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La contestazione secondo don Milani

3 aprile 2018

“il manifesto”
3 aprile 2018

Luca Kocci e Alessandro Santagata

Un aneddoto raccontato da Tullio De Mauro a Matteo Mennini spiega bene il cortocircuito, a cavallo del ‘68, fra don Milani, la scuola di Barbiana e la contestazione studentesca: «Conservo la fotografia di una scritta su un muro dell’università di Napoli che diceva: “El niño que no estudia no es buen revolucionario”, firmato Fidel Castro», ricorda il linguista, fra i primi accademici italiani ad occuparsi di Milani. «Negli asterischi Laterza – prosegue – alcuni anni dopo il ‘68, una persona illustre e anche brava scriveva: “Come ci ordina il comandante Castro, el niño que no estudia…”. Sortita da Barbiana la frase di un bambino cubano era passata di bocca in bocca ed era diventata una frase di Fidel Castro».

Il nucleo profondo di un pensiero e di un’esperienza, più orecchiato che studiato, genera un mito in cui convivono verità e falsificazioni, tirato a destra e a manca a seconda del contesto e delle convenienze politiche, da cinquant’anni ad oggi. È questa una valutazione sostanzialmente condivisa negli ultimi studi a conclusione dell’“anno milaniano” appena trascorso.

Tra le pubblicazioni più interessanti, il libro di Vanessa Roghi, La lettera sovversiva. Da don Milani a De Mauro, il potere delle parole (Laterza, 2017, pp. 268 euro 16). Ricostruzione appassionata e davvero piacevole alla lettura, il volume investiga la storia culturale di Lettera una professoressa, che ha lasciato un segno indelebile nella società italiana, soprattutto nella pedagogia e nella scuola. L’istituzione scolastica di oggi, sottolinea l’autrice, è il risultato di alcune delle migliori intelligenze militanti del secondo Novecento, ma presenta ancora caratteri fortemente classisti. I dati Istat del 2016 rilevano che si continua a bocciare e allontanare le fasce sociali più deboli, in un meccanismo di dispersione-selezione che smentisce platealmente chi ha identificato in Milani, e in un presunto “donmilanismo”, le radici di una crisi.

Uno dei meriti principali del libro è di collocare Milani nel suo tempo, nel grande dibattito degli anni ‘60 sulla lingua e in quella galassia composta dai tanti che don Lorenzo incontrò sulla sua strada. Tra le figure principali emergono quelle di De Mauro, autore nel 1963 della Storia linguistica dell’Italia unita, e di Mario Lodi, come Milani promotore dell’uso didattico della scrittura collettiva ed esponente di spicco del Movimento di cooperazione educativa. Di notevole interesse è poi lo studio della ricezione della Lettera in Italia, ma anche all’estero, dove si tese (non senza forzature) ad associare l’esperienza di Barbiana a quella di Summerhil e poi ad altre esperienze scaturite dalla contestazione studentesca. «Il pensiero di Milani – precisa Roghi – non è il viatico del Sessantotto. Il suo è un progetto classista, pensato contro chi già studia, la sua è lotta di classe. Perché Lettera a una professoressa non è, non vuole essere, un libro scritto per i ragazzi che occupe­ranno le università, né per i loro genitori, ma per i genitori di chi, all’università, non ci arriverà mai».

Il volume ripercorre l’entusiasmo crescente attorno alla figura del priore di Barbiana, prima con la circolazione di L’obbedienza non è più virtù (i documenti del processo sull’obiezione di coscienza al militare), e poi la diffusione e la “sloganizzazione” della Lettera. Don Lorenzo muore nel giugno 1967, quindi prima dell’esplosione del ‘68, ma fa in tempo ad illustrare ad Alex Langer le ragioni della propria distanza dalla borghesia studentesca in corso di radicalizzazione. Anche se, negli ambienti della contestazione, il nome di Milani risuona forte sia nei gruppi spontanei post-conciliari, nelle letture dei “contro-quaresimalisti” di Trento e all’Isolotto di Firenze, sia nel più ampio movimento studentesco, come ricorda Guido Viale, all’epoca leader all’università di Torino.

Si occupa in maniera specifica di questo complessivo processo ricezione il volume collettivo Salire a Barbiana. Don Milani dal Sessantotto a oggi (a cura di Raimondo Michetti e Renato Moro, Viella, 2017, pp. 292 euro 28). Nel ‘68, si legge nel saggio di Giovanni Turbanti, Lettera a una professoressa diventa «uno dei più importanti testi di riferimento della contestazione», oggetto di seminari e gruppi di studio, citata nei volantini e nei documenti del movimento, insieme a Che Guevara, Mao, Lenin e Marcuse. Un successo conquistato per varie ragioni: la contestazione dell’autoritarismo degli insegnanti, la tendenza alla radicalizzazione e alla politicizzazione delle esperienze individuali («il problema degli altri è uguale al mio, sortirne tutti insieme è politica, sortirne da soli è avarizia»), la contrapposizione fra privilegiati (i «Pierini») e i diseredati (i «Gianni»), la critica alle istituzioni (a partire dalla scuola) che realizzano la selezione di classe e conservano la struttura iniqua della società.

Ma per i suoi allievi don Milani non è un «padre del ‘68». Tanto che decidono di denunciare il regista Franco Enriquez, che alla biennale di Venezia (settembre 1968) mette in scena Discorso per la Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana e la rivolta degli studenti, spettacolo teatrale sul movimento studentesco “ispirato” da Milani. E il pretore – ricostruisce Federico Ruozzi nel suo saggio su don Milani fra cinema, teatro e televisione – dà loro ragione: impone ad Enriquez di modificare il copione e di togliere ogni riferimento a Barbiana, «perché – sentenzia – il lavoro teatrale tradisce sia nel titolo che nel testo lo spirito del libro».

Il nodo allora è la lettura selettiva sessantottina di Milani, diventata egemone. Anche se in realtà, rileva Turbanti, a sinistra alcuni evidenziano le contraddizioni con le istanze del movimento. Le critiche di Milani alla selezione riguardano la scuola media (dell’obbligo), mentre per i livelli superiori contempla «una selezione lontana da ogni discriminazione di censo» ma «severa»: il contrario del sei o del diciotto “politico” («quegli studenti universitari che protestavano contro la selezione di classe perché agli esami non gli davamo a tutti il 18, beh… don Milani li avrebbe bistrattati duramente», spiega De Mauro a Mennini, autore anche di un saggio sui “pellegrinaggi politici a Barbiana”). Punta il dito contro l’autoritarismo della scuola, ma «l’autorità del priore» e «dei genitori» non è in discussione. I richiami evangelici – Milani è un prete libero ma fedele alla dottrina e obbediente alla Chiesa – stanno stretti ad una parte del movimento, che imputa a Milani «limiti di populismo e volontarismo». E Franco Fortini rimprovera Milani di riformismo, «di non sapere o non voler dare l’unica riposta possibile all’ingiustizia, quella della rivoluzione».

Quindi Lettera a una professoressa ispiratrice del ‘68, ma entro certi limiti, anche per quanto riguarda la contestazione cattolica, in larga parte incentrata sulla polemica sulla ricezione-attuazione del Vaticano II a cui Milani è estraneo. Don Milani «rimarrà un prete scomodo per tutti – scrive Renato Moro – ma è significativo quanto di questo Paese, in quel profeta scomodo, abbia cercato di specchiarsi». Nell’analisi di Vanessa Roghi il giudizio si fa quasi rovente quando affronta da un lato la rapida retromarcia ideologica, alla fine degli anni ‘70, dei “sessantottini” diventati insegnanti – proprio nella fase in cui la scuola si sta democratizzando anche dal punto di vista legislativo –, e dall’altro gli attacchi al pensiero di Milani da parte di coloro che identificano in lui uno dei “cattivi maestri” di una scuola troppo permissiva e poco meritocratica. Una polemica che è stata in molti casi un segmento di un più ampio attacco alle culture degli anni ‘60 al quale non si sono sottratti numerosi “volontari” da sinistra. Una corrente ancora oggi molto forte, sovente da parte di chi, per “salvarlo”, contrappone strumentalmente Milani alla stagione dei movimenti, con il risultato di non comprenderlo e di isolarlo… ancora una volta.

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L’editoria punta sulla figura di papa Francesco, oltre il dibattito sull’inferno

31 marzo 2018

“il manifesto”
31 marzo 2018

Luca Kocci

In un momento in cui si riapre il dibattito fra difensori e detrattori dell’inferno (fra questi ultimi ci sarebbe anche il pontefice, “intervistato” da Eugenio Scalfari), gli anniversari sono spesso occasioni per fare il punto su un evento che, a torto o a ragione, ha segnato una discontinuità nella storia, tanto più se, essendo ancora in corso, disegna anche un’ipotesi di futuro.

Il quinto anniversario dell’elezione di papa Francesco (13 marzo 2018) non è sfuggito a questa prassi: sui banchi del mercato editoriale sono comparsi molti titoli sui cinque anni di pontificato. Dai libri apologetici che rafforzano la papolatria già piuttosto diffusa, a quelli che tentano analisi più accurate.

Resta centrale la domanda dello storico Andrea Riccardi – nel volume da lui curato Il cristianesimo al tempo di papa Francesco, Laterza, pp. 375, € 22 – su «quanto il tempo di papa Francesco inciderà nella storia di lungo periodo del cattolicesimo. L’aspettativa dei settori critici è che il suo pontificato rappresenti una parentesi. Tuttavia è una stagione intensa, che può dar luogo a un profondo cambiamento».

Il tema è quello della «rivoluzione» – vera, finta o presunta – di Francesco, a cui i cardinali che lo hanno eletto («gli insofferenti alla Curia, gli stanchi dell’insistenza sui “valori”, gli estimatori della sua figura spirituale») hanno chiesto «una riforma della Curia». Ma Bergoglio, scrive Riccardi, più che un riformatore, è un comunicatore, che mette tra parentesi gli interventi strutturali e parla «della fede e della vita delle gente», anche perché «non ha una cultura istituzionale», né si vede «un disegno organico attorno alla riforma del governo romano».

«Francesco ha innescato nuovi percorsi senza sapere esattamente cosa avrebbero prodotto, mostrando di avere un’idea chiara sulla direzione in cui bisognava andare» ma «senza definire la strada per arrivarci», aggiunge lo storico Agostino Giovagnoli, in un altro contributo del volume (che raccoglie, fra i tanti, saggi degli storici “di sant’Egidio” Gianni La Bella sull’America latina e il “laboratorio argentino”, Marco Impagliazzo su cristianesimo e islam, Roberto Morozzo della Rocca sul ruolo diplomatico della Santa sede; di Massimo Faggioli sui laici e di Marinella Perroni sulle donne). Quella di Francesco, scrive Riccardi, non è una rivoluzione istituzionale, ma «culturale», che «attende una risposta dalle periferie, dalla base e dai vari attori ecclesiali».

Dal punto di vista strutturale, quindi, nella Chiesa cattolica è cambiato poco. Lo afferma, con un’analisi spietata, il sociologo Marco Marzano (La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata, Laterza, pp. 163, € 18). Un volume che introduce numerosi spunti di riflessione critica, sebbene talvolta rischi di semplificare eccessivamente complessità e tortuosità di un’istituzione con duemila anni di storia che non può essere assimilata ad una qualsiasi organizzazione sociale.

Il punto di partenza di Marzano è la distanza fra la narrazione del «papa rivoluzionario» e la reale azione su quattro temi decisivi: riforma della Curia, mutamento delle norme etiche sulla vita sessuale e affettiva, abolizione del celibato obbligatorio del clero, condizione delle donne nella Chiesa. Aspetti sui quali gli interventi di Francesco non hanno prodotto modifiche, tranne minimi aggiornamento sulla possibilità di accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati. Diagnosi indiscutibile, anche se vengono trascurati altri aspetti, irrilevanti sul piano strutturale, ma che hanno spostato l’asse della Chiesa dalla dottrina al sociale.

La Chiesa non può cambiare. Secondo Marzano questo è accaduto solo in tempi di crisi (nel ‘500, con il Concilio di Trento, in risposta alla Riforma protestante), e quella odierna non è una fase di crisi: la Chiesa cattolica arranca nelle società secolarizzate di Europa e America, ma cresce in Africa e Asia. E in realtà Francesco non vuole cambiare un’istituzione che «mostra una naturale tendenza verso l’inerzia, la stabilità e la conservazione». Più che da riformatore agisce da «distrattore»: mostra attenzione ai temi economico-sociali (rimanendo però saldamente ancorato alla Dottrina sociale della Chiesa) e pratica una indifferenziata «politica dell’amicizia», fuori (luterani e ortodossi) e dentro (lefebvriani e teologi della liberazione, secondo Marzano ormai «sconfitti e ridotti all’assoluta irrilevanza») le mura della Chiesa. Azioni che fungono da «surrogato» e da «freno per la riforma strutturale dell’istituzione» e che confondono i riformisti, anch’essi soggiogati da un «papismo» che agisce come «trappola cognitiva» che «allontana e distoglie dalla verità».

Don Milani e suo padre: carezzarsi con le parole

26 febbraio 2018

24 febbraio 2018*

Luca Kocci

Parecchi di noi erano alla manifestazione antifascista e antirazzista dell’Anpi che si sta svolgendo in questi minuti qui a Roma. Allora, prima di cominciare, voglio leggere due brevi considerazioni, molto note, di don Lorenzo Milani, che non c’entrano nulla con il libro di cui parliamo oggi, ma che ci mettono in collegamento ideale con quanto sta accadendo fuori di qui:

«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto». (Lettera ai cappellani militari)

«Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande “I care”. E il motto intraducibile dei giovani americani migliori. “Me ne importa, mi sta a cuore”. E il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”». (Lettera ai giudici)

 

Il libro di Valeria Milani Comparetti (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole. Testimonianze inedite dagli archivi di famiglia, Edizioni Conoscenza, Roma 2017) è molto importante, perché prima di questo libro sembrava quasi che don Lorenzo Milani fosse “orfano” di padre.

Le biografie e gli studi, anche quelli più avvertiti e documentati, si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Il libro di Valeria colma ora questa lacuna. Ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, il padre di don Milani, e in questo modo compie tre operazioni:

  • rivela alcuni episodi inediti o poco noti della vita del futuro priore di Barbiana
  • smonta alcuni luoghi comuni che riguardano don Milani
  • mette a fuoco l’importanza del padre, Albano, in ordine a due elementi in particolare: la religione (e quindi la conversione al cattolicesimo di Milani); l’interesse per la parola, la lingua, le lingue, così centrali nella azione pastorale e sociale di Milani

 

Episodi inediti o poco noti

  • Nel luglio 1944 il fronte passava in Toscana, a Montespertoli, e la tenuta Milani di Gigliola era stata occupata dai tedeschi che risalivano verso nord, quindi veniva attaccata dagli alleati inglesi e indiani. Lorenzo, chiuso il seminario, dopo aver riaccompagnato la sorella Elena da Gigliola a Firenze, torna a Gigliola per aiutare il padre Albano e rischia di morire sotto una bomba che colpisce la casa, la sua stanza. Lo racconta Albano, in una lettera alla moglie Alice, del 24 luglio 1944: «[…] si sentono avvicinarsi sempre più vicine a Gigliola alcune esplosioni di granate […]. Ci affrettiamo a scendere verso la cantina; ma non abbiamo la chiave e ci fermiamo con l’Ida in cucina. Mentre Lorenzo appare in alto dalla scala che scende in cantina per raggiungerci, si sente una forte esplosione e il rumore di tegole che cascano sul piano della cantina presso gli olmi. Esplodono ancora granate nei pressi. Quando sembra che il fuoco rallenti passiamo al rifugio dove troviamo la famiglia di fattoria che ci riferisce come Gigliola abbia ricevuto due colpi: uno quello che abbiamo sentito mentre Lorenzo, proveniente dalla sua cameretta, dove era salito a mettere un po’ d’ordine fra i libri, scendeva per raggiungerci, è stata l’esplosione di un proiettile di cannone inglese sul tetto appunto della sua cameretta. Se veniva un minuto prima Lorenzo sarebbe morto».
  • I soldati indiani saccheggiano la pieve di San Pietro in Mercato a Montespertoli. Lorenzo denuncia il fatto agli inglesi che, colti sul fatto gli indiani, vorrebbero fucilarli, e poi li salva intercedendo per loro presso gli stessi inglesi. Lo racconta di nuovo Albano, in una lettera ad Alice, del 28 luglio 1944: «Durante la notte gli indiani avevano saccheggiato ancora più vandalicamente la Pieve rimasta tutta a loro disposizione. Lorenzo è andato dal comando inglese che ha saputo trovarsi presso il De Saint Seigny. Gli ufficiali lo hanno accolto molto gentilmente e subito un maggiore ha dato ordine ad un subalterno di accompagnare Lorenzo alla Pieve. Questo ha colto gli indiani in flagrante saccheggio e voleva ucciderli sul posto, ma Lorenzo è interceduto dicendo che come cristiano e come chierico non poteva sopportare il pensiero di avere sulla coscienza la morte di questi uomini in conseguenza di un intervento la lui provocato. L’inglese fa aderito alla richiesta di Lorenzo […]».

 

Luoghi comuni smontati

  • Le biografie e gli studi hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili di molti intellettuali fiorentini (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista, antenato illustre ma che toccò marginalmente la vita di Milani, essendo morto nel 1927, quando Lorenzo non aveva ancora 4 anni

Invece il padre Albano ha avuto un ruolo molto importante, che poi vedremo

  • Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

In realtà, benché quella dei Milani fosse una famiglia di non credenti, Albano era interessato al tema religioso, e in qualche modo si era confrontato con il figlio, più sensibile della moglie Alice e degli altri due figli (Adriano ed Elena) al tema

 

Ruolo del padre

  • A cominciare dalla questione religiosa. Il padre sicuramente non è stato l’artefice della conversione del figlio – sarebbe arbitrario affermarlo, e infatti Valeria non lo fa – ma sicuramente è stato una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio». Per esempio scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.
  • E poi la parola, secondo me l’aspetto decisamente più importante: a casa si faceva il gioco delle etimologie («Quando si doveva “stare buoni” si giocava con il dizionario etimologico: uno dei giocatori sceglieva una parola, gli altri giocatori dovevano trovarne sia il significato che l’etimolgia») → una operazione, quella di “smontare” le parole per comprenderle a fondo che don Milani compirà quotidianamente, soprattutto a Barbiana; insegna a leggere e a scrivere a Lorenzo (dal “libro del bebè” compilato da Alice Weiss: «Nel marzo del 1928 ha imparato col babbo in poche settimane a scrivere a macchina, ora scrive correttamente e abbastanza rapidamente e sa leggere anche lo stampatello. Colpisce la chiarezza e la logica della sua parola»); dattiloscrive i suoi testi, li fa leggere a famigliari ed amici per avere suggerimenti, integrazioni ecc. → pratica che seguirà sempre anche don Milani, fino alla “scrittura collettiva” con cui verrà redatta Lettera a una professoressa; infine altre cose che riguardano in generale la famiglia Milani (ricca e borghese): casa piena di libri, di vari argomenti e in diverse lingue; intellettuali che frequentano casa Milani e con i quali i figli imparano a conversare, con curiosità e senza vergogna
    (→ Milani educa i ragazzi di Calenzano e Barbiana a non avere soggezione
    → Milani invita intellettuali a Calenzano e Barbiana per “sfruttarli” per i ragazzi)

Tutto questo fa sì che la parola e la lingua si carichino anche di un valore affettivo (legami che nascono e si mantengono con la parola) e diventino il principale strumento di emancipazione e liberazione per i propri allievi di Calenzano e soprattutto di Barbiana

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. È un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, , un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

*Relazione all’incontro di presentazione del libro di Valeria Milani Comparetti, Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole. Testimonianze inedite dagli archivi di famiglia, Edizioni Conoscenza, Roma 2017 presso la Comunità cristiana di base di San Paolo e il Cipax, 24 febbraio 2018

“Amarsi da vecchi”. Un libro sulla stagionatura dell’amore

17 novembre 2017

“Adista”
n. 39, 18 novembre 2017

Luca Kocci

Un «amore coniugale» lungo sessantasei anni: una stranezza, ma «non è più strano di molte altre stravaganze». Così Antonio Thellung presenta e introduce il suo ultimo libro, dedicato all’amore «da vecchi», come dichiara fin dal titolo: Amarsi da vecchi e credere nell’incredibile (Gribaudi, Milano 2017, pp. 144, euro 11,50).

«Sessantasei anni d’amore coniugale ricco di scontri e incomprensioni, ma da tempo abbiamo imparato a camminare tenendoci per mano», spiega Thellung. «E ora che siamo acciaccati, e la mia amata ha particolare bisogno di aiuto, che cosa dovrei fare? Affidarla a una qualche badante? Fossi matto! Ho messo da parte tutto il resto e faccio il “badamante” a tempo pieno».

Thellung, qual è la ricetta per realizzare pienamente un amore coniugale?

«L’amore è bello a tutte le età, ma lo si può vivere in diversi modi. Al giorno d’oggi molti scelgono di convivere per vedere se il rapporto funziona, pronti però a “lasciar perdere” se ci sono difficoltà e contrasti. E così, sovente, quando si litiga c’è il rischio di accecarsi al punto di spararsi addosso qualsiasi cattiveria, per umiliare il partner. Ma in tal modo si cade nell’irreparabile.

L’amore coniugale ha caratteristiche particolari, non per quanto riguarda l’intensità ma l’orientamento, perché mentre vive pienamente il presente tiene contemporaneamente a fuoco il futuro. È un po’ come dirsi: mi piace amarti e mi piace essere amato, perciò voglio che sia così anche domani, e dopodomani, e l’anno prossimo, e per sempre. Con questo obiettivo, di fronte alle difficoltà si diventa più facilmente capaci di non esasperare i conflitti e trovare qualche soluzione, perché grande sarà la voglia di non compromettere il progetto. In tal modo, col passare del tempo, le velleità secondarie spariscono e si consolidano i valori primari.

Una volta realizzato il percorso si può gustare tutto il sapore dell’amore coniugale compiuto. Per usare una metafora, si potrebbe dire che l’amore è come il formaggio: c’è quello fresco (ricotta, mozzarella, stracchino) quello semistagionato (fontina, caciotta) e poi c’è il parmigiano. Sarebbe stupido voler stabilire se l’uno è più buono dell’altro, e tuttavia, mentre il formaggio fresco lo si può gustare appena fatto, o quasi, non è possibile conoscere e gustare il parmigiano senza lasciarlo stagionare per tutto il tempo necessario. Chi non affronta questa stagionatura semplicemente non conoscerà il parmigiano».

Ma quelli che, per varie ragioni, vivono un amore non coniugale sono fuori strada?

«Assolutamente no! Ciascuno sceglie la strada che vuole e solo lui può sapere quali sono i frutti. Per esempio ho un nipote che non si sogna nemmeno di coltivare un amore coniugale, si dichiara soddisfattissimo di vivere il presente quotidiano, e si guarda bene dal programmare il futuro che al momento pare non gli interessi. Credo che la maggior parte delle persone, all’idea di lavorare tutta la vita per costruire un grande amore non ci pensi neppure. Tanto più che oggi, caduti molti tabù, per i giovani è diventato abbastanza facile “fare l’amore”. Solo che fare l’amore non significa amare: si tratta solo di piacevoli esercizi di ginnastica erotica».

E chi non ce la fatta? Ha fallito?

«Le valutazioni moralistiche non c’entrano. Sarebbe come chiedersi se sono dei falliti tutti coloro che non diventano grandi artisti, o grandi medici, o grandi scienziati, o grandi atleti. Intanto dipende dalle scelte, e quella coniugale, in senso autentico e non formale, è scelta di pochi. Poi bisogna vedere con quale determinazione viene portata avanti. E infine ci sono anche naturalmente le circostanze esterne che possono essere per taluni favorevoli e per altri contrarie. Insomma, se m’interessa e m’impegno a costruirmi una casa può anche darsi che non ci riesca. Ma se non m’interessa e non m’impegno non ci riuscirò di sicuro.

In ogni caso poi, ne sono convinto, se l’intenzione è autentica qualche risultato positivo non potrà mancare. Ci sono tanti artisti di medio valore che sono contenti e soddisfatti del loro lavoro anche se non pretendono di essere Michelangelo o Monet. In molti tentano di fare questo o quel mestiere senza risultati brillanti, ma è forse una colpa non riuscire ad aver successo? Sarebbe giustificato considerare fallito un medico che non diventa un luminare o un primario?

E poi ci sono molti che fanno una scelta di vita da single. Sono forse dei falliti? Io racconto semplicemente la mia esperienza senza alcuna pretesa di esprimere giudizi su percorsi altrui».

Molte coppie, che si amano profondamente e a lungo, anche per un’intera vita, sono omosessuali…

«Ho molti amici omosessuali con i quali condividiamo interessi artistici o letterari. La loro vita intima son loro fatti personali che non interferiscono sui nostri rapporti. Di più non potrei dire, perché personalmente ho sempre avvertito una grande attrazione per l’altro sesso, perciò so bene di poter riflettere sui rapporti omosessuali soltanto in pura teoria, senza capire, in concreto, come e che cosa sono».

Qual è il ruolo della sessualità in un amore da vecchi?

«Non potrei certo negare che le reazioni fisiche, alla nostra età, non funzionino più come un tempo, e tuttavia l’erotismo è molto più ampio degli atti sessuali convenzionali, e posso testimoniare che in un amore ben stagionato continua a manifestarsi spesso con intensità. Noi viviamo frequentemente momenti che non saprei definire se non profondamente erotici».

Nel libro scrivi che l’amore coniugale non è più strano di molte altre stravaganze. Perché lo ritieni una stravaganza?

«A me sembra che tutta la nostra realtà sia trapunta di stranezze, e nella seconda parte del libro ne ho elencate parecchie. Anche nell’amore, in teoria tutto può essere spiegato razionalmente, ma questa travolgente e tenera emozione da dove viene? E poi, mi domando, perché se guardo una qualsiasi donna della nostra età non mi sento fisicamente attratto, mentre quando guardo la mia sposa, pur vedendo bene le sue sfioriture, continuo a trovarla attraente? Forse perché siamo invecchiati insieme? E non è forse una grande stranezza, questa?»

Cosa ne pensi della morale cattolica ufficiale su questo tema? Il recente sinodo sulla famiglia e Papa Francesco hanno spostato qualcosa, oppure si resta ancorati alla tradizione?

«Circa vent’anni fa ho scritto La morale coniugale scompaginata per tentare di smantellare, dalla mia posizione di sposo maturo e felice, le interpretazioni restrittive sulla Humanae Vitae che il magistero papale di allora tentava di sostenere. Da quel tempo molte cose sono cambiate, anche e soprattutto per merito dell’attuale Papa Francesco. Credo però che ci sia ancora della strada da percorrere per giungere finalmente a considerare la sessualità un’autentica grazia di Dio, e l’amore coniugale il luogo privilegiato dove poterla vivere e sviluppare in pienezza».

Forse, per costruire un grande amore c’è bisogno anche di molta fortuna, per tenere in distanza le difficoltà che affliggono la vita quotidiana…

«Noi due ci consideriamo comunque molto fortunati, ma il nostro non è affatto un amore spensierato. Intanto la mia sposa, che sovente pare abbia l’hobby di fare la cascatrice, ha i suoi guai fisici che ne limitano pesantemente l’autonomia (due fratture di femore, quattro di braccia, numerose costole, un grave distacco della retina e anche un tumore maligno allo stomaco con relativa resezione). Inoltre, in una famiglia numerosa come la nostra, tra figli, nipoti e bisnipoti, le emergenze non mancano mai. E poi c’è stata la tragedia di nostro figlio, morto a 50 anni per una malattia degenerativa dopo una lunghissima e drammatica decadenza. Qualcosa di veramente straziante.

Ma sarebbe giustificato sprecare tutto il positivo che esiste solo perché ci sono terribili tragedie? Con la mia sposa abbiamo imparato a intrecciare assieme felicità e angoscia, per vivere e condividere pienamente i dolori senza rinunciare alle gioie. Ed è così che viviamo il nostro emozionate e tenerissimo amore da vecchi».

 

Don Lorenzo Milani: la parola e la storia

19 ottobre 2017

19 ottobre 2017*

Luca Kocci

Buonasera a tutte e a tutti i partecipanti, alla parrocchia di San Saturnino e a don Marco che ci ospitano, a Nadia Neri e Sergio Tanzarella, che dopo presenterò più ampiamente.

Ci troviamo qui per confrontarci e per ricordare quella figura straordinaria di prete e maestro che è stato don Lorenzo Milani, nel cinquantesimo anniversario della sua morte (26 giugno 1967).

Ripropongo alcuni passaggi essenziali della sua vita e della sua azione pastorale e sociale, anche se molti in sala li avranno ben presenti.

Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 in una famiglia della ricca borghesia fiorentina, laica (la madre, di origine ebraica, non è praticante) e colta, che annovera al suo interno importanti intellettuali in diversi campi. A vent’anni si converte al cattolicesimo (apparentemente in maniera abbastanza improvvisa, anche se un recente libro della nipote di don Milani, Valeria Milani Comparetti, Carezzarsi con le parole. Don Milani e suo padre, Conoscenza edizioni, che indaga i rapporti con il padre, evidenzia un rapporto meno distante di quello che si pensava con la religione) e diventa prete. Un prete che da subito si sforza di vivere il Vangelo in modo radicale. Prima accanto e insieme ai giovani operai di Calenzano (borgo tessile nei pressi di Firenze), dove fa il viceparroco e avvia una scuola serale appunto per i giovani operai che non avevano possibilità di leggere, studiare…. Ci sono i primi scontri con la Curia, non per motivi dottrinali – l’ortodossia di Milani non sarà mai messa in discussione – ma politici: siamo negli anni (1948-1953) dello scontro Dc-Pci, don Milani non è comunista, anzi ne prende le distanze (aprendo però le porte ai giovani operai, anche se comunisti), ma nemmeno si allinea ciecamente e supinamente alle direttive per il voto alla Democrazia Cristiana che giungevano dalla Curia di Firenze soprattutto in occasione delle elezioni del 1953.

E così, nel dicembre 1954, viene mandato a Barbiana, un piccolo borgo, anzi un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello: una parrocchia destinata alla chiusura, dove sarebbe dovuto andare un prete da Vicchio solo per celebrare la messa domenicale, ma che viene tenuta aperta proprio per isolarvi don Milani, giovane prete di 30 anni. A Barbiana, come a Calenzano, don Milani mette in piedi una scuola, la scuola di Barbiana, per i piccoli contadini e pastori del monte Giovi. Un’esperienza dirompente, che denuncia il classismo della scuola italiana degli anni ’50 e ’60 (non c’era ancora la scuola media unica), che fornisce ai suoi allievi – bambini e adolescenti cacciati dalla scuola statale – gli strumenti culturali e critici per essere «cittadini sovrani» e che nel 1967 produrrà quel testo straordinario che è Lettera a una professoressa, stravolto da una falsa lettura sessantottina che la trasforma nel vessillo del “sei politico” – dando la stura, nei decenni successivi, alle numerose accuse a don Milani di essere uno dei responsabili dello sfacelo della scuola pubblica –, ignorando profondamente l’idea di scuola di Milani, fortemente critico nei confronti della scuola di classe di quel tempo ma sostenitore di una scuola rigorosa e austera (come era quella di Barbiana), ma per tutti e tutte.

Muore nel 1967, per un linfoma che lo dilaniava da anni. «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrive nel suo “testamento”.

Abbiamo scelto come titolo di questo incontro “Don Lorenzo Milani: la parola e la storia” perché la parola e la storia sono due possibili chiavi di lettura del ministero e dell’azione di don Milani.

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non sono, gli impoveriti, una categoria generica e astorica, ma persone concrete: «Non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio», scrive a Nadia Neri. E sono i giovani operai di Calenzano e i giovanissimi montanari del Mugello.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Passo a presentare Nadia Neri, che alla fine del 1965, quando era giovane studentessa di Filosofia a Napoli – oggi Nadia è una psicoanalista e psicoterapeuta – scrisse una lettera a don Milani. Una lettera che deve aver “bucato”, perché provoca questa straordinaria risposta di don Milani, malato e sofferente, prossimo alla morte. La leggiamo tutta, perché ne vale la pena, dal testo originale, che Nadia conserva e che mi ha donato in fotocopia, anni fa, quando la cercai e andai a trovarla

 

Barbiana, 7 gennaio 1966

Cara Nadia,

da qualche tempo ho rinunciato a rispondere alla posta e ho incaricato i ragazzi di farlo per me. Arriva troppa posta e troppe visite e io sto piuttosto male. Le forze che mi restano preferisco spenderle per i miei figlioli che per i figlioli degli altri. Oggi però la Carla (14 anni), arrivata alla tua lettera e dopo averti risposto lei con la lettera che ti accludo, mi ha avvertito che ti meriteresti una risposta migliore.

Ti dispiacerà che io faccia leggere la posta ai ragazzi, ma dovresti pensare che a loro fa bene. Sono poveri figlioli di montagna dai 12 ai 16 anni. E poi te l’ho già detto, io vivo per loro, tutti gli altri son solo strumenti per far funzionare la nostra scuola. Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola.

So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.

Nei partiti di sinistra bisogna militare solo perché è un dovere, ma le persone istruite non ci devono stare. Li hanno appestati. I poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d’espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere.

E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio.

Naturalmente bisogna fare ben altro di quel che fa la scuola di Stato con le sue 600 ore scarse. E allora chi non può fare come me deve fare solo doposcuola il pomeriggio, le domeniche e l’estate e portare i figli dei poveri al pieno tempo come l’hanno i figli dei ricchi.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono  se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene.Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quel che volevo dirti.

Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi, tuo

Lorenzo Milani

 

A Nadia chiedo due cose: di raccontarci la vicenda di questa lettera e di parlarci della lettera ai cappellani militari e della lettera ai giudici di don Milani, che sono poi il motivo che la spinsero a scrivere a un prete lontano, che nemmeno conosceva

Ricordo la vicenda: nel febbraio 1965 un gruppo di cappellani militari in congedo della Toscana attacca gli obiettori di coscienza al servizio militare («I cappellani militari in congedo della regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che,estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»; don Milani legge sulla Nazione di Firenze il comunicato – a Barbiana si leggeva tutti i giorni il quotidiano – e risponde ai cappellani militari; la sua lettera viene pubblicata da Rinascita, periodico del Pci; un gruppo di ex combattenti denuncia Milani, che viene processato; non può andare al processo, perché malato, ma scrive una lettera di “autodifesa” ai giudici; assolto in primo grado, condannato in secondo, se non fosse morto prima; questi testi sono raccolti e pubblicati da Sergio Tanzarella in un libro edito dal Pozzo di Giacobbe che è disponibile in sala)

 

Sergio Tanzarella, docente alla Gregoriana di Roma e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, lettore e studioso di Milani da 30 anni,  è uno dei quattro curatori dei due volumi editi da Mondadori, nella collana dei Meridiani, di Tutte le opere di Lorenzo Milani, in particolare della Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, e del secondo volume, insieme ad Anna Carfora, che contiene l’intero epistolario di don Milani: 1.100 lettere, di cui circa cento, per la prima volta messo insieme e su cui è stata compiuta un’opera di “restauro” filologico, oltre che critico, per riportare alla loro versione originaria testi che negli anni sono stati pubblicati in maniera incompleta, frammentaria, lacunosa, quando non volutamente manipolata.

Ringraziamo Sergio per il suo lavoro, che ci consente di leggere don Milani in maniera corretta ed integrale, perché molti, anche in tempi recenti, parlano di Milani senza averlo letto: la lettura sessantottina di Lettera a una professoressa, la prima mistificazione; l’ultima quella di Walter Siti che scrive un romanzo in cui si narra la storia di un prete pedofilo (Bruciare tutto) e lo dedica a don Milani («All’ombra ferita e forte di don Milani»), adombrando la presunta omosessualità – o peggio pedofilia – di Milani sulla base di alcune frasi estrapolate dalle lettere («che se un rischio corre per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!»). Operazione furbesca o cialtronesca che sia, rivela l’ignoranza del lessico e del linguaggio paradossale e urticante di don Milani, per attribuirgli un significato letterale (come Siti confessa poi a Repubblica: «Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio»): una colpa grave che denota o profonda ignoranza – nel senso che ignora lo stile linguistico dell’autore – o malafede mercantile.

*Introduzione all’incontro su don Lorenzo Milani, 19 ottobre alla parrocchia di San Saturnino martire a Roma con Nadia Neri. Audio completo (Nadia Neri dal minuto 18, Sergio Tanzarella dal minuto 40): http://www.mediafire.com/file/hhsw95g55a30649/171019_roma_dmilani_lapatolaelastoria.MP3

 

Il papa sbarca sul quotidiano comunista: “il manifesto” pubblica i discorsi ai movimenti popolari

15 ottobre 2017

“Adista”
n. 35, 14 ottobre 2017

Luca Kocci

I tre Incontri mondiali dei movimenti popolari con papa Francesco (del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016) diventano un libro appena pubblicato da Ponte alle Grazie (Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore di Adista, pp. 176, euro 12) e che dal 5 ottobre, per due settimane, esce in abbinamento con il manifesto.

A spiegare il senso dell’operazione – che ha creato più scompiglio a sinistra, fra i lettori del manifesto, che a destra – è Luciana Castellina, fra i fondatori del «quotidiano comunista». «Le parole del papa veicolate da il manifesto: uno scandalo? Saranno in molti a gridarlo», scriveva il giorno prima dell’uscita del libro. «Rivoluzione in Vaticano, dunque (e al manifesto)? No, ma per la Chiesa certamente una discontinuità forte, pratica e teorica. Il comunismo non c’entra ma il focus significante delle parole del papa ha certo a che fare con i movimenti rivoluzionari: per via dell’insistente richiamo alla soggettività, al protagonismo delle vittime, che debbono prendere la parola e non solo subìre». Quindi, prosegue Castellina – che richiama il Concilio Vaticano II («una straordinaria porta spalancata su un pensiero cristiano fino ad allora per i più inimmaginabile. Colpì anche noi comunisti che del Vaticano, e non senza ragioni, eravamo abituati a sospettare») e la Teologia della liberazione –, «se il manifesto veicola i discorsi di papa Francesco, non è per ospitalità, o per  strumentale ammiccamento. È perché questo suo messaggio lo sentiamo nostro. Utile anche ai nostri lettori». E Norma Rangeri, direttrice del manifesto, intervistata (5/10) dal quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire: «A noi spiazzare piace. Nasciamo con questo spirito, per la nostra critica ai regimi dell’Est che ci portò fuori dal Pci. Questi tre discorsi ci sono parsi quasi come un’enciclica, una nuova Rerum Novarum, riguardo al rapporto fra etica e politica». «Con questo – prosegue – non è che vogliamo “sposare” la Chiesa, ci sono ancora tanti aspetti che ci dividono, sul piano dei diritti civili, della morale».

Che quei tre incontri – di cui Adista ha dato ampio conto (v. Adista Notizie nn. 38 e 39/14 e Adista Documenti n. 40/14; Adista Notizie n. 26/15;  Adista Notizie n. 40/16; Adista Documenti n. 41/16 ) – siano stati particolarmente significativi è un dato di fatto. I rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali riconducibili alla vasta area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle fabbriche recuperate, dall’Alleanza globale dei riciclatori a Via Campesina, dai metallurgici della United Steelworkers al Centro sociale Leoncavallo – hanno oltrepassato le mura leonine e si sono ritrovati nel cuore del Vaticano (nell’aula vecchia del Sinodo la prima volta e nell’aula Paolo VI la terza) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da papa Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro). «Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», furono i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito.

Come talvolta succede, la verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Francesco che con essi – insieme anche alla esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e all’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa cattolica, valorizzando soprattutto il protagonismo dei movimenti popolari; ma non hanno costituito la fondazione di una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della Liberazione, che anzi ha contribuito a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

A questo scopo, il volume pubblicato da Ponte alle Grazie è di grande utilità. Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti popolari (contestualizzati e analizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, i grandi nodi del lavoro, della casa, della pace e dei cambiamenti climatici il primo, la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, le migrazioni, la politica, con un forte appello ai movimenti popolari a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

Con questi incontri è stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de Trabajadores de la Economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp (Encuentro mundial de movimientos populares), insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem Terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, ad agosto 2016 diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa, in un’ottica di “affrancamento” da parte dei movimeni) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata nella postfazione, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

Terra, casa, lavoro. Un progetto politico con al centro gli esclusi

5 ottobre 2017

“il manifesto”
5 ottobre 2017

Luca Kocci

I futuri storici della Chiesa e del papato, ma forse anche quelli della società, non potranno ignorare le date del 27-29 ottobre 2014, 7-9 luglio 2015 e 2-5 novembre 2016, quando, convocati da papa Francesco, si sono svolti i tre Incontri mondiali dei movimenti popolari (Emmp, Encuentro mundial de movimientos populares).

Rappresentanti di centinaia di organizzazioni, sindacati e movimenti di base di tutto il mondo, la maggior parte dei quali dell’area della sinistra – dai Sem terra del Brasile agli operai delle “fabbriche recuperate”, da Via Campesina ai metallurgici della United Steelworkers, fino al Centro sociale Leoncavallo – hanno varcato le mura leonine e si sono ritrovati in Vaticano (primo e terzo incontro) e a Santa Cruz de la Sierra (durante il viaggio del papa in Bolivia nel luglio 2015) per discutere, confrontarsi ed elaborare linee comuni di azione a partire da tre parole chiave lanciate e declinate da Francesco, le 3T di Tierra, Techo, Trabajo (Terra, Casa, Lavoro).

«Folclore», appuntamenti eversivi promossi dal «papa comunista», i commenti della stampa di destra. Generale silenzio da parte dei media filo-Francescani, attenti a non spingersi al di là del recinto dell’ordine sociale costituito. La verità sta nel mezzo: gli incontri sono stati capitoli importanti del pontificato di Bergoglio che con essi – e con l’esortazione apostolica “programmatica” Evangelii gaudium e l’enciclica socio-ambientale Laudato si’ – ha aggiornato la Dottrina sociale della Chiesa, valorizzando il protagonismo dei movimenti popolari; ma non è nata una sorta di “internazionale vatican-socialista”, come i detrattori, da destra, vorrebbero avvalorare, anche perché il papa resta il pontefice romano non un «bolscevico in tonaca bianca» e nemmeno un teologo della liberazione, che anzi ha collaborato a ricondurre all’ovile della più rassicurante e interclassista Teologia del popolo; né possono essere sbrigativamente ridotti a «colore». Vanno invece analizzati, anche per capire in che direzione sta andando la Chiesa cattolica.

È allora di grande utilità il volume, “firmato” papa Francesco, Terra, Casa, Lavoro. Discorsi ai movimenti popolari (prefazione di Gianni La Bella, a cura di Alessandro Santagata, collaboratore del nostro giornale), edito da Ponte alle Grazie (pp. 176, euro 12), da oggi, e per due settimane, in abbinamento con il manifesto (10 euro + il prezzo del quotidiano). Il libro raccoglie i tre discorsi di papa Francesco ai movimenti (contestualizzati da un’ampia postfazione di Santagata) che seguono il filo rosso delle 3T: la diseguaglianza e l’esclusione sociale, la pace e i cambiamenti climatici il primo; la sovranità alimentare, la democratizzazione della terra, il lavoro e la casa come diritti umani fondamentali il secondo; i muri, le migrazioni e la politica, con un forte appello a fare politica «senza lasciarsi imbrigliare» e «senza lasciarsi corrompere».

È stato possibile «portare nel cuore del Vaticano, da protagoniste, le organizzazioni dei poveri che non si rassegnano alla vita miserabile imposta loro da questo sistema», spiega in un’intervista inedita contenuta nel libro Juan Grabois, componente della direzione nazionale della argentina Confederación de trabajadores de la economía popular nonché uno dei registi dell’Emmp, insieme a Joao Pedro Stédile, leader del Movimento Sem terra del Brasile, e, per parte vaticana, al card. Peter Turkson, presidente del Pontificio consiglio della giustizia e della pace, poi diventato Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. «Obiettivo dell’Emmp – prosegue Grabois – è stato offrire uno spazio di fratellanza alle organizzazioni di base dei cinque continenti, un luogo in cui i movimenti avrebbero potuto costruire una piattaforma per fare in modo che gli esclusi siano protagonisti dei processi di cambiamento» e poi, nei successivi incontri, «promuovere l’organizzazione comunitaria degli esclusi per costruire dal basso l’alternativa umana a una globalizzazione emarginatrice che aggredisce persino il diritto inviolabile alla terra, alla casa e la lavoro».

Dopo tre incontri, che fare? La domanda resta aperta. Il rischio, inevitabile, è che anche l’Emmp, se continuerà (a marzo è in programma un nuovo incontro, a Caracas, senza il papa) si trasformi in una sorta di “liturgia” ripetitiva, generica e sterile. Da parte di Francesco è il tentativo, nota Santagata, di «spostare il centro della missione evangelizzatrice sulla questione sociale» e «di impegnare la più grande e strutturata organizzazione religiosa del mondo in un progetto politico che si propone di incidere in alcune vertenze specifiche», come l’acqua pubblica, il reddito, il diritto alla casa. Resterà da vedere se la Chiesa cattolica si incamminerà su questa strada.

Lorenzo Milani, Tutte le opere

25 settembre 2017

25 settembre 2017*

Luca Kocci

Buonasera a tutte e a tutti i partecipanti e i relatori, che dopo presenterò singolarmente.

Ci troviamo qui, nel cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani (26 giugno 1967), per presentare un’opera importante: i due volumi editi da Mondadori, nella collana dei Meridiani, di Tutte le opere di Lorenzo Milani.

Dichiarata «di interesse nazionale» dal ministero per i Beni Culturali, l’opera è il frutto della collaborazione tra la Fondazione per le Scienze Religiose “Giovanni XXIII” di Bologna (fondata negli anni ’50 da Giuseppe Dossetti, quando lasciò la politica attiva per abbracciare la vita religiosa, per diversi decenni guidata da Giuseppe Alberigo e ora diretta da Alberto Melloni, che è anche il direttore dell’opera che presentiamo oggi) e l’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro” (diretto da Sergio Tanzarella), ente di ricerca della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, retta dai gesuiti. Sottolineo l’importanza di questa presenza perché proprio i gesuiti, con una stroncatura della prima opera di don Milani, Esperienze pastorali, pubblicata da Civiltà cattolica, diedero l’avvio a quel processo che poi portò il Sant’Uffizio a disporre il ritiro dal commercio di Esperienze pastorali perché giudicato «inopportuno». Quindi si può leggere questa partecipazione anche come un risarcimento post mortem nei confronti di don Milani, che di risarcimenti ne ha avuti anche molti altri, tutti rigorosamente postumi, soprattutto negli ultimi anni, fino alla visita di papa Francesco a Barbiana (e a Bozzolo) lo scorso 20 giugno.

L’opera omnia di don Milani edita da Mondadori è stata curata da Federico Ruozzi (ricercatore della fondazione bolognese), Valentina Oldano (università di Genova, scomparsa improvvisamente questa estate, a 35 anni: diranno qualcosa altri dopo di me) e da Anna Carfora e Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica di Napoli. Raccoglie tutti gli scritti di don Milani al momento disponibili (all’appello mancano sicuramente molte lettere private, di difficile reperibilità o non messe a diposizione da chi le possiede), criticamente presentati e annotati e – le lettere – riportate nella loro integrità testuale.

Il primo volume comprende le opere “pubbliche” di Milani, curate da Ruozzi: Esperienze Pastorali, l’unico volume interamente scritto e firmato da don Milani, ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio perché ritenuto «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede; il cosiddetto Catechismo, le lezioni di catechismo «secondo uno schema storico» di don Milani, poi accantonate dalla stesso autore e pubblicate postume in un volumetto della Libreria editrice fiorentina curato da Michele Gesualdi, ex allievo di Barbiana; e altri scritti sparsi (articoli di giornale, conferenze, ecc.). Poi le opere più note: Lettera a una professoressa (in realtà firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva con gli allievi della scuola), curata da Oldano; Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, entrambe curate da Tanzarella, relative alla vicenda della difesa degli obiettori di coscienza insultati dai cappellani militari della Toscana e del processo da cui Milani fu assolto in primo grado (ma sarebbe stato condannato in secondo grado, come accadde a Luca Pavolini, il 28 ottobre 1967, fra un mese, se non fosse morto quattro mesi prima).

Il secondo volume, interamente curato da Carfora e Tanzarella, è sicuramente quello più interessante e originale, perché contiene l’intero epistolario di don Milani: 1.100 lettere, di cui circa cento, per la prima volta messo insieme e su cui è stata compiuta un’opera di “restauro” filologico, oltre che critico, per riportare alla loro versione originaria testi che negli anni sono stati pubblicati in maniera incompleta, frammentaria, lacunosa, quando non volutamente manipolata. Ma di questo parleranno in particolare i due curatori.

Per quale motivo ritengo questa opera particolarmente importante e significativa?

Perché raccoglie in un unico volume l’intera produzione di un gigante del ‘900 – prete, educatore, scrittore (come notarono, fra gli altri, Pasolini e Tullio De mauro), profeta e anticipatore di numerosi temi, nella Chiesa e nella società – fino ad ora dispersa e pubblicata spesso con grande approssimazione (tagli, manipolazioni ecc.), tranne per le tre opere più note (Esperienze pastorali, Lettera a una professoressa e le lettere ai cappellani militari e ai giudici, per anni diffuse con il titolo fuorviante della “obbedienza non è più una virtù”, mentre quello di Milani era un invito ad obbedire alla propria coscienza).

E perché, dando la possibilità di leggere Milani nella sua integrità ed interezza, forse potrà riuscire a metterlo al riparo da ulteriori manipolazioni e letture fuorvianti e strumentali che si sono moltiplicate negli anni, da parte di molti che hanno parlato e scritto di Milani, senza conoscerlo a fondo, probabilmente perché non lo avevano letto a fondo. Qualche esempio:

La lettura sessantottina di Lettera a una professoressa trasformata nel vessillo del “sei politico”, che nei decenni successivi ha dato la stura alle numerose accuse a don Milani responsabile dello sfacelo della scuola pubblica. Una lettura che ignorava profondamente l’idea di scuola di Milani, fortemente critico nei confronti della scuola di classe degli anni ’50 e ’60 ma sostenitore non del “sei politico” bensì di una scuola rigorosa e austera, come era quella di Barbiana

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, prefazione di Roberta De Monticelli, Milano, Chiarelettere, 2011.

Il titolo del libro riprende un’espressione di don Milani ricordata da Roberto Saviano, durante la manifestazione «Dimettiti» organizzata da Libertà e Giustizia al Palasharp di Milano il 5 febbraio 2011, per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Poi ripresa anche da Massimo Cacciari e addirittura dal card. Gianfranco Ravasi. Peccato che la frase non è di don Milani, ma di don Mazzolari. «È davvero tempo di rileggere don Milani», scriveva la filosofa Roberta De Monticelli nella prefazione: forse sarebbe il caso di leggerlo, non di rileggerlo

Walter Siti scrive un romanzo in cui si narra la storia di un prete pedofilo (Bruciare tutto) e lo dedica a don Milani («All’ombra ferita e forte di don Milani»), adombrando la presunta omosessualità – o peggio pedofilia – di Milani sulla base di alcune frasi estrapolate dalle lettere («che se un rischio corre per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!…e poi chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso»). Operazione furbesca o cialtronesca che sia, rivela l’ignoranza del lessico e del linguaggio paradossale e urticante di don Milani, per attribuirgli un significato letterale (come Siti confessa a Repubblica: «Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio»): una colpa grave che denota o profonda ignoranza – nel senso che ignora lo stile linguistico dell’autore – o malafede mercantile. delle due l’una!

Peggio di lui ha fatto Silvia Ronchey che sul Corriere ha scritto di una «non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta»: innanzitutto non c’è nessuna fonte che possa accreditare la «non celata omosessualità» (se è «non celata» significa che è manifesta, e se è manifesta ci devono necessariamente essere fonti evidenti che lo attestino, ma queste fonti non esistono); inoltre Milani dal 1930 al 1941 (e poi, sebbene in maniera non continuativa, fino al 1943) non ha vissuto a Firenze ma a Milano, circostanza che priva di qualsiasi fondamento l’affermazione

Piccoli esempi che dimostrano come Milani sia stato equivocato e strumentalizzato, anche perché poco letto nella sua interezza. Una lacuna che adesso questi volumi possono colmare, poi ciascuno formularà un giudizio, ma a partire dai testi.

*Introduzione alla presentazione, il 25 settembre alla biblioteca del Senato di:
Lorenzo Milani, Tutte le opere, a cura di A. Carfora, V. Oldano, F. Ruozzi, S. Tanzarella
(volumi I-II, pagine 2.946, Mondadori, Milano 2017)

 

Don Milani e suo padre. Un libro ricostruisce un rapporto finora sconosciuto

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

C’è un’area poco illuminata nella vita di don Lorenzo Milani, di cui il 26 giugno ricorrono i cinquanta anni dalla morte: l’infanzia e l’adolescenza in famiglia e, in particolare, il rapporto con suo padre, Albano.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Colma ora questa lacuna Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco nota della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Nato nel 1885, laureato in chimica, a causa della morte prematura dei genitori, Albano si dedica ad amministrare il cospicuo patrimonio familiare, tra cui la tenuta di Gigliola a Montespertoli (Fi), dove Lorenzo Milani trascorre parte della sua infanzia. Ma è anche uomo di profonda cultura: conosce varie lingue straniere (traduce Il processo e Il castello di Kafka quando ancora non sono arrivati in Italia), compone poesie in latino (fra cui una dedicata alla vestizione del figlio: Filio suo tunicam accipienti, A suo figlio che riceve l’abito sacerdotale), disegna, approfondisce lo studio della storia e delle religioni. Nelle lettere inviate da Albano alla moglie Alice dal 4 luglio al 4 agosto 1944, durante l’occupazione tedesca e il passaggio del fronte in Toscana, si apprendono particolari inediti della vita di don Milani che per aiutare il padre fa la spola tra il seminario, a Firenze, e la tenuta di Gigliola, occupata dai tedeschi, dove si salva per un soffio da una cannonata che aveva colpito la sua stanza.

«Quello di Valeria Milani Comparetti – ha spiegato Sergio Tanzarella, uno dei quattro curatori dell’Opera Omnia  di don Milani appena pubblicata nella collana dei Meridiani Mondadori (v. Adista Notizie n. 17/17), durante la presentazione romana del libro, lo scorso 13 giugno – non è un libro celebrativo, non è un album dei ricordi di famiglia, ma è un attento recupero di fonti preziose, sottoposte ad un rigoroso vaglio critico, che getta nuova luce sulle relazioni fra don Milani e suo padre, finora restate in ombra, tanto da far ritenere molti che fossero pressoché inesistenti».

Fra i tanti elementi che emergono nel rapporto fra don Milani e suo padre ne segnaliamo due: la religiosità (e quindi, indirettamente, la conversione di Lorenzo Milani) e la “fede” nella parola e nella lingua, che non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete, ma è una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, grazie soprattutto al padre.

Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

Ora viene invece svelato il ruolo del padre, non l’artefice ma sicuramente una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

L’altro aspetto, che sarà fondamentale nell’azione pastorale e sociale di don Milani, è la parola. La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Le biografie hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista. Ma anche l’educazione e la passione linguistica di Milani devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina, gioca con i figli proponendo quiz sulle etimologie delle parole ed è solito condividere in famiglia e con gli amici i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti. Non è ancora l’anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa, ma gli indizi originari di una prassi, quella di far leggere i propri testi ai ragazzi della scuola e ad alcune persone fidate, regolarmente usata da don Milani .

«Con il linguaggio quindi – scrive Valeria Milani Comparetti – nella famiglia del futuro don Milani si gioca insieme per capire e costruire il mondo così come per socializzare. Ma si dimostra anche all’altro il proprio attaccamento e il proprio affetto, il proprio riconoscimento e responsabilità, la propria attenzione e fiducia. Ci si fanno quindi le carezze, si sostituiscono le difficili carezze fisiche – per i coniugi Milani Comparetti non contemplate nei compiti genitoriali – con questo gioco che dà piacere e che viene ad assumere un  valore molto più alto di quello che generalmente si dà in altre famiglie». Un “gioco” che poi don Milani rende prassi pastorale ed azione sociale in tutta la sua vita di maestro e di prete fra i giovani operai di Calenzano e i piccoli contadini e montanari di Barbiana, dove si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali».

 

“L’uomo che disse di no a Hitler”. Un libro su Josef Mayr-Nusser, obiettore di coscienza al nazismo

27 maggio 2017

“Adista”
n. 20, 27 maggio 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: il lager, a Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

È stato questo il motivo per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si è arenato: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione in odium fidei (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser. Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di p. Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei? Fino a luglio 2016 quando, dopo otto anni in cui era rimasto fermo in Vaticano, il processo si sblocca e Mayr-Nusser viene beatificato e riconosciuto martire, lo scorso 18 marzo (v. Adista Segni Nuovi n. 13/17).

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, che ha raccontato la sua vita in un volume appena pubblicato dalla casa editrice Il Margine di Trento (L’uomo che disse no a Hitler, pp. 192, 15€). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Andreas Hofer Bund, cellula di resistenza al nazifascismo attiva sulla direttrice del Brennero.

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.