Archive for the ‘obiezione di coscienza’ Category

Josef Mayr-Nusser, un beato obiettore a Bolzano. L’uomo che disse no a Hitler

18 marzo 2017

“il manifesto”
18 marzo 2017

Luca Kocci

«Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, sono cristiano, la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono». Con queste parole Josef Mayr-Nusser, un giovane cattolico altoatesino che era stato anche dirigente dell’Azione cattolica, il 4 ottobre 1944 decretò la propria condanna a morte. Il suo no, come quello dei martiri cristiani del III-IV secolo che in nome di Dio rifiutavano il servizio militare nelle truppe imperiali, venne infatti pronunciato davanti al suo superiore del centro reclute delle Ss di Konitz, in Prussia. E per lui la corte marziale emanò una sentenza inappellabile: condanna a morte, nel lager di Dachau. Ma a Dachau Mayr-Nusser non arrivò nemmeno: morì su un vagone piombato durante il viaggio di trasferimento.

Sarà questo il motivo formale per cui per molti anni l’iter della sua causa di beatificazione si arenò: la morte – sostenevano gli oppositori – è avvenuta in treno, per cause naturali, quindi non c’è stata uccisione «in odium fidei» (in odio alla fede), la formula canonica imprescindibile per il riconoscimento del martirio, anche perché i nazisti non odiavano o perseguitavano i cristiani. Sotto traccia agivano motivazioni più profonde: poco prudente beatificare un obiettore di coscienza agli ordini militari, troppo “pericolosa” la scelta di Mayr-Nusser, come ha sottolineato il vescovo di Bolzano, mons. Ivo Muser: «Rimarrà scomodo anche da beato. Ci abbiamo messo tanto, come società e come Chiesa, a guardarlo in faccia. Quelli sono stati anni di scelte, e chi ha scelto in modo sbagliato va in crisi con Mayr-Nusser. Ancora oggi c’è chi non accetta fino in fondo il suo messaggio: no ai populismi, no alle scelte facili, sì alla convivenza, non solo con i nuovi arrivati, ma anche tra i nostri gruppi etnici, tra tedeschi e italiani». Obiezioni che somigliano – sebbene le vicende siano imparagonabili – a quelle che per anni bloccarono il riconoscimento del martirio di padre Pino Puglisi: se i mafiosi si dicono cattolici, possono uccidere un prete in odium fidei?

Poi a luglio 2016, dopo otto anni in cui è rimasto fermo in Vaticano, l’iter si sblocca. C’entra anche papa Francesco, il cui ruolo è stato fondamentale per far camminare un altro processo di beatificazione che si era insabbiato, quello di monsignor Romero? E oggi Mayr-Nusser viene proclamato martire nel duomo di Bolzano dall’inviato papale, il card. Angelo Amato, prefetto della Congregazione vaticana per le cause dei santi.

«Mayr-Nusser è il primo obiettore di coscienza cattolico al militare del nostro Paese, riscatta i silenzi, le paure e le contraddizioni della Chiesa durante gli anni del nazifascismo», spiega Francesco Comina, autore di una importante biografia sul giovane altoatesino (L’uomo che disse no a Hitler, Il Margine). «La sua testimonianza contro l’idolatria del potere ha un valore civile e politico enorme, anche la Chiesa cattolica ora lo riconosce, speriamo che non venga depotenziata e Mayr-Nusser reso un innocuo “santino”».

Quella del giovane altoatesino non fu una scelta improvvisa ed estemporanea. Nato nel 1910 da una famiglia di contadini cattolici, maturò presto la sua opposizione al fascismo e al nazismo, tanto che nel 1939, in seguito ad un accordo bilaterale fra le due dittature, quando i sudtirolesi furono invitati a decidere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich di Hitler, Mayr-Nusser, ostile ad entrambi i regimi e alla formula nazionalista “sangue e suolo”, rifiutò di scegliere e si dichiarò dableiber, cioè non optante. I difficili anni successivi li visse fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che resistevano all’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese che sognava la Grande Germania di Hitler; dall’altra i fascisti intenzionati ad italianizzare l’Alto Adige. Mayr-Nusser decise di non scegliere, perché non si poteva decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e iniziò a collaborare con la Lega “Andreas Hofer”, un’associazione clandestina antifascista e antinazista

Nell’agosto 1944, in piena occupazione tedesca dell’Alto Adige, a Mayr-Nusser arrivò la cartolina di arruolamento nelle Ss. Partì per Konitz, dove il 4 ottobre 1944 avrebbe dovuto prestare quel giuramento che rifiutò. «Il doverti gettare nel dolore terreno con la mia professione di fede nel momento decisivo mi tormenta il cuore, o fedele compagna, ma questo dovere di testimoniare è inevitabile», scrisse alla giovane moglie Hildegard Straub, sposata due anni prima e con cui aveva generato Albert, che oggi, 74enne, assiste alla beatificazione del padre.

«Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te a ai superiori fedeltà e obbedienza fino alla morte. Che Dio mi assista», erano queste le parole che Mayr-Nusser rifiutò di pronunciare. «Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?», si chiese. «Signor maresciallo, io non posso giurare».

Arrestato, condannato per disfattismo, nel febbraio 1945, insieme ad altri 40 obiettori, venne messo nei vagoni piombati di un treno diretto a Dachau. Ma non arrivò a destinazione: la linea fu bombardata, e il 20 febbraio il treno si fermò ad Erlangen, senza poter più andare avanti. Mayr Nusser stava male, le privazioni e la dissenteria lo stavano uccidendo. Lo portarono in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista lo rimandò indietro. Tornò sul treno e nella notte del 24 febbraio morì. «Broncopolmonite», attesterà il telegramma che oltre un mese dopo arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito che non giurò ad Hitler.

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L’eredità di don Milani a 50 anni dal processo. In dialogo con Giorgio Pecorini

3 marzo 2016

“Adista”
n. 9, 5 marzo 2016

Luca Kocci

«Il Milani, pertanto, va assolto dal delitto ascrittogli trattandosi di persona non punibile perché il fatto non costituisce reato». Sono le parole conclusive della sentenza con cui cinquant’anni fa, il 15 febbraio 1966, la IV sezione penale del Tribunale di Roma, «in nome del popolo italiano», assolve don Lorenzo Milani dal reato di «apologia di reato» per aver difeso in una lettera aperta ai cappellani militari – poi pubblicata da Rinascita, settimanale del Partito comunista italiano – il principio dell’obiezione di coscienza.

La vicenda comincia un anno prima. Da oltre 11 anni don Milani vive a Barbiana, sul monte Giovi, nel Mugello (Fi), dove l’arcivescovo di Firenze, il card. Dalla Costa, lo ha spedito in “esilio” nel dicembre 1954 e dove don Lorenzo ha messo in piedi una scuola per i piccoli montanari. La lettura collettiva del giornale è una delle attività quotidiane delle scuola di Barbiana. E così, il 14 febbraio 1965, informato da Agostino Ammannati – un professore del liceo “Cicognini” di Prato che collabora con don Milani a Barbiana –, don Milani legge insieme ai suoi ragazzi un trafiletto pubblicato due giorni prima sulla Nazione di Firenze: «Nell’anniversario della Conciliazione tra la Chiesa e lo Stato italiano, si sono riuniti ieri, presso l’Istituto della Sacra Famiglia in via Lorenzo il Magnifico, i cappellani militari in congedo della Toscana. Al termine dei lavori, su proposta del presidente della sezione don Alberto Cambi, è stato votato il seguente ordine del giorno: I cappellani militari in congedo della Regione Toscana (in realtà sono solo 20 su 120, n.d.r.), nello spirito del recente congresso nazionale dell’associazione, svoltosi a Napoli, tributano il loro riverente e fraterno omaggio a tutti i caduti d’Italia, auspicando che abbia termine, finalmente, in nome di Dio, ogni discriminazione e ogni divisione di parte di fronte ai soldati di tutti i fronti e di tutte le divise, che morendo si sono sacrificati per il sacro ideale della Patria. Considerano un insulto alla Patria e ai suoi caduti la cosiddetta “obiezione di coscienza” che, estranea al comandamento cristiano dell’amore, è espressione di viltà».

Don Milani – insieme agli alunni della scuola – si mette subito al lavoro per replicare ai cappellani, dal momento che, scrive, «avete rotto il silenzio voi, e su un giornale». In pochi giorni è pronta la Lettera ai cappellani militari che viene ciclostilata e inviata ai preti della diocesi di Firenze e ad una serie di giornali, fra cui Rinascita, che il 6 marzo la pubblica.

«Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni – si legge nella lettera –. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Alcune associazioni d’arma denunciano don Milani e Luca Pavolini, direttore di Rinascita, per «apologia di reato». A Barbiana arrivano decine di lettere anonime e le minacce dei fascisti. E arriva anche il rinvio a giudizio.

Il 30 ottobre si apre il processo a Roma. Don Lorenzo è malato – morirà un anno e mezzo dopo, il 26 giugno 1967 –, non può partecipare alle udienze, manda una lunga memoria scritta, la Lettera ai giudici, in cui si legge, fra l’altro: occorre «avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto».

Quello della responsabilità individuale è il tema centrale delle lettera – e di tutto l’insegnamento di don Milani –, assai più della questione dell’obiezione di coscienza al servizio militare, come spiega ad Adista Giorgio Pecorini, giornalista ma soprattutto profondo e sincero amico del priore di Barbiana: «A don Lorenzo dell’obiezione di coscienza al servizio militare non importava nulla, lo ha detto chiaramente in altre occasioni, ed era vero». Lo ha fatto, per esempio, in una conversazione a Barbiana con gli studenti di una scuola di giornalismo, la cui trascrizione fedele è riportata dallo stesso Pecorini nel suo Don Milani! Chi era costui? (Baldini & Castoldi, Milano 1996). «Ma usava quella questione – prosegue Pecorini – per affermare la tesi della necessità dell’obiezione di coscienza in qualunque campo, era un pretesto per porre quel tema e quel problema etico. Il suo era una ragionamento che si muoveva sul filo del paradosso, utilizzando le contraddizioni in senso provocatorio per scardinare i luoghi comuni».

La notizia del rinvio a giudizio non arriva a Barbiana inaspettata. Ricorda Pecorini: «Aveva la consapevolezza di aver dato fastidio, anche perché erano arrivate a Barbiana decine di lettere anonime anche minacciose, quindi in parte se l’aspettava. In qualche momento ebbe anche paura di qualche spedizione punitiva dei fascisti, tanto che si era procurato una pistola finta da tenere in casa. Ma la sua preoccupazione principale era di “strumentalizzare” la situazione per valorizzare la Lettera ai giudici. Una strumentalizzazione consapevole della situazione per dare vita a quella che don Lorenzo chiama una “controturlupinatura”. Se i giornali avevano strumentalizzato cinicamente la Lettera ai cappellani militari per attaccarlo, lui ora voleva ribaltare la situazione. In questo frangente anch’io diedi una mano facendo circolare la lettera fra alcuni amici giornalisti. Il capolavoro però lo fece Mario Cartoni, cronista giudiziario della Nazione (e anche lui grande amico di don Milani, n.d.r.), un giornale che più volte si era mostrato ostile a don Milani, che riuscì a far pubblicare il testo integrale della Lettera sull’edizione della sera».

Al processo don Milani vorrebbe fare tutto da solo, ma non può. Come avvocato d’ufficio viene nominato Adolfo Gatti «Inizialmente – ricorda Pecorini – don Lorenzo rifiutò di nominare come difensore qualche avvocato amico. Anzi agli avvocati amici chiedeva consiglio per riuscire ad evitare il patrocinio. Quando si rese conto che non era possibile, accettò, dicendo però che gli avrebbe chiesto di non parlare. Sarebbe interessante capire come mai venne nominato Adolfo Gatti come avvocato d’ufficio. Gli avvocati d’ufficio sono degli “avvocaticchi”, Gatti invece era un “principe del foro” di Roma. Gatti gli spiegò che non poteva non parlare durante il processo, don Lorenzo capì che aveva di fronte a sé un uomo serio e così si affidò completamente a lui. Aveva qualche timore per il processo, come si può leggere anche nelle lettere che in quel periodo scriveva alla madre. Soprattutto era preoccupato per il futuro della scuola, se fosse stato condannato e poi costretto a lasciare Barbiana. Poi però capì che il lavoro fatto da Cartoni e da altri giornalisti amici stava funzionando, che la “controturlupinatura” si stava rivelando efficace, e si tranquillizzò».

Infatti arriva l’assoluzione, in primo grado. Ma al processo di appello, il 28 ottobre 1967 – quando don Milani è ormai morto e il reato si è estinto per «morte del reo»il direttore di Rinascita, Luca Pavolini, viene condannato per aver pubblicato la Lettera ai cappellani militari. E con lui viene quindi condannato il testo di don Milani. Dopo cinquant’anni sarebbe decisamente arrivato il momento di dire “abbiamo sbagliato, quello era un testo profetico”. «Si sono già autoassolti, non sentono il bisogno di dire nulla – dice Pecorini –. Anzi semmai succede che la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici vengano oggi strumentalizzate per sostenere le posizioni dei medici obiettori antiabortisti».

La Chiesa non ha ancora fatto i conti con don Milani. Semmai tenta di addomesticarlo, trasformandolo in un “santino”. «Altro che santino, lo trasformeranno in molto di più – aggiunge Pecorini –. Del resto, nella storia, è stato sempre così. Anche perché chi è morto non è in grado di smentire. E i vivi, che potrebbero farlo, quasi sempre si adeguano. Chi oggi tenta di imitare don Milani prende in continuazione delle bastonate, penso a don Alessandro Santoro, il primo che mi viene in mente. Qual è, oggi, l’eredità di don Milani? La proposta, incarnata in un comportamento, di un metodo per assumersi la responsabilità di quello si fa, si pensa e si dice».

Disertori della Grande guerra: la riabilitazione si incaglia al Ministero della Difesa

3 novembre 2015

“Adista”
n. 38, 7 novembre 2015

Luca Kocci

Riabilitare i disertori della prima guerra mondiale condannati a morte dai tribunali militari italiani. Prima di tutti lo aveva chiesto un gruppo di storici, con un appello indirizzato all’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poi rivolto anche a Sergio Mattarella. Dopo di loro si sono mobilitati anche intellettuali, gruppi, riviste e militanti pacifisti. Infine il mondo cattolico: prima 13 preti del nord-est in occasione della visita di papa Francesco al sacrario militare di Redipuglia del settembre 2014; poi addirittura l’ordinario militare per l’Italia, mons. Santo Marcianò, in un’intervista all’AdnKronos, il 4 novembre 2014 (v. Adista Notizie n. 41/14 e Adista Segni Nuovi n. 7/15).

Il Parlamento ha ascoltato, e il deputato del Partito democratico Giampiero Scanu si è fatto promotore – e primo firmatario – di un disegno di legge approvato dalla Camera il 21 maggio 2015 che prevede «la riabilitazione dei militari delle Forze armate italiane che nel corso della prima guerra mondiale abbiano riportato condanna alla pena capitale», l’inserimento dei loro nomi «nell’Albo d’oro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti» e, «al fine di manifestare la volontà della Repubblica di chiedere il perdono», l’affissione di «una targa in bronzo che ne ricorda il sacrificio» all’interno del Vittoriano di Roma.

Quello stesso ddl è però ora fermo da tempo a Palazzo Madama. «Il Senato sta indugiando troppo», ha denunciato Scanu in un convegno promosso dal Forum della cultura cristiana che si è svolto lo scorso 24 ottobre nella sede dell’Ordinariato militare in Italia. «Mi auguro – ha proseguito il deputato Pd – che non sia un brutto segnale. Dopo l’approvazione del ddl al Senato, alcuni “sinedri” hanno manifestato la loro insofferenza. Voglio sperare che non sia stato fatto “apostolato” da parte di qualcuno per bloccare la legge».

Scanu non li nomina, ma i “sinedri” a cui si riferisce sono alcuni settori delle Forze armate e lo stesso ministero della Difesa guidato dalla ex scout Roberta Pinotti, che ha costituito un apposito Comitato tecnico-scientifico di studio e ricerca sul tema del «fattore umano» nella I Guerra mondiale – e si sa che il miglior modo per far impantanare un provvedimento legislativo è quello di affidarlo ad una commissione ad hoc – presieduto dall’ex ministro della Difesa Arturo Parisi e composto per lo più da ufficiali militari. Del resto che le Forze armate e pezzi della Difesa non gradiscono la riabilitazione dei disertori è cosa nota. Pertanto è più che plausibile che mettano in atto iniziative di disturbo che rallentino o collochino la legge su un binario morto.

Sono stati 750 i soldati italiani condannati a morte dai tribunali militari ed effettivamente fucilati per “mano amica” durante la prima guerra mondiale. A questi vanno aggiunti oltre 300 soldati che hanno subito una fucilazione sommaria documentata, ma si tratta di una cifra di gran lunga inferiore alla realtà. Un numero complessivo molto più alto rispetto a quello degli altri Stati belligeranti nella Triplice Intesa, che pure combatterono un anno in più rispetto all’Italia: 700 condannati a morte dalla Francia, 300 dal Regno Unito. La ragione la spiega Nicola Labanca, docente di Storia contemporanea all’università di Siena, intervenuto al convegno: «Nell’Italia del tempo, un consistente pezzo di Paese era contrario alla guerra, ecco perché la repressione fu particolarmente severa». Per loro, a differenza di quello che è accaduto negli altri Paesi – dove sono stati approvate leggi per la riabilitazione (nel Regno Unito, nel 2006) o eretti monumenti commemorativi (Regno Unito, Francia e Germania) –, non c’è spazio nella memoria, per responsabilità sia della politica sia della storiografia. Ora, nel centenario dell’inizio della prima guerra mondiale, potrebbe essere la volta buona. Sempre che non si scelga ancora una volta l’oblio.

Redipuglia, «il papa si ricordi dei disertori»

13 settembre 2014

“il manifesto”
13 settembre 2014

Luca Kocci

I disertori e gli obiettori di coscienza che hanno rifiutato gli ordini dei generali di uccidere e distruggere sono stati i veri eroi della prima guerra mondiale. Il papa si ricordi di loro e li nomini «esplicitamente». Chiedono anche questo a Francesco, che stamattina sarà in visita al sacrario militare di Redipuglia per il centenario dell’inizio della grande guerra, 11 preti “di frontiera” del nordest – fra cui Albino Bizzotto dei Beati i costruttori di pace e Pierluigi di Piazza del Centro Balducci di Zugliano (Ud) – in una lettera aperta indirizzata al pontefice. «Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di obbedire a comandi contro l’umanità – si legge nel testo divulgato ieri sera dall’agenzia Adista –. Sono stati a lungo bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria».

Chissà se papa Francesco lo farà. Sicuramente però il sacrario di Redipuglia non invita alla valorizzazione di quanto scriveva don Lorenzo Milani 50 anni fa – «l’obbedienza non è più una virtù ma la più subdola delle tentazioni» –, quanto piuttosto all’esaltazione del sacrificio eroico e dell’obbedienza cieca. Voluto espressamente da Mussolini, a cui non piaceva il precedente cimitero militare del 1923 – «un grande deposito di ferrovecchio», lo avrebbe definito il duce –, il sacrario di Redipuglia fu inaugurato il 18 settembre 1938, lo stesso giorno in cui a Trieste venivano proclamate le leggi razziali. Rispondeva pienamente al piano del regime di sacralizzare e fascistizzare la memoria della prima guerra mondiale, come dimostra visibilmente la parola «Presente» – ad imitazione del rito dell’appello durante le commemorazioni dei fascisti morti – ossessivamente scolpita sui 22 gradoni di marmo bianco sotto i quali sono tumulati oltre 100mila soldati, di cui 60mila ignoti.

La visita, interamente gestita dall’ordinariato castrense che l’ha fortemente militarizzata, comincerà questa mattina alle 9 quando il papa atterrerà all’aeroporto di Ronchi dei Legionari – accolto dal ministro della Difesa Roberta Pinotti e dal presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani – e si recherà al cimitero austro-ungarico di Fogliano. Poi, a Redipuglia, la messa solenne al sacrario militare, al termine della quale sarà recitata una preghiera per i caduti e le vittime di tutte le guerre e ai vescovi verrà consegnata una lampada da accendere nelle loro diocesi durante le commemorazioni della prima guerra mondiale. Alle 13 sarà di nuovo in Vaticano.

Il ruolo e le responsabilità dei cristiani restano sullo sfondo ma sono importanti, e le rimettono al centro dell’attenzione gli 11 preti del nordest. «La prima guerra mondiale – scrivono – ha visto contrapporsi persone che professavano la stessa fede. Preti cattolici benedivano le armi italiane invocando la protezione delle pallottole, affinché colpissero l’avversario; preti cattolici benedivano i cannoni austro-ungarici con le stesse parole, vescovi dell’una e dell’altra parte invitavano i fedeli a Te Deum di ringraziamento per le stragi perpetuate dai propri eserciti nei confronti degli avversari». Il generale Cadorna «si dichiarava profondamente cattolico, cercava di andare a messa ogni giorno e poi spediva al massacro il fior fiore della gioventù, ordinando la fucilazione senza pietà di chi si rifiutava di obbedire a ordini disumani».

Più che celebrare si tratta allora fare memoria di «un’intera generazione di giovani mandati al massacro nella guerra di trincea». E soprattutto di rilanciare le battaglie per la pace e il disarmo di oggi, in un tempo in cui gli Stati ritengono e usano la guerra come strumento ordinario della politica e della risoluzione delle crisi internazionali – anche quelle di queste settimane – e chi fugge da povertà e guerre è respinto con violenza. Anzi, denunciano i preti, «spesso sono proprio coloro che frequentano le chiese a sostenere la necessità di una linea di durezza e non accoglienza in nome di un presunto egoistico diritto alla sicurezza» e «a fomentare l’incomprensione tra le religioni, lasciandosi trascinare in pregiudizi dettati da indebite e ignoranti generalizzazioni».

Una storia d’amore, di fede e di coraggio. Franz e Franziska Jägerstätter di fronte al nazismo

19 gennaio 2014

“Adista”
n. 2, 18 gennaio 2014

Luca Kocci

Il titolo del libro sintetizza in maniera formidabile la vicenda poco nota, dal potente valore profetico, di Franz Jägerstätter, contadino austriaco di St. Rasegund che, in piena seconda guerra mondiale, rifiutò l’arruolamento nella Wehrmacht – le Forze armate tedesche “riformate” da Hitler – e che per questo venne condannato a morte dal tribunale di guerra di Berlino e ghigliottinato il 9 agosto 1943.

Il volume, accuratamente introdotto dai curatori, raccoglie 129 lettere che Franz e la moglie Franziska si scambiarono dal 1940 (anno della prima chiamata alle armi) fino alla vigilia dell’esecuzione della condanna, più 10 lettere mai spedite indirizzate agli amici. Un epistolario – pubblicato per la prima volta in lingua italiana – che racconta il grande amore fra Franz e Franziska e il progressivo formarsi della consapevolezza, nella coscienza del giovane contadino austriaco, della inconciliabilità fra fede cristiana, nazismo e guerra («dobbiamo obbedire più a Dio che agli uomini», scriverà Jägerstätter).

Una «forte rivendicazione dell’assoluta responsabilità individuale per una decisione radicata nella profondità della coscienza», scrive nella premessa lo storico Daniele Menozzi, tanto più rilevante perché emersa in un’epoca di cattolicesimo intransigente in cui Pio XII invitava all’obbedienza cieca alle autorità secondo il «principio di presunzione» (ovvero che solo i governanti possiedono le informazioni per stabilire la giustizia di una guerra). «Sarebbe toccato alla solida esperienza di fede di un contadino austriaco – prosegue Menozzi – indicare la possibilità per la Chiesa di percorrere un’altra strada: davanti ad un potere politico che impone atti violenti in contrasto con la morale cristiana, asserire l’irriducibile responsabilità della coscienza individuale del credente».

(Giampiero Girardi e Lucia Togni (a cura di). Una storia d’amore, di fede e di coraggio. Franze Franziska Jägerstätter di fronte al nazismo. Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2013, pp. 274, 22,50€)

Don Tonino il pacifista

21 aprile 2013

“il manifesto”
21 aprile 2013

Luca Kocci

Nel dicembre del 1992 a Sarajevo, sotto assedio dal mese di aprile, cadono le bombe. Cinquecento pacifisti, il 7 dicembre, si imbarcano ad Ancona e, dopo un traversata burrascosa con mare forza 8, raggiungono Spalato e poi la capitale bosniaca, la sera dell’11 dicembre, per una marcia della pace attraverso la città promossa dai Beati i costruttori di pace. Ci sono militanti nonviolenti e dei partiti della sinistra, i sindaci, qualche parlamentare e diversi preti. C’è anche don Tonino Bello, vescovo di Molfetta e presidente di Pax Christi, che racconterà i momenti salienti di quell’esperienza anche sulle colonne del manifesto, con cui collaborava dal 1990. La marcia di Sarajevo sarà una delle sue ultime azioni: morirà pochi mesi dopo, il 20 aprile del 1993 – venti anni fa –, sconfitto da un tumore che lo affliggeva già da molti mesi. La strada per la pace è la «nonviolenza attiva, gli eserciti di domani saranno questi: uomini disarmati», disse allora in un cinema di Sarajevo illuminato da fiaccole e candele perché mancava l’elettricità. Un discorso che ricorda molto bene ancora oggi Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, anche lui presente alla marcia. «Don Tonino prese la parola per dire che eravamo giunti fino lì per comunicare ai nostri fratelli che eravamo loro vicini e che il mondo non li aveva dimenticati – racconta Bettazzi –. In secondo luogo che eravamo giunti fin lì per richiamare le nostre responsabilità nel conflitto, nostre di europei e di italiani. In terzo luogo, per ribadire che in mezzo a quella violenza e a quella ferocia l’unica risposta possibile era quella della nonviolenza».

La pace, l’antimilitarismo, il disarmo, la giustizia sociale e la scelta di schierarsi accanto agli oppressi sono state le “stelle polari” del ministero e dell’azione pastorale e sociale di don Tonino Bello. Battaglie condotte con una radicalità che più volte lo ha fatto scontrare duramente con alcuni settori del mondo politico – sulle questioni della guerra, degli armamenti, dell’obiezione di coscienza al servizio militare, degli immigrati che all’inizio degli anni ’90 iniziavano ad arrivare sulle coste italiane e pugliesi in particolare – e delle gerarchie ecclesiastiche, che non condividevano le posizioni “estreme”, in realtà solo profondamente fedeli al Vangelo e al Concilio Vaticano II, del vescovo di Molfetta. Quando interviene alle assemblee della Cei, gli altri vescovi lo ascoltano con sorrisetti di compiacenza e mormorii di dissenso. Ma arrivano anche i richiami formali. «Mi dicono che sei stato rimproverato», gli scrive in una lettera padre David Turoldo, «a maggior ragione intervieni, intervieni sempre di più, e insieme di’ che sei stato richiamato, dillo pubblicamente, perché di questo hanno paura».

Salentino di Alessano (Lecce), dove nasce nel 1935, Tonino Bello viene ordinato prete nel 1957. Negli anni ‘60 accompagna spesso a Roma il suo vescovo, impegnato nei lavori del Concilio Vaticano II, partecipando con entusiasmo alle istanze di rinnovamento e di aggiornamento radicale della vita della Chiesa, poi ricondotte nei binari della tradizione nei decenni successivi, soprattutto da Wojtyla e Ratzinger. Diventa parroco, prima ad Ugento, poi a Tricase, dove il suo impegno comincia a delinearsi: fonda la Caritas, promuove l’Osservatorio sulle povertà, organizza incontri sul Concilio e sui temi della giustizia e della pace. Nel 1982 viene ordinato vescovo della diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi, il paese di Nichi Vendola, che sarà sempre molto vicino a Bello. «La bellezza e la scandalosità delle sue parole rispetto al perbenismo piccolo-borghese che impacchettava la vita del clero in un cattolicesimo pacificato, pronto a fare sconti soprattutto ai potenti, fu un’illuminazione», spiega Vendola in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno di venerdì. «Ci insegnò non a consolare gli afflitti, ma ad affliggere i consolati. Ci spiegò che i poveri non vanno aiutati con l’ottica neo-coloniale e che bisogna dividere con loro non solo il pane».

È la «Chiesa del grembiule», una delle immagini più efficaci coniate da don Tonino Bello, insieme a quella della «convivialità delle differenze». «L’accostamento della stola con il grembiule a qualcuno potrà apparire un sacrilegio», scriveva. «Eppure è l’unico paramento sacerdotale registrato nel Vangelo che, per la “messa solenne” celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il maestro si cinse ai fianchi» per lavare i piedi ai discepoli. È la traduzione plastica della «Chiesa povera e dei poveri» sognata dal Concilio e da Giovanni XXIII e subito archiviata dai suoi successori.

Il vescovo di Molfetta sceglie la pace e il disarmo, diventa presto uno dei punti di riferimento del movimento pacifista italiano, sia della componente cattolica – nel 1985 viene nominato presidente di Pax Christi, al posto di Bettazzi, che ha concluso il suo mandato – che laica: interviene contro la militarizzazione della Puglia – dal mega poligono di tiro che avrebbe sottratto  migliaia di ettari di terra ai contadini e agli allevatori della Murgia barese, all’installazione degli F16 a Gioia del Colle, convincendo anche gli altri vescovi pugliesi a scrivere un documento contro i cacciabombardieri – e marcia a Comiso contro gli euromissili; attacca le politiche di riarmo del governo Craxi (incassando anche un severo richiamo da parte del presidente della Cei, il cardinal Poletti) e sostiene la campagna “Contro i mercanti di morte” che porterà all’approvazione nel 1990 della legge 185 che regola il commercio di armi; difende pubblicamente monsignor Bettazzi, oggetto di una dura campagna stampa del quotidiano Il Giornale diretto allora da Indro Montanelli che lo accusa di scarso senso dello Stato per aver sostenuto la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari; nella sua diocesi accompagna le lotte dei cassintegrati, dei disoccupati e degli sfrattati, che spesso accoglie nel palazzo vescovile.

Nel 1991 è la guerra: l’Iraq di Saddam Hussein invade il Kuwait e gli Usa, insieme agli alleati occidentali, bombardano Baghdad, in diretta televisiva. Tonino Bello scrive ai parlamentari perché non approvino l’intervento armato e – come fece dieci anni prima monsignor Romero invitando i militari a disobbedire agli ordini ingiusti dei generali – paventa la possibilità di «dover esortare direttamente i soldati, nel caso deprecabile di guerra, a riconsiderare secondo la propria coscienza l’enorme gravità morale dell’uso delle armi». Ripeterà l’appello davanti alle telecamere di Samarcanda, la trasmissione televisiva di Michele Santoro, che lo invita a moderare i toni e a non incitare alla diserzione. Nei giorni successivi arrivano puntuali i rimproveri – ma anche gli attestati di solidarietà – da parte della gerarchia ecclesiastica militarista e dei politici patriottici. Ma tira dritto e anzi l’anno dopo polemizza con il presidente della Repubblica Cossiga che, il giorno prima di sciogliere il Parlamento, rinvia alle Camere la nuova legge sull’obiezione di coscienza (un nuovo testo verrà approvato solo nel 1998). Intanto in Puglia approdano le prime navi con migliaia di albanesi, che il governo rinchiude nello stato di Bari, e don Tonino è in prima linea, sui moli, ad organizzare l’accoglienza. Ma arriva anche il cancro, allo stomaco. Operazioni e terapie non riescono a vincere il male. C’è solo il tempo di andare a Sarajevo, sotto le bombe, e poi di morire.

Spending review: salve le armi, tagli al servizio civile. Cattolici e pacifisti protestano

6 settembre 2012

“Adista”
n. 31, 8 settembre 2012

Luca Kocci

Le spese militari e per gli armamenti si sono salvate (v. Adista Segni Nuovi n. 9/12 e Adista Notizie n. 29/12), ma il servizio civile non è passato indenne sotto i colpi della spending review – le misure del governo sul fronte della revisione della spesa pubblica – di Mario Monti: il decreto legge approvato all’inizio del mese di agosto prevede infatti, fra l’altro, la soppressione della Consulta nazionale del servizio civile e del Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta. Gli emendamenti che puntavano a salvarli «senza spese per lo Stato» sono stati respinti, e così i due organismi consultivi – la Consulta per il servizio civile è composta da rappresentanti degli enti e dei giovani volontari; il Comitato per la difesa non armata ha invece il compito di fare ricerca e sperimentazione sulla difesa civile nonviolenta così come previsto dalla legge sul Servizio civile nazionale (v. Adista nn. 21/04 e 21/10) – sono stati definitivamente cancellati.

Protestano le associazioni pacifiste e gli enti del servizio civile, fra cui la Caritas italiana, che fa parte della Consulta sin dalla sua istituzione, nel 1999: «Chiediamo al ministro Andrea Riccardi – che ha la delega al Servizio civile – di far proprio l’appello che viene da giovani e da enti del Servizio civile nazionale, perché si adoperi nelle sedi opportune per salvaguardare la Consulta nazionale del servizio civile e il Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta», dice il direttore don Francesco Soddu. «Proprio nell’anno in cui ricorrono i 40 anni del riconoscimento dell’obiezione di coscienza in Italia (la prima legge è del dicembre 1972, ndr) sarebbe una beffa se questo organismo venisse cancellato», aggiunge. «In questi anni è apparso chiaro che il servizio civile non “appartiene” solo allo Stato e che per funzionare ha bisogno che tutti gli attori siano in sintonia: lo Stato (centrale e periferico), gli enti e i giovani volontari. La Consulta è un luogo insostituibile dove le diverse esigenze del sistema del servizio civile si ricompongono: se non ci fosse più, con chi si consulterebbe lo Stato, con se stesso?».

È «sconfortante vedere come, ancora una volta, solo al servizio civile vengano tagliate le risorse, mentre nella prospettiva del prossimo biennio quelle per il Ministero della Difesa vengano addirittura incrementate», denuncia la Comunità Papa Giovanni XXIII. E Sergio Paronetto, vicepresidente nazionale di Pax Christi, commenta: «Brutta notizia quella di abolire, assieme alla Consulta nazionale per il servizio civile, anche il Comitato per la difesa non armata. Era in difficoltà, certo, privo di risorse e di prospettiva, prima ostacolato e poi bloccato. Invece di ripensarlo e di riattivarlo, con la “revisione della spesa” si è deciso di eliminarlo. È un cattivo segnale. L’Italia si era dotata negli anni di un dispositivo giuridico-operativo di grande valore. Potevano (e possono) nascere “le forze disarmate”, i corpi civili di pace di pari dignità costituzionale di quelle armate. Le spinte riarmiste di questi anni, alimentate dall’interesse di poche grandi aziende e dall’illusione tragica di un rilancio economico tramite l’industria militare, hanno ridato fiato alla logica più triste e distruttiva. È necessario che la società civile orientata alla pace sappia scuotersi di dosso la sfiducia e la rassegnazione. Urge alzarsi in piedi per riaprire il cantiere nonviolento dell’organizzazione di corpi civili non armati».

Gli enti del Servizio civile, con l’Arci in prima fila, promuovono un appello pubblico al ministro Andrea Riccardi perché si attivi affinché «il governo, attraverso le modalità più spedite, a cominciare da un emendamento da inserire in uno dei decreti in corso di conversione in queste settimane in Parlamento, agisca per la ricostituzione della Consulta». Anche perché, spiega l’Arci, non è questo il tipo di risparmio che consentirebbe di rimettere a posto i conti pubblici del nostro Paese: la Consulta «costa allo Stato 2.458 euro all’anno». Quindi si risparmia pochissimo, ma si «cancella la voce dei giovani in servizio civile e delle organizzazioni sociali».

Don Milani. L’esplosiva profezia del benecomunismo

23 giugno 2012

“il manifesto”
23 giugno 2012

Luca Kocci

Poco prima di essere trasferito dalla parrocchia di San Donato a Calenzano – un centro operaio tessile alle porte di Firenze – nella sperduta Barbiana – un gruppo di case sparse sul monte Giovi, nel Mugello – don Lorenzo Milani scrisse una lettera appassionata alla madre: «Ho la superba convinzione che le cariche di esplosivo che ci ho ammonticchiato in questi cinque anni non smetteranno di scoppiettare per almeno 50 anni sotto il sedere dei miei vincitori».

Era il 1954, lo scontro Dc-Pci era aspro, il decreto con cui il Sant’Uffizio nel ‘49 aveva scomunicato i comunisti restava pienamente in vigore, e quel giovane prete – che comunista non era, ma aveva più volte confessato come errore il voto alla Dc il 18 aprile del 1948 («è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta», scrive a Pipetta, un giovane comunista calenzanese) – non allineato agli ordini della Curia, di piazza del Gesù e della Confindustria andava reso inoffensivo: esiliato sui monti, priore di una chiesa di cui era già stata decisa la chiusura, «parroco di 40 anime», come disse egli stesso. Eppure, nonostante il confino imposto dall’arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa, la «superba convinzione» di Milani pare essersi realizzata: le «cariche di esplosivo» piazzate «sotto il sedere» dei vincitori, a 45 anni dalla sua morte (il 26 giugno 1967), continuano a «scoppiettare». Non hanno avuto la forza d’urto in grado di sovvertire il sistema, ma alcune intuizioni, per lo più inattuate, e molte denunce, inascoltate, conservano intatta la loro dirompenza. Per cui, se è vero che il valore di una vicenda si misura anche con la capacità di anticipare i tempi della storia, allora quella di Lorenzo Milani resta un’esperienza “profetica” che ancora parla alla società, alla politica e alla Chiesa di oggi.

La scuola rimane l’ambito principale, ma non l’unico. Insieme ai suoi “ragazzi” ne denunciò il classismo in Lettera a una professoressa e la sperimentò come prassi liberatoria, sia nella scuola popolare serale per gli operai di Calenzano, 20 anni prima delle “150 ore” conquistate con lo Statuto dei lavoratori del ‘70, sia nella scuola di Barbiana per i piccoli montanari del monte Giovi. I ministri, sia politici che tecnici, che negli anni si sono avvicendati a viale Trastevere, con qualche eccezione, si sono mostrati devotissimi all’idea milaniana di una “scuola per tutti” – il 26 giugno è in programma l’ennesimo convegno al ministero: “Salire a Barbiana 45 anni dopo” – e contemporaneamente abilissimi ad ignorarla nella prassi. Magari immaginando una didattica multimediale 2.0 in istituti con classi di 30-35 alunni o inventando premi speciali a pochi studenti apparentemente meritevoli – l’ultima idea di Profumo –, mentre si tagliano risorse, maestre, prof, insegnanti di sostegno e ore di lezione per tutti, così da trasformare la scuola in «un ospedale che cura i sani e respinge i malati», «strumento di differenziazione» piuttosto che ascensore sociale, si legge in Lettera a una professoressa. E «se le cose non vanno, sarà perché il bambino non è tagliato per gli studi», anche in prima elementare, come i 5 alunni bocciati nella scuola elementare di Pontremoli, pochi giorni fa. È dimenticata la lingua, «la lingua che fa eguali», e le lingue che, in un’ottica “internazionalista”, consentono agli oppressi di tutto il mondo di unirsi: a Barbiana studiamo «più lingue possibile, perché al mondo non ci siamo soltanto noi. Vorremmo che tutti i poveri del mondo studiassero lingue per potersi intendere e organizzare fra loro. Così non ci sarebbero più oppressori, né patrie, né guerre». Milani mandava all’estero i giovanissimi studenti del Mugello, bambine comprese, vincendo paure e resistenze delle famiglie: ne è testimonianza vivente Francesco Gesualdi, ex allievo di Barbiana, a 15 anni spedito in Nord Africa ad imparare l’arabo, oggi infaticabile animatore del Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del sud del mondo.

Non c’è solo la scuola. Ci sono anche i beni comuni: acqua e casa. È poco nota, ma di grande significato, la lotta fatta insieme ai montanari barbianesi per la costruzione di un acquedotto che avrebbe dovuto portare l’acqua a nove famiglie. Una battaglia persa, perché un proprietario terriero rifiutò di concedere l’uso di una sorgente inutilizzata che si trovava nel suo campo, mandando così all’aria, scrive Milani in una lettera pubblicata nel ‘55 dal Giornale del Mattino di Firenze (allora diretto da Ettore Bernabei) «le fatiche dei 556 costituenti», «la sovranità dei loro 28 milioni di elettori e tanti morti della Resistenza», madre della Costituzione repubblicana. Di chi è la colpa? Della «idolatria del diritto di proprietà». Quale la soluzione? Una norma semplice, «in cui sia detto che l’acqua è di tutti». E la casa, col piano Ina-Casa di Fanfani che avrebbe dovuto assicurare un tetto ai lavoratori, ma che venne realizzato solo in minima parte, mentre continuavano gli sgomberi di chi occupava le ville di ricchi borghesi che di abitazioni ne avevano due o tre, tenute vuote «per 11 mesi all’anno». «La proprietà ha due funzioni: una sociale e una individuale», e «quella sociale deve passare innanzi a quella individuale ogni volta che son violati i diritti dell’uomo», scrive Milani nel ‘50 su Adesso, il giornale di don Mazzolari. Queste parole «domenica le urlerò forte. Vedrete, tutti i cristiani saranno con voi. Sarà un plebiscito. Faremo siepe intorno alla villa. Nessuno vi butterà fuori». Ma non succederà nulla, noterà Milani, che ripeterà: «Mi vergogno del 18 aprile».

La guerra e la storia, attraversate dalla responsabilità individuale – «su una parete della nostra scuola c’è scritto grande: I care», ovvero «me ne importa, mi sta a cuore. È il contrario esatto del motto fascista “Me ne frego”» –, altri temi forti dell’esperienza di Milani: la difesa dell’articolo 11 della Costituzione, l’obiezione di coscienza agli ordini ingiusti soprattutto se militari («l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni»), l’opposizione alla guerra e alla guerra preventiva, 40 anni prima di Bush, perché «in lingua italiana lo sparare prima si chiama aggressione e non difesa». E una rilettura della storia che prende le distanze da ogni suo “uso pubblico” nazionalista e patriottardo, passando in rassegna le italiche guerre, tutte «di aggressione»: da quelle coloniali di Crispi e Giolitti, al primo conflitto mondiale, fino a quelle fasciste di Mussolini, passando per il generale Bava Beccaris, decorato da re Umberto, che nel 1898 prese a cannonate i mendicanti «solo perché i ricchi (allora come oggi) esigevano il privilegio di non pagare le tasse». Ma «c’è stata anche una guerra giusta (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa delle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana». Quindi, scrive ai cappellani militari che avevano chiamato «vili» gli obiettori di coscienza, se voi avete diritto «di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Non è stato un “cattolico del dissenso” Milani – il ‘68 era ancora lontano –, ma un “ribelle obbediente”, forse proprio per questo guardato con ancora maggiore ostilità dall’istituzione ecclesiastica a cui il prete fiorentino rimproverava di aver perso di vista il Vangelo per inseguire il potere: «Non abbiamo odiato i poveri come la storia dirà di noi. Abbiamo solo dormito. È nel dormiveglia che abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi Congressi eucaristici di Franco. Ci pareva che la loro prudenza ci potesse salvare», si legge nella visionaria Lettera dall’oltretomba di un «povero sacerdote bianco della fine del II millennio» ai «missionari cinesi» che nel futuro arriveranno in un Europa senza più preti, uccisi dai poveri, pagina conclusiva di Esperienze pastorali, il volume di Milani giudicato «inopportuno» dal Sant’Uffizio nel ‘58 e non ancora riabilitato. «Insegnando ai piccoli catecumeni bianchi la storia del lontano 2000 non parlate loro dunque del nostro martirio. Dite loro solo che siamo morti e che ne ringrazino Dio. Troppe estranee cause con quella del Cristo abbiamo mescolato».

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“Le Grand Soir” (Journal militant d’information alternative)
30 giugno 2012

Don Lorenzo Milani. Histoire d’un «rebelle obéissant»
La prophetié explosive du bienncommunisme

Luca Kocci

Peu de temps avant d’être transféré de sa paroisse de San Donato à Calenzano -un centre ouvrier textile aux portes de Florence- dans le village perdu de Barbiana -groupe de maisons éparses sur les pentes du Monte Giovi, dans le Mugello (région montagneuse au nord de Florence, NdT)- don Lorenzo Milani écrivait à sa mère une lettre passionnée : «J’ai la superbe conviction que les charges d’explosif que j’ai amassées pendant ces cinq années n’arrêteront pas de pétarader pendant au moins 50 ans sous le derrière de mes vainqueurs».

C’était en 1954, l’affrontement Dc-Pci (Démocratie Chrétienne-Parti Communiste Italien) était âpre, le décret avec lequel le Saint Office avait en 1949 excommunié les communistes restait pleinement en vigueur, et ce jeune prêtre -qui n’était pas communiste, mais avait plusieurs fois confessé que le vote pour la DC du 18 avril 1948 avait été une erreur («c’est le 18 avril qui a tout gâché, c’est la victoire qui a été ma grande défaite» écrit-il à Pipetta, un jeune communiste de Calenzano)- non aligné sur les ordres de la Curie, de Piazza del Gesù (siège de la Compagnie de Jésus à Rome, NdT) et de la Confindustria (le patronat italien, NdT), devait être neutralisé et rendu inoffensif : exilé dans les montagnes, curé d’une église dont la fermeture avait été décidée, «curé de 40 âmes» comme il disait lui-même.

Et pourtant, malgré le confinement imposé par l’archevêque de Florence Elia Dalla Costa, la «superbe conviction» de Milani semble s’être réalisée : les «charges d’explosif» placées «sous le derrière» des vainqueurs, 45 ans après sa mort le 26 juin 1967, continuent à «pétarader». Elles n’ont pas eu la force de subvertir le système, mais certaines intuitions, pour la plupart non réalisées, et de nombreuses dénonciations, non écoutées, conservent intactes leur caractère explosif. Et s’il est vrai que la valeur d’une aventure se mesure aussi à la capacité d’anticiper les époques de l’histoire, alors celle de Lorenzo Milani reste une expérience «prophétique» qui a encore quelque chose à dire à la société, à la politique et à l’Eglise d’aujourd’hui.

L’école demeure le lieu central de cette expérience mais pas le seul. Avec ses «jeunes» de Barbiana, il en dénonça le caractère de classe dans Lettre à une maîtresse d’école et il l’expérimenta comme praxis libératrice, autant dans l’école du soir pour les ouvriers de Calenzano, 20 ans avant les «150 heures» conquises par le Statut des travailleurs en 1970, qu’à l’école primaire de Barbiana pour les petits montagnards du Monte Giovi. Les ministres, politiciens autant que techniciens, qui au fil des années se sont succédés à Viale Trastevere (ministère de l’Instruction, de l’université et de la recherche, NdT), à part quelque exception, se sont tous montrés très dévots de l’idée milanienne d’ «une école pour tous» -le 26 juin est au programme un énième congrès du ministère : Monter à Barbiana 45 ans plus tard– et tous sont en même temps très habiles à l’ignorer comme praxis. Eventuellement en imaginant un enseignement multimédia dans des instituts avec des classes de 30-35 élèves ou bien en inventant des prix spéciaux pour quelques étudiants apparemment méritants -la dernière idée de Profumo (actuel ministre de l’Instruction etc., NdT)- pendant qu’on supprime à tout le monde ressources, enseignants, professeurs, enseignants de soutien, et heures de cours, de façon à transformer l’école en «un hôpital qui soigne les bien portants et rejette les malades», «instrument de différentiation» plus qu’ascenseur social, comme on le lit dans Lettre à une maîtresse d’école (écrite par un groupe d’écoliers de Barbiana, en 1967, publiée quelques mois avant la mort de L. Milani, NdT). Et «si ça ne marche pas, ce sera parce que l’enfant n’est pas fait pour les études», même au CP. La langue est oubliée, «la langue qui fait l’égalité», et les langues qui, dans une visée «internationaliste», permettent aux opprimés du monde entier de s’unir : à Barbiana nous étudions «le plus de langues possibles, parce que nous ne sommes pas seuls au monde. Nous voudrions que tous les pauvres du monde étudient les langues pour pouvoir se comprendre et s’organiser entre eux. Ainsi il n’y aurait plus d’oppresseurs, ni de patries, ni de guerres». Milani envoyait à l’étranger les très jeunes étudiants du Mugello, filles comprises, en réussissant à vaincre les peurs et les résistances des familles ; Francesco Gesualdi en est le témoignage vivant : ex élève de Barbiana, expédié en Afrique du nord à 15 ans pour apprendre l’arabe, et aujourd’hui animateur infatigable du Centro nuovo modello di sviluppo per i diritti dei popoli del Sud del mondo (Centre pour un nouveau modèle de développement pour les droits des peuples du sud du monde).

Et il n’y a pas que l’école. Mais aussi les biens communs : l’eau et la maison. Elle est peu connue, mais d’une grande signification, cette lutte menée avec les montagnards de Barbiana pour la construction d’un aqueduc qui aurait dû amener l’eau à neuf familles. Bataille perdue, parce qu’un propriétaire terrien refusa de concéder l’usage d’une source inutilisée qui se trouvait dans son champ, détruisant ainsi, écrit Milani dans une lettre publiée en 1955 par le Giornale del Mattino de Florence (dirigé à l’époque par Ettore Bernabei) «les efforts des 556 constituants», «la souveraineté de leurs 28 millions d’électeurs et de tous les morts de la Résistance», mère de la Constitution républicaine (entrée en vigueur le 1er janvier 1948, NdT). A qui la faute ? A l’ «idolâtrie du droit de propriété». Quelle solution ? Une loi simple «dans laquelle il soit dit que l’eau est à tout le monde».

Et la maison, avec le plan Ina-Casa de Fanfani qui aurait dû assurer un toit à tous les travailleurs, mais qui ne fut réalisé qu’a minima, tandis que continuaient les expulsions de ceux qui occupaient les villas des riches bourgeois qui avaient deux ou trois habitations, tenues fermées «pendant 11 mois de l’année». «La propriété a deux fonctions : une sociale et une individuelle» et «la sociale doit passer avant l’individuelle à chaque fois que sont violés les droits humains», écrit Milani en 1950 sur Adesso, le journal de don Mazzolari. Ces mots «dimanche je les crierai très fort. Vous verrez, tous les chrétiens seront avec vous. Ce sera un plébiscite. Nous ferons un barrage autour de la villa. Personne ne vous jettera dehors». Mais rien de tout cela n’arrivera, écrira Milani, qui répètera : «J’ai honte du 18 avril».

La guerre et l’histoire, traversées par la responsabilité individuelle -«sur un mur de notre école il y a écrit en grand : I care», c’est-à -dire «ça m’importe, ça me tient à coeur. C’est l’exact contraire du mot fasciste ‘je m’en fiche’»- sont les autres thèmes forts de l’expérience de Milani : la défense de l’article 11 de la Constitution, l’objection de conscience aux ordres injustes surtout s’ils sont militaires («l’obéissance n’est plus une vertu, mais la plus lâche des tentations»), l’opposition à la guerre et à la guerre préventive, 40 ans avant Bush, parce que «dans la langue italienne tirer le premier s’appelle agression et non défense».

C’est une relecture de l’histoire qui prend ses distances avec toute «utilisation publique» nationaliste et patriotarde, passant en revue les guerres italiques, toutes d’ «agression» : depuis les guerres coloniales de Crispi et Giolitti, au premier conflit mondial, jusqu’à celles fascistes de Mussolini ; en passant par le général Bava Beccaris, décoré par le roi Umberto, qui en 1898 tira au canon sur les mendiants «juste parce que les riches (alors comme aujourd’hui) exigeaient le privilège de ne pas payer d’impôts».

Mais «il y a eu aussi une guerre juste (si une guerre juste existe). La seule qui ne fût pas une offense à d’autres Patries, mais défense de la notre : la guerre des partisans». Ainsi écrit-il aux aumôniers militaires qui avaient appelé «vils» les objecteurs de conscience, si vous avez le droit «de diviser le monde en Italiens et étrangers alors je vous dirai que, dans votre logique, moi je n’ai pas de Patrie et je réclame le droit de diviser le monde en déshérités et opprimés d’un côté, privilégiés et oppresseurs de l’autre. Les uns sont ma Patrie, les autres mes étrangers. Et si vous avez le droit, sans être rappelés par la Curie, d’enseigner qu’Italiens et étrangers peuvent licitement voire héroïquement se massacrer mutuellement, alors moi je réclame le droit de dire que les pauvres aussi peuvent et doivent combattre les riches. Et au moins dans le choix des moyens je suis meilleur que vous : les armes que vous approuvez, vous, sont d’horribles machines à tuer, à mutiler, à détruire, à faire des orphelins et des veuves. Les seules armes que j’approuve, moi, sont nobles et sans effusion de sang : la grève et le vote».

Milani n’a pas été un «catholique dissident» -68 était encore loin- mais un «rebelle obéissant», et peut-être justement à cause de ça regardé avec encore plus d’hostilité par l’institution ecclésiastique à qui le prêtre reprochait d’avoir perdu de vue l’Evangile afin de suivre le pouvoir : «Nous n’avons pas haï les pauvres comme l’histoire dira de nous. Nous avons seulement dormi. Et c’est dans ce demi-sommeil que nous avons forniqué avec le libéralisme de De Gasperi, avec les Congrès eucharistiques de Franco. Il nous semblait que leur prudence pouvait nous sauver» lit-on dans la visionnaire Lettre d’outre-tombe d’un «pauvre prêtre blanc de la fin du 2ème millénaire» aux «missionnaires chinois» qui à l’avenir viendront dans une Europe qui n’aura plus de prêtres, tués par les pauvres : page de conclusion de Expériences pastorales, le volume de Milani jugé «inopportun» par le Saint Office en 1958, et toujours pas réhabilité. «En enseignant aux petits catéchumènes blancs l’histoire du lointain An 2000 ne leur parlez donc pas de notre martyre. Dites-leur seulement que nous sommes morts et qu’ils en remercient Dieu. Nous avons mélangé trop de causes étrangères à celle du Christ».

(http://www.legrandsoir.info/la-prophetie-explosive-du-biencommunisme-il-manifesto.html)

Il Novecento delle «rivoluzioni interrotte»

25 novembre 2011

“Adista”
n. 87, 26 novembre 2011

Luca Kocci

La Costituzione della Repubblica, il Concilio Vaticano II e il ’68: sono le tre «rivoluzione interrotte», o forse non ancora portate a compimento, del secolo scorso e tre momenti cardine del ‘900 che Raniero La Valle racconta nel volume Quel nostro Novecento, appena pubblicato dall’editore Ponte alle grazie, intrecciando la sua biografia personale con la storia politica, sociale ed ecclesiale non di quello che il grande storico Eric Hobsbawm chiamò «secolo breve» ma di un «secolo grande e terribile» che, scrive La Valle, «ha prodotto i totalitarismi e il nuovo costituzionalismo, che ha fatto le più grandi guerre e ha dato fondamento alla pace, che ha inventato la bomba atomica e la dottrina della nonviolenza, che ha perpetrato la Shoah, ha compiuto genocidi e ha visto popoli insorgere e liberarsi».

Un secolo che per l’autore, nato nel 1931, comincia con la «notte del fascismo», la guerra, le leggi razziali e le persecuzioni contro gli ebrei, l’occupazione di Roma da parte dei nazisti e la Resistenza, che La Valle ricorda attraverso il racconto, bellissimo, della storia di due donne: Teresa Mattei – partigiana e deputata comunista alla Costituente, la più giovane fra tutti i 556 eletti, appena 24 anni – e Tina Anselmi, che poi sarà chiamata da Nilde Iotti a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2, la resistenza «più importante» della sua vita perché «senza di lei – scrive La Valle – il gruppo eversivo non sarebbe stato sconfitto» e se «alla sua relazione conclusiva e ai suoi moniti si fosse prestata maggiore attenzione oggi non si starebbe attuando il piano di smantellamento democratico ereditato da Licio Gelli e messo in opera dai piduisti rimasti in servizio».

Dalla Resistenza scaturiscono la Liberazione e la Costituzione, in cui uguaglianza e pace vengono proclamate come principi generali e universali, sebbene mai, o non ancora, pienamente realizzati: la prima delle «rivoluzioni interrotte». Poi il Concilio, anche se molti oggi sostengono che «non ha cambiato niente o che deve essere interpretato secondo un’ermeneutica dell’invarianza», la seconda rivoluzione, perché ha riconciliato non solo la Chiesa con il mondo, ma «l’uomo con gli uomini e le donne quali noi siamo». «Rivoluzione interrotta» anche questa, fin da subito, a cominciare dalla chiusura dall’alto di quell’esperienza pressoché unica di un quotidiano cattolico libero e pensante che fu L’Avvenire d’Italia, di cui lo stesso La Valle fu direttore, sostenuto dal cardinal Lercaro, fino a quando non venne messo in quarantena anche lui.

E poi il ’68, la terza «rivoluzione interrotta» del Novecento. «Dopo la rivoluzione del diritto, dopo la conversione del linguaggio della fede, venne col ‘68 la rivoluzione della vita quotidiana, l’esplodere dei movimenti, il nuovo pensiero femminista, il sogno della libertà, la lotta contro le istituzioni totali, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia. Il ‘68 avrebbe dovuto essere letto come un segno dei tempi – scrive La Valle –, ma così non fu letto né dalla Chiesa né dai partiti, e perciò non poté sprigionare tutte le sue energie». Fra quelle che riuscì a liberare, la stagione del fecondo dialogo fra cattolici e comunisti, di cui La Valle fu uno dei protagonisti, anche come parlamentare cattolico del Pci nella Sinistra indipendente fra il ’76 e il ’92, la cui nascita fu “certificata” alla Badia fiesolana di padre Balducci, grazie anche alla spinta decisiva del pastore valdese Tullio Vinay e di Mario Gozzini. «L’Arbitro (ovvero le gerarchie ecclesiastiche, ndr) fischiò, considerò un tradimento che dei figli si schierassero in quel modo», ricorda La Valle. «Ma non ci fu alcuna scomunica; ormai la partita era iniziata e bisognava giocarla, anche perché sembrava davvero che per l’Italia fosse cominciata una partita nuova». E quella «partita» portò la legge 194 e la nuova legge sull’obiezione di coscienza, due fra i grandi diritti civili dell’Italia repubblicana. Poi la fine del ‘900, iniziata con l’89 e con il ripristino della guerra – dalla prima (in Iraq), all’ultima (in Libia), da Saddam Hussein a Gheddafi – e terminata con Berlusconi: «Il Novecento finì così con una sconfitta. Non vinse né il socialismo né il costituzionalismo liberale». Ma del Novecento, scrive La Valle, «restano, insieme a molti altri doni, quelle tre grandi cose che furono la Costituzione, il Concilio, e il ‘68. Ma nessuna di queste cose potrà sopravvivere se non sarà assunta con amore, così come per amore sono state compiute».

Il disobbediente. L’uomo che disse no ad Hitler

26 febbraio 2011

“il manifesto”
26 febbraio 2011

Luca Kocci

Quando si svegliano, all’alba del 24 febbraio 1945, i 40 prigionieri stipati in uno dei vagoni piombati del treno partito qualche giorno prima da Buchenwald si accorgono subito che uno dei loro compagni non ce l’ha fatta ed è morto prima di arrivare nell’inferno di Dachau, il lager dove erano destinati. È Josef Mayr-Nusser, 35enne altoatesino, disobbediente ad Hitler, che aveva rifiutato il giuramento alle SS, dove era stato arruolato a forza: “No maresciallo – aveva risposto al suo superiore nel centro reclute di Konitz, in Prussia occidentale –, io non posso giurare ad Hitler in nome di Dio”. Wehrmachtszersetzung, “disfattismo”, la sua colpa; il lager, la condanna, che affronta senza ripensamenti – che pure gli sarebbero stati possibili – perché, sosteneva, “se nessuno avrà mai il coraggio di dire no ad Hitler, il nazionalsocialismo non finirà mai”.

A Josef Mayr-Nusser – per anni dimenticato dalla storiografia e dalla Chiesa –, nell’anniversario della sua morte, il Centro pace del Comune di Bolzano ha dedicato un convegno (“Noi non taceremo. Nonviolenza e totalitarismo”), il 26 febbraio, a cui ha partecipato, fra gli altri, Hildegadr Goss Mayr, presidente onorario della International Fellowship of Reconciliation, cioè il Mir, Movimento internazionale della riconciliazione. “‘Noi non taceremo, noi siamo la voce della vostra cattiva coscienza. La Rosa Bianca non vi darà pace’. Terminava così il quarto volantino del gruppo di studenti antinazisti bavaresi della Rosa Bianca, condannati a morte da Hitler”, spiega Francesco Comina, coordinatore del Centro pace e autore di una biografia di Mayr Nusser (Non giuro a Hitler, San Paolo edizioni). “C’è un’ostinata voglia di gridare, di dire forte no alla violenza, alla brutalità della dittatura, alla banalità del male, che collega i testimoni dell’antinazismo e più in generale i testimoni della pace e dei diritti umani. Il convegno vuole sottolineare il coraggio e la determinazione che hanno spinto questi uomini e queste donne a rompere il silenzio del terrore, dell’oppressione, dell’obbedienza, per denunciare la follia genocidaria, la violenza, l’oppressione”.

Non è un eroe, né vorrebbe esserlo, Mayr Nusser. “Non faceva parte di alte gerarchie politiche o ecclesiastiche, era un semplice impiegato e padre di famiglia, sarebbe potuto rimanere nell’anonimato e salvarsi l’anima cercando, per quanto possibile, di non farsi coinvolgere troppo direttamente nelle atrocità che le SS compivano ovunque passassero”, ricorda il figlio Albert, che aveva poco più di un anno quando il padre morì. Ma è un giovane, un giovane cattolico che prende sul serio il Vangelo e sceglie di obbedire alla sua coscienza, fino alla fine, perché “era convinto che fosse suo dovere manifestare apertamente il dissenso”, dice ancora Albert Mayr.

Dissenso ad Hitler e anche al nazionalismo sia fascista che nazista, che Mayr Nusser esprime pubblicamente già 5 anni prima, quando gli altoatesini vengono costretti a scegliere se stare con l’Impero di Mussolini o con il Reich del führer. Il 23 giugno 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia e dell’inizio della guerra, fascisti e nazisti decidono la sorte dei sudtirolesi italiani che, entro la fine dell’anno, dovranno scegliere se trasferirsi nel Reich e conservare la cittadinanza tedesca oppure rimanere nelle proprie terre ed essere assimilati alla cultura e alla lingua italiane, che venivano imposte a marce forzate. Mayr Nusser, che frattanto era stato eletto presidente dell’Azione cattolica di Trento e non faceva mistero della sua avversione ad entrambi i totalitarismi – criticando duramente i silenzi e le omissioni della Chiesa e di molti cattolici – e al binomio “sangue e suolo”, rifiuta di decidere. È un dableiber, un “non optante”, e si trova fra due fuochi: da una parte i sudtirolesi di lingua tedesca che non vogliono l’assimilazione forzata all’Italia e il Partito nazista sudtirolese (Vks) che sogna la “Grande Germania” di Hitler, dall’altra i fascisti che vogliono italianizzare tutto l’Alto Adige. Mayr Nusser rifiuta di scegliere, perché non si può decidere se abbracciare Mussolini o Hitler, e inizia l’attività con la Lega Andreas Hofer, un’associazione clandestina antifascista e antinazista che fa propaganda e informazione nei confronti delle ragioni dell’opzione. Resistenza nonviolenta ai totalitarismi che, spiega Piero Stefani, relatore al convegno e direttore scientifico della Fondazione del Museo nazionale dell’ebraismo italiano e della Shoah, “deve essere consapevole dell’influsso pervasivo esercitato sulle persone dal contesto violento in cui si trovano, deve cercare di contrastarlo attraverso il primato attribuito, in sé e negli altri, alla dignità della persona, deve riconoscere che i suoi avversari sono uomini e non mostri, deve essere disposta a pagare il prezzo più alto per la scelta di manifestare pubblicamente  i propri convincimenti perché, parafrasando un detto antico, chi salva la dignità umana, a partire da se stesso, è come se salvasse il mondo intero”.

Con l’armistizio, l’8 settembre del 1943, le truppe tedesche invadono l’Italia e l’Alto Adige viene occupato. Nell’agosto del 1944 Mayr Nusser riceve la cartolina di precetto, obbligato ad arruolarsi nelle SS ed inviato in Prussia  per l’addestramento, dove avrebbe dovuto giurare ad Hitler, secondo la formula prevista per le SS: “Giuro a te, Adolf Hitler, führer e cancelliere del Reich, fedeltà e coraggio. Prometto solennemente a te e ai superiori designati da te fedeltà fino alla morte. Che Dio mi assista”. “Giurare a un dittatore in nome di Dio?”, si chiede Mayr Nusser. “Giurare per odiare, per conquistare, per sottomettere, per insanguinare la terra? Giurare per rinnegare la propria coscienza, giurare e piegarsi ad un culto demoniaco, il culto dei capi, innalzati a idoli di una religione sterminatrice?”. Quindi la decisione, il 4 ottobre: “Signor maresciallo, io non posso giurare ad Hitler, perché sono cristiano e la mia fede e la mia coscienza non me lo consentono”.

Subito arrestato, rinchiuso in una cella di un manicomio dismesso, poi condotto in carcere a Danzica e, a gennaio, condannato per disfattismo. “Amatissima Hildegard, sono convinto che il nostro amore reggerà anche alla dura prova rappresentata dal passo impostomi dalla mia coscienza”, scrive alla moglie, poco prima di essere messo su un treno, ai primi di febbraio, insieme ad altri 40 obiettori, diretto a Dachau. Breve sosta a Buchenwald per risolvere alcuni problemi burocratici, poi di nuovo in marcia verso sud, premuti nei vagoni piombati. Ad Erlangen, il 20 febbraio, il treno si ferma di nuovo: la linea ferroviaria è stata bombardata e non si può più andare avanti. Mayr Nusser sta male, ha la febbre, la dissenteria lo sta uccidendo. Lo portano in ospedale, a tre ore di cammino, ma il medico nazista che lo visita lo rimanda indietro: “Niente di grave, può riprendere il viaggio”. Torna sul treno e, durante la notte, muore. “Broncopolmonite”, dirà il telegramma che oltre un mese dopo, il 5 aprile, arriverà ad Hildegard, per comunicarle con asettico linguaggio burocratico la morte del marito. Sepolto in Germania, il suo corpo tornerà a Bolzano, e poi nella chiesetta di Stella sul Renon, solo nel 1958.

La diocesi di Bolzano-Bressanone, dopo decenni di oblio, lo vorrebbe santo. Tre anni fa è stato chiuso il processo diocesano e ora tutti gli atti sono in Vaticano, dove però tergiversano: troppo pericoloso, forse, additare come esempio un obiettore di coscienza, per di più antifascista. Non si vuole riconoscere il “martirio” di Mayr Nusser perché la morte è avvenuta sul treno, per cause naturali, come se il viaggio nel vagone piombato verso Dachau fosse stato un viaggio di piacere liberamente scelto. “Fatico a capire queste motivazioni”, spiega don Josef Innerhofer, postulatore della causa di beatificazione. “Mayr Nusser è un martire per la fede, perché lui ha detto no ad Hitler ispirato dalla sua coscienza cristiana”. Un’interpretazione religiosa, che tende a depotenziare il valore di opposizione politica al nazismo, però non condivisa da tutti, per esempio dallo storico altoatesino Leopold Steurer, che la ritiene riduttiva. “Mayr Nusser era profondamente cristiano, ma la sua scelta è fatta anche di coraggio civile e ha un valore di testimonianza pubblica”. “Le motivazioni di fondo di mio padre erano di carattere religioso, però le conseguenze e le implicazioni delle sue obiezioni non sono state personali ma inevitabilmente sociali e politiche”, aggiunge Albert Mayr, che sottolinea anche un altro aspetto, di stringente attualità: l’informazione. “Mio padre cercava, nonostante le difficoltà del tempo, di informarsi, di capire e di sapere cosa erano e cosa stavano facendo il fascismo e il nazismo, oltre la propaganda di regime. L’informazione, e l’informazione critica, è fondamentale per poter scegliere liberamente e secondo coscienza, anche oggi”.