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Il papa sbarca sul quotidiano comunista: “il manifesto” pubblica i discorsi ai movimenti popolari

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

I tre Incontri mondiali dei movimenti popolari con papa Francesco (del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016) diventano un libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie (Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore di Adista, pp. 176, euro 12) e che dal 5 ottobre, per due settimane, esce in abbinamento con il manifesto.

A spiegare il senso dell’operazione – che ha creato più scompiglio a sinistra, fra i lettori del manifesto, che a destra – è Luciana Castellina, fra i fondatori del «quotidiano comunista». «Le parole del papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo», scriveva il giorno prima dell’uscita del libro. «Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica. Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subìre». Quindi, prosegue Castellina – che richiama il Concilio Vaticano II («una straordinaria porta spalancata su un pensiero cristiano fino ad allora per i più inimmaginabile. Colpì anche noi comunisti che del Vaticano, e non senza ragioni, eravamo abituati a sospettare») e la Teologia della liberazione –, «se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per  strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori». E Norma Rangeri, direttrice del manifesto, intervistata (5/10) dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: «A noi spiazzare piace. Nasciamo con questo spirito, per la nostra critica ai regimi dell’Est che ci portò fuori dal Pci. Questi tre discorsi ci sono parsi quasi come un’enciclica, una nuova Rerum Novarum, riguardo al rapporto fra etica e politica». «Con questo – prosegue – non è che vogliamo “sposare” la Chiesa, ci sono ancora tanti aspetti che ci dividono, sul piano dei diritti civili, della morale».

Che quei tre incontri – di cui Adista ha dato ampio conto (v. Adista Notizie nn. 38 e 39/14 e Adista Documenti n. 40/14; Adista Notizie n. 26/15;  Adista Notizie n. 40/16; Adista Documenti n. 41/16 ) – siano stati particolarmente significativi è un dato di fatto. I rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali riconducibili alla vasta area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle fabbriche recuperate, dall’Alleanza globale dei riciclatori a Via Campesina, dai metallurgici della United Steelworkers al Centro sociale Leoncavallo – hanno oltrepassato le mura leonine e si sono ritrovati nel cuore del Vaticano (nell’aula vecchia del Sinodo la prima volta e nell’aula Paolo VI la terza) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da papa Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro). «Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», furono i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito.

Come talvolta succede, la verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Francesco che con essi – insieme anche alla esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e all’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, valorizzando soprattutto il protagonismo dei movimenti popolari; ma non hanno costituito la fondazione di una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della Liberazione, che anzi ha contribuito a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

A questo scopo, il volume pubblicato da Ponte alle Grazie è di grande utilità. Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari (contestualizzati e analizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, i grandi nodi del lavoro, della casa, della pace e dei cambiamenti climatici il primo, la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, le migrazioni, la politica, con un forte appello ai movimenti popolari a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

Con questi incontri è stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de Trabajadores de la Economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem Terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ad agosto 2016 diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa, in un’ottica di “affrancamento” da parte dei movimeni) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata nella postfazione, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

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Terra, casa, lavoro. Un progetto politico con al centro gli esclusi

5 ottobre 2017

“il manifesto”
5 ottobre 2017

Luca Kocci

I futuri storici della Chiesa e del papato, ma forse anche quelli della società, non potranno ignorare le date del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016, quando, convocati da papa Francesco, si sono svolti i tre Incontri mondiali dei movimenti popolari (Emmp, Encuentro mundial de movimientos populares).

Rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali dell’area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle “fabbriche recuperate”, da Via Campesina ai metallurgici della United Steelworkers, fino al Centro sociale Leoncavallo – hanno varcato le mura leonine e si sono ritrovati in Vaticano (primo e terzo incontro) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro).

«Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito. La verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Bergoglio che con essi – e con l’esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e l’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa, valorizzando il protagonismo dei movimenti popolari; ma non è nata una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della liberazione, che anzi ha collaborato a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

È allora di grande utilità il volume, “firmato” papa Francesco, Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari (prefazione di Gianni La Bella, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore del nostro giornale), edito da Ponte alle Grazie (pp. 176, euro 12), da oggi, e per due settimane, in abbinamento con il manifesto (10 euro + il prezzo del quotidiano). Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti (contestualizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, la pace e i cambiamenti climatici il primo; la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, il lavoro e la casa come diritti umani fondamentali il secondo; i muri, le migrazioni e la politica, con un forte appello a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

È stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de trabajadores de la economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp, insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, poi diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

Don Milani e suo padre. Un libro ricostruisce un rapporto finora sconosciuto

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

C’è un’area poco illuminata nella vita di don Lorenzo Milani, di cui il 26 giugno ricorrono i cinquanta anni dalla morte: l’infanzia e l’adolescenza in famiglia e, in particolare, il rapporto con suo padre, Albano.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Colma ora questa lacuna Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco nota della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Nato nel 1885, laureato in chimica, a causa della morte prematura dei genitori, Albano si dedica ad amministrare il cospicuo patrimonio familiare, tra cui la tenuta di Gigliola a Montespertoli (Fi), dove Lorenzo Milani trascorre parte della sua infanzia. Ma è anche uomo di profonda cultura: conosce varie lingue straniere (traduce Il processo e Il castello di Kafka quando ancora non sono arrivati in Italia), compone poesie in latino (fra cui una dedicata alla vestizione del figlio: Filio suo tunicam accipienti, A suo figlio che riceve l’abito sacerdotale), disegna, approfondisce lo studio della storia e delle religioni. Nelle lettere inviate da Albano alla moglie Alice dal 4 luglio al 4 agosto 1944, durante l’occupazione tedesca e il passaggio del fronte in Toscana, si apprendono particolari inediti della vita di don Milani che per aiutare il padre fa la spola tra il seminario, a Firenze, e la tenuta di Gigliola, occupata dai tedeschi, dove si salva per un soffio da una cannonata che aveva colpito la sua stanza.

«Quello di Valeria Milani Comparetti – ha spiegato Sergio Tanzarella, uno dei quattro curatori dell’Opera Omnia  di don Milani appena pubblicata nella collana dei Meridiani Mondadori (v. Adista Notizie n. 17/17), durante la presentazione romana del libro, lo scorso 13 giugno – non è un libro celebrativo, non è un album dei ricordi di famiglia, ma è un attento recupero di fonti preziose, sottoposte ad un rigoroso vaglio critico, che getta nuova luce sulle relazioni fra don Milani e suo padre, finora restate in ombra, tanto da far ritenere molti che fossero pressoché inesistenti».

Fra i tanti elementi che emergono nel rapporto fra don Milani e suo padre ne segnaliamo due: la religiosità (e quindi, indirettamente, la conversione di Lorenzo Milani) e la “fede” nella parola e nella lingua, che non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete, ma è una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, grazie soprattutto al padre.

Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

Ora viene invece svelato il ruolo del padre, non l’artefice ma sicuramente una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

L’altro aspetto, che sarà fondamentale nell’azione pastorale e sociale di don Milani, è la parola. La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Le biografie hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista. Ma anche l’educazione e la passione linguistica di Milani devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina, gioca con i figli proponendo quiz sulle etimologie delle parole ed è solito condividere in famiglia e con gli amici i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti. Non è ancora l’anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa, ma gli indizi originari di una prassi, quella di far leggere i propri testi ai ragazzi della scuola e ad alcune persone fidate, regolarmente usata da don Milani .

«Con il linguaggio quindi – scrive Valeria Milani Comparetti – nella famiglia del futuro don Milani si gioca insieme per capire e costruire il mondo così come per socializzare. Ma si dimostra anche all’altro il proprio attaccamento e il proprio affetto, il proprio riconoscimento e responsabilità, la propria attenzione e fiducia. Ci si fanno quindi le carezze, si sostituiscono le difficili carezze fisiche – per i coniugi Milani Comparetti non contemplate nei compiti genitoriali – con questo gioco che dà piacere e che viene ad assumere un  valore molto più alto di quello che generalmente si dà in altre famiglie». Un “gioco” che poi don Milani rende prassi pastorale ed azione sociale in tutta la sua vita di maestro e di prete fra i giovani operai di Calenzano e i piccoli contadini e montanari di Barbiana, dove si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali».

 

“L’uomo che disse di no a Hitler”. Un libro su Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza al nazismo

27 maggio 2017

“Adista”
n. 20, 27 maggio 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: il lager, a Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

È stato questo il motivo per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si è arenato: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione in odium fidei (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser. Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di p. Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei? Fino a luglio 2016 quando, dopo otto anni in cui era rimasto fermo in Vaticano, il processo si sblocca e Mayr-Nusser viene beatificato e riconosciuto martire, lo scorso 18 marzo (v. Adista Segni Nuovi n. 13/17).

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, che ha raccontato la sua vita in un volume appena pubblicato dalla casa editrice Il Margine di Trento (L’uomo che disse no a Hitler, pp. 192, 15€). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Andreas Hofer Bund, cellula di resistenza al nazifascismo attiva sulla direttrice del Brennero.

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

Lorenzo Milani. A lezione dagli ultimi, tra lingua e lotta di classe con lo sguardo alla scuola

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, nato il 27 maggio di 94 anni fa (1923), e di cui il prossimo 26 giugno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (1967). Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Quello sulla parola e sulla lingua è solo uno dei temi che è possibile percorrere attraverso gli scritti di don Milani, per la prima volta annotati criticamente e raccolti tutti insieme in due volumi appena pubblicati nei “Meridiani” Mondadori, grazie ad una collaborazione tra la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, diretto da Sergio Tanzarella (Don Milani, Tutte le opere, a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Fedrico Ruozzi, Sergio Tanzarella, pp. 2.976, € 140): Esperienze Pastorali (ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio nel 1958 perché «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede), il Catechismo (lezioni di catechismo «secondo uno schema storico»), gli articoli, gli interventi pubblici, la Lettera ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa (firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva) e oltre 1.100 lettere private, di cui cento inedite, riportate nella loro integrità testuale.

Una miniera di testi, per leggere don Milani nella sua interezza e verificare la “profezia” che egli stesso scrive in una lettera alla madre, poco prima di lasciare Calenzano per l’esilio di Barbiana: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Lorenzo Milani. L’apprendistato alla scrittura

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La “fede” nella parola e nella lingua non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete. È una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, quando era ancora solo Lorenzo.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, rintracciando le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista.

Mai era stata approfondita la figura del padre di don Milani, Albano, eclissato dalla ben più presente madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio. Lo fa adesso Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco illuminata della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Fra i tanti, ne segnaliamo due. L’educazione e la passione linguistica di Milani, che devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina ed è solito condividere in famiglia i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti (anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa?). E la religiosità. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

Don Milani diventa un “classico”: tutte le opere nei Meridiani Mondadori

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«Abbiamo iniziato questo lavoro circa cinque anni fa con un duplice intento: raccogliere in un un’opera sola tutti gli scritti di don Lorenzo Milani, restituire agli scritti una quanto più possibile aderenza agli originali, dove questi esistevano ed erano accessibili». Così Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Gregoriana e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli (retta dai gesuiti), illustra ad Adista contenuto e significato dell’opera – di cui è uno dei curatori – presentata lo scorso 23 aprile a “Tempo di libri”, la fiera dei libro di Milano, e appena pubblicata nella prestigiosa collana “Meridiani” Mondadori: Don Milani, Tutte le opere (2 volumi, pp. 2.976, € 140).

Dichiarata «di interesse nazionale» dal ministero per i Beni Culturali, l’opera è il frutto della collaborazione tra la Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro” (diretto da Tanzarella), ente di ricerca della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. L’opera omnia di don Milani è stata curata da Federico Ruozzi (ricercatore della fondazione bolognese), Valentina Oldano (università di Genova) e da Anna Carfora e Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica di Napoli. Raccoglie tutti gli scritti di don Milani al momento disponibili (all’appello mancano sicuramente molte lettere private, di difficile reperibilità o non messe a diposizione da chi le possiede), criticamente presentati e annotati e – le lettere – riportate nella loro integrità testuale.

Il primo volume comprende le opere “pubbliche” di Milani, curate da Ruozzi: Esperienze Pastorali, l’unico volume interamente scritto e firmato da don Milani, ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio perché ritenuto «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede (v. Adista Notizie nn. 15 e 45/14); il cosiddetto Catechismo, le lezioni di catechismo «secondo uno schema storico» di don Milani, poi accantonate dalla stesso autore e pubblicate postume in un volumetto della Libreria editrice fiorentina curato da Michele Gesualdi, ex allievo di Barbiana; e altri scritti sparsi (articoli di giornale, conferenze, ecc.). Poi le opere più note: Lettera a una professoressa (in realtà firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva con gli allievi della scuola della), curata da Oldano; Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, entrambe curate da Tanzarella.

Il secondo volume, interamente curato da Carfora e Tanzarella, è sicuramente quello più interessante e originale, perché contiene l’intero epistolario di don Milani – fra cui circa cento lettere inedite –, per la prima volta messo insieme. «L’epistolario raccoglie 1.100 lettere in un unico volume, superando la dispersione che è durata fino ad ora – spiega Tanzarella –. Alle lettere note si sono aggiunte circa cento lettere inedite, mentre numerosissime sono state quelle restaurate nella versione originale superando tagli arbitrari o rielaborazioni di testi. Da queste lettere emergono con chiarezza le calunnie, la persecuzione e l’isolamento subito da Milani nei vent’anni di vita sacerdotale, l’insensibilità mostrata verso di lui dalla Curia fiorentina, la sua sofferenza ma anche la straordinaria capacità di totale condivisione con i senza parola e i senza diritti che sentiva gli erano stati affidati impegnandosi a farne dei cittadini critici e pensanti. Ma emerge anche l’affettuoso e premuroso clima familiare nei confronti di ragazzi e ragazze che a San Donato di Calenzano e Barbiana trovarono in Milani un prete, un padre e un maestro». Aggiunge Carfora: «Le lettere di Milani attraversano quasi un ventennio, cruciale nella storia civile e religiosa dell’Italia, con la quale si intersecano in maniera propositiva, provocatoria e profetica. Nella presente edizione, oltre alle lettere restituite nella loro integralità, senza le omissioni dovute al rispetto della privacy di viventi, alle remore di coloro che, essendogli stati molto vicini temevano di non rispettare il profilo e il pensiero di Milani pubblicando indiscriminatamente, vi sono lettere consultabili solo presso gli archivi e anche recentemente ritrovate. Rendere accessibile ai lettori questo patrimonio è un contributo di chiarificazione, un antidoto all’uso pubblico della figura di Milani, il quale continua ad essere, da vivo come da morto, tirato per la talare lungo opposte direzioni e usato, quando non dolosamente mistificato e calunniato, sovente proprio attraverso un saccheggio di frasi pescate tra lettere, nella migliore delle ipotesi senza comprenderne il senso».

Polemiche intorno al romanzo di Walter Siti su un prete pedofilo dedicato a don Milani

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«All’ombra ferita e forte di don Lorenzo Milani». Con questa dedica contenuta all’inizio del suo nuovo romanzo, Bruciare tutto (Rizzoli), che narra la storia di don Leo, un prete pedofilo, lo scrittore Walter Siti ha acceso una miccia che ha provocato un’esplosione i cui effetti sono durati diversi giorni, costringendo l’autore ad una impacciata retromarcia.

«Che cosa vuol dire Siti? – si è chiesta Michela Marzano, che su Repubblica (13/4) ha aperto il caso – Forse insinuare il fatto che anche don Milani avrebbe dovuto sopportare il calvario di don Leo? Che anche lui avrebbe resistito inutilmente alla tentazione perché non solo non ha senso resistere, ma rischia di essere dannoso?». Insomma, che anche don Milani era un prete pedofilo?

«Tutto nasce, mentre stavo covando il libro, dall’aver letto in un vecchio e quasi introvabile libro di Santoni Rugiu (Il buio della libertà, De Donato-Lerici 2002) alcune frasi dell’epistolario di don Milani», spiega lo stesso Siti qualche giorno dopo (Repubblica, 19/4). Le frasi maggiormente “incriminate” – ma assolutamente decontestualizzate da Siti – sono presenti in una lettera di Milani all’amico giornalista Giorgio Pecorini del 10 novembre 1959, pubblicata integralmente in un volume curato dallo stesso Pecorini (I care ancora. Lettere, progetti, appunti e carte varie inedite e/o restaurate, Emi, Bologna 2001; v. Adista Notizie n. 9/01): «E io come potevo spiegare a loro (…) che io i miei figli li amo, che ho perso la testa per loro, che non vivo che per farli crescere, per farli aprire, per farli sbocciare, per farli fruttare? Come facevo a spiegare che amo i miei parrocchiani molto più che la Chiesa e il papa? E che se un rischio corro per l’anima mia non è certo di aver poco amato, piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!). E chi non farà scuola così non farà mai vera scuola (…). E chi potrà amare i ragazzi fino all’osso senza finire di metterglielo anche in culo, se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso?». Aggiunge Siti: «Forse forzando l’interpretazione, mi è parso che don Milani ammettesse di provare attrazione fisica per i ragazzi, e ho trovato eroica la sua capacità di tenersi tutto dentro il cuore e i nervi, senza mai scandalizzarne nessuno».

«Ogni etichetta a lui lontanissima, attribuita leggendo frasi sparse, avulse dal loro contesto, è un’offesa, prima ancora che a lui, alla correttezza intellettuale», tagliano corto Michele e Francesco Gesualdi, i due fratelli che per primi arrivarono a Barbiana e che lì vissero insieme a don Milani. Quelle frasi sono «metafore, iperboli, che facevano parte del modo di parlare, libero e consapevolmente provocatorio, che utilizzava don Milani per scuotere le teste e le coscienze», spiega Giorgio Pecorini (Repubblica, 21/4), destinatario della “lettera dello scandalo”. «Parole che richiamano il suo ben noto testamento spirituale – prosegue –, in cui confessa di aver voluto più bene ai suoi ragazzi che a Dio, ma confidando nel fatto che Dio avrebbe messo in conto a sé quell’amore. E legate al suo tipico modo di pensare l’amore, in polemica con le gerarchie ecclesiastiche che gli rimproveravano un amore “classista”: si possono amare, diceva, solo coloro con cui si sta in relazione, credere di poter amare tutti è un’imbecillità».

Spiegano ad Adista Anna Carfora e Sergio Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e curatori del doppio volume di Tutte le opere di don Milani appena uscito nella collana dei Meridiani Mondadori (v. notizia successiva): «Amare le creature più che il Creatore, in ciò consiste, per Milani, il rischio di peccare contro il sesto comandamento, come scrive a Pecorini. Che poi egli esprima il concetto non solo in questa forma ma renda l’idea in maniera provocatoria, paradossale, da “lurido sboccato”, come definisce se stesso nella lettera a Cesare Locatelli del 26 dicembre del 1949, questo fa parte non solo del linguaggio milaniano, ma di ciò che anche attraverso di esso si esprime, ossia la piena umanizzazione del prete, la sua laicità, l’interpretazione non religiosa della sua fede e del suo sacerdozio. È in questa luce che si legge e si comprende quello che Siti ha così malamente interpretato. Milani va contro l’educazione “spiritualizzata” dei seminari dell’epoca, tentazione forse non ancora del tutto abbandonata, quell’educazione che disincarna l’amore, rendendolo una cosa rinsecchita e che egli racchiude in un’icona carica d’ironia: il “cuore universale”».

Il punto – presupponendo la buona fede di Siti e tralasciando l’ipotesi di una furbacchiona operazione pubblicitaria nel cinquantenario della morte di don Milani – è quel «forzando l’interpretazione» che lo stesso Siti ammette. Chiunque abbia una conoscenza non superficiale dei testi di Milani, nella loro interezza e integrità, sa che il priore di Barbiana utilizza deliberatamente un lessico, un registro e uno stile urticanti, graffianti, a tratti violenti. Lo spiega lo stesso Milani, per esempio, in una lettera del 25 luglio 1952 indirizzata a Giulio Vaggi, che in quel periodo dirigeva il periodico Adesso al posto di don Primo Mazzolari, che l’aveva fondato e sui cui era levata la censura ecclesiastica: «Mi dispiace che lei s’abbia avuto a male delle mie parole. Quelli che mi stanno intorno non ci badano, ormai lo sanno che mi piacciono i vocaboli coloriti» E lo spiega soprattutto in uno dei suoi testi più potenti e meno conosciuti – che affronta, fra l’altro, il tema del linguaggio clericale –, “Un muro di foglio e di incenso”, articolo del 1959 inviato a Politica, settimanale della sinistra Dc, che ne rifiutò la pubblicazione, e che fu pubblicato solo postumo dall’Espresso, nel 1968: «Io invece sento una gran tristezza nell’appartenere a una Chiesa sui cui giornali le cose non hanno mai un nome – scriveva don Milani –. Il galateo, legge mondana, è stato eletto a legge morale nella Chiesa di Cristo? Chi dice coglioni va all’inferno. Chi invece non lo dice ma ci mette un elettrodo, chi non lo dice ma non persegue i poliziotti che si macchiano di queste atrocità e persegue invece il libro che testimonia queste cose viene in visita in Italia e i galateo vuole che lo si accolga con il sorriso» (il riferimento è al presidente francese De Gaulle, in visita in Italia, nel mezzo della guerra di Algeria e delle torture dei soldati francesi sugli algerini).

Ignorare lo stile paradossale di don Milani, attribuendogli un significato letterale, è quantomeno una forzatura. Che lo stesso Siti pare aver compreso: «L’intenzione della dedica non era negativa e non volevo dire che Milani si fosse coperto di chissà quali macchie, era solo un omaggio alla forza e alla dignità di questo prete»

Una storia che interroga e trafigge il Novecento, tra morale e autodeterminazione

27 aprile 2017

“il manifesto”
27 aprile 2017

Luca Kocci

Per un pontificato quattro anni sono pochi, ma sufficienti per tentarne una prima storicizzazione, collocandolo nel tempo lungo del papato contemporaneo.

È l’operazione che compie Daniele Menozzi, docente di storia contemporanea alla Normale di Pisa, interpretando il pontificato di papa Francesco – eletto poco più di quattro anni fa, il 13 marzo 2013 – alla luce della sua relazione con il «moderno» e in rapporto all’azione dei suoi predecessori rispetto alla modernità. I papi e il moderno. Una lettura del cattolicesimo contemporaneo 1903-2016 (Morcelliana, pp. 168, euro 16) si presenta come una breve storia del confronto – che spesso è uno scontro – fra i papi del Novecento e la modernità, che Menozzi traduce come la «volontà di autodeterminazione del soggetto», quasi sempre ostacolata dalla Chiesa cattolica, tranne in qualche occasione.

La storia avrebbe potuto cominciare prima: con il rogo di Giordano Bruno (1600), con l’abiura imposta a Galileo (1633) o con la condanna della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789), «la prima formulazione di una contrapposizione tra la Chiesa e la moderna società politica che si è poi protratta a lungo nei decenni successivi», perlomeno fino al Sillabo di Pio IX (l’Elenco contenente i principali errori del nostro tempo, in cui si condannano il liberalismo, il comunismo, il socialismo, il razionalismo e la società moderna). Ma Menozzi – anche per non appesantire un testo che, pur completo, mantiene una agevole leggibilità – parte dal 1903, dal pontificato di Pio X che, con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907), condanna il Modernismo, presentato come «la più pericolosa di tutte le eresie, perché costituiva la subdola infiltrazione all’interno della Chiesa di quei valori moderni che alimentavano una antitesi radicale al cristianesimo». Il successore, Benedetto XV, è ricordato per aver definito la prima guerra mondiale una «inutile strage», ma anche lui riafferma la suprema autorità morale della Chiesa: la guerra, infatti, è una sorta di punizione divina per il peccato commesso dalla società allontanandosi dal cattolicesimo. Poi è la volta di Pio XI e Pio XII, i più autorevoli eredi della tradizione dell’intransigentismo ottocentesco.

Con Giovanni XXIII, che convoca il Concilio Vaticano II e scrive la Pacem in terris, che contiene significative aperture su importanti aspetti del moderno (pace, democrazia, diritti umani), c’è la prima frattura, subito ricomposta da Paolo VI, il quale, preoccupato che le pecore fuggissero dall’ovile (era la stagione della teologia della liberazione, delle comunità di base, della «politicizzazione della fede»), chiude i cancelli e apre la strada ai progetti di «neo-cristianità» di Giovanni Paolo II e di restaurazione di Benedetto XVI, che si dimette anche per il suo fallimento.

E Francesco? Per Menozzi rappresenta una nuova cesura. Non tanto «sul piano delle misure di riforma per strutture e istituzioni», dove «l’azione di Francesco è apparsa, almeno fino ad ora, assai prudente e graduale»; quanto sull’accantonamento di una «rappresentazione della modernità come la colpevole sottrazione alla guida della Chiesa di uomini che, accecati da una incontrollata volontà di autodeterminazione, scambiano per illimitato progresso i mali che producono». La dottrina non è cambiata, ma «il fulcro del messaggio evangelico» è tornato ad essere la «misericordia». L’istituzione ecclesiastica, «in cui si è ben sedimentato l’atteggiamento precedente», seguirà questo diverso indirizzo? È un’altra questione e «solo il futuro potrà scioglierla».

Giovanni Miccoli. Uno storico della Chiesa attento alle “alternative”

30 marzo 2017

“il manifesto”
30 marzo 2017

Luca Kocci

È morto il 28 marzo a Trieste, città dove era nato e nella cui università ha insegnato per molti anni, all’età di 84 anni, Giovanni Miccoli, uno dei più autorevoli studiosi di Storia della Chiesa.

Storico rigoroso, allergico e distante da un uso mediatico della storia utile a conquistare le prime pagine dei giornali o le “ospitate” nelle prime serate televisive spesso a detrimento della serietà della ricerca, senza tuttavia rinunciare a partecipare al dibattito pubblico e ad esprimere giudizi sempre argomentati e mai acriticamente apologetici o aprioristicamente di condanna – ad esempio sulle contraddizioni del pontificato di Giovanni Paolo II o sulla virata anticonciliare di Ratzinger sia come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede che come papa Benedetto XVI –, con la sua scomparsa la cultura e la storiografia italiana perdono un protagonista di primo piano.

Nato nel 1933 a Trieste, si è laureato all’università di Pisa in Storia medievale e poi diplomato alla Scuola normale superiore, dove è stato allievo, fra gli altri, del grande storico modernista Delio Cantimori, e dove ha insegnato Storia della Chiesa dal 1962 al 1967. Nel 1968 è tornato a Trieste, e lì – tranne una breve parentesi a Venezia – ha trascorso tutta la sua vita accademica, insegnando Storia medievale e soprattutto Storia della Chiesa. Ha fatto parte dei comitati scientifici di Cristianesimo nella storia e della Rivista di storia del cristianesimo comitato e della direzione di Studi storici, la rivista dell’Istituto Gramsci. Dal punto di vista politico-culturale è stato vicino all’area della sinistra cristiana, senza farne mai parte organicamente: negli anni ‘70 e ‘80 ha partecipato attivamente ai convegni di Bozze, la rivista diretta da Raniero La Valle quando era parlamentare della Sinistra indipendente nelle liste del Pci, e negli 2000 è stato più volte invitato a tenere relazioni ai convegni dei preti operai italiani (l’ultima volta nel 2011).

I suoi interessi storiografici hanno spaziato dal medioevo all’età contemporanea. Ha studiato la riforma gregoriana dell’XI secolo e ha scritto un importante volume su Francesco d’Assisi, pubblicato da Einaudi nel 1991 e recentemente riproposto da Donzelli (Francesco. Il santo di Assisi all’origine dei movimenti francescani, 2013). Prima, nel 1975, aveva dato un significativo contribuito alla monumentale Storia d’Italia dell’Einaudi con il lungo saggio Storia religiosa dall’alto Medioevo al ‘500. Ma il volume che probabilmente gli ha dato maggiore notorietà è stato I dilemmi e i silenzi di Pio XII (Rizzoli, 2000), uno dei primi libri ad indagare il ruolo di papa Pacelli durante la Shoah. Negli ultimi anni si occupato prevalentemente del papato contemporaneo, osservando con occhio critico ma sempre attento il pontificato di Wojtyla (In difesa della fede, Rizzoli 2007), la parabola di Ratzinger e il nuovo vigore del tradizionalismo cattolico (La Chiesa dell’anticoncilio. I tradizionalisti alla riconquista di Roma, Laterza, 2011).

Un impegno storiografico mai disgiunto dalla militanza civile. Nel 2011Miccoli è stato promotore di un appello «Contro i lager italiani» (i Cie); e nel 2014 ha firmato un appello, promosso dal movimento Noi Siamo Chiesa, per la «riabilitazione» di Ernesto Buonaiuti, prete e storico modernista, scomunicato, espulso dall’università da Mussolini perché non aveva giurato al fascismo, mai riammesso per l’applicazione retroattiva di una norma dei Patti lateranensi che prevedeva il divieto, per un prete scomunicato, di occupare una cattedra in un’università statale.

«Voglio ricordare in particolare due aspetti della ricerca di Miccoli», spiega al manifesto Daniele Menozzi, docente di Storia contemporanea alla Normale di Pisa e curatore (insieme Giuseppe Battelli) di un volume dedicato allo storico appena scomparso (Una storiografia inattuale? Giovanni Miccoli e la funzione civile della ricerca storica, Viella, 2005): «L’attenzione al papato nel lungo periodo e al suo ruolo nel voler orientare la presenza dei cattolici nella storia e nella società. E, in maniera speculare, l’attenzione alle alternative, per esempio Francesco d’Assisi, e alle proposte di chi nella Chiesa ha seguito un percorso meno istituzionale e più evangelico».