (il libro fatto ritirare dal commercio dal Sant’Uffizio nel 1958 e solo recentemente “riabilitato”), le Lettere ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa, gli articoli per giornali e riviste, l’epistolario (anche se molte lettere private sono ancora inaccessibili). «Abbiamo iniziato il lavoro sette anni fa – spiega Tanzarella – con l’intento di raccogliere in un’opera sola tutti gli scritti di Milani e di restituirgli una quanto più possibile aderenza agli originali. Grazie ad appelli pubblici e ricerche di archivio sono state recuperate oltre cento lettere inedite e molte altre sono state restaurate nella versione originale, senza i tagli arbitrari cui erano state sottoposte nel tempo».

Lo stesso Tanzarella, in primavera, darà alle stampe La parrhesia di don Lorenzo Milani. Maestro di vita e di coscienze critiche (Il pozzo di Giacobbe): un profilo del priore di Barbiana a partire dalla sua scelta di parlare con parrhesia, ovvero con franchezza e libertà, senza calcoli e diplomazie clericali («il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo viene in visita in Italia e il galateo vuole che lo si accolga con il sorriso», scriverà Milani, riferendosi a De Gaulle e alla guerra di Algeria, in articolo pubblicato postumo dall’Espresso, “Un muro di foglio e di incenso”).

Altri due libri invece sono già usciti a fine 2016.

Il primo è una biografia di don Milani, scritta da Michele Gesualdi, Don Lorenzo Milani. L’esilio di Barbiana (San Paolo, pp. 256, euro 16), un titolo che spazza via l’ultimo tentativo revisionista dell’arcivescovo di Firenze, card. Betori, il quale, impegnato da tempo a trasmettere un’immagine pacifica e “normalizzata” di don Milani, recentemente ha dichiarato che quello di Barbiana – piccolo borgo di montagna del Mugello dove Milani fu spedito nel 1954 per motivi politici: non era ciecamente allineato alle direttive pro Democrazia Cristiana della Curia di Firenze – non fu esilio ma «una destinazione normale» per un prete giovane. Quella di Gesualdi è una biografia atipica: non ha il rigore di altre, ma è un racconto dall’interno di uno dei primi ragazzi di Barbiana, quello che è stato a più stretto contatto con don Milani e che ha vissuto con lui per oltre dieci anni.

L’altro, di Mario Lancisi, è dedicato al processo per l’obiezione di coscienza al servizio militare – di cui vengono ricostruite le fasi e il clima politico-sociale che vedeva diffondersi anche in Italia un movimento antimilitarista –, scaturito dalla Lettera ai cappellani militari (Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani, Laterza, pp. 158, euro 16). Dopo un comunicato di alcuni cappellani militari toscani che avevano definito l’obiezione di coscienza alla naja «insulto alla patria», «estranea al comandamento cristiano dell’amore» ed «espressione di viltà», don Milani rispose con una lettera pubblicata da Rinascita, settimanale del Pci (i giornali cattolici la ignorarono). Denunciato per incitamento alla diserzione e alla disubbidienza militare, processato (in aula non andò – era malato di linfoma di Hodgkin – ma inviò una memoria difensiva, la Lettera ai giudici, destinata anch’essa a diventare una pietra miliare dell’antimilitarismo e della disobbedienza, anzi dell’obbedienza non ad un’autorità ma alla propria coscienza), sarà prima assolto e poi condannato (come Luca Pavolini, direttore di Rinascita), se il reato non fosse stato dichiarato estinto perché era appena morto.