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L’otto per mille alla Chiesa cattolica scende sotto il miliardo. Ma crescono le firme

5 giugno 2017

“Adista”
n. 21, 3 giugno 2017

Luca Kocci

Cala l’otto per mille assegnato alla Chiesa cattolica nel 2017. Si tratta di una diminuzione significativa: 32 milioni di euro. La cifra resta comunque di gran lunga la più alta fra i percettori dell’otto per mille (986.070.000 euro), ma – tranne l’eccezione del 2015, con 995 milioni – era dal 2009 (968 milioni) che la Chiesa cattolica non scendeva al di sotto della soglia simbolica del miliardo di euro.

Per contro c’è stato un leggero incremento delle firme dei contribuenti che hanno deciso di destinare l’otto per mille alla Chiesa cattolica: 81,23%, rispetto all’80,91% dell’anno precedente (la diminuzione dei soldi assegnati rispetto all’aumento delle firme si spiega con il calo complessivo del gettito e dei redditi di coloro che hanno scelto la Chiesa cattolica e con il meccanismo dei conguagli degli anni precedenti). Segno che “l’effetto papa Francesco” c’è stato – la cifra assegnata quest’anno si riferisce alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2014, quando Bergoglio era papa da poco più di un anno –, ma è stato minimo. Ricordando sempre che non si tratta di una percentuale assoluta (l’81,23% di tutti i contribuenti), ma relativa solo a coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà non  l’81,23, ma circa il 35% dei contribuenti a destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

A fronte della riduzione dell’incasso, l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana (v. notizia precedente) ha deciso di tagliare solo i fondi destinati alla nuova edilizia di culto, che sono passati dagli 80 milioni del 2016 ai 40 milioni di quest’anno. Aumentati invece i fondi per gli interventi caritativi – che restano comunque poco più di un quarto del totale –, passati dai 270 milioni del 2016 ai 275 milioni di quest’anno. Per il futuro comunque, anche nell’eventualità di ulteriori cali, sono in cantiere tagli strutturali che sicuramente provocheranno malumori nelle diocesi o nel personale interessato: la condivisione di professionalità e una gestione in comune di alcuni servizi amministrativi, fino alla possibilità di accorpamento degli istituti diocesani di sostentamento del clero o delle diocesi stesse. Una richiesta, quella della riduzione delle 226 diocesi italiane, che papa Francesco aveva indirizzato alla Conferenza episcopale italiana fin dall’inizio, in occasione della partecipazione alla sua prima Assemblea generale, nel maggio 2013 (bisogna «ridurre il numero delle diocesi, ancora tanto pesanti», disse allora Francesco, v. Adista Notizie n. 20/13), ma che la presidenza Bagnasco ha dirottato su un binario morto. Chissà se ora con il nuovo presidente della Cei, card. Bassetti, si darà seguito alla proposta del papa.

Nel dettaglio l’Assemblea generale dei vescovi del 22-25 maggio ha deciso di ripartire le somme rispettando sostanzialmente la tradizione, sebbene operando qualche piccola correzione: il 28% per le attività di solidarietà sociale, il 37% per il culto e la pastorale, il 35% per il sostentamento del clero.

In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 361 milioni (quasi 40 in meno dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 110 per l’edilizia di culto, 43 milioni per la catechesi e l’educazione cristiana, 13 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 39 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Al sostentamento del clero sono stati riservati 350 milioni di euro, la stessa cifra del 2016. E agli interventi caritativi sono stati destinati 275 milioni di euro, così suddivisi: 150 milioni alle diocesi, 85 per il «Terzo mondo» e 40 per «esigenze di rilievo nazionale».

 

Otto per mille alla Chiesa cattolica: pessimismo in casa Cei

2 aprile 2017

“Adista”
n. 13, 1 aprile 2017

Luca Kocci

In calo l’otto per mille alla Chiesa cattolica? Per ora dati ufficiali non ce ne sono – verranno comunicati all’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana di fine maggio –, però dalle parti di Circonvallazione Aurelia, sede della Cei, qualche preoccupazione serpeggia.

«Negli ultimi dieci anni mai la Chiesa ha toccato livelli di così bassa credibilità e proprio per la cattiva gestione del denaro», ma «sulla trasparenza ci giochiamo la credibilità» spiega don Ivan Maffeis,direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali della Cei, intervistato dal Quotidiano Nazionale (20/3). E sulla poca trasparenza della Chiesa italiana, una recente inchiesta di Adista ha dimostrato come la quasi totalità delle diocesi italiane non rendano pubblici nemmeno i propri bilanci (v. Adista Notizie nn. 6 e 7/17).

«Sono state fatte negli ultimi anni indagini su qual era la disponibilità degli italiani a donare l’otto per mille all’istituzione ecclesiastica – prosegue il portavoce della Cei –. Ebbene, gli ultimi rilevamenti effettuati durante gli stessi mesi che nello scorso anno hanno visto le cronache puntellate di notizie e casi riguardanti scandali finanziari in cui erano coinvolti membri del clero, hanno segnalato una caduta della propensione a firmare per noi. Il punto più basso da dieci anni a questa parte».

In effetti i dati degli ultimi anni lo dimostrano. Continua a diminuire, infatti, la percentuale dei contribuenti che firma la casella dell’otto per destinarlo alla Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi del 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% –, nel 2016 (dichiarazioni dei redditi del 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9%, segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. A cui tuttavia non ha corrisposto una diminuzione degli incassi, a causa dell’aumento del gettito Irpef, tanto che la quota dell’otto per mille destinata alla Chiesa cattolica non solo non diminuisce, ma anzi aumenta. Da 12 anni a questa parte, la cifra complessiva incassata si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo, tranne che nel 2015, quando scese a 995 milioni, subito recuperata nel 2016: 1.018.842.766,06 euro. Il Quotidiano nazionale ipotizza per quest’anno un calo di 150 milioni di euro, ma non rivela la fonte di questa previsione.

E la disaffezione risulta ancora più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie ma che possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

«Le esigenze di trasparenza e di legalità – prosegue don Maffeis – sono un banco di prova. Il problema non è strettamente economico, è di Chiesa. Non è di firma in sé, è di appartenenza della gente, di fiducia. E noi ce la giochiamo doppiamente. Da noi ci si aspetta che siamo onesti e trasparenti due volte: come persone e come pastori».

Una conciliazione pagata cara. L’anniversario del Patti lateranensi e del “nuovo concordato”

24 febbraio 2017

“Adista”
n. 8, 25 febbraio 2017

Luca Kocci

Era il 18 febbraio 1984 quando il presidente del Consiglio Bettino Craxi e il cardinale segretario di Stato vaticano Agostino CasaroliGiovanni Paolo II regnante – firmarono l’Accordo di revisione dei Patti lateranensi del 1929. E se i Patti dell’11 febbraio 1929 – costituiti da Trattato, Concordato e Convenzione finanziaria – sottoscritti da Mussolini e dal card. Pietro Gasparri, segretario di Stato di Pio XI, chiudevano la “questione romana” apertasi nel Risorgimento, l’Accordo del 1984 li aggiornava, tenendo conto, si legge nel preambolo, «del processo di trasformazione politica e sociale verificatosi in Italia negli ultimi decenni e degli sviluppi promossi nella Chiesa dal Concilio Vaticano II».

Gli eventi sono stati celebrati anche quest’anno, come ogni anno, lo scorso 14 febbraio a Palazzo Borromeo, ambasciata d’Italia presso la Santa sede, alla presenza delle più alte cariche istituzionali italiane (il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni) e vaticane (il segretario di Stato card. Pietro Parolin). Ma al di là del valore storico-politico della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Otto per mille: un miliardo l’anno

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. In apparenza trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà, come è noto, presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario, ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016, sulla base delle dichiarazioni dei redditi del 2013, la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato nell’apposita casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando i quattro quinti delle risorse, ovvero 1.018.842.766,06 euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

La ripartizione dei fondi del 2016 è, in termini percentuali, sostanzialmente la stessa da diversi anni: il 20-25% per le attività di solidarietà sociale, il 40-45% per il culto e la pastorale, il 35-40% per il sostentamento del clero. E anche la cifra complessiva incassata, da 12 anni a questa parte, si aggira sempre attorno al miliardo di euro l’anno: si va dai 910 milioni del 2002 (l’anno precedente, nonostante si fosse trattato del maggior introito dalla nascita del sistema dell’otto per mille, la cifra fu nettamente più bassa: 763 milioni) ai 1.148 del 2012; e dal 2010 (1.067 milioni), l’incasso è stabilmente superiore al miliardo annuo (tranne nel 2015: 995 milioni).

Continua a diminuire invece la percentuale dei contribuenti che firmano la casella dell’otto per mille pro-Chiesa cattolica: nel 2007 (dichiarazioni dei redditi 2004) era dell’89,81% – confermata l’anno successivo con una percentuale sostanzialmente identica: 89,82% – nel 2016 (dichiarazioni dei redditi 2013) è scesa all’80,91%. Una flessione leggera ma costante, che in 10 anni ha registrato un calo di quasi il 9% (a cui non ha corrisposto una diminuzione degli incassi perché c’è stato un aumento del gettito Irpef), segno di una minima ma progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti della Chiesa cattolica. Disaffezione che risulta più evidente se si analizza l’andamento delle offerte deducibili (totalmente volontarie, possono essere dedotte dalle tasse fino a 1.032,91 euro ogni anno) per il sostentamento del clero, in calo continuo dal 1994 (23.736.000 euro) ad oggi (9.687.000 euro nel 2015, ultimo dato comunicato dalla Cei): in 20 anni le donazioni si sono ridotte del 60%.

Assistenza religiosa a spese dello Stato

Un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro. Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi (sono 200), ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Santo Marcianò, in passato lo fu anche il card. Angelo Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del Ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

L’ora di religione

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di Religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato, ma la parità scolastica dell’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer nel 2000: 500 milioni di euro nel 2016), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono individuati dai vescovi diocesani – che possono togliergli l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: una separazione matrimoniale, una convivenza, la scoperta dell’omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato, come un qualsiasi insegnante. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica – nonostante religione cattolica sia una materia facoltativa, e il numero di coloro che vi si avvalgono è in lenta ma progressiva diminuzione –, mentre gli altri sono supplenti annuali o temporanei, per una spesa annua superiore ad 800 milioni di euro.

Privilegi ed esenzioni concordatarie

Ci sono poi una serie di esenzioni che riguardano esclusivamente il Vaticano e che trovano fondamento nel Concordato, come per esempio l’articolo 6 del Trattato tra Italia e Santa Sede, che fa parte dei Patti lateranensi: «L’Italia provvederà, a mezzo degli accordi occorrenti con gli enti interessati, che alla Città del Vaticano sia assicurata un’adeguata dotazione di acque in proprietà». Nel 1999 lo Stato Città del Vaticano aveva bollette arretrate nei confronti dell’Acea (l’azienda municipalizzata dell’acqua) per 44 miliardi di lire. Ne nacque un contenzioso, ma a saldare i conti fu il Ministero dell’Economia, con la garanzia che il Vaticano avrebbe cominciato a pagare almeno il servizio di smaltimento delle acque di scarico (2 milioni di euro l’anno). Il Vaticano però non pagò nemmeno quella parte del suo debito e così un emendamento alla legge finanziaria 2004 provvide allo stanziamento di «25 milioni di euro per l’anno 2004 e di 4 milioni di euro a decorrere dall’anno 2005».

E sono ovviamente esenti da tasse tutti gli immobili e le attività commerciali (la farmacia, il supermercato, la tabaccheria all’interno delle mura leonine oppure le pompe di benzina in Vaticano e al Laterano, in teoria accessibili solo ai residenti e ai dipendenti vaticani, in realtà con movimenti e giri di affari decisamente superiori: 10 milioni l’anno la tabaccheria, 21 milioni il supermercato, 27 milioni il benzinaio) e turistiche (come per esempio l’Opera romana pellegrinaggi) che hanno sede legale nei palazzi vaticani che godono del regime di extraterritorialità – stabilito dal Concordato –, e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Un salasso Concordato

11 febbraio 2017

“il manifesto”
11 febbraio 2017

Luca Kocci

Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato, nominando a tale effetto due Plenipotenziari, cioè, per parte di Sua Santità, Sua Eminenza Reverendissima il signor Cardinale Pietro Gasparri, Suo Segretario di Stato, e, per parte di Sua Maestà, Sua Eccellenza il signor Cavaliere Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo».

Comincia con queste parole, lettere maiuscole incluse, il Trattato tra Santa sede e l’Italia, primo atto dei Patti lateranensi – che comprendevano anche Concordato e Convenzione finanziaria –, firmati da Mussolini e dal cardinal Gasparri l’11 febbraio del 1929. Si chiudeva così la “questione romana”, apertasi nel Risorgimento. Ma, al di là degli elementi storico-politici della “conciliazione” fra Stato e Chiesa, il Concordato presenta un serie di importanti ed onerosi aspetti economici che ancora oggi – ad 88 anni dai Patti lateranensi e a 33 dal “nuovo Concordato” del 1984 Craxi-Casaroli – gravano sull’Italia, sia come finanziamenti diretti alle istituzioni ecclesiastiche, sia come mancati introiti fiscali.

Il capitolo più sostanzioso è rappresentato dall’otto per mille – quota di entrate fiscali di cui lo Stato si priva a vantaggio delle confessioni religiose –, il sistema che ha sostituito il vecchio assegno di congrua, l’erogazione dovuta come risarcimento per la fine del potere temporale papale con l’annessione di Roma al Regno d’Italia dopo la breccia di Porta Pia del 1870. Apparentemente trasparente perché sembra fondato sulla libera e consapevole scelta dei contribuenti, in realtà presenta un meccanismo in base al quale le quote non espresse – quelle dei cittadini che non firmano né per lo Stato né per nessuna delle confessioni religiose – non restano all’erario ma vengono ripartite in proporzione alle firme ottenute (meccanismo che ovviamente vale per tutti ma che, altrettanto ovviamente, premia il più forte). E a firmare è una minoranza dei contribuenti  (circa il 45%) che di fatto decide anche per la maggioranza, la cui quota viene comunque detratta e destinata. Applicazione concreta: nel 2016 la Chiesa cattolica ha ottenuto l’80,91% delle preferenze di coloro che hanno firmato in una casella, corrispondente a circa il 35% del totale, conquistando – grazie ad una sorta di “premio di maggioranza” da far impallidire qualsiasi Italicum – i quattro quinti delle risorse, ovvero 1 miliardo e 18 milioni di euro di cui, nonostante le campagne pubblicitarie inducano a pensare che siano stati destinati soprattutto alla solidarietà, 399 milioni spesi per «esigenze di culto e pastorale» (39%), 350 milioni per il sostentamento del clero (35%) e 270 milioni per «interventi caritativi» (26%).

Se l’otto per mille è la principale fonte di introito economico per la Chiesa italiana, un capitolo meno sostanzioso ma non meno significativo è quello dell’assistenza religiosa svolta dal clero cattolico – e non prevista per i ministri degli altri culti – a spese dello Stato con i cappellani degli ospedali, degli istituti penitenziari e dei militari, anch’essa regolata dal “nuovo Concordato” del 1984.

I più numerosi sono i cappellani degli ospedali: secondo i dati dell’ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Conferenza episcopale italiana si tratta di un migliaio di preti presenti negli 800 ospedali pubblici italiani. Per il loro servizio di assistenza religiosa sono inquadrati negli organici delle Regioni o delle Asl, che stipulano apposite convenzioni con le Conferenze episcopali regionali in base al numero dei posti letto (in media c’è un cappellano ospedaliero ogni 300 ricoverati, ma il numero varia territorialmente). Il costo annuale per lo Stato si aggira intorno ai 50 milioni di euro.

Più esigui i numeri dei cappellani delle carceri, circa 240, per una spesa da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia di 10 milioni di euro l’anno.

Poi i cappellani militari, ancora meno numerosi, sono 200, ma la loro presenza è quella maggiormente controversa dal momento che sono inquadrati nella gerarchia militare con i gradi e gli stipendi di ufficiali e sottoufficiali pagati dallo Stato: dal più alto in grado, l’ordinario militare-generale di corpo d’armata – attualmente mons. Marcianò, in passato lo fu anche il card. Bagnasco prima di diventare presidente della Cei –, 124mila euro lordi annui in base alle tabelle ministeriali, al cappellano semplice-tenente (2mila euro al mese). Per il 2017, la Nota integrativa del ministero della Difesa allegata alla legge di bilancio prevede una spesa totale di 9.579.962 euro. A cui bisogna aggiungere il capitolo pensioni: circa 160, per un importo medio annuo lordo di 43mila euro ad assegno ed una spesa totale di altri sette milioni di euro.

Anche l’ora di religione (Irc) è frutto del Concordato. Gli stipendi dei docenti di religione cattolica, a differenza dei contributi dello Stato alle scuole paritarie cattoliche (per i quali però non c’entra il Concordato ma la parità scolastica di Luigi Berlinguer nel 2000), non sono catalogabili come finanziamenti erogati direttamente all’istituzione ecclesiastica (anche perché circa il 90% sono laici), tuttavia va ricordato che questi docenti sono scelti dai vescovi diocesani – che possono ritirare loro l’idoneità all’insegnamento in qualsiasi momento, per i motivi più vari: separazione matrimoniale, convivenza, omosessualità – ma assunti e retribuiti dallo Stato. In tutto sono circa 26mila, di cui oltre 13mila “di ruolo”, cioè assunti a tempo indeterminato dall’amministrazione scolastica, per una spesa annua di circa 800 milioni.

Trovano esclusivo fondamento nel Concordato invece una serie di privilegi ed esenzioni fiscali, come per esempio la fornitura gratuita dell’acqua per la Città del Vaticano oppure l’esenzione dal pagamento delle tasse per tutti gli immobili e le attività commerciali e turistiche (per esempio quelle dell’Opera romana pellegrinaggi) con sede legale nei palazzi che godono del regime di extraterritorialità e quindi appartengono formalmente ad uno Stato estero, anche se si trovano nel cuore di Roma.

Una conciliazione pagata cara

Papa Francesco, gli arrampicatori e l’otto per mille

18 maggio 2016

“il manifesto”
18 maggio 2016

Luca Kocci

La sete di potere e di soldi è la malattia della Chiesa, dei cristiani e, più in generale, degli esseri umani. Nella quotidiana messa mattutina a casa Santa Marta, ieri papa Francesco è tornato a parlare della «tentazione mondana del potere» e a bacchettare gli «arrampicatori» sociali ed ecclesiali, come aveva fatto anche due giorni fa, aprendo i lavori della 69ma Assemblea generale della Cei.

Lo spunto per la breve omelia sul potere gli è stata fornita dalla lettura del Vangelo del giorno, in cui si legge che gli apostoli discutevano fra loro su «chi fosse il più grande». «Parlano un linguaggio da arrampicatori: chi andrà più in alto nel potere?». Ma questa, ha spiegato Francesco, «è una storia che accade ogni giorno nella Chiesa: da noi chi è il più grande, chi comanda? Le ambizioni. C’è sempre questa voglia di arrampicarsi, di avere il potere».

Dopo oltre tre anni di pontificato, all’interno dell’ultima corte rinascimentale sopravvissuta in Europa, il papa parla per esperienza. «La vanità, il potere, la voglia mondana non di servire ma di essere servito, le chiacchiere, sporcare gli altri… L’invidia e le gelosie fanno questa strada e distruggono. Questo accade oggi in ogni istituzione della Chiesa: parrocchie, collegi, anche nei vescovadi». «Ci farà bene – ha concluso – pensare alle tante volte che abbiamo visto questo nella Chiesa e alle tante volte che noi abbiamo fatto questo».

La prima puntata c’era stata lunedì, quando papa Francesco, parlando ai 235 vescovi italiani riuniti in Vaticano per la loro assemblea sul tema del «rinnovamento del clero», aveva tracciato una sorta di identikit del prete: dia alle fiamme «ambizioni di carriera e di potere», non sia «un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione», perché «non è consacrato a un ruolo impiegatizio, né è mosso dai criteri dell’efficienza». Sembra risuonare, ma Francesco non lo ha citato, il titolo di un libro di Eugen Drewermann, teologo e psicoanalista tedesco – prete per oltre 30 anni, nel 2005 lasciò la Chiesa cattolica –, Funzionari di Dio. Ha nominato però un vescovo in passato poco popolare in Vaticano, per la sua scelta di povertà assoluta e la sua vicinanza alla teologia della liberazione, il brasiliano dom Hélder Câmara: «Quando il tuo battello comincerà a mettere radici nell’immobilità del molo, prendi il largo!». Un invito ai preti a condurre uno «stile di vita semplice ed essenziale», e alla Chiesa a non restare incollata alle proprie sicurezze e a riflettere sulla «gestione delle strutture e dei beni economici». «In una visione evangelica – ha detto Francesco –, evitate di appesantirvi in una pastorale di conservazione», «mantenete soltanto ciò che può servire per l’esperienza di fede e di carità del popolo di Dio».

Nei prossimi giorni – l’assemblea finirà giovedì – i vescovi parleranno anche della ripartizione del miliardo di euro dell’otto per mille. Si vedrà l’effetto dell’appello di papa Francesco.

La ricchezza sporca del Vaticano. Avarizia, il libro-inchiesta di Emiliano Fittipaldi

23 dicembre 2015

“il manifesto”
23 dicembre 2015

Luca Kocci

Se questa storia fosse accaduta quattro secoli fa, il Tribunale dell’inquisizione probabilmente avrebbe condannato al rogo il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, la sorte che toccò a centinaia di liberi pensatori, riformatori radicali e donne trasformate in streghe.

Oggi Fittipaldi – e con lui Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis (Chiarelettere) – non corre più il rischio di essere arso sulla pubblica piazza, ma una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, se il tribunale pontificio lo condannerà per un reato introdotto nel codice penale vaticano da papa Francesco nel luglio 2013: sottrazione e diffusione di documenti riservati.

L’eventualità pare improbabile: bisognerebbe provare che i giornalisti abbiano commesso il reato in territorio vaticano e, in caso di condanna, la Santa sede dovrebbe ottenere l’estradizione dall’Italia, aprendo un caso di proporzioni globali e certificando che la libertà di stampa non è gradita Oltretevere, anzi è una colpa da punire.

La responsabilità di questo processo surreale nei confronti dei giornalisti è Avarizia, il libro firmato da Fittipaldi e pubblicato da Feltrinelli che, come annunciato dal sottotitolo, presenta «le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco».

Il volume non ci ha convinto del tutto. Molte delle rivelazioni erano in realtà già note, e la stampa ne aveva dato ampia notizia. Inoltre Fittipaldi mette insieme, talvolta mescolando le carte senza troppe distinzioni, i conti del Vaticano con quelli della Chiesa italiana, condendoli qua e là con gli scandali finanziari che riguardano alcune diocesi italiane (Terni, Trapani, Salerno) ed estere (Limburg in Germania, Maribor in Slovenia) e alcuni ordini religiosi (salesiani, francescani, figli dell’Immacolata concezione). Fatti che, messi in fila, producono un’immagine della Chiesa cattolica più simile al dantesco cerchio degli avari e dei prodighi che alla comunità dei fedeli nel Vangelo di Gesù di Nazaret, ma che non contribuiscono a fare chiarezza, perché il Vaticano non è la Conferenza episcopale italiana, e la Cei non c’entra nulla con i salesiani o i francescani. Ed è la tesi di fondo del volume a destare qualche perplessità: ovvero quella di un Francesco rivoluzionario accerchiato dai cardinali cattivi e spendaccioni. Una tesi sposata da quasi tutti media, che però non aiuta a comprendere la complessità del sistema – di cui il papa è parte –, che non funziona nella sua struttura e non solo in qualche elemento.

Detto questo, il volume offre una serie di informazioni, dati e documenti inediti, che svelano aspetti sconosciuti dell’istituzione ecclesiastica. A cominciare dal «tesoro del papa» – così lo chiama Fittipaldi –, ovvero la quantificazione (per difetto) del patrimonio del Vaticano: oltre 10 miliardi di euro, di cui 9 in titoli (detenuti per lo più da Ior e Apsa) e 1 in immobili, facenti capo a 26 diverse istituzioni vaticane, che però avrebbero un valore di mercato superiore ai 4 miliardi. E infatti il problema della Cosea (la Commissione sull’organizzazione e la struttura economica-amministrativa della Santa sede di cui facevano parte mons. Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, accusati di aver passato le carte a Fittipaldi e a Nuzzi) non è la ridistribuzione ai poveri, ma la possibilità di farli fruttare di più, risolvendo una serie di errori gestionali che vanno dai «canoni di locazione molto bassi» (di cui spesso beneficiano giornalisti, politici e potenti vari), ad uno «uso inefficiente delle unità» fino a «nessuna gestione del tasso di rendimento».

In Vaticano ci sono alcune “miniere d’oro”, che producono annualmente ricavi milionari: i Musei vaticani (90 milioni), la Fabbrica di San Pietro (15 milioni) e una serie di esercizi commerciali esentasse in teoria accessibili solo ai dipendenti vaticani, in pratica aperti a tutti o quasi, come la farmacia (32 milioni, una normale farmacia incassa 700mila euro all’anno), il distributore di benzina (27 milioni), il supermercato (21 milioni), la tabaccheria (10 milioni). Tutto lecito ma, nota Fittipaldi, «se i clienti fanno ottimi affari e il Vaticano guadagna somme enormi», «l’erario italiano continua a rimetterci: è un trascurabile effetto collaterale». Miniere d’oro sono anche quelle istituzione caritatevoli che però fanno pochissima carità, a cominciare dall’Obolo di San Pietro, che usa qualcosa per i poveri ma accumula molto di più: al 2013 aveva un tesoretto di ben 378 milioni di euro, investiti in vari modi.

Accanto alle “miniere d’oro” ci sono i “pozzi senza fondo”: Radio Vaticana, che perde 26 milioni l’anno, e l’Osservatore Romano, in deficit per 5 milioni l’anno. E “pozzi senza fondo” sono anche alcuni cardinali: il solito Bertone, il cui appartamento da 296 metri quadri è stato ristrutturato anche con 200mila euro dalla Fondazione “Bambin Gesù”, nata per sostenere la ricerca sulle malattie infantili (e a cui Bertone nei giorni scorsi, forse per placare i propri sensi di colpa, ha annunciato di devolvere 150mila euro) ; ma anche il card. Pell, scelto da Francesco come superministro vaticano dell’Economia, che in sei mesi ha fatto spendere al suo dicastero oltre 500mila euro, fra cui 7.292 euro di tappezzeria, 4.600 per un sottolavello, 2.500 euro di abiti.

Ce la farà Francesco a riformare la Chiesa?, chiedono in molti. La domanda corretta pare però un’altra: il problema sono gli uomini o le strutture ecclesiastiche? E se la riposta è “la seconda che hai detto”, allora, forse, non c’è Francesco che tenga.

Regalo di stato alla Chiesa

3 novembre 2015

“il manifesto”
3 novembre 2015

Luca Kocci

Severissimo atto d’accusa della Corte dei conti contro l’8 per mille. Il principale imputato è la Chiesa cattolica, il soggetto che percepisce oltre l’80% delle somme raccolte. Ma il dito viene puntato anche contro lo Stato, accusato di poca trasparenza, assenza di controlli e sostanziale disinteresse, quasi fosse una sorta di “foglia di fico” per legittimare il meccanismo di finanziamento diretto alle confessioni religiose.

Non è la prima volta che i magistrati contabili criticano il sistema dell’8 per mille – lo scorso anno ad essere giudicato iniquo era stato il meccanismo della ripartizione proporzionale delle quote non espresse che favoriva nettamente la Chiesa cattolica –, ma questa volta i rilevi sono piuttosto pesanti e molto circostanziati.

Il sistema, spiega la relazione della Corte dei conti, ha «contribuito ad un rafforzamento economico senza precedenti della Chiesa italiana». Da quando è entrato in vigore, la Chiesa cattolica ha incassato oltre 20 miliardi di euro, e dal 2002 l’importo si è stabilizzato intorno ad 1 miliardo l’anno. Nel 2015, per esempio, le sono stati assegnati 995 milioni di euro. Buona parte di questi fondi (73%) è stata utilizzata per “esigenze di culto e pastorale” (403 milioni, il 40% del totale) e “sostentamento del clero” (327 milioni, il 33%); una percentuale minore per gli “interventi caritativi” (265 milioni, il 27%).

Proprio sulla ripartizione dei fondi e sulla campagne pubblicitarie si soffermano i richiami della Corte. «Non esistono – scrivono i magistrati – verifiche di natura amministrativa sull’utilizzo dei fondi erogati alle confessioni, nonostante i dubbi sollevati dalla Parte governativa della Commissione paritetica Italia-Cei su alcune poste e sulla ancora non soddisfacente quantità di risorse destinate agli interventi caritativi», che invece risultano abbondantemente pubblicizzati. Ma, si legge nella relazione, proprio «il ricorso alla pubblicità da parte delle confessioni religiose per ottenere una quota sempre più rilevante della contribuzione pubblica rischia di creare la necessità di convogliare ingenti risorse a fini promozionali a discapito del loro utilizzo per le finalità proprie». Insomma le confessioni – non solo quella cattolica – spendono troppo in pubblicità, e in questo modo utilizzano i fondi in maniera non corretta.

C’è poi il sospetto di veri e propri brogli. Da un controllo su 4.968 schede, sono stati riscontrati errori nel 7,02% dei casi perché «il contribuente ha espresso una scelta che il Caf ha omesso di trasmettere», «il Caf ha trasmesso una scelta nonostante il contribuente non ne avesse effettuata alcuna» oppure «il contribuente ha espresso una scelta ma il Caf ne ha trasmessa una diversa». E va rilevato, nota la Corte, che «nel 65% delle irregolarità in argomento le scelte erroneamente trasmesse sono a favore delle Chiesa cattolica». Una percentuale di “errore” che sale addirittura all’84%, sempre a favore della Chiesa cattolica, in un’altra casistica: la «mancata conservazione, da parte del Caf, delle schede recanti la scelta del contribuente», evidenziata nel 5,35% dei casi. Quindi il Caf segnala la scelta di destinazione dell’otto per mille a favore della Chiesa cattolica, ma non si trovano più i modelli firmati dal contribuente in cui l’opzione sarebbe stata espressa.

Sotto accusa anche lo Stato: scarsa trasparenza, poiché non viene comunicato ai cittadini in maniera chiara come sono utilizzati i fondi; uso improprio delle risorse, spesso non impiegate per i fini previsti dalla legge (beni culturali, calamità, fame nel mondo, assistenza rifugiati) ma per altri scopi, come per esempio la missione militare in Iraq; disinteresse ad incentivare la destinazione dell’8 per mille allo Stato; trasferimento alla Chiesa cattolica di fondi destinati allo Stato, per esempio per il restauro di immobili ed edifici religiosi.

Otto per mille: un po’ meno clero, un po’ più carità

28 maggio 2015

“Adista”
n. 20, 30 maggio 2015

Luca Kocci

Cala l’8 per mille per la Chiesa cattolica. E dopo diversi anni scende, sebbene di poco, sotto il miliardo di euro. Non accadeva dal 2009, quando furono incassati 968 milioni.

Quest’anno alla Chiesa cattolica sono stati assegnati 995 milioni, 60 in meno del 2014, quando invece venne raggiunta quota 1 miliardo e 55 milioni. I motivi dell’emorragia sono tre, come ha spiegato il card. Angelo Bagnasco durante la conferenza stampa conclusiva dell’Assemblea generale della Cei: la diminuzione complessiva dell’Ire (ex Irpef), che quindi riduce l’incasso, essendo calcolato in percentuale; un conguaglio negativo di oltre 17 milioni di euro (soldi che erano stati assegnati in più nel 2014 e che ora sono stati recuperati dallo Stato); e soprattutto il calo di firme a favore della Chiesa cattolica, scese di oltre 2 punti, dall’82,28% del 2014 all’80,22% di quest’anno. Ricordando sempre – come i lettori di Adista ben sanno – che non si tratta di una percentuale assoluta (l’80% di tutti i contribuenti), ma relativa solo a coloro che scelgono una destinazione dell’8 per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è circa il 35% dei contribuenti a destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

Non c’era ancora “l’effetto papa Francesco”: i soldi del 2015 si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2012, e Bergoglio venne eletto al soglio pontificio nel marzo 2013 (quindi è presumibile che il prossimo anno le cifre torneranno a salire, se la popolarità di Francesco influirà anche sui portafogli dei contribuenti). C’era invece l’effetto Vatileaks, che esplose proprio in quel periodo.

Durante l’Assemblea generale della Cei, i vescovi hanno approvato la ripartizione dei fondi assegnati che sostanzialmente corrisponde alla tendenza degli ultimi anni, sebbene vi sia una inversione di tendenza piccola ma significativa: il 40% ad «esigenze di culto e pastorale», il 33% al sostentamento del clero (lo scorso anno era il 37%) e una percentuale minore, il 27%, ad interventi caritativi (nel 2014 era il 23%), che però sono i protagonisti quasi assoluti delle campagne promozionali.

In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 403 milioni (30 in meno dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 160 per l’edilizia di culto (-20 milioni rispetto al 2014), 32 milioni per la catechesi (10 in meno del 2014), 13 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 42 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Per il sostentamento del clero sono stati riservati 327 milioni di euro, 50 in meno dello scorso anno. E agli interventi caritativi sono stati destinati 265 milioni di euro, 20 milioni in più del 2014, così suddivisi: 140 milioni alle diocesi (+10 milioni), 85 per «Terzo mondo» e 40 per «esigenze di rilievo nazionale» (+10 milioni). L’effetto papa Francesco – dallo stile sobrio alle parole sui poveri – può aver condizionato i vescovi ad una diversa ripartizione dei fondi: non c’è stata una inversione ad U (i tre quarti dei fondi vengono comunque usati per culto e pastorale), ma la spending review non ha tagliato il “sociale” bensì il culto e il “personale”.

Bagnasco sulla “Buona scuola”: Matteo stai sereno, sulle assunzioni legge ad hoc

22 maggio 2015

“il manifesto”
22 maggio 2015

Luca Kocci

Matteo stai sereno. Sulla riforma della scuola non c’è bisogno di correre, «non dobbiamo farci prendere dalla fretta per arrivare velocemente a concludere. Un tempo più disteso, senza l’acqua alla gola, consente di riflettere e di dialogare per ottenere risultati migliori». Il cardinal Bagnasco chiude l’Assemblea generale della Cei e, rispondendo ad una nostra domanda durante la conferenza stampa finale, invita il governo a togliere il piede dall’acceleratore sulla riforma della scuola, duramente contestata da sindacati, insegnanti e studenti. E fa propria una delle richieste più insistenti dell’opposizione, finora sempre rigettata dal premier e dalla ministra Giannini: l’inserimento del provvedimento sull’assunzione dei precari in un decreto legge ad hoc, così da poter discutere della riforma senza il ricatto di far saltare 100mila posti di lavoro qualora la “buona scuola” non venisse approvata. Occorre trovare «sintesi in tempi ragionevoli, magari distinguendo temi ed obiettivi», aveva detto Bagnasco martedì scorso, durante la prolusione dell’Assemblea. E ieri ha esplicitato: «Se poi ci sono delle urgenze, come nel caso dell’assunzione dei precari, nulla vieta di scorporarle dal resto della riforma sulla scuola».

Sono stati resi noti anche i nuovi dati relativi all’otto per mille, che evidenziano un calo significativo per la Chiesa cattolica. Dopo diversi anni l’incasso scende sotto quota un miliardo. Non accadeva dal 2009, quando furono incamerati 968 milioni. Quest’anno alla Chiesa cattolica sono stati assegnati 995 milioni, 60 in meno del 2014, quando invece venne raggiunta quota 1 miliardo e 55 milioni.

I motivi dell’emorragia sono tre: la diminuzione complessiva dell’Ire (ex Irpef), che quindi riduce l’incasso; un conguaglio negativo di 17 milioni di euro (soldi che erano stati assegnati in più nel 2014 e che ora sono stati recuperati dallo Stato); e soprattutto il calo di firme a favore della Chiesa cattolica, scese di oltre 2 punti, dall’82,28% all’80,22%. Ricordando sempre che non si tratta di una percentuale assoluta – l’80% di tutti i contribuenti –, ma relativa a coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è circa il 35% dei contribuenti a destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

Non c’era ancora l’effetto papa Francesco: i soldi del 2015 si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi del 2012, e Bergoglio venne eletto al soglio pontificio nel marzo 2013 (quindi è presumibile che il prossimo anno le cifre torneranno a salire). C’era invece l’effetto vatileaks, che esplose proprio in quel periodo. Nella ripartizione dei fondi – approvata dall’Assemblea della Cei – c’è qualche piccola variazione ma si conferma la tendenza degli ultimi anni: buona parte dei fondi (73%) è utilizzata per “esigenze di culto e pastorale” (403 milioni, il 40% del totale, 30 milioni in meno rispetto al 2014) e “sostentamento del clero” (327 milioni, il 33%, 50 milioni in meno rispetto allo scorso anno); una percentuale minore – anche se la martellante campagna pubblicitaria sembra reclamizzare l’opposto – per gli “interventi caritativi” (265 milioni, il 27%, 20 milioni in più rispetto al 2014). Insomma la spending review non ha colpito il “sociale” ma il culto e il “personale”.

Torna a crescere l’otto per mille alla Chiesa cattolica. Ma non è merito di papa Francesco

3 giugno 2014

“Adista”
n. 21, 7 giugno 2014

Luca Kocci

Dopo cinque anni consecutivi di calo, torna a salire la percentuale dei contribuenti italiani che decidono di destinare la quota dell’otto per mille della loro Irpef alla Chiesa cattolica. La crescita è minima, appena uno 0,27% in più dello scorso anno – dall’82,01% del 2013 (sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2010) all’82,28% di quest’anno (dichiarazioni dei redditi presentate nel 2011) –, tuttavia dopo 5 anni di lenta, ma progressiva emorragia di consensi si tratta di un’inversione di tendenza.

E l’evento non è da attribuire all’effetto papa Francesco, che semmai si farà sentire già dal prossimo anno, quando i calcoli verranno effettuati sulla base delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2013, l’anno in cui Jorge Bergoglio è stato eletto al soglio pontificio.

Si tratta non di una percentuale assoluta – l’82,28% di tutti i contribuenti –, ma solo fra coloro che scelgono una destinazione dell’otto per mille, ovvero circa il 45% dei cittadini che presentano la dichiarazione dei redditi (il restante 55% lascia tutte le caselle in bianco, ma la loro quota viene comunque ripartita proporzionalmente in base alle scelte di coloro che hanno firmato). Quindi in realtà è poco più del 36% dei contribuenti a scegliere di destinare il proprio otto per mille alla Chiesa cattolica.

In termini monetari, alla Chiesa cattolica nel 2014 sono stati assegnati 1.055.321.000 euro, 23 milioni in più dello scorso anno (quando si fermò a quota 1 miliardo e 32 milioni di euro, v. Adista Notizie n. 21/13), il quarto miglior incasso di tutti i tempi, dopo 1 miliardo e 148 milioni ottenuto nel 2012, 1 miliardo e 119 milioni nel 2011, 1 miliardo e 67 milioni nel 2010 (le cifre non corrispondono all’andamento percentuale delle firme perché sono determinate dal gettito complessivo dell’Irpef che è piuttosto variabile).

Durante l’Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana dello scorso 19-22 maggio (v. Adista Notizie n. 20/14), i vescovi hanno approvato la ripartizione dei fondi che grosso modo – sebbene ci sia qualche piccola variazione – corrisponde alla tendenza degli ultimi anni: il 40% ad «esigenze di culto e pastorale», il 37% al sostentamento del clero e il 23% ad interventi caritativi, che però sono i protagonisti quasi assoluti delle campagne promozionali.

In particolare ad «esigenze di culto e pastorale» sono stati destinati 433 milioni (13 in più dello scorso anno), di cui 156 milioni alle diocesi per culto e pastorale, 180 per l’edilizia di culto (120 per le nuove chiese, 60 per la tutela dei beni culturali ecclesiastici), 42 milioni per la catechesi (16 in più del 2013), 12 milioni per i tribunali ecclesiastici regionali e 43 milioni per non ben specificate «esigenze di rilievo nazionale». Per il sostentamento del clero sono stati riservati 377 milioni di euro, 5 in meno dello scorso anno, non perché «ai preti sia stato diminuito lo stipendio, ma perché il bilancio dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero è stato migliore del previsto», ha precisato il presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, durante la conferenza stampa conclusiva. Per gli interventi caritativi sono stati destinati 245 milioni di euro, 5 milioni in più del 2013 (quelli “risparmiati” dal sostentamento del clero), così suddivisi: 130 milioni alle diocesi, 85 per il cosiddetto Terzo mondo e 30 per esigenze di rilievo nazionale.