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Don Lorenzo Milani: la parola e la storia

19 ottobre 2017

19 ottobre 2017

Buonasera a tutte e a tutti i partecipanti, alla parrocchia di San Saturnino e a don Marco che ci ospitano, a Nadia Neri e Sergio Tanzarella, che dopo presenterò più ampiamente.

Ci troviamo qui per confrontarci e per ricordare quella figura straordinaria di prete e maestro che è stato don Lorenzo Milani, nel cinquantesimo anniversario della sua morte (26 giugno 1967).

 

Ripropongo alcuni passaggi essenziali della sua vita e della sua azione pastorale e sociale, anche se molti in sala li avranno ben presenti.

Lorenzo Milani nasce a Firenze nel 1923 in una famiglia della ricca borghesia fiorentina, laica (la madre, di origine ebraica, non è praticante) e colta, che annovera al suo interno importanti intellettuali in diversi campi. A vent’anni si converte al cattolicesimo (apparentemente in maniera abbastanza improvvisa, anche se un recente libro della nipote di don Milani, Valeria Milani Comparetti, Carezzarsi con le parole. Don Milani e suo padre, Conoscenza edizioni, che indaga i rapporti con il padre, evidenzia un rapporto meno distante di quello che si pensava con la religione) e diventa prete. Un prete che da subito si sforza di vivere il Vangelo in modo radicale. Prima accanto e insieme ai giovani operai di Calenzano (borgo tessile nei pressi di Firenze), dove fa il viceparroco e avvia una scuola serale appunto per i giovani operai che non avevano possibilità di leggere, studiare…. Ci sono i primi scontri con la Curia, non per motivi dottrinali – l’ortodossia di Milani non sarà mai messa in discussione – ma politici: siamo negli anni (1948-1953) dello scontro Dc-Pci, don Milani non è comunista, anzi ne prende le distanze (aprendo però le porte ai giovani operai, anche se comunisti), ma nemmeno si allinea ciecamente e supinamente alle direttive per il voto alla Democrazia Cristiana che giungevano dalla Curia di Firenze soprattutto in occasione delle elezioni del 1953.

E così, nel dicembre 1954, viene mandato a Barbiana, un piccolo borgo, anzi un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello: una parrocchia destinata alla chiusura, dove sarebbe dovuto andare un prete da Vicchio solo per celebrare la messa domenicale, ma che viene tenuta aperta proprio per isolarvi don Milani, giovane prete di 30 anni. A Barbiana, come a Calenzano, don Milani mette in piedi una scuola, la scuola di Barbiana, per i piccoli contadini e pastori del monte Giovi. Un’esperienza dirompente, che denuncia il classismo della scuola italiana degli anni ’50 e ’60 (non c’era ancora la scuola media unica), che fornisce ai suoi allievi – bambini e adolescenti cacciati dalla scuola statale – gli strumenti culturali e critici per essere «cittadini sovrani» e che nel 1967 produrrà quel testo straordinario che è Lettera a una professoressa, stravolto da una falsa lettura sessantottina che la trasforma nel vessillo del “sei politico” – dando la stura, nei decenni successivi, alle numerose accuse a don Milani di essere uno dei responsabili dello sfacelo della scuola pubblica –, ignorando profondamente l’idea di scuola di Milani, fortemente critico nei confronti della scuola di classe di quel tempo ma sostenitore di una scuola rigorosa e austera (come era quella di Barbiana), ma per tutti e tutte.

Muore nel 1967, per un linfoma che lo dilaniava da anni. «Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi, ho voluto più bene a voi che a Dio. Ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto», scrive nel suo “testamento”.

 

Abbiamo scelto come titolo di questo incontro “Don Lorenzo Milani: la parola e la storia” perché la parola e la storia sono due possibili chiavi di lettura del ministero e dell’azione di don Milani.

 

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non sono, gli impoveriti, una categoria generica e astorica, ma persone concrete: «Non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio», scrive a Nadia Neri. E sono i giovani operai di Calenzano e i giovanissimi montanari del Mugello.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

 

Passo a presentare Nadia Neri, che alla fine del 1965, quando era giovane studentessa di Filosofia a Napoli – oggi Nadia è una psicoanalista e psicoterapeuta – scrisse una lettera a don Milani. Una lettera che deve aver “bucato”, perché provoca questa straordinaria risposta di don Milani, malato e sofferente, prossimo alla morte. La leggiamo tutta, perché ne vale la pena, dal testo originale, che Nadia conserva e che mi ha donato in fotocopia, anni fa, quando la cercai e andai a trovarla

 

Barbiana, 7 gennaio 1966

Cara Nadia,

da qualche tempo ho rinunciato a rispondere alla posta e ho incaricato i ragazzi di farlo per me. Arriva troppa posta e troppe visite e io sto piuttosto male. Le forze che mi restano preferisco spenderle per i miei figlioli che per i figlioli degli altri. Oggi però la Carla (14 anni), arrivata alla tua lettera e dopo averti risposto lei con la lettera che ti accludo, mi ha avvertito che ti meriteresti una risposta migliore.

Ti dispiacerà che io faccia leggere la posta ai ragazzi, ma dovresti pensare che a loro fa bene. Sono poveri figlioli di montagna dai 12 ai 16 anni. E poi te l’ho già detto, io vivo per loro, tutti gli altri son solo strumenti per far funzionare la nostra scuola. Anche le lettere ai cappellani e ai giudici son episodi della nostra vita e servono solo per insegnare ai ragazzi l’arte dello scrivere cioè di esprimersi cioè di amare il prossimo, cioè di far scuola.

So che a voi studenti queste parole fanno rabbia, che vorreste ch’io fossi un uomo pubblico a disposizione di tutti, ma forse è proprio qui la risposta alla domanda che mi fai. Non si può amare tutti gli uomini. Si può amare una classe sola (e questo l’hai capito anche te). Ma non si può nemmeno amare tutta una classe sociale se non potenzialmente. Di fatto si può amare solo un numero di persone limitato, forse qualche decina forse qualche centinaio. E siccome l’esperienza ci dice che all’uomo è possibile solo questo, mi pare evidente che Dio non ci chiede di più.

Nei partiti di sinistra bisogna militare solo perché è un dovere, ma le persone istruite non ci devono stare. Li hanno appestati. I poveri non hanno bisogno dei signori. I signori ai poveri possono dare una cosa sola: la lingua cioè il mezzo d’espressione. Lo sanno da sé i poveri cosa dovranno scrivere quando sapranno scrivere.

E allora se vuoi trovare Dio e i poveri bisogna fermarsi in un posto e smettere di leggere e di studiare e occuparsi solo di far scuola ai ragazzi della età dell’obbligo e non un anno di più, oppure agli adulti, ma non un parola di più dell’eguaglianza e l’eguaglianza in questo momento dev’essere sulla III media. Tutto il di più è privilegio.

Naturalmente bisogna fare ben altro di quel che fa la scuola di Stato con le sue 600 ore scarse. E allora chi non può fare come me deve fare solo doposcuola il pomeriggio, le domeniche e l’estate e portare i figli dei poveri al pieno tempo come l’hanno i figli dei ricchi.

Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio. Ti toccherà trovarlo per forza perché non si può far scuola senza una fede sicura. È una promessa del Signore contenuta nella parabola delle pecorelle, nella meraviglia di coloro che scoprono  se stessi dopo morti amici e benefattori del Signore senza averlo nemmeno conosciuto. «Quello che avete fatto a questi piccoli ecc.». È inutile che tu ti bachi il cervello alla ricerca di Dio o non Dio. Ai partiti di sinistra dagli soltanto il voto, ai poveri scuola subito prima d’esser pronta, prima d’esser matura, prima d’esser laureata, prima d’esser fidanzata o sposata, prima d’esser credente. Ti ritroverai credente senza nemmeno accorgertene.Ora son troppo malconcio per rileggere questa lettera, chissà se ti avrò spiegato bene quel che volevo dirti.

Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi, tuo

Lorenzo Milani

 

A Nadia chiedo due cose: di raccontarci la vicenda di questa lettera e di parlarci della lettera ai cappellani militari e della lettera ai giudici di don Milani, che sono poi il motivo che la spinsero a scrivere a un prete lontano, che nemmeno conosceva

Ricordo la vicenda: nel febbraio 1965 un gruppo di cappellani militari in congedo della Toscana attacca gli obiettori di coscienza al servizio militare («I cappellani militari in congedo della regione Toscana, nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che,estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà»; don Milani legge sulla Nazione di Firenze il comunicato – a Barbiana si leggeva tutti i giorni il quotidiano – e risponde ai cappellani militari; la sua lettera viene pubblicata da Rinascita, periodico del Pci; un gruppo di ex combattenti denuncia Milani, che viene processato; non può andare al processo, perché malato, ma scrive una lettera di “autodifesa” ai giudici; assolto in primo grado, condannato in secondo, se non fosse morto prima; questi testi sono raccolti e pubblicati da Sergio Tanzarella in un libro edito dal Pozzo di Giacobbe che è disponibile in sala)

 

 

Sergio Tanzarella, docente alla Gregoriana di Roma e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, lettore e studioso di Milani da 30 anni,  è uno dei quattro curatori dei due volumi editi da Mondadori, nella collana dei Meridiani, di Tutte le opere di Lorenzo Milani, in particolare della Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, e del secondo volume, insieme ad Anna Carfora, che contiene l’intero epistolario di don Milani: 1.100 lettere, di cui circa cento, per la prima volta messo insieme e su cui è stata compiuta un’opera di “restauro” filologico, oltre che critico, per riportare alla loro versione originaria testi che negli anni sono stati pubblicati in maniera incompleta, frammentaria, lacunosa, quando non volutamente manipolata.

Intervento libero. Ringraziandolo per il suo lavoro, che ci consente di leggere don Milani in maniera corretta ed integrale, perché molti, anche in tempi recenti, parlano di Milani senza averlo letto: la lettura sessantottina di Lettera a una professoressa, la prima mistificazione; l’ultima quella di Walter Siti che scrive un romanzo in cui si narra la storia di un prete pedofilo (Bruciare tutto) e lo dedica a don Milani («All’ombra ferita e forte di don Milani»), adombrando la presunta omosessualità – o peggio pedofilia – di Milani sulla base di alcune frasi estrapolate dalle lettere («che se un rischio corre per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!»). Operazione furbesca o cialtronesca che sia, rivela l’ignoranza del lessico e del linguaggio paradossale e urticante di don Milani, per attribuirgli un significato letterale (come Siti confessa poi a Repubblica: «Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio»): una colpa grave che denota o profonda ignoranza – nel senso che ignora lo stile linguistico dell’autore – o malafede mercantile.

[audio completo dell’incontro del 19 ottobre alla parrocchia di San Saturnino martire a Roma con Nadia Neri (dal minuto 18) e Sergio Tanzarella (dal minuto 40):
http://www.mediafire.com/file/hhsw95g55a30649/171019_roma_dmilani_lapatolaelastoria.MP3%5D

 

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Lorenzo Milani, Tutte le opere

25 settembre 2017

25 settembre 2017

Luca Kocci

Buonasera a tutte e a tutti i partecipanti e i relatori, che dopo presenterò singolarmente.

Ci troviamo qui, nel cinquantesimo anniversario della morte di don Lorenzo Milani (26 giugno 1967), per presentare un’opera importante: i due volumi editi da Mondadori, nella collana dei Meridiani, di Tutte le opere di Lorenzo Milani.

Dichiarata «di interesse nazionale» dal ministero per i Beni Culturali, l’opera è il frutto della collaborazione tra la Fondazione per le Scienze Religiose “Giovanni XXIII” di Bologna (fondata negli anni ’50 da Giuseppe Dossetti, quando lasciò la politica attiva per abbracciare la vita religiosa, per diversi decenni guidata da Giuseppe Alberigo e ora diretta da Alberto Melloni, che è anche il direttore dell’opera che presentiamo oggi) e l’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro” (diretto da Sergio Tanzarella), ente di ricerca della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, retta dai gesuiti. Sottolineo l’importanza di questa presenza perché proprio i gesuiti, con una stroncatura della prima opera di don Milani, Esperienze pastorali, pubblicata da Civiltà cattolica, diedero l’avvio a quel processo che poi portò il Sant’Uffizio a disporre il ritiro dal commercio di Esperienze pastorali perché giudicato «inopportuno». Quindi si può leggere questa partecipazione anche come un risarcimento post mortem nei confronti di don Milani, che di risarcimenti ne ha avuti anche molti altri, tutti rigorosamente postumi, soprattutto negli ultimi anni, fino alla visita di papa Francesco a Barbiana (e a Bozzolo) lo scorso 20 giugno.

L’opera omnia di don Milani edita da Mondadori è stata curata da Federico Ruozzi (ricercatore della fondazione bolognese), Valentina Oldano (università di Genova, scomparsa improvvisamente questa estate, a 35 anni: diranno qualcosa altri dopo di me) e da Anna Carfora e Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica di Napoli. Raccoglie tutti gli scritti di don Milani al momento disponibili (all’appello mancano sicuramente molte lettere private, di difficile reperibilità o non messe a diposizione da chi le possiede), criticamente presentati e annotati e – le lettere – riportate nella loro integrità testuale.

Il primo volume comprende le opere “pubbliche” di Milani, curate da Ruozzi: Esperienze Pastorali, l’unico volume interamente scritto e firmato da don Milani, ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio perché ritenuto «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede; il cosiddetto Catechismo, le lezioni di catechismo «secondo uno schema storico» di don Milani, poi accantonate dalla stesso autore e pubblicate postume in un volumetto della Libreria editrice fiorentina curato da Michele Gesualdi, ex allievo di Barbiana; e altri scritti sparsi (articoli di giornale, conferenze, ecc.). Poi le opere più note: Lettera a una professoressa (in realtà firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva con gli allievi della scuola), curata da Oldano; Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, entrambe curate da Tanzarella, relative alla vicenda della difesa degli obiettori di coscienza insultati dai cappellani militari della Toscana e del processo da cui Milani fu assolto in primo grado (ma sarebbe stato condannato in secondo grado, come accadde a Luca Pavolini, il 28 ottobre 1967, fra un mese, se non fosse morto quattro mesi prima).

Il secondo volume, interamente curato da Carfora e Tanzarella, è sicuramente quello più interessante e originale, perché contiene l’intero epistolario di don Milani: 1.100 lettere, di cui circa cento, per la prima volta messo insieme e su cui è stata compiuta un’opera di “restauro” filologico, oltre che critico, per riportare alla loro versione originaria testi che negli anni sono stati pubblicati in maniera incompleta, frammentaria, lacunosa, quando non volutamente manipolata. Ma di questo parleranno in particolare i due curatori.

Per quale motivo ritengo questa opera particolarmente importante e significativa?

Perché raccoglie in un unico volume l’intera produzione di un gigante del ‘900 – prete, educatore, scrittore (come notarono, fra gli altri, Pasolini e Tullio De mauro), profeta e anticipatore di numerosi temi, nella Chiesa e nella società – fino ad ora dispersa e pubblicata spesso con grande approssimazione (tagli, manipolazioni ecc.), tranne per le tre opere più note (Esperienze pastorali, Lettera a una professoressa e le lettere ai cappellani militari e ai giudici, per anni diffuse con il titolo fuorviante della “obbedienza non è più una virtù”, mentre quello di Milani era un invito ad obbedire alla propria coscienza).

E perché, dando la possibilità di leggere Milani nella sua integrità ed interezza, forse potrà riuscire a metterlo al riparo da ulteriori manipolazioni e letture fuorvianti e strumentali che si sono moltiplicate negli anni, da parte di molti che hanno parlato e scritto di Milani, senza conoscerlo a fondo, probabilmente perché non lo avevano letto a fondo. Qualche esempio:

La lettura sessantottina di Lettera a una professoressa trasformata nel vessillo del “sei politico”, che nei decenni successivi ha dato la stura alle numerose accuse a don Milani responsabile dello sfacelo della scuola pubblica. Una lettura che ignorava profondamente l’idea di scuola di Milani, fortemente critico nei confronti della scuola di classe degli anni ’50 e ’60 ma sostenitore non del “sei politico” bensì di una scuola rigorosa e austera, come era quella di Barbiana

A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, prefazione di Roberta De Monticelli, Milano, Chiarelettere, 2011.

Il titolo del libro riprende un’espressione di don Milani ricordata da Roberto Saviano, durante la manifestazione «Dimettiti» organizzata da Libertà e Giustizia al Palasharp di Milano il 5 febbraio 2011, per chiedere le dimissioni di Berlusconi. Poi ripresa anche da Massimo Cacciari e addirittura dal card. Gianfranco Ravasi. Peccato che la frase non è di don Milani, ma di don Mazzolari. «È davvero tempo di rileggere don Milani», scriveva la filosofa Roberta De Monticelli nella prefazione: forse sarebbe il caso di leggerlo, non di rileggerlo

Walter Siti scrive un romanzo in cui si narra la storia di un prete pedofilo (Bruciare tutto) e lo dedica a don Milani («All’ombra ferita e forte di don Milani»), adombrando la presunta omosessualità – o peggio pedofilia – di Milani sulla base di alcune frasi estrapolate dalle lettere («che se un rischio corre per l’anima mia non è certo quello di aver poco amato, ma piuttosto di amare troppo (cioè di portarmeli anche a letto!…e poi chi potrà mai amare i ragazzi fino all’osso senza finire col metterglielo anche in culo se non un maestro che insieme a loro ami anche Dio e tema l’Inferno e desideri il Paradiso»). Operazione furbesca o cialtronesca che sia, rivela l’ignoranza del lessico e del linguaggio paradossale e urticante di don Milani, per attribuirgli un significato letterale (come Siti confessa a Repubblica: «Proprio per l’abitudine di don Milani di parlar franco e crudo, mi pareva che la precisione del lessico segnalasse che quei pensieri gli erano venuti alla mente; se ho sbagliato l’interpretazione, la dedica è fuori bersaglio»): una colpa grave che denota o profonda ignoranza – nel senso che ignora lo stile linguistico dell’autore – o malafede mercantile. delle due l’una!

Peggio di lui ha fatto Silvia Ronchey che sul Corriere ha scritto di una «non celata omosessualità nella Firenze di fine anni Trenta»: innanzitutto non c’è nessuna fonte che possa accreditare la «non celata omosessualità» (se è «non celata» significa che è manifesta, e se è manifesta ci devono necessariamente essere fonti evidenti che lo attestino, ma queste fonti non esistono); inoltre Milani dal 1930 al 1941 (e poi, sebbene in maniera non continuativa, fino al 1943) non ha vissuto a Firenze ma a Milano, circostanza che priva di qualsiasi fondamento l’affermazione

Piccoli esempi che dimostrano come Milani sia stato equivocato e strumentalizzato, anche perché poco letto nella sua interezza. Una lacuna che adesso questi volumi possono colmare, poi ciascuno formularà un giudizio, ma a partire dai testi.

[introduzione alla presentazione, il 25 settembre alla biblioteca del Senato di:
Lorenzo Milani, Tutte le opere
a cura di A. Carfora, V. Oldano, F. Ruozzi, S. Tanzarella
(volumi I-II, pagine 2.946, Mondadori, Milano 2017)]

 

Noi siamo Chiesa: bene la riabilitazione di Milani e Mazzolari. Ma ora tocca a tanti altri

7 luglio 2017

“Adista”
n. 24, 1 luglio 2017

Luca Kocci

Dopo il suo «evangelico viaggio» a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani, papa Francesco faccia due ulteriori passi avanti: abolisca i cappellani militari e riabiliti Ernesto Buonaiuti.

Il movimento Noi Siamo Chiesa plaude al pellegrinaggio di Francesco sulle orme dei due dei preti di frontiera messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, ma invita il papa ad assumere ulteriori decisioni coraggiose, che riguardano il passato – la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti, uno dei “padri” del modernismo – e il futuro, la smilitarizzazione dei cappellani militari.

«Accogliamo il pellegrinaggio di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana con esultanza», commenta Noi Siamo Chiesa. «Don Primo e don Lorenzo sono stati i nostri maestri che leggevamo quasi di nascosto. Il quindicinale Adesso (di don Mazzolari, n.d.r.) e la Lettera ai cappellani militari (di don Milani, n.d.r.) ci hanno indicato il coraggio di contraddire molte pretese verità ecclesiastiche e civili e tanti richiami all’obbedienza “che non è più una virtù”. I meno giovani di noi hanno poi visto nel Concilio un’accoglienza imprevista, almeno nel nostro Paese, a molti punti dei loro messaggi e delle loro testimonianze». Ed è proprio per questo che Noi Siamo Chiesa ritiene che «la sincera voce del papa non possa significare un loro recupero solo formale, senza alcun costo, per il sistema ecclesiastico italiano, quasi una imbalsamazione delle loro figure». Si tratta di un atto di «coerenza».

«Ci chiediamo, per esempio ricordando don  Milani – si legge nella nota del movimento –, perché i vescovi italiani non decidano subito, anche con decisione unilaterale, di ritirare i cappellani militari dalle Forze armate per sostituirli con la presenza della pastorale ordinaria», come chiede da sempre Pax Christi e recentemente il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (v. Adista Notizie n. 23/17). Ovvero di smilitarizzare i cappellani – attualmente inseriti con i gradi nella gerarchia militare, a partire dal vescovo castrense, che è generale di corpo d’armata – e di affidare l’assistenza spirituale ai preti del territorio.

Ma secondo Noi Siamo Chiesa è anche il momento di «riprendere la riflessione sulla persona e sull’opera di Ernesto Buonaiuti», dal momento che ormai «i principali punti di vista del modernismo si sono confrontati in vari modi con la modernità, hanno percorso  poi in modo sotterraneo la Chiesa e sono stati  accolti in gran parte dal Concilio, dal metodo storico-critico nell’esame delle Scritture, dalla libertà di coscienza e di ricerca».

Prete, teologo e storico del cristianesimo, sostenitore del metodo storico-critico, aderente al movimento modernista condannato dalla Chiesa intransigente del tempo con l’enciclica Pascendi dominici gregis (1907) di Pio X, a Buonaiuti venne proibito l’insegnamento nelle università ecclesiastiche e fu scomunicato da Pio XI nel 1926. Nel 1931 gli venne tolta la cattedra di Storia del cristianesimo alla Sapienza di Roma (vinta con regolare concorso nel 1915) perché fu uno dei 12 professori universitari che rifiutarono di giurare fedeltà al regime fascista, ignorando il farisaico suggerimento che il Vaticano, per non irritare Mussolini con cui aveva appena firmato i Patti lateranensi, fece pervenire ai docenti di area cattolica: giurare «con riserva mentale», cioè ponendo come condizione, nel segreto della propria coscienza, che si sarebbero attenuti a tale giuramento solo se ciò non avesse loro imposto doveri contrari alla fede cattolica. Fu poi formalmente reintegrato in ruolo dopo l’8 settembre, ma la cattedra non gli verrà mai restituita, neppure dopo la Liberazione, per una norma ad personam del Concordato che vietava ai preti scomunicati di «essere assunti né conservati in un insegnamento, in un ufficio od in un impiego, nei quali siano a contatto immediato col pubblico». Morì nel 1946 privato anche dei funerali religiosi e della sepoltura ecclesiastica, perché rifiutò fino alla fine di rinnegare le sue idee.

Noi Siamo Chiesa ricorda che è stato diffuso un “Appello per una migliore conoscenza e per la riabilitazione di Ernesto Buonaiuti  nella Chiesa e nella società” che ha raccolto 385 adesioni, tra queste quelle di tutte le principali riviste dell’area “conciliare”, di moltissime associazioni  e di quasi tutti gli esponenti del cattolicesimo progressista (v. Adista Notizie n. 25/14 e Adista Segni Nuovi n. 19/16) e che è giunta l’ora della sua piena riabilitazione, da parte della Chiesa cattolica, ma anche dello Stato italiano.

E non c’è solo Buonaiuti (o Mazzolari e Milani). «Non possiamo esimerci – conclude la nota di Noi Siamo Chiesa – da una riflessione più generale  su come l’autorità gerarchica della Chiesa ha avuto l’abitudine di isolare e di condannare quanti all’interno della comunità ecclesiale hanno indicato e cercato di praticare, in tempi  recenti,  percorsi animati dal soffio dello Spirito.  I teologi della liberazione sono quelli che hanno patito più di altri della sordità e della supponenza  di chi pretendeva di parlare in nome della vera fede. L’apertura di spazi di sinodalità, che è nella linea di papa Francesco, deve comportare a nostro giudizio una discontinuità esplicita nei confronti degli atteggiamenti che, per troppi anni, dopo il Concilio, hanno isolato ed anche condannato spiriti liberi ed evangelici presenti nella nostra Chiesa. Questa discontinuità la stiamo  aspettando».

Don Milani e suo padre. Un libro ricostruisce un rapporto finora sconosciuto

27 giugno 2017

“Adista”
n. 23, 24 giugno 2017

Luca Kocci

C’è un’area poco illuminata nella vita di don Lorenzo Milani, di cui il 26 giugno ricorrono i cinquanta anni dalla morte: l’infanzia e l’adolescenza in famiglia e, in particolare, il rapporto con suo padre, Albano.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, hanno approfondito la figura della madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio, ma poco o nulla hanno detto sul padre, anche per mancanza di documentazione: scarsissimi riferimenti e nessuna lettera indirizzata ad una persona tanto in ombra quanto importante nella vita del piccolo e giovane Lorenzo, futuro don Milani (anche perché muore ad appena 62 anni, pochi mesi prima dell’ordinazione presbiterale del figlio).

Colma ora questa lacuna Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco nota della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Nato nel 1885, laureato in chimica, a causa della morte prematura dei genitori, Albano si dedica ad amministrare il cospicuo patrimonio familiare, tra cui la tenuta di Gigliola a Montespertoli (Fi), dove Lorenzo Milani trascorre parte della sua infanzia. Ma è anche uomo di profonda cultura: conosce varie lingue straniere (traduce Il processo e Il castello di Kafka quando ancora non sono arrivati in Italia), compone poesie in latino (fra cui una dedicata alla vestizione del figlio: Filio suo tunicam accipienti, A suo figlio che riceve l’abito sacerdotale), disegna, approfondisce lo studio della storia e delle religioni. Nelle lettere inviate da Albano alla moglie Alice dal 4 luglio al 4 agosto 1944, durante l’occupazione tedesca e il passaggio del fronte in Toscana, si apprendono particolari inediti della vita di don Milani che per aiutare il padre fa la spola tra il seminario, a Firenze, e la tenuta di Gigliola, occupata dai tedeschi, dove si salva per un soffio da una cannonata che aveva colpito la sua stanza.

«Quello di Valeria Milani Comparetti – ha spiegato Sergio Tanzarella, uno dei quattro curatori dell’Opera Omnia  di don Milani appena pubblicata nella collana dei Meridiani Mondadori (v. Adista Notizie n. 17/17), durante la presentazione romana del libro, lo scorso 13 giugno – non è un libro celebrativo, non è un album dei ricordi di famiglia, ma è un attento recupero di fonti preziose, sottoposte ad un rigoroso vaglio critico, che getta nuova luce sulle relazioni fra don Milani e suo padre, finora restate in ombra, tanto da far ritenere molti che fossero pressoché inesistenti».

Fra i tanti elementi che emergono nel rapporto fra don Milani e suo padre ne segnaliamo due: la religiosità (e quindi, indirettamente, la conversione di Lorenzo Milani) e la “fede” nella parola e nella lingua, che non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete, ma è una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, grazie soprattutto al padre.

Della fede e della conversione di Lorenzo Milani fino ad ora si sapevano poche cose. Nato e cresciuto in una famiglia borghese dell’intelligencija laica – anzi anticlericale – fiorentina, si converte quasi improvvisamente al cattolicesimo, durante un’estate trascorsa a Gigliola, affrescando la cappella della tenuta di famiglia, dove trova per caso un vecchio messale («Ho letto la messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca di autore?», scrive in una lettera all’amico Oreste Del Buono, firmandosi, come era solito fare in quel periodo, «Lorenzino dio e pittore»), e mettendo a frutto gli insegnamenti del suo maestro di pittura, Hans Joachim Staude: «È tutta colpa tua – gli scrive dal seminario –. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti nei colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada». Poi la decisione di farsi prete altrettanto “miracolosa”, accompagnando don Raffaele Bensi, suo direttore spirituale, al letto di morte di un giovane prete morente, dove – secondo il racconto di don Bensi – dice: «Io prenderò io il suo posto»

Ora viene invece svelato il ruolo del padre, non l’artefice ma sicuramente una figura importante nella riflessione religiosa di Lorenzo. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che, scrive l’autrice, rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

L’altro aspetto, che sarà fondamentale nell’azione pastorale e sociale di don Milani, è la parola. La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra. Le biografie hanno sempre rintracciato le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno paterno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista. Ma anche l’educazione e la passione linguistica di Milani devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina, gioca con i figli proponendo quiz sulle etimologie delle parole ed è solito condividere in famiglia e con gli amici i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti. Non è ancora l’anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa, ma gli indizi originari di una prassi, quella di far leggere i propri testi ai ragazzi della scuola e ad alcune persone fidate, regolarmente usata da don Milani .

«Con il linguaggio quindi – scrive Valeria Milani Comparetti – nella famiglia del futuro don Milani si gioca insieme per capire e costruire il mondo così come per socializzare. Ma si dimostra anche all’altro il proprio attaccamento e il proprio affetto, il proprio riconoscimento e responsabilità, la propria attenzione e fiducia. Ci si fanno quindi le carezze, si sostituiscono le difficili carezze fisiche – per i coniugi Milani Comparetti non contemplate nei compiti genitoriali – con questo gioco che dà piacere e che viene ad assumere un  valore molto più alto di quello che generalmente si dà in altre famiglie». Un “gioco” che poi don Milani rende prassi pastorale ed azione sociale in tutta la sua vita di maestro e di prete fra i giovani operai di Calenzano e i piccoli contadini e montanari di Barbiana, dove si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali».

 

Papa Francesco rende omaggio ai due preti «scomodi»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Sono stati due preti di frontiera, messi all’angolo e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà ‘900 di Pio XI, Pio XII e del card. Ottaviani, quelli che ieri papa Francesco ha voluto omaggiare andando a pregare sulle loro tombe a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi): don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani.

«Due parroci che hanno lasciato una traccia luminosa» e «scomoda», ha detto il papa a Bozzolo, additandoli, con un ardito ossimoro, come esempi magistrali di un «clero non clericale». Ed è stato ancora più esplicito a Barbiana, dove ha spiegato «che il gesto che ho oggi compiuto vuole essere una risposta a quella richiesta più volte fatta da don Lorenzo al suo vescovo» di allora (il card. Florit, “persecutore” di don Milani) affinché «fosse riconosciuto e compreso nella sua fedeltà al Vangelo e nella rettitudine della sua azione pastorale». Un atto che Florit non realizzò – il primo vescovo di Firenze che salì ufficialmente a Barbiana fu il card. Piovanelli, compagno di seminario di Milani, a vent’anni dalla sua morte – e che ieri ha invece fatto Francesco. «Ciò non cancella le amarezze che hanno accompagnato la vita di don Milani», ha detto il papa. «Non si tratta di cancellare la storia o di negarla, bensì di comprenderne circostanze e umanità in gioco» e di dire «che la Chiesa riconosce in quella vita un modo esemplare di servire il Vangelo, i poveri e la Chiesa stessa». Non un mea culpa, ma quasi.

È stato un pellegrinaggio lampo quello di papa Francesco, che alle 13 era già atterrato in Vaticano, ma dai significati profondi. Non c’è stata nessuna riabilitazione: l’ortodossia di Mazzolari e Milani non è in dubbio, le uniche temporanee restrizioni che subirono dai propri vescovi (divieto di predicare, di parlare in pubblico, di scrivere senza autorizzazione) furono provocate dai loro rifiuti ad accettare le direttive politiche di Curie allineate alla Dc. Ma il riconoscimento del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come scriveva Mazzolari e come ha ricordato lo stesso Francesco – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia del secondo dopoguerra.

Prima tappa a Bozzolo, dove Mazzolari fu parroco dal 1932 alla morte nel 1959, partecipando anche attivamente alla Resistenza. Il papa ha tenuto un discorso ampio, ricordando in particolare l’ansia di cambiamento di Mazzolari, che «non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata», tenendosi alla larga da «tre strade che non conducono nella direzione evangelica»: il «lasciar fare», ovvero restare «alla finestra a guardare senza sporcarsi le mani» («a che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca», scriveva Mazzolari, frase incautamente attribuita a Milani da personaggi come Roberto Saviano, Massimo Cacciari e persino il card. Ravasi); «l’attivismo separatista» che crea «istituzioni cattoliche (banche, cooperative, circoli, sindacati, scuole…)» e con esse genera «una comunità cristiana elitaria», favorendo «interessi e clientele con un’etichetta cattolica»; il «soprannaturalismo disumanizzante», con cui «ci si estranea dal mondo, vero campo dell’apostolato, per preferire devozioni».

Poi in elicottero a Barbiana, luogo del confino e nello stesso tempo epicentro dell’azione pastorale e sociale di don Milani. Breve sosta nel piccolo cimitero, visita alla canonica che fu la scuola di Barbiana e poi discorso accanto alla “piscina”, la piccola vasca fatta costruire da don Milani perché i contadini del monte Giovi vincessero la paura dell’acqua che, come la mancanza di cultura, li rendeva meno liberi. La scuola era, per don Milani, «il modo concreto con cui svolgere la sua missione di prete», profondamente diversa da quella di tanti «funzionari del sacro», ha detto papa Francesco. «Ridare ai poveri la parola – ha aggiunto –, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole». Parola, lingua e cultura per far crescere «coscienze libere», capaci di «servire il bene comune» e di fare politica come incoraggia Lettera a una professoressa: «Ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

E da Bozzolo e Barbiana, in nome dell’antimilitarismo di Mazzolari e Milani, il movimento Noi Siamo Chiesa e il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza chiedono al papa un passo concreto e in avanti: smilitarizzare i cappellani militari.

Francesco da don Milani e don Mazzolari: «Una visita che segnerà la storia della Chiesa»

21 giugno 2017

“il manifesto”
21 giugno 2017

Luca Kocci

Con Sergio Tanzarella, docente di storia della Chiesa alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli e alla Gregoriana di Roma nonché uno dei quattro curatori di Tutte le opere di don Milani per i Meridiani Mondadori, approfondiamo il significato della visita di papa Francesco a Bozzolo e a Barbiana.

«Non ha certo un valore di riabilitazione – spiega Tanzarella –, coloro che dovrebbero essere riabilitati, semmai fosse possibile, sono i persecutori, non certo due preti come Mazzolari e Milani schierati dalla parte dei poveri, e poveri a loro volta. Il pellegrinaggio alle loro tombe è un ulteriore segno del cambiamento che Francesco ha avviato nella Chiesa cattolica. I perseguitati degli anni ‘50 sono riconosciuti come esempio per i cristiani del presente. È un fatto straordinario, destinato a segnare la storia della Chiesa e la Chiesa italiana».

Il prossimo 18 settembre si aprirà il processo di beatificazione di don Mazzolari, che poco prima di morire, dopo anni di ostracismo, ebbe un importante riconoscimento da parte di Giovanni XXIII…

«Quando era orami tutto avviato per la sospensione di Mazzolari (che già aveva subito indagini da parte del Sant’Uffizio e patito numerosi provvedimenti minori, come il non poter scrivere articoli) papa Roncalli lo ricevette in udienza in Vaticano chiamandolo “la tromba dello Spirito Santo” in terra padana, poi lo invitò a Roma ai lavori di preparazione del Concilio Vaticano II. Non vi  partecipò solo perché morì prima».

Nulla invece per don Milani, perlomeno prima di questi ultimi anni?

«Per Milani il trasferimento a Barbiana fu una vera e propria condanna all’esilio, la volontà dell’istituzione ecclesiastica di “seppellire” un prete di appena 30 anni. Poi seguirono 13 anni di totale isolamento da parte della Curia, minacce di sospensione e imposizioni al silenzio. Per queste persecuzioni non c’è risarcimento, ma occorre prendere atto che, nonostante tutto ciò, i loro scritti e la loro azione hanno continuato a guidare ed ispirare tanti, cristiani e non. La loro testimonianza è stata nel tempo molto più forte dei persecutori».

Don Milani è stato strumentalizzato?

«Il messaggio di Milani è continuamente sottoposto ad appropriazioni e normalizzazioni. Dal momento che è pericoloso, sembra necessario imbalsamarlo e soprattutto ignorare le fonti. Come spiegare altrimenti la recente celebrazione di Milani da parte del ministro dell’Istruzione Fedeli, a capo di un dicastero che realizza l’alternanza scuola-lavoro nelle caserme, che celebra la I guerra mondiale, che firma intese con le Forze armate? O i dirigenti del ministero non hanno letto una pagina delle lettere ai cappellani militari e ai giudici, o siamo di fronte all’ennesima mistificazione. Come mistificazione è pensare di aver introdotto nella scuola i “metodi di Barbiana”, contrabbandando Milani per pedagogista. Ma, come diceva Milani, ciò che conta non è un metodo, ma come bisogna essere per insegnare».

Lorenzo Milani. A lezione dagli ultimi, tra lingua e lotta di classe con lo sguardo alla scuola

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La parola per capire e spiegare il mondo e il Vangelo. La lingua per contrastare l’arroganza dei potenti, demistificare la storia scritta dai vincitori, costruire un’alleanza fra uomini, donne e popoli oppressi alla ricerca di verità e in lotta per la giustizia, non nell’aldilà ma su questa terra.

C’è un filo rosso che attraversa la vita e la missione di prete e di maestro di don Lorenzo Milani, nato il 27 maggio di 94 anni fa (1923), e di cui il prossimo 26 giugno ricorrerà il cinquantesimo anniversario della morte (1967). Un filo doppio, intrecciato di parole e lingua, strumento di libertà e di liberazione per gli impoveriti.

Non una categoria generica e astorica perché, come Milani scrive in una lettera alla studentessa napoletana Nadia Neri, «non si può amare tutti gli uomini», «si può amare una classe sola», anzi «solo un numero di persone limitato, forse qualche decina, forse qualche centinaio». Ovvero i giovani operai di Calenzano, la sua prima parrocchia, dove resta fino al 1954 e crea una scuola popolare serale. E i giovanissimi montanari del Mugello che, respinti da una scuola statale ancora rigidamente classista (denunciata con grande forza argomentativa e linguistica in Lettera a una professoressa), salgono a Barbiana per andare «a scuola dal prete», dove i valori borghesi sono sovvertiti: «io baso la scuola sulla lotta di classe, non faccio altro dalla mattina alla sera che parlare di lotta di classe», spiega Milani in una conferenza ai direttori didattici di Firenze nel 1962.

A Barbiana e a Calenzano si studia essenzialmente la lingua, «perché è solo la lingua che fa eguali». «Una parola dura, affilata, che spezzi e ferisca», scrive a Gaetano Carcano, capace di arrivare al cuore dei problemi, «senza prudenza, senza educazione, senza pietà, senza tatto», rifiutando galateo e ipocrisie lessicali e clericali e praticando la parresìa. Arma «incruenta» di cambiamento sociale: «i 12-15 anni sono l’età adatta per impadronirsi della parola, i 15-21 per usarla nei sindacati e nei partiti», e poi «in Parlamento», perché – ancora Lettera a una professoressa – come «i bianchi non faranno mai le leggi che occorrono per i negri», così i borghesi non si cureranno dei proletari.

Lingua italiana e lingue del mondo, per costruire un internazionalismo degli oppressi. «Più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi – scrivono i ragazzi di Barbiana ai ragazzi della scuola elementare di Piadena del maestro Mario Lodi –. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre».

Quello sulla parola e sulla lingua è solo uno dei temi che è possibile percorrere attraverso gli scritti di don Milani, per la prima volta annotati criticamente e raccolti tutti insieme in due volumi appena pubblicati nei “Meridiani” Mondadori, grazie ad una collaborazione tra la Fondazione per le Scienze religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del cristianesimo della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli, diretto da Sergio Tanzarella (Don Milani, Tutte le opere, a cura di Anna Carfora, Valentina Oldano, Fedrico Ruozzi, Sergio Tanzarella, pp. 2.976, € 140): Esperienze Pastorali (ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio nel 1958 perché «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede), il Catechismo (lezioni di catechismo «secondo uno schema storico»), gli articoli, gli interventi pubblici, la Lettera ai cappellani militari e ai giudici, Lettera a una professoressa (firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva) e oltre 1.100 lettere private, di cui cento inedite, riportate nella loro integrità testuale.

Una miniera di testi, per leggere don Milani nella sua interezza e verificare la “profezia” che egli stesso scrive in una lettera alla madre, poco prima di lasciare Calenzano per l’esilio di Barbiana: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Lorenzo Milani. L’apprendistato alla scrittura

26 maggio 2017

“il manifesto”
26 maggio 2017

Luca Kocci

La “fede” nella parola e nella lingua non nasce improvvisamente in don Milani, già adulto e prete. È una pratica che apprende fin da piccolo, in famiglia, quando era ancora solo Lorenzo.

Le biografie e gli studi si sono soffermati in termini generali sull’ambiente familiare borghese e laico dei Milani Comparetti, rintracciando le origini dell’attenzione alla lingua da parte di don Milani nelle sue frequentazione adolescenziali e giovanili dell’intelligencija fiorentina (come con il filologo amico di famiglia Giorgio Pasquali) e, quasi un’eredità “genetica”, nella discendenza dal bisnonno Domenico Comparetti, grande filologo, papirologo ed epigrafista.

Mai era stata approfondita la figura del padre di don Milani, Albano, eclissato dalla ben più presente madre, Alice Weiss, ebrea, destinataria di centinaia di lettere da parte del figlio. Lo fa adesso Valeria Milani Comparetti (nipote di don Milani, essendo figlia del fratello maggiore, Adriano), che ha ritrovato negli archivi di famiglia lettere e documenti finora sconosciuti di Albano, svelando scenari inediti di una fase poco illuminata della vita del futuro priore di Barbiana (Don Milani e suo padre. Carezzarsi con le parole, Edizioni Conoscenza, Roma 2017, pp. 320, € 20).

Fra i tanti, ne segnaliamo due. L’educazione e la passione linguistica di Milani, che devono molto proprio al padre il quale, per esempio, insegna al figlio di cinque anni a scrivere a macchina ed è solito condividere in famiglia i testi che redige, anche per ricevere suggerimenti (anticipazione del metodo della scrittura collettiva con cui sarà redatta Lettera a una professoressa?). E la religiosità. Se la madre Alice, ebrea non praticante, è totalmente disinteressata alla religione, invece il padre Albano, benché non credente, è molto attento, tanto da comporre un testo intitolato Ragione Religione Morale in cui valorizza il «dubbio» e scrive: «L’ateo nega Dio, il materialista ha fede nelle leggi della materia. Invece l’uomo propriamente moderno nel senso scientista non nega nulla ma non ha fede in nulla, tranne forse nella ragione». Elementi che rimettono in discussione la «narrazione semplificata della cultura della famiglia Milani Comparetti» atea e agnostica e aprono la strada a nuove interpretazioni sulla conversione “fulminea” di don Milani.

Don Milani diventa un “classico”: tutte le opere nei Meridiani Mondadori

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

«Abbiamo iniziato questo lavoro circa cinque anni fa con un duplice intento: raccogliere in un un’opera sola tutti gli scritti di don Lorenzo Milani, restituire agli scritti una quanto più possibile aderenza agli originali, dove questi esistevano ed erano accessibili». Così Sergio Tanzarella, docente di Storia della Chiesa alla Gregoriana e alla Facoltà teologica dell’Italia meridionale di Napoli (retta dai gesuiti), illustra ad Adista contenuto e significato dell’opera – di cui è uno dei curatori – presentata lo scorso 23 aprile a “Tempo di libri”, la fiera dei libro di Milano, e appena pubblicata nella prestigiosa collana “Meridiani” Mondadori: Don Milani, Tutte le opere (2 volumi, pp. 2.976, € 140).

Dichiarata «di interesse nazionale» dal ministero per i Beni Culturali, l’opera è il frutto della collaborazione tra la Fondazione per le Scienze Religiose di Bologna (diretta da Alberto Melloni) e l’Istituto di Storia del Cristianesimo “Cataldo Naro” (diretto da Tanzarella), ente di ricerca della sezione San Luigi della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. L’opera omnia di don Milani è stata curata da Federico Ruozzi (ricercatore della fondazione bolognese), Valentina Oldano (università di Genova) e da Anna Carfora e Tanzarella, docenti di Storia della Chiesa alla Facoltà teologica di Napoli. Raccoglie tutti gli scritti di don Milani al momento disponibili (all’appello mancano sicuramente molte lettere private, di difficile reperibilità o non messe a diposizione da chi le possiede), criticamente presentati e annotati e – le lettere – riportate nella loro integrità testuale.

Il primo volume comprende le opere “pubbliche” di Milani, curate da Ruozzi: Esperienze Pastorali, l’unico volume interamente scritto e firmato da don Milani, ritirato dal commercio per ordine del sant’Uffizio perché ritenuto «inopportuno» e solo recentemente “riabilitato” dalla Congregazione per la dottrina della fede (v. Adista Notizie nn. 15 e 45/14); il cosiddetto Catechismo, le lezioni di catechismo «secondo uno schema storico» di don Milani, poi accantonate dalla stesso autore e pubblicate postume in un volumetto della Libreria editrice fiorentina curato da Michele Gesualdi, ex allievo di Barbiana; e altri scritti sparsi (articoli di giornale, conferenze, ecc.). Poi le opere più note: Lettera a una professoressa (in realtà firmata Scuola di Barbiana, perché frutto di un lavoro di scrittura collettiva con gli allievi della scuola della), curata da Oldano; Lettera ai cappellani militari e Lettera ai giudici, entrambe curate da Tanzarella.

Il secondo volume, interamente curato da Carfora e Tanzarella, è sicuramente quello più interessante e originale, perché contiene l’intero epistolario di don Milani – fra cui circa cento lettere inedite –, per la prima volta messo insieme. «L’epistolario raccoglie 1.100 lettere in un unico volume, superando la dispersione che è durata fino ad ora – spiega Tanzarella –. Alle lettere note si sono aggiunte circa cento lettere inedite, mentre numerosissime sono state quelle restaurate nella versione originale superando tagli arbitrari o rielaborazioni di testi. Da queste lettere emergono con chiarezza le calunnie, la persecuzione e l’isolamento subito da Milani nei vent’anni di vita sacerdotale, l’insensibilità mostrata verso di lui dalla Curia fiorentina, la sua sofferenza ma anche la straordinaria capacità di totale condivisione con i senza parola e i senza diritti che sentiva gli erano stati affidati impegnandosi a farne dei cittadini critici e pensanti. Ma emerge anche l’affettuoso e premuroso clima familiare nei confronti di ragazzi e ragazze che a San Donato di Calenzano e Barbiana trovarono in Milani un prete, un padre e un maestro». Aggiunge Carfora: «Le lettere di Milani attraversano quasi un ventennio, cruciale nella storia civile e religiosa dell’Italia, con la quale si intersecano in maniera propositiva, provocatoria e profetica. Nella presente edizione, oltre alle lettere restituite nella loro integralità, senza le omissioni dovute al rispetto della privacy di viventi, alle remore di coloro che, essendogli stati molto vicini temevano di non rispettare il profilo e il pensiero di Milani pubblicando indiscriminatamente, vi sono lettere consultabili solo presso gli archivi e anche recentemente ritrovate. Rendere accessibile ai lettori questo patrimonio è un contributo di chiarificazione, un antidoto all’uso pubblico della figura di Milani, il quale continua ad essere, da vivo come da morto, tirato per la talare lungo opposte direzioni e usato, quando non dolosamente mistificato e calunniato, sovente proprio attraverso un saccheggio di frasi pescate tra lettere, nella migliore delle ipotesi senza comprenderne il senso».

Il papa a Bozzolo e Barbiana rende omaggio a don Mazzolari e don Milani

2 maggio 2017

“Adista”
n. 17, 6 maggio 2017

Luca Kocci

Il prossimo 20 giugno papa Francesco andrà a Bozzolo (Mn) e a Barbiana (Fi) a pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani.

L’annuncio è stato comunicato dalla sala stampa della Santa sede lo scorso 24 aprile: «Martedì 20 giugno 2017 – si legge nella nota vaticana –, il santo padre Francesco si recherà in pellegrinaggio a Bozzolo (provincia di Mantova e diocesi di Cremona) e a Barbiana (provincia e diocesi di Firenze), per pregare sulle tombe di don Primo Mazzolari e di don Lorenzo Milani». La visita, «che si svolgerà in forma privata e non ufficiale», sarà rapida: Francesco atterrerà in elicottero alle 9 del mattino a Bozzolo, dove farà una preghiera sulla tomba di don Mazzolari e terrà un breve «discorso commemorativo» ai fedeli presenti in chiesa; quindi volerà a Barbiana, visiterà e pregherà nel piccolo cimitero dove è sepolto don Milani, incontrerà gli ex allievi del priore di Barbiana, e farà subito ritorno in Vaticano.

Visita lampo quindi, ma dal significato importante, sulle tombe di due “preti di frontiera”, autori di un dirompente messaggio evangelico e sociale, e proprio per questo messi ai margini e guardati con sospetto dalla Chiesa romana di metà Novecento di Pio XI, di Pio XII e del card. Ottaviani. La «forma privata e non ufficiale» non sembra è un modo per ridimensionare il gesto, bensì la volontà di evitare l’eccessiva spettacolarizzazione di un omaggio postumo – che sarebbe parsa una “appropriazione indebita” – a due preti fino a poco tempo fa sulla lista nera dei sospettati di lesa maestà clericale per eccessiva obbedienza al Vangelo e alla propria coscienza.

Non è corretto, come qualcuno ha fatto, parlare di «riabilitazione», perché Mazzolari e Milani non hanno mai subito punizioni canoniche – la loro ortodossia non fu mai in dubbio –, solo forti limitazioni alla libertà di parola (divieto di predicare, di parlare in pubblico e di scrivere senza autorizzazione ecclesiastica, alcune loro opere furono censurate dal Sant’Uffizio) per non aver supinamente accettato le direttive politiche di vescovi e di Curie totalmente allineate alla Democrazia cristiana. Si tratta però di un riconoscimento post mortem del valore di due preti «obbedienti in piedi» – come diceva lo stesso Mazzolari – che si sono scontrati con i poteri clericali, politici e militari dell’Italia democristiana e conformista del secondo dopoguerra.

Che papa Francesco potesse salire a Barbiana era nell’aria, anche perché il prossimo 26 giugno ricorreranno cinquanta anni dalla morte di don Milani: nel maggio 2014, a sorpresa, lo citò come «grande educatore» durante un incontro a san Pietro con il mondo della scuola; domenica scorsa, inviando un messaggio al salone del libro di Milano dove si svolgeva la presentazione dell’Opera omnia di don Milani nei Meridiani Mondadori (v. notizie successive), Bergoglio ha parlato di Milani come di un prete dai «percorsi originali», «forse troppo avanzati», tali da creare «qualche attrito, qualche scintilla e qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza», «mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito». Toni morbidi, quindi, ma Francesco non ha minimizzato i conflitti che don Milani ebbe con la Curia fiorentina e romana, come ha invece sempre fatto il card. Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, sia a proposito dell’esilio a Barbiana («una destinazione normale per un prete con alle spalle pochi anni di esperienza», v. Adista Notizie n. 1/17) o della censura ad Esperienze pastorali (v. Adista Notizie nn. 16 e 45/14 e Adista Segni Nuovi n. 18/14).

Inattesa, invece, la visita a Bozzolo, da Mazzolari. Fu interventista democratico e cappellano militare nella prima guerra mondiale, prima di rinnegare quell’esperienza: «Ho schifo di tutto ciò che è militare», scrisse ad un amico prete durante il conflitto. E anni dopo: «Se invece di dirci che ci sono guerre giuste e guerre ingiuste, i nostri teologi ci avessero insegnato che non si deve ammazzare per nessuna ragione, che la strage è inutile sempre, e ci avessero formati ad una opposizione cristiana chiara, precisa e audace, invece di partire per il fronte saremmo discesi sulle piazze». Antifascista (rifiutò di suonare le campane per Mussolini, fu aggredito dalle camicie nere), partigiano, credente nella rinascita dell’Italia repubblicana grazie alla Costituzione nata dalla Resistenza, nonviolento (pubblicò Tu non uccidere, in forma anonima per sfuggire alla censura ecclesiastica, che comunque ordinerà di ritirare il libro).

Per entrambi arriva ora il riconoscimento da parte del papa e, implicitamente, un mea culpa per i torti loro inflitti. Senza che questo li trasformi in innocui santini, almeno per ora, anche se il rischio potrebbe profilarsi.

«Siamo convinti – commenta il movimento Noi Siamo Chiesa – che Mazzolari e Milani non devono essere usati come immagine comoda, insieme a Turoldo, Balducci, La Pira, Bello ecc… per depotenziare il loro messaggio radicalmente evangelico che fu a suo tempo tanto avversato da quello stesso ambiente che ora batte le mani. Pensiamo che papa Francesco condivida questa nostra opinione e che dirà parole inequivocabili nei confronti delle tante ipocrisie ecclesiastiche di oggi»