Archive for the ‘media cattolici’ Category

Riviste pacifiste e missionarie: “l’unica difesa legittima è quella nonviolenta”

29 dicembre 2017

“Adista”
n. 45, 30 dicembre 2017

Luca Kocci

Negli ultimi giorni di legislatura prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sciolga le Camere (fra Natale e Capodanno?), il Parlamento si impegni ad aprire la discussione sulla proposta di Difesa civile non armata e nonviolenta, depositata attraverso una legge di iniziativa popolare che ha raccolto oltre 50mile firme (v. Adista Segni Nuovi nn. 14 e 35/14; 42/16; Adista Notizie nn. 22 e 34/14; 6/15; 8/16; 28/17).

Lo chiedono i direttori delle sette riviste che hanno animato la Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Mao Valpiana, Azione nonviolenta; p. Efrem Tresoldi, Nigrizia; p. Alex Zanotelli, Mosaico di pace; p. Mario Menin, Missione Oggi; Riccardo Bonacina, Vita; Pietro Raitano, Altreconomia; Gianluca Carmosino, Riccardo Troisi e Marco Calabria, Comune-info) in un editoriale comune pubblicato lo scorso 15 dicembre, quarantacinquesimo anniversario dell’approvazione della prima legge italiana di riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare e istitutiva del servizio civile, la n. 772 del 15 dicembre 1972

«La difesa personale e collettiva è al centro della Campagna nonviolenta “Un’altra difesa è possibile” che vuole introdurre nelle nostre istituzioni la Difesa civile non armata e nonviolenta per mettere in campo capacità di prevenzione, di mediazione e di risoluzione dei conflitti», si legge nell’editoriale delle sette riviste. «I movimenti nonviolenti hanno lanciato la proposta all’Arena di pace e disarmo del 25 aprile 2014. In pochi mesi sono state raccolte e depositate 50mila firme per la Legge di iniziativa popolare. La Camera l’ha recepita e 74 deputati l’hanno sottoscritta. Poi, con la pressione di 20mila cartoline inviate ai parlamentari di tutti i gruppi politici, il progetto di Legge n. 3484 è stato incardinato e calendarizzato. Noi chiediamo – scrivono – che in queste ultime settimane di lavori parlamentari si svolgano le audizioni nelle Commissioni congiunte Affari costituzionali e Difesa, per aprire la discussione che possa poi proseguire nella prossima legislatura».

L’iniziativa, scrivono i direttori delle riviste della campagna “Un’altra difesa è possibile”, «tende allo sbocco legislativo, oltre che culturale, politico e finanziario, per assolvere al dovere costituzionale di difesa della Patria (articolo 52) nell’ottemperanza del ripudio della guerra (articolo 11) e prevede la costituzione del “Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta” con i compiti di difendere la Costituzione, di predisporre piani per la difesa civile, non armata e nonviolenta, curandone la sperimentazione e la formazione della popolazione, di svolgere attività di ricerca per la pace, il disarmo, la riconversione civile dell’industria bellica, di favorire la prevenzione dei conflitti armati, la riconciliazione, la mediazione, la promozione dei diritti umani, la solidarietà internazionale e l’educazione alla pace».

Il riconoscimento giuridico di forme di difesa nonviolenta del resto non è una novità. Già è stato fatto proprio dal nostro ordinamento (con due sentenze della Corte costituzionale, la n. 164/1985 e 470/1989, oltre alla legge del 230 del 1998 di riforma dell’obiezione di coscienza e la legge 64 del 2001 istitutiva del servizio civile nazionale, e con il Decreto Legislativo n. 40 del 6 marzo 2017 sul Servizio civile universale). «Ora tale visione – si legge nell’editoriale – è entrata nel Parlamento per ottenere una legge specifica. Questo è il coronamento di anni di lavoro sui territori delle Reti promotrici della Campagna “Un’altra difesa è possibile” (Conferenza nazionale enti servizio civile, Forum nazionale servizio civile, Tavolo interventi civili di pace, Rete della pace, Rete italiana per il disarmo, Sbilanciamoci!) che rappresentano il vasto mondo del volontariato, della pace, del servizio civile, del disarmo».

Quella per la difesa civile, non armata e nonviolenta è una battaglia pacifista di lunga data. È l’evoluzione, scrivono di direttori delle riviste, della «lotta degli obiettori di coscienza al servizio militare, che proprio 45 anni fa, il 15 dicembre 1972, ottenevano la prima legge di riconoscimento e l’istituzione del servizio civile. Oggi vogliamo ridare valore e dignità alla parola “difesa”, sottraendola al monopolio militare. La difesa armata garantisce solo la difesa ad oltranza dell’industria degli armamenti ma lascia il Paese sempre più vulnerabile e indifeso di fronte ad ogni sorta di minaccia reale alla patria, inondazioni, terremoti, incendi, dissesto idrogeologico».

Ma le premesse, nonostante gli sforzi, non sembrano buone. Nella Legge di bilancio 2018 – che verrà approvata nei prossimi giorni, probabilmente come ultimo atto delle Camere – sono annunciati 25 miliardi di euro nel capitolo “Difesa militare”, con un aumento del quattro per cento rispetto al 2017, «risorse sottratte alla difesa dalla povertà, dall’ignoranza, dal degrado del nostro Paese». La campagna “Un’altra difesa è possibile”, cerca di invertire la rotta, con la convinzione che «l’unica difesa legittima è quella nonviolenta».

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I 50 anni di Adista, miracolo laico di una cooperativa di spiriti liberi

9 dicembre 2017

“il manifesto”
9 dicembre 2017

Luca Kocci

“Cinquanta anni alla sinistra del Padre” è il titolo scelto dal collettivo di Adista per festeggiare il suo mezzo secolo di vita e di storia oggi e domani, in una due giorni di confronto e dibattito a Roma.

Acronimo di Agenzia di informazioni stampa, Adista è stata prima agenzia e poi rivista settimanale dell’area del cattolicesimo critico e del dissenso, laica e sempre schierata a sinistra, nel mondo cattolico e in politica. Edita da una piccola cooperativa non legata né ai grandi gruppi editoriali né all’istituzione ecclesiastica (Vaticano, Cei, congregazioni religiose, movimenti ecclesiali) – quindi “parente stretta” del manifesto –, rappresenta un’esperienza unica nel panorama dell’informazione religiosa italiana, conformista e megafono della voce del padrone.

«Cinquanta anni sono davvero tanti per un giornale. Se poi questo giornale vive del solo sostegno dei propri lettori, senza sponsor politici ed ecclesiastici, senza gruppi imprenditoriali e finanziari alle sue spalle, se non fossimo profondamente laici dovremmo gridare al miracolo», spiega Valerio Gigante, attuale presidente della cooperativa.

Adista nasce nel 1967, nell’ambito di quell’area cattolica che dal punto di vista ecclesiale preme per una piena attuazione delle istanze di rinnovamento emerse al Concilio Vaticano II e dal punto di vista politico intende rompere l’unità politica dei cattolici nella Democrazia cristiana ed aprire un dialogo tra cristiani e marxisti, in maniera particolare con il Partito comunista. Infatti nella prima fase è molto stretta la relazione con l’esperienza della Sinistra indipendente, in particolare con il gruppo di deputati e senatori cattolici che, dopo le elezioni politiche del 1976, vengono eletti come indipendenti nelle liste del Pci, proprio per spezzare il dogma dell’unità politica dei cattolici (Raniero La Valle, Mario Gozzini, Giancarla Codrignani, Claudio Napoleoni e altri).

Successivamente, sempre all’interno dei confini dell’informazione e delle tematiche politico-religiose, Adista racconta e documenta tutte quelle esperienze di base che rivendicano un nuovo protagonismo dei credenti nella Chiesa e nella società: le Comunità cristiane di base (l’Isolotto di don Mazzi a Firenze, San Paolo di dom Franzoni e Roma e tutte le altre), i Cristiani per il socialismo, la teologia della Liberazione, i movimenti delle donne. Negli anni ’70 c’è l’impegno per il divorzio con i Cattolici del no, poi per l’aborto. Negli anni ’80 la mobilitazione per la pace contro gli euromissili a Comiso, ma anche contro la restaurazione di papa Wojtyla e del suo braccio destro il cardinal Ratzinger e contro il “ruinismo” in Italia. Più recentemente l’impegno contro la legge 40 sulla fecondazione assistita e contro la riforma della Costituzione di Renzi.

Oggi e domani due giorni di incontro, confronto e dibattito a Roma, al Meeting Center (Largo dello Scoutismo 1), con alcuni dei protagonisti della storia di Adista (Giovanni Avena, lo “storico” presidente della coop, Raniero La Valle, Marcello Vigli delle Comunità di base), giornalisti che in passato hanno collaborato con Adista (Bianca Berlinguer e Marco Damilano), lettori e amici.

Radio Maria, sospeso il frate del «castigo divino»

6 novembre 2016

“il manifesto”
6 novembre 2016

Luca Kocci

Il terremoto? Un «castigo di Dio» per le «offese alla legge divina, alla dignità della famiglia e del matrimonio», per esempio con le unioni civili. Così il teologo domenicano Giovanni Cavalcoli, dai microfoni di Radio Maria, ha spiegato perché l’Italia è devastata dal sisma. Ha poi ribadito a Radio24: «Le unioni gay sono un peccato contro natura, meritano il castigo divino». E a Radio Capital ha profetizzato: «Arriveranno altri castighi».

Scontata la condanna del Vaticano («affermazioni offensive e scandalose») e la dissociazione di Radio Maria, che ieri lo ha sospeso «con effetto immediato dalla sua trasmissione mensile»  (ma per Cavalcoli c’è lo zampino della Massoneria). Tuttavia Radio Maria è recidiva: nel 2011 fu lo storico Roberto De Mattei (vicepresidente del Cnr in era berlusconiana) a dire via radio che i terremoti sono punizioni divine: quello di Fukushima appena accaduto, ma anche quello di Messina del 1908. Chi prese allora le difese di De Mattei? Sempre lui: padre Cavalcoli.

Escono i gesuiti, entra, o meglio rientra l’Opus Dei

12 luglio 2016

“il manifesto”
12 luglio 2016

Luca Kocci

Escono i gesuiti, entra, anzi rientra, l’Opus Dei.

Dopo dieci anni trascorsi alla guida della Sala stampa della Santa sede, il 74enne gesuita padre Federico Lombardi lascia l’incarico di “portavoce del papa”. Al suo posto arriva il giornalista statunitense Gregory Burke, membro numerario dell’Opus Dei, cioè un laico che ha il vincolo del celibato e che è pienamente inserito nell’organizzazione che Giovanni Paolo II volle eleggere come Prelatura personale, caso unico nell’ordinamento canonico della Chiesa cattolica romana.

Si tratta di una “seconda volta” dell’Opus Dei nell’ufficio che gestisce la comunicazione del papa e, in un certo senso, di un ritorno all’èra Wojtyla: prima di Lombardi, infatti, la Sala stampa vaticana è stata guidata per 22 anni – dal 1984 al 2006, buona parte del pontificato di Giovanni Paolo II – dallo spagnolo Joaquín Navarro-Valls, anche lui numerario dell’Opus Dei.

Arriva anche una nuova vicedirettrice: la giornalista spagnola (corrispondente da Roma per la radio cattolica spagnola Cadena Cope) Paloma García Ovejero, la prima volta di una donna, in linea con quella valorizzazione delle donne anche nei ruoli decisionali più volte proclamata da papa Francesco ma che, fino a ieri, si era vista poco.

È presto per dire cosa cambierà nella comunicazione della Santa sede, bisognerà attendere i nuovi portavoce alle prime prove, da agosto in poi, perché padre Lombardi resterà in carica fino al 31 luglio, quando rientrerà dall’ultimo viaggio internazionale con papa Francesco, in Polonia (per la Giornata mondiale della gioventù), dove visiterà anche il lager di Auschwitz.

Risultano però evidenti tre scelte: l’internazionalizzazione, la laicizzazione e, in un certo senso, una maggiore professionalizzazione della Sala stampa vaticana. Al posto di due religiosi italiani – Lombardi e il vicedirettore padre Benedettini, in carica fino a gennaio, sostituito proprio da Burke – due giornalisti professionisti stranieri e laici (anche se Burke è un laico sui generis, in quanto numerario dell’Opus Dei).

Che non necessariamente, però, significherà una maggiore apertura, visti i profili piuttosto diversi di Lombardi e Burke. Nipote del gesuita Riccardo Lombardi – il “microfono di Dio” che nel triennio 1945-48 arringava le folle per la Dc – e del giurista Gabrio Lombardi – democristiano di destra, che fu presidente del Comitato per il referendum per l’abrogazione del divorzio nel 1974 –, Federico Lombardi da gesuita è stato moderatamente vicino alla linea riformatrice del “generale” (il superiore dei gesuiti nel mondo) Pedro Arrupe e sostenitore delle posizioni di padre Bartolomeo Sorge, e da direttore della Sala stampa vaticana ha mostrato doti di grande equilibrio “gesuitico”, trovandosi a gestire passaggi “storici”, come le dimissioni di Ratzinger, o particolarmente delicati, come Vatileaks. Burke, 56 anni, ha studiato dai gesuiti ma presto si è avvicinato all’Opus Dei, giornalista professionista, ha lavorato come corrispondente da Roma per il settimanale cattolico conservatore National Catholic Register e per Fox News, l’emittente di Murdoch considerata filo-repubblicana, dal 2012 lavora anche in Vaticano, prima come consulente per la comunicazione e, da dicembre, come vice-direttore della Sala stampa, in attesa della nomina di ieri.

L’editoria cattolica che non conosce crisi: 8 milioni di euro per la Lev, grazie al copyright sul papa

22 gennaio 2016

“Adista”
n. 3, 23 gennaio 2016

Luca Kocci

L’editoria cattolica è in crisi e perde pezzi: i gesuiti hanno chiuso Popoli (v. Adista Notizie n. 36/14), i dehoniani hanno ceduto Il Regno (che però comincerà una “seconda vita” indipendente, v. notizia successiva), chiuso Settimana (v. Adista Notizie n. 1/16) e anche le edizioni dehoniane non scoppiano di salute, le congregazioni missionarie hanno chiuso l’agenzia Misna (v. notizia…), il mensile dei saveriani Missione oggi è in difficoltà (v. Adista Notizie n. 44/15), i Figli dell’Immacolata concezione hanno sospeso l’attività dell’editrice Monti (v. Adista Notizie n. 39/15) e anche i Paolini (Jesus e San Paolo edizioni) non se la passano troppo bene.

 

Lev: incassi per 8 milioni di euro

Una casa editrice però è in gran forma, grazie soprattutto a papa Francesco: la Libreria Editrice Vaticana. «Nel 2015 la Lev ha venduto libri per un valore di oltre 8 milioni e mezzo di euro», spiega all’Ansa don Giuseppe Costa, direttore della Lev. «Queste entrate, sommate a quelle dei diritti d’autore (sulle parole del papa, n.d.r.), hanno permesso una gestione aziendale pienamente autonoma e ci hanno consentito di dare al Santo Padre nel 2014 un utile di 480mila euro. Ma speriamo di chiudere il 2015 con un utile ancora superiore».

Al di là dei libri editi e venduti direttamente dalla Lev, la proprietà esclusiva sulle parole e gli scritti del papa (e dei papi) frutta infatti alla casa editrice vaticana un notevole gruzzolo: oltre un milione e mezzo di euro l’anno, rivela don Costa, che racconta come nel 2015 «oltre cinquecento case editrici, università e agenzie ci hanno chiesto l’autorizzazione a pubblicare testi pontifici».

 

Copyright papale

Il copyright sulla parole del papa fu una “invenzione” del card. Angelo Sodano, segretario di Stato di Benedetto XVI, prima di andare in pensione ed essere sostituito dal card. Tarcisio Bertone (v. Adista Notizie n. 5/06). Era il 31 maggio quando venne pubblicato il decreto che affidava alla Lev l’esclusiva sul verbo papale. «Sono affidati alla Libreria Editrice Vaticana, quale Istituzione collegata alla Santa Sede – si legge nel testo firmato da Sodano –, l’esercizio e la tutela, in perpetuo e per tutto il mondo, di tutti i diritti morali d’autore e di tutti i diritti esclusivi di utilizzazione economica, nessuno escluso od eccettuato, sopra tutti gli atti e i documenti attraverso i quali il Sommo Pontefice esercita il proprio Magistero. Nell’assolvimento di tale incarico la Libreria Editrice Vaticana, in persona del direttore e legale rappresentante pro tempore, agisce nel nome e nell’interesse della Santa Sede, con il potere di compiere qualsiasi atto di disposizione dei diritti medesimi, di adire le vie legali e giudiziarie, di proporre qualsiasi azione volta alla piena protezione e alla realizzazione dei diritti stessi, di resistere a qualsiasi pretesa o domanda di terzi, in conformità alle norme dei trattati e delle convenzioni internazionali cui ha aderito anche la Santa Sede».

 

Le parole del papa: merce a pagamento

Parole del papa, quindi, come merci e pagamento. Come, pochi mesi dopo l’entrata in vigore del decreto, spiegò l’allora direttore della Lev, don Claudio Rossini, in una riunione riservata con gli editori di cui Adista svelò i contenuti. «Sono sottoposti a copyright tutti gli scritti, i discorsi e le allocuzioni del papa – era scritto negli appunti riservati di don Rossini –. Sia di quello felicemente regnante che dei predecessori, fino a 50 anni addietro. Così pure anche i documenti degli organismi della Santa sede (Congregazioni, Consigli.). Il copyright è normalmente gestito dalla Lev tranne pochi casi gestiti dall’Apsa (edizioni tipiche in latino, CIC, CCC e relativo compendio) e altri, ancora più rari, di dicasteri che gestiscono direttamente i diritti di qualche loro documento. Ordinariamente, quando un dicastero vuole far pubblicare documenti suoi presso altri (non studi predisposti da qualche superiore o officiale), compete alla Lev gestire i rapporti editoriali e concedere l’uso dei testi. Quanto al magistero “scritto” di papa Benedetto – il papa allora regnante, e quindi condotta estesa anche all’attuale pontefice, n.d.r. – (encicliche, esortazioni) terremo questa linea: la Lev cura immediatamente la stampa e la diffusione del testo tramite i suoi abituali distributori o altri che ritiene idonei ai suoi fini; l’editrice interessata presenta un progetto di edizione e invia il testo con commento, guida alla lettura o altro; il rapporto fra testo dell’enciclica e commento dovrebbe essere di 1 a 2 (1/3 del volume occupato dal documento e 2/3 dal commento teologico/filosofico). La Lev concederà l’approvazione e determinerà i tempi di uscita del commento+enciclica (e sarà uguale per tutti i progetti presentati dagli editori); orientativamente si tratterà di essere sul mercato un paio di mesi dopo l’uscita del documento; eventuali commenti/guide alla lettura/raccolte di saggi sull’enciclica, senza il testo, ovviamente non sottostanno a quanto sopra, ma solo alla richiesta di autorizzazione per le parti usate nel commento; riguardo alle Catechesi del mercoledì (es. quelle attuali sui salmi di Lodi e Vespri), Angelus che seguano linee tematiche ecc., la Lev di volta in volta si riserva la diffusione. Eventualmente può concedere ad altri sempre in via non esclusiva; l’accordo, dal punto di vista economico, oscillerà tra il 3 e il 5% del prezzo di copertina, con anticipo da concordare caso per caso in base alla tiratura (ad es.: encicliche 5%, altri documenti 4%, raccolte di discorsi 3%). Documenti e allocuzioni dei papi precedenti, come d’abitudine, sono disponibili per la pubblicazione sia singolarmente che in raccolte, previa richiesta alla Lev e conseguente accordo».

Qualcuno tentò di fare il “furbo”, fu chiamato in causa dalla Lev ed, in effetti, pagò: Piemme, per un libro di Andrea Tornielli (che in questi giorni, di nuovo con Piemme, ha pubblicato il primo libro-intervista a papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia), I miracoli di Papa Wojtyla, nel quale in appendice fu pubblicato il “testamento spirituale” di Giovanni Paolo II; e Baldini & Castoldi, per il Dizionario di papa Ratzinger (curato da Marco Tosatti), a cui venne chiesto dalla Lev il 15% del prezzo di copertina per ogni copia venduta (v. Adista Notizie n. 9/06).

«Quando fu pubblicato il documento del cardinal Sodano che imponeva il copyright sui testi e discorsi del Papa non tutti furono d’accordo si disse che il papa apparteneva a tutti e che non bisognava limitarlo con royalties e copyright», commenta oggi don Costa. «In realtà – aggiunge – l’aver affidato all’editrice vaticana il compito di gestire il copyright ha incrementato l’attenzione mondiale degli editori e questi hanno rappresentato un valore aggiunto alla stessa sua diffusione». E un valore aggiunto anche alle casse vaticane

“Il Regno”: una seconda vita per la rivista chiusa dai dehoniani

22 gennaio 2016

“Adista”
n. 3, 23 gennaio 2016

Luca Kocci

Comincia una “seconda vita” per Il Regno. La storica rivista, che i dehoniani hanno deciso di chiudere – insieme a Settimana (v. Adista Notizie nn. 28 e 32/15) – mandando in stampa l’ultimo numero datato dicembre 2015, ripartirà senza interruzioni con un nuovo editore nato “dal basso”: l’associazione Dignitatis humanae formata da «studiosi e intellettuali di formazione culturale e d’attività professionale diverse, legati tra loro da un comune impegno civile e democratico e dalla comune sensibilità religiosa, con particolare riferimento alla tradizione cattolica e all’ispirazione cristiana».

La notizia era già stata anticipata da Adista alla fine del mese di dicembre (v. Adista Notizie n. 1/16). Ora è ufficiale, come si legge nell’ultimo editoriale del direttore del Regno, Gianfranco Brunelli. «Si conclude un anno difficile nella vita della rivista Il Regno. A metà luglio la proprietà del Centro editoriale dehoniano (Ced), la Provincia italiana settentrionale dei Sacerdoti del sacro Cuore (dehoniani), aveva dato l’annuncio, motivato da ragioni finanziarie e di ristrutturazione aziendale, della chiusura della rivista alla fine del 2015. Alla vigilia del suo 60° anno di vita, la rivista storica del Ced veniva chiusa. Qualificai allora la decisione come “sofferta e grave” e mi augurai che questa storia potesse “in altro modo e in altra forma proseguire”». Da quell’annuncio, vista l’impossibilità di far recedere i dehoniani dal loro proposito, Brunelli si è messo al lavoro affinché «Il Regno non morisse». E il risultato è stato raggiunto. «Stiamo perfezionando un accordo con il Ced – scrive Brunelli – perché la testata Il Regno giunga a una costituenda associazione di donne e di uomini che la facciano vivere nel segno della continuità possibile», appunto la Dignitatis humanae, che darà vita al “nuovo” Regno.

Il Ced quindi cederà gratuitamente la testata all’associazione Dignitatis humanae che sarà il nuovo editore del Regno. Della distribuzione si occuperà Il Mulino. I dehoniani non avranno più alcuna partecipazione economica nell’impresa – che graverà interamente sull’associazione – ma conserveranno una presenza nel nascituro comitato dei garanti, anche per segnare una sorta di continuità, sebbene solo simbolica. Insomma la rivista continuerà a vivere

Una vicenda, quella del Regno, che indirettamente sottolinea anche il “miracolo” Adista, e dei nostri 49 anni di esistenza “senza padroni”. Una sopravvivenza che negli ultimi anni si è fatta sempre più difficile e che potrà ancora durare solo se i nostri lettori vorranno sostenerla, convinti della necessità di Adista in una panorama editoriale che assomiglia sempre più ad un deserto

Dehoniani: ritirati i licenziamenti. E per “Il Regno” si aprono spiragli per una “nuova” vita

9 gennaio 2016

“Adista”
n. 1, 9 gennaio 2016

Luca Kocci

I dehoniani “salvano” i lavoratori, ritirando i licenziamenti già annunciati, ma rinunciano al Regno – l’ultimo numero, datato 15 dicembre 2015, è in stampa in questi giorni –, anche se la rivista potrebbe continuare a vivere con un altro editore nato “dal basso”.

L’accordo fra i sindacati e il Centro editoriale dehoniano (Ced) è stato siglato nella notte del 21 dicembre: prevede, in sostanza, la cancellazione dei 9 esuberi che sarebbero scattati il primo gennaio 2016, in cambio di una cospicua riduzione dell’orario di lavoro (20%) e degli stipendi per i 30 dipendenti del Ced; rispetto al Regno, invece, «si sta lavorando alla possibilità di agevolare una continuità esterna dell’esperienza editoriale» della rivista.

 

La crisi e la soluzione

La crisi era esplosa a luglio 2015, con l’annuncio, da parte del Ced, per motivazioni economiche – a cui non era estraneo il forte calo degli abbonati del Regno –, della chiusura di tre riviste: appunto Il Regno, Settimana e Musica e assemblea (v. Adista Notizie n. 28/15). A settembre poi era stata comunicata l’intenzione di procedere al licenziamento di 9 dipendenti (4 del Regno più altri 5 da individuare all’interno degli altri comparti delle attività editoriali dei dehoniani), a cui era seguita una decisa mobilitazione dei lavoratori, con alcune giornate di sciopero, e l’avvio di una trattativa serrata per salvare l’occupazione (v. Adista Notizie n. 32/15).

Che si è conclusa positivamente, con il ritiro dei licenziamenti, poco prima di Natale. «È un risultato importante il cui merito va principalmente alle lavoratrici e ai lavoratori», si legge nella nota congiunta di Slc-Cgil e Fistel-Cisl dopo la firma. «Dopo mesi di trattativa, tre giornate di sciopero, tante iniziative pubbliche e tanta solidarietà, ha prevalso la capacità di dialogo, grazie particolarmente alla coesione e alla determinazione dei lavoratori a rimanere uniti».

L’accordo è piuttosto articolato. Il punto centrale prevede, per i dipendenti a partire dal giugno 2016 (fino ad allora resta in vigore l’attuale contratto di solidarietà, leggermente più vantaggioso), la riduzione dell’orario di lavoro del 20% e la conseguente riduzione degli stipendi, che viene parzialmente compensata dagli ammortizzatori sociali (contratti di solidarietà e cassa integrazione), per cui la perdita monetaria per ciascun lavoratore sarebbe al massimo dell’8%. Congelati i «premi di risultato» per un triennio, ma salvate le quattordicesime e le altre garanzie (permessi, sanità integrativa, ecc.). Istituita anche una «banca ore» per «gestire la flessibilità» e introdotti principi di tutela per i lavoratori aticipi e a tempo determinato.

L’accordo è valido per tre anni. Poi si vedrà. «Abbiamo convinto l’azienda a prendersi del tempo per cercare di rilanciare l’iniziativa editoriale, e questa è stata una grande vittoria», spiega ad Adista Daniela Sala, redattrice del Regno e componente della Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu), esprimendo la soddisfazione dei lavoratori.

 

Il Regno: futuro incerto, ma senza i dehoniani

Ancora incerto il futuro del Regno, una delle più autorevoli e preziose riviste dell’informazione religiosa italiana, fondata nel 1956 come bollettino dei Sacerdoti del Sacro Cuore (il nome completo dei dehoniani) e negli anni del Vaticano II diventata uno dei periodici di punta del cattolicesimo conciliare.

Ad oggi, l’unica cosa sicura è che sta andando in stampa l’ultimo numero (l’11/2015) “targato” dehoniani. Nella nota sindacale è detto genericamente che «si sta lavorando alla possibilità di agevolare una continuità esterna dell’esperienza editoriale» della rivista. Più o meno lo stesso auspicio che formulava il direttore, Gianfranco Brunelli, a luglio, quando il Ced ne annunciò la chiusura: «Chiudere questa nostra storia nel momento in cui il pontificato di papa Francesco rilancia in ogni punto della vita della Chiesa lo spirito e la forma del Concilio Vaticano II, di cui questa rivista è stata tra i protagonisti, ha persino qualcosa di paradossale oltre che di doloroso», scriveva allora Brunelli. «Come direttore e come redazione ci auguriamo che questa storia possa proseguire in altro modo e in altra forma nella continuità di un servizio d’informazione religiosa che è stato in questi 60 anni libero, competente e fedele».

In realtà, sebbene non vi sia nulla di ufficiale, le cose sono andate avanti. È in via di definizione la costituzione di una associazione – costituita da un gruppo di persone vicine al Regno ma anche da altri soggetti – che rileverebbe la testata dai dehoniani, i quali la cederebbero a costo zero, per consentire la prosecuzione dell’esperienza (e anche per non essere considerati responsabili dell’uccisione definitiva della rivista, nella quale anzi conserverebbero una presenza, sebbene meramente simbolica); della partita dovrebbe far parte anche la società editrice Il Mulino, che si occuperebbe della distribuzione.

Che le trattative siano a buon punto e che ci sia una certa fiducia è testimoniato dal fatto che lo stesso Brunelli, principale animatore dell’operazione e attualmente impegnato nella raccolta dei capitali per ripartire, ha comunque lasciato il Ced – era uno dei 9 licenziati riassorbiti al termine della trattativa sindacale –, scommettendo tutto sulla prosecuzione dell’esperienza del Regno. E se il progetto fosse convincente, anche gli altri redattori del Regno (due dei quali ricollocati dal Ced negli altri settori editoriali) potrebbero scegliere, ora liberamente e non con la mannaia del licenziamento, di lasciare i dehoniani e seguire Brunelli al “nuovo” Regno. La questione dovrebbe chiarirsi in tempi brevi, forse già a gennaio, e in tal caso non ci sarebbe nemmeno l’interruzione delle pubblicazioni.

 

Settimana: «Congedo in piedi»

Non sono invece previsti percorsi alternativi per Settimana, l’altra rivista dei dehoniani che il 31 dicembre ha chiuso ufficialmente i battenti, dopo 50 anni di vita (venne rilevata nel 1965 dai dehoniani, che la acquisirono dalle edizioni Presbyterium di Padova), anche se nell’ultimo editoriale sull’ultimo numero di Settimana (44/2015) – “Congedo in piedi” – si fa riferimento generico a «qualche forma di continuità di rapporto con i nostri lettori».

«Chiudere una rivista non è mai operazione indolore. Per noi che la scriviamo come per i lettori che la leggono e per le comunità cristiane che, in qualche maniera, se ne alimentano», scrive il direttore, Lorenzo Prezzi (che è anche direttore del Ced, quindi primo responsabile delle scelte editoriali dei dehoniani). «Un velo di tristezza e di melanconia copre inevitabilmente anche le scelte più pensate e sofferte. È la decisione giusta? È il momento opportuno? Si poteva fare altrimenti? Si può pensare a qualche altro strumento? Queste e altre domande affollano i pensieri, ma non cambiano la realtà». Ovvero la insostenibilità della crisi economica che, scrive Prezzi, è l’unico motivo della chiusura: 80mila euro di deficit all’anno e un calo continuo degli abbonati.

Detto questo, conclude Prezzi, «siamo consapevoli che il grande patrimonio costruito non può essere rimosso o cancellato e che esso impegna noi a una qualche forma di continuità di rapporto coi nostri lettori. Non si spezza un legame nel sogno di una Chiesa rinnovata dallo Spirito».

Il paradosso editoriale de “Il Regno”

14 dicembre 2015

“Il Mosaico”
n. 49, inverno 2015

Luca Kocci

Morire a 60 anni non ancora compiuti. Sarà probabilmente questo il destino de Il Regno, una delle più autorevoli e preziose riviste dell’informazione religiosa italiana, fondata nel 1956 come bollettino dei Sacerdoti del Sacro Cuore (dehoniani) e negli anni del Vaticano II diventata uno dei periodici di punta del cattolicesimo conciliare.

La proprietà, il Centro editoriale dehoniano di Bologna (Ced), ha infatti deciso di sospendere le pubblicazioni il 31 dicembre 2015 a causa della grave crisi economica che affligge le attività del gruppo. E con Il Regno, se non ci saranno novità (ci sono contatti con altri editori, ma non una vera e propria trattativa), chiuderanno i battenti anche Settimana – altra importante rivista della galassia editoriale dei dehoniani, che la rilevarono nel 1965 dalla edizioni Presbiterium di Padova, quando si chiamava Settimana del clero – e Musica e assemblea.

Si tratta di «una decisione sofferta e dolorosa che indebolisce la nostra presenza nella Chiesa italiana e nel dibattito civile. E tuttavia inevitabile, malgrado tutti gli sforzi di questi ultimi anni per evitarla», spiega padre Lorenzo Prezzi, direttore del Ced. «Le ragioni dell’amara decisione risiedono nell’accumularsi di stratificazioni di crisi diverse: dal profondo mutamento del comparto dei media, che penalizza la comunicazione cartacea e modifica le forme della comunicazione, al restringersi del bacino di utenza del personale ecclesiale (preti, religiosi e religiose); dal peso della crisi economica e finanziaria degli ultimi anni fino alla sempre più problematica distribuzione postale. Il peso dei deficit delle riviste obbliga alla decisione nel contesto del piano di ristrutturazione del Centro editoriale dehoniano».

Motivazioni esclusivamente economiche, secondo i dehoniani, aggravate da scelte aziendali non proprio felici – l’apertura e la repentina chiusura di diverse librerie; la fusione del settore distributivo con Messaggero Distribuzioni, per dare vita a Proliber, che ha ottenuto risultati tutt’altro che positivi, nonostante sia quasi monopolista fra gli editori cattolici – e dal significativo calo dei lettori del Regno, scesi dai 12mila abbonati dei “tempi d’oro” ai 7mila del 2014, e ulteriormente diminuiti a 5-6mila dopo la decisione di pubblicare dal 2015 solo nella versione online il fascicolo Documenti (la rivista è composta da un fascicolo Attualità e da uno Documenti).

Previsto anche il licenziamento di 9 lavoratori su un totale di 30 dipendenti del Ced (in particolare 4 redattori del Regno, fra cui il direttore Gianfranco Brunelli, più altri 5 ancora da identificare all’interno delle varie attività editoriali, la più importante delle quali è costituita dalle Edb – Edizioni dehoniane Bologna), che lo scorso 15 settembre hanno scioperato per 4 ore e manifestato davanti la sede bolognese dei dehoniani.

È proprio la gestione della crisi a sollevare qualche interrogativo. L’annuncio della chiusura delle riviste arriva nel luglio 2015, ma – spiegano i rappresentanti della Rsu del Ced – le difficoltà economiche erano note già dal dicembre 2013. Se ne comincia a parlare formalmente solo nell’ottobre 2014 e nel febbraio 2015 viene sottoscritto un contratto di solidarietà che prevede la riduzione dell’orario di lavoro e del salario del 10% per tutti i dipendenti. L’intento, ovviamente, è risanare il bilancio e salvaguardare l’occupazione. A luglio, però, arriva la comunicazione della chiusura delle riviste e dei licenziamenti. Una notizia sorprendente, dal momento che il contratto di solidarietà era stato firmato appena 4-5 mesi prima, difficile che la situazione sia precipitata così rapidamente. «Avremmo potuto prendere decisioni più robuste fin dal primo momento, invece di scelte apparentemente più morbide che però ci hanno portato a questo punto. L’impressione è che si sia perso del tempo prezioso», spiega Daniela Sala, redattrice del Regno e rappresentante nella Rsu eletta nelle liste Cisl. Dopo l’estate viene proposto un nuovo piano (cassa integrazione e prepensionamenti nel biennio 2016-2017) che però i dehoniani respingono, riproponendo la loro ricetta “non negoziabile”: chiusura delle riviste e licenziamento dei lavoratori. Inevitabile lo sciopero, con i lavoratori che esprimono «sconcerto» per il rifiuto dell’azienda, «ritengono che tutti debbano farsi carico di uno sforzo di risanamento equo e condiviso e quindi considerano immorale individuare come capro espiatorio solo alcuni lavoratori». La mobilitazione sembrerebbe portare frutto: a fine ottobre la trattativa si riapre, ma solo per il possibile ricollocamento – a condizioni durissime – dei 9 lavoratori in esubero. La chiusura del Regno è invece confermata dai dehoniani.

«Chiudere questa nostra storia nel momento in cui il pontificato di papa Francesco rilancia in ogni punto della vita della Chiesa lo spirito e la forma del Concilio Vaticano II, di cui questa rivista è stata tra i protagonisti, ha persino qualcosa di paradossale oltre che di doloroso», spiega il direttore Brunelli, il quale auspica che la questione non sia archiviata del tutto e che si possano trovare forme diverse per mantenere in vita la testata.

Sebbene l’esito conservi ancora qualche margine di incertezza, la vicenda evidenzia il pessimo stato di salute dell’informazione religiosa italiana, anche o soprattutto per responsabilità delle istituzioni ecclesiastiche. Dehoniani compresi. I quali, se non ci ripenseranno, avranno scelto loro di chiudere Il Regno, rinunciando – e privando i credenti – al proprio principale strumento di comunicazione. Le difficoltà economiche sono evidenti – del resto ad essere in crisi non è solo l’editoria cattolica, ma l’editoria tout court –, ma altrettanto evidente pare essere la poca attenzione, se non vero e proprio disinteresse, per il mantenimento in vita di mezzi di informazione, riflessione e dibattito che possano contribuire alla diffusione di un’opinione pubblica nella Chiesa.

L’editrice Monti annuncia la chiusura. Editoria cattolica sempre più povera

13 novembre 2015

“Adista”
n. 39, 14 novembre 2015

Luca Kocci

Morire prima ancora di aver compiuto venti anni. Potrebbe essere questo il destino dell’Editrice Monti, azienda editoriale nata nel 1996 all’interno della Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, che lo scorso 31 ottobre ha annunciato la sospensione delle pubblicazioni.

Non si tratta ancora di una chiusura definitiva: l’azienda resta in piedi, ma cesserà l’edizione di nuovi testi. Le motivazioni della decisione sono da ricercare nella crisi del mercato editoriale, e in particolare dell’editoria di carattere religioso. Ma anche nel difficile frangente che sta attraversando la Congregazione dei figli dell’Immacolata concezione, commissariata dal Vaticano dal febbraio 2013 – il commissario, nominato da papa Francesco, è il card. Giuseppe Versaldi, presidente della Prefettura degli affari economici della Santa Sede – in seguito al dissesto finanziario del polo sanitario Idi (gestito dalla Congregazione) per cui è finito sotto inchiesta anche p. Franco Decaminada, ex consigliere delegato dell’Idi. La speranza che filtra è che l’esito di questa “pausa di riflessione” non sia la cessazione totale di ogni attività, ma la ripresa delle pubblicazioni. Con la sospensioni delle attività, si spegne un’altra voce che impoverisce ulteriormente il panorama dell’editoria religiosa e che si somma alle recenti chiusure di riviste come Popoli (v. Adista Notizie nn. 36/14 e 1/15) e, dal prossimo 31 dicembre, dei periodici dei dehoniani Il Regno, Settimana e Musica e assemblea (v. Adista Notizie nn. 28 e 32/15).

Piccola ma significativa esperienza editoriale, la casa editrice in quasi venti anni di attività ha pubblicato oltre 400 titoli di vari argomenti (spiritualità, pastorale, ambiente, consumo critico, storia), annoverando “firme” come il card. Carlo Maria Martini, mons. Giancarlo Bregantini, p. Alex Zanotelli, p. Adriano Sella, Nedo Fiano e Luigi Sandri. E nel corso del tempo ha stretto importanti sinergie con attori importanti del Terzo settore, a cominciare dalla collaborazione con Banca Etica, da cui è nata la rivista Valori.

«Ora, mentre ci diamo un futuribile “arrivederci”, abbassiamo la serranda», spiegano in una nota fratel Ruggero Valentini, il religioso che avviò l’attività dell’Editrice Monti, e Sergio Slavazza, l’attuale direttore editoriale. «C’è amarezza in questa decisione che spegne una luce. L’esperienza che abbiamo vissuto non ci lascia tuttavia privi di speranza, perché essere piccoli, ed essere voce dei piccoli, provoca un’insaziabile voglia di rinascere».

Dehoniani “senza cuore”: chiudono “Il Regno” e licenziano nove dipendenti. Lavoratori in sciopero

24 settembre 2015

“Adista”
n. 32, 26 settembre 2015

Luca Kocci

Sciopero dei dipendenti e manifestazione sotto la sede della Provincia Dehoniana dell’Italia settentrionale, a Bologna, dopo la decisione del Centro editoriale dehoniano (Ced) di chiudere, il prossimo 31 dicembre, tre riviste del gruppo – Il Regno, Settimana e Musica e assemblea – e di licenziare nove lavoratori.

Le organizzazioni sindacali, lo scorso 15 settembre, hanno proclamato quattro ore di sciopero – caso abbastanza raro nel mondo dell’editoria cattolica italiana – a cui hanno aderito quasi tutti i lavoratori del Ced, che poi si sono ritrovati in strada, per un presidio davanti al quartier generale della Congregazione dei sacerdoti del Sacro cuore di Gesù (appunto i Dehoniani) dell’Italia del nord. Al termine della manifestazione c’è stato un breve incontro con i rappresentanti della proprietà, «utile perché abbiamo potuto esplicitare la nostra posizione direttamente ai vertici del Ced, ma che al momento non ha prodotto alcuna apertura», spiega ad Adista Daniela Sala, redattrice del Regno e componente della Rappresentanza sindacale unitaria (Rsu).

La posta in gioco è molto alta: il posto di lavoro per nove dipendenti del Ced, fra cui i quattro redattori del Regno (compreso il direttore, Gianfranco Brunelli) più altri cinque lavoratori ancora da identificare all’interno dei comparti delle attività editoriali dei Dehoniani, il più importante dei quali è costituito dalle Edb (Edizioni dehoniane Bologna). Nei loro confronti il Ced intende avviare le procedure che porteranno al licenziamento, dal momento che, finora, ha bocciato tutte le proposte avanzate dai lavoratori e dai sindacati per salvaguardare l’occupazione. Considerando che il Ced conta in tutto 30 dipendenti, licenziarne nove vorrebbe dire una riduzione del 30%.

La vicenda apparentemente comincia nello scorso mese di luglio, quando i Dehoniani annunciano la chiusura delle tre riviste per motivi economici (anche se la scelta della proprietà di rinunciare a questi importanti strumenti di informazione e riflessione – in particolare Il Regno – sembra travalicare le mere ragioni di bilancio, v. Adista Notizie n. 28/15). In realtà si parlava di difficoltà economiche almeno da un anno e mezzo, dal dicembre 2013, ma la questione viene affrontata formalmente – insieme ai rappresentanti dei lavoratori e alle organizzazioni sindacali – solo nell’ottobre 2014. Nel febbraio 2015 (anno con cui, frattanto, si decide di chiudere il fascicolo cartaceo del Regno Documenti per trasferirlo interamente online, operazione che fa perdere di colpo un migliaio di abbonati) viene sottoscritto un contratto di solidarietà, con l’intento di risanare il bilancio e salvaguardare l’occupazione, che prevede la riduzione dell’orario di lavoro e del salario del 10% per tutti i dipendenti. Sembra tutto risolto, ma a luglio – anche se la decisione sarebbe stata presa qualche mese prima – arriva l’annuncio della chiusura delle riviste e dei licenziamenti.

Una “doccia fredda”, dal momento che il contratto di solidarietà – accettato dall’azienda – era stato firmato appena 4-5 mesi prima, ed è difficile pensare che in così poco tempo la situazione sia precipitata al punto da rendere necessaria la scure di ben nove licenziamenti. «Avremmo potuto prendere decisioni più robuste fin dal primo momento, invece di scelte apparentemente più morbide che però ci hanno portato a questo punto. L’impressione è che si sia perso del tempo prezioso», aggiunge Daniela Sala.

Qualche settimana fa le organizzazioni sindacali e la Rsu hanno proposto un nuovo «percorso di risanamento», utilizzando gli ammortizzatori sociali previsti dalla legge (cassa integrazione guadagni straordinaria) e prevedendo un piano di prepensionamenti nel biennio 2016-2017. Ma, spiegano i sindacati, «l’azienda ha rifiutato tale percorso, dichiarando che non intende escludere la cassa integrazione a zero ore, ovvero vuole identificare i lavoratori che saranno condannati al licenziamento, per cui quindi non è disponibile a predisporre percorsi di ricollocazione a fronte delle attività scomparse o ridotte». Chiusura totale, quindi: respinte tutte le proposte dei lavoratori ed esclusa anche la possibilità di ricollocare i giornalisti del Regno negli altri settori editoriali dei Dehoniani (operazione peraltro non particolarmente difficile, trattandosi di giornalisti da ricollocare in un’azienda editoriale, tanto che i religiosi lavoratori saranno tutti ricollocati nelle attività del Ced). Unica soluzione il licenziamento, che pare essere una sorta di principio non negoziabile.

Inevitabile, pertanto, la decisione di scioperare il 15 settembre. «La scelta aziendale di comunicare la chiusura delle maggiori riviste storiche del Centro viene ritenuta controproducente, sia rispetto alla missione del Ced, sia rispetto all’immagine che ha da sempre trainato anche gli altri ambiti editoriali dell’azienda», si legge nel comunicato sindacale che annunciava lo sciopero. «Il Ced viene a caricarsi di costi e debiti anche di società collegate (i cui lavoratori peraltro ne hanno già pagato e stanno pagando il costo), senza che sia stato possibile affrontare organicamente e unitariamente questa situazione (ci si riferisce a Proliber, settore distribuzione dei dehoniani, frutto della fusione con Messaggero Distribuzioni, in grave crisi da molti mesi, ndr); soprattutto e prima di tutto [i lavoratori] esprimono il più profondo sconcerto nel prendere atto che il rifiuto opposto dall’azienda alle loro proposte colpisce un delicatissimo profilo etico; ritengono che tutti debbano farsi carico di uno sforzo di risanamento equo e condiviso, e quindi considerano immorale individuare come capro espiatorio solo alcuni lavoratori».

Lo sciopero è riuscito – l’adesione è stata quasi totale – ma i risultati ancora non si vedono. Il Ced ha ribadito la totale «indisponibilità a ricercare una soluzione alternativa» ai nove licenziamenti, informa la Rsu. «I lavoratori hanno ribadito che tale posizione è assolutamente inaccettabile e proseguiranno la mobilitazione e le azioni di lotta, anzitutto con la proclamazione di un ulteriore sciopero, le cui modalità verranno diffuse nei prossimi giorni». Insomma la lotta continua.