Archive for the ‘media cattolici’ Category

Svizzera: la sopravvivenza del “Giornale del Popolo” è appesa a un filo

2 giugno 2018

“Adista”
n. 20, 2 giugno 2018

Luca Kocci

La crisi dell’editoria cattolica varca le Alpi e arriva in Svizzera. Dal Canton Ticino giunge la notizia della imminente chiusura del Giornale del Popolo, quotidiano cattolico di proprietà della diocesi di Lugano, con oltre 35mila lettori della cosiddetta “Svizzera italiana”.

Lo scorso 16 maggio mons. Valerio Lazzeri, vescovo di Lugano, deposita i bilanci del quotidiano in Pretura, chiedendo il fallimento della testata, e annuncia il licenziamento di una trentina tra giornalisti e poligrafici.

Il giornale – come del resto molte altre testate – è in difficoltà da tempo, ma non si pensava alla chiusura. Fino a quando non giunge la notizia che Publicitas, la più grande concessionaria svizzera per la pubblicità, è sommersa da debiti milionari e va verso il fallimento, portandosi dietro le entrate pubblicitarie di quattro mesi del Giornale del Popolo. Un “buco” che allarma il vescovo il quale, davanti a prospettive debitorie molto pesanti, opta per il fallimento.

La notizia mette in moto la solidarietà dei lettori, che in oltre 1.500 firmano un appello per la salvezza del giornale e inviano sottoscrizioni. Partono raccolte fondi. Il governatore del Canton Ticino incontra il vescovo per cercare una soluzione ma, contestualmente, chiarisce che «il Cantone non può diventare un editore». La Curia, dal canto suo, ribadisce la propria decisione, annunciando che, in caso di chiusura della testata, si attiverà «per creare un fondo di solidarietà e di aiuto per i dipendenti».

L’ultima parola spetta al pretore che nei prossimi giorni dovrà dire se il Giornale del Popolo ce la potrà fare oppure se la situazione debitoria è diventata insostenibile, e l’ultimo quotidiano cattolico della Svizzera, dopo 92 anni, dovrà definitivamente chiudere. La direttrice, Alessandra Zumthor: «Speriamo che questo non sia un addio ma un arrivederci».

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Filippo Gentiloni: una vita di impegno per la democrazia nella società e nella Chiesa

12 maggio 2018

“Adista”
n. 17, 12 maggio 2018

Luca Kocci

Da qualche anno, anche a causa delle sue non buone condizioni di salute, la sua firma non si vedeva più in giro, ma per oltre quarant’anni i suoi articoli sul manifesto, Com Nuovi Tempi (dal 1989 Confronti), Rocca – e anche Adista, di cui era amico e sulle cui pagine ogni tanto compariva – hanno aiutato a leggere il mondo ecclesiale e le realtà religiose. Si tratta di Filippo Gentiloni, morto lo scorso 30 aprile, all’età di 94 anni, nella sua casa romana dove viveva insieme alla moglie Rita.

Era nato a Roma nel 1924 e, ci teneva a ricordarlo, nonostante il cognome, non era discendente di Ottorino Gentiloni – il presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana che firmò il patto con Giovanni Giolitti nel 1912 –, appartenete ad un ramo genealogico diverso e separato. Da giovane era entrato nella Compagnia di Gesù ed era stato ordinato prete. Aveva ricoperto incarichi di responsabilità nella Compagnia: nel 1965 aveva partecipato – come delegato dei gesuiti italiani – alla Congregazione generale che elesse come preposito generale il progressista Pedro Arrupe ed era stato superiore del Collegio internazionale del Gesù, dove si formavano i giovani gesuiti provenienti da tutto il mondo). Contestualmente seguiva le Congregazioni mariane (i gruppi giovanili dei gesuiti, che oggi si chiamano Cvx, Comunità di vita cristiana) e gli studenti dell’Azione cattolica del Msac (Movimento studenti Azione cattolica) fra i quali conobbe un giovanissimo Sergio Mattarella ed insegnava religione religione cattolica al Visconti, il liceo dei figli della borghesia romana.

Proprio al Visconti conobbe Rita (figlia del grande poeta lucano Albino Pierro, per due volte candidato al premio Nobel per la letteratura) e poco dopo, alla fine degli anni ’60, lasciò i gesuiti, in modo “consensuale”, ottenendo la dimissione dallo stato clericale e la dispensa dai voti, così da potersi sposare in chiesa. Dal matrimonio nasceranno due figli, Francesco e Umberto, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma (mentre Paolo, attuale presidente del Consiglio, è suo nipote, figlio del fratello).

Uscito dalla Compagnia, iniziò ad insegnare filosofia e storia nei licei statali, prima in provincia, poi a Roma, all’Albertelli e soprattutto all’Augusto, nel quartiere Tuscolano, media periferia romana. Contemporaneamente cominciò la sua militanza ecclesiale e politica di base e la sua attività giornalistica e pubblicistica. Aderì alle Comunità cristiane di base (in particolare a Roma frequentava la comunità di San Paolo di via Ostiense, appena nata, nel 1973, subito dopo la cacciata dalla basilica di San Paolo fuori le mura dell’abate Giovanni Franzoni, morto l’estate scorsa, v. Adista Notizie n. 28/17) e al movimento dei Cristiani per socialismo, spesso tenne relazioni ai convegni e ai seminari nazionali di Cdb e Cps. Entrò nella redazione di Com (la rivista fondata dallo stesso Franzoni nel 1972 insieme ad alcuni religiosi dehoniani allontanati dal periodico Il Regno per le loro posizioni progressiste, v. Adista Notizie n. 28/15), diventatato Com Nuovi Tempi nel 1974 in seguito alla fusione con il periodico valdese Nuovi Tempi (e dal 1989 a tutt’oggi Confronti); e cominciò a collaborare con il manifesto – di cui frequentava anche il gruppo politico – e successivamente con Rocca, quindicinale della Pro civitate christiana di Assisi). Al suo attivo anche una decina di libri su vari temi, dalla politica (Oltre il dialogo cattolici e Pci. Le possibili intese tra passato e presente, Editori Riuniti, 1989) alle religioni (La violenza nella religione, Edizioni Gruppo Abele, 1991), dalla Chiesa cattolica (Povertà e potere, Gribaudi, 1969; Chiesa per gli altri. Esperienze delle Cdb italiane, insieme a Marcello Vigli, Com -Nuovi Tempi, 1985; Karol Wojtyla. Nel segno della contraddizione, Baldini&Castoldi, 1996), filosofici e teologici (La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità, insieme a Rossana Rossanda, Pratiche, 1996)

Profondamente credente e autenticamente laico, particolarmente attento alle realtà ecclesiali e politiche di base, Gentiloni è stato un osservatore acuto e puntuale di quello che stava accadendo nella Chiesa cattolica del post Concilio. Fra i primi ad accorgersi della fase di restaurazione che si stava aprendo con il pontificato di Giovanni Paolo II, è stato in grado di cogliere le profonde contraddizioni del wojtylismo, senza fare sconti ma senza scadere mai nell’aggressività o lasciarsi imprigionare da uno schematismo rigido e ottuso. Alla moglie Rita e ai figli Francesco e Umberto vanno le condoglianze del gruppo redazionale di Adista

Fratello, maestro di vita e di fede, laico rigoroso. La Chiesa di Base ricorda Filippo Gentiloni

12 maggio 2018

“Adista”
n. 17, 12 maggio 2018

Luca Kocci

A dare l’ultimo saluto a Filippo Gentiloni con il funerale che si è svolto lo scorso 1 maggio a Roma nella chiesa di Santa Maria in Domnica al Celio c’era anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che dell’allora gesuita era stato “discepolo” dal 1961 al 1964 nel Movimento studenti di Azione cattolica (Msac), di cui il futuro capo dello Stato era delegato degli studenti di Roma e Gentiloni assistente (v. notizia precedente).

A ricordare Gentiloni è stato soprattutto il mondo cattolico di base, in cui aveva militato e al quale aveva rivolto grandi attenzioni nella sua attività giornalistica e pubblicistica

«Ci ha lasciati il nostro carissimo Filippo Gentiloni», dicono la Comunità di base di San Paolo (che Gentiloni frequentava) e le Comunità di base italiane il un messaggio letto al termine della messa. «Tutti e tutte bene ricordiamo la testimonianza e l’impegno profusi per decenni all’interno della Comunità cristiana di base di san Paolo e, più in generale, nelle Comunità di base italiane, e poi nelle riviste Com-Nuovi Tempi e Confronti e in numerose pubblicazioni. Dati la sua competenza, la levatura intellettuale, il rigore morale, il linguaggio brillante, per chi ha avuto la fortuna di frequentarlo, o per chi lo ha conosciuto attraverso i suoi libri ed articoli, Filippo è stato un punto di riferimento importante per orientarsi, laicamente, nei problemi complessi della società e, per le persone impegnate in un ampio movimento di base al fine di contribuire ad un profondo rinnovamento evangelico della Chiesa, una fonte autorevole per discernere le vie da imboccare e le scelte più coerenti da compiere. Siamo stati insieme lunghi anni, come amici fraterni – ricordano le Cdb –; ma possiamo ben dire che molti e molte di noi consideravano Filippo un maestro: un maestro raro per competenza, affabilità, capacità di scrutare i segni dei tempi. L’eredità che ci lascia è importante: ora che egli è passato all’altra riva, dobbiamo tenerla cara, custodirla e, se riusciamo, svilupparla. Le speranze di rinnovamento sociale, politico ed ecclesiale che Filippo ha nutrito, in parte si sono attuate, in parte no. Nostro compito è continuare con instancabile fiducia il lavoro intrapreso dal nostro indimenticabile amico e compagno, sapendo che non ci verrà chiesto se tutti i nostri sogni si saranno avverati, ma, piuttosto, se abbiamo fatto con decisione la nostra parte, memori della parola di Gesù».

A ricordare Filippo Gentiloni anche il movimento Noi Siamo Chiesa. «Sono più unici che rari quanti, giunti a ruoli di assoluta importanza ed autorità nella Chiesa, hanno lasciato il circuito in cui si trovavano per immergersi nell’area del cristianesimo di base che in Italia ha avuto e ha nomi precisi, Comunità di base, Cristiani per il Socialismo ed ora Noi Siamo Chiesa oltre alla galassia dei gruppi e delle pubblicazioni omogenea a questi movimenti: Filippo Gentiloni è stato uno di questi, insieme a Giovanni Franzoni», si legge in una nota di Noi Siamo Chiesa. «Gesuita di grande autorevolezza è diventato in seguito consigliere ed elaboratore di analisi e suggeritore di percorsi all’interno di quella parte del popolo cristiano che ha sempre continuato a credere nel Concilio». Alcune caratteristiche, spiega Noi Siamo Chiesa, hanno contraddistinto il contributo di Gentiloni «alla nostra storia di credenti in cammino in una Chiesa dove non è facile stare: la permanente sua ricerca  con grande passione e sincerità , a partire dalla sua esperienza,  sulle grandi questioni “ultime” della spiritualità (senso della vita, che tipo di fede, morte, resurrezione..); la sua riflessione sulla laicità dell’agire del  cristiano nelle istituzioni pubbliche che deve separarlo  in modo critico dal potere ecclesiastico ma che non deve indulgere  a forme di laicismo rigido e inutile né ad alcuna sottovalutazione della concreta realtà del popolo cristiano; il suo contributo importante, il suo lascito più prezioso, a che la sinistra (collocazione politica che era la sua fino in fondo) cercasse di riflettere sul “fatto religioso” in modo approfondito e  senza vecchi ideologismi».

Addio a Filippo Gentiloni, il credente laico

1 maggio 2018

“il manifesto”
1 maggio 2018

Luca Kocci

È morto ieri mattina, nella sua casa romana dove viveva insieme alla moglie Rita, all’età di 94 anni, Filippo Gentiloni, storica firma del manifesto.

Da sempre vicino al gruppo del manifesto e al collettivo del giornale, comincia a collaborare con il quotidiano negli anni ‘70, occupandosi di chiesa, religioni, mondo cattolico e sacro e curando, dalla fine degli anni ‘90, una rubrica domenicale, “Divino”. Continua a farlo regolarmente fino al 2013, quando interrompe, solo perché, a causa delle non buone condizioni di salute, fa più fatica a scrivere. Profondamente credente e autenticamente laico, particolarmente attento alle realtà ecclesiali e politiche di base – nelle quali peraltro militava: Comunità cristiane di base e Cristiani per il socialismo –, è stato un osservatore acuto e puntuale di quello che stava accadendo nella Chiesa cattolica del post Concilio. Fra i primi ad accorgersi della fase di restaurazione che si stava aprendo con il pontificato di Giovanni Paolo II, Filippo Gentiloni era dotato di una rigorosa capacità critica in grado di cogliere le profonde contraddizioni del wojtylismo, senza fare sconti ma senza scadere mai nell’aggressività o lasciarsi imprigionare da uno schematismo rigido e ottuso.

Filippo Gentiloni nasce a Roma nel 1924 e – ci teneva a ricordarlo –, nonostante il cognome, non era discendente di Ottorino Gentiloni – il presidente dell’Unione elettorale cattolica italiana che firmò il patto con Giovanni Giolitti nel 1912 –, appartenete ad un ramo genealogico diverso e separato. Entra nella Compagnia di Gesù, viene ordinato prete, nel 1965 partecipa – come delegato dei gesuiti italiani – alla Congregazione generale che elegge come preposito generale il progressista Pedro Arrupe. Segue i gruppi giovanili dei gesuiti (le Congregazioni mariane, oggi si chiamano Cvx, Comunità di vita cristiana), diventa il superiore del Collegio internazionale del Gesù (dove si formavano i giovani gesuiti provenienti da tutto il mondo), insegna religione cattolica al Visconti, il liceo dove studiavano i figli della borghesia romana.

Al Visconti conosce Rita (figlia del grande poeta lucano Albino Pierro, per due volte candidato al premio Nobel per la letteratura), lascia i gesuiti alla fine degli anni ‘60 in modo “consensuale”, ottiene la dimissione dallo stato clericale e la dispensa dai voti, così da potersi sposare in chiesa. Dal matrimonio nasceranno due figli, Francesco e Umberto, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma (mentre Paolo, attuale presidente del Consiglio, è suo nipote, figlio del fratello). Inizia ad insegnare filosofia e storia nei licei statali, prima in provincia, poi all’Augusto, al Tuscolano, media periferia romana.

Contestualmente, siamo alla fine degli anni ‘60, comincia la sua militanza ecclesiale e politica di base e la sua attività giornalistica e pubblicistica. Oltre al collettivo del manifesto, aderisce alle Comunità cristiane di base (in particolare a Roma frequenta la comunità di San Paolo di via Ostiense, nata nel 1973, subito dopo la cacciata dalla basilica di San Paolo fuori le mura dell’abate Giovanni Franzoni, morto l’estate scorsa) e al movimento dei Cristiani per socialismo, spesso è invitato a tenere relazioni ai convegni e ai seminari nazionali. Entra nella redazione di Com (rivista fondata dallo stesso Franzoni nel 1972 insieme ad alcuni religiosi dehoniani allontanati dal periodico Il Regno per le loro posizioni progressiste), nel 1974 diventata Com Nuovi Tempi in seguito alla fusione con il periodico valdese Nuovi Tempi (e dal 1989 a tutt’oggi Confronti), e comincia a collaborare con il manifesto (e poi anche con Rocca, quindicinale della Pro civitate christiana di Assisi).

Con le Comunità di base (che racconta nel suo libro, insieme a Marcello Vigli, Chiesa per gli altri. Esperienze delle Cdb italiane, 1985) si impegna nella battaglia contro il Nuovo Concordato di Craxi e Casaroli. E si dedica ad una ampia produzione pubblicistica su temi politici (Oltre il dialogo cattolici e Pci. Le possibili intese tra passato e presente, Editori Riuniti, 1989), religiosi (La violenza nella religione, Edizioni Gruppo Abele, 1991), ecclesiali (Povertà e potere, Gribaudi, 1969; Karol Wojtyla. Nel segno della contraddizione, Baldini&Castoldi, 1996), filosofici e teologici. In particolare insieme a Rossana Rossanda scrive La vita breve. Morte, resurrezione, immortalità (Pratiche, 1996), un denso confronto fra un credente e una non credente – quello del dialogo con il mondo laico, senza rinunciare alle sue posizioni di fede è un altro dei terreni di impegno culturale di Gentiloni – sul tema della morte, dell’aldilà e dell’eternità.

A Rita, moglie e compagna di una vita di Filippo, ai figli Umberto e Francesco un forte abbraccio da parte del collettivo de «il manifesto».
Per l’ultimo saluto: 1 maggio cerimonia funebre alle ore 12,15 presso la chiesa Santa Maria in Domnica, via della Navicella 10 (Villa Celimontana)

Lettera di Ratzinger sbianchettata: si dimette monsignor Viganò

22 marzo 2018

“il manifesto”
22 marzo 2018

Luca Kocci

Terremoto nel sistema dei media vaticani. Si è dimesso dall’incarico di prefetto della Segreteria per la comunicazione il potente monsignor Dario Edoardo Viganò. Papa Francesco ha immediatamente accolto – sebbene la lettera di risposta del pontefice dica «non senza qualche fatica» – la decisione del ministro vaticano delle comunicazioni di «compiere un passo indietro».

Le dimissioni non sono arrivate come un fulmine a ciel sereno. Al contrario sembravano inevitabili dopo il caos provocato dalla stesso Viganò e fatto esplodere da Settimo cielo, il blog del vaticanista ratzingeriano-ruiniano Sandro Magister, imbeccato, come già capitato in altre occasioni, da gole profonde e da anonime “manine” che abitano i sacri palazzi e che non amano particolarmente papa Francesco.

La vicenda è un concentrato di ingenuità goffe e maldestre e di tentativi di mettere toppe che si sono rivelate peggiori dei buchi da parte di monsignor Viganò, studioso ed esperto di cinema che, nel giugno 2015, lo stesso papa Francesco mette a capo della neonata Segreteria per la comunicazione, il nuovo superdicastero che centralizza e assume il controllo di tutti i media vaticani: quotidiano (Osservatore Romano), Radio Vaticana, Centro televisivo vaticano, casa editrice (Lev), servizio internet e sala stampa.

A gennaio Viganò scrive una lettera a Ratzinger, chiedendogli un’introduzione ad una nuova collana di libri (editi dalla Lev) dedicati alla teologia di papa Francesco. Una richiesta sgangherata, che si spiega solo con l’intenzione di Viganò di voler avvalorare la tesi della continuità Ratzinger-Bergoglio: il papa emerito, da tutti considerato eminente teologo, che scrive la prefazione ad un’opera dedicata alla teologia di Francesco – al contrario bollato dagli oppositori come teologo di scarso valore – in un colpo solo neutralizza i giudizi poco lusinghieri sul ridotto spessore teologico di Bergoglio, pone fine alla narrazione della contrapposizione Ratzinger-Bergoglio e sancisce la assoluta continuità teologico-pastorale Benedetto XVI-Francesco.

L’operazione sembra funzionare alla perfezione quando il 12 marzo, alla vigilia dell’anniversario del quinto anno di pontificato di Francesco, alla presentazione della collana della Lev, Viganò legge la lettera di Ratzinger (datata 7 febbraio, quindi conservata nei cassetti per oltre un mese) in cui il papa emerito declina l’invito, in maniera peraltro non particolarmente elegante («non mi sento di scrivere una breve e densa pagina teologica» perché «per ragioni fisiche, non sono in grado di leggere gli undici volumetti nel prossimo futuro», un passaggio letto da Viganò ma omesso nel comunicato stampa diffuso ai media dalla segreteria per la comunicazione), ma esprime un giudizio lusinghiero sul suo successore: «Plaudo a questa iniziativa che vuole opporsi e reagire allo stolto pregiudizio per cui papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi. I piccoli volumi mostrano, a ragione, che papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica e aiutano perciò a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, pur con tutte le differenze di stile e di temperamento».

Viganò però aveva usato il bianchetto. Dalla lettera di Ratzinger aveva infatti omesso un paragrafo molto critico, non tanto nei confronti di Francesco, quanto verso l’operazione editoriale della segreteria per la comunicazione, che aveva scelto di pubblicare nella collana anche un «volumetto» di un teologo tedesco, Peter Hünermann, forte oppositore di Ratzinger e prima ancora di Wojtyla. «Vorrei annotare la mia sorpresa per il fatto che tra gli autori figuri anche il professor Hunermann, che durante il mio pontificato si è messo in luce per avere capeggiato iniziative anti-papali», aveva scritto Raztinger nel passaggio censurato da Viganò.

Una “manina”, evidentemente molto vicina a Ratzinger – dal momento che la lettera era bollata come «personale riservata» –, passa la lettera a Magister che la pubblica integralmente sul suo blog. Dopo qualche ora la sala stampa vaticana è costretta a pubblicare tutta la lettera, compresa la parte censurata. E a questo punto a Viganò non resta che presentare le proprie dimissioni a Francesco. Fra i sacri palazzi le lotte continuano.

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».

I 50 anni di Adista, miracolo laico di una cooperativa di spiriti liberi

9 dicembre 2017

“il manifesto”
9 dicembre 2017

Luca Kocci

“Cinquanta anni alla sinistra del Padre” è il titolo scelto dal collettivo di Adista per festeggiare il suo mezzo secolo di vita e di storia oggi e domani, in una due giorni di confronto e dibattito a Roma.

Acronimo di Agenzia di informazioni stampa, Adista è stata prima agenzia e poi rivista settimanale dell’area del cattolicesimo critico e del dissenso, laica e sempre schierata a sinistra, nel mondo cattolico e in politica. Edita da una piccola cooperativa non legata né ai grandi gruppi editoriali né all’istituzione ecclesiastica (Vaticano, Cei, congregazioni religiose, movimenti ecclesiali) – quindi “parente stretta” del manifesto –, rappresenta un’esperienza unica nel panorama dell’informazione religiosa italiana, conformista e megafono della voce del padrone.

«Cinquanta anni sono davvero tanti per un giornale. Se poi questo giornale vive del solo sostegno dei propri lettori, senza sponsor politici ed ecclesiastici, senza gruppi imprenditoriali e finanziari alle sue spalle, se non fossimo profondamente laici dovremmo gridare al miracolo», spiega Valerio Gigante, attuale presidente della cooperativa.

Adista nasce nel 1967, nell’ambito di quell’area cattolica che dal punto di vista ecclesiale preme per una piena attuazione delle istanze di rinnovamento emerse al Concilio Vaticano II e dal punto di vista politico intende rompere l’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana ed aprire un dialogo tra cristiani e marxisti, in maniera particolare con il Partito comunista. Infatti nella prima fase è molto stretta la relazione con l’esperienza della Sinistra indipendente, in particolare con il gruppo di deputati e senatori cattolici che, dopo le elezioni politiche del 1976, vengono eletti come indipendenti nelle liste del Pci, proprio per spezzare il dogma dell’unità politica dei cattolici (Raniero La Valle, Mario Gozzini, Giancarla Codrignani, Claudio Napoleoni e altri).

Successivamente, sempre all’interno dei confini dell’informazione e delle tematiche politico-religiose, Adista racconta e documenta tutte quelle esperienze di base che rivendicano un nuovo protagonismo dei credenti nella Chiesa e nella società: le Comunità cristiane di base (l’Isolotto di don Mazzi a Firenze, San Paolo di dom Franzoni e Roma e tutte le altre), i Cristiani per il socialismo, la teologia della Liberazione, i movimenti delle donne. Negli anni ’70 c’è l’impegno per il divorzio con i Cattolici del no, poi per l’aborto. Negli anni ’80 la mobilitazione per la pace contro gli euromissili a Comiso, ma anche contro la restaurazione di papa Wojtyla e del suo braccio destro il cardinal Ratzinger e contro il “ruinismo” in Italia. Più recentemente l’impegno contro la legge 40 sulla fecondazione assistita e contro la riforma della Costituzione di Renzi.

Oggi e domani due giorni di incontro, confronto e dibattito a Roma, al Meeting Center (Largo dello Scoutismo 1), con alcuni dei protagonisti della storia di Adista (Giovanni Avena, lo “storico” presidente della coop, Raniero La Valle, Marcello Vigli delle Comunità di base), giornalisti che in passato hanno collaborato con Adista (Bianca Berlinguer e Marco Damilano), lettori e amici.

Radio Maria, sospeso il frate del «castigo divino»

6 novembre 2016

“il manifesto”
6 novembre 2016

Luca Kocci

Il terremoto? Un «castigo di Dio» per le «offese alla legge divina, alla dignità della famiglia e del matrimonio», per esempio con le unioni civili. Così il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, dai microfoni di Radio Maria, ha spiegato perché l’Italia è devastata dal sisma. Ha poi ribadito a Radio24: «Le unioni gay sono un peccato contro natura, meritano il castigo divino». E a Radio Capital ha profetizzato: «Arriveranno altri castighi».

Scontata la condanna del Vaticano («affermazioni offensive e scandalose») e la dissociazione di Radio Maria, che ieri lo ha sospeso «con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile»  (ma per Cavalcoli c’è lo zampino della Massoneria). Tuttavia Radio Maria è recidiva: nel 2011 fu lo storico Roberto De Mattei (vicepresidente del Cnr in era berlusconiana) a dire via radio che i terremoti sono punizioni divine: quello di Fukushima appena accaduto, ma anche quello di Messina del 1908. Chi prese allora le difese di De Mattei? Sempre lui: padre Cavalcoli.

Escono i gesuiti, entra, o meglio rientra l’Opus Dei

12 luglio 2016

“il manifesto”
12 luglio 2016

Luca Kocci

Escono i gesuiti, entra, anzi rientra, l’Opus Dei.

Dopo dieci anni trascorsi alla guida della Sala stampa della Santa sede, il 74enne gesuita padre Federico Lombardi lascia l’incarico di “portavoce del papa”. Al suo posto arriva il giornalista statunitense Gregory Burke, membro numerario dell’Opus Dei, cioè un laico che ha il vincolo del celibato e che è pienamente inserito nell’organizzazione che Giovanni Paolo II volle eleggere come Prelatura personale, caso unico nell’ordinamento canonico della Chiesa cattolica romana.

Si tratta di una “seconda volta” dell’Opus Dei nell’ufficio che gestisce la comunicazione del papa e, in un certo senso, di un ritorno all’èra Wojtyla: prima di Lombardi, infatti, la Sala stampa vaticana è stata guidata per 22 anni – dal 1984 al 2006, buona parte del pontificato di Giovanni Paolo II – dallo spagnolo Joaquín Navarro-Valls, anche lui numerario dell’Opus Dei.

Arriva anche una nuova vicedirettrice: la giornalista spagnola (corrispondente da Roma per la radio cattolica spagnola Cadena Cope) Paloma García Ovejero, la prima volta di una donna, in linea con quella valorizzazione delle donne anche nei ruoli decisionali più volte proclamata da papa Francesco ma che, fino a ieri, si era vista poco.

È presto per dire cosa cambierà nella comunicazione della Santa sede, bisognerà attendere i nuovi portavoce alle prime prove, da agosto in poi, perché padre Lombardi resterà in carica fino al 31 luglio, quando rientrerà dall’ultimo viaggio internazionale con papa Francesco, in Polonia (per la Giornata mondiale della gioventù), dove visiterà anche il lager di Auschwitz.

Risultano però evidenti tre scelte: l’internazionalizzazione, la laicizzazione e, in un certo senso, una maggiore professionalizzazione della Sala stampa vaticana. Al posto di due religiosi italiani – Lombardi e il vicedirettore padre Benedettini, in carica fino a gennaio, sostituito proprio da Burke – due giornalisti professionisti stranieri e laici (anche se Burke è un laico sui generis, in quanto numerario dell’Opus Dei).

Che non necessariamente, però, significherà una maggiore apertura, visti i profili piuttosto diversi di Lombardi e Burke. Nipote del gesuita Riccardo Lombardi – il “microfono di Dio” che nel triennio 1945-48 arringava le folle per la Dc – e del giurista Gabrio Lombardi – democristiano di destra, che fu presidente del Comitato per il referendum per l’abrogazione del divorzio nel 1974 –, Federico Lombardi da gesuita è stato moderatamente vicino alla linea riformatrice del “generale” (il superiore dei gesuiti nel mondo) Pedro Arrupe e sostenitore delle posizioni di padre Bartolomeo Sorge, e da direttore della Sala stampa vaticana ha mostrato doti di grande equilibrio “gesuitico”, trovandosi a gestire passaggi “storici”, come le dimissioni di Ratzinger, o particolarmente delicati, come Vatileaks. Burke, 56 anni, ha studiato dai gesuiti ma presto si è avvicinato all’Opus Dei, giornalista professionista, ha lavorato come corrispondente da Roma per il settimanale cattolico conservatore National Catholic Register e per Fox News, l’emittente di Murdoch considerata filo-repubblicana, dal 2012 lavora anche in Vaticano, prima come consulente per la comunicazione e, da dicembre, come vice-direttore della Sala stampa, in attesa della nomina di ieri.

L’editoria cattolica che non conosce crisi: 8 milioni di euro per la Lev, grazie al copyright sul papa

22 gennaio 2016

“Adista”
n. 3, 23 gennaio 2016

Luca Kocci

L’editoria cattolica è in crisi e perde pezzi: i gesuiti hanno chiuso Popoli (v. Adista Notizie n. 36/14), i dehoniani hanno ceduto Il Regno (che però comincerà una “seconda vita” indipendente, v. notizia successiva), chiuso Settimana (v. Adista Notizie n. 1/16) e anche le edizioni dehoniane non scoppiano di salute, le congregazioni missionarie hanno chiuso l’agenzia Misna (v. notizia…), il mensile dei saveriani Missione oggi è in difficoltà (v. Adista Notizie n. 44/15), i Figli dell’Immacolata concezione hanno sospeso l’attività dell’editrice Monti (v. Adista Notizie n. 39/15) e anche i Paolini (Jesus e San Paolo edizioni) non se la passano troppo bene.

 

Lev: incassi per 8 milioni di euro

Una casa editrice però è in gran forma, grazie soprattutto a papa Francesco: la Libreria Editrice Vaticana. «Nel 2015 la Lev ha venduto libri per un valore di oltre 8 milioni e mezzo di euro», spiega all’Ansa don Giuseppe Costa, direttore della Lev. «Queste entrate, sommate a quelle dei diritti d’autore (sulle parole del papa, n.d.r.), hanno permesso una gestione aziendale pienamente autonoma e ci hanno consentito di dare al Santo Padre nel 2014 un utile di 480mila euro. Ma speriamo di chiudere il 2015 con un utile ancora superiore».

Al di là dei libri editi e venduti direttamente dalla Lev, la proprietà esclusiva sulle parole e gli scritti del papa (e dei papi) frutta infatti alla casa editrice vaticana un notevole gruzzolo: oltre un milione e mezzo di euro l’anno, rivela don Costa, che racconta come nel 2015 «oltre cinquecento case editrici, università e agenzie ci hanno chiesto l’autorizzazione a pubblicare testi pontifici».

 

Copyright papale

Il copyright sulla parole del papa fu una “invenzione” del card. Angelo Sodano, segretario di Stato di Benedetto XVI, prima di andare in pensione ed essere sostituito dal card. Tarcisio Bertone (v. Adista Notizie n. 5/06). Era il 31 maggio quando venne pubblicato il decreto che affidava alla Lev l’esclusiva sul verbo papale. «Sono affidati alla Libreria Editrice Vaticana, quale Istituzione collegata alla Santa Sede – si legge nel testo firmato da Sodano –, l’esercizio e la tutela, in perpetuo e per tutto il mondo, di tutti i diritti morali d’autore e di tutti i diritti esclusivi di utilizzazione economica, nessuno escluso od eccettuato, sopra tutti gli atti e i documenti attraverso i quali il Sommo Pontefice esercita il proprio Magistero. Nell’assolvimento di tale incarico la Libreria Editrice Vaticana, in persona del direttore e legale rappresentante pro tempore, agisce nel nome e nell’interesse della Santa Sede, con il potere di compiere qualsiasi atto di disposizione dei diritti medesimi, di adire le vie legali e giudiziarie, di proporre qualsiasi azione volta alla piena protezione e alla realizzazione dei diritti stessi, di resistere a qualsiasi pretesa o domanda di terzi, in conformità alle norme dei trattati e delle convenzioni internazionali cui ha aderito anche la Santa Sede».

 

Le parole del papa: merce a pagamento

Parole del papa, quindi, come merci e pagamento. Come, pochi mesi dopo l’entrata in vigore del decreto, spiegò l’allora direttore della Lev, don Claudio Rossini, in una riunione riservata con gli editori di cui Adista svelò i contenuti. «Sono sottoposti a copyright tutti gli scritti, i discorsi e le allocuzioni del papa – era scritto negli appunti riservati di don Rossini –. Sia di quello felicemente regnante che dei predecessori, fino a 50 anni addietro. Così pure anche i documenti degli organismi della Santa sede (Congregazioni, Consigli.). Il copyright è normalmente gestito dalla Lev tranne pochi casi gestiti dall’Apsa (edizioni tipiche in latino, CIC, CCC e relativo compendio) e altri, ancora più rari, di dicasteri che gestiscono direttamente i diritti di qualche loro documento. Ordinariamente, quando un dicastero vuole far pubblicare documenti suoi presso altri (non studi predisposti da qualche superiore o officiale), compete alla Lev gestire i rapporti editoriali e concedere l’uso dei testi. Quanto al magistero “scritto” di papa Benedetto – il papa allora regnante, e quindi condotta estesa anche all’attuale pontefice, n.d.r. – (encicliche, esortazioni) terremo questa linea: la Lev cura immediatamente la stampa e la diffusione del testo tramite i suoi abituali distributori o altri che ritiene idonei ai suoi fini; l’editrice interessata presenta un progetto di edizione e invia il testo con commento, guida alla lettura o altro; il rapporto fra testo dell’enciclica e commento dovrebbe essere di 1 a 2 (1/3 del volume occupato dal documento e 2/3 dal commento teologico/filosofico). La Lev concederà l’approvazione e determinerà i tempi di uscita del commento+enciclica (e sarà uguale per tutti i progetti presentati dagli editori); orientativamente si tratterà di essere sul mercato un paio di mesi dopo l’uscita del documento; eventuali commenti/guide alla lettura/raccolte di saggi sull’enciclica, senza il testo, ovviamente non sottostanno a quanto sopra, ma solo alla richiesta di autorizzazione per le parti usate nel commento; riguardo alle Catechesi del mercoledì (es. quelle attuali sui salmi di Lodi e Vespri), Angelus che seguano linee tematiche ecc., la Lev di volta in volta si riserva la diffusione. Eventualmente può concedere ad altri sempre in via non esclusiva; l’accordo, dal punto di vista economico, oscillerà tra il 3 e il 5% del prezzo di copertina, con anticipo da concordare caso per caso in base alla tiratura (ad es.: encicliche 5%, altri documenti 4%, raccolte di discorsi 3%). Documenti e allocuzioni dei papi precedenti, come d’abitudine, sono disponibili per la pubblicazione sia singolarmente che in raccolte, previa richiesta alla Lev e conseguente accordo».

Qualcuno tentò di fare il “furbo”, fu chiamato in causa dalla Lev ed, in effetti, pagò: Piemme, per un libro di Andrea Tornielli (che in questi giorni, di nuovo con Piemme, ha pubblicato il primo libro-intervista a papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia), I miracoli di Papa Wojtyla, nel quale in appendice fu pubblicato il “testamento spirituale” di Giovanni Paolo II; e Baldini & Castoldi, per il Dizionario di papa Ratzinger (curato da Marco Tosatti), a cui venne chiesto dalla Lev il 15% del prezzo di copertina per ogni copia venduta (v. Adista Notizie n. 9/06).

«Quando fu pubblicato il documento del cardinal Sodano che imponeva il copyright sui testi e discorsi del Papa non tutti furono d’accordo si disse che il papa apparteneva a tutti e che non bisognava limitarlo con royalties e copyright», commenta oggi don Costa. «In realtà – aggiunge – l’aver affidato all’editrice vaticana il compito di gestire il copyright ha incrementato l’attenzione mondiale degli editori e questi hanno rappresentato un valore aggiunto alla stessa sua diffusione». E un valore aggiunto anche alle casse vaticane